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L’UMANITÀ SUL TITANIC DELLA STUPIDITÀ

giugno 16, 2017

L’AFRICA COME OGGETTO DELLA MIOPE DEPREDAZIONE OCCIDENTALE E LE MENZOGNE POPULISTE

dalla relazione di Giulio Albanese dal titolo: “Sud del mondo e nuove colonizzazioni” tenuta al Corso di formazione alla politica dei Circoli Dossetti il 16 aprile 2016, fonte: http://www.circolidossetti.it/giulio-albanese-centro-bene-comune-tempo-crisi/#albanese

La stupidità umana è stata definita dallo storico dell’economia Carlo Cipolla come il comportamento di chi provoca danni ad altri, senza trarne alcun beneficio per sé o addirittura subendone perdite. All’opposto è definito intelligente il comportamento che provoca vantaggi sia agli altri che a sé stessi. Incrociando queste due alternative si hanno altri due casi intermedi: il comportamento predatorio, di chi provoca danni ad altri per trarne vantaggi, e quello sprovveduto di chi danneggia sé stesso avvantaggiando gli altri. Una conseguenza della stupidità è il non saper cogliere la differenza tra complesso e complicato: quest’ultimo termine implica una logica, che consente di dipanare la matassa; invece nella complessità – connotazione più significativa della società moderna – manca una logica o ne coesistono diverse. Di fronte alla complessità pertanto occorre pazienza, umiltà e intelligenza per cogliere come evolverà, evitando le semplificazioni banalizzanti. La stupidità umana, annota Cipolla, è molto più diffusa di quanto non si pensi, per diverse ragioni: per ignoranza innanzitutto, ma anche perché gli stupidi sono portati più degli altri ad imitarsi ed aggregarsi. Invece gli intelligenti si dividono subito tra guelfi e ghibellini, essendo spesso affetti da autoreferenzialità. Così la stupidità, conclude Cipolla, rappresenta il pericolo di gran lunga maggiore per l’umanità, superiore anche a quello della predazione, delle mafie, delle guerre ecc. In un periodo di dilagante populismo, non è chi non veda l’interesse dell’intuizione di questo studioso italo-americano, che ci ha lasciato nel 2000.

Il fenomeno migratorio è forse quello che più si attaglia alla stupidità populista: guardiamo il dito invece della luna. Le migrazioni sono sempre avvenute, nella storia e nella preistoria, forse anche per la naturale tendenza dell’uomo a scoprire qualcosa di nuovo. Ma le grandi migrazioni storiche, come la calata dei barbari ai tempi dei Romani, sono preciso indicatore di un malessere in patria: siccità, fame, guerre, sfruttamenti… L’incapacità delle classi dirigenti romane a comprendere queste motivazioni reali fu la vera causa del fallimento romano. Forse quella situazione si sta ripetendo oggi da noi, col flusso dall’Africa, tanto sbandierato come pericolo dai populisti, senza voler vedere cosa avviene in realtà, cosa c’è dietro l’apparenza, né i vantaggi che potremmo trarne.

Speculazione. Chi ha avuto occasione di viaggiare in Africa (ad es. in Etiopia) ha potuto imbattersi in campi sterminati biondeggianti di grano, orzo ecc. Contemporaneamente il governo annunciava il pericolo di carestia. Come mai? Semplice. Il cereale viene raccolto, ceduto alle multinazionali dell’agrobusiness a cifre irrisorie, al ribasso, per consentire agli Stati di pagare gli interessi del debito. Il raccolto viene così sottratto al mercato e conservato in enormi silos, a ciascuno dei quali è associato un future, cioè un titolo finanziario, che comporta la vendita futura ad un prezzo prefissato. Il titolo poi è soggetto a contrattazione, nella borsa di Cicago o altre, e varrà tanto più quanto più è alta la domanda (cioè la fame). Ecco, c’è la tendenza a sottrarre derrate alimentari e far crescere la fame nella popolazione per lucrare maggiori guadagni speculativi: un comportamento a dir poco criminale da parte delle multinazionali dell’agrobusiness.

Il coltan è un altro caso esemplare di sfruttamento occidentale, specie in Sierra Leone e in Congo. Il coltan o rutilio è una lega naturale di columbio e tantalio: si tratta di metalli con qualità eccezionali di superconduzione, di resistenza alle variazioni di temperatura ecc. che li rendono indispensabili nelle moderne tecnologie aerospaziali, microprocessori, computer, smartphone, orologi e persino nella tecnologia militare (in sostituzione dell’uranio impoverito data la capacità di penetrazione). Sulla spinta della forte richiesta, il loro prezzo è arrivato a superare persino quello del platino. La raccolta del minerale è effettuata da giovani africani che grattano il terreno tutto il giorno per ricevere la sera la paga di ben ottanta centesimi di euro al giorno!

La logica predatoria dell’occidente in Africa può essere scoperta in mille altre situazioni. È emblematica quella della Repubblica Centrafricana. È un paese ricco di tante materie prime, petrolio, uranio, diamanti, oro. Ha una superficie due volte la Francia con una popolazione di soli 4 milioni e mezzo di abitanti. Se i centrafricani potessero godere della ricchezza del loro paese sarebbero più ricchi degli abitanti del Canton Ticino e invece sono un fanalino di coda a livello mondiale. Come per molti altri paesi africani i presidenti non sono espressione degli interessi del popolo, ma di interessi delle potenze occidentali. La prassi è la corruzione dei presidenti, che consentono l’accesso alle risorse del paese africano. Alcuni anni fa il presidente centrafricano Bozizé, dopo aver cercato invano di ottenere maggiori royalties da Sarkozy prima e da Hollande poi, accettò la ben più vantaggiosa offerta della Cina. Il giorno prima della firma dell’accordo è scoppiata la ribellione dei Seleka, che lo ha deposto. Si sono demonizzati i Seleka come jihadisti, criminali; ma non è stato detto che al loro interno vi erano mercenari francesi della legione straniera. Analogamente è inutile che Hollande piangesse le vittime di Charlie Hebdo o del venerdì nero del Bataclan, perchè il suo governo con quei criminali ci andava a braccetto (dieci giorni prima degli attentati di Parigi è andato a Riad a firmare accordi con le petro-monarchie).

La massoneria è un ulteriore fattore di complessità e di confusione. Ad essa aderiscono quasi tutti i presidenti dei paesi africani, così come quelli francesi e di altri paesi. Mentre fino a ieri c’erano in Africa logge massoniche di obbedienza occidentale, quindi legate alle logge francesi, inglesi, americane, oggi stanno nascendo le logge autoctone che sono deiste (anche islamiche), quindi non più esoteriche; interloquiscono con cinesi, wahabiti e salafiti.

In definitiva, abbiamo dato qualche flash sul malessere africano che genera le tanto deprecate migrazioni: sono essenzialmente dovute alla predazione occidentale, altro che “aiutiamoli a casa loro”: dobbiamo semplicemente derubarli meno! Ma se è vero quello che sostiene Cipolla, questa depredazione non è il massimo del danno: quello maggiore deriva dalla stupidità di chi fa male contemporaneamente a sé stesso e agli altri. Un esempio macroscopico potrebbe essere la guerra: forse un tempo il bottino poteva in parte compensare le perdite, ma pensarlo valido ancora oggi è solo di menti malate. Altri esempi recenti potrebbero essere la Brexit o l’elezione di Trump, entrambe determinate da spinte irrazionali e demagogiche. Bisogna specificare che l’intuizione di Cipolla non comporta alcun giudizio morale, ma è soltanto una costatazione di fatto: chi ha votato per la Brexit o per Trump può avere tutte le ragioni soggettive di questo mondo, ma il giudizio obbiettivo dei posteri difficilmente potrà valutare positivamente quelle scelte. Da questo punto di vista forse Cipolla ha davvero ragione: il massimo del danno deriva dalla stupidità. Resta a ciascuno di noi il compito di cercare di ridurre la stupidità umana. Da parte nostra, di operatori della comunicazione, cerchiamo di seguire la “regola della minigonna”: abbastanza corta da suscitare interesse, abbastanza lunga da coprire l’essenziale, con uno spacco che evoca ulteriori approfondimenti e non erudita ma, soprattutto, aderente alla vita. Buona comunicazione a tutti!

