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IL RITORNO DEL PARTITO

novembre 7, 2018

I PARTITI DI MASSA SONO ANCORA IL MODO MIGLIORE PER SFIDARE I POTENTI DA PARTE DI CHI NON HA POTERE

Scheda tratta dal testo di Paolo Gerbaudo apparso sulla rivista americana Jacobin e tradotta a questo indirizzo: https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/13618-paolo-gerbaudo-il-ritorno-del-partito.html?utm_source=newsletter_733&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete

LA RECENTE RIPRESA in occidente sia di vecchi partiti, come quello laburista in Gran Bretagna, sia di quelli nuovi, come la France Insoumise o Podemos in Spagna, consentono di ipotizzare un ritorno di fiducia nel partito come strumento privilegiato della lotta politica. Questa fiducia si era indebolita a causa di molteplici fattori che sinteticamente possiamo indicare attraverso alcune idee chiave, come: globalizzazione, finanziarizzazione, teorie post-moderne sulla “fine della storia”, crollo delle identità di classe, morfologia orizzontale della rete (contrapposta all’esigenza organizzativa verticale dei partiti per il raggiungimento di un obiettivo comune). Tutto ciò ha portato persino a celebrare la transizione dagli stati-nazione all’impero globale (basato sulla finanza e l’economia), allargando quindi la dimensione della lotta necessaria.

IL FORTE SENTIMENTO ANTI-PARTITO ha origini lontane. Il nazismo e lo stalinismo hanno dimostrato fino a che punto il partito ha potuto trasformarsi in una crudele macchina incline alla manipolazione dei suoi membri e all’obbligo dell’obbedienza incondizionata. Ma questa critica giustificata si innestava su un antico rancore liberale nei confronti del partito politico, che invece di porsi al servizio degli interessi generali della società civile, aveva finito per difendere gli interessi ristretti di una fazione. Importanti pensatori sono arrivati a sostenere che “una setta o una partito sono eleganti incognite volte a salvare l’uomo dal cruccio di dover pensare” (Emerson), anticipando la prassi (esaltata da noi specie nel periodo berlusconiano) secondo cui “invece di pensare, ci si schiera semplicemente: a favore o contro. Una tale scelta sostituisce l’attività della mente.” (Simone Weil).

IN EPOCHE NEOLIBERALI la preoccupazione per la libertà individuale è tornata ad essere esaltata con la celebrazione dello spirito imprenditoriale e della spontaneità di forze di mercato deregolamentate, facendo sembrare qualsiasi forma di organizzazione collettiva come una sorta di impedimento illegittimo. Hayek, il più importante filosofo neoliberale del “pensiero unico”, è noto per aver negato fiducia nei confronti dell’ordine costruito (taxis), confidando invece nell’ordine spontaneo (kosmos) della società, modellato sul presunto libero scambio del mercato. Il partito politico, come lo Stato, viene dunque rappresentato come una sorta di grigio e burocratico Leviatano che minaccia la libertà, l’espressione autentica, la tolleranza, e il dialogo. Purtroppo, questo pensiero unico è stato assorbito inconsapevolmente anche da molti movimenti antiautoritari emersi con le proteste studentesche del 1968, che hanno fatto proprie le denunce dei neoliberali nei confronti delle organizzazioni collettive e della loro burocrazia, nel nome dell’autonomia e della libera espressione personale. Così, paradossalmente, oggi gran parte del disprezzo popolare nei confronti del partito politico è conseguenza proprio dell’ideologia neoliberale, nonché del modo in cui negli anni Novanta e Duemila questa ideologia ha facilitato la trasformazione dei vecchi partiti di massa dell’epoca industriale in nuovi “partiti liquidi”, progettati come i “partiti professionali/elettorali” americani. Questi partiti, il cui cinismo è stato ben illustrato da serie TV come House of Cards e The Thick of It, hanno sostituito i vecchi burocrati con giornalisti di regime, e i quadri del partito hanno lasciato spazio a consulenti di sondaggi e di comunicazione.

LA RINASCITA DEL PARTITO, messa in luce negli ultimi anni da autori come Jodi Dean, è il riflesso del fondamentale bisogno politico della forma partitica, specialmente in tempi di crisi economica e di crescente disuguaglianza. Il partito politico è la struttura organizzativa attraverso la quale le classi popolari possono unirsi per sfidare la concentrazione di potere che caratterizza gli straricchi oligopoli economici; si tratta, quindi, di sfidare gli stessi attori che hanno sfruttato la crisi finanziaria per imporre un impressionante trasferimento di ricchezze nelle loro stesse mani. Anni di neoliberalismo hanno convinto molti che i loro bisogni materiali potevano essere soddisfatti grazie al proprio sforzo individuale, allo spirito imprenditoriale, alla competizione, al presunto sistema meritocratico. Ma il fatto che il capitalismo finanziario abbia fallito nel creare benessere economico, ha indotto molti a pensare che l’unico modo per promuovere i propri interessi sia quello di unirsi ancora una volta in un’associazione politica organizzata.

UNITÀ DI CLASSE. Questa reazione quasi istintiva alla difficoltà economica serve a dimostrare il ruolo permanente del partito, così come i mezzi attraverso cui un’unità di classe può realizzare una volontà collettiva per diventare una forza politica. Questa idea, infatti, è stata per lungo tempo discussa all’interno della tradizione marxista. Il partito di avanguardia leninista e il partito di massa socialdemocratico hanno fornito diverse soluzioni per affrontare questa missione. Tuttavia, entrambe le soluzioni alla fine hanno messo in atto un’immensa burocrazia per adempiere al compito descritto da Gramsci: “centralizzare, organizzare e disciplinare” la massa dei sostenitori. Robert Michels, uno dei pionieri della teoria del partito moderno, ha attaccato questa crescente burocrazia, considerandola la fonte della “legge ferrea dell’oligarchia”. Ma, ciononostante, riteneva che la sua progressiva affermazione riflettesse una necessità fondamentale dell’organizzazione di massa. “L’organizzazione, essendo basata sul principio del minimo sforzo, ossia sul massimo risparmio di energia, è l’arma del più debole contro il più forte.” Il partito quindi opera come un “aggregato strutturale” che fornisce ai suoi membri il modo per amalgamare le forze e sconfiggere l’isolamento – che, come ha sottolineato Nicos Poulantzas, altrimenti caratterizzerebbe la vita dei lavoratori, costantemente disorganizzati dalla politica del “divide et impera” portata avanti dal capitale e dallo Stato.

ARMA DEI POVERI. Sebbene la classe media si sia ramificata in molte direzioni (ad esempio, le divisioni tra capitale commerciale, industriale e finanziario), è molto più agevolata ad unirsi perché, oltre ad essere poco numerosa, possiede zone chiave per l’aggregazione sociale, come porti, golf resort, logge massoniche, Rotary club… In risposta a questa intensa opposizione, i partiti politici costituirebbero sostanzialmente le “armi dei poveri”. Come ha scritto il sociologo americano Anson D. Morse, ci sono i mezzi per “unificare le moltitudini”, unendo forze che altrimenti andrebbero disperse e portandole ad avere il solo obiettivo di sfidare con credibilità la concentrazione del potere economico. È proprio questo il motivo per cui sono sempre stati disprezzati dalle élite liberali, ma è anche la ragione per cui sono stati avvicinati con sospetto dal piccolo borghese, il quale, come affermava il sociologo francese Maurice Duverger, ha paura di essere inquadrato in strutture imposte e di perdere l’autonomia.

ECONOMIA DIGITALE. Oggi, siamo di fronte ad un’economia digitale che sta dividendo ed isolando i lavoratori tramite l’outsourcing [appalto all’esterno di funzioni o servizi], la riduzione del personale, la supervisione algoritmica da remoto – visibile, ad esempio, in aziende come Uber e Amazon. In questo nuovo contesto, la necessità che il partito operi come un “aggregato strutturale”, riunendo il potere di molti individui isolati, è di fondamentale importanza. Ciò è particolarmente vero dal momento che mentre i partiti sono chiaramente e nuovamente in crescita, come viene evidenziato dal moltiplicarsi delle adesioni, non si può dire di certo la stessa cosa per quanto riguarda i sindacati e altre forme tradizionali di organizzazione popolare. Nell’epoca post-crisi, i partiti politici devono sicuramente porsi l’obiettivo della rappresentanza politica, di cui si sente di nuovo evidentemente bisogno. Inoltre, devono anche compensare il fallimento comparativo di altre forme di rappresentanza sociale, per dar voce agli interessi dei lavoratori e richiedere concessioni ai datori di lavoro.

STRUTTURA MINIMALE. Tutto sommato, non dovrebbe sorprendere che in tempi segnati da una grottesca disuguaglianza sociale e da un individualismo incontrollato, il partito politico stia tornando a vendicarsi. Evidentemente, il “principe ipermoderno” (per distinguerlo dal “moderno principe” descritto da Gramsci) è molto diverso dal partito burocratico dell’era industriale, sebbene abbia tentato in modo simile di costruire spazi di partecipazione di massa. Come si è notato bene nelle nuove formazioni come Podemos e France Insoumise, le organizzazioni politiche in ascesa spesso hanno una struttura centrale di comando molto minimale e rapida, paragonabile allo “slanciato” modello operativo delle imprese start-up dell’economia digitale. Queste formazioni potrebbero etichettarsi come “movimenti”, per via delle associazioni negative ancora evocate dal partito politico nella sinistra. Ma, in fin dei conti, sono a tutti gli effetti partiti politici. Si possono intendere come tentativi di innovare la forma partitica e renderla adatta alle circostanze attuali, in cui la vita sociale quotidiana è decisamente differente rispetto alle condizioni dell’epoca industriale in cui si era affermato il partito di massa. Questi nuovi partiti si stanno progressivamente affermando in un contesto in cui le filiali locali, i quadri, e il complesso sistema di delegazione tipica dei partiti socialisti tradizionali e comunisti, sono divenuti in gran parte inefficaci.

DEMOCRAZIA ONLINE. Gli attivisti stanno tentando di indirizzare questa sfida utilizzando vari strumenti digitali, tra cui piattaforme online partecipative, basata sul sistema OMOV (“one man, one vote”), in cui tutti gli utenti registrati sono invitati a partecipare alle decisioni online. Come descrivo in The Digital Party: Political Organisation and Online Democracy, vi è un dibattito acceso per cui, all’interno e al di fuori di queste formazioni, ci si chiede se il passaggio dalla “democrazia delegata” ad una democrazia diretta online sia effettivamente un miglioramento. E, infatti, alcune di queste organizzazioni si stanno allontanando dalla “legge ferrea dell’oligarchia” denunciata da Michels, solo per poi scontrarsi con un “plebiscitarianismo” digitale ugualmente problematico, accompagnato da una guida carismatica – una sorta di iperleadership che sta al di sopra.

AGGREGARE E TRASFORMARE. Tuttavia, questa trasformazione a livello organizzativo dovrebbe essere accolta come un audace tentativo di far rivivere la forma partitica. Ciò è particolarmente vero in un’epoca in cui vi è forte urgenza di aggregare le classi popolari in un attore politico comune, se si vuole dare una scrollata all’equilibrio di forze che propende decisamente a favore delle élite economiche. Fare appello a questo obiettivo strategico farà sollevare domande spinose sul potere e sull’organizzazione interna a cui, per troppo tempo, gli attivisti di sinistra si sono sottratti. Contrariamente a ciò che alcuni hanno affermato all’alba del nuovo millennio, non c’è modo di “cambiare il mondo senza prendere il potere”. E non c’è modo di prendere il potere e cambiare il mondo senza ricostruire e trasformare i partiti politici.

