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VERSO UNA NUOVA CULTURA DEL LAVORO?

giugno 16, 2017

PRIMA ANCORA CHE UN DIRITTO IL LAVORO È UN BISOGNO, INDISPENSABILE NELLA FORMAZIONE DELLA PERSONA. LO STATO NON DEVE EROGARE UMILIANTI SUSSIDI, MA PREDISPORRE ATTIVITÀ VOLTE ANZITUTTO ALL’APPRENDIMENTO

Spunti dal saggio di Stefano Zamagni: Libertà del lavoro e giustizia del lavoro, Quaderni di economia del lavoro n. 105, 2016, Franco Angeli, pp.59-79

Il male radicale risiede nella volontà perversa di rendere gli uomini superflui” (Hannah Arendt)

Parlando di lavoro è bene aver presenti alcune grandi tendenze in atto:

1) Dalla produzione alla finanza. Da tempo ormai, da quando si è introdotto il taylorismo e la produzione in serie, il baricentro dell’economia si è spostato dalla produzione al consumo: diventa necessario vendere, convincere all’acquisto i consumatori – che si rivelano così più significativi degli stessi produttori. Nell’azienda diventa più importante chi sa fare pubblicità e vendere rispetto a chi sa produrre bene. Oggi questa tendenza si è ulteriormente spostata verso la finanza, che, specie con la speculazione, consente ad alcuni guadagni strepitosi senza lavorare. La finanza speculativa sarebbe diventata, secondo alcuni, il primum movens della creazione di ricchezza: un’opinione davvero strana, se si pensa che nella speculazione quanto guadagnato da qualcuno è perso da qualcun altro. Così il lavoro è andato sempre più appannandosi nella nostra cultura, si sono dimenticati i valori che rivestiva in tempi precedenti e il significato profondo che assume nella vita delle persone. Qualità e natura del lavoro erano state a lungo approfondite, anche perché per secoli l’umanità si era attenuta all’idea che il lavoro fosse all’origine della creazione di ogni ricchezza, e così pure i primi economisti (come Adam Smith nella sua opera fondamentale: La ricchezza delle nazioni).

2) Dal lavoro come posto al lavoro come opera. A partire dalla rivoluzione commerciale del 11° secolo si afferma gradualmente l’idea del lavoro artigianale, che realizza l’unità tra attività e conoscenza, tra processo produttivo e mestiere – termine quest’ultimo che rinvia a maestria. Con l’avvento della rivoluzione industriale prima e il fordismo-taylorismo poi, invece del mestiere avanza l’idea di mansione (insieme di attività parcellizzate), che a sua volta allude al posto di lavoro: dove si svolgono queste mansioni. È ben noto però che ne sono derivate diverse forme di sfruttamento e alienazione, che ponevano l’esigenza di liberarsi da questo tipo di lavoro – il tempo libero, appunto, è quello liberato dal lavoro (peraltro oggi una piccola frazione, circa 1/3, del tempo totale). In ogni caso, i posti di lavoro oggi vanno drammaticamente diminuendo a favore di altre forme di collaborazione (e spesso di sfruttamento). Quelli che un tempo erano contratti atipici rischiano di diventare tipici.

3) Dalla libertà nel lavoro alla libertà del lavoro. Quest’ultima può essere definita come la libertà di scegliere quelle attività che sono in grado di arricchire la mente e il cuore di chi le svolge. Seguendo pertanto gusti e attitudini personali. Si tratta in sostanza di una domanda di qualità della vita, che non va ricercata dopo il lavoro, come avveniva in precedenza, ma nel lavoro, perché l‘essere umano incontra la sua umanità mentre lavora. Di qui l’urgenza di cominciare ad elaborare un concetto di lavoro che per un verso vada oltre l’ipertrofia lavorativa tipica dei tempi nostri (il lavoro che riempie un vuoto antropologico crescente) e per l’altro verso valga a declinare l’idea di libertà del lavoro. In molti casi questo potrebbe essere considerato come un obiettivo utopico, ma vedremo che non è impossibile renderlo raggiungibile, anche perché dipende in parte dalle nostre scelte di consumatori.