VERSO UNA NUOVA CULTURA DEL LAVORO?

giugno 16, 2017

PRIMA ANCORA CHE UN DIRITTO IL LAVORO È UN BISOGNO, INDISPENSABILE NELLA FORMAZIONE DELLA PERSONA. LO STATO NON DEVE EROGARE UMILIANTI SUSSIDI, MA PREDISPORRE ATTIVITÀ VOLTE ANZITUTTO ALL’APPRENDIMENTO

Spunti dal saggio di Stefano Zamagni: Libertà del lavoro e giustizia del lavoro, Quaderni di economia del lavoro n. 105, 2016, Franco Angeli, pp.59-79

Il male radicale risiede nella volontà perversa di rendere gli uomini superflui” (Hannah Arendt)

Parlando di lavoro è bene aver presenti alcune grandi tendenze in atto:

1) Dalla produzione alla finanza. Da tempo ormai, da quando si è introdotto il taylorismo e la produzione in serie, il baricentro dell’economia si è spostato dalla produzione al consumo: diventa necessario vendere, convincere all’acquisto i consumatori – che si rivelano così più significativi degli stessi produttori. Nell’azienda diventa più importante chi sa fare pubblicità e vendere rispetto a chi sa produrre bene. Oggi questa tendenza si è ulteriormente spostata verso la finanza, che, specie con la speculazione, consente ad alcuni guadagni strepitosi senza lavorare. La finanza speculativa sarebbe diventata, secondo alcuni, il primum movens della creazione di ricchezza: un’opinione davvero strana, se si pensa che nella speculazione quanto guadagnato da qualcuno è perso da qualcun altro. Così il lavoro è andato sempre più appannandosi nella nostra cultura, si sono dimenticati i valori che rivestiva in tempi precedenti e il significato profondo che assume nella vita delle persone. Qualità e natura del lavoro erano state a lungo approfondite, anche perché per secoli l’umanità si era attenuta all’idea che il lavoro fosse all’origine della creazione di ogni ricchezza, e così pure i primi economisti (come Adam Smith nella sua opera fondamentale: La ricchezza delle nazioni).

2) Dal lavoro come posto al lavoro come opera. A partire dalla rivoluzione commerciale del 11° secolo si afferma gradualmente l’idea del lavoro artigianale, che realizza l’unità tra attività e conoscenza, tra processo produttivo e mestiere – termine quest’ultimo che rinvia a maestria. Con l’avvento della rivoluzione industriale prima e il fordismo-taylorismo poi, invece del mestiere avanza l’idea di mansione (insieme di attività parcellizzate), che a sua volta allude al posto di lavoro: dove si svolgono queste mansioni. È ben noto però che ne sono derivate diverse forme di sfruttamento e alienazione, che ponevano l’esigenza di liberarsi da questo tipo di lavoro – il tempo libero, appunto, è quello liberato dal lavoro (peraltro oggi una piccola frazione, circa 1/3, del tempo totale). In ogni caso, i posti di lavoro oggi vanno drammaticamente diminuendo a favore di altre forme di collaborazione (e spesso di sfruttamento). Quelli che un tempo erano contratti atipici rischiano di diventare tipici.

3) Dalla libertà nel lavoro alla libertà del lavoro. Quest’ultima può essere definita come la libertà di scegliere quelle attività che sono in grado di arricchire la mente e il cuore di chi le svolge. Seguendo pertanto gusti e attitudini personali. Si tratta in sostanza di una domanda di qualità della vita, che non va ricercata dopo il lavoro, come avveniva in precedenza, ma nel lavoro, perché l‘essere umano incontra la sua umanità mentre lavora. Di qui l’urgenza di cominciare ad elaborare un concetto di lavoro che per un verso vada oltre l’ipertrofia lavorativa tipica dei tempi nostri (il lavoro che riempie un vuoto antropologico crescente) e per l’altro verso valga a declinare l’idea di libertà del lavoro. In molti casi questo potrebbe essere considerato come un obiettivo utopico, ma vedremo che non è impossibile renderlo raggiungibile, anche perché dipende in parte dalle nostre scelte di consumatori.

4) Dai beni economici ai beni relazionali. La teoria economica ha quasi totalmente ignorato i beni relazionali, quelli cioè che discendono dai rapporti interpersonali e riguardano una domanda di attenzione, di cura, di servizio, di partecipazione. Sono la fonte principale della felicità umana (famiglia, amici…), mentre l’economia ha concentrato l’attenzione sul possesso o la disponibilità dei beni di mercato e sulla loro “utilità”. Di recente è stata riscoperta l’importanza della relazionalità anche nell’economia, ad es. nella capacità di fare squadra, nella possibilità di evitare certe situazioni distruttrici di ricchezza, come le formazioni monopolistiche derivanti dalla competizione posizionale: si verifica questo caso quando – anche per motivi extra-economici, come il prestigio – si considera il competitore un nemico da eliminare (atteggiamenti aggressivi tipo mors tua vita mea, ovvero homo homini lupus). Meglio sarebbe la convivenza pacifica, dalla quale possono anche derivare stimoli reciproci al miglioramento. L’antidoto alla posizionalità è appunto la relazionalità. Ha anche un ruolo fondamentale nell’educazione. Non potrà mai essere affidato a una macchina lo sviluppo della relazionalità. Inoltre è un bene che, come altri beni immateriali, con l’uso si accresce (mentre quelli di mercato si esauriscono).

Beni comuni. Qui si aprono prospettive ampie e inaspettate: si può intravvedere la possibilità di uscire dalla tradizionale economia della scarsità (il prezzo ne è l’indicatore) per passare a una inedita economia dell’abbondanza. Non però di beni economici e materiali (emblematico è il cibo, che a livello di quantità e qualità oggi raggiunto è diventato la causa prima delle nostre malattie “del benessere”) ma abbondanza di beni relazionali e di beni comuni. Questi ultimi sono i beni che appartengono a una collettività, in contrapposizione ai beni privati, che appartengono ai singoli. Sono diventati importanti specie in relazione a recenti preoccupazioni, come riscaldamento globale, perdita di biodiversità, degrado di ecosistemi unici, tutti beni comuni che appartengono all’intera umanità. Ma sono assai significativi anche quelli che appartengono a una comunità più ristretta, come l’equilibrio idrogeologico delle nostre montagne, il valore estetico e culturale dei borghi appenninici distrutti dal recente terremoto, ecc. Se noi consumatori attribuissimo più valore ai beni comuni e a quelli relazionali, si aprirebbero anche grandi possibilità di lavoro e crescita umana.

Il lavoro è un bisogno insopprimibile della persona. Sessant’anni fa, ai tempi della grande crisi, Keynes giudicava la disoccupazione di massa in una società ricca una vergognosa assurdità, che è possibile eliminare. Oggi la ricchezza materiale è cresciuta assai ed è ancor più vergognoso che non ci si preoccupi di chi non lavora, in attesa forse di una improbabile “magia” (o ideologia) del mercato. La disoccupazione è uno spreco umano prima che economico. È anche il terreno su cui attecchisce la mala pianta della corruzione e delle mafie. Quello che più spaventa è il livello raggiunto nel nostro paese dai NEET (not in education, employment or training) cioè di coloro che non trovando lavoro, non studiano né lo cercano, preparandosi: hanno perso ogni fiducia nel futuro. Nella media italiana la loro quota sui giovani (15-29 anni) è poco superiore a un quarto, ma nel Mezzogiorno supera nettamente la metà. Quello che va detto è che il lavoro – prima che una utilità economica e un diritto sancito dalla nostra Costituzione – è un bisogno, indispensabile per lo sviluppo della persona e la costruzione della propria identità, come spiegano gli psicologi. Con il lavoro si impara a conoscere sé stessi e a realizzare il piano di vita. Se è vero che “facendo si impara” ancor più vero è che “si disimpara non facendo”.

In definitiva. Il grande economista Keynes, forse la mente più feconda tra gli economisti del secolo scorso, sosteneva che, per assurdo, pur di non avere disoccupazione, lo Stato dovrebbe finanziare lavori inutili, come quello di scavare fosse e poi richiuderle. Oggi, nell’era dell’informatica e dell’automazione che elimina posti di lavoro, un discorso simile non perde la sua validità di fondo: non si tratta certo di fare attività fisiche, eseguite forse meglio dalle macchine, ma attività mentali per conoscere le macchine stesse, ma soprattutto il contesto umano, sociale, politico, ambientale… con le più diverse possibilità di inserimento lavorativo, che devono poter essere offerte a chiunque ai diversi livelli. Oggi il problema occupazionale è aggravato dal fatto che con la globalizzazione si impone ovunque la competitività, mentre in precedenza si potevano trovare spazi protetti che facevano da spugna per l’occupazione. Ma ciò che più importa è l’atteggiamento culturale con cui si guarda al problema del lavoro: l’uomo è molto più di una macchina, e dovrà essere valorizzato in lui tutto ciò che una macchina non potrà mai dare: relazionalità, creatività, partecipazione e altri valori umani.

IL LAVORO NELLA COSTITUZIONE ITALIANA

giugno 15, 2017

RUOLO CENTRALE. MA INATTUATO. INATTUABILE?

A cura di Stefano Briganti del Comitato Difesa Costituzione Merate

Democrazia e lavoro: due parole che possono costituire la chiave di lettura di tutta la Costituzione e la cultura dei padri costituenti. Uscivano dalla spaventosa tragedia della guerra mondiale e dal ventennio di ottuso autoritarismo fascista, basato su apparenze, demagogia, populismo, propaganda o, meglio, pubblicità istituzionale. Erano animati da forti idealità, decisi a superare queste brutture, evitando che si ripetessero nel futuro. Il clima era quello della ricostruzione: attivo, operativo. In economia erano comunemente accettate le idee keynesiane che assegnano allo Stato il compito di guidare la ricostruzione e la ripresa economica. Era ovvia la scelta della centralità al lavoro, come suggello della riconquistata democrazia. Anche in economia il lavoro godeva di una centralità che oggi vorrebbe essere scalzata da finanza e speculazione, ma che è da riscoprire (v. Riscoprire la centralità del lavoro).