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ALCUNI SPUNTI SUL TEMA DELLE MIGRAZIONI

ottobre 18, 2018

 

di Lelia Della Torre del Comitato Difesa e attuazione della Costituzione Merate

1. Cause complesse. Il nomadismo ha caratterizzato l’umanità per gran parte della sua esistenza (attorno a 200mila anni). Solo da una decina di migliaia d’anni ha preso piede la stanzialità, con i suoi correlati di proprietà, confini, guerra, ma anche civiltà. Forse per questo l’uomo ha connaturata l’esigenza di spostarsi e il relativo diritto merita di essere considerato un diritto fondamentale. Tuttavia oggi la realtà è molto diversa. La dinamica demografica ha subìto negli ultimi due secoli un’espansione esponenziale mai avutasi in precedenza, peraltro con un forte squilibrio tra paesi ricchi e poveri. L’altissima natalità nei paesi poveri fa prevedere che il fenomeno migratorio sarà nel mondo sempre più accentuato e inevitabile. La sua gestione non è quindi da lasciare all’emotività del momento, ma da programmare razionalmente con l’accordo tra paesi di arrivo e di destinazione – anche perché può essere di reciproco vantaggio. Per comprendere la complessità e la diversificazione delle cause possiamo partire da alcuni esempi concreti.
L’accordo nordamericano di libero commercio (Nafta, 1994) ha consentito a Usa e Canada di inondare il mercato messicano con prodotti agricoli a basso prezzo (grazie anche alle sovvenzioni statali). Questo ha fatto crollare la produzione agricola messicana e milioni di contadini sono rimasti senza lavoro. Si è ingrossato così il bacino di mano d’opera a basso costo, che è stata impiegata poi negli stabilimenti di proprietà Usa posti al confine in territorio messicano, nei quali i salari sono molto bassi ed i diritti sindacali inesistenti. Da allora sono iniziate le migrazioni in massa dal Messico verso gli Usa ed il tentativo di porvi freno con l’erezione del muro che Trump vorrebbe completare su tutti i 3000km del confine.
Altri esempi di sfruttamento possono essere visti in Africa: è ricchissima di materie prime tradizionali (oro, platino, diamanti, petrolio, cacao, caffè…) ma anche di quelle indispensabili per i nostri telefonini e strumenti moderni, come il coltan. Queste risorse sono sfruttate dal colonialismo europeo vecchio e nuovo facendo leva su élite africane al potere, facilmente corruttibili. In Costa d’Avorio società francesi controllano il grosso della commercializzazione del cacao, di cui il paese è il primo produttore mondiale: ai piccoli coltivatori resta appena il 5% del valore del prodotto finale, tanto che la maggior parte vive in povertà. Le armi che nei paesi africani vengono usate per le guerre non sono prodotte di certo in Africa ma vengono dall’Europa, Usa, Russia, ecc.. I cambiamenti climatici che provocano siccità e desertificazione di enormi territori africani sono pure il prodotto di stili di vita opulenti, non certo africani. La causa principale delle migrazioni va cercata, in definitiva, nello sfruttamento del mondo ricco su quello povero. È logico pertanto che il mondo ricco si faccia carico della loro accoglienza.

2. Perché usano i barconi mettendo a rischio la loro vita? Pagare i trafficanti di esseri umani e gli scafisti costa di più di un biglietto aereo o navale. Per i migranti non è possibile emigrare legalmente da venti anni, da quando l’Europa ha chiuso le frontiere esterne ed aperto quelle interne. Dal 2014 ad oggi sono morti e dispersi nel Mediterraneo quasi 14.000 persone:
3.283 nel 2014
3.783 nel 2015
5.143 nel 2016
4.155 dal 01/01/17 al 15/07/17
1.258 dal 16/07/17 al 30/04/18
Gli sbarchi in Italia sono diminuiti drasticamente dopo i provvedimenti varati dal ministro Minniti (governo Gentiloni). Tra settembre 2015 e aprile 2018 sono sbarcati in Italia 350.000 persone e l’UE ha previsto il ricollocamento di sole 35.000. Quanto alle risorse economiche gli aiuti UE ammontano ad un misero 2% delle spese affrontate in media dall’Italia (fonte ISPI Istituto per gli studi di politica internazionale).

3. La loro presenza fa aumentare furti, rapine, stupri e rende i nostri paesi meno sicuri? Non sembra! gli stranieri dal 1991 al 2017 sono aumentati del 530% passando da 800.000 a 5.000.000 mentre gli omicidi sono calati dell’85% passando da 2391 a 348; anche gli altri reati gravi come rapine e violenze sono rimasti stabili o diminuiti. Gli stranieri in carcere sono circa 1/3 dei detenuti ma lo sono di solito per reati minori (difesi da avvocati d’ufficio).

4. Saremo in grado di accoglierli tutti senza impoverirci? L’Italia non è invasa dai migranti. I 5 milioni rappresentano l’8% della popolazione; altri paesi europei hanno accolto un numero ben maggiore: l’Austria 14%, Belgio 11%, Germania 10%, Spagna 9%, Regno Unito 8%. Allora perché trovano spazio le idee di invasione e sostituzione etnica? L’impoverimento che in Italia ha colpito le classi medio-basse è dovuto semmai alle politiche di austerità: disoccupazione, lavoro precario, facilità di licenziamento, costi sempre maggiori della scuola, della sanità, dei trasporti ecc.. Secondo Carlo Freccero “I migranti non risiedono in via Montenapoleone e non portano via lavoro agli amministratori delegati. E’ il popolo che porta il peso dell’immigrazione con la perdita di valore del lavoro manuale. La svalutazione del lavoro in questi anni di ordoliberalismo e di euro è stata possibile anche grazie all’esercito di riserva costituito dai migranti. E’ logico che le élite economiche siano favorevoli all’immigrazione. Le libera dall’incombenza di delocalizzare dove c’è disperazione, portando la disperazione direttamente qui”. Il fatto è tanto più vero con gli immigrati irregolari, sia quelli che non sono stati accolti e rimpatriati sia quelli che hanno perso il lavoro regolare e che dopo un anno senza impiego perdono, in base alla legge Bossi-Fini, il permesso di soggiorno: risulta così un vero e proprio esercito di riserva. I dati ISTAT stimano che gli stranieri non comunitari che lavorano irregolarmente sono più di mezzo milione. Quindi le norme restrittive sull’ingresso dei migranti favoriscono il lavoro nero! Inoltre le politiche sull’immigrazione di tutti i governi negli ultimi anni centrate solo sul contenimento e sulla gestione dell’emergenza hanno alimentato nella popolazione spinte di discriminazione e rifiuto. I centri di accoglienza spesso senza competenze e controllo hanno rappresentato un business per le cooperative di gestione e un problema per i migranti condannati a non fare nulla in giro per piazze e stazioni ferroviarie, quando non schiavizzati nei campi a raccogliere frutta e verdura. Solamente se non si lascia solo chi è più fragile ed in difficoltà attuando politiche economiche e sociali sarà possibile coniugare l’accoglienza aprendo canali di emigrazione regolare, la sicurezza urbana e la legalità.

5. E’ giusto fermarli in Libia e negli altri stati del Nord Africa? La prigionia nei campi libici è stata descritta da migranti di diversa nazionalità come una esperienza terribile: torture, violenze sessuali, morti di compagni, estorsioni alle famiglie di origine. Così i soldi UE al Niger sembrano impiegati solo perché la polizia fermi i migranti alla frontiera con la Libia costringendoli a percorsi ancora più difficili e pericolosi. Pensare poi di far fare le domande di asilo in paesi terzi rappresenta un grave attacco al diritto di asilo perché l’esame della domanda avviene in condizioni e contesti non controllabili. E’ vero, con i provvedimenti di Minniti sono diminuiti gli sbarchi ed anche i morti in mare: occhio non vede cuore non duole!

6. Cosa significa “aiutiamoli a casa loro”? Salvatore Settis: “nulla può arrestare le folle che premono ai confini sud degli Usa, nulla può arrestare la marea di popoli che da oltre il Mediterraneo guarda verso l’Europa. E’ urgente una strategia di lungo periodo e dovrebbe includere la possibilità (non l’obbligo) di trovare lavoro a casa propria perché c’è una causa di fondo che non si elimina con interventi di breve periodo ed è l’enorme squilibrio economico tra le varie parti del mondo. La crisi dei migranti è in realtà la crisi di un sistema economico e sociale insostenibile. Ma altrettanto urgente e necessaria è una strategia di accoglienza sui tempi brevi, rivolta ai nostri fratelli che migrano proprio come i nostri nonni cento anni fa.”

Dovendo sognare in grande, perché non sogniamo un domani in cui i diversi territori si contenderanno gli immigrati per fruire dei loro apprezzati servizi?

LA BATTAGLIA CONTRO I MIGRANTI

settembre 30, 2018

LA LINEA DURA DEL GOVERNO CONTRO GLI SBARCHI HA LE SUE RAGIONEVOLI ORIGINI ED È AMPIAMENTE CONDIVISA MA NON FORNISCE NÉ UNA SOLUZIONE ALLA TRAGEDIA UMANITARIA NÉ UNA PROSPETTIVA PRATICABILE PER L’ITALIA. QUALCHE DATO E QUALCHE FATTO.

di Pippo Ranci, docente emerito di economia, Università Cattolica – 18 sett.2018

LA POLITICA DEL GOVERNO italiano uscito dalle elezioni del 4 marzo 2018 è stata dominata dalla campagna per respingere l’immigrazione, che ha messo in ombra ogni altro argomento. Il governo ha adottato una linea dura contro gli sbarchi accompagnata da una comunicazione molto vistosa. Probabilmente a questa azione è dovuto l’aumento dei consensi: la maggioranza che governa oggi l’Italia è uscita dalle elezioni del 4 marzo con il 51% e a settembre gode di una popolarità del 60%; all’interno della maggioranza, mentre il Movimento 5Stelle arretra, la Lega di Salvini ha raddoppiato i consensi passando dal 17% al 33%. Il problema riguarda soprattutto gli sbarchi nei porti italiani da imbarcazioni cariche, spesso stracariche, di migranti provenienti dal lato Sud del Mediterraneo.

PERCHÉ TUTTI QUESTI SBARCHI. Ne abbiamo avuto un anticipo nel 1991, ventisette anni fa, quando l’Albania era in crisi: in un solo giorno, il 7 marzo, 27mila persone sbarcarono a Brindisi, l’8 agosto 20mila a Bari. Poi, anche con aiuti italiani, l’Albania si è risollevata e l’emergenza è finita. Gli sbarchi sono stati in media 25mila all’anno tra il 1997 ed il 2012. Poi sono schizzati verso l’alto, con una progressione che è sembrata inarrestabile, fino a 181mila nel 2016 secondo l’autorevole istituto ISMU (130mila nel dato ufficiale del Ministero). L’origine è l’emergenza mondiale creata dalle guerre o violente repressioni in Afghanistan, in Myanmar, in Irak, in Siria e prima ancora in Libano e Palestina, in Ucraina, nel Sudan del Sud, in Eritrea, in Libia. Il numero continua a crescere. Le persone costrette a una migrazione forzata e tutelate dall’Agenzia mondiale per i rifugiati (UNHCR) hanno raggiunto la cifra record di 71,4 milioni.

