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DIBATTITO SU RENZI A LA REPUBBLICA

luglio 21, 2017

L’ODIO PER RENZI E IL LUTTO DELLA SINISTRA

L’ETEROGENEITÀ INASSIMILABILE VISSUTA COME USURPAZIONE. MANCATA ELABORAZIONE DEL LUTTO

di Massimo Recalcati, La repubblica 17-7-2017, pag.23

Quale è il peccato commesso da Matteo Renzi per aver attirato su di sé un odio così intenso? È un odio pre-politico o politico quello che lo ha così duramente investito? È l’indice di un tramonto irreversibile della sua leadership? È fondato sulla valutazione obbiettiva dei contenuti della sua azione di governo e di segretario del Pd oppure risponde a logiche più arcaiche, più viscerali, più pulsionali? Prendiamo in considerazione in particolare l’odio della sinistra che è il vero nodo della questione. Una prima considerazione generale: fa parte del suo Dna e della sua storia, anche di quella più recente, scatenare l’odio nei confronti di coloro che, dichiarandosi militanti di sinistra, osano introdurre dei cambiamenti che rischiano di minare alla base la sua identità ideologica. L’accusa di essere un rinnegato o un traditore in questi casi scatta come la salivazione condizionata nel cane di Pavlov. La storia ci offre una miriade di esempi, antichi e più recenti. La dichiarazione di voto favorevole al Referendum del 4 dicembre è assimilabile, per chi sente di appartenere al mondo della sinistra, a un vero e proprio outing con tutti i fatali effetti di discriminazione che esso comporta. Un intellettuale lucido verso il quale provo solo stima come Tomaso Montanari esigeva eloquentemente che Pisapia facesse autocritica per aver votato Sì al fine di risultare credibile nel suo sforzo di rifondazione di un nuovo campo della sinistra.

Malattia della sinistra. Ma possibile che ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto politico di Renzi sia sbagliato? Che ogni sua opzione sia divenuta contraria al bene del Paese e a quella del suo stesso partito? Non è un po’ sospetto? Matteo Renzi viene identificato non come la cura, ma come la malattia della sinistra. Una infezione, un batterio, una anomalia genetica di fronte alla quale anche i dispositivi democratici che regolano la vita del Pd e che, di fatto, ratificano ogni volta la sua leadership sembrano inadeguati. La convinzione resta inscalfibile: nemmeno l’accoppiamento con un uomo chiaramente di sinistra come Martina, scelto da Renzi come suo vice, la sposta di un solo millimetro.

Usurpazione. Proviamo a riflettere brevemente sulle origini del sentimento dell’odio. L’odio investe l’altro in quanto eterogeneo e inassimilabile. Renzi per la “sinistra sinistra” è l’incarnazione maligna di una eterogeneità che resiste ad ogni assimilazione. Le sue origini culturali e antropologiche sono differenti da quelle del vecchio gruppo dirigente del Pci che è migrato nel Pd. Un’altra cultura, un’altra sensibilità, ma anche un’altra generazione. Il fatto che questo “eterogeneo inassimilabile” sia divenuto, attraverso il legittimo voto delle primarie, il segretario del maggiore partito della sinistra italiana non è stato vissuto come il segno di un arricchimento, di una contaminazione propulsiva, di un superamento degli steccati ideologici, ma come una vera e propria usurpazione. Per questo è insistente — se non drammaticamente compulsivo — l’invito alla discussione interna sulla linea del segretario; invito chiaramente sintomatico che denuncia, a mio giudizio, proprio quel fantasma di usurpazione relativo ad una eterogeneità giudicata, appunto, originariamente e ideologicamente illegittima. Non solo bisogna infinitamente discutere sulla linea del segretario — non solo oggi che il partito è in difficoltà, ma, occorre ricordarlo, sin da quando Renzi ha acquisito legittimamente il suo incarico — , ma si deve continuare a discutere sino a quando questa eterogeneità scandalosa sarà espulsa o ridotta a una posizione minoritaria…