La centralità del lavoro nella nostra Costituzione del 1948 appare subito dalle sue primissime parole: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (art.1). Riemerge anche in altri articoli tra i primi 12, quelli denominati col titolo di “Principi fondamentali”:

– “Tutti i cittadini hanno pari dignità… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (art.3)

– “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art.4).

Sebbene la Costituzione affermi soltanto, all’ultimo articolo, il 139, che “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”, l’opinione prevalente nella giurisprudenza è che tutti i Principi fondamentali contenuti nei primi 12 articoli – a maggior ragione quelli sul lavoro, dato il valore fondante – non possano in nessun caso essere modificati.

Crescita dei lavoratori. Il ruolo fondante del lavoro riemerge ancora nel titolo terzo della Carta, riguardante i Rapporti economici, almeno in questi altri punti:

– “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.

Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.

Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro” (art.35).

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi” (art.36).

– “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia, disoccupazione involontaria” (art.38).

– “L’iniziativa economica privata … non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art.41).

Difficoltà. Come si vede c’è nella Costituzione una buona “piattaforma” di tutela e valorizzazione del lavoro nel nostro paese. Tuttavia nella storia successiva non sono mancate difficoltà che l’hanno in parte paralizzata, provenienti anzitutto da due ambiti: l’economia con le sue crisi e l’Europa con i suoi dettami. Nell’economia è entrato in crisi negli anni ’70 il modello keynesiano, sulla spinta di fenomeni mondiali, come la crisi dell’energia e di altre materie prime, nonché il verificarsi di fenomeni inediti, come la stagflazione. Così il pensiero liberista – sempre forte perché sostenuto dalle classi dominanti – ha ripreso vigore e si è imposto nel mondo cavalcando altri fenomeni radicali come la globalizzazione e la finanziarizzazione. Sono stati spostati altrove posti di lavoro e occasioni di investimento, indebolendo a fondo le capacità contrattuali dei lavoratori. Si aggiunga poi la grande crisi che ha frenato l’economia mondiale dopo il 2008, colpendo in particolare i paesi meno preparati, come il nostro. Anche nell’Europa è prevalsa l’ideologia liberista (si veda ad es. Ordoliberalismo) che rifugge dall’indebitamento e dalle politiche keynesiane di piena occupazione. Le conseguenze sono state evidenti: l’Europa (e ancor più il nostro paese) ha sofferto la crisi assai più degli Stati Uniti, che invece hanno adottato politiche economiche espansive.

La contraddizione tra il nostro dettato costituzionale e le imposizioni dell’Europa è stata rilevata dagli studiosi più acuti. Raniero La Valle vede il tentativo (fallito) di cambiare la Costituzione lavorista del ’48 come un adeguamento alla logica mercatistica dell’attuale Europa, sostituendo la sovranità dei mercati a quella del popolo (si veda ad es. La verità del referendum). “La piena occupazione non è un’opzione facoltativa, una variabile dipendente dalle scelte ideologiche dei governanti, è un obbligo costituzionale, è ciò che la Repubblica, secondo la Costituzione, non può non fare.” (I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma).

In definitiva, difendere e valorizzare il lavoro con l’obbiettivo primario e possibile della piena occupazione, significa riscoprire uno dei valori più profondi che i nostri padri costituenti hanno perseguito per uscire dal disastro bellico e fascista. Oggi i poteri dominanti – che controllano gran parte dei media e dell’opinione pubblica – sono ancora strettamente legati al pensiero liberista e degradano il lavoro alla stregua di qualsiasi altro mezzo di produzione – da sostituire con le macchine non appena la tecnologia lo consenta. Noi del Comitato difesa e attuazione della Costituzione Merate riteniamo che valori come quelli del binomio democrazia e lavoro siano tutt’altro che superati. Al contrario sono da riscoprire anche per superare le attuali difficoltà. Accogliamo l’invito del prof. Viroli a custodire il patrimonio di valori della Costituzione e mettiamo a disposizione competenze e materiale didattico accumulati in un decennio di attività per chiunque ne faccia richiesta.

3) IL PEGGIORAMENTO DEL CONTESTO LAVORATIVO

giugno 15, 2017

DALLA LEGGE BIAGI (2003) AL JOBS ACT (2015) IL LAVORO SEMPRE PIÙ PRECARIZZATO E INDEBOLITO NELLA LOGICA LIBERISTA, SENZA UNA STRATEGIA DI RISCATTO

di Stefano Briganti e Lelia Della Torre (del Comitato Difesa Costituzione Merate)

Flessibilità. Il sistema produttivo italiano si è adattato prontamente alle difficoltà economiche provenienti dall’esterno, agendo in particolare su due fronti: il primo a breve termine con la richiesta di allineare il costo del lavoro (costo fino ad allora fisso in virtù dei contratti nazionali e dello statuto del lavoratori) alla variabilità e alle fluttuazioni della produzione; il secondo fronte è invece quello di delocalizzare parte o tutta la produzione in paesi con costo più basso di manodopera, purché non priva di qualifiche e specializzazioni. La flessibilità di produzione del sistema industriale era indicata come una delle motivazioni principali del disegno di legge n. 848 presentato in Senato nel 2001 e qui approvato il 25 settembre 2002. Un mese dopo, il 30 ottobre, la Camera lo modificava rinviandolo al Senato che quindi lo approvava definitivamente il 5 febbraio 2003.

Legge Biagi. La legge così approvata si basava sul «disegno riformatore del mercato del lavoro in Italia contenuto nel Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità» redatto da un gruppo di lavoro coordinato da Maurizio Sacconi e Marco Biagi. Quest’ultimo poi nel 2002 fu ucciso proprio per tale Libro Bianco; pertanto la legge in questione è conosciuta come Legge Biagi. Essa introdusse diverse novità e nuove tipologie di contratti di lavoro. L’intento del legislatore era basato sul presupposto secondo cui la flessibilità in ingresso nel mercato del lavoro è il mezzo migliore, nella attuale congiuntura economica, per agevolare la creazione di nuovi posti di lavoro e inoltre che la rigidità del sistema crea spesso alti tassi di disoccupazione. Il contratto tipico e più discusso, figlio della Legge Biagi, era il Contratto di Collaborazione a Progetto (Co.Co.Pro.).

Il Co.Co.Pro. Secondo taluni questo contratto nella pratica comportò l’abolizione sostanziale di diversi diritti per il lavoratore, distinguendo radicalmente i diritti di chi lavorava a tempo indeterminato con chi era Co.Co.Pro. Questa tipologia di contratto ha come termine il completamento del progetto contrattuale, ma ha operato una profonda modifica nei diritti del lavoratore a progetto: abolisce completamente le ferie, la malattia, i permessi, la maternità (in questo caso può concludere il contratto ed esservi licenziamento al rientro); persino i versamenti pensionistici non hanno lo stesso valore di un eguale lavoratore a tempo indeterminato. L’aspetto maggiormente discusso del contratto a progetto, è che viene definito lavoro non subordinato (si parla di lavoro parasubordinato), produttore di redditi che già dal 2001 erano assimilati fiscalmente ai redditi da lavoro dipendente. In sostanza si tratta di un sistema per eludere alcune tutele previste per i lavoratori dalla nostra Costituzione (titolo terzo), evadere oneri contributivi e non rispettare il minimo salariale sindacale previsto dal rapporto da lavoro dipendente. Si tratta dunque di una legge incompiuta che ha colpito in maniera massiccia i giovani: in particolare quelli che si sono affacciati al mondo del lavoro dopo il 2003. Sostanzialmente è stata ridotta la loro stabilità lavorativa ed eliminati i diritti sanciti dallo Statuto dei lavoratori e dai contratti collettivi.

Jobs act. Nel 2008 quando gli effetti della grande crisi stavano diffondendosi su tutto il sistema finanziario mondiale, l’Italia si trovò così ad avere già un mondo lavorativo in una buona misura “precarizzato” e privato dei riferimenti solidi che venivano dai Contratti Nazionali e dallo Statuto dei Lavoratori del 1970. Arriviamo sette anni dopo, nel 2015, con il Jobs Act di Matteo Renzi alla revisione dello Statuto dei Lavoratori con l’abolizione dell’Articolo 18 sulle tutele dei lavoratori circa il licenziamento, con la cancellazione di tutti i contratti di natura Co.Co.Pro e i contratti atipici evolutisi dopo il 2003, l’introduzione di un “Contratto a Tempo indeterminato a tutele crescenti” e il definitivo stravolgimento dell’applicabilità della Legge Biagi con l’introduzione (e utilizzo selvaggio) dei voucher.