VANNO NEI PAESI POVERI. L’84% dei migranti forzati sono accolti in paesi in via di sviluppo, e di questi il 26% nei paesi più poveri in assoluto. L’Unione Europea ne accoglie meno del 10%. Un milione e mezzo la Germania, un altro milione equamente ripartito tra Francia, Italia e la piccola Svezia, che ha tanti abitanti quanto la Lombardia. Il resto sono briciole. Le principali rotte d’ingresso in Europa sono due.
1) Quella orientale che attraversa i Balcani ha messo in allarme l’Ungheria, che ha alzato una barriera di filo spinato. L’Unione europea ha stipulato un accordo con la Turchia, che blocca il flusso verso l’Europa e ospita 4 milioni di rifugiati. In cambio ha ricevuto finora circa 6 miliardi di euro per i costi dell’accoglienza ma anche per lo sviluppo economico e probabilmente anche per l’armamento.
2) Quella meridionale che ha il punto di raccolta in Libia, dove dal 2011 il territorio è controllato da diversi eserciti e bande armate e il potere dello stato non c’è. Qui i profughi arrivano attraverso il deserto o dal mare e puntano all’Europa, naturalmente approdando in Italia. Rispetto alla massa di disperati che preme, un flusso della dimensione di cento o duecentomila arrivi all’anno è il minimo che ci si può aspettare.

PER NOI SONO TROPPI. Dal lato del paese che lo riceve, l’Italia, l’afflusso crea problemi gravi. L’identificazione è lunga e difficile, si tratta di persone prive di documenti, che parlano lingue diverse. Le strutture sono insufficienti. I migranti appena arrivati vengono lasciati lì e presto se ne vanno, molti proseguono per altri paesi d’Europa, molti si fermano in Italia senza un permesso legale. Le forze dell’ordine ne perdono il controllo. Sono troppi. Eppure l’Europa ha una grande popolazione di immigrati, tra cui molti provenienti da paesi poveri, che in maggioranza lavorano, svolgendo spesso mansioni indispensabili ma sgradite ai locali. Il Italia ci sono 5,1 milioni di residenti stranieri più oltre mezzo milione di stranieri naturalizzati italiani, più gli irregolari stimati in 300mila. Molti tra quelli che sbarcano in Italia vogliono solo raggiungere altri paesi europei al di là delle Alpi, dove hanno parenti o conoscenti o contano di trovare lavoro.

PER L’INTEGRAZIONE. Quel “troppi” dunque non è riferito a un’impossibilità complessiva ma all’insufficienza dell’organizzazione di accoglienza, di inserimento nel lavoro, di integrazione nella società. Ma la reazione più immediata ed emotiva è semplicemente il rigetto. Il rigetto di una politica “buonista” che, mentre una valanga di profughi è in arrivo, sembra preoccupata solo di accogliere senza preoccuparsi del loro numero e delle nostre deboli strutture. Il rigetto di un gioco truccato in cui i trafficanti incassano i soldi e buttano a mare i profughi sapendo che qualcuno li salverà. E anche la generale difficoltà ad accettare il diverso, il fastidio quotidiano di fronte all’accattonaggio e alla piccola criminalità: una reazione che investe indistintamente africani, nomadi europei, rumeni e albanesi, e trova sbocco nel respingere quelli che si possono ancora respingere.

CAOS IN LIBIA. L’impennata degli sbarchi dal 2013 in poi è direttamente connessa con il caos in Libia. Le migliaia di profughi concentrati sulla costa libica sono facile preda di trafficanti senza scrupoli. Abbiamo conosciuto storie di sofferenza incredibile e altrettanto incredibile crudeltà. L’organizzazione di questo sfruttamento è cresciuta, estesa dai paesi d’origine al trasporto verso la Libia fino al controllo in Italia per il pagamento del pedaggio imposto. I naufragi sono stati messi in conto, se non proprio programmati, contando sul salvataggio ad opera di navi commerciali di passaggio, della marina militare italiana, di navi fatte affluire da organizzazioni nonprofit (ONG, organizzazioni non governative) nell’intento di soccorrere gli infelici indifesi. Il sistema dei soccorsi ha avuto l’effetto non voluto di facilitare gli affari dei trafficanti.

LE REGOLE EUROPEE. All’arrivo bisognerebbe anzitutto distinguere i profughi, che hanno diritto d’asilo, da tutti gli altri che non hanno questo diritto. Ma ha senso accogliere chi soffre per una persecuzione politica e respingere che si trova in uguale sofferenza per una siccità devastante? o chi disperatamente cerca una possibilità di sopravvivere alla miseria e portar via la famiglia dal degrado fisico e morale della baraccopoli? Per regolare l’afflusso dei profughi l’Unione europea si è data una regola con la Convenzione di Dublino (1990 e successivi aggiornamenti fino all’ultima edizione del 2013). Per evitare che i richiedenti asilo facciano tante domande quanti sono gli Stati membri dell’Unione, la regola è che sia competente il paese d’ingresso. Non si prevedeva allora un’ondata come questa, concentrata in un solo Paese, che non riesce a fare il lavoro per tutti gli altri. Il sistema ha vari difetti e soprattutto quello di non regolare e di non re-distribuire tra i paesi membri l’onda degli ingressi. Le trattative per la riforma del sistema di Dublino si trascinano da anni, ed evidentemente molti Stati hanno interesse a non farne niente. Le istituzioni dell’Europa svolgono un lavoro prezioso. Ma la volontà di stare e progredire assieme si è indebolita. Criticare e lamentarsi è un gioco facile e seduce molti. L’Europa ha perso coesione.

INQUIETUDINE. Il 3 ottobre 2013 una nave carica di migranti eritrei affonda a poche miglia da Lampedusa. Muoiono in 368 e forse di più. È evidente che bisogna fare qualcosa, mentre altri naufragi seguono. Il governo italiano (presidente Enrico Letta) organizza il pattugliamento del mare tra Italia e Libia operato da Marina e Aviazione italiane per prevenire altre tragedie: è l’Operazione Mare Nostrum. La Commissione europea fornisce un limitato sostegno in denaro, i paesi europei richiesti dal governo italiano non aiutano, salvo la Slovenia. Trascorso il primo anno il governo (presidente Renzi) decide di non continuare ad assumersi l’onere e l’operazione passa all’Agenzia europea Frontex, già esistente, con sede in Polonia. Tra 2014 e 2016 il sistema non funziona bene, viene criticato, non riesce a impedire che il traffico di esseri umani continui a crescere. Le cronache e le immagini diffuse alimentano compassione, rabbia o paura. È evidente che così non si può continuare e l’opinione pubblica si divide sempre più su che cosa si debba fare.

GOVERNO GENTILONI. All’inizio del 2017 il nuovo governo (presidente Gentiloni) cambia linea. Il ministro dell’interno Minniti guida la nuova politica per rafforzare la Guardia costiera libica e aiutarla a impedire le partenze. La Guardia costiera difende il suo controllo delle acque territoriali libiche, tiene lontane le navi delle ONG anche se i migranti affogano. Gli sbarchi rapidamente diminuiscono nel secondo semestre del 2017 e nel 2018, tornando al livello pre-crisi. Prima, per salvar ad ogni costo i migranti, si rischiava di fare un favore ai trafficanti. Ora, per rendere difficile la vita ai trafficanti, si rischia di accrescere i rischi e le sofferenze dei migranti, che nei centri di raccolta in Libia sono oggetto di spietati abusi e maltrattamenti. Minniti è violentemente accusato dal lato umanitario del mondo culturale e politico. Si difende dicendo che l’opinione pubblica italiana non avrebbe sopportato che crescessero ancora gli arrivi e i naufragi, con un rischio per la stessa democrazia. Gli danno dell’esagerato. Il governo Gentiloni cerca anche di frenare i flussi all’origine, avviando una collaborazione con i paesi a Sud della Libia per metterli in grado di controllare il loro territorio e sostenere lo sviluppo economico, cominciando con una missione militare-civile italiana nel Niger. Un’iniziativa che non può mostrare risultati immediati e che merita di potersi sviluppare nel tempo. Le elezioni del 4 marzo 2018 mostrano che le politiche tentate non hanno convinto l’elettorato.

IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO. Sulla questione dei migranti il cambiamento c’è stato davvero. Matteo Salvini, uomo forte della nuova maggioranza, ha voluto fare il ministro dell’interno e ha iniziato a farlo impedendo di sbarcare i migranti salvati da navi di ONG e anche da navi militari italiane. In almeno un caso è arrivato a tenerli di fatto sequestrati a bordo, suscitando quindi un interessamento della magistratura perché il sequestro di persona è un reato. Ha accusato le ONG di essere complici dei trafficanti di esseri umani. Ha usato espressioni sprezzanti nei confronti del sindaco di Riace, che ha dedicato vita e sacrifici all’integrazione degli immigrati. Suscitando grandi emozioni e contrasti, ha imposto la questione migranti all’attenzione degli Stati europei che così poco avevano fatto per aiutare l’Italia. Non è però riuscito a ottenere alcuna decisione per aggiornare il sistema Dublino. Ha ottenuto solo qualche disponibilità di altri paesi ad accogliere una parte dei migranti a bordo di navi ferme in un porto italiano, di volta in volta. Ha criticato la magistratura che fa il suo dovere, ha mostrato durezza nei confronti di persone indifese e poca cura per le regole di civiltà come il soccorso ai naufraghi. Ha così messo l’Italia, che avrebbe diritto a un sostegno forte, nella posizione dell’accusato.

E ORA? Mentre gli arrivi ufficialmente censiti sono crollati, il problema non è risolto. La Libia è in guerra civile e il numero dei rifugiati sta tra i 55mila registrati dall’UNHCR e le stime dieci volte superiori. Quel che si sa è che sono disperati, soggetti a stupri, rapimenti e torture, privi di una prospettiva che non sia quella di pagare gli scafisti e partire per l’Italia, a rischio di morire in mare. E infatti si segnala un traffico di piccole imbarcazioni veloci che sbarcano di notte migranti sulle spiagge italiane, schivando i porti. Non si vede una soluzione all’instabilità di molti paesi che alimentano i flussi, cosicché la pressione potrebbe aumentare. E infine il presidente turco Erdogan, che si trova in difficoltà economiche, non perde occasione per ripetere che l’Europa deve sostenerlo altrimenti lui rilascia i milioni di profughi che sta trattenendo: ma lui sta violando molti diritti umani, come si esce dal ricatto?

