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REFERENDUM: PUBBLICITÀ O RAGIONE?

ottobre 7, 2016

IL MOMENTO COSTITUZIONALE DEVE ESSERE SGANCIATO DALLA POLITICA CORRENTE, DEVE UNIRE E NON DIVIDERE. SERVE UNA RIFONDAZIONE DELLA POLITICA BASATA SU COLLEGIALITÀ, DECENTRAMENTO, PARTECIPAZIONE, NON CERTO SUL PRESIDENZIALISMO AUTORITARIO

da un incontro familiare con i sigg. Bellavite, Cesarini, Eccher, Frey, Pasinetti, Prestini, in casa De Carlini, il 24/9/2016

Confusione.  Nel referendum costituzionale sono mischiati aspetti di diversa natura: razionalità ed emotività; teoria e pratica; contingenza politica e strategia costituzionale; breve e lungo termine, aspetti positivi e aspetti negativi o pericolosi… Inoltre questo referendum è strettamente connesso con l’Italicum, la nuova legge elettorale che conferisce una maggioranza assoluta di seggi al partito maggioritario. È probabilmente questa confusione il motivo che rende il referendum così divisivo, riuscendo a spaccare persino ambienti fortemente omogenei secondo le più diverse caratteristiche: destra, sinistra, religione, cultura, età e così via. Ma quello che è più importante è comprendere quali sono le vere motivazioni della riforma: se si tratta soltanto di avere maggiore governabilità e minori spese, queste ultime del resto già in atto grazie alla spending review, come dichiarato ufficialmente (v. PDF); se giocano ambizioni personali (come nel caso di Cameron nella recente vicenda Brexit); se vi sono pregiudizi di schieramento politico, come parte della destra italiana; o se si possono individuare disegni di contenimento della democrazia da parte dei poteri forti anche internazionali, come adombrato da Raniero La Valle e altri. Per dipanare la matassa è necessario operare alcune distinzioni importanti.

Le riforme costituzionali, anzitutto, vanno tenute ben distinte dalle leggi e dalla politica ordinarie. Calamandrei, uno dei padri fondatori, diceva che, quando si parla di costituzione, i banchi del governo devono essere vuoti. Tanto meno una riforma costituzionale deve essere gestita dal potere esecutivo, che è uno dei poteri che la costituzione deve normare e limitare, perchè ci possa essere democrazia. Le norme costituzionali inoltre devono durare nel tempo, non devono poter essere modificate da ogni governo che passa – tanto meno a proprio uso. È per questo che su di esse deve realizzarsi la massima convergenza di tutte le forze politiche e dell’opinione pubblica (si ricorda che la Costituzione del ’47 è stata approvata con quasi il 90% dei consensi). In altri termini la fase costituente è un momento pre-politico, che deve unire e non dividere, deve realizzare appunto il patto costituzionale. Ciò richiede tempo e attitudine al dialogo, non certo quel ricorso a forzature (sostituzioni di membri di commissioni parlamentari, “canguri”, ecc.) usate nei quasi due anni per arrivare all’attuale testo. Meglio sarebbe che una riforma così rilevante (47 articoli modificati sui 139 della nostra carta) fosse uscita da un’assemblea apposita, formata su base proporzionale e non falsata da premi di maggioranza (e da sostanziosi sospetti di incostituzionalità) come l’attuale parlamento. Una conseguenza è che non è razionale pensare di cominciare ad accettare questa riforma, anche se “incasinata, non bella e non condivisa” (Carli) – come riconoscono anche i suoi stessi sostenitori –  perché dopo finalmente sarà facile cambiarla: non deve essere facile cambiare la costituzione. Il testo deve essere da subito condiviso da una larga maggioranza di cittadini e istituzioni, perché la costituzione è la casa di tutti. Il precedente referendum costituzionale del 2001, pur approvato dal popolo, ma proposto dal centrosinistra a maggioranza, come il presente, è stato un autogol fallimentare.

