Posts Tagged ‘stato sociale’

1) LE CONQUISTE DEL “MIRACOLO ECONOMICO”

giugno 15, 2017

CONTRATTI DI LAVORO E STATUTO DEI LAVORATORI RESI POSSIBILI DALLA CONGIUNTURA FAVOREVOLE

di Stefano Briganti e Lelia Della Torre (del Comitato Difesa Costituzione Merate)

Stato sociale. Due sono i principali fattori oggettivi dello sviluppo sostenuto che ha beneficiato i paesi occidentali nel dopoguerra, cioè negli anni ‘50 e ‘60: la spinta fornita all’economia dalla ricostruzione dopo il disastro bellico e la disponibilità di materie prime a prezzi favorevoli, in particolare di energia, che l’Occidente pompava in abbondanza a costi irrisori dai paesi poveri. Molto importante è stato anche un fattore soggettivo o ideologico: aveva una forte considerazione l’idea keynesiana che lo Stato dovesse intervenire nell’economia per guidarne ripresa e sviluppo, nonché per attuare la redistribuzione dei redditi e delle ricchezze attraverso la progressività del sistema tributario. In questa logica era possibile il rafforzamento dei sindacati e dei partiti di sinistra, che sono spesso riusciti a conquistare il governo o a condizionarlo fortemente, come in Italia. Con la redistribuzione della ricchezza – in parte prodotta ed in parte depredata al terzo mondo – si è costruito quel capolavoro politico che è stato chiamato “lo Stato sociale”, nel quale i lavoratori avevano accesso a nuovi diritti “dalla culla alla bara” e contavano di più sul piano politico.

Il lavoro non è una merce (quindi non può essere gettato quando non serve più): questa è la solenne affermazione che già nel 1944 era stata fatta dall’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) nella “Dichiarazione di Filadelfia”, in cui inoltre si definivano diritti umani ed economici di base secondo il principio che «la povertà, ovunque esista, è pericolosa per la prosperità di tutti». Queste affermazioni sembrano a noi oggi piuttosto vane perché i rapporti di forza tra il datore di lavoro e il lavoratore, da sempre evidentemente a favore del primo (il lavoratore impegna il proprio essere, il datore il proprio avere), sono tornati squilibrati dopo le conquiste del ventennio post bellico, come si vedrà. Sempre al fine di contenere lo squilibrio di potere tra lavoratori e datori, va menzionato il diritto del lavoro, cioè quel complesso di norme che conferiscono dignità al lavoratore e lo fanno crescere.

I contratti nazionali furono tra le prime conquiste sindacali. In attuazione dell’art. 39 della Costituzione e per conseguire un migliore rapporto tra lavoro svolto e salari percepiti vennero stipulati i contratti nazionali per categorie di produzione (es. metalmeccanici, bancari, tessili, etc) che regolavano i salari minimi per tutti i lavoratori della categoria. I sindacati riuscirono anche a far inserire meccanismi per compensare i lavoratori contro la svalutazione della moneta, introducendo nel salario una parte legata alla inflazione (la scala mobile). Inoltre venivano definiti i diritti e i doveri dei lavoratori che dovevano essere rispettati dall’azienda verso i dipendenti e dai dipendenti verso l’azienda. Ecco ad es. il contenuto di un contratto collettivo di lavoro:

  1. Paga oraria definita e aggiornata in base agli indici ISTAT della inflazione e alla anzianità di lavoro

  2. Orario di lavoro definito: 40 ore a settimana con due giorni di riposo

  3. Modalità di erogazione e di retribuzione di ore lavorate in turni festivi e notturni

  4. Diritto alle ferie e assenze per malattia retribuite

  5. Assicurazione per incidenti sul lavoro.

Il lavoro a cottimo, veniva scoraggiato con i contratti nazionali. Si tratta di una modalità retributiva diffusissima ancora nel dopoguerra, secondo la quale il lavoratore viene pagato in base alla quantità di “prodotto” realizzato. Tipico esempio è nell’edilizia (per metro quadro lavorato) o nell’agricoltura (per peso di prodotto agricolo o per estensione di terreno lavorato). Spesso con il cottimo non c’è un tetto alle ore di lavoro e non sono previste ferie o malattie retribuite.

Lotte sindacali. I contratti venivano rivisti e aggiornati periodicamente tra le rappresentanze di lavoratori (i sindacati) e le rappresentanze delle aziende (Confindustria). Tali revisioni erano spesso oggetto di lotte lunghe e aspre tra le parti: i lavoratori manifestavano compatti per le loro ragioni con scioperi o con altre azioni di protesta. Talvolta si ebbero reazioni estreme, come nel caso degli 11 morti a Portella delle Ginestre nel 1947 (da qualcuno considerata la prima strage di Stato). Altre volte si raggiunsero dimensioni epiche come nell’autunno “caldo” del 1969, con la discesa in campo di oltre cinque milioni di lavoratori tra industria, agricoltura e trasporti.

Lo statuto dei lavoratori (legge n.300 del 1970) può essere considerato il coronamento delle conquiste sindacali del dopoguerra. La disposizione più significativa è quella del famoso art.18: fa riferimento alla reintegrazione nel posto di lavoro (o l’indennità sostitutiva) in caso di licenziamento illegittimo (ovvero effettuato senza comunicazione dei motivi, ingiustificato o discriminatorio). Nonostante l’opposizione dei sindacati, la norma è stata attenuata o pressoché eliminata prima nel 2012 con la riforma del lavoro Fornero durante il governo Monti e poi con il Jobs Act del governo Renzi. Fino agli anni ‘90 le aziende assumevano principalmente con gli schemi di riferimento dei Contratti nazionali e dello Statuto dei lavoratori del 1970.

In definitiva lo scenario qui sommariamente tracciato ha garantito dal dopoguerra fino ad oggi che la generazione successiva potesse godere di un maggior benessere della generazione precedente. Ovvero i padri, con il loro lavoro, facevano sì che i figli potessero accedere a livelli di lavoro superiori ai propri e perciò ad un migliore benessere. Oggi però questa prospettiva sembra definitivamente invertita (v. Più poveri dei genitori Rampini) anche a livello globale: le nuove generazioni plausibilmente avranno a disposizione minori quantità di beni materiali (anche per i limiti che il riscaldamento globale impone alla crescita economica). Potranno però compensare la carenza materiale con la rivendicazione di maggiori conoscenze e altri beni immateriali.

Annunci