RINNOVARE L’EUROPA. Se la pressione dei migranti a entrare in Europa rimane e cresce, sarebbe necessaria una linea coerente e comune ai paesi europei, che punti a controllare l’intera catena del traffico di esseri umani e a organizzare un’accoglienza umana a un flusso programmato di ingressi. Invece la posizione che sta prevalendo in varie parti d’Europa, dall’Ungheria all’Austria alla Baviera (che è la maggiore regione della Germania) oltre che in Italia è di tollerare tutto purché i migranti non arrivino qui, cercare di mandar via quelli che arrivano, lasciare che i singoli paesi affacciati al Mediterraneo se la cavino da soli. I governanti europei che più nettamente rifiutano di condividere responsabilità nell’accoglienza dei migranti sono proprio quelli con sui si sta alleando Salvini. Se queste forze, che mostrano sfiducia nella costruzione dell’Europa, vinceranno le elezioni europee del maggio prossimo, che cosa dobbiamo aspettarci? Lavoreranno nell’istituzione perché si autodistrugga? Oppure riusciranno a far emergere una rinnovata idea di Europa? E quindi anche una rinnovata politica per governare le migrazioni? Hanno questa intenzione? Il governo italiano, da parte sua, poggia su di un’alleanza tra diversi e la linea Salvini non è condivisa da una parte importante del Movimento 5 Stelle. Facendo la voce grossa e mostrando il calo degli arrivi il consenso è aumentato, ma resta da vedere come l’occasione sarà utilizzata. Gli immigrati ci sono e crescono, anche per esigenza del sistema economico: l’integrazione va costruita. Anche i rifugiati continueranno ad arrivare: va messo a punto un sistema di accoglienza che garantisca un controllo efficace e umano. Il governo ha questa intenzione?
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QUELL’IDEA DI ORDINE

giugno 14, 2018

CHE HA INQUINATO LA POLITICA EUROPEA: IDEA INCERTA E ARBITRARIA, PER COPRIRE INTERESSI PARTICOLARI

spunti tratti dalle conferenze-dibattiti organizzati dal Comitato Difesa Costituzione Merate nel maggio 2018 con i docenti: Nadia Garbellini, Marco Bersani e Giulio Cainelli

IL MODELLO ECONOMICO prevalentemente seguito ancora oggi in Germania è quello dell’ordoliberalismo (ordoliberismo se ci si limita al campo economico), più noto col nome di economia sociale di mercato. Il fatto è che il complesso di idee e di prassi portate dall’ordoliberismo tedesco sono diventate quelle seguite dall’intera Comunità Europea, compreso il nostro paese. Merita quindi soffermarsi sulla loro origine e natura per individuarne eventuali incongruenze. L’elaborazione di questo modello può essere fatta risalire agli sforzi compiuti nell’ambito del pensiero liberale per cercare rimedi alla grande crisi economica iniziata nel 1929. Questa aveva mostrato platealmente l’instabilità del liberismo e la sua incapacità di dare avvio alla ripresa senza esplicite iniziative da parte del settore pubblico. Contemporaneamente prendevano piede sempre più le idee keynesiane di interventi anticongiunturali dello stato. Il pensiero liberale era pertanto assediato e ovunque in difesa. In un incontro degli economisti di ispirazione liberale avvenuto nell’agosto 1938 a Parigi (uno dei pochi luoghi ancora liberi dai totalitarismi) emersero due linee di pensiero prevalenti: quella dei neoliberisti e quella degli ordoliberisti. Entrambi condividevano l’avversione viscerale verso le degenerazioni dell’interventismo statale da parte dei nascenti fascismi, nonché la convinzione sull’impossibilità di abolire il mercato, sostituendolo con una programmazione centralizzata; la motivazione principale addotta sta nella estrema difficoltà di disporre centralmente delle informazioni necessarie per un corretto funzionamento del mercato. Mentre però il mercato era considerato un dato “naturale” dai neoliberisti, gli ordoliberisti lo riconoscevano – giustamente – come una istituzione umana, quindi fragile, modificabile e controllabile.

CONFORMITÀ. Gli ordoliberisti si distinguevano dai neoliberisti anche perché, come dice il nome, avevano l’idea di ordine: possibile e perseguibile anche nel campo economico. Quindi lo stato che auspicavano non era uno stato debole, che lasci ogni spazio al mercato, ma uno stato forte che intervenga nell’economia, ma limitatamente all’eliminazione di ciò che non è conforme al modello ordoliberista: in primo luogo non è conforme la formazione di monopoli, oligopoli o rendite che alterino il funzionamento della libera concorrenza. Altre cose non conformi al modello: lo sciopero: meglio inserire i sindacati nella direzione aziendale, in modo di sciogliere alla radice le occasioni di contrasto; il debito (nella lingua tedesca questo termine significa anche colpa); il deficit di bilancio, escludendo quindi anche le politiche anticicliche keynesiane; l’inflazione (di cui i tedeschi hanno cattivo ricordo). Se applicate correttamente le regole del modello, si sarebbero avute le seguenti conseguenze teoriche: riduzione dei costi, grazie al progresso tecnico sollecitato dalla concorrenza; riduzione del profitto d’impresa; riduzione dei prezzi, a vantaggio dei consumatori. Un quadro deflazionistico, dunque, di cui si sono avute pessime esperienze, specie in Giappone.

LA SCUOLA DI FRIBURGO fu la principale culla di questo pensiero ordoliberista, di cui non si può non rilevare subito anche l’astrattezza. Fu elaborato in buona parte da pensatori, economisti e giuristi tedeschi non allineati con l’ideologia nazista, che dovettero nascondersi o emigrare, molti dei quali cristiani praticanti. Questo ultimo aspetto è importante per comprendere la loro visione organicistica della società. Molti autori nella storia hanno assimilato la società ad un organismo vivente, ma forse la teorizzazione più incisiva è quella di Paolo di Tarso, che descrive la chiesa come un corpo di cui Cristo è la testa e i cristiani le membra. È forse questa immagine che ha maggiormente spinto quei pensatori tedeschi a elaborare l’idea di ordine nella società civile ed economica. La loro rivista principale è stata Ordo (ordine in latino), fondata all’inizio del terribile conflitto. E su quelle idee si sono ritrovati alla fine della guerra quelli rientrati, assetati di pace contro la guerra, di libertà contro la dittatura e di ordine contro le convulsioni belliche. Ma se l’idea di ordine può essere accettabile in una realtà spirituale come la chiesa paolina, non può certo essere applicata tout court alla società civile, se non forse come ideale da perseguire nel lungo termine. Nella moderna società prevale la competizione e il conflitto: anche in sociologia il paradigma scientifico è passato dall’ordine al conflitto, nessuno più ritiene sostenibile l’ordine. Non va nascosto però che questa visione organicistica, non atomistica, degli ordoliberisti – terza importante differenza rispetto ai neoliberisti – ha avuto il grande pregio di vedere favorevolmente gli enti intermedi e la decentralizzazione degli ambiti sociali, politici ed economici della vita.

NATURA. Dietro l’idea di ordine vi è certamente anche quella di natura, cui spesso viene fatto riferimento da quegli autori. Norberto Bobbio parlando di natura afferma che «è uno dei termini più ambigui in cui sia dato imbattersi nella storia della filosofia» (nello scritto Giusnaturalismo e positivismo giuridico), sottolineando come fra gli stessi autori appartenenti alla scuola del diritto naturale regni incertezza nell’individuare il senso della natura. Conclude che «se uno degli ideali di una società giuridicamente costituita è la certezza, una convivenza fondata sui princìpi del diritto naturale è quella in cui regna la massima incertezza. Se caratteristica di un regime tirannico è l’arbitrio, quello retto dal diritto naturale è il più tirannico, perché questo gran libro della natura non fornisce criteri generali di valutazione, ma ognuno lo legge a modo suo». Discorso analogo vale, ovviamente, per l’economia con le incerte e arbitrarie idee di ordine e natura.

IN DEFINITIVA ci ha pensato l’evoluzione stessa della società a rendere obsoleto il discorso liberista. Anche nella versione attenuata e per certi aspetti pregevole dell’ordoliberismo, non è stato possibile porre freno alla crescita patologica del mercato: ha varcato ogni confine nazionale e ogni dimensioni della libera concorrenza. Poche multinazionali oggi dominano i mercati e comandano persino sulla politica. Grazie anche ai progressi strepitosi nel campo delle tlc sono stati svuotali di contenuto molti enti intermedi, alla faccia degli auspici ordoliberali. La vittoria del mercato è andata al di la di quanto auspicato dai liberisti. Le ricchezze si concentrano sempre più nelle mani di pochissime persone, mentre si allargano a macchia d’olio povertà, migrazioni, disoccupazione. Restano gravissimi problemi ecologici globali che vanno affrontati urgentemente, anzitutto dai responsabili politici del mondo: è davvero ingenuo pensare che possano essere risolti dalle multinazionali alla ricerca del profitto selvaggio. Quello che più preoccupa è che il vecchio liberismo negli ultimi decenni ha cambiato natura, ha esteso la logica mercatistica a tutti gli ambiti della vita, spesso inquinandoli dall’interno; ignorando ovviamente l’esiguità delle sue basi scientifiche cui sopra si è fatto cenno.

USO IMPROPRIO DEL DEBITO PUBBLICO

giugno 14, 2018

LA TRAPPOLA DEL DEBITO DAL CIRCOLO VIRTUOSO AL CIRCOLO VIZIOSO

spunti tratti dalle conferenze-dibattiti organizzati dal Comitato Difesa Costituzione Merate nel maggio 2018 con i docenti: Nadia Garbellini, Marco Bersani e Giulio Cainelli

“LO SHOCK serve a far diventare politicamente inevitabile quello che è socialmente inaccettabile”; lo sosteneva il grande Milton Friedman, premio Nobel 1976 per l’economia, fondatore del pensiero monetarista e della scuola di Cicago, forte sostenitore di quel liberismo che si impose con l’avvento al potere di Reagan e della Tatcher, ispirando in seguito la politica economica mondiale. Si potrebbe subito notare una grossa contraddizione tra il ricorso agli shock e il lassez-faire liberista. Ma forse questa non è l’unica incongruenza di quel pensiero. In ogni caso uno di questi shock, molto utilizzato nel nostro paese è quello del debito pubblico. In valore assoluto il nostro debito (2,3 mila miliardi di euro a fine 2017, corrispondenti a circa 2,8 mila mld dollari) è superato soltanto dagli USA (20 mila mld dollari), Giappone (11,5) e Cina (5 circa). Ai fini dello shock serve ancor più il rapporto debito/PIL, cioè la percentuale del debito rispetto alla capacità del paese di produrre reddito: preoccupa specie quando il reddito non cresce, come nel caso italiano. Il rapporto debito/PIL è giunto in Italia al 132%: produciamo più debito che reddito. Nel mondo siamo dietro solo al Giappone (240%) e alla Grecia (180%).

GESTIRE LA MONETA. Cos’hanno USA, Giappone e Cina rispetto a noi per non destare allarme su un debito così elevato? Hanno anzitutto la possibilità di gestire la propria moneta, mentre da noi tale possibilità è passata, dopo l’unione monetaria, alla BCE (Banca centrale europea). La propria moneta può essere moltiplicata a volontà (entro il limite ovvio di non cadere nell’inflazione galoppante) e pertanto può essere usata anche per ridurre il debito. È per questo che ogni paese moderno è sempre ricorso a un debito pubblico consistente, senza particolari preoccupazioni nè alcun bisogno di azzerarlo, come sarebbe invece normale per un debito privato. Il debito pubblico infatti può diventare elemento di un circolo virtuoso per generare reddito e benessere (attraverso il meccanismo che gli economisti chiamano moltiplicatore) grazie alla spesa pubblica, anche in deficit. Lungi dallo scaricare il debito sulle generazioni future, un debito pubblico virtuoso e controllato crea benessere anche per le generazioni a venire: un’eredità positiva grazie al debito.