Tutele crescenti? A dispetto del nome, il contratto in parola non introduce una nuova tipologia contrattuale, bensì un nuovo regime sanzionatorio per le ipotesi di licenziamento illegittimo, destinato a sostituire la disciplina prevista dall’art. 18 della Legge n. 300 del 1970 (Statuto dei Lavoratori). Rispetto alle tutele offerte dall’art. 18, la nuova disciplina restringe ulteriormente le ipotesi di reintegrazione del lavoratore, individuando nel pagamento di un’indennità risarcitoria la sanzione principale applicabile in caso di licenziamento illegittimo. A tal scopo vale la pena ricordare che la tutela speciale determinata dall’articolo 18 consentiva al dipendente licenziato illegittimamente, in sintesi, di essere reintegrato nel posto di lavoro o, su sua opzione, ad un’indennità sostituiva pari a 15 mensilità di retribuzione globale di fatto, fermo restando, in entrambi i casi, il diritto al risarcimento del danno. L’espressione “tutele crescenti” fa in particolare riferimento alle modalità di calcolo di detta indennità, il cui ammontare è parametrato all’anzianità di servizio maturata dal dipendente al momento del licenziamento.

Licenziamenti facili e rapidi. In base alla nuova disciplina, la reintegrazione non è più prevista per i licenziamenti illegittimi per mancanza di giusta causa o giustificato motivo e resta solo per:

  • i licenziamenti discriminatori;
  • i licenziamenti nulli per espressa previsione di legge;
  • i licenziamenti orali;
  • i licenziamenti in cui il giudice accerta il difetto di giustificazione per motivo consistente nella disabilità fisica o psichica del lavoratore;
  • i licenziamenti disciplinari in relazione ai quali sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore.

Il decreto si occupa anche dei dipendenti da aziende che non raggiungono le soglie numeriche richieste per l’applicazione dell’art. 18, introducendo un sistema che esclude la reintegrazione nell’ipotesi del licenziamento disciplinare dichiarato illegittimo per insussistenza del fatto materiale e prevede un’indennità risarcitoria dimezzata. Tra le novità introdotte dal decreto c’è anche una nuova procedura conciliativa, che ha l’obiettivo di rendere più rapida la definizione del contenzioso sul licenziamento, e che prevede l’immediato pagamento, da parte del datore di lavoro, di un indennizzo in una misura compresa tra 2 e 18 mensilità. Ancora sotto il profilo procedurale, il decreto stabilisce che ai nuovi assunti non si applica la preventiva procedura di conciliazione davanti alla Direzione territoriale del lavoro, introdotta dalla riforma del 2012 per le ipotesi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Questo ovviamente velocizza gli iter di licenziamento a discapito del lavoratore che non può avvalersi di una controparte che eventualmente lo tuteli (Direzione territoriale del lavoro) davanti al datore di lavoro nella procedura di risoluzione del rapporto di lavoro.

2) LA SVOLTA LIBERISTA: LIBERE VOLPI IN LIBERI POLLAI

giugno 15, 2017

BENEFICI SOLTANTO PER I POTERI FORTI

di Stefano Briganti e Lelia Della Torre (del Comitato Difesa Costituzione Merate)

Fatti traumatici. Le contestazioni studentesche del 1968 misero in evidenza la permanente subordinazione dei lavoratori (oltre che dei giovani), fino ad avanzare dubbi sulla validità dello sviluppo che si stava perseguendo: basato sul consumismo, la creazione di bisogni sempre più superflui, attraverso pubblicità e media. Uno sviluppo che talvolta si rivelava persino dannoso (si pensi agli incidenti o al consumismo alimentare) e che in ogni caso aveva una componente predatoria: venivano depredate le materie prime del terzo mondo, le loro risorse umane migliori (con la fuga dei cervelli), venivano compromessi gli equilibri climatici, ecc. Qualche anno dopo si ebbero altri fatti traumatici con le crisi dell’energia (da noi nel 1973 e poi ancora nel 1979). I produttori di petrolio avevano compreso che conveniva associarsi in un cartello, anziché restare in concorrenza tra di loro. Così, grazie a questa posizione monopolistica, i prezzi del petrolio (e a cascata delle altre fonti energetiche) si impennarono, creando vari turbamenti nelle economie occidentali.

Avvento del liberismo. Essendo ormai cessata la spinta propulsiva della ricostruzione post bellica, le economie occidentali entrarono in recessione. Si verificò anche un fenomeno inedito, che non era stato previsto da Keynes: la stag-flazione, cioè la presenza contemporanea di stagnazione e inflazione: due fenomeni che, secondo il pensiero keynesiano, dovrebbero essere incompatibili. Anche prendendo a pretesto questa incongruenza, il pensiero liberista – da sempre preferito dalle classi dominanti – fu rilanciato fortemente e si affermò quasi ovunque nel mondo: nelle università, nei media, in politica. I premi Nobel per l’economia andarono tutti a pensatori liberisti, restando esclusi quelli keynesiani (e ancor più quelli di ispirazione marxista). Per vincere le cattedre di economia si doveva (e ancor oggi si deve) pubblicare sulle riviste main stream, cioè liberiste; e si dà il caso di docenti di ispirazione keynesiana che l’hanno tenuta nascosta, manifestandola solo dopo aver conquistato la cattedra. L’avvento al potere della Thatcher e di Reagan, prima, e poi il crollo del “muro di Berlino” sancirono “definitivamente” la vittoria del liberismo, col conseguente abbandono delle politiche sociali e l’avvio di numerose privatizzazioni. Tra queste è da ricordare per il nostro paese in particolare la dismissione dell’IRI, smembrato e svenduto, che comportò oltretutto la perdita di un inestimabile patrimonio umano e tecnologico.

Pensiero unico. Col liberismo si fa strada la retorica per cui tutto ciò che è pubblico diventa oggetto di disprezzo, viene ammirato in modo acritico il mercato, che deve essere libero da lacci e lacciuoli, la crescita deve essere senza fine, ciò che conta in modo quasi ossessivo è la creazione della ricchezza aldilà di qualsiasi problema di risorse e di impatto ecologico. Si afferma il principio che il calcolo economico può dare i migliori risultati quando viene applicato ad ogni aspetto della società e dell’esistenza umana, lo Stato deve lasciare assolutamente libero il capitale, ogni persona deve far fronte al proprio destino con i propri mezzi assumendosi i propri rischi. Pensatori neoliberali sono all’opera per convincere, per fabbricare un consenso collettivo sulla necessità di rendere il lavoro flessibile, ridurne il costo, tagliare lo stato sociale, privatizzare ferrovie, trasporti pubblici locali, scuola pubblica, università, telecomunicazioni, sanità; persino l’acqua a dispetto del referendum 2011. Tramite Tv e giornali viene esercitata una egemonia culturale e si afferma il pensiero unico neoliberista, secondo il quale “non ci sono alternative”.

Prevale il potere economico. Le imprese, in teoria, dovrebbero fare quello che è loro concesso o incentivato dal quadro legislativo. La realtà è piuttosto l’inverso: sono le leggi ad essere fatte secondo i desideri delle imprese o, più in generale, del potere economico, anche attraverso l’opera dei lobbisti: solo a Bruxelles se ne contano ben 20.000, oltre a quelli che operano a livello nazionale. Si spiega così come la svolta liberista in realtà abbia portato all’affermazione di interessi particolari su quelli generali, consentendo ad es.:

  • alle banche di operare legalmente nel proprio interesse, impedendo alle autorità di sorveglianza di eccepire alcunché sul colossale volume di denaro fittizio messo in circolazione;
  • di abbassare l’aliquota sui redditi più elevati (passata in Italia dal 72% nei primi anni ‘80 al 43% di oggi);
  • forme diffuse di elusione ed evasione fiscale per i grossi capitali;
  • di tagliare i fondi per la scuola pubblica, l’università e la ricerca: investimenti a lungo termine che solo lo Stato può fare per il bene della collettività.

Il lavoro penalizzato. I top manager, essendo a conoscenza delle vicende che modificano i prezzi (specie nei mercati azionari), riescono ad attribuirsi remunerazioni esorbitanti (in media 300 volte la paga di un operaio, ma anche 1000 volte negli USA, mentre fino agli anni ‘80 i compensi raramente superavano le 40 volte). Di contro le altre forme di lavoro sono sempre più flessibili e precarie. Flessibili sono lavori a tempo determinato, a tempo parziale, lavori in affitto, lavori parasubordinati; la precarietà si manifesta nella insicurezza, instabilità, brevità. Richiedono alle persone di adattare ripetutamente l’organizzazione della propria esistenza alle esigenze produttive. Non consentono di accumulare alcuna significativa esperienza professionale. Non permettono di fare previsioni o progetti di vita. Sono spesso stressanti perché prevedono maggiori carichi di lavoro e minori pause. Il risultato finale di questa penalizzazione del lavoro può essere condensato in questo dato: nell’ultimo quarto del secolo scorso la quota salari sul PIL è crollata di più di 10 punti. Questa percentuale corrisponde a soldi che, invece che ai lavoratori, sono andati ad aumentare rendite e profitti, spesso parassitari.

