Archive for the ‘temi giuridico-istituzionali’ Category

LA DIALETTICA AMICO-NEMICO E LA POLITICA ITALIANA

febbraio 15, 2018

PRATICHE ARCAICHE SOTTO LA PRETESA DI SEMPLIFICAZIONE E MODERNITÀ. RIVEDERE LE LEGGI PER FAVORIRE L’AGGREGAZIONE

riflessioni tratte da questo testo di Raniero La Valle

Il nazismo ha potuto affermarsi negli anni 1930 in Germania, grazie anche a un fattore spesso dimenticato: l’umiliazione inflitta al paese dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale, con penalità economiche pressoché impossibili a pagarsi e con accuse morali come l’attribuzione della intera colpa della guerra alla sola Germania. Era la logica della contrapposizione amico-nemico, che porta all’ideologia della vittoria. E’ questa l’ideologia del potere incontrollato, l’ideologia di Cesare: “veni, vidi, vici” (venni, vidi, vinsi); è l’ideologia di Brenno contro i Romani: “vae victis” (guai ai vinti). In altri termini, chi vince prende tutto; per chi perde, invece, nulla. Il grande filosofo politico Carl Schmitt, nazista convinto (è stato anche presidente dell’Unione dei giuristi nazionalsocialisti), individuava nella dialettica amico-nemico il criterio costitutivo della politica. La vittoria sul nemico è pertanto il suo naturale e necessario obiettivo.
La lezione della storia è stata recepita dagli americani, che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, si guardarono bene dall’umiliare gli sconfitti europei, aiutandone invece la ricostruzione e la ripresa economico-sociale, specie col piano Marshall. Grazie ad esso e grazie all’idea keynesiana, allora dominante, dell’intervento dello Stato in economia, per promuoverne lo sviluppo, l’Europa e il mondo poterono godere nel ventennio post-bellico, di una crescita economica e, soprattutto, di un progresso sociale, quale forse mai si è verificato nella storia. Tuttavia, nonostante la fine ingloriosa del nazismo e la condanna della storia, la vecchia logica amico-nemico ha ancora profonda diffusione. Un riflesso può essere colto ad es. nella pratica, del resto non sempre negativa, dello spoils system, secondo la quale chi vince le elezioni può assegnare i compiti più significativi del potere burocratico a persone di sua fiducia.
I politici italiani sembrano ancora molto tentati da questa idea barbarica della contrapposizione amico-nemico. Sono numerosi ad es. quelli che si accaniscono contro i migranti, descrivendoli come nemici da combattere. Altri hanno propugnato la revisione della Costituzione in senso autoritario e accentratore, con la pretesa di “semplificare” le procedure della democrazia, rendendola magari più disponibile alle esigenze di profitto dell’imperante potere economico multinazionale. Aumentando i poteri del primo ministro si stavano ricalcando i passi che nel secolo scorso portarono all’avvento del nazismo in Germania. Gli italiani hanno dato prova di maturità politica respingendo questa alterazione della nostra Carta costituzionale. Nella quale c’è tutto il contrario della dialettica amico-nemico.
La Costituzione Italiana coltiva il progetto di una società di liberi e di eguali, in cui non ci siano sconfitti e perciò nessuno sia considerato nemico. La riforma costituzionale respinta dagli italiani il 4-12-2016, insieme alla legge elettorale che l’accompagnava, assumeva precisamente la vittoria come criterio supremo della politica, e disegnava un progetto di società divisa in vincitori e vinti. Era questo infatti l’obiettivo più ambizioso dei riformatori, continuamente riproposto nel facile slogan secondo cui la sera delle elezioni si deve sapere chi ha vinto e chi, invece, è rimasto sconfitto, dovendolo necessariamente rimanere per cinque anni, fino alle successive elezioni. La proposta referendaria spostava l’accento da una società in cui non ci sono sconfitti (e in cui anzi è compito della Repubblica rimuovere le cause, anche di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, ne fanno degli sconfitti) a una società arcaica di vincitori e di vinti. Rimane al contrario l’esigenza di dare completa attuazione a questo e ad altri progetti contenuti nella nostra Carta, che ne fanno uno dei documenti più moderni e validi del mondo.
In definitiva. Non è chi non veda l’importanza dell’atteggiamento ostile o amichevole verso gli altri, in politica, come nella vita di ciascuno di noi. Questo atteggiamento dipende anzitutto dall’educazione ricevuta in famiglia, ma anche da quella imparata a scuola. Dipende pure dalle leggi, che possono essere improntate alla fiducia o al sospetto verso il prossimo. Si può ritenere che la civiltà comporti il passaggio dall’”homo homini lupus” all’uomo che si può fidare degli altri. Se ciò è vero la nostra Costituzione è davvero proiettata verso il futuro. Invece la proposta bocciata dagli italiani era – nel suo orientamento di fondo – un ritorno al passato. Non che mancasse di aspetti positivi: il monocameralismo, ad es., può essere accettabile. Forse sarebbe bene riaprire una nuova sessione costituzionale per recepire gli aspetti positivi e soprattutto per modificare la legislazione alla luce del superamento della dialettica amico-nemico. In concreto le leggi dovrebbero spingere verso l’accordo fra le persone e i gruppi. Una legge elettorale proporzionale, a questo fine, è molto preferibile ad una maggioritaria (evitando peraltro l’aberrazione che ha portato al potere Trump, nonostante avesse raccolto milioni di voti in meno dell’avversaria). Una revisione costituzionale dovrebbe anche costituzionalizzare la legge elettorale, almeno nei suoi tratti essenziali, perché è ridicolo di fronte al mondo che in Italia ogni maggioranza possa crearsi una nuova legge elettorale a proprio uso e consumo.

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70 ANNI DI COSTITUZIONE

gennaio 15, 2018

I PREGI SUPERANO NETTAMENTE I DIFETTI: PRIMA DI MODIFICARLA OCCORRE RISPETTARLA E ATTUARLA

di Michele Bossi – Comitato Meratese di Difesa e Attuazione della Costituzione

Un silenzio significativo.  La disattenzione per il compleanno di una persona che si presume ci sia cara viene giustamente interpretata da tutti noi come segno infallibile di disaffezione. Che dire allora del desolante silenzio nel quale è caduto il settantesimo compleanno della Costituzione? Che dire, inoltre, del fatto che gran parte dell’opinione pubblica mostra ormai di considerare veniale, se non perfino democraticamente dovuta, la concessione di spazi pubblici a movimenti che non nascondono la loro nostalgia per uno sciagurato passato dittatoriale che ci ha precipitato nella catastrofe più rovinosa impressa nella nostra memoria collettiva? Più volte, d’altra parte, abbiamo polemicamente affermato, ricorrendo a un efficace gioco di parole, di godere di una sana e robusta costituzione, e Roberto Benigni era arrivato a presentare la nostra carta fondamentale, quando ancora la difendeva, come “la costituzione più bella del mondo”. La cifra tonda del settantesimo anniversario della sua entrata in vigore ci offre oggi una buona occasione per chiederci quanto ci sia di vero in queste nostre esaltazioni della costituzione repubblicana del 1948.

La migliore del mondo? L’iperbole del geniale giullare toscano non andava ovviamente presa alla lettera. Nessuno di noi è tanto esperto in diritto istituzionale comparato da poter stabilire con cognizione di causa se la nostra sia o non sia effettivamente la migliore in senso assoluto tra le 196 costituzioni attualmente vigenti sul nostro pianeta (si tratta, è chiaro, di una cifra puramente indicativa: la repubblica di Abcasia o quella di Cipro del Nord, riconosciuta solo dalla Turchia, possono infatti rientrare nel conteggio degli stati? O ancora: possiamo attribuire all’Arabia Saudita o alla Città del Vaticano delle costituzioni vere e proprie?). E poi, soprattutto, valutazioni di questo genere sono sempre relative e vanno ogni volta contestualizzate. Quella introdotta in Atene con la riforma di Clistene e successivamente ritoccata in senso più radicalmente democratico su impulso prima di Efialte e poi di Pericle poteva verosimilmente definirsi nel V e nel IV secolo avanti Cristo la più bella costituzione del mondo (o, quantomeno, del mondo mediterraneo), ma che penseremmo oggi di un sistema istituzionale che equiparava giuridicamente le donne ai minorenni e il cui impatto sull’istituto della schiavitù non era andato al di là della protezione contro tale inquietante eventualità garantita (già all’inizio del VI secolo, con la riforma di Solone) ai cittadini ateniesi? È vero che al giorno d’oggi taluni politici di successo riescono a incantare l’opinione pubblica spacciando utopistiche ricette per reintrodurre nell’era digitale l’antico modello ellenico di democrazia diretta (come se un’assemblea virtuale di milioni di cittadini fosse realisticamente in grado di mettere a punto un qualsiasi provvedimento esaminando uno per uno qualche centinaio di migliaia di prevedibili emendamenti), ed è anche vero che altri politici di altrettanto successo (quando non siano eventualmente gli stessi) potrebbero essere tentati di allettare i loro sprovveduti elettori con la prospettiva di una schiavitù riservata agli stranieri (o, quantomeno, con quella di uno ius sanguinis estremamente restrittivo sul modello di quello che venne introdotto con improvvida miopia proprio dagli Ateniesi nel 451 a.C.), sed de hoc satis: sarà bene passare a temi più seri.

