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LE ‘RIFORME’ INCOSTITUZIONALI

gennaio 26, 2018

di Alessandro Pace

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-costituzione-della-repubblica-e-sempre-giovane/
1.    Sul Corriere della Sera del 27 dicembre è stata sintetizzata in dieci istantanee la “storia” dell’attuale legislatura. La n. 9 rappresenta «l’immagine di Matteo Renzi che nella sala stampa di Palazzo Chigi annuncia le sue dimissioni dopo la disfatta del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016». L’autore dell’articolo si ferma qui, mentre sarebbe stato opportuno andare un po’ indietro e ricordare che la riforma Renzi-Boschi venne votata da un Parlamento illegittimo nella sua composizione nonostante la Corte costituzionale, con la sentenza n. 1 del 2014, avesse dichiarato incostituzionale il c.d. Porcellum in forza del quale era stato eletto. Il vero è che sia a causa dell’ignoranza dell’opinione pubblica circa i tecnicismi giuridici, sia a causa della mala fede dei detentori del potere, sulla sentenza n. 1 del 2014 fu steso un velo soprattutto comodo per i partiti, in particolare il PD, che avevano lucrato un illegittimo cospicuo premio di maggioranza.

Un Parlamento “delegittimato”, quindi, che nondimeno modificò ben 55 articoli della Costituzione, senza che gli allora Presidenti della Repubblica e della Corte costituzionale – entrambi c.d. “garanti” della Costituzione – battessero ciglio. Omettendo quindi di considerare che la Corte costituzionale aveva chiaramente avvertito, nelle ultime battute del n. 7 del “considerato in diritto” della sentenza n. 1 del 2014, che il principio della “continuità istituzionale” non avrebbe potuto, alla lunga, sostituirsi al doveroso voto popolare. Con l’abnorme conseguenza che, per tutta la XVII legislatura, abbiamo avuto un Parlamento costituzionalmente viziato nella sua composizione, che solo il M5S aveva reiteratamente denunciato.

Né quel “peccato originale” venne attenuato, strada facendo, dalla c.d. riforma Renzi-Boschi. Che anzi violò la libertà di voto (art. 48 Cost.) in conseguenza della disomogeneità del contenuto prescrittivo della riforma. Che violò il “principio supremo” della sovranità popolare (art. 1 comma 2 Cost.) negando l’elettività diretta del Senato. Che conferì, in violazione dell’art. 3 Cost., funzioni senatoriali part-time a consiglieri regionali e a sindaci privi della diretta legittimazione democratica. Che, in violazione dell’art. 5 Cost., attribuì alle regioni, tranne qualche eccezione, soltanto competenze legislative di contenuto meramente organizzativo. Che modificò surrettiziamente la forma di governo, indebolendo i contro-poteri e conseguentemente rafforzando indirettamente i poteri del Governo, e soprattutto quelli del Premier. E così via.

Ed è anche per queste ragioni tecniche, la grande maggioranza degli elettori si espresse in favore del No, non solo per lo stravolgimento apportato al sistema costituzionale, ma per la complessità delle modifiche costituzionali. Dando così ragione, nei fatti, al procedimento di revisione costituzionale previsto dall’art. 138 Cost., che prevede soltanto revisioni puntuali o comunque omogenee. Non riforme megagalattiche come la Renzi-Boschi.

2.    Sta di fatto che fino al 1983 – e cioè per ben 35 anni – sia le leggi costituzionali, sia le leggi di revisione costituzionale hanno sempre avuto un contenuto puntuale o comunque omogeneo. In linea quindi con quanto il Presidente Terracini, in una delle ultimissime riunioni della Commissione per la Costituzione (15 gennaio 1947), aveva affermato, in risposta all’on. Mortati, che l’Assemblea costituente si doveva «limitare all’ipotesi di una revisione parziale». Nelle prime monografie sulla revisione costituzionale, il problema delle mega riforme non fu minimamente sollevato.

Del resto nella lingua italiana una cosa è la “riforma”, altra cosa è la “revisione”. Prescindendo dal significato giuridico del concetto di “revisione”, nel Grande dizionario della lingua italiana il concetto di revisione allude sempre ad attività puntuali: alle operazioni di esame e di verifica della verità e di conformità di un conto economico o di un bilancio; al riesame di una sentenza o di una causa decisa; all’esame stilistico di un’opera letteraria; all’esame preventivo di un testo destinato alla stampa o alla conformità alle disposizioni di legge; al riscontro periodico dell’operato della pubblica amministrazione e all’insieme delle operazioni di controllo e di manutenzione di macchine (ad es. le automobili).

Era quindi assolutamente pacifico, almeno fino agli anni ’90, che le modifiche costituzionali dovessero servire solo a modificare specifiche disposizioni; «ad ammodernare, adeguare, perfezionare, rabberciare un vecchio meccanismo» o, tutt’al più, a innovare qualche istituto politico lasciando intatti gli altri.

E quindi, quando fu approvata la legge sui referendum n. 352 del 1970, le “riforme” erano ancora di là da venire, per cui l’applicazione della legge n. 352 ad esse – da parte dei loro sostenitori – costituì un’evidente forzatura, tant’è vero che si giunse addirittura a sostenere che alle mega riforme non sarebbero  applicabili i principi della sovranità popolare (art. 1 Cost.) e della libertà di voto (art. 48 Cost.), perché il procedimento di revisione costituzionale sarebbe derogatorio di quei due principi fondamentali!

3.    Sta di fatto, che delle possibili “riforme” costituzionali si cominciò a parlare, a livello politico, soltanto alla fine degli anni ’70, col famoso articolo di Bettino Craxi, apparso sull’Avanti nel dicembre del 1979, nel quale veniva teorizzata “la Grande Riforma” consistente nella modifica della forma di governo da parlamentare in presidenziale. Che però non ebbe alcun seguito.

I successivi tentativi di “grandi riforme” sono tutti inesorabilmente falliti: così le riforme Bozzi (1985) e Letta (2013) che non furono nemmeno approvate; le leggi di riforma De Mita-Iotti (1993) e D’Alema (1997), che furono approvate ma, avendo un contenuto meramente organizzative, non ebbero un seguito normativo; le riforme Berlusconi (2006) e Renzi-Boschi (2016) che furono respinte in sede referendaria. Il che conferma l’estraneità delle mega riforme nei confronti del nostro sistema costituzionale che prevede soltanto “revisioni”.