In definitiva, come si vede, le volpi, cioè i poteri forti, prevalgono sempre più. Chi paga sono i polli, cioè noi, che spesso neppure ci accorgiamo… di essere spennati. E magari siamo anche liberisti!

1) LE CONQUISTE DEL “MIRACOLO ECONOMICO”

giugno 15, 2017

CONTRATTI DI LAVORO E STATUTO DEI LAVORATORI RESI POSSIBILI DALLA CONGIUNTURA FAVOREVOLE

di Stefano Briganti e Lelia Della Torre (del Comitato Difesa Costituzione Merate)

Stato sociale. Due sono i principali fattori oggettivi dello sviluppo sostenuto che ha beneficiato i paesi occidentali nel dopoguerra, cioè negli anni ‘50 e ‘60: la spinta fornita all’economia dalla ricostruzione dopo il disastro bellico e la disponibilità di materie prime a prezzi favorevoli, in particolare di energia, che l’Occidente pompava in abbondanza a costi irrisori dai paesi poveri. Molto importante è stato anche un fattore soggettivo o ideologico: aveva una forte considerazione l’idea keynesiana che lo Stato dovesse intervenire nell’economia per guidarne ripresa e sviluppo, nonché per attuare la redistribuzione dei redditi e delle ricchezze attraverso la progressività del sistema tributario. In questa logica era possibile il rafforzamento dei sindacati e dei partiti di sinistra, che sono spesso riusciti a conquistare il governo o a condizionarlo fortemente, come in Italia. Con la redistribuzione della ricchezza – in parte prodotta ed in parte depredata al terzo mondo – si è costruito quel capolavoro politico che è stato chiamato “lo Stato sociale”, nel quale i lavoratori avevano accesso a nuovi diritti “dalla culla alla bara” e contavano di più sul piano politico.

Il lavoro non è una merce (quindi non può essere gettato quando non serve più): questa è la solenne affermazione che già nel 1944 era stata fatta dall’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) nella “Dichiarazione di Filadelfia”, in cui inoltre si definivano diritti umani ed economici di base secondo il principio che «la povertà, ovunque esista, è pericolosa per la prosperità di tutti». Queste affermazioni sembrano a noi oggi piuttosto vane perché i rapporti di forza tra il datore di lavoro e il lavoratore, da sempre evidentemente a favore del primo (il lavoratore impegna il proprio essere, il datore il proprio avere), sono tornati squilibrati dopo le conquiste del ventennio post bellico, come si vedrà. Sempre al fine di contenere lo squilibrio di potere tra lavoratori e datori, va menzionato il diritto del lavoro, cioè quel complesso di norme che conferiscono dignità al lavoratore e lo fanno crescere.

I contratti nazionali furono tra le prime conquiste sindacali. In attuazione dell’art. 39 della Costituzione e per conseguire un migliore rapporto tra lavoro svolto e salari percepiti vennero stipulati i contratti nazionali per categorie di produzione (es. metalmeccanici, bancari, tessili, etc) che regolavano i salari minimi per tutti i lavoratori della categoria. I sindacati riuscirono anche a far inserire meccanismi per compensare i lavoratori contro la svalutazione della moneta, introducendo nel salario una parte legata alla inflazione (la scala mobile). Inoltre venivano definiti i diritti e i doveri dei lavoratori che dovevano essere rispettati dall’azienda verso i dipendenti e dai dipendenti verso l’azienda. Ecco ad es. il contenuto di un contratto collettivo di lavoro:

  1. Paga oraria definita e aggiornata in base agli indici ISTAT della inflazione e alla anzianità di lavoro

  2. Orario di lavoro definito: 40 ore a settimana con due giorni di riposo

  3. Modalità di erogazione e di retribuzione di ore lavorate in turni festivi e notturni

  4. Diritto alle ferie e assenze per malattia retribuite

  5. Assicurazione per incidenti sul lavoro.

Il lavoro a cottimo, veniva scoraggiato con i contratti nazionali. Si tratta di una modalità retributiva diffusissima ancora nel dopoguerra, secondo la quale il lavoratore viene pagato in base alla quantità di “prodotto” realizzato. Tipico esempio è nell’edilizia (per metro quadro lavorato) o nell’agricoltura (per peso di prodotto agricolo o per estensione di terreno lavorato). Spesso con il cottimo non c’è un tetto alle ore di lavoro e non sono previste ferie o malattie retribuite.

Lotte sindacali. I contratti venivano rivisti e aggiornati periodicamente tra le rappresentanze di lavoratori (i sindacati) e le rappresentanze delle aziende (Confindustria). Tali revisioni erano spesso oggetto di lotte lunghe e aspre tra le parti: i lavoratori manifestavano compatti per le loro ragioni con scioperi o con altre azioni di protesta. Talvolta si ebbero reazioni estreme, come nel caso degli 11 morti a Portella delle Ginestre nel 1947 (da qualcuno considerata la prima strage di Stato). Altre volte si raggiunsero dimensioni epiche come nell’autunno “caldo” del 1969, con la discesa in campo di oltre cinque milioni di lavoratori tra industria, agricoltura e trasporti.

Lo statuto dei lavoratori (legge n.300 del 1970) può essere considerato il coronamento delle conquiste sindacali del dopoguerra. La disposizione più significativa è quella del famoso art.18: fa riferimento alla reintegrazione nel posto di lavoro (o l’indennità sostitutiva) in caso di licenziamento illegittimo (ovvero effettuato senza comunicazione dei motivi, ingiustificato o discriminatorio). Nonostante l’opposizione dei sindacati, la norma è stata attenuata o pressoché eliminata prima nel 2012 con la riforma del lavoro Fornero durante il governo Monti e poi con il Jobs Act del governo Renzi. Fino agli anni ‘90 le aziende assumevano principalmente con gli schemi di riferimento dei Contratti nazionali e dello Statuto dei lavoratori del 1970.

In definitiva lo scenario qui sommariamente tracciato ha garantito dal dopoguerra fino ad oggi che la generazione successiva potesse godere di un maggior benessere della generazione precedente. Ovvero i padri, con il loro lavoro, facevano sì che i figli potessero accedere a livelli di lavoro superiori ai propri e perciò ad un migliore benessere. Oggi però questa prospettiva sembra definitivamente invertita (v. Più poveri dei genitori Rampini) anche a livello globale: le nuove generazioni plausibilmente avranno a disposizione minori quantità di beni materiali (anche per i limiti che il riscaldamento globale impone alla crescita economica). Potranno però compensare la carenza materiale con la rivendicazione di maggiori conoscenze e altri beni immateriali.

IL PERICOLO DELLE POLVERI ULTRAFINI

maggio 22, 2017

POSSONO DANNEGGIARE ANCHE I NASCITURI. BISOGNA CONTENERE OGNI FORMA DI COMBUSTIONE, SPECIE DEI RIFIUTI

dalle relazioni di Lelia Della Torre, medico, e di Carlo Sala, chimico, all’incontro del 10 maggio 2017 del Comitato Difesa Costituzione Merate

L’Italia detiene un triste primato: quello dei tumori infantili (0-14 anni). Si tratta di un numero fortunatamente basso (attorno a 175 casi per milione/anno, secondo i dati AIRTum, contro i 158 degli Stati Uniti e la media europea di 140) ma è in continuo aumento (attorno al 2% annuo) a ancor più (3,4%) per la prima infanzia (0-1 anno): freddi dati dietro cui c’è strazio e fallimento. Le cause di questa patologia sono poco conosciute (e forse anche poco studiate) ma il fatto che i neonati siano più colpiti fa pensare a qualcosa di precedente alla nascita. Esistono fondati sospetti che tra le cause più significative vada evidenziato l’inquinamento apportato dalle polveri ultrafini o nanoparticelle che hanno origine prevalentemente dalle combustioni; le dimensioni di alcune particelle vengono rappresentate nella figura seguente (dove µm significa micron, milionesimo di metro; per le nanoparticelle si passa alla scala inferiore dei nanometri, nm, miliardesimi):

 Nellultimo decennio è cresciuto decisamente linteresse per linalazione di particelle con dimensioni inferiori a 100 nm. È evidente che a dimensioni così basse è difficile rilevarle e ancor più trattenerle o filtrarle. Mentre la parte più grossolana delle particelle inalate (PM10 PM2,5 PM1) sono trattenute nei vari settori dellalbero respiratorio (vedi fig.), danneggiando primariamente il sistema respiratorio, le altre, di dimensione nanometrica, possono passare dagli alveoli polmonari direttamente al sangue. Da lì possono raggiungere tutti gli organi (dal cuore, al cervello, alla placenta) e, passando all’interno della cellula, possono alterare i meccanismi di risposta anticorpale e di riproduzione cellulare. Ovviamente questi inquinanti possono arrivarci anche dalla catena alimentare, dagli indumenti e altre fonti, oltre all’aria respirata, che però è la più significativa.