Compromesso creativo. Se non è necessariamente la migliore del mondo, la nostra costituzione deve essere certamente riconosciuta come una delle più apprezzabili e lungimiranti. Frutto di un compromesso quasi sempre alto tra le concezioni liberaldemocratica, cattolica e marxista, configura fin dal suo primo articolo una democrazia “fondata sul lavoro” e delinea, particolarmente nel titolo III della prima parte, un modello di società molto distante da quello immaginato dalla rozza ideologia liberista del primo ‘800 anacronisticamente tornata di moda a livello mondiale negli ultimi decenni. Nessuno, crediamo, vorrà guardare alle indicazioni economiche sancite dagli articoli compresi tra il 35 e il 47 della Carta come a uno schema ideale fissato una volta per tutte, tuttavia esse raggiungono il risultato tutt’altro che banale di riuscire mirabilmente compatibili con sistemi di valori tra di loro anche molto differenti: difficilmente un liberale progressista erede di Giovanni Amendola e di Carlo Rosselli (o anche, se vogliamo, di Franklin Delano Roosevelt) avrebbe su di esse molto da obiettare, mentre un cattolico vi riconoscerà del tutto legittimamente tratti fondamentali della dottrina sociale della Chiesa e la nostra tradizione di sinistra vi individuerà altrettanto legittimamente, per usare un’espressione che fu cara a Enrico Berlinguer, potenziali “elementi di socialismo”. Potremmo elencare altri esempi di nobile compromesso creativo (come nel caso dell’articolo 33, che disegna un sistema scolastico realmente libero e laico), ma ci basta in questa sede ricordare che la nostra costituzione, se vogliamo tornare ancora per un momento nell’antica Atene per a servirci delle parole che Tucidide mette in bocca a Pericle (riferendosi ovviamente alla sua città: cfr. La guerra del Peloponneso II, 4), “non guarda con invidia le costituzioni dei vicini” perché “siamo noi stessi di esempio a qualcuno”. Non per caso, infatti, la carta costituzionale italiana fu presa sotto vari aspetti esplicitamente a modello, ancora 30 anni dopo, dalla Comisión de Asuntos Constitucionales y Libertades Publicas delle Cortes che elaborò tra il 1977 e il 1978 la nuova costituzione della Spagna appena uscita dalla dittatura (i verbali di tale commissione, per chi avesse la sana curiosità di consultarli, sono tuttora reperibili in rete nel sito www.congreso.es).

Aspetti discutibili. Certo, non proprio in tutti i punti il compromesso del 1947 può essere giudicato positivamente: nell’articolo 29, per esempio, la parità morale e giuridica tra i coniugi viene subordinata ai “limiti stabiliti dalla legge (e, per fortuna, scomparsi nel nuovo diritto di famiglia) a garanzia dell’unità familiare”, mentre il successivo articolo 30 stabilisce che la legge debba assicurare ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale “compatibile (sic!) con i diritti dei membri della famiglia legittima”. Anche sotto qualche altro aspetto, del resto, la Carta comincia dopo 70 anni a mostrare l’età: basti pensare che la tutela dell’ambiente naturale appare circoscritta, nell’articolo 9, a quella del “paesaggio”. Ma, si era detto, non ci interessa qui prendere alla lettera la prima edizione di Roberto Benigni: il nostro sistema istituzionale risulta nel complesso eccellente, e tanto, per ora, ci basta.

Sana e robusta? Rimane da stabilire se si tratta di una costituzione “sana e robusta”. Certamente in origine il sistema immunitario regolato dall’articolo 138 e quello rappresentato dalla Corte Costituzionale (che pure tardò a entrare in funzione fino al 1956) le conferivano in misura più che soddisfacente tali caratteristiche. Sana e robusta non sono ovviamente sinonimi di eterna e immutabile: solo le strutture inorganiche, oppure gli organismi mummificati, possono conservarsi uguali a sé stessi per tempi indefiniti, mentre gli esseri viventi non cessano di evolversi. Infatti la costituzione del 1948, che apparve vitale e in buona salute fin dalla nascita, venne più volte opportunamente ritoccata e aggiornata: nel 1963, per limitarci ad alcuni esempi, la durata in carica del Senato della Repubblica (che era stata originariamente stabilita in 6 anni) veniva equiparata (prendendo atto di una prassi di sistematici scioglimenti anticipati) a quella della Camera dei Deputati, nel 1967 venivano modificati alcuni criteri di nomina e di durata in carica dei componenti della Corte Costituzionale, nel 1989 venivano limitati i privilegi giudiziari originariamente previsti per i membri del Governo, nel 1992 veniva stabilita una maggioranza qualificata per l’approvazione delle leggi di amnistia o indulto e, nel 1993, veniva ridimensionato l’istituto dell’immunità parlamentare. Poi, sempre nel 1993, un’improvvisa alterazione del sistema elettorale non compensata da opportune terapie di salvaguardia produsse una forma di immunodeficienza che espose l’intero sistema istituzionale a una serie di attacchi che vennero solo in parte rintuzzati (nel 2006 e nel 2016) dai residui anticorpi referendari.

Rappresentanza proporzionale. Ci riferiamo, parlando fuori metafora, all’approvazione di leggi elettorali in varia forma e in varia misura maggioritarie. Nelle democrazie parlamentari come la nostra il sistema elettorale proporzionale è intrinsecamente legato alla struttura stessa del meccanismo costituzionale: se tanto il potere legislativo quanto l’investitura dell’esecutivo, nonchè l’elezione stessa del Presidente della Repubblica e la nomina, in concorso con il capo dello stato e con l’autorità giudiziaria, degli altri organi di garanzia, sono tutte funzioni affidate, in rappresentanza del popolo sovrano, principalmente alle assemblee parlamentari, è evidente che il nostro tasso di democrazia dipende strettamente dal grado di rappresentatività di queste ultime. In effetti, benchè la Costituzione non imponga esplicitamente la rappresentanza proporzionale, che al momento della sua elaborazione veniva data per scontata, certo la presuppone implicitamente ogniqualvolta prevede maggioranze parlamentari qualificate a garanzia di un consenso popolare che possa essere presunto (nell’ambito di tale modalità di elezione) con una certa affidabilità, come ad esempio nel caso del delicatissimo procedimento di revisione costituzionale regolato dal già citato articolo 138.

Degenerazione istituzionale. Per di più, il testo del secondo comma dell’articolo 72 del progetto di costituzione (rinumerato in seguito come articolo 75) approvato dall’Assemblea Costituente nella seduta pomeridiana del 16 Ottobre 1947 (e tuttora accessibile consultando il relativo verbale) recitava testualmente: “Non è ammesso referendum per le leggi tributarie, di approvazione di bilanci, di concessione di amnistia e indulto, elettorali, e di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali”. Una distrazione materiale, intervenuta nell’intervallo tra il 16 Ottobre e il 20 Dicembre al momento di stendere il testo finale della Costituzione, fece poi saltare la parola “elettorali” nella versione definitiva, cancellando così la saggia precauzione deliberata dai costituenti: l’esplosione di tale mina vagante doveva avvenire, come è ben noto, solo 45 anni più tardi, quando proprio un referendum tenuto tra il 18 e il 19 Aprile del 1993 stravolse a furor di popolo (con l’82.7% dei voti a favore) il principio della rappresentanza proporzionale, segnando il punto di partenza di quella degenerazione istituzionale che porta abusivamente il nome di “seconda repubblica”.

Manomissioni deleterie. A prescindere dai tentativi abortiti nel 2006 e nel 2016 e dalla rielaborazione sostanzialmente positiva dell’articolo 111 avvenuta nel 1999, abbiamo così assistito a una serie di manomissioni più o meno deleterie del testo costituzionale. Già la legge n. 43 del 23 Febbraio 1995, per esempio, approvata con i voti del centrosinistra e con quelli della Lega e con l’astensione di Forza Italia e di Alleanza Nazionale, aveva trasformato di fatto da parlamentare in presidenziale il regime delle regioni a statuto ordinario: formalmente l’elezione dei presidenti delle giunte (che oggi vengono correntemente quanto impropriamente denominati “governatori”) rimaneva affidata, in conformità con l’articolo 122 della Costituzione, ai consigli regionali, ma si imponeva l’indicazione sulla scheda elettorale del nome del “capolista” (cioè, in pratica, del candidato alla presidenza) sostenuto da ciascun partito o da ciascuna coalizione, assicurando poi a colui che otteneva la maggioranza relativa dei voti (ovvero, in assenza di qualsiasi soglia o ballottaggio, anche il 30% o meno), una solida maggioranza assoluta dei consiglieri. L’articolo 8 della medesima legge riduceva inoltre da cinque a due anni la durata in carica di un consiglio regionale che avesse ardito votare la sfiducia alla giunta guidata dal presidente che era stato scelto, di fatto, direttamente dagli elettori. Era, dopo il referendum del 1993, il secondo strappo sostanziale alla Costituzione, che sarebbe stato poi sanato, se così si può dire, dalle modifiche al titolo V introdotte dalla legge costituzionale n. 3 del 2001 varata dal centrosinistra durante il secondo governo Amato.

Il presidenzialismo rimane comunque nel nostro ordinamento un trapianto eterologo, e solo un energico lavaggio del cervello con l’impiego di massicce dosi di demagogia ha potuto evitarne il rigetto facendo passare l’idea che la sovranità popolare sancita dall’articolo 1 sia meglio traducibile nella delega a una singola personalità più o meno carismatica che nell’elezione di un’assemblea rappresentativa, per quanto possibile, di tutta la cittadinanza. La medesima riformulazione del titolo V introduceva altresì un eccesso di decentramento, affidando alle regioni, per esempio, la gestione del sistema sanitario, con i risultati che sono ora (anche in Lombardia) sotto gli occhi di tutti, e quella della tutela della sicurezza sul lavoro (con prevedibili fenomeni di non dichiarata concorrenza al ribasso per trattenere sul proprio territorio investimenti privati che potrebbero essere vitali per le economie locali). Vale ancora la pena di precisare, a questo proposito, che la successiva correzione in senso centralista prevista nel progetto di revisione costituzionale che abbiamo respinto con successo nel referendum del 4 Dicembre 2016 pretendeva bensì di limitare drasticamente la reale autonomia delle regioni a statuto ordinario su temi di prioritario interesse per i cittadini (quale per esempio la difesa del territorio), ma non toccava affatto gli aspetti negativi appena citati.