Sorprende, perciò, che un politico intelligente come il ministro Carlo Calenda, nell’intervista di Lorenzo Salvia apparsa sul Corriere del 27 dicembre, abbia addirittura auspicato l’istituzione di un’Assemblea costituente nella prossima legislatura «per aumentare il coinvolgimento dei cittadini», evidentemente, senza rendersi conto:

1) che l’istituzione di un’Assemblea costituente costituisce, per definizione, la negazione dei valori della costituzione alla quale pretende di sostituirsi (nella specie: la Costituzione del 1947);

2) che l’elezione di un’Assemblea costituente non determinerebbe, di per sé, un “coinvolgimento” dei cittadini, ma solo un voto come gli altri (per cui il voto popolare confermativo ex art. 138 comma 2 Cost. implica un indubbio maggior coinvolgimento);

3) che solo nelle revisioni puntuali o omogenee la sovranità popolare viene effettivamente esercitata, poiché solo di fronte ad un singolo quesito relativo ad un singolo articolo e su una pluralità di articoli dal contenuto omogeneo, i cittadini sono effettivamente liberi di votare Sì o No. Che è poi la tesi sostenuta dalla maggioranza dei costituzionalisti, tra cui i più autorevoli, secondo i quali le riforme disomogenee coerciscono la libertà di voto, essendo svariati i quesiti ad esse sottese.

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COSTITUZIONE, SIAMO SEMPRE A RISCHIO

gennaio 26, 2018

di Massimo su Villone Il Manifesto, 29 dicembre 2017 fonte:http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/2018/01/04/costituzione-siamo-sempre-a-rischio/

La Costituzione, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, compie 70 anni. È giovane? Assolutamente sì. Tale è perché la sua tavola di valori – eguaglianza, diritti, solidarietà – reca le risposte oggi giuste e necessarie in un paese come l’Italia, in cui le diseguaglianze aumentano.

Milioni di persone sono sotto la soglia di povertà, diritti essenziali come quello alla salute o all’istruzione sono resi evanescenti, la speranza di un lavoro sicuro e di una vita serena e dignitosa per sé e i propri cari è un lusso inaccessibile per tanti, e soprattutto per i giovani.

In ogni caso, la Costituzione è stata spesso “ammodernata”, con l’art. 138. Solo negli ultimi 20 anni abbiamo le leggi costituzionali 1/1999 e 2/2001 (elezione diretta dei governatori); 2/1999 (giusto processo); 1/2001 (circoscrizione estero); 3/2001 (riforma del titolo V); 1/2003 (pari opportunità); 1/2007 (abolizione della pena di morte); 1/2012 (pareggio di bilancio). Alcune riforme sono nel merito discutibili, come il nuovo Titolo V, o addirittura censurabili, come il pareggio di bilancio necessario. Ma qui rileva che l’innovazione è stata possibile.

Sono invece fallite le “grandi” riforme, quelle soi-disant epocali. Accade con le speciali commissioni bicamerali (Bozzi, 1983; De Mita-Iotti, 1993; D’Alema, 1997; le ultime due istituite con leggi costituzionali). Accade anche con le “grandi” riforme perseguite con l’ordinario procedimento di revisione ex art. 138: nel 2005, la Berlusconi-Bossi, e nel 2016, la Renzi-Boschi. Approvate in Parlamento con la sola maggioranza assoluta in seconda deliberazione, sono respinte dal voto popolare nel successivo referendum.

Proprio nelle riforme 2005 e 2016 troviamo l’attacco alla Costituzione. Sono accomunate soprattutto da due tratti: vedono una contrapposizione frontale tra maggioranza e opposizione, e nel merito concentrano il potere sull’esecutivo e sul suo leader, comprimendo il ruolo delle assemblee elettive (in specie quella 2016, con il pendant dell’Italicum). La governabilità schiaccia la rappresentatività, in una versione edulcorata, moderna e ossequiente – solo nella forma – ai canoni della democrazia del «credere, obbedire, combattere». Ma che ne è dell’antico principio per cui la Costituzione si modifica con un consenso ampio, al di là dei confini di una maggioranza di governo?

Accade che nel 1992 si avvia Tangentopoli, che disarticola i partiti storici. Nel 1993 si svolta verso il maggioritario, con l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di provincia (l. 81/1993), e, a seguito di un referendum, con il Mattarellum (l. 276 e 277/1993). Le elezioni 1994 aprono Palazzo Chigi a partiti non partecipi della nascita della Costituzione, o i cui antenati erano stati addirittura ad essa antagonisti (Forza Italia, Lega, An). Si dissolve il cosiddetto arco costituzionale, composto dalle forze politiche partecipi in assemblea costituente del patto costituzionale, e convenzionalmente unite nell’intesa che tutti gli originari contraenti dovessero concorrere alle modifiche della Costituzione.

Il nuovo contesto, unitamente alla distorsione di rappresentatività e al vantaggio in seggi dato dal maggioritario, di collegio o da premio, apre la via alle Costituzioni “di maggioranza”. Superando il quorum minimo della maggioranza assoluta in seconda deliberazione previsto dall’art. 138, maggioranza di governo e maggioranza per la revisione possono coincidere. Già con l’adozione del Mattarellum, da più parti era stata chiesta la messa in sicurezza della Costituzione, con l’innalzamento di quel quorum. Non è stato fatto. Da questo punto di vista, le Costituzioni “di maggioranza” sono figlie del maggioritario, e l’unico vero tutore della Costituzione rimane il popolo sovrano nel voto referendario. Come è accaduto.

Siamo ancora a rischio? Certamente sì. Anche il Rosatellum produce una distorsione maggioritaria. I partiti sono tuttora evanescenti. Le forze che spingono per la normalizzazione di paesi affetti da eccessi di democrazia sono sempre in campo, e il famigerato documento J.P.Morgan sulle Costituzioni socialisteggianti esiste davvero. Come è vivo il mantra della governabilità, che certo sentiremo prima e dopo un voto che non darà un vincitore nell’immediato. Nel merito, qualche scontro già si avvia, come per la proposta di una flat tax, che potrebbe solo allargare ancora l’enorme fossato tra chi ha e chi non ha. E chi può negare sia giovane la Costituzione che subito ci offre con l’art. 53 e il principio di progressività l’arma per contrastare gli epigoni di Trump?

Attuare, non stravolgere. Credere nella Costituzione è una fede laica, che non espone icone e santi, ma beni terreni, come libertà, diritti, eguaglianza, qualità di vita. Come ogni fede, chiede a tutti di schierarsi per ciò in cui si crede. E questo dobbiamo alla Costituzione per il suo settantesimo compleanno: l’impegno di donne e uomini che si battono ogni giorno perché vivano e si inverino le promesse dell’antico patto costituente.