La vera ragione di tutto questo odio è la difficoltà della vecchia sinistra di. Più schiettamente: Renzi è colpevole di avere messo la sinistra di fronte al suo cadavere. Anziché fare il lutto della sua identità ideologica essa preferisce — come spesso accade — imputare all’eterogeneo la colpa della sua morte (già avvenuta). È un fenomeno che ricorda il rito tribale di alcune popolazioni dell’Africa nera riportato da Franco Fornari nel suo celebre Psicoanalisi della guerra: di fronte alla morte insensata di un bambino, la tribù afflitta anziché incamminarsi verso la via dolorosa dell’elaborazione del lutto preferisce attribuirne la responsabilità alla popolazione confinante e ai malefici del suo sciamano dichiarandole guerra.

Renzi sciamano? L’odio che lo investe vorrebbe coprire la fine di una concezione del mondo che ha nutrito l’interpretazione della storia per tutto il Novecento: la lotta di classe, una concezione etica dello Stato, l’identificazione del liberalismo e dei sui principi come Male, la gerarchia immobile del partito, la prevalenza della Causa universale sulle relazioni di cura particolari, una differenziazione paranoide del mondo in forze del Bene e in forze del Male, l’inclinazione populista e incestuosa della cosiddetta democrazia diretta, la riduzione delle politiche sociali a un maternage assistenzialista, il sospetto verso le manifestazioni della singolarità in tutte le sue forme, un paternalismo insopportabile che cancella le nuove generazioni. La morte irreversibile di questo paradigma imporrebbe un lavoro del lutto estremamente impegnativo. Molto più facile allora imputare al carattere spurio, meticcio, eterogeneo, sciamanico di Matteo Renzi la crisi del Pd e della sinistra in generale che affrontare questo immane e, in realtà, inaggirabile compito.

ESCALATION DI RANCORI TUTTI NE HANNO COLPA. RAGIONARE O È FINITA

CLASSI SOCIALI POLVERIZZATE E VINCOLI ECONOMICI HANNO MESSO IN CRISI LA SINISTRA

di Roberto Esposito La repubblica 18-7-2017 pag.11

Rancore personale. Nel suo articolo di ieri Massimo Recalcati coglie un punto nevralgico del cerchio in cui si è chiusa, senza saperne uscire, la sinistra italiana. Forse si potrebbe aggiungere che il “giglio magico” di Renzi non è solo destinatario, ma anche soggetto di questa dinamica. Come dimenticare i “ciaone” di scherno che sono venuti dal suo gruppo rispetto ai nemici in difficoltà. E anche nei recenti scambi al veleno tra Renzi, D’Alema e Letta non si può dire che il “fuoco amico” sia venuto solo da una parte. Detto questo, l’analisi di Recalcati descrive un fenomeno che va assumendo carattere antropologico – lo sprofondare delle passioni politiche nel gorgo del risentimento. Si tratta del passaggio repentino dell’odio dal piano privato a quello pubblico. Il rancore personale non solo come contenuto, ma come forma della politica.

Liquidazione. Recalcati riconduce tale esplosione di passioni negative alla difficoltà della sinistra tradizionale a elaborare il lutto per la perdita della propria ideologia. Anziché guardare dentro di sé, essa proietta il male su colui che l’ha emarginata, mettendone a nudo limiti e ritardi. Certo, Renzi ha favorito con i suoi atteggiamenti questa tendenza. Essa è stata in buona parte cercata da chi ha posto la liquidazione del vecchio gruppo dirigente del Pd al primo posto della propria strategia. Una volta scatenato, l’odio politico entra in una sorta di circuito in cui non è più riconoscibile chi ha fatto la prima mossa. Ma alla fine non importa neanche tanto. Il problema è quello di ricondurre tale conflitto, pre-politico o post-politico, nei canali della dialettica politica. Senza immaginare di poterlo azzerare in una concordia di facciata ormai impossibile. E neanche necessariamente auspicabile.