Pareggio di bilancio. Un altro caso è quello dell’obbligo formale di pareggio del bilancio, introdotto nella Costituzione con un voto bipartisan nel 2012: è ben vero che, “al verificarsi di eventi eccezionali” (come recita testualmente la nuova formulazione dell’articolo 81), le camere possono, “a maggioranza assoluta dei propri componenti”, autorizzare ulteriori ricorsi all’indebitamento … come hanno da allora sistematicamente fatto tutti gli anni disattendendo di fatto una prescrizione tanto solenne quanto inapplicabile. Imporre una maggioranza qualificata per il ricorso all’indebitamento può essere una precauzione buona e giusta, ma lo si sarebbe potuto fare aggiungendo semplicemente meno di 20 parole alla versione originale dell’articolo 81 (“Le Camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consultivo presentati dal Governo. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti.”) ed evitando la presa in giro di inserirla come deroga eccezionale a un obbligo formale che nessuno aveva ovviamente la minima intenzione di rispettare. Le norme inapplicabili sono infatti le peggiori in assoluto, in quanto avvezzano i cittadini al disprezzo delle regole (sempre che, nei confronti della Costituzione, tale risultato non costituisca proprio uno degli obiettivi dei suoi manipolatori).

Possibili aggiornamenti. L’elenco potrebbe proseguire, ma non vorremmo dare l’impressione di considerare la Costituzione come un testo sacro e intoccabile. Abbiamo del resto già citato tre punti che meriterebbero qualche correzione e qualche aggiornamento, e si noti che gli articoli 9, 29 e 30 appartengono tutti alla prima parte della Carta, ossia a quella che viene generalmente considerata dai commentatori (compresa la riedizione renziana di Roberto Benigni) come perfetta e intangibile. Nulla vieta comunque di prendere in considerazione anche qualche correzione alla parte seconda, intervenendo per esempio di nuovo sul titolo V per ridimensionare i privilegi economici ormai anacronistici delle regioni a statuto speciale, senza toccare ovviamente la tutela delle loro peculiarità linguistiche e culturali, e per intervenire questa volta sull’autonomia di quelle a statuto ordinario solo là dove l’esperienza ha dimostrato che l’eccesso di decentramento introdotto nel 2001 ha realmente prodotto dei guasti. Neppure il bicameralismo perfetto può essere considerato in questo contesto come un tabù. La presenza dell’attuale Senato della Repubblica “eletto a base regionale”, come recita il primo comma dell’articolo 57, e per il quale risulta pertanto improponibile un “premio di maggioranza” nazionale, ha funzionato finora come argine parziale allo svuotamento delle garanzie costituzionali prodotto dai nuovi sistemi elettorali, ed è anche per questo motivo che ne abbiamo giustamente difeso l’esistenza. Dobbiamo ricordare, a questo proposito, che il compianto presidente Ciampi, pur avendo ritenuto di dover promulgare la legge meritatamente nota come Porcellum (in realtà si dovrebbe dire Porculus, ma non possiamo pretendere troppo dalla cultura della nostra classe dirigente), era in quella occasione perlomeno riuscito a impedire la palese violazione dell’articolo 57 prevista dalla sua stesura originaria (lo stesso Roberto Calderoli raccontò a suo tempo a Milena Garbanelli “di aver ricevuto una telefonata dal Quirinale, Presidente della Repubblica era Carlo Azeglio Ciampi, che gli disse che il premio di maggioranza su base nazionale al Senato sarebbe stato incostituzionale, e quindi Ciampi non avrebbe firmato”). Una soddisfacente riformulazione delle garanzie compromesse dal sistema maggioritario o, forse meglio, un ritorno a un sistema puramente proporzionale tutelato questa volta in sede costituzionale, aprirebbero tuttavia la strada a una più razionale suddivisione dei compiti tra le due camere o, volendo, anche al passaggio a un monocameralismo di modello scandinavo. È bene precisare però che non si tratta di priorità. Quanta gente sa, a questo proposito, che la prassi costituzionale della monarchia sabauda prevedeva che la fiducia al Governo non rientrasse tra le competenze del Senato del Regno, ma fosse votata dalla sola Camera dei Deputati? La Camera, per di più, veniva eletta con un sistema maggioritario (quello uninominale a doppio turno che doveva essere poi riesumato da De Gaulle, per la precisione): la ripartizione proporzionale dei seggi fu infatti introdotta soltanto nel 1918, e applicata per la prima volta in occasione delle elezioni politiche del 16 Novembre 1919. È questo il “futuro” a cui guardano certi sedicenti riformatori?

Governabilità. Quanto alla cosiddetta governabilità, il sistema produsse, tra il 1861 e il 1925, la successione di ben 61 governi in 64 anni. È vero però che il premio di maggioranza, istituito nel 1924 dalla legge Acerbo, inaugurò poi quell’ammirevole stagione di stabilità che doveva durare fino al 1943, ma sulla positività di tale risultato ci permettiamo di dissentire. Il bicameralismo perfetto, per contro, garantì al nostro paese tra il 1948 e il 1993, ossia negli anni della cosiddetta “prima repubblica”, un grado di stabilità delle maggioranze di governo innegabilmente molto alto: dopo il periodo centrista (1948-1962) si passò al centrosinistra “prima maniera”, basato sull’alleanza tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, che guidò il paese, salvo la breve parentesi neocentrista del secondo Governo Andreotti (tra il 26 Giugno 1972 e il 7 Luglio 1973), fino al 1976, seguirono poi la stagione della solidarietà nazionale (1976-1979) e, infine, quella del cosiddetto “pentapartito” (DC, PSI, PSDI, PRI e PLI). È vero che i governi in genere duravano poco, ma ciò era dovuto al malvezzo (che tuttora imperversa) di aprire crisi extraparlamentari (dei 47 esecutivi succedutisi in tale periodo, solo 4 caddero in seguito a voti di sfiducia) che, oltre a lasciare quasi sempre immutati gli schieramenti politici, comportavano comunque ricambi molto limitati di persone: basti ricordare che nell’avvicendarsi delle 47 compagini governative appena citate si alternarono a dirigere i tre dicasteri economici (bilancio, finanze e tesoro) soltanto 46 ministri in tutto. La continuità dell’azione di governo era dunque, di fatto, assicurata: il record della stabilità in tale apparente instabilità fu toccato nell’Agosto del 1982, al momento del passaggio dal primo al secondo gabinetto Spadolini, la cui composizione risultò l’esatta fotocopia del precedente, con l’unica eccezione della sostituzione del sottosegretario Francesco Compagna, che era nel frattempo deceduto. Se davvero del resto il sistema non fosse stato in grado di garantire la necessaria governabilità, non si sarebbero certo potute introdurre innovazioni (che in seguito dovevano essere purtroppo in larga misura smantellate) quali la nazionalizzazione dell’energia elettrica, lo Statuto del Lavoratori, la radicale riformulazione del diritto di famiglia o una riforma sanitaria tra le più avanzate al mondo.

Rispettarla, finalmente. Benchè, dunque, sia sempre possibile rendere i meccanismi istituzionali più efficienti, le vere priorità a nostro parere sono altre: prima ancora di riformare ulteriormente la Costituzione, ci sembra infatti urgente assicurarne il rispetto. La legge elettorale attualmente in vigore per esempio, oltre a diversi aspetti di dubbia costituzionalità che già sono stati più volte rilevati, risulta palesemente incostituzionale in almeno due punti. L’articolo 16bis della legge stabilisce infatti, in contrasto con il già citato articolo 57 della Costituzione (secondo il quale l’elezione dei senatori spettanti a ciascuna regione non può dipendere dalle scelte effettuate dagli elettori delle altre regioni) delle soglie di sbarramento nazionali per le liste e le coalizioni che si presentano per l’elezione del Senato della Repubblica. Il terzo comma dell’articolo 14bis prescrive inoltre che “contestualmente al deposito del contrassegno di cui all’articolo 14, i partiti o i gruppi politici organizzati depositano il programma elettorale, nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica”. Ai partiti che non intendano riconoscersi in un “capo” viene così proibito, in violazione degli articoli 92, 93 e 94 della carta costituzionale, di presentarsi alle elezioni, a meno, naturalmente, che anche qui non si prestino alla finzione ipocrita di una dichiarazione manifestamente fasulla. In entrambi i casi, non è la prima volta che accade, e constatare che il prossimo 4 Marzo torneremo a votare per la quarta volta consecutiva con una legge elettorale incostituzionale è francamente sconfortante. Molto ancora ci sarebbe da lamentare su tale argomento: dalle norme sul suffragio degli italiani residenti all’estero (legge 459/2001), che non si preoccupano minimamente di tutelare la segretezza del voto imposta dalla Costituzione (articolo 48, comma 2), al finanziamento pubblico delle scuole paritarie (esplicitamente vietato dall’articolo 33, comma 3, della carta costituzionale), lo sprezzo, spesso bipartisan, per le regole fondamentali della nostra convivenza democratica è infatti sotto gli occhi di tutti (con l’ovvia eccezione di chi decide che gli conviene tenerli ben chiusi). Pensiamo, inoltre, al costo dei libri di testo e ai contributi “volontari” che le scuole sono costrette a richiedere agli utenti, anche nella fascia dell’obbligo, in violazione della gratuità sancita dall’articolo 34 (comma 2), o ancora al diritto ormai legalmente violentato del lavoratore a una retribuzione “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (articolo 36, comma 1): si tratta, ancora una volta, di un elenco che potrebbe continuare quasi all’infinito. Non sarebbe dunque il caso, prima di pensare a cambiare la Costituzione, di provare finalmente a osservarla? Potremmo approfittare del settantesimo compleanno della nostra carta costituzionale per promuovere il 2018, che è tra l’altro un anno elettorale, come “anno del rispetto della Costituzione“. Per quanto ci riguarda, noi del Comitato faremo di tutto, anche in occasione delle prossime scadenze elettorali, perché questa ricorrenza non torni a ridursi a una vuota celebrazione.