LA CORTE COSTITUZIONALE

gennaio 26, 2018

A SETTANT’ANNI DALLA FIRMA DELLA COSTITUZIONE

di Felice Besostri

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-costituzione-della-repubblica-e-sempre-giovane/

Se la Costituzione a 70 anni dalla sua firma è “sempre giovane” la Corte Costituzionale è ancora più giovane, perché sebbene prevista dalla  legge costituzionale n. 1 del n. 9 febbraio 1948, tempestivamente adottata dalla Assemblea Costituente a pochissima distanza dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana e prima delle elezioni del 18 aprile 1948, non fu una priorità della prima legislatura-.  Soltanto  nel suo ultimo anno fu approvata la legge costituzionale n. 1 del 11 marzo 1953 e la legge 11 marzo 1953 n. 87. Era un’Italia divisa quella uscita dalle elezioni del 1948 in un mondo diviso tra blocchi contrapposti e reciprocamente ostili, che si era rapidamente sostituito all’unità contro il nazi-fascismo e all’imperialismo giapponese. Nel sistema costituzionale italiano la Corte Costituzionale era un organo di garanzia e il più neutro rispetto alla Presidenza della Repubblica e alle Presidenze delle due Camere, la cui investitura era totalmente politica. A mio avviso non è un caso che l’attuazione della Costituzione, nella previsione di un giudice delle leggi, si sia svolta in parallelo con una riforma del sistema elettorale proporzionale con una legge forse ingiustamente definita “legge truffa”. Basta pensare ai più tardi tentativi di attribuire una maggioranza artificiale, a chi non l’avesse conquistata nelle urne, perseguita con le leggi n. 270/2005  e n. 52/2015, dichiarate incostituzionali nelle parti qualificanti dalle sentenze n. 1/2014 e 35/2017. 

L’aspetto preoccupante di quella legge era l’entità del premio di maggioranza, non che fosse attribuito ad una maggioranza assoluta consacrata dal voto popolare. Con il 65% dei seggi la coalizione maggioritaria aveva a portata di mano la possibilità di modificare la Costituzione con i due terzi dei voti delle Camere e quindi di sottrarla al referendum costituzionale previsto dall’art. 138 Cost.. Questo strumento che si è rivelato efficace usbergo, nel 2006 e il 4 dicembre 2016, ai tentativi di modificare la forma di governo parlamentare e il bicameralismo, sottraendo il Senato all’investitura di un’elezione universale e diretta (art.58) con voto eguale, libero e personale, oltre che segreto, come prescrive l’art. 48 Cost.. Una riforma, che era piuttosto una deforma costituzionale, che con la modificazione della composizione del parlamento in seduta comune nel caso dell’art. 90 Cost. e una legge elettorale maggioritaria, con un’impropria designazione di un candidato alla presidenza del Consiglio dei Ministri, avrebbe alterato l’equilibrio tra i poteri costituzionali posti al vertice della Repubblica, con la messa sotto tutela del suo Presidente.

La legge elettorale 31 marzo 1953 fu eccezionalmente promulgata, pubblicata e entrata in vigore lo stesso giorno, una fretta giustificata dalle elezioni del successivo 3 giugno 1953: una legge sulla quale la Corte Costituzionale non avrebbe potuto pronunciarsi poiché si è insediata il 15 dicembre 1955 e dopo aver eletto il suo primo Presidente, Enrico de Nicola, tenne la sua prima seduta il 23 aprile 1956, giorno a me particolarmente caro riportandomi all’adolescenza, annullando significativamente e simbolicamente un articolo il 113 di una legge fascista il T.U. delle leggi di p.s. approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773.

La sentenza n. 1 del 5 giugno 1956 ha avuto come relatore Gaetano Azzariti ed stata decisa dopo aver sentito gli avvocati di cui basta leggere alcuni  nomi per comprendere l’importanza  di quella sentenza: Costantino Mortati,  Massimo Severo Giannini, Vezio Crisafulli, Giuliano Vassalli,  e Piero Calamandrei, il cui discorso sulla Costituzione del 26 gennaio 1955 a Milano è stato decisivo per la mia formazione. L’importanza di quella sentenza sta anche per l’affermazione in dispositivo “Afferma la propria competenza a giudicare sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge anche se anteriori alla entrata in vigore della Costituzione”. La nascita della Corte Costituzionale e la sua prima decisione è stata  segnata dalla volontà di non lasciare zone franche, sottratte al controllo di costituzionalità. Per le leggi elettorali si è dovuto aspettare un’ordinanza del 17 maggio 2013 la n. 12060 della Prima Sezione Civile della Cassazione. Quest’ ordinanza, in un certo senso, ha avuto la stessa funzione dell’ordinanza del pretore di Prato, che per primo aveva sollevato la questione di costituzionalità dell’art. 113 del T.U. di P.S. con l’ ordinanza 27 dicembre 1955 e che era Antonino Caponnetto, al suo primo incarico di magistrato. 

La Corte Costituzionale è un organo indipendente dalla politica, ma non dal clima politico e culturale, in cui si trova ad operare e che per funzionare ha bisogno che una pluralità di attori sia sensibile ai valori costituzionali a cominciare dai gruppi parlamentari, dai partiti politici, dai docenti universitari, che formano giudici ed avvocati, da quest’ultimi nella loro professione per finire con l’opinione pubblica e il corpo elettorale. 

Come per la legge n. 148/1953  fu il popolo ad esprimersi nelle successive elezioni del 7 giugno, spetterà al corpo elettorale pronunciarsi politicamente sulla legge n. 165/2017, che ha sì abbandonato la strada dei premi espliciti di maggioranza, ma non la tentazione di prefigurare i risultati. Si impedisce una volta di più agli elettori di scegliersi i loro rappresentanti con liste bloccate( come se l’unica alternativa ai voti di preferenza fossero le liste bloccate ignorando il sistema elettorale svizzero o quello svedese), con il voto congiunto tra candidati uninominali e liste plurinominali, l’assenza di scorporo e i privilegi per i gruppi parlamentari uscenti rispetto a nuovi soggetti che possano competere per essere rappresentati in Parlamento. Vi è la violazione dei principi di una sentenza fondamentale come quella del 23 aprile 1986 della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, per i quali i gruppi di un parlamento uscente non si possono accordare privilegi a danno di soggetti politici non ancora rappresentati.

La zona franca delle leggi elettorali dipende anche dalla cattiva abitudine di adottare leggi elettorali nuove o con modificazioni importanti alla vigilia delle elezioni. Così è stato con la legge n. 148/1953 pubblicata il 31 marzo e con elezioni indette il 7 giugno successivo.  La legge n. 270 del 21 dicembre 2005 ha presieduto le elezioni del 9 e 10 aprile 2006  .  La stessa indifferenza ha prodotto l’approvazione  della legge di modifica della  legge 24 gennaio 1979, n. 18 con la legge 20 febbraio 2009, n. 10, frutto di un accordo PD-FI alla vigilia delle elezioni del 6 e 7 giugno di quell’anno. Le prossime elezioni per la XVIIIma Legislatura saranno rette da una legge entrata in vigore il 12 novembre 2017 e si svolgeranno, come da anticipazioni di stampa, nel mese di marzo e sicuramente prima del 18  per dar loro una parvenza di elezioni anticipate, per riammettere in termini sindaci che si erano dimenticati di dimettersi in tempo. 