Epigenetica: per capire il significato di questo termine si può fare il caso di due gemelli omozigoti, che cioè, derivando dallo stesso ovulo, hanno identico DNA. Eppure tra loro ci sono differenze anche fisiche: queste si definiscono differenze epigenetiche, cioè acquisite al di là della genetica, che per loro è la stessa (epi è un termine greco che vuol dire al di là). Epigenetica è appunto lo studio di tutte quelle cose che la genetica non è in grado di spiegare. Negli ultimi decenni si è posta particolare attenzione a certe sostanze chimiche, presenti nel particolato sottile, che non sono mutagene, cioè non alterano direttamente la sequenza del DNA, possono però provocare danni epigenetici. Si tratta di modifiche a quel complesso di proteine che danno la forma tridimensionale alla struttura del DNA e così alterano la replicazione, attivano o silenziano in modo anomalo alcuni geni (ad esempio fino alla perdita di controllo e alla proliferazione di un tumore). I danni alla salute imputabili all’inquinamento per esposizione della popolazione anche a basse o bassissime dosi di sostanze chimiche si concretizzano in un aumento dei casi di:

tumori (soprattutto infantili); aterosclerosi e malattie cardiovascolari; malattie neurologiche (autismo, demenze, SLA, ecc..); reazioni allergiche ed intolleranze; sterilità, nati prematuri; obesità, diabete.

L’epidemiologia riesce ad individuare i danni dopo numerosi anni, anche decenni, dall’esposizione, ma non può individuare i danni epigenetici che si possono trasmettere a figli e nipoti, cioè alle generazioni future: sono quelli che destano maggiori preoccupazioni.

Combustioni. Le polveri ultrafini derivano essenzialmente dalle combustioni: non si dimentichi che sono combustioni anche quelle che avvengono nei motori a scoppio e non soltanto nel riscaldamento degli ambienti, nei roghi delle campagne o nell’incendio dei boschi. In campo industriale si ricordano la produzione dell’acciaio, di altri metalli e leghe, del vetro, del cemento e inoltre le lavorazioni dei metalli a caldo e le saldature. Per quanto riguarda gli inceneritori dei rifiuti solidi urbani nella camera di combustione si formano, oltre all’anidride carbonica, ossido di carbonio, ossidi di azoto e di zolfo, acidi inorganici e molte altre sostanze; certamente influiscono sulla loro qualità e quantità diversi fattori, quali ad es. la temperatura della combustione e i materiali che la alimentano. Gli inquinanti che si formano sono numerosi e si trovano in fase gassosa; sono di particolare interesse gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), l policlorobifenili (PCB), le diossine (CDD), i metalli. Nello stesso tempo hanno origine particelle di polvere prevalentemente fini e nanoparticelle. Con una temperatura più elevata della fiamma si produce solitamente maggiore quantità di polveri fini. Le polveri che sfuggono all’abbattimento possono fare da trasportatori di inquinanti come IPA, PCB, metalli, tutti di grande interesse tossicologico.

Il principio di precauzione dovrebbe indurci a ridurre il più possibile l’esposizione ad ogni tipo di inquinante, ma soprattutto a evitare le combustioni che possono immettere nell’aria le polveri sottili e ultrasottili (oltre all’anidride carbonica, causa principale dell’effetto serra). Certe pratiche – peraltro assai diffuse e tradizionali – come la bruciatura di ramaglie o stoppie nelle nostre campagne o boschi, oggi non vanno assolutamente più consentite (anche per evitare incendi). In alternativa vanno promosse le pratiche di compostaggio, cippatura, recupero. Altrettanto severa dovrebbe essere da parte dei governanti la penalizzazione dell’uso di motori a scoppio, specie se per diletto: moto-cross, diporto ecc. Nel riscaldamento dovrebbero essere nettamente favorite le fonti che non richiedono combustioni termiche, come solare, eolico, geotermico, pompe di calore, pirolisi e, forse un domani, pile a combustibile o altro ancora. Per quanto riguarda i rifiuti, anche seguendo le indicazioni dell’UE, si tratta di attuare buone pratiche. I comuni che hanno organizzato la raccolta differenziata porta a porta (ad esempio Ponte alle Alpi/Belluno e Capannori/Lucca, ma anche in Lombardia nel vimercatese) hanno ottenuto importanti risparmi economici sia per i cittadini che per le amministrazioni, col riciclo e la raccolta differenziata (fino al 85%). Questi risultati sono stati ottenuti anche grazie ad una azione capillare di informazione/formazione dei cittadini tesa non solo ad una corretta raccolta ma anche ad una riduzione dei rifiuti, con campagne rivolte alla diffusione di: vuoti a rendere, agricoltura a Km 0, riduzione dell’“usa e getta”, riuso, ecc. Anche se il progresso tecnico ha consentito miglioramenti nel filtraggio dei fumi e nelle tecniche di incenerimento e in attesa che la scienza riesca meglio a conoscere come si forma e come opera nel nostro organismo il particolato ultrafine, i rischi per le generazioni future dovrebbero far prevalere il buon senso della precauzione.

Bibliografia indicativa: Relazione Burgio: https://youtu.be/a1Ffvp6mSHA; Comune di Genova, Compostiamoci bene, manuale di 84 pagine di Federico Valerio; Comune di Vedelago Tv http://www.centroriciclo.org; www.comunivirtuosi.org; http://www.menorifiuti.org

I DELUSI DEL LAVORO

maggio 8, 2017

LA FLESSIBILITÀ NON HA VINTO, TORNA LA RICHIESTA DEL POSTO FISSO. ALCUNI RISULTATI DEL SONDAGGIO DEMOS-COOP

di ILVO DIAMANTI e LUIGI CECCARINI, La Repubblica 29-4-2017, pp.2 e 3

Il “lavoro” rimane un riferimento importante per la nostra società. Così la “Festa del lavoro” del Primo maggio suscita sempre grande consenso. Lo conferma il sondaggio condotto, nei giorni scorsi, dall’Osservatorio sul Capitale sociale di Demos-Coop per Repubblica. Più di due italiani su tre ritengono, infatti, che “celebrare” il Primo Maggio abbia ancora senso. È un sentimento diffuso in tutta la popolazione. Senza chiare “esclusioni” ideologiche. E quindi anche fra gli elettori di centro-destra e di destra. Celebrare il lavoro, a questi italiani, appare tanto più significativo perché si tratta di una risorsa sempre più scarsa e dequalificata. Una larga parte degli intervistati, oltre 7 su 10, afferma di non aver percepito la ripresa. Secondo loro, l’occupazione non è mai ripartita. E se le statistiche dicono cose diverse, loro non se ne sono accorti. Semmai, pensano che si sia allargato il lavoro “nero”. E, ancor più, il lavoro “precario”. Ne sono convinti 3 italiani su 4. D’altra parte non c’è fiducia nella politica e nelle politiche. Nei risultati delle leggi approvate negli ultimi anni. Meno di 1 italiano su 10 pensa che il Jobs Act abbia prodotto effetti. Mentre l’abolizione dei voucher ha convinto quasi tutti gli intervistati. Ma del contrario: allargherà ancor più il lavoro nero e precario. Il “reddito di inclusione sociale”, invece, per ora, lo conoscono in pochi. Così, il lavoro resta un riferimento importante, per gli italiani. Almeno, per gran parte di essi. Che celebreranno il Primo Maggio con un sentimento di “attesa”.

L’attesa che il lavoro ritorni. D’altronde, si assiste a un mutamento sensibile dei progetti, professionali e di vita, tra gli italiani, rispetto agli ultimi anni. In particolare, ritorna, con forza, la richiesta del “posto fisso”, soprattutto nel settore pubblico. Checco Zalone lo aveva colto – e narrato – con efficacia, nel suo film “Quo vado?”, un anno e mezzo fa. Oggi quell’intuizione appare confermata dai dati di questo sondaggio. Che, a differenza del film di Zalone, non sono divertenti. L’indagine di Demos-Coop, infatti, ci racconta come, nell’ultimo anno, il clima d’opinione intorno alle professioni libere e liberali si sia sensibilmente raffreddato. La quota di persone che, per sé e i propri figli, vorrebbero un’attività in proprio o da libero professionista, infatti, è in calo. Di qualche punto. Mentre l’unica vera “ripresa” convinta, nell’ambito del lavoro e dei “lavori”, riguarda, appunto, il “posto fisso”. Sottolineato dalla crescente importanza attribuita agli Enti Pubblici. Tanto delegittimati (per non dire disprezzati), come soggetti e come istituzioni, quanto apprezzati, come sbocchi professionali. Si ripropone, dunque, uno scenario noto, in un passato recente. Quando il grado di attrazione di “un” lavoro, coincideva con il suo livello di “sicurezza”. Intesa come “stabilità” e “continuità”. Mentre la “flessibilità” piaceva agli imprenditori – e ai politici “liberisti”. Ma non ai lavoratori. Per questa ragione è significativo il sostegno espresso, nel sondaggio Demos-coop, all’ipotesi di ripristinare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, abrogando le modifiche apportate dal Jobs Act del governo Renzi. Questa proposta, avanzata dalla Cgil, come quesito da sottoporre a referendum, era stata bocciata dalla Corte costituzionale, lo scorso gennaio. Ma oggi, nel sondaggio, ottiene il consenso di 7 italiani su 10. È un indice ulteriore del livello di sfiducia e di incertezza che pervade la società nei confronti del lavoro. Soprattutto e tanto più, negli ultimi anni.