LA DEMOCRAZIA E L’IDENTITÀ DELLA SINISTRA

novembre 14, 2017

EGUAGLIANZA E SOLIDARIETÀ DEVONO ESSERE I FARI ANCHE NELLA POLITICA SCOLASTICA E SANITARIA

di Nadia Urbinati La Repubblica, 11 nov. 2017, pag.29

Paradigma. Se ci chiedessimo se teniamo più alla democrazia o alla sinistra, dovremo rispondere alla democrazia. Per questa ragione teniano alla sinistra. È il connubio tra queste due sorelle che deve stare a cuore a chi sente franare la terra sotto i piedi della sinistra, nel nostro paese e dovunque nell’occidente. La ricostruzione della democrazia in Europa è stata opera del riformismo cristiano e socialdemocratico, non delle destre. Ci illuderemmo se pensassimo che il fascismo sia un anacronismo — forse lo è nelle forme arcaiche dell’Italia agricola, ma non nelle idee e nelle aspirazioni, che restano anti-democratiche, anti-universaliste e faziose — convinti che lo Stato debba essere al servizio di una parte, quella identitaria e nazionalista. Questo era ed è ancora l’ordine della gerarchia. La democrazia costituzionale è l’opposto. E ha bisogno di una sinistra riformista. Dal 1945 questo è il paradigma, in Italia e in Europa. Che ha funzionato non solo per una questione di maggioranza numerica. La sinistra aveva una base sociale chiaramente definita — una classe lavoratrice con i suoi possibili alleati sociali — da cui discendeva una visione non ambigua delle politiche da fare. Questa chiarezza di orizzonte non è nella sostanza cambiata. Perché è vero che le forme del lavoro sono cambiate, ma la composizione del potere sociale segue comunque la condizione del lavoro (e della sua assenza o precarietà); segue la condizione popolare, non quella della ricchezza.

L’eguaglianza e la giustizia sociale sono state sempre le gambe e le antenne della sinistra. Non sono principi astratti — sono principi regolativi che aiutano a leggere gli eventi e i fatti, a individuare che cosa poter volere ora, al fine di poter approntare altre decisioni domani. Non ci sono due mondi: una società ideale che sta sopra le nostre teste, e dei politici che razzolano come possono, con l’assunto che le cose del mondo vanno altrimenti. La sinistra democratica è pragmatica. E lo è perché adotta quei due principi come sue linee guide, e ragiona “come se” la società che vuole debba essere giusta e solidale. Senza quel “come se”, senza i principi che guidano le scelte, la sinistra è un partito che vuole voti, e vaga lì o là come un calabrone per prenderli, senza una fisionomia riconoscibile. E sistematicamente perde. Il “come se” non è poi cosí complicato da capire. Se vogliamo che la nostra società sia inclusiva e i cittadini abbiano eguale dignità dobbiamo volere una scuola pubblica che sia tale; e dobbiamo volere che sia buona per tutti i ragazzi e le ragazze, aperta e inclusiva a sua volta. La scuola pubblica è fondamentale per la democrazia, che non è governo dei sapienti, ma deve rendere i suoi cittadini alfabetizzati e acculturati, per il loro bene e quello di tutti. Non è un optional, e le ricette non sono infinite, né tutte compatibili. Il “come se” non è complicato da capire nemmeno quando si vuole che la Repubblica sia in grado di essere sempre dalla parte dei cittadini quando hanno bisogno di cure. Non è accettabile che una sinistra si arrenda al dio mammone e privatizzi progressivamente la sanità — con danni irreparabili, anche in termini di costi. E di qualità, perché basta andare negli Stati Uniti per comprendere il disastro della sanità privata.

Una sinistra pragmatica è piena di valori, non roboante e non populista, sa bene che senza un’organizzazione partitica la sua politica non fa strada, anche se possono far strada alcuni politici. La personalizzazione della politica può far bene alla destra; fa malissimo alla sinistra (e forse, tra i problemi del Pd vi è proprio il suo statuto), che deve riuscire a conciliare la partecipazione con la delega, la leadership con il collettivo. Per questa ragione il partito deve essere una scuola di vita pubblica e di formazione politica. Senza questo, c’è tanta audience televisiva e poca costruzione di consenso. E il “come se” non è capito. L’audience premia chi sa gridare contro e crea polemica; uno sport facilissimo, che non richiede studio, né alcuna prova. Queste personalità generano più polverone che politica. Sono lontane dalla realtà, incapaci di riflessione pragmatica. L’audience basta a se stessa, e a loro. Ma la sinistra che forma opinione deve prendere un cammino diverso, e ricostruire la sua cultura politica attraverso l’incontro delle persone, in luoghi materiali e veri.

TERZA REPUBBLICA CERCASI

luglio 25, 2017

FIDUCIA NEI PARTITI E NEI LEADER IN CALO. DESIDERIO DI DEMOCRAZIA DIRETTA

di Michele Ainis La repubblica 24-7-2017 pp.1 e 25

Siamo viandanti, pellegrini. Siamo un popolo in cammino, verso una terra promessa di cui ci è noto unicamente il nome: Terza Repubblica. Miraggio semantico che risuona di continuo nei nostri conversari, ora perché l’uno ti sprona ad accelerare il passo, ora perché l’altro t’avvisa che quella terra è già sotto i tuoi piedi, ne hai oltrepassato i confini senza riconoscerla, senza farci caso. Tu nel frattempo esiti, scantoni. Ti senti spaesato, non sai più chi sei, non sai dove ti trovi. Come definire questo paesaggio glabro che ti circonda in lungo e in largo? È il secondo tempo della Seconda Repubblica, quella battezzata all’alba degli anni Novanta? È il profilo incerto della Terza? O è forse l’eterno ritorno della Prima, come parrebbero attestare le faglie che dividono in partiti e partitini il Parlamento, come altresì confermerebbe la rivincita del proporzionale, dopo vent’anni di maggioritario duro e puro?

Palingenesi mancata. Nel dubbio, chiedi soccorso ai libri, ascolti la voce degli esperti. Bisognerebbe metterli d’accordo, però, almeno sulle date. Giacché un volumetto di Mauro Calise ne celebrava la nascita già nel 2006, un altro di Davide Giacalone posticipava il lieto evento al 2010, mentre nel 2014 Perry Anderson dichiarava che l’Italia è incinta della Terza Repubblica, ma chissà poi se il parto avrà successo, chissà quando potremo guardare in faccia la creatura. Risposta corale: quando ci investirà con la sua luce la Grande Riforma, palingenesi delle nostre istituzioni. E infatti nel 2016 l’approvazione del ddl Boschi fu salutata con parole unanimi, anzi con una doppia parola: Terza Repubblica. Sempre l’anno scorso, tuttavia, un referendum gettò quella riforma nel cestino dei rifiuti, sicché adesso non sappiamo più cosa pensare. Significa che l’Italia è balzata nella Quarta Repubblica senza passare per la Terza? Non avremmo tutti questi grattacapi se numerassimo le repubbliche attraverso la successione delle Carte costituzionali, come in Francia, dove ne contano cinque. O se ci regolassimo in base all’alternanza fra monarchia e repubblica, come in Spagna, dove il regno di Felipe VI ha due repubbliche alle spalle. Ma noi no, noi abbiamo escogitato un sistema più tortuoso, più intricato: ci sbarazziamo delle nostre vecchie repubbliche senza troni né assemblee costituenti, mettendo in fila le diverse Costituzioni «materiali» che s’avvicendano a dettare le regole del gioco. Siccome però la Costituzione materiale è un fantasma che non si può toccare, leggere, emendare, ciascuno conta a modo suo, e in ultimo finiamo un po’ tutti a dare i numeri, senza strumenti per comprendere la realtà politica e civile.

Dai partiti al leader. C’è allora una notizia da annunciare agli astanti: la Terza Repubblica è già qui, e lotta insieme a noi. Sennonché per riconoscerne i tratti dobbiamo sostituire gli occhiali che inforchiamo sul naso. Quegli occhiali guardano al sistema dei partiti, senza mettere a fuoco i cittadini. E dunque, Prima Repubblica: legge elettorale proporzionale, multipartitismo. Seconda Repubblica: maggioritario, bipolarismo. Giusto, però anche sbagliato. Perché al centro di ogni sistema democratico c’è pur sempre l’elettore, c’è la delega in bianco che quest’ultimo firma nei riguardi dell’eletto. Durante la Prima Repubblica (1948-1993) la nostra delega finiva nelle tasche del partito: votavamo la Dc, non Andreotti o Moro. C’era una sorta di fiducia collettiva nei partiti politici, e i partiti avevano la propria casa comune in Parlamento, che di conseguenza incarnava il baricentro delle istituzioni. Poi, nella Seconda Repubblica, la fiducia è diventata un afflato individuale verso il leader: votavamo Prodi o Berlusconi, non la sigla (mutevole come uno spot pubblicitario) che ne accompagnava il nome sulla scheda elettorale. Da qui il primato del governo sulle assemblee legislative, da qui un presidenzialismo di fatto, benché mai trasposto in norma scritta. E adesso?

