Archive for the ‘temi giuridico-istituzionali’ Category

LA DEMOCRAZIA E L’IDENTITÀ DELLA SINISTRA

novembre 14, 2017

EGUAGLIANZA E SOLIDARIETÀ DEVONO ESSERE I FARI ANCHE NELLA POLITICA SCOLASTICA E SANITARIA

di Nadia Urbinati La Repubblica, 11 nov. 2017, pag.

Paradigma. Se ci chiedessimo se teniamo più alla democrazia o alla sinistra, dovremo rispondere alla democrazia. Per questa ragione teniano alla sinistra. È il connubio tra queste due sorelle che deve stare a cuore a chi sente franare la terra sotto i piedi della sinistra, nel nostro paese e dovunque nell’occidente. La ricostruzione della democrazia in Europa è stata opera del riformismo cristiano e socialdemocratico, non delle destre. Ci illuderemmo se pensassimo che il fascismo sia un anacronismo — forse lo è nelle forme arcaiche dell’Italia agricola, ma non nelle idee e nelle aspirazioni, che restano anti-democratiche, anti-universaliste e faziose — convinti che lo Stato debba essere al servizio di una parte, quella identitaria e nazionalista. Questo era ed è ancora l’ordine della gerarchia. La democrazia costituzionale è l’opposto. E ha bisogno di una sinistra riformista. Dal 1945 questo è il paradigma, in Italia e in Europa. Che ha funzionato non solo per una questione di maggioranza numerica. La sinistra aveva una base sociale chiaramente definita — una classe lavoratrice con i suoi possibili alleati sociali — da cui discendeva una visione non ambigua delle politiche da fare. Questa chiarezza di orizzonte non è nella sostanza cambiata. Perché è vero che le forme del lavoro sono cambiate, ma la composizione del potere sociale segue comunque la condizione del lavoro (e della sua assenza o precarietà); segue la condizione popolare, non quella della ricchezza.

L’eguaglianza e la giustizia sociale sono state sempre le gambe e le antenne della sinistra. Non sono principi astratti — sono principi regolativi che aiutano a leggere gli eventi e i fatti, a individuare che cosa poter volere ora, al fine di poter approntare altre decisioni domani. Non ci sono due mondi: una società ideale che sta sopra le nostre teste, e dei politici che razzolano come possono, con l’assunto che le cose del mondo vanno altrimenti. La sinistra democratica è pragmatica. E lo è perché adotta quei due principi come sue linee guide, e ragiona “come se” la società che vuole debba essere giusta e solidale. Senza quel “come se”, senza i principi che guidano le scelte, la sinistra è un partito che vuole voti, e vaga lì o là come un calabrone per prenderli, senza una fisionomia riconoscibile. E sistematicamente perde. Il “come se” non è poi cosí complicato da capire. Se vogliamo che la nostra società sia inclusiva e i cittadini abbiano eguale dignità dobbiamo volere una scuola pubblica che sia tale; e dobbiamo volere che sia buona per tutti i ragazzi e le ragazze, aperta e inclusiva a sua volta. La scuola pubblica è fondamentale per la democrazia, che non è governo dei sapienti, ma deve rendere i suoi cittadini alfabetizzati e acculturati, per il loro bene e quello di tutti. Non è un optional, e le ricette non sono infinite, né tutte compatibili. Il “come se” non è complicato da capire nemmeno quando si vuole che la Repubblica sia in grado di essere sempre dalla parte dei cittadini quando hanno bisogno di cure. Non è accettabile che una sinistra si arrenda al dio mammone e privatizzi progressivamente la sanità — con danni irreparabili, anche in termini di costi. E di qualità, perché basta andare negli Stati Uniti per comprendere il disastro della sanità privata.

Una sinistra pragmatica è piena di valori, non roboante e non populista, sa bene che senza un’organizzazione partitica la sua politica non fa strada, anche se possono far strada alcuni politici. La personalizzazione della politica può far bene alla destra; fa malissimo alla sinistra (e forse, tra i problemi del Pd vi è proprio il suo statuto), che deve riuscire a conciliare la partecipazione con la delega, la leadership con il collettivo. Per questa ragione il partito deve essere una scuola di vita pubblica e di formazione politica. Senza questo, c’è tanta audience televisiva e poca costruzione di consenso. E il “come se” non è capito. L’audience premia chi sa gridare contro e crea polemica; uno sport facilissimo, che non richiede studio, né alcuna prova. Queste personalità generano più polverone che politica. Sono lontane dalla realtà, incapaci di riflessione pragmatica. L’audience basta a se stessa, e a loro. Ma la sinistra che forma opinione deve prendere un cammino diverso, e ricostruire la sua cultura politica attraverso l’incontro delle persone, in luoghi materiali e veri.

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TERZA REPUBBLICA CERCASI

luglio 25, 2017

FIDUCIA NEI PARTITI E NEI LEADER IN CALO. DESIDERIO DI DEMOCRAZIA DIRETTA

di Michele Ainis La repubblica 24-7-2017 pp.1 e 25

Siamo viandanti, pellegrini. Siamo un popolo in cammino, verso una terra promessa di cui ci è noto unicamente il nome: Terza Repubblica. Miraggio semantico che risuona di continuo nei nostri conversari, ora perché l’uno ti sprona ad accelerare il passo, ora perché l’altro t’avvisa che quella terra è già sotto i tuoi piedi, ne hai oltrepassato i confini senza riconoscerla, senza farci caso. Tu nel frattempo esiti, scantoni. Ti senti spaesato, non sai più chi sei, non sai dove ti trovi. Come definire questo paesaggio glabro che ti circonda in lungo e in largo? È il secondo tempo della Seconda Repubblica, quella battezzata all’alba degli anni Novanta? È il profilo incerto della Terza? O è forse l’eterno ritorno della Prima, come parrebbero attestare le faglie che dividono in partiti e partitini il Parlamento, come altresì confermerebbe la rivincita del proporzionale, dopo vent’anni di maggioritario duro e puro?

Palingenesi mancata. Nel dubbio, chiedi soccorso ai libri, ascolti la voce degli esperti. Bisognerebbe metterli d’accordo, però, almeno sulle date. Giacché un volumetto di Mauro Calise ne celebrava la nascita già nel 2006, un altro di Davide Giacalone posticipava il lieto evento al 2010, mentre nel 2014 Perry Anderson dichiarava che l’Italia è incinta della Terza Repubblica, ma chissà poi se il parto avrà successo, chissà quando potremo guardare in faccia la creatura. Risposta corale: quando ci investirà con la sua luce la Grande Riforma, palingenesi delle nostre istituzioni. E infatti nel 2016 l’approvazione del ddl Boschi fu salutata con parole unanimi, anzi con una doppia parola: Terza Repubblica. Sempre l’anno scorso, tuttavia, un referendum gettò quella riforma nel cestino dei rifiuti, sicché adesso non sappiamo più cosa pensare. Significa che l’Italia è balzata nella Quarta Repubblica senza passare per la Terza? Non avremmo tutti questi grattacapi se numerassimo le repubbliche attraverso la successione delle Carte costituzionali, come in Francia, dove ne contano cinque. O se ci regolassimo in base all’alternanza fra monarchia e repubblica, come in Spagna, dove il regno di Felipe VI ha due repubbliche alle spalle. Ma noi no, noi abbiamo escogitato un sistema più tortuoso, più intricato: ci sbarazziamo delle nostre vecchie repubbliche senza troni né assemblee costituenti, mettendo in fila le diverse Costituzioni «materiali» che s’avvicendano a dettare le regole del gioco. Siccome però la Costituzione materiale è un fantasma che non si può toccare, leggere, emendare, ciascuno conta a modo suo, e in ultimo finiamo un po’ tutti a dare i numeri, senza strumenti per comprendere la realtà politica e civile.