Controtendenza. Tuttavia, alcuni segnali muovono in direzione diversa. Espressi, però da chi ha un lavoro. Ne indichiamo due, fra gli altri. Il primo: le aspettative nel futuro. Cresce, infatti, la quota di lavoratori che scommettono su una situazione personale migliore, “nei prossimi 2-3 anni”. Oggi è circa il 30%. Tuttavia, quasi un lavoratore su due ritiene che la propria condizione non cambierà. E per il 18% potrebbe, perfino, peggiorare. L’altro segnale in controtendenza riguarda la soddisfazione del lavoro svolto. Molto elevata, per il 55% del campione intervistato da Demos-Coop. Ma, comunque, più che sufficiente, per un altro 27%. Solo il 18% degli italiani, in definitiva, si ritiene insoddisfatto del lavoro svolto. Tuttavia, il problema riguarda “gli altri”. La componente “esclusa” dal mercato del lavoro. A questo proposito è interessante il tratto generazionale che impronta l’insoddisfazione. Particolarmente marcata fra i “giovani-adulti”.

Giovani-adulti. Coloro che hanno fra 25 e 34 anni. Nati fra i primi anni 80 e 90. Le fasce “anziane” dei Millennials. Ancora “giovani” e non ancora “adulti”. In una società nella quale la giovinezza si prolunga sempre più, ma riflette dipendenza, rinvio dell’autonomia. I “giovani-adulti”: non riescono ad affrancarsi dalla famiglia (non conviene), né a mettersi davvero in proprio. Oggi, si sentono più precari di alcuni anni fa. Sicuri che, se mai riuscissero a raggiungere la pensione, questa non basterebbe per vivere. A loro, il lavoro appare un’esperienza meno soddisfacente rispetto agli altri. Anche perché, più degli altri, ne sono esclusi. Per questo, come gran parte della popolazione, ritengono che i giovani, per fare carriera, se ne debbano andare dall’Italia. E molti di essi se ne vanno davvero. Spesso non ritornano. La loro “insoddisfazione”, peraltro, si è espressa anche politicamente, quando hanno bocciato, in massa, il referendum costituzionale. I giovani-adulti: sono lo specchio di una società che invecchia senza accettarlo. Una società di finti-giovani.

SOLO L’8% SALVA IL JOBS ACT; SENZA VOUCHER PIÙ “NERO”

LE MISURE DEGLI ULTIMI DUE GOVERNI NON CONVINCONO I CITTADINI

Identità. Il lavoro costituisce un aspetto essenziale nella prospettiva delle persone. Per guadagnare e vivere, ma anche per la propria identità. Avere un lavoro o non averlo si riflette poi sulla famiglia e sul suo futuro. Ma il lavoro è anche un aspetto centrale per il sistema Paese. Per questo le politiche che riguardano il lavoro sono fondamentali per lo sviluppo. L’Osservatorio Demos-Coop ha rilevato gli orientamenti dei cittadini su alcune misure di intervento in tema di lavoro prodotte dagli ultimi governi. Il Jobs Act promosso da Renzi è il contenitore principale di una serie di azioni. Un cittadino su tre ritiene che è ancora troppo presto per vederne gli effetti (32%). Il 16% pensa che non abbia cambiato la situazione del mercato del lavoro. Il 32% valuta negativamente il Jobs Act; avrebbe avuto l’effetto di peggiorare il contesto lavorativo. È una minoranza (8%) a ritenere che tale riforma abbia portato dei miglioramenti.

Alternanza scuola-lavoro. Anche azioni più specifiche, come l’alternanza scuola-lavoro, non trovano un particolare consenso nell’opinione pubblica. Tale esperienza educativa, istituita dalla Buona Scuola, che prevede per gli studenti dell’ultimo triennio degli istituti superiori la possibilità di inserirsi in un ambiente lavorativo – per un periodo determinato e obbligatorio – è conosciuta anzitutto da quanti ne sono direttamente coinvolti: chi opera nelle strutture ospitanti, gli studenti e le loro famiglie. A ritenere che abbia migliorato lo scambio tra mondo della scuola e quello del lavoro è il 24% degli intervistati. L’ha peggiorato per il 28%. Due casi su dieci, circa, ritengono sia ancora troppo presto per esprimere giudizi. Anche il governo Gentiloni è intervenuto su questioni legate al lavoro e al centro del dibattito pubblico. Due sono le azioni considerate nel sondaggio: l’abolizione dei voucher e l’istituzione del reddito di inclusione.

Voucher. Il primo intervento doveva essere oggetto di un referendum, promosso dalla Cgil, il 28 Maggio, ma è stato per ora cancellato. Due italiani su tre (65%) pensano che l’abolizione dei voucher finirà per incrementare il lavoro nero. Mentre le misure di protezione sociale previste dal reddito di inclusione, per disoccupati e famiglie in povertà, appare sconosciuto a quasi metà dei cittadini. L’altra metà si divide in parti quasi uguali tra valutazioni positive (28%) e negative (25%). Guardando al futuro, l’84% degli italiani ritiene che i giovani avranno pensioni con cui sarà difficile vivere. In definitiva, la ricerca, condotta alla vigilia delle celebrazioni del 1° Maggio, mette in evidenza un sentimento composito, che intreccia preoccupazione, attendismo e (voglia di) speranza rispetto ad un’occupazione che stenta a ripartire. Le politiche di questi anni, al momento, nella percezione dei cittadini, non sembrano avere avuto effetti di particolare rilievo. Forse anche per questo il ripristino dell’art. 18, con il suo significato di tutela del lavoro, appare largamente condiviso tra i cittadini.

DRAGHI E IL CAPITALE UMANO CHE MANCA ALL’ITALIA

aprile 2, 2017

ABBIAMO PUNTATO SULLA PRECARIZZAZIONE TRASCURANDO LA RICERCA. COSÌ ABBIAMO ACCUMULATO UNO SPAVENTOSO RITARDO RISPETTO AGLI ALTRI PAESI

di Juan Carlos De Martin, La repubblica 15 marzo 2017, pag.29

Produttività. Il discorso di Mario Draghi a Francoforte (13-3-2017) dovrebbe venir letto con grande attenzione dai politici italiani, e in primo luogo dal premier Gentiloni, dal ministro per lo Sviluppo economico Calenda e dalla ministra dell’Istruzione e università Fedeli. Nel contesto, infatti, di una conferenza organizzata dalla Banca centrale europea e dal Mit, il governatore ha parlato dei fattori che favoriscono la crescita della produttività, crescita senza la quale economie avanzate come l’Italia rischiano un impoverimento sempre più grave. Ebbene, non è fuori luogo dire che le osservazioni di Draghi contraddicono nettamente almeno dieci anni di politiche — italiane, ma non solo italiane — relativamente a istruzione, formazione, rapporti di lavoro e sostegno pubblico alla ricerca. Il governatore, infatti, ha innanzitutto rimarcato l’importanza ai fini della produttività di avere lavoratori qualificati, il cosiddetto capitale umano: tanto è maggiore il capitale umano, infatti, quanto è maggiore la capacità di assorbire nuove tecnologie.

Stabilità e management. Ma Draghi è andato oltre affermando: «Il capitale umano include non soltanto l’istruzione formale, ma anche la formazione nelle aziende e la sicurezza del posto di lavoro. Le aziende con un’alta percentuale di lavoratori precari hanno prestazioni inferiori in termini di innovazione». Istruzione, inoltre, che non deve limitarsi ai giovani, ma rimanere accessibile — sempre secondo Draghi — lungo tutto l’arco della vita, in modo da permettere ai lavoratori di acquisire, quando necessario o opportuno, nuove competenze in settori più produttivi. Draghi si è poi soffermato sulla abilità dei manager, ritenendola cruciale per l’adozione efficace di nuove tecnologie e per la produttività delle aziende. Infine, ha sottolineato la forte correlazione tra la capacità innovativa di un Paese e il sostegno pubblico alla ricerca, in particolare quella di base. Draghi — è chiaro — stava parlando della realtà europea nel suo complesso; ma è irresistibile il sospetto che stesse dedicando un pensiero particolare all’Italia. Il nostro Paese, infatti, relativamente ai punti sopra ricordati o è caratterizzato da ritardi storici che non ha fatto nulla per colmare o, addirittura, ha scientemente perseguito obiettivi opposti a quelli auspicati dal governatore.