UN CAPPIO ATTORNO AL COLLO. I problemi si complicano quando un paese dalle dimensioni consistenti, come il nostro, non può più controllare direttamente la moneta, avendo lasciato accrescere il debito in modo eccessivo. Il nostro debito è “esploso” soprattutto negli anni ‘80 e nella prima metà del successivo decennio, dopo il “divorzio” tra Banca d’Italia e ministero del Tesoro, avvenuto tramite una semplice lettera del ministro Andreatta, con cui si affrancava la Banca stessa dall’obbligo di acquistare i titoli di stato emessi e non venduti sul mercato. Non essendoci più questo obbligo i titoli di stato potevano essere collocati solo rendendoli più attraenti, cioè con un più alto tasso di interesse. Questo però fa gonfiare la spesa per il servizio del debito, spesa che varia oggi attorno ai 70-90 mld di euro, la terza voce più rilevante del bilancio dello stato, dopo la previdenza e la sanità. Come fa il nostro stato a pagare questi interessi? Si indebita ulteriormente. L’immagine del cappio attorno al collo che si stringe sempre più è quella propria per descrivere la situazione in cui è caduto il nostro paese: forte debito che continua a crescere su sé stesso in un circolo vizioso. Altri fattori che rischiano di aggravare la situazione debitoria del nostro paese stanno nella sua incertezza politica, nell’introduzione del Fiscal Compact che inasprirà l’austerità, nell’aumento dell’IVA e dei tassi di interesse conseguenti alla fine del Quantitative Easing (con l’acquisto di titoli pubblici da parte della BCE) e infine nell’accettazione della proposta (dei “falchi” europei) di limitare alle banche nazionali il possesso di titoli pubblici del proprio paese, o che questi non siano più considerati privi di rischio. In tal caso le banche nazionali sarebbero costrette a svendere molte decine di miliardi di debito pubblico italiano.

STRATEGIE. Per uscire dal circolo vizioso del debito italiano sono necessari provvedimenti radicali e certo non indolori. Le proposte sono molteplici: una strategia spesso invocata è quella di fare in modo che il debito pubblico italiano torni ad essere detenuto da entità private o pubbliche, ma italiane. Così è per il Giappone, che si può concedere, senza alcun allarme, un debito più di 4 volte il nostro, in percentuale quasi il doppio del nostro. Il debito italiano è invece nelle mani per più di un terzo della grande finanza internazionale, che potrebbe speculare al ribasso, mandando in fallimento il nostro paese. Ecco la ripartizione percentuale dei creditori del nostro debito pubblico:

operatori stranieri 36
assicurazioni e fondi di investimento 23
banche nazionali e fondi monetari 18
Banca d’Italia 18
famiglie italiane e piccoli risparmiatori 5

Sarebbe necessario ridurre la quota straniera, aumentando queste ultime voci; cosa non impossibile, se si pensa che la ricchezza finanziaria delle sole famiglie italiane supera i 4 mila mld di euro: il doppio del nostro debito pubblico. Si potrebbe inoltre concordare, con i grossi detentori del debito, le vie (soprattutto incentivi fiscali e finanziari) della sua riduzione, allentandone gradualmente il cappio. Chi si oppone a questa soluzione o alle molte altre che vengono avanzate? Anzitutto la grande finanza internazionale. Si dice che un creditore usurario teme tanto la morte del debitore quanto la cessazione del debito – che gli consente guadagni ripetuti nel tempo. Così la finanza internazionale è la prima interessata al mantenimento del debito pubblico italiano. Taluni sostengono che le scelte elettorali recenti verso i populisti siano in buona misura motivate dalla convinzione che l’establishment politico italiano tenga più agli interessi della grande finanza che a quelli dei concittadini.

IN DEFINITIVA, il debito pubblico italiano viene usato dai media e dall’establishment prevalentemente per colpevolizzare i cittadini: vivono o hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, tolgono risorse alle generazioni future e così via. Una contraddizione del capitalismo è che accanto a questa colpevolizzazione, i media siano pieni di suggestioni pubblicitarie al consumo, nelle quali la colpa (di consumare) diventa un merito. Dai brevi cenni sopra riportati si vede che il debito italiano è un problema, ma certo non irresolubile: la proposte sono numerose, da vagliare e approfondire. Quello che è da mettere in rilievo è uno dei motivi principali che hanno portato il debito dal circolo virtuoso a quello vizioso: lo stesso liberismo, importato dall’Europa, con la folle convinzione che solo il privato è efficiente, che lo stato non deve intervenire, che i mercati si regolano da soli. Così, con molte banche, sono stati privatizzati enti, come le Poste e la Cassa depositi e prestiti, che svolgevano preziose funzioni di raccolta del risparmio minuto, di calmiere sugli interessi per i prestiti ai comuni, ecc. In tal modo, oltre a sottrarre allo stato le sue insostituibili funzioni di guida allo sviluppo economico e al controllo anticongiunturale, si è reso il nostro paese più esposto alla speculazione finanziaria internazionale, rendendo sempre più urgente un intervento radicale per tornare a rendere virtuoso il circolo del nostro debito.

DIBATTITO ELETTORALE E VALORI DELLA COSTITUZIONE

gennaio 30, 2018

APPELLO AD ELETTORI E CANDIDATI

NON PROMESSE DEMAGOGICHE MA CONCRETI PROGETTI PER AFFRONTARE I GRANDI PROBLEMI E COLMARE IL DEFICIT DI IMPRENDITORIALITÀ PUBBLICA: ALCUNI ESEMPI

Contributo del Comitato Difesa e attuazione della Costituzione Merate

Può dirci ancora qualcosa la Costituzione italiana in questo convulso momento elettorale, a 70 anni dalla sua promulgazione? È noto che negli ultimi decenni la Carta ha subito forti attacchi, sorretti da ragioni talvolta pretestuose, come il “mito” della governabilità, le “esigenze” della globalizzazione, dell’economia, ecc. Tuttavia i valori che hanno animato i Padri costituenti nei momenti costruttivi del primo dopoguerra, facendone una delle costituzioni più moderne e innovative del mondo, dovrebbero anche costituire un faro per guidarci nella difficile scelta elettorale. Possiamo prendere in considerazione alcuni punti su cui si svolge il dibattito pre-elettorale e confrontarli con quanto afferma la Costituzione.

GUERRA. Se vuoi la pace prepara la guerra”: questo ben noto detto degli antichi romani, pur essendo contestabile già a quei tempi (perché presuppone erroneamente un mondo di soli “homines hominibus lupi”), ai nostri giorni, con la minaccia nucleare, è diventata una vera e propria pazzia (mad = mutua distruzione assicurata). L’unica cosa ragionevole è: “se vuoi la pace prepara la pace”. Eppure il detto romano sembra penetrato profondamente nel senso comune e perfino nel “politicamente corretto”. Non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile più di una volta, nel corso dei 70 anni della Costituzione, violarne palesemente l’art. 11, il quale, come ben sappiamo, proclama che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Certo, le nostre missioni militari sono sempre state denominate “di pace”, le armi, si è sempre detto, venivano usate solo per difenderci e comunque, si aggiungeva, bisogna essere fedeli alle alleanze. Le prime due affermazioni apparivano però spesso e volentieri grossolanamente fallaci (basti pensare ai bombardamenti di obiettivi civili serbi durante la cosiddetta guerra del Kosovo o al miliardo e mezzo di euro ufficialmente speso per proteggere una missione umanitaria per la quale erano stati investiti tra il 2003 e il 2006, nell’Operazione “Antica Babilonia”, non più di 16 milioni). Quanto all’ultima giustificazione, dobbiamo rilevare che non è pertinente, in quanto la fedeltà alle alleanze non può certo legittimare la violazione della Costituzione. Aggiungiamo, in attesa di conoscerne con certezza scopi e modalità, che neppure l’invio recentemente autorizzato dalle camere già sciolte di 500 militari italiani in Niger sotto comando francese appare molto convincente: si tratta infatti di un paese le cui ricchissime risorse minerarie vengono sistematicamente sfruttate da compagnie straniere (cinesi e soprattutto, guarda caso, francesi) lasciando la popolazione locale (che “gode” di un prodotto interno lordo pro capite di 408 dollari annui) nella più completa miseria.

MIGRAZIONI. Costituiscono uno dei pezzi forti della propaganda populista. Siamo minacciati, rischiamo di perdere la nostra identità di bianchi, occidentali, cristiani, non siamo più padroni in casa nostra, ecc.: dobbiamo difenderci con ogni mezzo. La vacuità di questa propaganda può essere smascherata se solo si pone attenzione a queste semplici verità:

– la povertà dei paesi impoveriti, specie africani, è dovuta anzitutto allo sfruttamento delle risorse naturali – minerarie, energetiche, agro-forestali, umane…- ad opera dei paesi ex colonizzatori (compreso il nostro). Questo sfruttamento permane fortissimo attualmente, accentuato dalla presenza in Africa, oltre che petrolio, metano, uranio… del coltan e di altre materie prime rare, indispensabili nell’elettronica moderna (pc, telefonini, ecc.);

– la struttura politica dei paesi africani è in genere ben lungi dall’essere democratica; prevalgono sistemi autoritari in combutta con i poteri economici stranieri, che sfruttano le risorse locali, senza vantaggi per la popolazione;

– la natalità è elevata, proprio il contrario che da noi, nei paesi ricchi;

– la guerra è molto diffusa, spesso per soddisfare le brame di potere di paesi occidentali (come nel caso della sciagurata guerra in Libia).

La fuga in occidente pertanto è spesso l’unica alternativa per evitare fame e guerre: si spiega così perché non si esiti ad affrontare rischi pesantissimi pur di arrivare in Europa. Quello che non si vuole capire è che, lungi dall’invasione, i migranti potrebbero essere una vera risorsa per i paesi europei: possono compensare con la forte natalità il nostro declino demografico, ma, soprattutto, potrebbero costituire l’occasione per rimediare alla fuga dai campi o per eseguire importanti opere pubbliche, ad es. mettere il territorio in sicurezza antisismica e idrogeologica. Bisogna che la politica lo voglia, il mercato non lo farà mai. Si deve diffidare da partiti e candidati che, troppo fiduciosi nel mercato, intendano rinunciare a porre quei vincoli e indicazioni per il mondo economico, che il titolo III della Costituzione affida alla legge e alla responsabilità del settore pubblico.

CAMBIAMENTO CLIMATICO. Puerile o criminale l’atteggiamento di coloro che, come Trump, si ostinano a negarlo per non cambiare i propri valori ed interessi? Il cambiamento del clima ad opera dell’uomo ai tempi della Costituzione non era forse neppure ipotizzabile, così come non era prevedibile la necessità di una modifica radicale nella tecnica e nell’economia per porre rimedio a quel cambiamento e alle altre aberrazioni che si sono verificate negli ultimi decenni (accentuazione degli squilibri, abbandono delle attività produttive per la finanza speculativa, conseguente allargamento della disoccupazione…). Se la Costituzione non parla di queste cose, dà però indicazioni generali che guidano ad affrontarle (uguaglianza, lavoro, diritti umani, solidarietà, giustizia, internazionalismo…: nel nostro sito cdcm.wordpress.com è disponibile un’ampia documentazione in proposito).

La lotta all’effetto serra viene di solito ritenuto compito dei governanti; i cittadini possono collaborare, oltre che con maggiore sobrietà nei consumi energetici, con alcune iniziative. C’è ad es. una forma poco nota per contenere il carbonio nell’aria: utilizzare la legna col processo di pirolisi, come quello derivante da bruciatori a fiamma invertita, e utilizzare la carbonella risultante come miglioratore permanente della fertilità del terreno (ne aumenta la capacità di ritenzione dell’acqua), oltre che accumulatore, pure permanente, di carbonio nel terreno anziché nell’atmosfera. È ovvio che, per raggiungere dimensioni significative, simili iniziative devono essere supportate dal potere pubblico.