Dai partiti al leader. C’è allora una notizia da annunciare agli astanti: la Terza Repubblica è già qui, e lotta insieme a noi. Sennonché per riconoscerne i tratti dobbiamo sostituire gli occhiali che inforchiamo sul naso. Quegli occhiali guardano al sistema dei partiti, senza mettere a fuoco i cittadini. E dunque, Prima Repubblica: legge elettorale proporzionale, multipartitismo. Seconda Repubblica: maggioritario, bipolarismo. Giusto, però anche sbagliato. Perché al centro di ogni sistema democratico c’è pur sempre l’elettore, c’è la delega in bianco che quest’ultimo firma nei riguardi dell’eletto. Durante la Prima Repubblica (1948-1993) la nostra delega finiva nelle tasche del partito: votavamo la Dc, non Andreotti o Moro. C’era una sorta di fiducia collettiva nei partiti politici, e i partiti avevano la propria casa comune in Parlamento, che di conseguenza incarnava il baricentro delle istituzioni. Poi, nella Seconda Repubblica, la fiducia è diventata un afflato individuale verso il leader: votavamo Prodi o Berlusconi, non la sigla (mutevole come uno spot pubblicitario) che ne accompagnava il nome sulla scheda elettorale. Da qui il primato del governo sulle assemblee legislative, da qui un presidenzialismo di fatto, benché mai trasposto in norma scritta. E adesso?

Dalla fiducia alla sfiducia. Abbiamo i partiti in gran dispetto, ma non ci innamoriamo più di nessun leader, o se succede dura lo spazio d’una notte, com’è accaduto con Virginia Raggi a Roma. Perché questo è il tempo del disincanto, del ritiro della delega. Ne è prova la volubilità del corpo elettorale, ne è prova l’astensionismo che monta come un fiume in piena. Però dietro questo sentimento negativo c’è un’energia che reclama istituzioni in grado di raccoglierla, d’incanalarla. C’è una domanda di democrazia diretta, un desiderio di decidere senza filtri, senza investiture. È in crisi la delega, non la politica. Ma nella Terza Repubblica quest’ultima spetta ai cittadini.

michele.ainis@uniroma3.it

LE LEGGI MAI FATTE SULLA DEMOCRAZIA NEI PARTITI

maggio 1, 2017

IL VUOTO NORMATIVO È FRODE ALLA COSTITUZIONE E BENZINA PER L’ANTIPOLITICA

di Michele Ainis la Repubblica 22 aprile 2017 pp.1 e 31

Autoriforma. La legge elettorale (forse) la faranno. A spizzichi e bocconi, giusto per risparmiarsi l’onta di un’elezione regolata dalla Consulta (doppia sentenza sul Porcellum e sull’Italicum), anziché dal Parlamento. Però non è detto, magari va in malora anche questa pia intenzione. Come tutti gli altri progetti di riforma nei quali il riformatore coincideva con il riformato. È il paradosso di Ernst Fraenkel (1898-1975): quanto più un sistema politico si rivela inefficiente, quanto più ha perciò bisogno di riforme, tanto meno ci riesce, giacché una buona riforma ne comproverebbe viceversa l’efficienza. Dunque le riforme sono possibili se inutili, impossibili quando necessarie. Ne è testimonianza la XVII legislatura, che s’avvia mestamente al capolinea. Senza gloria, dopo cotanta boria. E dopo aver tradito la sua promessa fondativa: l’autoriforma del sistema politico. Niente da fare, e non per colpa del referendum di dicembre. Difatti la riforma costituzionale non metteva a dieta il corpaccione dei partiti; ne rinnovava casomai il mobilio, l’ambiente istituzionale che li ospita. Ma una nuova politica — più trasparente e responsabile — avrebbe bisogno di nuovi partiti. Quindi di regole stringenti sulla loro democrazia interna, nonché sui soggetti che li affiancano nel governo della polis.

Vuoti normativi. Invece restiamo orfani di qualsivoglia legge sui partiti, sulle primarie dei partiti, sulle fondazioni dei partiti. Nessuna riforma delle indennità parlamentari o del conflitto d’interessi. E un vuoto normativo largo quanto una voragine sui sindacati come sulle lobby. Questa lacuna è anzitutto una frode alla Costituzione. Che esige la legge sulla democrazia sindacale (articolo 39), e al contempo evoca la disciplina legislativa dei partiti (articolo 49). In quel testo riecheggia infatti la domanda che Calamandrei sollevò in Assemblea costituente: come può respirare una democrazia, se i suoi attori principali non sono a loro volta democratici? Non a caso il primo progetto di legge sui partiti venne depositato da don Sturzo nella I legislatura. E non a caso la legge c’è in Germania come in Spagna, in Austria, in Grecia, nel Regno Unito e via elencando. In Italia, viceversa, i signori delle regole non hanno mai accettato alcuna regola. Recependo soltanto, a denti stretti, il decreto Letta (n. 149 del 2013), che istituì il finanziamento dei partiti attraverso il 2 per mille, purché il loro statuto fosse di stampo democratico.

Impegni traditi. In secondo luogo, il vuoto di regole mette a nudo una promessa mancata, un impegno tradito. Rispetto ai sindacati, nel marzo 2015 Renzi annunciò il battesimo della legge sulla rappresentanza. Quando? Presto, prestissimo, anzi domani. Rispetto ai partiti, l’8 giugno 2016 la Camera approvò un testo unificato di 21 proposte di legge, trasmettendolo al Senato; giace ancora lì, dormiente, in attesa che un principe azzurro lo risvegli. Come peraltro la legge sul conflitto d’interessi, bloccata in I commissione dal febbraio 2016. O come la legge sulle lobby, un altro fantasma del nostro ordinamento, con 55 progetti di legge inceneriti l’uno dopo l’altro. Eppure negli Usa il Lobbying Act risale al 1946, e viene aggiornato di continuo. Eppure in Europa, dagli anni Duemila in poi, altri 10 Paesi si sono dotati d’una legge, infoltendo una compagnia già numerosa.

Democrazia opaca. Ma l’Italia, evidentemente, fa eccezione. E fra i nostri costumi eccezionali si registra l’esordio, da quando è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti, di 65 fondazioni politiche, che raccolgono quattrini in gran segreto. Senza uno straccio di legge che le renda trasparenti, nemmeno in questo caso. D’altronde non c’è una buona legge sull’anagrafe patrimoniale degli eletti (il ddl Ichino, depositato all’alba della legislatura, è desaparecido), né circa la loro anagrafe “pubblica”, su cui i radicali insistono dal 2008. E non c’è nessuna legge sulle primarie di partito, con la conseguenza che ciascuno fa come gli pare (i candidati del Pd scelti con le primarie, alle prossime elezioni nei capoluoghi di Provincia, saranno 4 su 25). Insomma, zero tagliato. Però, diciamolo: questa pagella va in tasca soprattutto alla maggioranza di governo, prima artefice dei fatti, dei misfatti e dei non fatti della XVII legislatura. Offre perciò benzina all’antipolitica, come se ce ne fosse bisogno. Rende opaca la nostra vita democratica. Attizza baruffe sulle regole, una volta sulla proprietà del simbolo (Scelta civica), un’altra volta sul dissenso interno (dal Pd ai 5 Stelle). Infine trasforma i giudici in altrettanti legislatori. Com’è successo a Genova sulla candidatura Cassimatis, decisa in tribunale applicando ai partiti lo statuto delle associazioni non riconosciute. Appunto: non riconosciute. Né dal diritto, né — ormai — dai cittadini.

