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3) IL PEGGIORAMENTO DEL CONTESTO LAVORATIVO

giugno 15, 2017

DALLA LEGGE BIAGI (2003) AL JOBS ACT (2015) IL LAVORO SEMPRE PIÙ PRECARIZZATO E INDEBOLITO NELLA LOGICA LIBERISTA, SENZA UNA STRATEGIA DI RISCATTO

di Stefano Briganti e Lelia Della Torre (del Comitato Difesa Costituzione Merate)

Flessibilità. Il sistema produttivo italiano si è adattato prontamente alle difficoltà economiche provenienti dall’esterno, agendo in particolare su due fronti: il primo a breve termine con la richiesta di allineare il costo del lavoro (costo fino ad allora fisso in virtù dei contratti nazionali e dello statuto del lavoratori) alla variabilità e alle fluttuazioni della produzione; il secondo fronte è invece quello di delocalizzare parte o tutta la produzione in paesi con costo più basso di manodopera, purché non priva di qualifiche e specializzazioni. La flessibilità di produzione del sistema industriale era indicata come una delle motivazioni principali del disegno di legge n. 848 presentato in Senato nel 2001 e qui approvato il 25 settembre 2002. Un mese dopo, il 30 ottobre, la Camera lo modificava rinviandolo al Senato che quindi lo approvava definitivamente il 5 febbraio 2003.

Legge Biagi. La legge così approvata si basava sul «disegno riformatore del mercato del lavoro in Italia contenuto nel Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità» redatto da un gruppo di lavoro coordinato da Maurizio Sacconi e Marco Biagi. Quest’ultimo poi nel 2002 fu ucciso proprio per tale Libro Bianco; pertanto la legge in questione è conosciuta come Legge Biagi. Essa introdusse diverse novità e nuove tipologie di contratti di lavoro. L’intento del legislatore era basato sul presupposto secondo cui la flessibilità in ingresso nel mercato del lavoro è il mezzo migliore, nella attuale congiuntura economica, per agevolare la creazione di nuovi posti di lavoro e inoltre che la rigidità del sistema crea spesso alti tassi di disoccupazione. Il contratto tipico e più discusso, figlio della Legge Biagi, era il Contratto di Collaborazione a Progetto (Co.Co.Pro.).

Il Co.Co.Pro. Secondo taluni questo contratto nella pratica comportò l’abolizione sostanziale di diversi diritti per il lavoratore, distinguendo radicalmente i diritti di chi lavorava a tempo indeterminato con chi era Co.Co.Pro. Questa tipologia di contratto ha come termine il completamento del progetto contrattuale, ma ha operato una profonda modifica nei diritti del lavoratore a progetto: abolisce completamente le ferie, la malattia, i permessi, la maternità (in questo caso può concludere il contratto ed esservi licenziamento al rientro); persino i versamenti pensionistici non hanno lo stesso valore di un eguale lavoratore a tempo indeterminato. L’aspetto maggiormente discusso del contratto a progetto, è che viene definito lavoro non subordinato (si parla di lavoro parasubordinato), produttore di redditi che già dal 2001 erano assimilati fiscalmente ai redditi da lavoro dipendente. In sostanza si tratta di un sistema per eludere alcune tutele previste per i lavoratori dalla nostra Costituzione (titolo terzo), evadere oneri contributivi e non rispettare il minimo salariale sindacale previsto dal rapporto da lavoro dipendente. Si tratta dunque di una legge incompiuta che ha colpito in maniera massiccia i giovani: in particolare quelli che si sono affacciati al mondo del lavoro dopo il 2003. Sostanzialmente è stata ridotta la loro stabilità lavorativa ed eliminati i diritti sanciti dallo Statuto dei lavoratori e dai contratti collettivi.

Jobs act. Nel 2008 quando gli effetti della grande crisi stavano diffondendosi su tutto il sistema finanziario mondiale, l’Italia si trovò così ad avere già un mondo lavorativo in una buona misura “precarizzato” e privato dei riferimenti solidi che venivano dai Contratti Nazionali e dallo Statuto dei Lavoratori del 1970. Arriviamo sette anni dopo, nel 2015, con il Jobs Act di Matteo Renzi alla revisione dello Statuto dei Lavoratori con l’abolizione dell’Articolo 18 sulle tutele dei lavoratori circa il licenziamento, con la cancellazione di tutti i contratti di natura Co.Co.Pro e i contratti atipici evolutisi dopo il 2003, l’introduzione di un “Contratto a Tempo indeterminato a tutele crescenti” e il definitivo stravolgimento dell’applicabilità della Legge Biagi con l’introduzione (e utilizzo selvaggio) dei voucher.

Tutele crescenti? A dispetto del nome, il contratto in parola non introduce una nuova tipologia contrattuale, bensì un nuovo regime sanzionatorio per le ipotesi di licenziamento illegittimo, destinato a sostituire la disciplina prevista dall’art. 18 della Legge n. 300 del 1970 (Statuto dei Lavoratori). Rispetto alle tutele offerte dall’art. 18, la nuova disciplina restringe ulteriormente le ipotesi di reintegrazione del lavoratore, individuando nel pagamento di un’indennità risarcitoria la sanzione principale applicabile in caso di licenziamento illegittimo. A tal scopo vale la pena ricordare che la tutela speciale determinata dall’articolo 18 consentiva al dipendente licenziato illegittimamente, in sintesi, di essere reintegrato nel posto di lavoro o, su sua opzione, ad un’indennità sostituiva pari a 15 mensilità di retribuzione globale di fatto, fermo restando, in entrambi i casi, il diritto al risarcimento del danno. L’espressione “tutele crescenti” fa in particolare riferimento alle modalità di calcolo di detta indennità, il cui ammontare è parametrato all’anzianità di servizio maturata dal dipendente al momento del licenziamento.

Licenziamenti facili e rapidi. In base alla nuova disciplina, la reintegrazione non è più prevista per i licenziamenti illegittimi per mancanza di giusta causa o giustificato motivo e resta solo per:

  • i licenziamenti discriminatori;
  • i licenziamenti nulli per espressa previsione di legge;
  • i licenziamenti orali;
  • i licenziamenti in cui il giudice accerta il difetto di giustificazione per motivo consistente nella disabilità fisica o psichica del lavoratore;
  • i licenziamenti disciplinari in relazione ai quali sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore.

Il decreto si occupa anche dei dipendenti da aziende che non raggiungono le soglie numeriche richieste per l’applicazione dell’art. 18, introducendo un sistema che esclude la reintegrazione nell’ipotesi del licenziamento disciplinare dichiarato illegittimo per insussistenza del fatto materiale e prevede un’indennità risarcitoria dimezzata. Tra le novità introdotte dal decreto c’è anche una nuova procedura conciliativa, che ha l’obiettivo di rendere più rapida la definizione del contenzioso sul licenziamento, e che prevede l’immediato pagamento, da parte del datore di lavoro, di un indennizzo in una misura compresa tra 2 e 18 mensilità. Ancora sotto il profilo procedurale, il decreto stabilisce che ai nuovi assunti non si applica la preventiva procedura di conciliazione davanti alla Direzione territoriale del lavoro, introdotta dalla riforma del 2012 per le ipotesi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Questo ovviamente velocizza gli iter di licenziamento a discapito del lavoratore che non può avvalersi di una controparte che eventualmente lo tuteli (Direzione territoriale del lavoro) davanti al datore di lavoro nella procedura di risoluzione del rapporto di lavoro.

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