Istruzione. Partiamo dai ritardi: i manager e i dirigenti italiani sono tra i meno istruiti d’Europa. Come dichiarava Andrea Cammelli, direttore del consorzio interuniversitario Alma-Laurea, a questo giornale nel 2013: «I dati Eurostat segnalano che nel 2010 ben il 37% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea a 15 e il 7% della Germania». E guardando alla laurea, i manager con laurea o titolo superiore, in Italia, risultano il 15% della categoria, rispetto a oltre il 40% della media Ue. Davvero ci aspettiamo che una classe dirigente così carente dal punto di vista dell’istruzione possa affrontare le sfide poste dalle nuove tecnologie? Che cosa vogliamo fare in proposito? Passando dai manager all’insieme dei lavoratori, quanti sanno che l’Italia, tra i 36 Paesi più avanzati (quelli appartenenti all’Ocse), ha la percentuale di laureati più bassa in assoluto, a pari merito con la Turchia e un po’ peggio del Messico? Davvero vogliamo sperare di affrontare la società e l’economia del domani senza lavoratori — e cittadini — istruiti? Lavoratori che, tra l’altro, non possono ancora fare affidamento su nessun sistema serio di istruzione permanente. In direzione opposta a quella indicata da Draghi siamo poi andati in tema di stabilità del posto di lavoro: dal cosiddetto pacchetto Treu in avanti, infatti, abbiamo ripetutamente favorito la precarizzazione dei posti di lavoro, indebolendo la capacità delle aziende italiane di affrontare le complesse sfide poste dalla tecnologia.

Ricerca. Infine, il sostegno pubblico alla ricerca, in Italia già il più basso in assoluto tra i Paesi Ocse, in questi anni è ulteriormente diminuito col risultato di provocare una gravissima contrazione del sistema universitario italiano, decresciuto del 20% in appena otto anni — un fatto senza precedenti nella storia repubblicana. Già sapevamo che precariato, bassi livelli di istruzione anche tra manager e dirigenti, infimi investimenti pubblici in ricerca e un’università sull’orlo del collasso erano una miscela in grado di garantire solo una cosa: il declino del Paese. Ora però è una delle voci più ascoltate in assoluto a dirci che dobbiamo urgentemente invertire la rotta, prima che sia troppo tardi. Che il governo approfitti di questi mesi per varare alcune politiche mirate — ma consistenti — che rimettano la conoscenza al cuore delle priorità di questo Paese.

AVANTI TUTTA VERSO IL PASSATO

dicembre 19, 2016

SOPRA OGNI ASPETTATIVA LA PARTECIPAZIONE E LA MISURA DEL NO, GRAZIE SOPRATTUTTO A GIOVANI E MEZZOGIORNO

di Ilvo Diamanti, La repubblica 6 dic.2016 pp.10-11

Ampia partecipazione. Il referendum costituzionale, alla fine, si è tradotto in un referendum su Renzi, secondo le intenzioni dello stesso premier. Ma il risultato ha travolto anche lui, insieme alla riforma costituzionale. D’altronde, è una questione di “misure”. E la “misura” assunta dal No è al di là di ogni aspettativa. I sondaggi, questa volta, non hanno sbagliato, sull’esito. Ma, appunto, sulle “misure”. Infatti, tutti i principali istituti demoscopici avevano previsto il successo del No, segnalando, però, un’ampia area di incerti, che avrebbe potuto rendere possibile perfino il sorpasso del Sì. Invece, il No si è imposto nettamente. E ha prodotto conseguenze immediate, anzitutto sul governo. D’altronde, 6 italiani su 10 hanno votato contro la riforma, ma, anzitutto, contro Renzi. Troppi per non provocare le dimissioni immediate del Premier. Puntualmente rassegnate un’ora dopo la chiusura delle urne. Perché il significato “politico” del voto è indubbio. Sottolineato, anzitutto, dall’ampiezza della partecipazione elettorale. Quasi il 70%, in ambito nazionale. Molto più elevata rispetto ai precedenti referendum costituzionali. Infatti, nel 2001 l’affluenza si era fermata al 34%, mentre nel 2006 era, comunque, distante dal livello raggiunto in questa occasione: 54%. Così è probabile, come si era già osservato, che il Sì abbia intercettato il consenso di larga parte degli elettori del PD. Anche se non di tutti. Nel complesso, intorno all’85%. Più di quanto venga rilevato dall’Istituto Cattaneo, che però utilizza un metodo diverso e fa riferimento al voto in alcune città alle elezioni politiche del 2013. Mentre il sondaggio condotto domenica da Quorum per Sky offre stime coerenti con il nostro.

Mobilitazione. D’altronde, è indubbio che questo referendum abbia ulteriormente marcato l’impronta “personale” del PD. Convertendolo, in modo deciso e decisivo, nel PdR. Il Partito di Renzi. Che ora potrebbe indebolirsi, se non destrutturarsi. Producendo una nuova svolta rispetto alla tradizione e alla geografia elettorale del dopoguerra. Quando la DC, prima, e il Centro-destra Forza-leghista (come lo definì Edmondo Berselli), poi, apparivano radicati nel Nord Est e nella provincia del Nord. Mentre la Sinistra delineava una sorta di “Lega di Centro”, ancorata nei territori della (cosiddetta) “zona rossa”. Ma il M5s, alle elezioni politiche del 2013, e il PdR, alle europee del 2014, hanno assunto una distribuzione “nazionale” dei consensi. In questa occasione, però, la storia “regionale” del voto, in Italia, sembra riemergere (come ha osservato Antonio Gesualdi). Visto che le poche province dove ha prevalso il Sì sono, appunto, localizzate “al centro” dell’antica zona rossa. Al centro del Centro. Soprattutto in Toscana. Perché, come ha rilevato ancora l’Istituto Cattaneo, “alla mobilitazione degli elettori per il No si è sommata una relativamente maggiore mobilitazione degli elettori per il Sì”.

Cuore rosso. Eppure anche in questo caso il segno del cambiamento si conferma. Anzitutto, perché la base fedele alle indicazioni di Renzi appare ridotta. Al “cuore rosso” (come lo ha definito Francesco Ramella) della zona rossa. Nel complesso: una decina di province all’incrocio fra Emilia Romagna e Toscana. Mentre in Umbria e nelle Marche – le altre “regioni rosse” – il No appare dovunque maggioritario. Come, peraltro, in altre importanti province toscane: Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara. E dell’Emilia Romagna: Ferrara, Parma, Rimini, Piacenza.

Così oggi il PdR appare minoritario. Fra gli elettori e ancor più sul piano territoriale. D’altronde, il grado di fiducia nei confronti di Renzi, rilevato da Demos due settimane fa, coincide con il risultato raggiunto dal Sì: 41%. Pressoché uguale il dato relativo alla fiducia nel governo. Una coincidenza, forse, casuale. Ma non troppo. Soprattutto se riproduce – in diversa misura – la distribuzione territoriale: del voto e dell’affluenza. Elevata nel Centro-Nord. Bassa nel Mezzogiorno. Dove la differenza rispetto alle europee del 2014, il momento di maggiore affermazione per il PD e per Renzi, appare molto ampia. Segno evidente del significato attribuito al voto da alcuni ambienti (in)sofferenti verso il Premier e il suo governo. Il Mezzogiorno, appunto. Scosso dalla crisi. Ma anche i giovani. I più convinti del significato (anti) “personale” del referendum. I giovani: in cerca di futuro. In fuga dall’Italia.

Democrazia del Leader. Questi appunti segnalano i problemi “politici” incombenti. Per il PD e per Renzi anzitutto. Dunque, per il PdR. Che è stato sconfitto e dubito che possa “riprodursi” com’è adesso. Ma difficilmente potrà, comunque, tornare ad essere il PD. Cioè, il partito di prima. Perché, ormai, è un “Partito del Capo”, inserito in una “Democrazia del Leader” (per echeggiare le formule coniate da Fabio Bordignon e Mauro Calise). Ma non è chiaro chi e come lo possa “soccorrere”. Mentre non si vedono altri leader, altri Capi credibili, nel PD. E fuori. Dopo Renzi. Oltre a Renzi. Le altre forze politiche dovranno, a loro volta, trovare una missione. Autonoma. Oltre l’antipolitica, interpretata e intercettata – con efficacia – dal M5s. Oltre il berlusconismo senza Berlusconi, tentato senza convinzione da Forza Italia. Mentre la Ligue Nationale di Salvini dovrà, infine, sperimentare la propria reale capacità di attrazione “oltre i confini del Nord” e del Nordismo. Per candidarsi alla leadership della Destra. E del Paese. Tuttavia, nel Fronte del No, non è possibile individuare nuovi motivi di “coalizione”, dopo il referendum. Oltre l’antirenzismo. È, dunque, lecito attendersi una stagione – non breve – di instabilità. Perché questo Paese, oggi, appare senza leadership. Senza colori. E senza Un Nemico. Ma con un Bicameralismo e con un Senato solidi. Destinati a durare a lungo.