L’Italia fa parte dalla sua fondazione del Consiglio d’Europa e ha contribuito all’adozione di un Codice di Buona Condotta in Materia Elettorale, che ha ormai quasi 15 anni di vita essendo stato adottato a Strasburgo il 23 maggio 2003, che raccomanda di non adottare cambiamenti importanti della legge elettorale nell’anno che precede le elezioni. Un Parlamento, che è stato eletto con una legge dichiarata incostituzionale dopo la sua elezione, manca evidentemente della sensibilità per i valori della democrazia, ma avrebbe dovuto evitare addirittura di abrogare di fatto una legge del 1990, la n. 53, che avrebbe consentito di raccogliere le firme fin dal 180° giorno precedente le elezioni per portarlo al 45° giorno antecedente al voto. Non c’è il tempo per portare al vaglio della Consulta la nuova legge elettorale e mi sia consentito di dire, che neppure sarebbe stato opportuno che una decisione intervenisse dopo lo scioglimento delle Camere. 

La Corte di Cassazione aveva fissato la discussione finale del ricorso per la riforma della decisione negativa della Corte d’Appello di Milano sul diritto di votare in conformità della Costituzione per il gennaio 2013 per rinviarla al 17 maggio 2013. Con le elezioni indette si deve pronunciare il corpo elettorale anche se il pronunciamento non sarà libero e il voto non eguale e personale. Finché il voto sarà segreto chi si confeziona leggi elettorali nel suo interesse è sempre stato smentito in sede di prima applicazione, così e avvenuto per il Mattarellum e il Porcellum. L’Italikum è stato, addirittura, espunto dall’ordinamento prima di essere applicato. 

Per la legge 165/2017 bisogna augurarsi un  destino analogo a quello della legge 148/1953.  La via politica e quella giudiziaria non sono alternative e men che meno si contrappongono, ma si integrano e si influenzano. La decisione di ricorrere alla giustizia ordinaria e costituzionale è di per se stessa una scelta politica, di fiducia nello stato di diritto, nella democrazia e nella Costituzione. Semmai c’è da denunciare una carenza di iniziativa legislativa anche della sinistra, quando era maggioranza almeno come proposta di riforma della procedura di controllo di costituzionalità. Non mi ricordo nessuna iniziativa per circoscrivere l’art. 66 Cost. alla fattispecie prevista dallo stesso articolo, ma estesa, grazie ad una magistratura compiacente alle operazioni elettorali preparatorie, che altrimenti non sarebbe stato legittimo approvare una norma di delegazione legislativa come l’art.44 c. 2 lett. d) della legge n. 69 del 2009, che assoggettava al controllo giurisdizionale le operazioni elettorali preparatorie per la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica. 

Per quella via sarebbero potute arrivare al controllo di costituzionalità, in tempi più rapidi, almeno le norme che incidono sulla stessa libertà di voto e di candidarsi in condizione di eguaglianza come prescritto dall’art. 51 Cost.. Tuttavia in un ottica di manutenzione e difesa attiva della Costituzione, la soluzione maestra  è quella di adottare soluzioni del tipo della Grundgesetz  della Germania Federale, dove è previsto un ricorso al Tribunale Costituzionale Federale contro le decisioni del Bundestag sulla convalida dei deputati e sui ricorsi contro la loro proclamazione. Le leggi elettorali sono inoltre collegate nella loro attuazione al sistema dei partiti, che da noi, nonostante l’art. 49 Cost., non sono mai stati oggetto di un’organica legislazione, che comprenda il controllo giurisdizionale delle decisioni in ordine alla candidature: una procedure trasparente e giustiziabile, assunta con largo anticipo rispetto al deposito delle liste, porrebbe fine alle discussioni su liste bloccate e preferenze.

In assenza d’istituti d’accesso diretto alla Corte Costituzionale in caso di lesione di diritti costituzionali fondamentali come il Verfassungbeschwerde nella RFT o il recurso de amparo constitucional spagnolo, almeno in materia di diritto di voto, il controllo in via incidentale non è uno strumento adatto per i suoi tempi. Bisognerebbe che la raccomandazione del Codice di Buon Comportamento in Materia Elettorale, per la quale “Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione” sia incorporata almeno nei Regolamenti parlamentari. Gli stessi Regolamenti dovrebbero essere espliciti, in conformità con l’art. 72c.4 Cost. nel divieto di approvarne articoli con il ricorso al voto di fiducia, sulla cui erronea applicazione nella Camera dei Deputati in occasione dell’approvazione finale della legge n. 52/2015 ha scritto con argomentazioni decisive il nostro presidente prof. Massimo Villone nel Manifesto del 16.4.2015 (http://ilmanifesto.it/lossimoro-della-fiducia-segreta/ ). Parlo del voto di fiducia su norme elettorali perché si è creato un precedente, del quale il Presidente del Senato, benché contrario, ha dovuto, per la sensibilità istituzionale che gli va riconosciuta, tener conto per non smentire l’altra Camera e non dare un’immagine schizofrenica del bicameralismo paritario consacrato dal corpo elettorale referendario con una partecipazione superiore a quella delle precedenti elezioni del 2014. 

La questione è stata sollevata nei 23 ricorsi presentati in altrettanti Tribunali delle città capoluogo di distretto di Corte d’Appello, di cui solo 5 hanno dato luogo ad ordinanze di rimessione alla Corte Costituzionale e nessuna di esse con un quesito ritenuto ammissibile sul punto, tanto che la Corte ha auspicato che le fosse rimesso, finora invano per insensibilità dei Tribunali aditi. Se le leggi elettorali sono costituzionalmente necessarie, esse devono essere necessariamente costituzionali, quindi l’accertamento del diritto di votare secondo Costituzione deve precedere le elezioni pena l’inefficacia della decisione, com’è avvenuto con la sentenza n. 1/2014 rispetto al Parlamento eletto nel 2013. 

In Germania il Plenum del Bundesverfassungsgericht ha fin dal 20 luglio 1954 (BVerfGE 4,27) statuito che i partiti politici possono far valere le loro ragioni in materia elettorale soltanto per la via dell’Organstreit, che corrisponde al nostro conflitto di attribuzioni, ma una tale decisione  può arrivare solo con modifica della legge n. 87/1953, anche se il collegamento tra partiti e legge elettorale è consacrato dall’art. 14 del dpr n. 361/1957 e tra liste presentate alle elezioni e gruppi parlamentari dai Regolamenti parlamentari, compreso quello assai recentemente approvato dal Senato della Repubblica, che senza incidere sul divieto di mandato imperativo, che va mantenuto, è di ostacolo alle transumanze.

Il conflitto di attribuzione è lo strumento più adatto, anche alla luce dell’ordinanza n. 225/2017 che ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzione n. 2/2017 e ammesso per la prima volta la possibilità di misure cautelari estendendo ai conflitti di attribuzione quanto previsto dagli artt 22, 35( come modificato dall’art. 9 c. 4 l. n. 131 del 2003) e 40 della legge n. 87/1953 per i giudizi di costituzionalità in via incidentale. A legislazione vigente la Corte Costituzionale potrebbe tenere conto che la nostra Costituzione è l’unica, tra quelle europee, nella quale la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle  forme e nei limiti della Costituzione (art. 1 c. 2 Cost.) e che come corpo elettorale elegge un Parlamento, i cui membri non rappresentano in primo luogo i loro elettori e/o i territori d’elezione, bensì la Nazione(art. 67 Cost.).