I rifiuti costituiscono un altro campo rilevante di iniziativa pubblica, che rischia spesso di scadere in soluzioni tecnocratiche. L’interesse generale sarebbe quello di riciclare al massimo il materiale scartato, minimizzando la parte da eliminare nelle discariche o negli inceneritori. Interessi particolari o tecnocratici spesso frenano questo sforzo di selezione dei rifiuti, al fine di poter sostenere gli impianti di incenerimento (non per nulla chiamati “termovalorizzatori”). Questi ultimi però, nonostante i progressi tecnici nella filtrazione dei fumi inquinanti, non riescono a eliminare le nanoparticelle, polveri ultra sottili che, una volta respirate, possono passare direttamente dagli alveoli polmonari nel sangue, costituendo quindi un grave fattore di inquinamento ambientale. L’aumento crescente nel nostro paese di bambini affetti già alla nascita da cancro o altre malattie degenerative, viene dagli studiosi non di parte attribuito alle nanoparticelle. Queste, a loro volta derivano dalle combustioni, specie se ad alta temperatura, come quelle dei motori a scoppio e, soprattutto, dei termovalorizzatori. Sono quindi da limitare il più possibile.

SALUTE.  Al di là del progressivo deterioramento che tutti conosciamo dell’assistenza sanitaria pubblica (con liste di attesa spesso incompatibili con una seria tutela della salute e ticket che di fatto obbligano ormai la parte economicamente più svantaggiata della popolazione a una scelta drammatica tra curarsi, nutrirsi o permettere ai figli di studiare), rileviamo che in questo campo si potrebbe aprire un ampio spazio di attività pubblica qualora si volesse affrontare un tema assai poco demagogico, per non dire impopolare. Si tratta dell’eccesso alimentare indotto dal consumismo, che gli epidemiologhi hanno accertato essere tra le cause principali in un’ampia gamma di malattie (quelle dette, appunto, del benessere: cancro, infarto, diabete e molte altre). Pochi sanno che le stesse difese naturali dell’organismo risiedono anche, in misura non secondaria, nella flora batterica intestinale, che è ovviamente influenzata da che cosa e quanto mangiamo. Si tratta di conoscenze che dovrebbero essere comuni a ciascun cittadino, e che non sono adeguatamente divulgate, forse anche per non ledere importanti interessi economici, tanto in campo sanitario quanto in campo alimentare. In effetti l’adozione di più corretti stili di vita comporterebbe consistenti risparmi economici, sia per i singoli che per la collettività, in entrambi questi settori. In ogni caso il principio di solidarietà, sancito dalla Costituzione, dovrebbe farci ribellare anche contro l’attuale spreco alimentare, cioè cibo gettato senza essere consumato, stimato per il nostro paese dall’Università di Bologna in circa 16 miliardi di euro l’anno: uno scandalo, di fronte al miliardo di persone che nel mondo soffrono la fame.

PER CONCLUDERE. I presenti sono solo piccoli cenni ad alcuni problemi importanti ed attuali: dovrebbero però consentire agli elettori di comprendere se partiti e candidati sono interessati soltanto ad accarezzare la loro “pancia” per carpirne il voto o se invece vogliono approfondire i problemi su base razionale e scientifica; se operano in vista dell’interesse generale, oppure sotto la spinta di potenti interessi particolari; se esprimono forme nuove di imprenditorialità pubblica, o se ripetono cliché obsoleti. Oltre ad essere fonte di enormi vantaggi, una gestione pubblica intelligente potrebbe costituire l’embrione di quel “nuovo modello di sviluppo” di cui si è spesso parlato a vuoto e che forse finirà per imporsi anche se non lo si vuole. Un modello, per intenderci, basato sulla sobrietà. La nostra Costituzione può fornirci indicazioni e valori di fondo assolutamente validi e fecondi ancor oggi. Accettando i valori sopra ricordati di uguaglianza, diritti umani, internazionalismo, giustizia, solidarietà, il dibattito pre-elettorale sarebbe meno aspro e distruttivo: sarebbe più facile comprendere certe divergenze, in genere basate, oltre che sulle classiche posizioni destra-sinistra, anche sulla fiducia nella scienza, o sulla validità della moneta unica e della scelta europea. Anche se l’Europa, con l’ordoliberalismo tedesco, ha imposto scelte fortemente penalizzanti per il nostro paese, l’uscita dal processo di integrazione sarebbe un salto nel buio, assolutamente privo di senso in un mondo globalizzato. Scelte intelligenti da parte dei politici e degli elettori sarebbero invece la via migliore per farsi rispettare e contare di più in Europa.

L’UMANITÀ SUL TITANIC DELLA STUPIDITÀ

giugno 16, 2017

L’AFRICA COME OGGETTO DELLA MIOPE DEPREDAZIONE OCCIDENTALE E LE MENZOGNE POPULISTE

dalla relazione di Giulio Albanese dal titolo: “Sud del mondo e nuove colonizzazioni” tenuta al Corso di formazione alla politica dei Circoli Dossetti il 16 aprile 2016, fonte: http://www.circolidossetti.it/giulio-albanese-centro-bene-comune-tempo-crisi/#albanese

La stupidità umana è stata definita dallo storico dell’economia Carlo Cipolla come il comportamento di chi provoca danni ad altri, senza trarne alcun beneficio per sé o addirittura subendone perdite. All’opposto è definito intelligente il comportamento che provoca vantaggi sia agli altri che a sé stessi. Incrociando queste due alternative si hanno altri due casi intermedi: il comportamento predatorio, di chi provoca danni ad altri per trarne vantaggi, e quello sprovveduto di chi danneggia sé stesso avvantaggiando gli altri. Una conseguenza della stupidità è il non saper cogliere la differenza tra complesso e complicato: quest’ultimo termine implica una logica, che consente di dipanare la matassa; invece nella complessità – connotazione più significativa della società moderna – manca una logica o ne coesistono diverse. Di fronte alla complessità pertanto occorre pazienza, umiltà e intelligenza per cogliere come evolverà, evitando le semplificazioni banalizzanti. La stupidità umana, annota Cipolla, è molto più diffusa di quanto non si pensi, per diverse ragioni: per ignoranza innanzitutto, ma anche perché gli stupidi sono portati più degli altri ad imitarsi ed aggregarsi. Invece gli intelligenti si dividono subito tra guelfi e ghibellini, essendo spesso affetti da autoreferenzialità. Così la stupidità, conclude Cipolla, rappresenta il pericolo di gran lunga maggiore per l’umanità, superiore anche a quello della predazione, delle mafie, delle guerre ecc. In un periodo di dilagante populismo, non è chi non veda l’interesse dell’intuizione di questo studioso italo-americano, che ci ha lasciato nel 2000.

Il fenomeno migratorio è forse quello che più si attaglia alla stupidità populista: guardiamo il dito invece della luna. Le migrazioni sono sempre avvenute, nella storia e nella preistoria, forse anche per la naturale tendenza dell’uomo a scoprire qualcosa di nuovo. Ma le grandi migrazioni storiche, come la calata dei barbari ai tempi dei Romani, sono preciso indicatore di un malessere in patria: siccità, fame, guerre, sfruttamenti… L’incapacità delle classi dirigenti romane a comprendere queste motivazioni reali fu la vera causa del fallimento romano. Forse quella situazione si sta ripetendo oggi da noi, col flusso dall’Africa, tanto sbandierato come pericolo dai populisti, senza voler vedere cosa avviene in realtà, cosa c’è dietro l’apparenza, né i vantaggi che potremmo trarne.

Speculazione. Chi ha avuto occasione di viaggiare in Africa (ad es. in Etiopia) ha potuto imbattersi in campi sterminati biondeggianti di grano, orzo ecc. Contemporaneamente il governo annunciava il pericolo di carestia. Come mai? Semplice. Il cereale viene raccolto, ceduto alle multinazionali dell’agrobusiness a cifre irrisorie, al ribasso, per consentire agli Stati di pagare gli interessi del debito. Il raccolto viene così sottratto al mercato e conservato in enormi silos, a ciascuno dei quali è associato un future, cioè un titolo finanziario, che comporta la vendita futura ad un prezzo prefissato. Il titolo poi è soggetto a contrattazione, nella borsa di Cicago o altre, e varrà tanto più quanto più è alta la domanda (cioè la fame). Ecco, c’è la tendenza a sottrarre derrate alimentari e far crescere la fame nella popolazione per lucrare maggiori guadagni speculativi: un comportamento a dir poco criminale da parte delle multinazionali dell’agrobusiness.

Il coltan è un altro caso esemplare di sfruttamento occidentale, specie in Sierra Leone e in Congo. Il coltan o rutilio è una lega naturale di columbio e tantalio: si tratta di metalli con qualità eccezionali di superconduzione, di resistenza alle variazioni di temperatura ecc. che li rendono indispensabili nelle moderne tecnologie aerospaziali, microprocessori, computer, smartphone, orologi e persino nella tecnologia militare (in sostituzione dell’uranio impoverito data la capacità di penetrazione). Sulla spinta della forte richiesta, il loro prezzo è arrivato a superare persino quello del platino. La raccolta del minerale è effettuata da giovani africani che grattano il terreno tutto il giorno per ricevere la sera la paga di ben ottanta centesimi di euro al giorno!

La logica predatoria dell’occidente in Africa può essere scoperta in mille altre situazioni. È emblematica quella della Repubblica Centrafricana. È un paese ricco di tante materie prime, petrolio, uranio, diamanti, oro. Ha una superficie due volte la Francia con una popolazione di soli 4 milioni e mezzo di abitanti. Se i centrafricani potessero godere della ricchezza del loro paese sarebbero più ricchi degli abitanti del Canton Ticino e invece sono un fanalino di coda a livello mondiale. Come per molti altri paesi africani i presidenti non sono espressione degli interessi del popolo, ma di interessi delle potenze occidentali. La prassi è la corruzione dei presidenti, che consentono l’accesso alle risorse del paese africano. Alcuni anni fa il presidente centrafricano Bozizé, dopo aver cercato invano di ottenere maggiori royalties da Sarkozy prima e da Hollande poi, accettò la ben più vantaggiosa offerta della Cina. Il giorno prima della firma dell’accordo è scoppiata la ribellione dei Seleka, che lo ha deposto. Si sono demonizzati i Seleka come jihadisti, criminali; ma non è stato detto che al loro interno vi erano mercenari francesi della legione straniera. Analogamente è inutile che Hollande piangesse le vittime di Charlie Hebdo o del venerdì nero del Bataclan, perchè il suo governo con quei criminali ci andava a braccetto (dieci giorni prima degli attentati di Parigi è andato a Riad a firmare accordi con le petro-monarchie).

La massoneria è un ulteriore fattore di complessità e di confusione. Ad essa aderiscono quasi tutti i presidenti dei paesi africani, così come quelli francesi e di altri paesi. Mentre fino a ieri c’erano in Africa logge massoniche di obbedienza occidentale, quindi legate alle logge francesi, inglesi, americane, oggi stanno nascendo le logge autoctone che sono deiste (anche islamiche), quindi non più esoteriche; interloquiscono con cinesi, wahabiti e salafiti.