michele.ainis@uniroma3.it

A CHI APPARTIENE LA LEGGE ELETTORALE

febbraio 8, 2017

GLI ELETTORI POSSONO ESSERE MANIPOLATI. LA GOVERNABILITÀ APPARTIENE AI GOVERNANTI

di Gustavo Zagrebelsky La Repubblica 7 febbraio 2017, pp. 1 e 27

Leggi che “fanno” gli elettori. Gli elettori non esistono in natura. Sono il prodotto delle leggi e dei sistemi elettorali. Neanche le parole degli elettori, i loro voti, sono un dato naturale. Dipendono dagli artifici in cui sono inseriti e conteggiati per produrre un risultato. Il voto può essere rispettato, maneggiato, manipolato, reso vano e, perfino, orientato verso esiti desiderati da coloro che fanno e disfanno le leggi elettorali: leggi “performative” che non regolano ma creano il loro oggetto. Non si sta parlando di cose come brogli o corruzione. Si sta parlando degli effetti di ogni legge il cui compito sia trasformare i voti in seggi. In quella trasformazione stanno tutte le possibilità appena dette. Si comprende così il significato dell’affermazione iniziale: gli elettori sono l’effetto delle leggi elettorali. Queste, per così dire, “fanno l’elettore”, lo rispettano o lo usano; sono neutrali o sono faziose; sono sincere o sono mentitorie. Trasformano l’elettore da una realtà virtuale in una realtà concreta, ed è forse questa la ragione sottintesa che ha indotto la Corte costituzionale ad ammettere il ricorso contro le ultime leggi elettorali, indipendentemente dalla loro applicazione: producono un effetto concreto immediato, quando entrano in vigore.

Che cosa sono le leggi elettorali abusive? Si può trasformare la domanda in quest’altra: di chi sono le leggi elettorali? La risposta, in teoria, è ovvia: le leggi elettorali, tra tutte le leggi, sono quelle che più d’ogni altra appartengono ai cittadini; e meno di tutte le altre, ai governanti. Le leggi elettorali abusive sono quelle fatte dai governanti come se interessassero, come se appartenessero, a loro. Guardiamo ora ciò che è accaduto e che accade. Le si fanno (o si cerca di farle) col fiato corto, guardando all’interesse immediato dei partiti. Così, esse diventano strumenti di lotta politica orientata dai sondaggi. C’è da stupirsi, allora, se all’accanimento nelle sedi del potere dove le si elaborano corrisponda l’indifferenza indispettita di grande parte di cittadini elettori che assistono alle giravolte, alle contraddizioni, alle furbizie e alle infinite improvvisate complicazioni che si svolgono sopra la loro testa? Si comprende poco o niente della riforma, ma si capisce benissimo d’essere trattati come merce, come possibile “bottino”, e non come soggetti della democrazia. La giustizia elettorale, qualunque cosa significhi, è sostituita dagli interessi.

I partiti giocano molto della loro credibilità in questa partita. Esiste un documento della Commissione di Venezia (autorevole consesso che formula giudizi sullo stato della democrazia nei Paesi europei), adottato dal Consiglio d’Europa nel 2003, intitolato “codice delle buone pratiche in materia elettorale”. È un richiamo alla responsabilità e lealtà nei confronti degli elettori. Vi si legge che «la stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato e non capirle, specialmente se presentano un carattere complesso. A tal punto che potrebbe, a torto o a ragione, pensare che il diritto elettorale sia uno strumento che coloro che esercitano il potere manovrano a proprio favore, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio. Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione, o dovrebbero essere legittimati a livello costituzionale o ad un livello superiore a quello della legge ordinaria».

Censurabilità. Queste proposizioni, di per sé, non hanno forza di legge. Tuttavia, esse integrano l’articolo 3 del Protocollo n. 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: diritto a elezioni libere ed eque. Questo sì ha forza di legge. Sulla sua base la Corte di Strasburgo ha giudicato una legge della Bulgaria contraria al principio di neutralità della legge elettorale (Ekoglasnost contro Bulgaria, n.30386/05). Si trattava d’una legge adottata in prossimità delle elezioni che penalizzava un partito politico a favore degli altri. Attenzione a non incorrere, anche noi, nella medesima censura. In Italia, l’abitudine di cambiare le regole del gioco a pochi mesi dalle elezioni è prassi che pare normale. Così è accaduto nel 1923-4 con la “legge Acerbo”; nel 1953 con la “legge-truffa”; nel 1993-4 con la “legge Mattarella”; nel 2005-6 con la “legge Calderoli”. La stessa cosa potrebbe avvenire oggi con una legge modificativa del cosiddetto Italicum a seguito della recente sentenza della Corte costituzionale. Il sospetto che questa modifica sia inficiata da ragioni di convenienza politica, in queste circostanze, è più che un sospetto.

Leggi nell’attesa”. Si dice: siamo tuttavia in uno stato di necessità; abbiamo due leggi elettorali diverse per la Camera e il Senato; se non le si rende omogenee ci potrebbero essere maggioranze diverse; la “ingovernabilità” incombe su di noi. Dunque, occorre una nuova legge elettorale. Fino a che non la si sarà fatta non si vota (magari anche dopo il 2018?). Questa situazione non è caduta dal cielo. È il risultato di decisioni assurde, volute da insipienti e arroganti. Erano sicuri dell’esito del referendum che avrebbe eliminato l’elezione diretta del nuovo Senato. L’Italicum che vale solo per la Camera è stato approvato “nella (fiduciosa) attesa” della riforma costituzionale. Accanto alle leggi comuni, retroattive, transitorie, interpretative, ecc., abbiamo inventato le “leggi nell’attesa…”). Ma gli indovini possono fallire, tanto più facilmente quanto più si affidano a previsioni e presunzioni che riguardano altri da loro, nel nostro caso gli elettori del 4 dicembre. Ora devono uscire dall’impasse dove essi stessi si sono cacciati, coinvolgendo la Corte costituzionale (su cui un discorso a parte dovrà essere fatto) e colpevolizzando gli elettori che hanno mandata delusa la loro “attesa”.

Proporzionale. Indipendentemente da astratte desiderabilità, c’è un solo modo per non incorrere nell’accusa d’una legge dell’ultim’ora a vantaggio degli uni e a danno degli altri, con possibili conseguenze di fronte alla Corte di Strasburgo: una legge proporzionale, con sbarramenti al basso ma senza premi all’alto. Del resto, il proporzionale è l’unico sistema imparziale in un contesto politico non bipolare come è l’attuale. Nell’incertezza su chi potrebbe prevalere schiacciando i soccombenti (sia il Pd, il Movimento 5 stelle o la coalizione di destra) è, alla fine, nell’interesse di tutti. Finirà presumibilmente così. È difficile ammetterlo e dirlo, perché sembra di voler ritornare indietro nel tempo. Ma occorre pur riconoscere che il progetto di portare in Italia il bipartitismo o il bipolarismo è fallito. Qualunque premio (che sarebbe più corretto chiamare “di minoranza”: il premio di maggioranza era quello del ’53, che avrebbe operato a favore di chi avesse ottenuto la maggioranza dei voti) è un rischio per tutti e, in un sistema tri — o multipolare, sebbene sia stato salvato dalla Corte costituzionale, altererebbe la rappresentanza in modo incompatibile con la democrazia rappresentativa.

E la “governabilità”? Governare è dei governanti. Sono loro a dover garantire la governabilità e non c’è nessun marchingegno elettorale che può garantirla in carenza di senso di responsabilità, come dovremmo sapere noi in Italia senza possibilità di sbagliarci. Occorreranno coalizioni e compromessi? È probabile. Ma le coalizioni e i compromessi non sono affatto cose negative, sono anzi nell’essenza della democrazia pluralista: dipende da chi le e li fa, in vista di quali obbiettivi e a quali condizioni. Non sono necessariamente “inciuci”, per usare il nostro squallido linguaggio. Del resto, ogni sistema elettorale non proporzionale applicato in contesti non bipartitici o almeno bipolari, mette in moto accordi e patteggiamenti tra interessi più o meno limpidi prima delle elezioni, per di più ignoti agli elettori, necessari “per vincere”. Se questi si dovessero fare dopo le elezioni “per governare”, la loro sede potrebbe e dovrebbe essere quella pubblica, il Parlamento. Che cosa, delle due, è meglio?