La democrazia costa.  In secondo luogo va sfatata la convinzione, che ci viene spesso inculcata dal sistema mediatico, secondo la quale il settore pubblico è il luogo dello spreco e della corruzione (quindi più si taglia meglio è). Non si possono affrontare i problemi politici con criteri ragionieristici. La politica deve essere anzitutto una scuola di democrazia: deve sollecitare l’interessamento e la partecipazione al bene comune; soprattutto diffondere il metodo del dialogo. Quest’ultimo è stato mortificato, oltre che dall’individualismo moderno, dal ricorso delle pratiche acceleratrici in campo politico (decreti legge, ricorso alla fiducia, maggioritario…). Partecipazione e dialogo costituiscono grandi valori immateriali, di solito trascurati. Sono anche il vantaggio del decentramento e delle autonomie locali, che non vanno sacrificati in nome di pretesi risparmi o governabilità. Si ricordi che il massimo di governabilità si realizza con il minimo di democrazia. Non ci si deve preoccupare della spesa pubblica quando quest’ultima è orientata a favorire la crescita umana, ma quando è utilizzata per la corruzione e l’acquisto di consenso a breve termine.

Il presidenzialismo,  cioè un forte potere concentrato nelle mani del presidente del Consiglio, è l’obiettivo di fondo, più o meno recondito, di tutta la presente riforma costituzionale. Ha una radice lontana che risale agli anni ’80 con Craxi. Poi ha tentato Berlusconi, con la riforma costituzionale, bocciata dagli italiani col referendum del 2006. Ora Renzi torna all’attacco con un progetto che, pur non dicendolo espressamente, grazie anche alla combinazione con l’Italicum, ha la stessa impostazione presidenzialista del precedente progetto berlusconiano. Mentre quello conteneva nella seconda parte, sotto la spinta leghista, un rafforzamento delle autonomie locali e delle regioni, il progetto renziano su questo aspetto fa marcia indietro: toglie praticamente alle regioni l’autonomia legislativa e, attraverso la “clausola di supremazia”, si riserva di avocare al governo le materie controverse, dichiarandole di interesse nazionale. Invece non affronta l’anomalia tutta Italiana delle regioni a statuto speciale, fonte di privilegi e incongruenze talvolta aberranti. Nel nostro paese c’è ovunque il pericolo della infiltrazione mafiosa, che costituisce un freno terribile allo sviluppo della società da ogni punto di vista, soprattutto un freno allo sviluppo umano, perché blocca merito e autonomia. Il presidenzialismo è quanto di meno appropriato. Necessari invece, come in ogni moderna compagine sociale, collegialità, decentramento, responsabilizzazione, partecipazione.

La crisi della politica  non va affrontata soltanto con le leggi. Ha un’origine lontana già denunciata lucidamente da Berlinguer 35 anni fa, con il richiamo alla questione morale e l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti. Così i partiti sono diventati puri strumenti di potere e clientele, comitati di pubblicità elettorale, organizzatori del consenso per il leader (o capo-popolo) di turno, escludendo ogni aspetto formativo e culturale. È da questi ultimi che si dovrebbe ripartire, se davvero si ha a cuore un miglioramento della nostra società: educazione, cultura, moralità, cioè fattori immateriali dello sviluppo. Invece la pubblicità elettorale populista porta persino a riesumare progetti di grandi opere materiali come il ponte sullo stretto: un grosso regalo alle mafie, un monumento allo spreco di denaro pubblico, all’insensatezza di fronte ai veri problemi materiali del paese (assetto idrogeologico, terremoti…) e soprattutto alle nostre carenze immateriali. Un’ultima osservazione riguarda l’impegno mediatico del governo per il referendum. Già il quesito referendario è formulato come uno spot pubblicitario: chi può non volere la riduzione del numero dei parlamentari, dei costi, la semplificazione, ecc.? Il problema è però vedere se questi vantaggi sono effettivi o soltanto apparenti. Ultimamente c’è stata la sostituzione di molti direttori di giornali, radio, tv, per assicurarsi il massimo appoggio mediatico; poi gli interventi internazionali, della Merkel, dell’ambasciatore americano e altri. Sondaggi non favorevoli, anche riservati, spiegano questo attivismo del governo. Ma quello che sembra davvero immondo è l’aver accantonato, in attesa del lavacro referendario, i gravi problemi incombenti, come la crisi del sistema bancario: li ritroveremo alla scadenza, aggravati. Tutto ciò, soprattutto l’impegno di puntare sulla pubblicità per convincere le persone meno attente e preparate, invece di farle crescere, sono una probabile conferma della validità delle tesi del vecchio saggio Raniero La Valle.

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