Dalla fiducia alla sfiducia. Abbiamo i partiti in gran dispetto, ma non ci innamoriamo più di nessun leader, o se succede dura lo spazio d’una notte, com’è accaduto con Virginia Raggi a Roma. Perché questo è il tempo del disincanto, del ritiro della delega. Ne è prova la volubilità del corpo elettorale, ne è prova l’astensionismo che monta come un fiume in piena. Però dietro questo sentimento negativo c’è un’energia che reclama istituzioni in grado di raccoglierla, d’incanalarla. C’è una domanda di democrazia diretta, un desiderio di decidere senza filtri, senza investiture. È in crisi la delega, non la politica. Ma nella Terza Repubblica quest’ultima spetta ai cittadini.

michele.ainis@uniroma3.it

LE LEGGI MAI FATTE SULLA DEMOCRAZIA NEI PARTITI

maggio 1, 2017

IL VUOTO NORMATIVO È FRODE ALLA COSTITUZIONE E BENZINA PER L’ANTIPOLITICA

di Michele Ainis la Repubblica 22 aprile 2017 pp.1 e 31

Autoriforma. La legge elettorale (forse) la faranno. A spizzichi e bocconi, giusto per risparmiarsi l’onta di un’elezione regolata dalla Consulta (doppia sentenza sul Porcellum e sull’Italicum), anziché dal Parlamento. Però non è detto, magari va in malora anche questa pia intenzione. Come tutti gli altri progetti di riforma nei quali il riformatore coincideva con il riformato. È il paradosso di Ernst Fraenkel (1898-1975): quanto più un sistema politico si rivela inefficiente, quanto più ha perciò bisogno di riforme, tanto meno ci riesce, giacché una buona riforma ne comproverebbe viceversa l’efficienza. Dunque le riforme sono possibili se inutili, impossibili quando necessarie. Ne è testimonianza la XVII legislatura, che s’avvia mestamente al capolinea. Senza gloria, dopo cotanta boria. E dopo aver tradito la sua promessa fondativa: l’autoriforma del sistema politico. Niente da fare, e non per colpa del referendum di dicembre. Difatti la riforma costituzionale non metteva a dieta il corpaccione dei partiti; ne rinnovava casomai il mobilio, l’ambiente istituzionale che li ospita. Ma una nuova politica — più trasparente e responsabile — avrebbe bisogno di nuovi partiti. Quindi di regole stringenti sulla loro democrazia interna, nonché sui soggetti che li affiancano nel governo della polis.

Vuoti normativi. Invece restiamo orfani di qualsivoglia legge sui partiti, sulle primarie dei partiti, sulle fondazioni dei partiti. Nessuna riforma delle indennità parlamentari o del conflitto d’interessi. E un vuoto normativo largo quanto una voragine sui sindacati come sulle lobby. Questa lacuna è anzitutto una frode alla Costituzione. Che esige la legge sulla democrazia sindacale (articolo 39), e al contempo evoca la disciplina legislativa dei partiti (articolo 49). In quel testo riecheggia infatti la domanda che Calamandrei sollevò in Assemblea costituente: come può respirare una democrazia, se i suoi attori principali non sono a loro volta democratici? Non a caso il primo progetto di legge sui partiti venne depositato da don Sturzo nella I legislatura. E non a caso la legge c’è in Germania come in Spagna, in Austria, in Grecia, nel Regno Unito e via elencando. In Italia, viceversa, i signori delle regole non hanno mai accettato alcuna regola. Recependo soltanto, a denti stretti, il decreto Letta (n. 149 del 2013), che istituì il finanziamento dei partiti attraverso il 2 per mille, purché il loro statuto fosse di stampo democratico.

Impegni traditi. In secondo luogo, il vuoto di regole mette a nudo una promessa mancata, un impegno tradito. Rispetto ai sindacati, nel marzo 2015 Renzi annunciò il battesimo della legge sulla rappresentanza. Quando? Presto, prestissimo, anzi domani. Rispetto ai partiti, l’8 giugno 2016 la Camera approvò un testo unificato di 21 proposte di legge, trasmettendolo al Senato; giace ancora lì, dormiente, in attesa che un principe azzurro lo risvegli. Come peraltro la legge sul conflitto d’interessi, bloccata in I commissione dal febbraio 2016. O come la legge sulle lobby, un altro fantasma del nostro ordinamento, con 55 progetti di legge inceneriti l’uno dopo l’altro. Eppure negli Usa il Lobbying Act risale al 1946, e viene aggiornato di continuo. Eppure in Europa, dagli anni Duemila in poi, altri 10 Paesi si sono dotati d’una legge, infoltendo una compagnia già numerosa.

Democrazia opaca. Ma l’Italia, evidentemente, fa eccezione. E fra i nostri costumi eccezionali si registra l’esordio, da quando è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti, di 65 fondazioni politiche, che raccolgono quattrini in gran segreto. Senza uno straccio di legge che le renda trasparenti, nemmeno in questo caso. D’altronde non c’è una buona legge sull’anagrafe patrimoniale degli eletti (il ddl Ichino, depositato all’alba della legislatura, è desaparecido), né circa la loro anagrafe “pubblica”, su cui i radicali insistono dal 2008. E non c’è nessuna legge sulle primarie di partito, con la conseguenza che ciascuno fa come gli pare (i candidati del Pd scelti con le primarie, alle prossime elezioni nei capoluoghi di Provincia, saranno 4 su 25). Insomma, zero tagliato. Però, diciamolo: questa pagella va in tasca soprattutto alla maggioranza di governo, prima artefice dei fatti, dei misfatti e dei non fatti della XVII legislatura. Offre perciò benzina all’antipolitica, come se ce ne fosse bisogno. Rende opaca la nostra vita democratica. Attizza baruffe sulle regole, una volta sulla proprietà del simbolo (Scelta civica), un’altra volta sul dissenso interno (dal Pd ai 5 Stelle). Infine trasforma i giudici in altrettanti legislatori. Com’è successo a Genova sulla candidatura Cassimatis, decisa in tribunale applicando ai partiti lo statuto delle associazioni non riconosciute. Appunto: non riconosciute. Né dal diritto, né — ormai — dai cittadini.

michele.ainis@uniroma3.it

A CHI APPARTIENE LA LEGGE ELETTORALE

febbraio 8, 2017

GLI ELETTORI POSSONO ESSERE MANIPOLATI. LA GOVERNABILITÀ APPARTIENE AI GOVERNANTI

di Gustavo Zagrebelsky La Repubblica 7 febbraio 2017, pp. 1 e 27

Leggi che “fanno” gli elettori. Gli elettori non esistono in natura. Sono il prodotto delle leggi e dei sistemi elettorali. Neanche le parole degli elettori, i loro voti, sono un dato naturale. Dipendono dagli artifici in cui sono inseriti e conteggiati per produrre un risultato. Il voto può essere rispettato, maneggiato, manipolato, reso vano e, perfino, orientato verso esiti desiderati da coloro che fanno e disfanno le leggi elettorali: leggi “performative” che non regolano ma creano il loro oggetto. Non si sta parlando di cose come brogli o corruzione. Si sta parlando degli effetti di ogni legge il cui compito sia trasformare i voti in seggi. In quella trasformazione stanno tutte le possibilità appena dette. Si comprende così il significato dell’affermazione iniziale: gli elettori sono l’effetto delle leggi elettorali. Queste, per così dire, “fanno l’elettore”, lo rispettano o lo usano; sono neutrali o sono faziose; sono sincere o sono mentitorie. Trasformano l’elettore da una realtà virtuale in una realtà concreta, ed è forse questa la ragione sottintesa che ha indotto la Corte costituzionale ad ammettere il ricorso contro le ultime leggi elettorali, indipendentemente dalla loro applicazione: producono un effetto concreto immediato, quando entrano in vigore.

Che cosa sono le leggi elettorali abusive? Si può trasformare la domanda in quest’altra: di chi sono le leggi elettorali? La risposta, in teoria, è ovvia: le leggi elettorali, tra tutte le leggi, sono quelle che più d’ogni altra appartengono ai cittadini; e meno di tutte le altre, ai governanti. Le leggi elettorali abusive sono quelle fatte dai governanti come se interessassero, come se appartenessero, a loro. Guardiamo ora ciò che è accaduto e che accade. Le si fanno (o si cerca di farle) col fiato corto, guardando all’interesse immediato dei partiti. Così, esse diventano strumenti di lotta politica orientata dai sondaggi. C’è da stupirsi, allora, se all’accanimento nelle sedi del potere dove le si elaborano corrisponda l’indifferenza indispettita di grande parte di cittadini elettori che assistono alle giravolte, alle contraddizioni, alle furbizie e alle infinite improvvisate complicazioni che si svolgono sopra la loro testa? Si comprende poco o niente della riforma, ma si capisce benissimo d’essere trattati come merce, come possibile “bottino”, e non come soggetti della democrazia. La giustizia elettorale, qualunque cosa significhi, è sostituita dagli interessi.

I partiti giocano molto della loro credibilità in questa partita. Esiste un documento della Commissione di Venezia (autorevole consesso che formula giudizi sullo stato della democrazia nei Paesi europei), adottato dal Consiglio d’Europa nel 2003, intitolato “codice delle buone pratiche in materia elettorale”. È un richiamo alla responsabilità e lealtà nei confronti degli elettori. Vi si legge che «la stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato e non capirle, specialmente se presentano un carattere complesso. A tal punto che potrebbe, a torto o a ragione, pensare che il diritto elettorale sia uno strumento che coloro che esercitano il potere manovrano a proprio favore, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio. Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione, o dovrebbero essere legittimati a livello costituzionale o ad un livello superiore a quello della legge ordinaria».

Censurabilità. Queste proposizioni, di per sé, non hanno forza di legge. Tuttavia, esse integrano l’articolo 3 del Protocollo n. 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: diritto a elezioni libere ed eque. Questo sì ha forza di legge. Sulla sua base la Corte di Strasburgo ha giudicato una legge della Bulgaria contraria al principio di neutralità della legge elettorale (Ekoglasnost contro Bulgaria, n.30386/05). Si trattava d’una legge adottata in prossimità delle elezioni che penalizzava un partito politico a favore degli altri. Attenzione a non incorrere, anche noi, nella medesima censura. In Italia, l’abitudine di cambiare le regole del gioco a pochi mesi dalle elezioni è prassi che pare normale. Così è accaduto nel 1923-4 con la “legge Acerbo”; nel 1953 con la “legge-truffa”; nel 1993-4 con la “legge Mattarella”; nel 2005-6 con la “legge Calderoli”. La stessa cosa potrebbe avvenire oggi con una legge modificativa del cosiddetto Italicum a seguito della recente sentenza della Corte costituzionale. Il sospetto che questa modifica sia inficiata da ragioni di convenienza politica, in queste circostanze, è più che un sospetto.