LA RIVINCITA DEL PROPORZIONALE

gennaio 27, 2017

LA SENTENZA DELLA CONSULTA RIEQUILIBRIA IL POTERE LEGISLATIVO E ALLINEA IL SISTEMA ELETTORALE PER ENTRAMBE LE CAMERE

di Michele Ainis, La repubblica 26-1-2017 pagg 1 e 28

Tre modifiche. Scomunicato da un comunicato. Finisce così la breve vita dell’Italicum, con una sentenza costituzionale non ancora scritta, però anticipata nelle sue conclusioni. Via il ballottaggio in una sola Camera, che d’altronde è un marchingegno assurdo, quando le Camere sono ancora due. Via i plurieletti che scegliendo il loro collegio d’elezione decidono altresì il destino dei non eletti. Un privilegio da signore feudale, più che da rappresentante popolare. E infine via la balla su cui si è esercitata in queste settimane la politica, ossia che la Consulta potesse scrivere una sentenza non autoapplicativa, lasciandoci orfani di qualsiasi legge elettorale. La legge c’è, sia pure amputata dei suoi tratti più essenziali. Possiamo votare anche prima dell’estate, come chiedono Renzi, Grillo, Salvini. Ma gli effetti della pronunzia costituzionale non investono soltanto il fronte dei partiti. Toccano le istituzioni, proiettandosi ben al di là di quest’ultima vicenda. E gli effetti principali sono almeno un paio.

Giudizio di costituzionalità. Primo: la Consulta. Bocciando l’Italicum, dopo averci liberato nel 2014 del Porcellum, afferma il suo protettorato sulle leggi elettorali. Curioso: era un’idea della riforma Boschi, benché all’epoca la Consulta non gradisse. In quel testo s’introduceva infatti un giudizio preventivo di costituzionalità su ogni nuova legge elettorale. Siccome l’Italicum non è mai stato applicato, questa sentenza suona come una rivincita della riforma costituzionale, nonostante il referendum che l’ha mandata al macero. Ma al tempo stesso suona come un effetto postumo dello stesso referendum. Perché l’Italicum era legato a filo doppio alla riforma: caduta l’una, cade l’altro. E perché il voto referendario ha trasmesso alla Consulta la forza politica d’intervenire sull’Italicum. Avremmo incassato lo stesso risultato con la riforma vigente, con Renzi trionfante? Non a caso l’udienza, già fissata il 4 ottobre, venne rinviata per aspettare il referendum. I giudici costituzionali hanno i piedi piantati sulla terra, mica sulla luna. Però quei piedi adesso calzano scarpe più grandi, più robuste. Con questa sentenza cambia infatti il nostro sistema di giustizia costituzionale, e di conseguenza cambia il ruolo della Corte. È, o meglio era, un sistema imperniato sulla “rilevanza” delle questioni di legittimità. Significa che la Consulta poteva esserne investita soltanto quando l’esperienza del diritto, la sua applicazione pratica, determinasse un dubbio di costituzionalità. Sennonché il Porcellum è stato usato in tre tornate elettorali, l’Italicum mai. Dunque la “rilevanza” non è più un requisito indispensabile. Mentre diventa sempre più centrale la Consulta, ormai in grado d’annullare leggi e leggine un minuto dopo la loro approvazione.

Rivincita del legislativo. Secondo: il Parlamento. Parrebbe in catalessi, a giudicare dall’inerzia sulla legge elettorale: dopo il referendum del 4 dicembre non vi ha dedicato nemmeno una seduta. Ma a risuscitarlo ha provveduto un tribunale, in Italia come in Inghilterra. Laggiù la Corte suprema ha bloccato le pretese del governo May, che intendeva decidere la Brexit senza neanche chiedere permesso alle assemblee parlamentari. E in Italia? Pure. Difatti è questo l’esito della sentenza costituzionale sull’Italicum: via il maggioritario, che negli ultimi vent’anni ha sancito l’egemonia del potere esecutivo sul legislativo; torna il proporzionale, dove accade l’opposto.

Allineamento del proporzionale. Certo, in teoria rimane il premio di maggioranza. In pratica, con tre poli più o meno equivalenti (destra, sinistra, 5 Stelle), sarà pressoché impossibile raggiungere il 40 per cento dei consensi, la percentuale che dà diritto al premio. Sicché alla Camera funzionerà un proporzionale, come al Senato. I due regimi elettorali si riallineano, e magari dalla legislatura prossima anche la Costituzione potrà allinearsi alla riforma. Giacché il proporzionale avrà molti difetti, ma resta il sistema più adeguato per una stagione costituente. D’altronde, dopo tanti insuccessi, questa è l’ultima speranza: allevare la terza Repubblica attraverso la legge elettorale della prima.

michele. ainis@ uniroma3. it

LEGISLATURA, QUATTRO SALVAGENTI

dicembre 24, 2016

SVELTIRE L’ITER LEGISLATIVO, TORNARE AL MATTARELLUM, DIMEZZARE I PARLAMENTARI E INTRODURRE IL RECALL OVVERO LA REVOCA ANTICIPATA DELL’ELETTO IMMERITEVOLE

di Michele Ainis La repubblica, 23 dic. 2016, pag.39

C’è un clima raggelante in questo finale di partita. La legislatura durerebbe fino al 2018, però non ci crede più nessuno. E nel frattempo stanno tutti fermi, come impietriti in attesa dell’addio. È un errore, è uno spreco di tempo e di risorse. Dopotutto, non mancano esperienze di riforme radicali approvate proprio all’ultima curva della legislatura. Il IV governo Fanfani, per esempio: rimase in carica per poco più d’un anno (fino alle elezioni del 1963), ma timbrò la nazionalizzazione dell’industria elettrica, lo stop alla censura teatrale, la scuola media unica, l’innalzamento a 14 anni dell’obbligo scolastico. No, questo senso di vacuità e d’inerzia che respiriamo ormai a pieni polmoni non è un destino inesorabile. E non è affatto vero che il referendum abbia chiuso le danze. Chi propone d’aspettare tempi migliori non fa che peggiorare il nostro tempo. E il tempo della XVII legislatura s’aprì all’insegna d’una specifica emergenza: ricucire il filo spezzato fra popolo e Palazzo, restituire qualche grammo di fiducia fra elettori ed eletti, dopo una stagione di governi tecnici, di strette fiscali, di ruberie accertate in 17 Regioni su 20.

Tre anni più tardi, la situazione è perfino peggiorata. Cresce l’astensionismo elettorale (52% di votanti alle regionali del 2015), se non quando si tratti d’esprimere un niet alle proposte dei politici (69% d’affluenza al referendum costituzionale). Monta la sfiducia verso ogni partito organizzato (secondo Demos, nel 2015 s’attestava al 5%). Infine s’allarga il discredito verso il Parlamento, verso ciascun parlamentare, anche perché in queste assemblee legislative elette col Porcellum si sono già consumati 387 cambi di casacca, un record planetario. Dovreste metterci rimedio, insomma. Nel vostro interesse, prima che nel nostro. E dovreste farlo adesso, senza rinviare l’intervento alla legislatura che verrà. Perché c’è il rischio che a quel punto la ferita sia ormai andata in cancrena. E perché non servono riforme bibliche per rinvigorire la perduta auctoritas del nostro Parlamento.