Al prossimo Parlamento spettano compiti importanti come il completamento della Corte Costituzionale, l’elezione dei membri laici del CSM e, se compie il quinquennio, l’elezione o la riconferma del Capo dello Stato nel 2022, oltre che contribuire alla riforma dei Trattati dell’Unione europea in vista delle elezioni per il Parlamento europeo del 2019. Una legge elettorale è stata approvata, che solleva dubbi e favorisce una diminuzione della partecipazione elettorale. Per evitare contraccolpi, che rendano ancora più fragili le nostre istituzioni, sarebbe opportuno che tutte le forze politiche amanti della Costituzione, siglino al loro interno e tra di loro un Patto per la Costituzione, per la sua difesa e attuazione che abbia come guida il secondo comma dell’articolo 3 Cost., per il quale “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” e come fonte di ispirazione le aspettative e le speranze, che hanno animato i cittadini e le cittadine, che hanno partecipato al referendum del 4 dicembre dello scorso anno.

SPECIALE 70 ANNI DELLA COSTITUZIONE

gennaio 15, 2018

“non serve una retorica rievocazione, ma la ripresa dei suoi valori e del suo progetto”

INDICE

I miei 70 anni con la Costituzione  La Valle

70  anni di Costituzione  Bossi

La Corte costituzionale  Besostri

Costituzione, siamo sempre a rischio  Villone

Le ‘riforme’ incostituzionali  Pace

La Costituzione e la speranza  Gallo

 

SALUTE E ALIMENTAZIONE

maggio 20, 2017

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…» (art.32 Cost.)

«…Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: …tutela della salute; alimentazione…» (art.117 Cost.)

Dibattito elettorale e valori della Costituzione

Il pericolo delle polveri ultrafini  Della Torre, Sala

La differenza tra mangiare e stare a tavola  Recalcati

Sobrietà: istruzioni per l’uso

Pane quotidiano un diritto di tutti  Bianchi

Cibo, fondamentale regolatore della salute

Il tempo e la salute  Corbellini

Le buone notizie che non piacciono al potere  Giorgi

Aiuta l’intestino con cibi crudi o liquidi  Rossi

Capacità di adattamento e di autogestione

Prevenire alla radice  Giorgi

Prendersi cura di sè  Sermoneta

Effetti benefici del digiuno limitato  Giorgi

Quei microbi che ci governano  Rosier

Sintesi di epidemiologia alimentare

Cibo: meglio all’antica?

Agricoltura biologica contro la fame  Holt Gimenez

Salute dell’uomo e salute del pianeta

Funzione strategica di cibo e foreste

Pancia e cervello  Bottaccioli

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016

marzo 24, 2017

ARTICOLI DI RANIERO LA VALLE

Indice con parole-chiave

Con Trump e la politica in pezzi teniamo ferma la garanzia della Costituzione  dubbio consentito,principio di precauzione,lutto opacizzato dalla guerra,fame angoscia fuga,esiti non voluti,apprendisti stregoni,basta un no

I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma  sovranità ai mercati,fiducia distrutta,premierato mascherato,centralismo statale,uno solo dichiara guerra,Senato dei popoli

Titolo 5° non costituzionale  globalizzazione e guerra,incompatibile col mercato,antipolitica,incostituzionalità sostanziale,ripristino della guerra,valori supremi

La vittoria come fine della politica e la società divisa tra vincitori e sconfitti   contrapposizione,vittoria al centro,divisione tra vincitori e vinti,nuova morale politica,vittoria rimanda al potere,vincere per dividere,governare per unire,vittoriocrazia

Lo stato sia tutto, le regioni niente e uno solo decida la guerra   riconciliazione nella giustizia,guerra mondiale a pezzi,guerra per procura,guerra tra grandi potenze,autonomia ripudiata,stato unico legislatore,senato sterilizzato,guerra per interessi,modello di difesa,momento delicato,capitalismo in armi

Spegnere la politica e non opporsi al potere   rinforzare la politica,età della misericordia,potere centralizzato,tormento sociale,si può cambiare,nostra responsabilità,ridurre i politici,guardare ai giovani,servizio civile,senato dei popoli

Superamento della democrazia parlamentare   cercare la verità,verità e potere,guerre per bugia,bicameralismo paritario,camera alta rovesciata,continuità del regno,sabotaggio delle autonomie,roulette russa del paese,senato depotenziato,processo di restaurazione,sovranità ai mercati,Islam come nemico

La verità del referendum   capitalismo aggressivo,schiavitù del mercato globale,verità nascoste,limitazione del potere,3 indizi di un giallo,guerra come delitto fondatore,Islam e sud come nemici,guerra istituzionalizzata

Cattolici-e-costituzione/   argomenti pietosi,parlamento unanime,utile seconda lettura,uccidere senza odio,libertà religiosa,fine della cristianità,laicità dello stato,forza sovversiva,pluralismo e proporzionalità

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COMUNICATO STAMPA

dicembre 5, 2016

Domenica 4 dicembre il popolo italiano ha fatto valere la propria sovranità: ha deciso, senza possibilità di fraintendimenti, di rigettare la riforma costituzionale Renzi-Boschi. Tale scelta, al di sopra di ogni colore politico, è la voce chiara e limpida della democrazia che la nostra Costituzione continuerà a garantire.

Il Comitato Meratese per la Difesa e l’Attuazione della Costituzione è stato molto attivo durante il periodo di campagna referendaria. Intende pertanto ringraziare sentitamente tutti coloro che hanno ascoltato e tutti quelli che hanno abbracciato le ragioni del NO, ragioni che con grande passione il Comitato ha portato sulle piazze e nei dibattiti a Merate e nei comuni limitrofi.

Non si può non considerare la fortissima valenza politica che si è voluto dare alla consultazione e il risultato non si può non guardare anche in questa ottica. Ne consegue che ci aspetta un periodo di cambiamenti importanti per cui il Comitato continuerà a mantenere alto il suo impegno nei confronti della Costituzione con attività a difesa e attuazione della stessa, tenendo sotto osservazione le dinamiche politiche che si prevede saranno molto vivaci.

“HA VINTO ANCORA UNA VOLTA LA COSTITUZIONE. E ORA SI PENSI AD ATTUARLA” (C. Smuraglia)

I VALORI SUPREMI DELLA COSTITUZIONE TRADITI DALLA RIFORMA

novembre 28, 2016

LE MODIFICHE ALLA SECONDA PARTE DELLA COSTITUZIONE VIOLANO 5 PRINCIPI FONDAMENTALI CONTENUTI NELLA PRIMA PARTE

di Raniero La Valle, intervento tenuto il 15 novembre 2016 a Vicenza; fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/11/i-valori-supremi-della-costituzione.html

La Corte Costituzionale ha affermato che ci sono dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione, che non possono essere sovvertiti o modificati nemmeno da leggi di revisione costituzionale. Questi principi supremi affermati soprattutto nella prima parte della Costituzione sono in gioco nella seconda, che ne dovrebbe garantire l’attuazione; ma proprio questi sono ora disattesi o traditi nella riforma sottoposta al voto popolare del 4 dicembre.