Leggi nell’attesa”. Si dice: siamo tuttavia in uno stato di necessità; abbiamo due leggi elettorali diverse per la Camera e il Senato; se non le si rende omogenee ci potrebbero essere maggioranze diverse; la “ingovernabilità” incombe su di noi. Dunque, occorre una nuova legge elettorale. Fino a che non la si sarà fatta non si vota (magari anche dopo il 2018?). Questa situazione non è caduta dal cielo. È il risultato di decisioni assurde, volute da insipienti e arroganti. Erano sicuri dell’esito del referendum che avrebbe eliminato l’elezione diretta del nuovo Senato. L’Italicum che vale solo per la Camera è stato approvato “nella (fiduciosa) attesa” della riforma costituzionale. Accanto alle leggi comuni, retroattive, transitorie, interpretative, ecc., abbiamo inventato le “leggi nell’attesa…”). Ma gli indovini possono fallire, tanto più facilmente quanto più si affidano a previsioni e presunzioni che riguardano altri da loro, nel nostro caso gli elettori del 4 dicembre. Ora devono uscire dall’impasse dove essi stessi si sono cacciati, coinvolgendo la Corte costituzionale (su cui un discorso a parte dovrà essere fatto) e colpevolizzando gli elettori che hanno mandata delusa la loro “attesa”.

Proporzionale. Indipendentemente da astratte desiderabilità, c’è un solo modo per non incorrere nell’accusa d’una legge dell’ultim’ora a vantaggio degli uni e a danno degli altri, con possibili conseguenze di fronte alla Corte di Strasburgo: una legge proporzionale, con sbarramenti al basso ma senza premi all’alto. Del resto, il proporzionale è l’unico sistema imparziale in un contesto politico non bipolare come è l’attuale. Nell’incertezza su chi potrebbe prevalere schiacciando i soccombenti (sia il Pd, il Movimento 5 stelle o la coalizione di destra) è, alla fine, nell’interesse di tutti. Finirà presumibilmente così. È difficile ammetterlo e dirlo, perché sembra di voler ritornare indietro nel tempo. Ma occorre pur riconoscere che il progetto di portare in Italia il bipartitismo o il bipolarismo è fallito. Qualunque premio (che sarebbe più corretto chiamare “di minoranza”: il premio di maggioranza era quello del ’53, che avrebbe operato a favore di chi avesse ottenuto la maggioranza dei voti) è un rischio per tutti e, in un sistema tri — o multipolare, sebbene sia stato salvato dalla Corte costituzionale, altererebbe la rappresentanza in modo incompatibile con la democrazia rappresentativa.

E la “governabilità”? Governare è dei governanti. Sono loro a dover garantire la governabilità e non c’è nessun marchingegno elettorale che può garantirla in carenza di senso di responsabilità, come dovremmo sapere noi in Italia senza possibilità di sbagliarci. Occorreranno coalizioni e compromessi? È probabile. Ma le coalizioni e i compromessi non sono affatto cose negative, sono anzi nell’essenza della democrazia pluralista: dipende da chi le e li fa, in vista di quali obbiettivi e a quali condizioni. Non sono necessariamente “inciuci”, per usare il nostro squallido linguaggio. Del resto, ogni sistema elettorale non proporzionale applicato in contesti non bipartitici o almeno bipolari, mette in moto accordi e patteggiamenti tra interessi più o meno limpidi prima delle elezioni, per di più ignoti agli elettori, necessari “per vincere”. Se questi si dovessero fare dopo le elezioni “per governare”, la loro sede potrebbe e dovrebbe essere quella pubblica, il Parlamento. Che cosa, delle due, è meglio?

LA RIVINCITA DEL PROPORZIONALE

gennaio 27, 2017

LA SENTENZA DELLA CONSULTA RIEQUILIBRIA IL POTERE LEGISLATIVO E ALLINEA IL SISTEMA ELETTORALE PER ENTRAMBE LE CAMERE

di Michele Ainis, La repubblica 26-1-2017 pagg 1 e 28

Tre modifiche. Scomunicato da un comunicato. Finisce così la breve vita dell’Italicum, con una sentenza costituzionale non ancora scritta, però anticipata nelle sue conclusioni. Via il ballottaggio in una sola Camera, che d’altronde è un marchingegno assurdo, quando le Camere sono ancora due. Via i plurieletti che scegliendo il loro collegio d’elezione decidono altresì il destino dei non eletti. Un privilegio da signore feudale, più che da rappresentante popolare. E infine via la balla su cui si è esercitata in queste settimane la politica, ossia che la Consulta potesse scrivere una sentenza non autoapplicativa, lasciandoci orfani di qualsiasi legge elettorale. La legge c’è, sia pure amputata dei suoi tratti più essenziali. Possiamo votare anche prima dell’estate, come chiedono Renzi, Grillo, Salvini. Ma gli effetti della pronunzia costituzionale non investono soltanto il fronte dei partiti. Toccano le istituzioni, proiettandosi ben al di là di quest’ultima vicenda. E gli effetti principali sono almeno un paio.

Giudizio di costituzionalità. Primo: la Consulta. Bocciando l’Italicum, dopo averci liberato nel 2014 del Porcellum, afferma il suo protettorato sulle leggi elettorali. Curioso: era un’idea della riforma Boschi, benché all’epoca la Consulta non gradisse. In quel testo s’introduceva infatti un giudizio preventivo di costituzionalità su ogni nuova legge elettorale. Siccome l’Italicum non è mai stato applicato, questa sentenza suona come una rivincita della riforma costituzionale, nonostante il referendum che l’ha mandata al macero. Ma al tempo stesso suona come un effetto postumo dello stesso referendum. Perché l’Italicum era legato a filo doppio alla riforma: caduta l’una, cade l’altro. E perché il voto referendario ha trasmesso alla Consulta la forza politica d’intervenire sull’Italicum. Avremmo incassato lo stesso risultato con la riforma vigente, con Renzi trionfante? Non a caso l’udienza, già fissata il 4 ottobre, venne rinviata per aspettare il referendum. I giudici costituzionali hanno i piedi piantati sulla terra, mica sulla luna. Però quei piedi adesso calzano scarpe più grandi, più robuste. Con questa sentenza cambia infatti il nostro sistema di giustizia costituzionale, e di conseguenza cambia il ruolo della Corte. È, o meglio era, un sistema imperniato sulla “rilevanza” delle questioni di legittimità. Significa che la Consulta poteva esserne investita soltanto quando l’esperienza del diritto, la sua applicazione pratica, determinasse un dubbio di costituzionalità. Sennonché il Porcellum è stato usato in tre tornate elettorali, l’Italicum mai. Dunque la “rilevanza” non è più un requisito indispensabile. Mentre diventa sempre più centrale la Consulta, ormai in grado d’annullare leggi e leggine un minuto dopo la loro approvazione.

Rivincita del legislativo. Secondo: il Parlamento. Parrebbe in catalessi, a giudicare dall’inerzia sulla legge elettorale: dopo il referendum del 4 dicembre non vi ha dedicato nemmeno una seduta. Ma a risuscitarlo ha provveduto un tribunale, in Italia come in Inghilterra. Laggiù la Corte suprema ha bloccato le pretese del governo May, che intendeva decidere la Brexit senza neanche chiedere permesso alle assemblee parlamentari. E in Italia? Pure. Difatti è questo l’esito della sentenza costituzionale sull’Italicum: via il maggioritario, che negli ultimi vent’anni ha sancito l’egemonia del potere esecutivo sul legislativo; torna il proporzionale, dove accade l’opposto.

Allineamento del proporzionale. Certo, in teoria rimane il premio di maggioranza. In pratica, con tre poli più o meno equivalenti (destra, sinistra, 5 Stelle), sarà pressoché impossibile raggiungere il 40 per cento dei consensi, la percentuale che dà diritto al premio. Sicché alla Camera funzionerà un proporzionale, come al Senato. I due regimi elettorali si riallineano, e magari dalla legislatura prossima anche la Costituzione potrà allinearsi alla riforma. Giacché il proporzionale avrà molti difetti, ma resta il sistema più adeguato per una stagione costituente. D’altronde, dopo tanti insuccessi, questa è l’ultima speranza: allevare la terza Repubblica attraverso la legge elettorale della prima.

michele. ainis@ uniroma3. it

LEGISLATURA, QUATTRO SALVAGENTI

dicembre 24, 2016

SVELTIRE L’ITER LEGISLATIVO, TORNARE AL MATTARELLUM, DIMEZZARE I PARLAMENTARI E INTRODURRE IL RECALL OVVERO LA REVOCA ANTICIPATA DELL’ELETTO IMMERITEVOLE

di Michele Ainis La repubblica, 23 dic. 2016, pag.39

C’è un clima raggelante in questo finale di partita. La legislatura durerebbe fino al 2018, però non ci crede più nessuno. E nel frattempo stanno tutti fermi, come impietriti in attesa dell’addio. È un errore, è uno spreco di tempo e di risorse. Dopotutto, non mancano esperienze di riforme radicali approvate proprio all’ultima curva della legislatura. Il IV governo Fanfani, per esempio: rimase in carica per poco più d’un anno (fino alle elezioni del 1963), ma timbrò la nazionalizzazione dell’industria elettrica, lo stop alla censura teatrale, la scuola media unica, l’innalzamento a 14 anni dell’obbligo scolastico. No, questo senso di vacuità e d’inerzia che respiriamo ormai a pieni polmoni non è un destino inesorabile. E non è affatto vero che il referendum abbia chiuso le danze. Chi propone d’aspettare tempi migliori non fa che peggiorare il nostro tempo. E il tempo della XVII legislatura s’aprì all’insegna d’una specifica emergenza: ricucire il filo spezzato fra popolo e Palazzo, restituire qualche grammo di fiducia fra elettori ed eletti, dopo una stagione di governi tecnici, di strette fiscali, di ruberie accertate in 17 Regioni su 20.