4 modifiche. Basterebbero un paio di correttivi, e bastano sei mesi per attuarli. Sveltendo l’iter legis attraverso una modifica dei regolamenti parlamentari, in primo luogo; come ha proposto il presidente Grasso il 16 dicembre, e come propose in avvio legislatura la presidente Boldrini, dando la stura a un testo di riforma che adesso giace polveroso nei cassetti di Montecitorio. E in secondo luogo adottando un modello elettorale che restituisca lo scettro ai cittadini, qual è il Mattarellum rilanciato da Renzi in questi giorni. Infine, due emendamenti alla Costituzione. Piccoli, ma quantomai incisivi. Anzitutto il dimezzamento dei parlamentari: qui è sufficiente sostituire un numeretto negli articoli 56 e 57, scrivendo per esempio che i deputati sono 400 (anziché 630) e i senatori 200 (anziché 315). Questa riforma minima otterrebbe il massimo consenso presso il popolo votante, specie se abbinata a un argine contro il trasformismo, contro l’infedeltà dell’eletto rispetto al suo elettore. Quale? Il Recall, la revoca anticipata dell’eletto immeritevole, chiesta da una frazione del corpo elettorale e sottoposta a referendum. Antichissimo istituto che deriva dall’ostracismo forgiato nel 510 a.C. dalla democrazia ateniese, e che tutt’oggi trova applicazione in mezzo mondo, dalla Svizzera agli Stati Uniti, dal Canada al Giappone. Basterebbe aggiungere una riga all’articolo 67, che protegge il libero mandato parlamentare. Insomma, due numeri e una riga; dopo di che questa legislatura avrebbe realizzato, almeno in parte, il proprio scopo fondativo. Lasciandoci in dono parlamentari più autorevoli (perché in numero inferiore) e più responsabili (perché soggetti a revoca). Pochi ma buoni.

michele.ainis@uniroma3.it

CINQUE SUPERSTATI, LE REGIONI SPECIALI

ottobre 26, 2016

NONOSTANTE SI VOLESSE EQUIPARARLE, CON LA RIFORMA COSTITUZIONALE VIENE POTENZIATA E RESA IRRIDUCIBILE LA LORO AUTONOMIA

di Michele Ainis  La Repubblica 23 ottobre 2016

Per capire, tre viaggi a ritroso.  C’è una norma, nascosta fra le disposizioni transitorie della riforma Boschi, che è più potente d’un cannone. Perché inventa la suprema fonte del diritto, superiore alla Costituzione stessa. Perché le norme transitorie transitano, mentre questa si proietta sull’eternità. E perché infine, grazie ai suoi incantesimi, la riforma dello Stato genera cinque superStati: le Regioni speciali. Per raccontare questa storia, dobbiamo partire per un triplo viaggio nel tempo. Il primo fino al dopoguerra, quando per un complesso di motivazioni politiche, etniche, geografiche, viene concessa una particolare autonomia a Sicilia, Sardegna, Val d’Aosta, Trentino (il Friuli s’aggiunse nel 1963). Il secondo viaggio approda nel 2001, l’anno della riforma federalista varata sotto il governo Amato: una sbornia di competenze per le quindici Regioni ordinarie, che a quel punto surclassano le cinque sorelle maggiori, le fanno retrocedere in autorità e poteri. Tanto che, per evitare il paradosso di Regioni speciali che in realtà diventano subnormali, la legge costituzionale n. 3 del 2001 introduce la «clausola di maggior favore», stabilendo che il nuovo Titolo V della Costituzione s’applichi anche a loro, nelle parti in cui sia più vantaggioso rispetto agli statuti speciali. Il terzo viaggio a ritroso è altresì il più breve. Un anno fa, ottobre 2015: l’oscillazione del pendolo, che di volta in volta converte gli italiani da giustizialisti a garantisti, da proporzionalisti a maggioritari, da federalisti a centralisti, stavolta gira contro gli enti regionali. E infatti in Senato si sta perfezionando la riforma che taglierà le unghie alle Regioni. Mica a tutte, però: le autonomie speciali rimangono fuori dalla giostra. Perché mai? Semplice: perché dispongono d’un fuoco di sbarramento che può fucilare la riforma. Diciannove fucili, quanti sono attualmente i senatori (per lo più eletti in Val d’Aosta e Sud Tirolo) del Gruppo per le autonomie.

Innovazione condizionatrice.  Siccome però le garanzie non sono mai abbastanza, siccome oggi va bene ma «di doman non v’è certezza», gli autonomisti pretendono (e ottengono) la fideiussione perpetua. E il 9 ottobre 2015 il Senato approva l’emendamento 39.700, primo firmatario Karl Zeller, ovvero il presidente del Gruppo per le autonomie. Da qui il comma 13 dell’articolo 39, da qui la regola che vieta per tutti i secoli a venire di sforbiciare le competenze delle Regioni speciali, a meno che non siano loro stesse a decretarlo. Cambia infatti il procedimento di formazione degli statuti, dove per l’appunto s’elencano tali competenze: nel caso delle cinque Regioni ad autonomia differenziata, servirà una legge costituzionale adottata dallo Stato «sulla base di intese con le medesime Regioni». Diciamolo: è la novità più innovativa della nuova novella. Non tanto per l’uso dello strumento pattizio, quanto per il suo grado d’efficacia, per il condizionamento che poi ne deriva. Difatti la Costituzione in vigore ne contempla già un paio d’applicazioni: nell’articolo 8 (intese fra lo Stato e i culti acattolici) e nell’articolo 116 (intese fra Stato e Regioni). In entrambe le ipotesi, però, le intese precedono una legge ordinaria, non una legge costituzionale. Dunque lo Stato può sempre disattenderle, può insomma decidere da solo, purché intervenga con legge di revisione costituzionale, modificando l’articolo 8 o l’articolo 116. Ma in questo caso no, non è possibile. Il comma 13 detta una regola procedurale, né più né meno dell’articolo 138 della Costituzione, di cui è figlia la riforma Boschi. Se domani si correggesse lo statuto del Trentino senza rispettare il comma 13, sarebbe come approvare una riforma Boschi bis senza rispettare l’articolo 138.

Tre conseguenze.  Vabbè, è dura da capire. Ma è ancora più dura da spiegare, ed è durissima da concepire. Anche perché la concezione del concetto è una e trina, come Dio. Primo: aumenta la forbice tra Regioni ordinarie e speciali, benché in partenza l’idea fosse quella di parificarle. Secondo: gli statuti speciali sono più garantiti della Costituzione medesima, giacché nel loro caso occorre un passaggio in più (l’intesa), con un procedimento ultrarafforzato. Terzo: l’autonomia delle Regioni speciali non verrà mai più ridimensionata, a meno che esse stesse decidano di fare harakiri. Risultato: ci sbarazziamo del Senato, per liberarci dai suoi poteri di veto. E lo sostituiamo con cinque veto players, le Regioni-Stato. Evviva.

michele.ainis@uniroma3. It

REFERENDUM

agosto 26, 2016

LE RAGIONI DEL NO

di Alessandro Pace  la Repubblica  21-8-2016, pag. 24

Tre motivi.  Caro direttore, in una lettera [in calce] pubblicata il 18 agosto Luigi Berlinguer ha dichiarato che voterà per il Sì al referendum costituzionale in quanto questo riguarderebbe 1)”soprattutto il superamento dell’obsoleto e ormai ingombrante bicameralismo paritario di casa nostra, oltre all’abolizione delle Province e (finalmente) del Cnel”; 2) che il voto per il No gli parrebbe “dettato da un’insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi, di levarselo di torno”; 3) infine che la “parola d’ordine” dei sostenitori del No sarebbe che la “Costituzione non si tocca”. Le ragioni del No del Comitato di centrosinistra, che ho l‘onore di presiedere, non risiedono né nella difesa del bicameralismo paritario, ormai condiviso da pochi; né nella rilevanza costituzionale delle Province, la cui abolizione è stata ritenuta legittima dalla Corte costituzionale; né infine nella sopravvivenza del Cnel, da gran tempo divenuto uno “zombi”.