In definitiva, abbiamo dato qualche flash sul malessere africano che genera le tanto deprecate migrazioni: sono essenzialmente dovute alla predazione occidentale, altro che “aiutiamoli a casa loro”: dobbiamo semplicemente derubarli meno! Ma se è vero quello che sostiene Cipolla, questa depredazione non è il massimo del danno: quello maggiore deriva dalla stupidità di chi fa male contemporaneamente a sé stesso e agli altri. Un esempio macroscopico potrebbe essere la guerra: forse un tempo il bottino poteva in parte compensare le perdite, ma pensarlo valido ancora oggi è solo di menti malate. Altri esempi recenti potrebbero essere la Brexit o l’elezione di Trump, entrambe determinate da spinte irrazionali e demagogiche. Bisogna specificare che l’intuizione di Cipolla non comporta alcun giudizio morale, ma è soltanto una costatazione di fatto: chi ha votato per la Brexit o per Trump può avere tutte le ragioni soggettive di questo mondo, ma il giudizio obbiettivo dei posteri difficilmente potrà valutare positivamente quelle scelte. Da questo punto di vista forse Cipolla ha davvero ragione: il massimo del danno deriva dalla stupidità. Resta a ciascuno di noi il compito di cercare di ridurre la stupidità umana. Da parte nostra, di operatori della comunicazione, cerchiamo di seguire la “regola della minigonna”: abbastanza corta da suscitare interesse, abbastanza lunga da coprire l’essenziale, con uno spacco che evoca ulteriori approfondimenti e non erudita ma, soprattutto, aderente alla vita. Buona comunicazione a tutti!

VERSO UNA NUOVA CULTURA DEL LAVORO?

giugno 16, 2017

PRIMA ANCORA CHE UN DIRITTO IL LAVORO È UN BISOGNO, INDISPENSABILE NELLA FORMAZIONE DELLA PERSONA. LO STATO NON DEVE EROGARE UMILIANTI SUSSIDI, MA PREDISPORRE ATTIVITÀ VOLTE ANZITUTTO ALL’APPRENDIMENTO

Spunti dal saggio di Stefano Zamagni: Libertà del lavoro e giustizia del lavoro, Quaderni di economia del lavoro n. 105, 2016, Franco Angeli, pp.59-79

Il male radicale risiede nella volontà perversa di rendere gli uomini superflui” (Hannah Arendt)

Parlando di lavoro è bene aver presenti alcune grandi tendenze in atto:

1) Dalla produzione alla finanza. Da tempo ormai, da quando si è introdotto il taylorismo e la produzione in serie, il baricentro dell’economia si è spostato dalla produzione al consumo: diventa necessario vendere, convincere all’acquisto i consumatori – che si rivelano così più significativi degli stessi produttori. Nell’azienda diventa più importante chi sa fare pubblicità e vendere rispetto a chi sa produrre bene. Oggi questa tendenza si è ulteriormente spostata verso la finanza, che, specie con la speculazione, consente ad alcuni guadagni strepitosi senza lavorare. La finanza speculativa sarebbe diventata, secondo alcuni, il primum movens della creazione di ricchezza: un’opinione davvero strana, se si pensa che nella speculazione quanto guadagnato da qualcuno è perso da qualcun altro. Così il lavoro è andato sempre più appannandosi nella nostra cultura, si sono dimenticati i valori che rivestiva in tempi precedenti e il significato profondo che assume nella vita delle persone. Qualità e natura del lavoro erano state a lungo approfondite, anche perché per secoli l’umanità si era attenuta all’idea che il lavoro fosse all’origine della creazione di ogni ricchezza, e così pure i primi economisti (come Adam Smith nella sua opera fondamentale: La ricchezza delle nazioni).

2) Dal lavoro come posto al lavoro come opera. A partire dalla rivoluzione commerciale del 11° secolo si afferma gradualmente l’idea del lavoro artigianale, che realizza l’unità tra attività e conoscenza, tra processo produttivo e mestiere – termine quest’ultimo che rinvia a maestria. Con l’avvento della rivoluzione industriale prima e il fordismo-taylorismo poi, invece del mestiere avanza l’idea di mansione (insieme di attività parcellizzate), che a sua volta allude al posto di lavoro: dove si svolgono queste mansioni. È ben noto però che ne sono derivate diverse forme di sfruttamento e alienazione, che ponevano l’esigenza di liberarsi da questo tipo di lavoro – il tempo libero, appunto, è quello liberato dal lavoro (peraltro oggi una piccola frazione, circa 1/3, del tempo totale). In ogni caso, i posti di lavoro oggi vanno drammaticamente diminuendo a favore di altre forme di collaborazione (e spesso di sfruttamento). Quelli che un tempo erano contratti atipici rischiano di diventare tipici.

3) Dalla libertà nel lavoro alla libertà del lavoro. Quest’ultima può essere definita come la libertà di scegliere quelle attività che sono in grado di arricchire la mente e il cuore di chi le svolge. Seguendo pertanto gusti e attitudini personali. Si tratta in sostanza di una domanda di qualità della vita, che non va ricercata dopo il lavoro, come avveniva in precedenza, ma nel lavoro, perché l‘essere umano incontra la sua umanità mentre lavora. Di qui l’urgenza di cominciare ad elaborare un concetto di lavoro che per un verso vada oltre l’ipertrofia lavorativa tipica dei tempi nostri (il lavoro che riempie un vuoto antropologico crescente) e per l’altro verso valga a declinare l’idea di libertà del lavoro. In molti casi questo potrebbe essere considerato come un obiettivo utopico, ma vedremo che non è impossibile renderlo raggiungibile, anche perché dipende in parte dalle nostre scelte di consumatori.

4) Dai beni economici ai beni relazionali. La teoria economica ha quasi totalmente ignorato i beni relazionali, quelli cioè che discendono dai rapporti interpersonali e riguardano una domanda di attenzione, di cura, di servizio, di partecipazione. Sono la fonte principale della felicità umana (famiglia, amici…), mentre l’economia ha concentrato l’attenzione sul possesso o la disponibilità dei beni di mercato e sulla loro “utilità”. Di recente è stata riscoperta l’importanza della relazionalità anche nell’economia, ad es. nella capacità di fare squadra, nella possibilità di evitare certe situazioni distruttrici di ricchezza, come le formazioni monopolistiche derivanti dalla competizione posizionale: si verifica questo caso quando – anche per motivi extra-economici, come il prestigio – si considera il competitore un nemico da eliminare (atteggiamenti aggressivi tipo mors tua vita mea, ovvero homo homini lupus). Meglio sarebbe la convivenza pacifica, dalla quale possono anche derivare stimoli reciproci al miglioramento. L’antidoto alla posizionalità è appunto la relazionalità. Ha anche un ruolo fondamentale nell’educazione. Non potrà mai essere affidato a una macchina lo sviluppo della relazionalità. Inoltre è un bene che, come altri beni immateriali, con l’uso si accresce (mentre quelli di mercato si esauriscono).

Beni comuni. Qui si aprono prospettive ampie e inaspettate: si può intravvedere la possibilità di uscire dalla tradizionale economia della scarsità (il prezzo ne è l’indicatore) per passare a una inedita economia dell’abbondanza. Non però di beni economici e materiali (emblematico è il cibo, che a livello di quantità e qualità oggi raggiunto è diventato la causa prima delle nostre malattie “del benessere”) ma abbondanza di beni relazionali e di beni comuni. Questi ultimi sono i beni che appartengono a una collettività, in contrapposizione ai beni privati, che appartengono ai singoli. Sono diventati importanti specie in relazione a recenti preoccupazioni, come riscaldamento globale, perdita di biodiversità, degrado di ecosistemi unici, tutti beni comuni che appartengono all’intera umanità. Ma sono assai significativi anche quelli che appartengono a una comunità più ristretta, come l’equilibrio idrogeologico delle nostre montagne, il valore estetico e culturale dei borghi appenninici distrutti dal recente terremoto, ecc. Se noi consumatori attribuissimo più valore ai beni comuni e a quelli relazionali, si aprirebbero anche grandi possibilità di lavoro e crescita umana.

Il lavoro è un bisogno insopprimibile della persona. Sessant’anni fa, ai tempi della grande crisi, Keynes giudicava la disoccupazione di massa in una società ricca una vergognosa assurdità, che è possibile eliminare. Oggi la ricchezza materiale è cresciuta assai ed è ancor più vergognoso che non ci si preoccupi di chi non lavora, in attesa forse di una improbabile “magia” (o ideologia) del mercato. La disoccupazione è uno spreco umano prima che economico. È anche il terreno su cui attecchisce la mala pianta della corruzione e delle mafie. Quello che più spaventa è il livello raggiunto nel nostro paese dai NEET (not in education, employment or training) cioè di coloro che non trovando lavoro, non studiano né lo cercano, preparandosi: hanno perso ogni fiducia nel futuro. Nella media italiana la loro quota sui giovani (15-29 anni) è poco superiore a un quarto, ma nel Mezzogiorno supera nettamente la metà. Quello che va detto è che il lavoro – prima che una utilità economica e un diritto sancito dalla nostra Costituzione – è un bisogno, indispensabile per lo sviluppo della persona e la costruzione della propria identità, come spiegano gli psicologi. Con il lavoro si impara a conoscere sé stessi e a realizzare il piano di vita. Se è vero che “facendo si impara” ancor più vero è che “si disimpara non facendo”.

In definitiva. Il grande economista Keynes, forse la mente più feconda tra gli economisti del secolo scorso, sosteneva che, per assurdo, pur di non avere disoccupazione, lo Stato dovrebbe finanziare lavori inutili, come quello di scavare fosse e poi richiuderle. Oggi, nell’era dell’informatica e dell’automazione che elimina posti di lavoro, un discorso simile non perde la sua validità di fondo: non si tratta certo di fare attività fisiche, eseguite forse meglio dalle macchine, ma attività mentali per conoscere le macchine stesse, ma soprattutto il contesto umano, sociale, politico, ambientale… con le più diverse possibilità di inserimento lavorativo, che devono poter essere offerte a chiunque ai diversi livelli. Oggi il problema occupazionale è aggravato dal fatto che con la globalizzazione si impone ovunque la competitività, mentre in precedenza si potevano trovare spazi protetti che facevano da spugna per l’occupazione. Ma ciò che più importa è l’atteggiamento culturale con cui si guarda al problema del lavoro: l’uomo è molto più di una macchina, e dovrà essere valorizzato in lui tutto ciò che una macchina non potrà mai dare: relazionalità, creatività, partecipazione e altri valori umani.

IL LAVORO NELLA COSTITUZIONE ITALIANA

giugno 15, 2017

RUOLO CENTRALE. MA INATTUATO. INATTUABILE?

A cura di Stefano Briganti del Comitato Difesa Costituzione Merate

Democrazia e lavoro: due parole che possono costituire la chiave di lettura di tutta la Costituzione e la cultura dei padri costituenti. Uscivano dalla spaventosa tragedia della guerra mondiale e dal ventennio di ottuso autoritarismo fascista, basato su apparenze, demagogia, populismo, propaganda o, meglio, pubblicità istituzionale. Erano animati da forti idealità, decisi a superare queste brutture, evitando che si ripetessero nel futuro. Il clima era quello della ricostruzione: attivo, operativo. In economia erano comunemente accettate le idee keynesiane che assegnano allo Stato il compito di guidare la ricostruzione e la ripresa economica. Era ovvia la scelta della centralità al lavoro, come suggello della riconquistata democrazia. Anche in economia il lavoro godeva di una centralità che oggi vorrebbe essere scalzata da finanza e speculazione, ma che è da riscoprire (v. Riscoprire la centralità del lavoro).