Tre anni più tardi, la situazione è perfino peggiorata. Cresce l’astensionismo elettorale (52% di votanti alle regionali del 2015), se non quando si tratti d’esprimere un niet alle proposte dei politici (69% d’affluenza al referendum costituzionale). Monta la sfiducia verso ogni partito organizzato (secondo Demos, nel 2015 s’attestava al 5%). Infine s’allarga il discredito verso il Parlamento, verso ciascun parlamentare, anche perché in queste assemblee legislative elette col Porcellum si sono già consumati 387 cambi di casacca, un record planetario. Dovreste metterci rimedio, insomma. Nel vostro interesse, prima che nel nostro. E dovreste farlo adesso, senza rinviare l’intervento alla legislatura che verrà. Perché c’è il rischio che a quel punto la ferita sia ormai andata in cancrena. E perché non servono riforme bibliche per rinvigorire la perduta auctoritas del nostro Parlamento.

4 modifiche. Basterebbero un paio di correttivi, e bastano sei mesi per attuarli. Sveltendo l’iter legis attraverso una modifica dei regolamenti parlamentari, in primo luogo; come ha proposto il presidente Grasso il 16 dicembre, e come propose in avvio legislatura la presidente Boldrini, dando la stura a un testo di riforma che adesso giace polveroso nei cassetti di Montecitorio. E in secondo luogo adottando un modello elettorale che restituisca lo scettro ai cittadini, qual è il Mattarellum rilanciato da Renzi in questi giorni. Infine, due emendamenti alla Costituzione. Piccoli, ma quantomai incisivi. Anzitutto il dimezzamento dei parlamentari: qui è sufficiente sostituire un numeretto negli articoli 56 e 57, scrivendo per esempio che i deputati sono 400 (anziché 630) e i senatori 200 (anziché 315). Questa riforma minima otterrebbe il massimo consenso presso il popolo votante, specie se abbinata a un argine contro il trasformismo, contro l’infedeltà dell’eletto rispetto al suo elettore. Quale? Il Recall, la revoca anticipata dell’eletto immeritevole, chiesta da una frazione del corpo elettorale e sottoposta a referendum. Antichissimo istituto che deriva dall’ostracismo forgiato nel 510 a.C. dalla democrazia ateniese, e che tutt’oggi trova applicazione in mezzo mondo, dalla Svizzera agli Stati Uniti, dal Canada al Giappone. Basterebbe aggiungere una riga all’articolo 67, che protegge il libero mandato parlamentare. Insomma, due numeri e una riga; dopo di che questa legislatura avrebbe realizzato, almeno in parte, il proprio scopo fondativo. Lasciandoci in dono parlamentari più autorevoli (perché in numero inferiore) e più responsabili (perché soggetti a revoca). Pochi ma buoni.

michele.ainis@uniroma3.it

CINQUE SUPERSTATI, LE REGIONI SPECIALI

ottobre 26, 2016

NONOSTANTE SI VOLESSE EQUIPARARLE, CON LA RIFORMA COSTITUZIONALE VIENE POTENZIATA E RESA IRRIDUCIBILE LA LORO AUTONOMIA

di Michele Ainis  La Repubblica 23 ottobre 2016

Per capire, tre viaggi a ritroso.  C’è una norma, nascosta fra le disposizioni transitorie della riforma Boschi, che è più potente d’un cannone. Perché inventa la suprema fonte del diritto, superiore alla Costituzione stessa. Perché le norme transitorie transitano, mentre questa si proietta sull’eternità. E perché infine, grazie ai suoi incantesimi, la riforma dello Stato genera cinque superStati: le Regioni speciali. Per raccontare questa storia, dobbiamo partire per un triplo viaggio nel tempo. Il primo fino al dopoguerra, quando per un complesso di motivazioni politiche, etniche, geografiche, viene concessa una particolare autonomia a Sicilia, Sardegna, Val d’Aosta, Trentino (il Friuli s’aggiunse nel 1963). Il secondo viaggio approda nel 2001, l’anno della riforma federalista varata sotto il governo Amato: una sbornia di competenze per le quindici Regioni ordinarie, che a quel punto surclassano le cinque sorelle maggiori, le fanno retrocedere in autorità e poteri. Tanto che, per evitare il paradosso di Regioni speciali che in realtà diventano subnormali, la legge costituzionale n. 3 del 2001 introduce la «clausola di maggior favore», stabilendo che il nuovo Titolo V della Costituzione s’applichi anche a loro, nelle parti in cui sia più vantaggioso rispetto agli statuti speciali. Il terzo viaggio a ritroso è altresì il più breve. Un anno fa, ottobre 2015: l’oscillazione del pendolo, che di volta in volta converte gli italiani da giustizialisti a garantisti, da proporzionalisti a maggioritari, da federalisti a centralisti, stavolta gira contro gli enti regionali. E infatti in Senato si sta perfezionando la riforma che taglierà le unghie alle Regioni. Mica a tutte, però: le autonomie speciali rimangono fuori dalla giostra. Perché mai? Semplice: perché dispongono d’un fuoco di sbarramento che può fucilare la riforma. Diciannove fucili, quanti sono attualmente i senatori (per lo più eletti in Val d’Aosta e Sud Tirolo) del Gruppo per le autonomie.

Innovazione condizionatrice.  Siccome però le garanzie non sono mai abbastanza, siccome oggi va bene ma «di doman non v’è certezza», gli autonomisti pretendono (e ottengono) la fideiussione perpetua. E il 9 ottobre 2015 il Senato approva l’emendamento 39.700, primo firmatario Karl Zeller, ovvero il presidente del Gruppo per le autonomie. Da qui il comma 13 dell’articolo 39, da qui la regola che vieta per tutti i secoli a venire di sforbiciare le competenze delle Regioni speciali, a meno che non siano loro stesse a decretarlo. Cambia infatti il procedimento di formazione degli statuti, dove per l’appunto s’elencano tali competenze: nel caso delle cinque Regioni ad autonomia differenziata, servirà una legge costituzionale adottata dallo Stato «sulla base di intese con le medesime Regioni». Diciamolo: è la novità più innovativa della nuova novella. Non tanto per l’uso dello strumento pattizio, quanto per il suo grado d’efficacia, per il condizionamento che poi ne deriva. Difatti la Costituzione in vigore ne contempla già un paio d’applicazioni: nell’articolo 8 (intese fra lo Stato e i culti acattolici) e nell’articolo 116 (intese fra Stato e Regioni). In entrambe le ipotesi, però, le intese precedono una legge ordinaria, non una legge costituzionale. Dunque lo Stato può sempre disattenderle, può insomma decidere da solo, purché intervenga con legge di revisione costituzionale, modificando l’articolo 8 o l’articolo 116. Ma in questo caso no, non è possibile. Il comma 13 detta una regola procedurale, né più né meno dell’articolo 138 della Costituzione, di cui è figlia la riforma Boschi. Se domani si correggesse lo statuto del Trentino senza rispettare il comma 13, sarebbe come approvare una riforma Boschi bis senza rispettare l’articolo 138.

Tre conseguenze.  Vabbè, è dura da capire. Ma è ancora più dura da spiegare, ed è durissima da concepire. Anche perché la concezione del concetto è una e trina, come Dio. Primo: aumenta la forbice tra Regioni ordinarie e speciali, benché in partenza l’idea fosse quella di parificarle. Secondo: gli statuti speciali sono più garantiti della Costituzione medesima, giacché nel loro caso occorre un passaggio in più (l’intesa), con un procedimento ultrarafforzato. Terzo: l’autonomia delle Regioni speciali non verrà mai più ridimensionata, a meno che esse stesse decidano di fare harakiri. Risultato: ci sbarazziamo del Senato, per liberarci dai suoi poteri di veto. E lo sostituiamo con cinque veto players, le Regioni-Stato. Evviva.

michele.ainis@uniroma3. It

REFERENDUM

agosto 26, 2016

LE RAGIONI DEL NO

di Alessandro Pace  la Repubblica  21-8-2016, pag. 24

Tre motivi.  Caro direttore, in una lettera [in calce] pubblicata il 18 agosto Luigi Berlinguer ha dichiarato che voterà per il Sì al referendum costituzionale in quanto questo riguarderebbe 1)”soprattutto il superamento dell’obsoleto e ormai ingombrante bicameralismo paritario di casa nostra, oltre all’abolizione delle Province e (finalmente) del Cnel”; 2) che il voto per il No gli parrebbe “dettato da un’insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi, di levarselo di torno”; 3) infine che la “parola d’ordine” dei sostenitori del No sarebbe che la “Costituzione non si tocca”. Le ragioni del No del Comitato di centrosinistra, che ho l‘onore di presiedere, non risiedono né nella difesa del bicameralismo paritario, ormai condiviso da pochi; né nella rilevanza costituzionale delle Province, la cui abolizione è stata ritenuta legittima dalla Corte costituzionale; né infine nella sopravvivenza del Cnel, da gran tempo divenuto uno “zombi”.

Le ragioni sono ben altre.  1)-La grave violazione del principio sancito dall’articolo 1 della nostra Costituzione, secondo il quale “la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare” (così la sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale), laddove, con la riforma Boschi, la conseguenza sarebbe che tutte le leggi, ivi comprese quelle costituzionali, non verrebbero più approvate da rappresentanti eletti dal popolo.

-La mistificante enunciazione del Senato “rappresentante delle autonomie territoriali”, che non solo continuerebbe ad essere organo dello Stato centrale, ma non gli verrebbe concesso, nonostante quell’enunciato, di legiferare su materie di interesse regionale, con la conseguenza che le Regioni verrebbero discutibilmente degradate a livello “prevalentemente amministrativo”.

-La composizione irrazionale del Senato, i cui componenti dovrebbero nel contempo svolgere la funzione di consigliere regionale o di sindaco, cosa che non consentirebbe loro di adempiere puntualmente le funzioni connesse ad entrambe le cariche, con la conseguenza di rendere oltre tutto difficile il rispetto dei brevi termini previsti per il Senato nei procedimenti legislativi diversi da quello bicamerale.