Le ragioni sono ben altre.  1)-La grave violazione del principio sancito dall’articolo 1 della nostra Costituzione, secondo il quale “la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare” (così la sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale), laddove, con la riforma Boschi, la conseguenza sarebbe che tutte le leggi, ivi comprese quelle costituzionali, non verrebbero più approvate da rappresentanti eletti dal popolo.

-La mistificante enunciazione del Senato “rappresentante delle autonomie territoriali”, che non solo continuerebbe ad essere organo dello Stato centrale, ma non gli verrebbe concesso, nonostante quell’enunciato, di legiferare su materie di interesse regionale, con la conseguenza che le Regioni verrebbero discutibilmente degradate a livello “prevalentemente amministrativo”.

-La composizione irrazionale del Senato, i cui componenti dovrebbero nel contempo svolgere la funzione di consigliere regionale o di sindaco, cosa che non consentirebbe loro di adempiere puntualmente le funzioni connesse ad entrambe le cariche, con la conseguenza di rendere oltre tutto difficile il rispetto dei brevi termini previsti per il Senato nei procedimenti legislativi diversi da quello bicamerale.

-L’irrazionalità del compito del Senato di eleggere due dei cinque giudici costituzionali, col rischio di creare una logica corporativa all’interno della Corte costituzionale.

-L’irrazionalità di conferire al presidente della Repubblica il potere di nominare cinque senatori a vita per la stessa durata della carica presidenziale: un numero tutt’altro che irrilevante in un Senato composto da soli 100 componenti.

-L’irrazionalità di riconoscere ai senatori, ancorché part-time, l’immunità penale per tutti i reati comuni da loro commessi.

-La complicazione (e non la semplificazione) del procedimento legislativo, che passerebbe dagli attuali tre procedimenti (procedimento legislativo normale, procedimento di conversione dei decreti legge, leggi costituzionali) ad almeno otto procedimenti formalmente differenziati, col rischio di illegittimità costituzionale delle leggi per vizi procedurali.

-Infine, l’inesistenza di seri contropoteri politici nei confronti del governo sostenuto dal gruppo parlamentare più votato, che grazie all’Italicum otterrebbe, col solo 25 per cento dei voti, ben 340 seggi alla Camera dei deputati e il cui leader godrebbe di un’investitura democratica quasi-diretta.

2) Botta a Renzi.  Ancorché ci sarebbe assai altro da aggiungere, passo al secondo punto. L'”insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi” certamente caratterizza una parte ragguardevole dei sostenitori del Comitato per il No di centrodestra. Non già il Comitato per il No di centrosinistra, che ha da subito avvertito il rischio della personalizzazione del referendum, esplicitamente voluta e manifestata da Matteo Renzi nella conferenza di fine anno del 29 dicembre 2015. La personalizzazione del referendum costituzionale, voluta da Renzi — prima disvoluta e poi rivoluta — è servita spregiudicatamente a terrorizzare sia i mercati finanziari sia i “ben pensanti”. Ma non solo. Consente, nel contempo, di porre in secondo piano sia l’inconsistenza delle ragioni favorevoli al Sì, sia le gravi ragioni di merito, sopra elencate, che razionalmente dovrebbero indurre i cittadini a votare No.

3) Quali modifiche.  Passo infine al terzo punto. Per quanto io abbia potuto constatare nei dibattiti interni al direttivo del nostro Comitato per il No, la “Costituzione non si tocca” non costituisce la “parola d’ordine” dei sostenitori del No di centrosinistra tranne rarissime eccezioni. Tanto meno costituisce la “parola d’ordine” dei sostenitori del No di centrodestra (si pensi alla riforma Berlusconi del 2006!). Beninteso, anch’io ho sempre sostenuto che la modifica della seconda parte della Costituzione (articoli 55-139) implicherebbe delle conseguenze sulla tenuta della prima parte (articoli 1-54). Ebbene, a parte il fatto che la riforma Boschi, eliminando l’elettività diretta del Senato, viola addirittura uno dei principi supremi della Costituzione posto nell’articolo 1, ritenuto immodificabile dalla Corte costituzionale… A parte ciò, c’è modifica e modifica della seconda parte della Costituzione.

Senato delle autonomie.  Esprimendomi solo a titolo personale, ritengo infatti ammissibile ed anzi opportuno il superamento del bicameralismo paritario, il conferimento alla sola Camera dei deputati del rapporto fiduciario col governo, l’equilibrata diminuzione dei parlamentari sia nell’una che nell’altra Camera, la trasformazione del Senato in maniera tale che le istituzioni regionali possano effettivamente esprimersi. È infatti importante che gli elettori sappiano che non siamo i sostenitori del mero status quo.

L’autore è il presidente del Comitato per il No al referendum costituzionale

REFERENDUM, VOTO SÌ MALGRADO MATTEO RENZI

di Luigi Berlinguer  La Repubblica 18 agosto 2016  pag.26

Caro direttore, il referendum costituzionale è partito, ora bisogna votare. Io sono decisamente convinto: voto Sì (malgrado Matteo Renzi). Nell’affrontare seriamente il merito della questione bisogna però sgombrare il campo da una pregiudiziale: il referendum costituzionale deve restare assolutamente distinto dalle sorti del governo. È essenziale tenere la Costituzione fuori dallo scontro politico e dagli interessi partitici. È stato un errore del premier collegare l’avvenire dell’esecutivo al risultato referendario. Le due cose non sono correlate né devono esserlo. Trovo però ancor più discutibile l’affermazione delle opposizioni “votiamo No per mandare a casa Renzi”. Si tratta di una inaccettabile strumentalizzazione partitica della questione costituzionale.

Andiamo all’essenziale: il referendum riguarda soprattutto il superamento dell’obsoleto e ormai ingombrante bicameralismo paritario di casa nostra, oltre all’abolizione delle province e (finalmente!) del Consiglio dell’economia e del lavoro (Cnel). Non mi si venga a dire che due Camere uguali rafforzano il controllo parlamentare sul governo: la mia lunga esperienza in Parlamento mi dice l’esatto contrario. Le inutili ed estenuanti procedure, non solo raddoppiate ma spesso moltiplicate, stemperano l’incisività dell’azione parlamentare.

Contrappesi.  Se c’è veramente una tendenza autoritaria nell’attuale governo essa non può essere dimostrata a sufficienza fondandosi su un certo cipiglio arrogante (è un po’ vero…) del presidente del Consiglio. Ma fa sorridere ricercare la soluzione dell’equilibrio fra governo e Parlamento su questa strada. Questo è eventualmente problema da affrontare ricercandone le possibili soluzioni nei contrappesi, che da noi esistono e vanno nel caso lubrificati e rafforzati. Ora, continuare a tenerci, col No anti-Renzi, il Senato paritario sembra davvero singolare. Siamo sinceri: il voto No mi pare dettato da un’insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi, di levarselo di torno. Invocherei un po’ più di rispetto davanti alla solennità di una revisione costituzionale. E un po’ più di considerazione rispetto al fatto che quasi tutti i Paesi evoluti non hanno alcun bicameralismo paritario. Al contrario, se ora prevarrà il Sì rafforzeremo all’estero l’immagine di un’Italia che marcia risoluta e fa le riforme. Mi pare invece necessario, per ragioni politiche ma anche tecniche, riaffrontare la legge elettorale.