4) Dai beni economici ai beni relazionali. La teoria economica ha quasi totalmente ignorato i beni relazionali, quelli cioè che discendono dai rapporti interpersonali e riguardano una domanda di attenzione, di cura, di servizio, di partecipazione. Sono la fonte principale della felicità umana (famiglia, amici…), mentre l’economia ha concentrato l’attenzione sul possesso o la disponibilità dei beni di mercato e sulla loro “utilità”. Di recente è stata riscoperta l’importanza della relazionalità anche nell’economia, ad es. nella capacità di fare squadra, nella possibilità di evitare certe situazioni distruttrici di ricchezza, come le formazioni monopolistiche derivanti dalla competizione posizionale: si verifica questo caso quando – anche per motivi extra-economici, come il prestigio – si considera il competitore un nemico da eliminare (atteggiamenti aggressivi tipo mors tua vita mea, ovvero homo homini lupus). Meglio sarebbe la convivenza pacifica, dalla quale possono anche derivare stimoli reciproci al miglioramento. L’antidoto alla posizionalità è appunto la relazionalità. Ha anche un ruolo fondamentale nell’educazione. Non potrà mai essere affidato a una macchina lo sviluppo della relazionalità. Inoltre è un bene che, come altri beni immateriali, con l’uso si accresce (mentre quelli di mercato si esauriscono).

Beni comuni. Qui si aprono prospettive ampie e inaspettate: si può intravvedere la possibilità di uscire dalla tradizionale economia della scarsità (il prezzo ne è l’indicatore) per passare a una inedita economia dell’abbondanza. Non però di beni economici e materiali (emblematico è il cibo, che a livello di quantità e qualità oggi raggiunto è diventato la causa prima delle nostre malattie “del benessere”) ma abbondanza di beni relazionali e di beni comuni. Questi ultimi sono i beni che appartengono a una collettività, in contrapposizione ai beni privati, che appartengono ai singoli. Sono diventati importanti specie in relazione a recenti preoccupazioni, come riscaldamento globale, perdita di biodiversità, degrado di ecosistemi unici, tutti beni comuni che appartengono all’intera umanità. Ma sono assai significativi anche quelli che appartengono a una comunità più ristretta, come l’equilibrio idrogeologico delle nostre montagne, il valore estetico e culturale dei borghi appenninici distrutti dal recente terremoto, ecc. Se noi consumatori attribuissimo più valore ai beni comuni e a quelli relazionali, si aprirebbero anche grandi possibilità di lavoro e crescita umana.

Il lavoro è un bisogno insopprimibile della persona. Sessant’anni fa, ai tempi della grande crisi, Keynes giudicava la disoccupazione di massa in una società ricca una vergognosa assurdità, che è possibile eliminare. Oggi la ricchezza materiale è cresciuta assai ed è ancor più vergognoso che non ci si preoccupi di chi non lavora, in attesa forse di una improbabile “magia” (o ideologia) del mercato. La disoccupazione è uno spreco umano prima che economico. È anche il terreno su cui attecchisce la mala pianta della corruzione e delle mafie. Quello che più spaventa è il livello raggiunto nel nostro paese dai NEET (not in education, employment or training) cioè di coloro che non trovando lavoro, non studiano né lo cercano, preparandosi: hanno perso ogni fiducia nel futuro. Nella media italiana la loro quota sui giovani (15-29 anni) è poco superiore a un quarto, ma nel Mezzogiorno supera nettamente la metà. Quello che va detto è che il lavoro – prima che una utilità economica e un diritto sancito dalla nostra Costituzione – è un bisogno, indispensabile per lo sviluppo della persona e la costruzione della propria identità, come spiegano gli psicologi. Con il lavoro si impara a conoscere sé stessi e a realizzare il piano di vita. Se è vero che “facendo si impara” ancor più vero è che “si disimpara non facendo”.

In definitiva. Il grande economista Keynes, forse la mente più feconda tra gli economisti del secolo scorso, sosteneva che, per assurdo, pur di non avere disoccupazione, lo Stato dovrebbe finanziare lavori inutili, come quello di scavare fosse e poi richiuderle. Oggi, nell’era dell’informatica e dell’automazione che elimina posti di lavoro, un discorso simile non perde la sua validità di fondo: non si tratta certo di fare attività fisiche, eseguite forse meglio dalle macchine, ma attività mentali per conoscere le macchine stesse, ma soprattutto il contesto umano, sociale, politico, ambientale… con le più diverse possibilità di inserimento lavorativo, che devono poter essere offerte a chiunque ai diversi livelli. Oggi il problema occupazionale è aggravato dal fatto che con la globalizzazione si impone ovunque la competitività, mentre in precedenza si potevano trovare spazi protetti che facevano da spugna per l’occupazione. Ma ciò che più importa è l’atteggiamento culturale con cui si guarda al problema del lavoro: l’uomo è molto più di una macchina, e dovrà essere valorizzato in lui tutto ciò che una macchina non potrà mai dare: relazionalità, creatività, partecipazione e altri valori umani.