1) La sovranità popolare
Il primo principio, che sta scritto all’inizio della stessa Costituzione, è quello della sovranità popolare. Dice l’art. 1: “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Questo principio è il fondamento di tutta la Costituzione. In rapporto ad esso la Costituzione sta o cade. La statuizione di questo principio è frutto di secoli di lotte, è costata lacrime e sangue, ed è il punto di svolta della storia dai regimi assoluti a ordinamenti di libertà. Passare dalla condizione di sudditi a quella di sovrani, cambia infatti la vita, cambia il destino delle persone e dei popoli. Che la sovranità sia di uno solo, di un monarca o di tutti, è decisivo anche per l’alternativa suprema, che è quella tra la guerra e la pace. Quando, più di un secolo fa, nel settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia per prendersi la Libia, dando inizio a quel conflitto con l’Oriente e con l’Islam che dura ancor oggi, tutto avvenne in segreto e come se niente fosse, col Re che era in vacanza a San Rossore, Giolitti che se ne stava a Dronero e il Parlamento che era chiuso per ferie. Nel 1944 quando nel radiomessaggio del sesto Natale di guerra Pio XII fece la storica scelta a favore della democrazia disse che forse, se avessero avuto la democrazia, i popoli avrebbero potuto impedire la guerra. Nel 1969 un popolo di sovrani in America e nel mondo diede vita a un grandioso movimento pacifista che poi costrinse gli Stati Uniti a ritirarsi dal Vietnam e a porre fine a quella guerra. Ciò mostra l’importanza del principio della sovranità popolare.
Violato. Ora questo principio supremo è violato nella proposta di Costituzione sottoposta a referendum in molteplici modi. Prima di tutto il Senato, che continuerà ad avere vastissime competenze legislative e politiche, non sarà più eletto dal popolo; esso sarà designato, checché dica il documento firmato da Cuperlo, da 904 consiglieri regionali, cioè da politici appartenenti alla nomenclatura e ai partiti che comandano nelle Regioni. In secondo luogo la sovranità popolare è violata dalla elevatissima distorsione del rapporto di proporzionalità tra i voti espressi dal popolo e i seggi attribuiti, a causa della legge elettorale maggioritaria oggi vigente che trasforma in modo ineguale i voti in seggi; si dice che sarà cambiata ma intanto la riforma si vota con quella. Il principio della sovranità popolare è violato inoltre dalla dissuasione dalla partecipazione politica (un manifesto del PD prometteva, in cambio del Sì al referendum, la diminuzione dei “politici”). E poi c’è il fatto che una volta eletto il primo ministro con tutti i suoi deputati, per il popolo sovrano non ci sarà più niente da fare per cinque anni, essendo artificialmente assicurato un governo di legislatura, e dunque i cittadini perdono di cinque anni in cinque anni il diritto sancito dall’art. 49 della Costituzione di concorrere a determinare la politica nazionale. Inoltre è violato il principio che la sovranità popolare si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, perché tra queste forme e questi limiti la Costituzione prevede che il popolo non elegga direttamente il presidente del Consiglio, ma che questo sia nominato dal presidente della Repubblica; invece secondo la legge elettorale connessa alla riforma costituzionale “il capo della forza politica” che vince le elezioni e ottiene il premio di governabilità è automaticamente, la sera stessa, acclamato come presidente del Consiglio, anche se il presidente della Repubblica che secondo la Costituzione lo dovrebbe nominare, sta dormendo. Ma la lesione più grave del principio di sovranità consiste nel portare a compimento quel passaggio della sovranità dal popolo ai mercati che da tempo ci chiedono la Trilaterale, Gelli, la banca Morgan, l’Europa, gli ambasciatori americani: una riforma che appunto, come oggi si dice, era attesa da trent’anni e che neanche Berlusconi era riuscito a realizzare. Ma questo transito della sovranità dagli uomini ai mercati, è precisamente ciò che depreca il papa quando denuncia la bancarotta di una società in cui il denaro governa invece di servire e in cui vengono salvate le banche ma non le persone.

2) Il lavoro come fondamento della Repubblica
Il secondo principio supremo, che figura nello stesso incipit della Costituzione, è il principio lavorista, perché’ l’Italia è concepita come una Repubblica fondata sul lavoro. È un principio straordinario che attua il rovesciamento cristiano del servo in signore. Il lavoro che era la schiavitù addossata al servo, è ora riconosciuto come la dignità stessa dell’uomo. Questo principio, insieme con l’art. 4 che riconosce il diritto al lavoro e prescrive alla Repubblica, cioè alla politica, di renderlo effettivo, fa sì che siano costituzionalmente obbligatorie politiche di piena occupazione. La piena occupazione non è un’opzione facoltativa, una variabile dipendente dalle scelte ideologiche dei governanti, è un obbligo costituzionale, è ciò che la Repubblica, secondo la Costituzione, non può non fare. Ma questo è impedito dall’art. 117 della nuova Costituzione che ribadisce in modo ancora più stringente il vincolo già previsto nel testo oggi vigente, stabilendo che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto “dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea” (prima si parlava con minore precisione di “comunità europea”). Ma l’ordinamento dell’Unione Europea è un ordinamento che trasforma in regime la scelta economica neo-liberista e l’ideologia della sovranità dei mercati. Esso tutela la competizione e la concorrenza in quello che chiama il “mercato interno”, che sarebbe poi la stessa Europa, e all’art. 107 proibisce gli aiuti concessi dagli Stati o il trasferimento di risorse statali alle imprese, cioè proibisce l’intervento dello Stato nell’economia, sotto pena di una condanna da parte della Commissione europea o di un giudizio davanti alla Corte di giustizia europea.
Caduta finale.  Ciò vuol dire, tra le altre cose, che politiche di piena occupazione, che sarebbero costituzionalmente dovute, sono costituzionalmente proibite da questa seconda parte della Carta che vincola la legislazione ai diktat europei. E proprio qui c’è il punto di caduta finale della nuova Costituzione. Essa modifica la forma di Stato, perché svuota il sistema delle autonomie restaurando il centralismo statale; modifica la forma di governo perché trasforma il governo parlamentare in potere monocratico elettivo di legislatura, come quello dei sindaci, e perciò in un premierato mascherato; modifica i compiti e i fini della Repubblica, perché come dice la relazione che accompagnava il disegno di legge di riforma Renzi-Boschi, l’obiettivo è di adeguare la Repubblica “alle nuove esigenze della governance europea e alle relative stringenti regole di bilancio”; e queste tre modifiche della forma di Stato, della forma di governo e dei fini della Repubblica nel loro insieme portano a compimento il lungo processo, cominciato già qualche decennio fa, di trasferimento della sovranità dal popolo ai mercati.