-L’irrazionalità del compito del Senato di eleggere due dei cinque giudici costituzionali, col rischio di creare una logica corporativa all’interno della Corte costituzionale.

-L’irrazionalità di conferire al presidente della Repubblica il potere di nominare cinque senatori a vita per la stessa durata della carica presidenziale: un numero tutt’altro che irrilevante in un Senato composto da soli 100 componenti.

-L’irrazionalità di riconoscere ai senatori, ancorché part-time, l’immunità penale per tutti i reati comuni da loro commessi.

-La complicazione (e non la semplificazione) del procedimento legislativo, che passerebbe dagli attuali tre procedimenti (procedimento legislativo normale, procedimento di conversione dei decreti legge, leggi costituzionali) ad almeno otto procedimenti formalmente differenziati, col rischio di illegittimità costituzionale delle leggi per vizi procedurali.

-Infine, l’inesistenza di seri contropoteri politici nei confronti del governo sostenuto dal gruppo parlamentare più votato, che grazie all’Italicum otterrebbe, col solo 25 per cento dei voti, ben 340 seggi alla Camera dei deputati e il cui leader godrebbe di un’investitura democratica quasi-diretta.

2) Botta a Renzi.  Ancorché ci sarebbe assai altro da aggiungere, passo al secondo punto. L'”insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi” certamente caratterizza una parte ragguardevole dei sostenitori del Comitato per il No di centrodestra. Non già il Comitato per il No di centrosinistra, che ha da subito avvertito il rischio della personalizzazione del referendum, esplicitamente voluta e manifestata da Matteo Renzi nella conferenza di fine anno del 29 dicembre 2015. La personalizzazione del referendum costituzionale, voluta da Renzi — prima disvoluta e poi rivoluta — è servita spregiudicatamente a terrorizzare sia i mercati finanziari sia i “ben pensanti”. Ma non solo. Consente, nel contempo, di porre in secondo piano sia l’inconsistenza delle ragioni favorevoli al Sì, sia le gravi ragioni di merito, sopra elencate, che razionalmente dovrebbero indurre i cittadini a votare No.

3) Quali modifiche.  Passo infine al terzo punto. Per quanto io abbia potuto constatare nei dibattiti interni al direttivo del nostro Comitato per il No, la “Costituzione non si tocca” non costituisce la “parola d’ordine” dei sostenitori del No di centrosinistra tranne rarissime eccezioni. Tanto meno costituisce la “parola d’ordine” dei sostenitori del No di centrodestra (si pensi alla riforma Berlusconi del 2006!). Beninteso, anch’io ho sempre sostenuto che la modifica della seconda parte della Costituzione (articoli 55-139) implicherebbe delle conseguenze sulla tenuta della prima parte (articoli 1-54). Ebbene, a parte il fatto che la riforma Boschi, eliminando l’elettività diretta del Senato, viola addirittura uno dei principi supremi della Costituzione posto nell’articolo 1, ritenuto immodificabile dalla Corte costituzionale… A parte ciò, c’è modifica e modifica della seconda parte della Costituzione.

Senato delle autonomie.  Esprimendomi solo a titolo personale, ritengo infatti ammissibile ed anzi opportuno il superamento del bicameralismo paritario, il conferimento alla sola Camera dei deputati del rapporto fiduciario col governo, l’equilibrata diminuzione dei parlamentari sia nell’una che nell’altra Camera, la trasformazione del Senato in maniera tale che le istituzioni regionali possano effettivamente esprimersi. È infatti importante che gli elettori sappiano che non siamo i sostenitori del mero status quo.

L’autore è il presidente del Comitato per il No al referendum costituzionale

REFERENDUM, VOTO SÌ MALGRADO MATTEO RENZI

di Luigi Berlinguer  La Repubblica 18 agosto 2016  pag.26

Caro direttore, il referendum costituzionale è partito, ora bisogna votare. Io sono decisamente convinto: voto Sì (malgrado Matteo Renzi). Nell’affrontare seriamente il merito della questione bisogna però sgombrare il campo da una pregiudiziale: il referendum costituzionale deve restare assolutamente distinto dalle sorti del governo. È essenziale tenere la Costituzione fuori dallo scontro politico e dagli interessi partitici. È stato un errore del premier collegare l’avvenire dell’esecutivo al risultato referendario. Le due cose non sono correlate né devono esserlo. Trovo però ancor più discutibile l’affermazione delle opposizioni “votiamo No per mandare a casa Renzi”. Si tratta di una inaccettabile strumentalizzazione partitica della questione costituzionale.

Andiamo all’essenziale: il referendum riguarda soprattutto il superamento dell’obsoleto e ormai ingombrante bicameralismo paritario di casa nostra, oltre all’abolizione delle province e (finalmente!) del Consiglio dell’economia e del lavoro (Cnel). Non mi si venga a dire che due Camere uguali rafforzano il controllo parlamentare sul governo: la mia lunga esperienza in Parlamento mi dice l’esatto contrario. Le inutili ed estenuanti procedure, non solo raddoppiate ma spesso moltiplicate, stemperano l’incisività dell’azione parlamentare.

Contrappesi.  Se c’è veramente una tendenza autoritaria nell’attuale governo essa non può essere dimostrata a sufficienza fondandosi su un certo cipiglio arrogante (è un po’ vero…) del presidente del Consiglio. Ma fa sorridere ricercare la soluzione dell’equilibrio fra governo e Parlamento su questa strada. Questo è eventualmente problema da affrontare ricercandone le possibili soluzioni nei contrappesi, che da noi esistono e vanno nel caso lubrificati e rafforzati. Ora, continuare a tenerci, col No anti-Renzi, il Senato paritario sembra davvero singolare. Siamo sinceri: il voto No mi pare dettato da un’insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi, di levarselo di torno. Invocherei un po’ più di rispetto davanti alla solennità di una revisione costituzionale. E un po’ più di considerazione rispetto al fatto che quasi tutti i Paesi evoluti non hanno alcun bicameralismo paritario. Al contrario, se ora prevarrà il Sì rafforzeremo all’estero l’immagine di un’Italia che marcia risoluta e fa le riforme. Mi pare invece necessario, per ragioni politiche ma anche tecniche, riaffrontare la legge elettorale.

Fedeltà all’impianto.  Il vero nodo politico-culturale del referendum è però anche un altro. Investe la parola d’ordine “La Costituzione non si tocca!”. In questi decenni essa è stata la frontiera indiscussa soprattutto dei progressisti, ma non solo. Si è costruita una vera e propria “mentalità politica”, quasi un (comprensibile) tabù per le forze progressiste: salvaguardare così la nostra civiltà giuridica. Questa idea ha vinto. Eppure, guarda caso, in questi anni il testo costituzionale del ‘48 è stato ritoccato più volte, in meglio. È l’ispirazione profonda della Costituzione che non si è voluta toccare; ma il testo si può ritoccare ove necessario. Così è accaduto, senza alcuna conseguenza eversiva. Fedeltà all’impianto non significa infatti adesione fideistica, acritica, quasi “coranica”; significa adesione convinta perché laica, razionale, capace di cogliere anche le sue (poche) debolezze ed attuali inadeguatezze.

Difenderla e migliorarla.  Che la nostra Costituzione sia tra le più belle del mondo, non equivale a dire che sia oggi perfetta. Vi sono norme e procedure dettate dalla cultura del momento, superate oggi da una nuova cultura. Sarebbe sbagliato ritenerla inviolabile in toto. Perciò l’occasione di questo referendum è un fatto straordinario di democrazia. Sollecitare oggi il popolo, direttamente, significa poter far maturare un’adesione popolare non solo di fedeltà, ma di consapevolezza razionale, lucida e soprattutto laica, non fideista: un fattore di altissima valenza democratica e morale. La Costituzione va difesa e migliorata. È un prodotto di uomini, è frutto di un patto tra le varie componenti della popolazione, del mondo politico, tra il Parlamento ed il popolo, e come tale è naturale poterlo insieme consolidare, anche migliorandolo, adeguandolo.

Alcuni esempi:   costituenti degli anni Quaranta non mi sembra fossero campioni di femminismo, lasciatemelo dire, specie rispetto a come è maturata successivamente la grande conquista delle pari opportunità per le donne. Altro esempio: l’art. 34 Cost., parlando di istruzione, non coglie la grande rivoluzione novecentesca della “scuola per tutti e dell’istruzione come “diritto fondamentale per tutti“. Questa grande conquista non era sufficientemente presente nella cultura educativa dominante di allora, per cui la Costituzione si limita a prospettare solo l’opportunità di far raggiungere gli alti gradi dell’istruzione solo ad una parte dei ragazzi, i “capaci e meritevoli”. Per cui chi non ce la fa, vada a lavorare! Ma l’idea che guida oggi i progressisti è ben diversa: l’istruzione e la scolarizzazione fino ai 19 anni è un “diritto fondamentale di tutti”. La formulazione del ‘48 risulta pertanto arretrata, inadeguata.

Crescita democratica.  Cito infatti solo alcuni esempi per ribadire che nella Costituzione si trovano spazi che — allo scopo di difenderla e migliorarla — si possono o si devono modificare. Il dibattito in merito al referendum costituzionale è pertanto un’occasione preziosa per consolidare nel nostro popolo un processo di crescita politico-intellettuale dell’idea moderna di democrazia; non di una democrazia elargita, ma di una democrazia partecipata e conquistata. Un’idea rigorosa ma aperta e laica di Costituzione. Un’occasione per rafforzare l’affetto per la nostra Carta e insieme la lucidità laica di volerla migliorare. Molto bella l’affermazione di Roberto Benigni, che — interrogato sul voto — ha risposto: «Col cuore voto No, voto Sì con la testa», riaffermando icasticamente tutto l’amore che dobbiamo alla nostra grande Carta col cuore. E insieme tutta la lucidità politica con la testa per migliorarla, con il Sì.

L’autore è giurista ed ex ministro della Pubblica istruzione