La centralità del lavoro nella nostra Costituzione del 1948 appare subito dalle sue primissime parole: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (art.1). Riemerge anche in altri articoli tra i primi 12, quelli denominati col titolo di “Principi fondamentali”:

– “Tutti i cittadini hanno pari dignità… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (art.3)

– “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art.4).

Sebbene la Costituzione affermi soltanto, all’ultimo articolo, il 139, che “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”, l’opinione prevalente nella giurisprudenza è che tutti i Principi fondamentali contenuti nei primi 12 articoli – a maggior ragione quelli sul lavoro, dato il valore fondante – non possano in nessun caso essere modificati.

Crescita dei lavoratori. Il ruolo fondante del lavoro riemerge ancora nel titolo terzo della Carta, riguardante i Rapporti economici, almeno in questi altri punti:

– “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.

Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.

Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro” (art.35).

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi” (art.36).

– “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia, disoccupazione involontaria” (art.38).

– “L’iniziativa economica privata … non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art.41).

Difficoltà. Come si vede c’è nella Costituzione una buona “piattaforma” di tutela e valorizzazione del lavoro nel nostro paese. Tuttavia nella storia successiva non sono mancate difficoltà che l’hanno in parte paralizzata, provenienti anzitutto da due ambiti: l’economia con le sue crisi e l’Europa con i suoi dettami. Nell’economia è entrato in crisi negli anni ’70 il modello keynesiano, sulla spinta di fenomeni mondiali, come la crisi dell’energia e di altre materie prime, nonché il verificarsi di fenomeni inediti, come la stagflazione. Così il pensiero liberista – sempre forte perché sostenuto dalle classi dominanti – ha ripreso vigore e si è imposto nel mondo cavalcando altri fenomeni radicali come la globalizzazione e la finanziarizzazione. Sono stati spostati altrove posti di lavoro e occasioni di investimento, indebolendo a fondo le capacità contrattuali dei lavoratori. Si aggiunga poi la grande crisi che ha frenato l’economia mondiale dopo il 2008, colpendo in particolare i paesi meno preparati, come il nostro. Anche nell’Europa è prevalsa l’ideologia liberista (si veda ad es. Ordoliberalismo) che rifugge dall’indebitamento e dalle politiche keynesiane di piena occupazione. Le conseguenze sono state evidenti: l’Europa (e ancor più il nostro paese) ha sofferto la crisi assai più degli Stati Uniti, che invece hanno adottato politiche economiche espansive.

La contraddizione tra il nostro dettato costituzionale e le imposizioni dell’Europa è stata rilevata dagli studiosi più acuti. Raniero La Valle vede il tentativo (fallito) di cambiare la Costituzione lavorista del ’48 come un adeguamento alla logica mercatistica dell’attuale Europa, sostituendo la sovranità dei mercati a quella del popolo (si veda ad es. La verità del referendum). “La piena occupazione non è un’opzione facoltativa, una variabile dipendente dalle scelte ideologiche dei governanti, è un obbligo costituzionale, è ciò che la Repubblica, secondo la Costituzione, non può non fare.” (I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma).

In definitiva, difendere e valorizzare il lavoro con l’obbiettivo primario e possibile della piena occupazione, significa riscoprire uno dei valori più profondi che i nostri padri costituenti hanno perseguito per uscire dal disastro bellico e fascista. Oggi i poteri dominanti – che controllano gran parte dei media e dell’opinione pubblica – sono ancora strettamente legati al pensiero liberista e degradano il lavoro alla stregua di qualsiasi altro mezzo di produzione – da sostituire con le macchine non appena la tecnologia lo consenta. Noi del Comitato difesa e attuazione della Costituzione Merate riteniamo che valori come quelli del binomio democrazia e lavoro siano tutt’altro che superati. Al contrario sono da riscoprire anche per superare le attuali difficoltà. Accogliamo l’invito del prof. Viroli a custodire il patrimonio di valori della Costituzione e mettiamo a disposizione competenze e materiale didattico accumulati in un decennio di attività per chiunque ne faccia richiesta.

3) IL PEGGIORAMENTO DEL CONTESTO LAVORATIVO

giugno 15, 2017

DALLA LEGGE BIAGI (2003) AL JOBS ACT (2015) IL LAVORO SEMPRE PIÙ PRECARIZZATO E INDEBOLITO NELLA LOGICA LIBERISTA, SENZA UNA STRATEGIA DI RISCATTO

di Stefano Briganti e Lelia Della Torre (del Comitato Difesa Costituzione Merate)

Flessibilità. Il sistema produttivo italiano si è adattato prontamente alle difficoltà economiche provenienti dall’esterno, agendo in particolare su due fronti: il primo a breve termine con la richiesta di allineare il costo del lavoro (costo fino ad allora fisso in virtù dei contratti nazionali e dello statuto del lavoratori) alla variabilità e alle fluttuazioni della produzione; il secondo fronte è invece quello di delocalizzare parte o tutta la produzione in paesi con costo più basso di manodopera, purché non priva di qualifiche e specializzazioni. La flessibilità di produzione del sistema industriale era indicata come una delle motivazioni principali del disegno di legge n. 848 presentato in Senato nel 2001 e qui approvato il 25 settembre 2002. Un mese dopo, il 30 ottobre, la Camera lo modificava rinviandolo al Senato che quindi lo approvava definitivamente il 5 febbraio 2003.

Legge Biagi. La legge così approvata si basava sul «disegno riformatore del mercato del lavoro in Italia contenuto nel Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità» redatto da un gruppo di lavoro coordinato da Maurizio Sacconi e Marco Biagi. Quest’ultimo poi nel 2002 fu ucciso proprio per tale Libro Bianco; pertanto la legge in questione è conosciuta come Legge Biagi. Essa introdusse diverse novità e nuove tipologie di contratti di lavoro. L’intento del legislatore era basato sul presupposto secondo cui la flessibilità in ingresso nel mercato del lavoro è il mezzo migliore, nella attuale congiuntura economica, per agevolare la creazione di nuovi posti di lavoro e inoltre che la rigidità del sistema crea spesso alti tassi di disoccupazione. Il contratto tipico e più discusso, figlio della Legge Biagi, era il Contratto di Collaborazione a Progetto (Co.Co.Pro.).

Il Co.Co.Pro. Secondo taluni questo contratto nella pratica comportò l’abolizione sostanziale di diversi diritti per il lavoratore, distinguendo radicalmente i diritti di chi lavorava a tempo indeterminato con chi era Co.Co.Pro. Questa tipologia di contratto ha come termine il completamento del progetto contrattuale, ma ha operato una profonda modifica nei diritti del lavoratore a progetto: abolisce completamente le ferie, la malattia, i permessi, la maternità (in questo caso può concludere il contratto ed esservi licenziamento al rientro); persino i versamenti pensionistici non hanno lo stesso valore di un eguale lavoratore a tempo indeterminato. L’aspetto maggiormente discusso del contratto a progetto, è che viene definito lavoro non subordinato (si parla di lavoro parasubordinato), produttore di redditi che già dal 2001 erano assimilati fiscalmente ai redditi da lavoro dipendente. In sostanza si tratta di un sistema per eludere alcune tutele previste per i lavoratori dalla nostra Costituzione (titolo terzo), evadere oneri contributivi e non rispettare il minimo salariale sindacale previsto dal rapporto da lavoro dipendente. Si tratta dunque di una legge incompiuta che ha colpito in maniera massiccia i giovani: in particolare quelli che si sono affacciati al mondo del lavoro dopo il 2003. Sostanzialmente è stata ridotta la loro stabilità lavorativa ed eliminati i diritti sanciti dallo Statuto dei lavoratori e dai contratti collettivi.

Jobs act. Nel 2008 quando gli effetti della grande crisi stavano diffondendosi su tutto il sistema finanziario mondiale, l’Italia si trovò così ad avere già un mondo lavorativo in una buona misura “precarizzato” e privato dei riferimenti solidi che venivano dai Contratti Nazionali e dallo Statuto dei Lavoratori del 1970. Arriviamo sette anni dopo, nel 2015, con il Jobs Act di Matteo Renzi alla revisione dello Statuto dei Lavoratori con l’abolizione dell’Articolo 18 sulle tutele dei lavoratori circa il licenziamento, con la cancellazione di tutti i contratti di natura Co.Co.Pro e i contratti atipici evolutisi dopo il 2003, l’introduzione di un “Contratto a Tempo indeterminato a tutele crescenti” e il definitivo stravolgimento dell’applicabilità della Legge Biagi con l’introduzione (e utilizzo selvaggio) dei voucher.

Tutele crescenti? A dispetto del nome, il contratto in parola non introduce una nuova tipologia contrattuale, bensì un nuovo regime sanzionatorio per le ipotesi di licenziamento illegittimo, destinato a sostituire la disciplina prevista dall’art. 18 della Legge n. 300 del 1970 (Statuto dei Lavoratori). Rispetto alle tutele offerte dall’art. 18, la nuova disciplina restringe ulteriormente le ipotesi di reintegrazione del lavoratore, individuando nel pagamento di un’indennità risarcitoria la sanzione principale applicabile in caso di licenziamento illegittimo. A tal scopo vale la pena ricordare che la tutela speciale determinata dall’articolo 18 consentiva al dipendente licenziato illegittimamente, in sintesi, di essere reintegrato nel posto di lavoro o, su sua opzione, ad un’indennità sostituiva pari a 15 mensilità di retribuzione globale di fatto, fermo restando, in entrambi i casi, il diritto al risarcimento del danno. L’espressione “tutele crescenti” fa in particolare riferimento alle modalità di calcolo di detta indennità, il cui ammontare è parametrato all’anzianità di servizio maturata dal dipendente al momento del licenziamento.

Licenziamenti facili e rapidi. In base alla nuova disciplina, la reintegrazione non è più prevista per i licenziamenti illegittimi per mancanza di giusta causa o giustificato motivo e resta solo per:

  • i licenziamenti discriminatori;
  • i licenziamenti nulli per espressa previsione di legge;
  • i licenziamenti orali;
  • i licenziamenti in cui il giudice accerta il difetto di giustificazione per motivo consistente nella disabilità fisica o psichica del lavoratore;
  • i licenziamenti disciplinari in relazione ai quali sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore.

Il decreto si occupa anche dei dipendenti da aziende che non raggiungono le soglie numeriche richieste per l’applicazione dell’art. 18, introducendo un sistema che esclude la reintegrazione nell’ipotesi del licenziamento disciplinare dichiarato illegittimo per insussistenza del fatto materiale e prevede un’indennità risarcitoria dimezzata. Tra le novità introdotte dal decreto c’è anche una nuova procedura conciliativa, che ha l’obiettivo di rendere più rapida la definizione del contenzioso sul licenziamento, e che prevede l’immediato pagamento, da parte del datore di lavoro, di un indennizzo in una misura compresa tra 2 e 18 mensilità. Ancora sotto il profilo procedurale, il decreto stabilisce che ai nuovi assunti non si applica la preventiva procedura di conciliazione davanti alla Direzione territoriale del lavoro, introdotta dalla riforma del 2012 per le ipotesi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Questo ovviamente velocizza gli iter di licenziamento a discapito del lavoratore che non può avvalersi di una controparte che eventualmente lo tuteli (Direzione territoriale del lavoro) davanti al datore di lavoro nella procedura di risoluzione del rapporto di lavoro.