3) Una democrazia parlamentare
Il terzo principio fondamentale che è tradito dalla riforma è quello per il quale la nostra non è una democrazia dell’investitura, ma è una democrazia parlamentare. Nella democrazia parlamentare l’architrave di tutto il sistema è l’istituto della fiducia, perché è grazie alla fiducia del Parlamento che il governo può sorgere, ed è a causa della perdita della fiducia che un governo può cadere, come è giusto che sia se un governo, a giudizio della maggioranza parlamentare, invece del bene comune produce un male comune. Ma la riforma attacca e sostanzialmente distrugge l’istituto della fiducia che non sarà più la fiducia del Parlamento, perché a metà del Parlamento, che resta bicamerale, cioè al Senato, questo potere viene tolto; e quanto alla fiducia che resterà nel potere della sola Camera, essa non sarà più una fiducia parlamentare, ma un atto interno di partito, perché un solo partito, il cui segretario o il cui capo sarà il presidente del Consiglio, grazie alla legge elettorale disporrà di 340 voti alla Camera, sicché la fiducia sarà non il frutto di una valutazione politica, ma una atto dovuto per disciplina di partito. Per cui ci sarà, almeno formalmente, una democrazia, ci sarà un Parlamento, ma non ci sarà più una democrazia parlamentare.

4) Il ripudio della guerra
Il quarto principio supremo tradito dalla riforma è il principio pacifista, per il quale l’Italia ripudia la guerra, ogni guerra che non sia quella corrispondente al “sacro dovere” della difesa della Patria, inteso come popolo e territorio. Tale principio avrebbe dovuto semmai avere maggior tutela, dopo che il Nuovo Modello di Difesa varato nel 1991, ha spostato i confini fino ai pozzi di petrolio, alle dighe e ai popoli del Medio Oriente e la patria è stata identificata con gli interessi economici dell’Occidente da difendere anche militarmente in tutto il mondo globalizzato. Invece la riforma rende più facile e mette in mano ad una sola persona la scelta della deliberazione di guerra, dalla quale il Senato, cioè mezzo Parlamento, è proprio quello che secondo i riformatori dovrebbe più direttamente rappresentare le popolazioni locali, è tagliato fuori; la semplificazione che dà più estesi e più facili poteri al presidente del Consiglio funzionerà anche per la decisione sull’impiego delle Forze Armate e sulla guerra, e la sovranità popolare sarà completamente esclusa dalla decisione sulla pace e sulla guerra.

5) Il principio internazionalista
Il quinto principio supremo abbandonato nella riforma è il principio internazionalista, perché in tutte le nuove norme che riguardano la formazione e l’attuazione delle prescrizioni dell’Unione Europea non c’è il minimo accenno ad una intenzione riformatrice degli stessi Trattati Europei per guardare al di là dell’Europa ai fini della costruzione di un ordine di pace e di giustizia fra le Nazioni. Inoltre non c’è il minimo accenno a una riforma del diritto di asilo e a un’accoglienza degli stranieri e dei migranti secondo le nuove dimensioni del fenomeno che secondo alcune stime arriverà a coinvolgere 250 milioni di profughi, di fuggiaschi, di rifugiati nell’anno 2050. Né c’è il minimo accenno all’ultima discriminazione che una Costituzione democratica dovrebbe abolire: la discriminazione della cittadinanza, la quale limita i diritti fondamentali e l’esercizio dei diritti politici e sociali ai soli cittadini, con l’esclusione degli stranieri. Una vera riforma del Senato sarebbe una riforma che non ne facesse l’ultima trincea dei vecchi localismi, ma ne facesse un Senato dei popoli, dove sedessero i rappresentanti non solo dei cittadini, ma delle persone di tutte le nazioni, le lingue e le culture che abitano in Italia e dormono sotto il suo cielo.

IL VERO QUESITO: APPROVATE UNA REVISIONE DELLA II PARTE DELLA COSTITUZIONE CHE LA RENDE NON COSTITUZIONALE?

novembre 28, 2016

IN RITARDO DI 30 ANNI LA RIFORMA CONTRADDICE 5 PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE VIGENTE E IGNORA I NUOVI PROBLEMI: GUERRA, PROFUGHI, STRANIERI

di Raniero La Valle  Sesto discorso su “La verità del referendum” tenuto il 12 novembre a Modena. Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/11/il-vero-quesito-approvate-una-revisione.html

Globalizzazione e guerra.  È abbastanza paradossale che mentre si scatena il ciclone della vittoria di Trump e tutto si muove, noi dobbiamo discutere di un falso referendum, fatto di piccole vendette contro la casta dei politici, di un CNEL che non è mai esistito e a cui togliamo la targhetta dalla porta, di un bicameralismo che non è affatto superato, e di 90 centesimi di risparmio a testa per ogni italiano come compenso per lo sconquasso del Senato e l’uscita dalla democrazia parlamentare. Ciò si deve al fatto che mentre parlava di alta velocità, Renzi mandava la politica italiana su un binario morto. Ma noi sappiamo che il vero referendum è un altro, è quello che decide la transizione da un regime politico ed economico a un altro, da un’idea di Repubblica a un’altra; è per questo che ci tengono tanto, addirittura da spedire quattro milioni di lettere ad altrettanti italiani che stanno all’estero, e che magari in Italia non ci sono mai stati. Ma dopo Trump è chiaro che invece dobbiamo uscire dal binario morto, salvare la Costituzione e riaprire la partita del futuro. La vittoria di Trump è il segno di un duplice fallimento. È fallita la globalizzazione, la quale pretendeva di realizzare il mito del liberalismo classico: nel libero mercato l’eterna pace. Non è successo: il libero mercato ha ripristinato la schiavitù del lavoro, e la guerra è dappertutto.

Poi è fallita la risposta alla caduta del Muro:  doveva nascere un mondo senza muri, dove non solo i capitali ma popoli e lavoratori potessero incontrarsi e liberamente muoversi da un luogo all’altro, e abbiamo invece fili spinati e barriere dappertutto, in Palestina, in Messico, in Ungheria, a Calais, a Ventimiglia per non parlare del fossato del cimitero mediterraneo; e i popoli si chiudono a riccio, uno contro l’altro, e come dice il papa i poveri dei Paesi ricchi temono l’accoglienza dei poveri che vengono dai Paesi poveri. In questa crisi profonda gli elettorati reagiscono in modo angoscioso e votano contro i poteri stabiliti. Perché le classi dirigenti al potere, perché gli “establishment” sono sconfitti? Perché non hanno semplicemente subito questa crisi, l’hanno creata. La scelta della globalizzazione, dopo la rimozione del muro di Berlino, è stata la scelta fatta dai vincitori della guerra fredda di estendere il capitalismo in tutto il mondo, cambiandogli il nome. Capitalismo era un nome ideologico, inevitabile finché un socialismo gli si contrapponeva. Si chiamava capitalismo perché Marx aveva messo a tema teoria e prassi del “capitale”. Venuto meno il socialismo, non c’era bisogno di chiamarlo capitalismo, bastava un nome che lo mostrasse innocuo, che lo facesse coincidere con la realtà stessa, con il “globo”, col mondo (i francesi la chiamano “mondialisation”), che lo facesse diventare un fatto di natura, buono per tutti i luoghi e tutti i tempi. Anche in Europa non si è chiamato più capitalismo, si è chiamato semplicemente Europa (“ce lo chiede l’Europa”, si dice); ma quelli che hanno firmato Maastricht, che hanno firmato Lisbona, che hanno firmato il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, sapevano benissimo – ma non ce l’hanno detto – che firmavano la trasformazione del capitalismo da ideologia a regime, da dottrina economica a Costituzione politica: la concorrenza, la competizione, il mercato, il profitto diventavano la Costituzione europea.