Fedeltà all’impianto.  Il vero nodo politico-culturale del referendum è però anche un altro. Investe la parola d’ordine “La Costituzione non si tocca!”. In questi decenni essa è stata la frontiera indiscussa soprattutto dei progressisti, ma non solo. Si è costruita una vera e propria “mentalità politica”, quasi un (comprensibile) tabù per le forze progressiste: salvaguardare così la nostra civiltà giuridica. Questa idea ha vinto. Eppure, guarda caso, in questi anni il testo costituzionale del ‘48 è stato ritoccato più volte, in meglio. È l’ispirazione profonda della Costituzione che non si è voluta toccare; ma il testo si può ritoccare ove necessario. Così è accaduto, senza alcuna conseguenza eversiva. Fedeltà all’impianto non significa infatti adesione fideistica, acritica, quasi “coranica”; significa adesione convinta perché laica, razionale, capace di cogliere anche le sue (poche) debolezze ed attuali inadeguatezze.

Difenderla e migliorarla.  Che la nostra Costituzione sia tra le più belle del mondo, non equivale a dire che sia oggi perfetta. Vi sono norme e procedure dettate dalla cultura del momento, superate oggi da una nuova cultura. Sarebbe sbagliato ritenerla inviolabile in toto. Perciò l’occasione di questo referendum è un fatto straordinario di democrazia. Sollecitare oggi il popolo, direttamente, significa poter far maturare un’adesione popolare non solo di fedeltà, ma di consapevolezza razionale, lucida e soprattutto laica, non fideista: un fattore di altissima valenza democratica e morale. La Costituzione va difesa e migliorata. È un prodotto di uomini, è frutto di un patto tra le varie componenti della popolazione, del mondo politico, tra il Parlamento ed il popolo, e come tale è naturale poterlo insieme consolidare, anche migliorandolo, adeguandolo.

Alcuni esempi:   costituenti degli anni Quaranta non mi sembra fossero campioni di femminismo, lasciatemelo dire, specie rispetto a come è maturata successivamente la grande conquista delle pari opportunità per le donne. Altro esempio: l’art. 34 Cost., parlando di istruzione, non coglie la grande rivoluzione novecentesca della “scuola per tutti e dell’istruzione come “diritto fondamentale per tutti“. Questa grande conquista non era sufficientemente presente nella cultura educativa dominante di allora, per cui la Costituzione si limita a prospettare solo l’opportunità di far raggiungere gli alti gradi dell’istruzione solo ad una parte dei ragazzi, i “capaci e meritevoli”. Per cui chi non ce la fa, vada a lavorare! Ma l’idea che guida oggi i progressisti è ben diversa: l’istruzione e la scolarizzazione fino ai 19 anni è un “diritto fondamentale di tutti”. La formulazione del ‘48 risulta pertanto arretrata, inadeguata.

Crescita democratica.  Cito infatti solo alcuni esempi per ribadire che nella Costituzione si trovano spazi che — allo scopo di difenderla e migliorarla — si possono o si devono modificare. Il dibattito in merito al referendum costituzionale è pertanto un’occasione preziosa per consolidare nel nostro popolo un processo di crescita politico-intellettuale dell’idea moderna di democrazia; non di una democrazia elargita, ma di una democrazia partecipata e conquistata. Un’idea rigorosa ma aperta e laica di Costituzione. Un’occasione per rafforzare l’affetto per la nostra Carta e insieme la lucidità laica di volerla migliorare. Molto bella l’affermazione di Roberto Benigni, che — interrogato sul voto — ha risposto: «Col cuore voto No, voto Sì con la testa», riaffermando icasticamente tutto l’amore che dobbiamo alla nostra grande Carta col cuore. E insieme tutta la lucidità politica con la testa per migliorarla, con il Sì.

L’autore è giurista ed ex ministro della Pubblica istruzione

LA FRAGILITÀ DELL’ITALICUM

agosto 11, 2016

NON FAVORISCE IL CONTATTO TRA ELETTI ED ELETTORI, QUINDI AGGRAVA IL PROBLEMA ATTUALE: ANTIPOLITICA E POPULISMO

di Piero Ignazi   La repubblica  10 agosto 2016  pp.1 e 25

Rappresentanza.  Sembrava che il dibattito sulle riforme istituzionali, e soprattutto sulla nuova legge elettorale, si fosse avviato su binari più pacati e dialogici, quando ecco irrompere la scomunica del ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi: chi dissente votando No al referendum non rispetta il Parlamento. Peccato, perché ragioni per rimettere mano all’Italicum ce ne sarebbero. Ricapitolando: Renzi ha dismesso toni ultimativi. Seppure a giorni alterni, il premier sembra disponibile a modifiche, e i critici avanzano proposte concrete invece di gridare al golpe. Un buon sistema elettorale deve tener in conto molte esigenze tra le quali rappresentanza e governabilità sono le principali. La prima deve assicurare una presenza nelle istituzioni alle molteplici voci della società. Schiacciarle o ridurle al silenzio genera tensioni nel sistema. All‘inizio del Novecento, proprio per evitare questo rischio, che avrebbe condotto alla radicalizzazione di componenti minori, venne introdotto in tutta Europa, Gran Bretagna esclusa, il sistema proporzionale. Il merito di questo sistema è la riproduzione fotografica delle forze in campo, la trasposizione nelle assemblee legislative delle diversità esistenti. Il limite maggiore sta nella frammentazione della rappresentanza e nella conseguente difficoltà di formare maggioranze omogenee di governo. Per contrastare l’instabilità governativa sono stati proposti interventi correttivi alla proporzionale, dalla clausola di sbarramento adottata in Germania, all’aumento del numero dei collegi elettorali in Spagna. Tutti correttivi interni alla logica proporzionale.

Governabilità.  Per cambiare logica, e privilegiare la governabilità, bisogna adottare sistemi maggioritari, sistemi che comprimono la rappresentanza proprio al fine di favorire pochi, grandi partiti che possano assicurare la governabilità. Non c’e quindi un ” buon sistema” in astratto. Ci sono sistemi che privilegiano un aspetto o l’altro. È una questione di scelta. Ma la scelta deve essere rigorosa. L’Italicum, invece, è rimasto a mezza strada. È nato per favorire la governabilità ma mantiene un impianto proporzionale. Inoltre è appesantito da altri difetti, dai capilista iper-ubiqui che si possono presentare in 10 collegi contemporaneamente, alla reintroduzione delle preferenze, fino al bonus per il vincitore, un vero vulnus al principio di rappresentanza. Giustamente, la nuova legge elettorale è stata equiparata ad una versione riveduta e (s)corretta del famigerato Porcellum. Ma il vero problema dell’Italicum è che punta a risolvere un problema — la governabilità — buttando a mare non tanto la rappresentanza “fotografica”, quella che garantisce qualche seggio a tutti, quanto il rapporto rappresentante-rappresentato. La vera questione della rappresentanza, oggi in Italia, riguarda infatti la perdita di contatto tra elettori ed eletti. Questo è il deficit maggiore della democrazia italiana. In altri termini, di cosa dobbiamo preoccuparci per il buon funzionamento delle istituzioni: di possibili governi di coalizione e delle difficoltà legate alla necessità di mediare, o del montare dell’antipolitica? Guardiamoci in giro in Europa.