Continuità o sovvertimento.  È per questo che ora vogliono cambiare la Costituzione italiana: perché le due Costituzioni non sono compatibili. Questa constatazione diventa tanto più drammatica di fronte a eventi come la vittoria di Trump. Essa dimostra che cosa succede quando a governare sono le banche e il denaro. Gli effetti sono devastanti, la gente ne dà la responsabilità alla politica e cerca un’altra offerta politica; e se questa non c’è o non è all’altezza del dramma, la scelta diventa quella dell’antipolitica, e possono avere libero corso pulsioni populiste, identitarie, difensive nei confronti degli altri, degli stranieri, nazionaliste e razziste. Ora vediamo come il blocco di potere che sostiene, con Renzi, il Sì al referendum tenta di giocare la carta Trump per accreditare la continuità del potere esistente come unica difesa rispetto al rischio di un sovvertimento. E insiste nel dire che ormai non conterebbe più, “svapora” il “merito” del quesito referendario, di fronte all’unica domanda che conta, che è quella del potere. La lezione di quanto è avvenuto è invece esattamente l’opposto. E’ proprio se arriva un’incognita come quella rappresentata da Trump, che è necessario che resti ben ferma la Costituzione che c’è, perché non si annulli la differenza esistente tra ciò che miseramente accade, e ciò che invece dovrebbe accadere, tra l’essere e il dover essere, tra il fatto e il diritto, tra la società che c’è e quella che secondo la Costituzione si dovrebbe costruire.

Più potere al potere.  Si dice che in ogni caso sarebbe meglio cambiare perché è da trent’anni che si attende un cambiamento che non arriva. Questo vuol dire che il cambiamento che si vuole introdurre è precisamente quello di trent’anni fa. Il problema era allora quello posto da Gelli, da Craxi: il grande bene da conseguire era che avesse più potere il potere. C’erano troppi diritti, troppi movimenti, troppa partecipazione politica, troppa democrazia in fabbrica, troppi sindacati, troppi nuovi diritti riconosciuti alle persone, alle famiglie. C’era stato il Concilio, che aveva messo in movimento la Chiesa, a Parma si occupava la cattedrale, e c’era stato il ’68 che aveva portato la rivoluzione della vita quotidiana. Il potere si sentiva in difficoltà e dunque ci voleva più potere per arginare le spinte verso una società diversa. Ma non è vero che la riforma non c’è stata. C’è stata, ma di segno opposto: il sequestro e l’uccisione di Moro, il periodo della repressione, l’installazione dei missili a Comiso, l’ubriacatura craxiana, e poi Cossiga che con un messaggio alle Camere dichiara la Costituzione superata dopo il crollo del Muro, e infine il ripristino della guerra con l’esaltazione della guerra del Golfo e addirittura l’intervento in essa. Ma oggi? La politica è distrutta, i partiti non ci sono più, i sindacati sono indeboliti, la Fiat se n’è andata in America, il miracolo economico è stato sacrificato al mito della globalizzazione. Di che cos’altro ha bisogno il potere? Che cosa ancora vogliono da noi i sacerdoti del “mercato interno” (europeo) di Bruxelles, la banca Morgan, la Commissione Trilaterale, il Wall Street Journal americano, l’Economist inglese? Quali altri sacrifici ed olocausti sull’altare della privatizzazione, dell’austerità, del pareggio di bilancio, della sottomissione alle prerogative sacrali dell’euro? Una riforma che arriva trent’anni dopo è una riforma vecchia, che appunto ci riporta al passato, non affronta i nuovi problemi, la guerra, la pace, i profughi, lo straniero.

Costituzione incostituzionale?  Il problema è però se la nuova Costituzione italiana, resa conforme ai principi dottrinali ed economici della costituzione europea, è ancora una Costituzione costituzionale; è il problema della legittimità costituzionale della nuova Costituzione. Non alludo qui al problema già rilevante della contestabile legittimità di una Costituzione modificata da un Parlamento eletto con legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Parlo di una incostituzionalità sostanziale: il vero problema, l’ultima verità del referendum è che esso propone al nostro voto una Costituzione non costituzionale. Non si tratta di un gioco di parole. Qualcuno dirà che una Costituzione incostituzionale è impossibile per definizione: un ossimoro. Per di più la ministra Boschi e tutti i fautori del Sì dicono che non è in causa la Costituzione come tale perché la riforma riguarda solo la seconda parte e non lambisce nemmeno i principi fondamentali e i valori che sono enunciati nella prima. Però non è affatto detto che sia così, perché resta una verifica da fare. Secondo una sentenza della Corte Costituzionale del 15-29 dicembre 1988, neppure le leggi di revisione costituzionale o altre leggi costituzionali possono sovvertire o modificare nel loro contenuto essenziale alcuni principi supremi contenuti nella Costituzione italiana. E non soltanto i principi che la stessa Costituzione dichiara indisponibili, come quello della forma repubblicana dello Stato, ma anche “i principi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana”. Questi principi non possono essere disattesi.

Valori supremi.  Questa affermazione della Corte aveva tanta più autorità, perché espressa in una sentenza in cui essa sottoponeva a un giudizio di costituzionalità, per una norma sulle immunità, lo stesso Statuto del Trentino-Alto Adige, che è un sistema normativo di rango costituzionale. Anche quello, dicevano i giudici della Consulta, era soggetto al vaglio di costituzionalità. Pertanto, nella misura in cui questi principi supremi sono enunciati nella prima parte della Costituzione, il loro sovvertimento o abbandono nella seconda parte comporta un contrasto tra la prima e la seconda parte della Carta, e quindi produce una Costituzione incostituzionale. Quali sono questi principi supremi su cui dobbiamo fare la verifica della riforma proposta? Sono almeno cinque: il principio della sovranità popolare, il principio lavorista, il principio della democrazia parlamentare, il principio pacifista, il principio internazionalista. Tutti e cinque questi valori supremi sono di fatto traditi dalla riforma della Costituzione che ci viene proposta. E’ su questo che gli italiani devono meditare e su cui noi stessi dovremo riflettere.

Volantino del Comitato

novembre 13, 2016