I governi di coalizione  sono la norma in tutte le democrazie con una sola eccezione, la Gran Bretagna, peraltro reduce anch’essa da cinque anni di inedito governo di coalizione tra conservatori-liberal-democratici. Sono tutte governate così male le democrazie rette da governi di coalizione? Sono tutte terreno di coltura dell’antipolitica? Sembra proprio di no. È vero che l’instabilità governativa della “prima repubblica” (e anche della seconda) ha lasciato un trauma profondo. Ma il premio di maggioranza non garantisce governi stabili. Non li ha garantiti all’epoca del Porcellum, e non li garantisce adesso con l’Italicum. La conflittualità che prima si svolgeva tra i partiti, ora, con l’Italicum, si trasferisce all’interno del partito. È una pia illusione pensare che il partito uscito vincitore dal ballottaggio sia poi unito e coeso come — e dietro — un sol uomo. Non è mai successo in Gran Bretagna, non si vede perché dovrebbe accadere in Italia. La sfida cruciale di oggi riguarda l’antipolitica e il suo correlato populismo. Questi sono i nemici più pericolosi per le istituzioni. L’Italicum aggrava il problema invece di risolverlo perché annulla ogni rapporto diretto tra elettori ed eletti. Solo un sistema con collegi uninominali, dove i cittadini scelgono il “loro” rappresentante può aiutare a ricucire il tessuto strappato della rappresentanza. Ripensare la legge elettorale avendo presente il vero assillo delle democrazie contemporanee — l’alienazione politica e il montare del populismo — e il rimedio più efficace — riannodare il filo della “buona rappresentanza” — è un’opera di saggezza, non un segno di debolezza.

COALIZIONE SOCIALE

marzo 16, 2015

L’INIZIATIVA SINDACALE POTREBBE ESSERE L’OCCASIONE PER MOBILITARE LE NUOVE CLASSI PENALIZZATE, SUPERANDO LOGICHE PARALIZZANTI

di Stefano Rodotà, La Repubblica, 15-3-2015, pag.26

Distacco dei cittadini. Entrata nell’uso, l’espressione “coalizione sociale” è stata ieri ufficializzata da Maurizio Landini. Come, e perchè, si cerca una nuova forma dell’azione politica collettiva? Negli ultimi tempi si è delineato un rapporto tra Stato e società, o piuttosto tra governo e società, segnato da un forte riduzionismo, dove l’unico soggetto sociale ritenuto interlocutore legittimo è l’impresa. Versione casereccia della ben nota affermazione di Margaret Thatcher secondo la quale la società non esiste, esistono solo gli individui. Individui atomizzati separati tra loro: ieri, considerati “carne da sondaggio”, oggi sbrigativamente ridotti a carne da tweet o da slide. Spingendo un po’ più in là questa analisi, non è arbitrario registrare un ritorno a quello che Massimo Severo Giannini, nella sua ricostruzione delle vicende storiche italiane, aveva definito uno “Stato monoclasse”, oggi dominato dalla dimensione economica e dalla riduzione del governo a “governance” [basata solo sugli interessi in gioco, ndr]. Stato e società si separano? Quale che sia la risposta, è nei fatti un distacco profondo dei cittadini da partiti e istituzioni, testimoniato dal crescere e consolidarsi dell’astensione elettorale.

Ma la società non scompare, né accetta la delegittimazione indotta dall’indirizzo politico del governo. Esprime pulsioni che ridisegnano il sistema dei partiti in senso populista o di democrazia plebiscitaria. Al tempo stesso, però, manifesta forme di organizzazione e di azione ben diverse, reagisce alla messa in opera di meccanismi di esclusione come quelli fondati sulla riduzione dei diritti e comincia così a colmare quel deficit di rappresentanza che investe la società nel suo insieme, e che viene aggravato dall’insieme delle riforme costituzionali e elettorali attualmente in discussione. Proprio la questione della rappresentanza ci avvicina al cuore del problema. Quando si dice che vi è una folla di cittadini che non è o non si sente rappresentata, in realtà si constata che dalla discussione pubblica e dalla decisione politica sono assenti non tanto interessi specifici, quanto piuttosto riferimenti forti a principi fondativi. Una ricognizione paziente in questa direzione porta ad individuare i nessi che legano i grandi principi costituzionali alla concretezza dei temi che sono davanti a noi: tutela dei diritti sociali, partecipazione, riconoscimento dei nuovi diritti civili, considerazione dei beni in relazione alla loro essenzialità per la soddisfazione di bisogni sociali e culturali, rafforzamento dei legami sociali attraverso la pratica della solidarietà, necessità di agire nella dimensione sovranazionale e internazionale in maniera coerente con queste indicazioni.

Sono principi e temi di sinistra? A quella storia certamente appartengono, e la rinnovata attenzione per la società finisce così con il fare corpo con la necessità di garantire non una qualsiasi sopravvivenza ad una astratta identità di sinistra, ma a quell’insieme di principi ormai sbiaditi o abbandonati nella pratica di governo non solo italiana. Ma, ci si chiede, esiste un’area a sinistra del Pd dove potrebbe insediarsi una nuova forza politica? Il limite di questa impostazione sta nel riportare ogni questione all’interno del funzionamento del sistema dei partiti, identificando politica e partito e banalizzando tutto intorno alla domanda se tizio o caio stia per fondare un nuovo partito. Proprio la possibilità di un’altra politica viene oggi descritta parlando di una coalizione sociale — espressione che può avere diversi significati, ma che oggi individua un progetto concreto di collaborazione organizzata di molti soggetti attivi nella società, legati ai principi appena ricordati. Si parla di Libera e della Fiom, di Emergency e dei Comitati per l’acqua pubblica e i beni comuni, di Libertà e Giustizia, delle reti degli studenti, dei gruppi attivi sul tema del reddito di cittadinanza e altri ancora.

Mettere in comune queste esperienze, senza pretese di unificazioni artificiali, significa creare una massa critica politicamente rilevante, con capacità di attrazione, o di confronto, anche verso altre iniziative sociali su un terreno distinto da quello dei partiti, prigionieri di logiche personalistiche e oligarchiche. E saremmo di fronte ad una discontinuità importante anche rispetto ai tentativi perdenti affidati ad improvvisate liste elettorali o a scimmiottature di esperienze straniere. La fretta, la subordinazione alle occasioni elettorali, costituiscono la vera insidia sulla via della costruzione della coalizione sociale. Una riunione dei diversi soggetti prima ricordati, e non solo, dovrebbe definire le modalità di lavoro comune e i temi sui quali impegnarsi con azioni concrete, sorrette da un rinnovamento culturale. Solo dopo questo diverso radicamento sociale, culturale e politico verrebbe legittimamente il tempo di una discussione generale sulla rappresentanza e, se così si vuole chiamarla, sulla leadership.

Discontinuità. Ma si dice che una vera coalizione sociale può nascere solo da una mobilitazione che crei un soggetto storico del cambiamento che abbia lo stesso ruolo che borghesia e classe operaia hanno avuto nella modernità. Si guarda allora alle nuove classi “esplosive” dei precari, migranti, occupanti, indignati, lavoro dipendente, ceto medio impoverito. Riferimenti significativi, ma che ancora non indicano la via verso un nuovo soggetto storico e, comunque, non possono destituire di significato altre forme di coalizione sociale. Altri, invece, partono dall’attualità più stringente e spostano l’attenzione dalla coalizione sociale alla creazione di un soggetto unico della sinistra. Questione non nuova, con la quale si sono cimentati tanti spezzoni della sinistra con esiti finora insignificanti. L’ostacolo sta nel fatto che i diversi gruppi sono prigionieri di logiche paralizzanti: la sopravvivenza, ad esempio per Rifondazione comunista; l’appartenenza, per Sel e la variegata galassia delle minoranze del Pd. Una situazione che si trascina da tempo, che non può pretendere il monopolio delle iniziative a sinistra e che, anzi, potrebbe avvantaggiarsi da una discontinuità che obbligherebbe ad abbandonare gli schemi attuali. La coalizione sociale può essere proprio questo. Un risveglio, un benefico ritorno di una politica forte e organizzata.

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PAESAGGIO INDONESIANO