La disaffezione degli elettori non nasce solo da una battaglia politica degenerata in rivalità personale. Nasce anche dalla scarsa visibilità di prospettive politiche differenti. Perché, al netto dei risentimenti personali, non sempre è chiaro quello che distingue le due, o tre, sinistre sul piano delle idee e dei programmi. E su di questi che è necessario spostare l’attenzione, se non si vuole ridurre l’analisi alla sfera della psicopatologia politica. Certo gli elementi soggettivi non vanno sottovalutati. Nella stagione dei partiti personali essi contano e come. Ma vanno situati in un quadro oggettivo che li spiega e li riduce.

Le difficoltà della sinistra sono riconducibili da un lato ai vincoli economici che i governi hanno sottoscritto riducendo drasticamente i propri margini di scelta; dall’altro alla polverizzazione di quelle che un tempo si chiamavano classi sociali, oggi frantumate in un pulviscolo di interessi individuali che stentano a costruire un fronte politico comune. L’intreccio di questi due fattori – che sta disgregando i corpi intermedi come partiti e sindacati – ha messo alle corde la democrazia rappresentativa, danneggiando soprattutto la sinistra. Mentre le destre e i movimenti populisti si muovono a loro agio in un regime postdemocratico, le sinistre sono sempre più in difficoltà. Non avendo più un fronte esterno – di classe – esse sono portate a ricostruirlo al proprio interno, dando luogo ai fenomeni patologici di cui sopra. Per sottrarsi a questa deriva – di cui l’odio personale è solo la manifestazione più visibile – le sinistre devono mettere in campo progetti chiari di intervento sulle cause reali della crisi. Per esempio scegliendo tra una politica di detassazione generalizzata e una politica di investimenti pubblici sostenuta da una tassazione mirata a ridurre davvero le disuguaglianze. Solo in questo modo i conflitti politici acquisteranno un senso comprensibile dagli elettori.

BUONE ALCUNE RIFORME MA LA NARRAZIONE ALLA LUNGA HA DELUSO

LA SPERANZA È STATA DISATTESA, I VECCHI METODI DELLA POLITICA SI SONO RIPRESENTATI

di Guido Crainz La repubblica 18-7-2017 pag.11

Dopo il 4 dicembre. Si possono condividere almeno in parte (o in gran parte) le critiche di Massimo Recalcati agli oppositori di Renzi ma forse la domanda di fondo non è «perché Renzi ha attirato su di sé un odio tanto intenso?» quanto «perché la sua stagione è sostanzialmente terminata?». Perché l'”odio” nei suoi confronti non è più ristretto a una sinistra ideologica, rancorosa e residuale ma si è esteso a larga parte di quella stessa società che pur aveva guardato con fiducia alla sua proposta? È una domanda ineludibile dopo il responso del 4 dicembre, che Renzi aveva irresponsabilmente trasformato in un referendum su se stesso. Da allora è impossibile negarlo: le speranze che la sua leadership aveva inizialmente alimentato si sono progressivamente trasformate in una diffusa ostilità sociale e culturale, prima ancora che politica. E non è difficile comprenderne le ragioni, o almeno alcune di esse. Nel suo irrompere sulla scena Renzi si era impegnato a «cambiare il Pd e a cambiare la politica» e su questa base aveva conquistato la stragrande maggioranza del partito e poi il 41% alle elezioni europee del 2014: risultato di grande rilievo, perché dopo molti anni il centrosinistra non perdeva più elettori ma ne conquistava di nuovi.

Ridava fiducia nella politica e nel riformismo in un Paese sempre più disorientato ed esasperato. Purtroppo quella speranza è stata disattesa, i vecchi metodi della politica si sono ripresentati e al tempo stesso – nel privilegiamento dell’azione di governo – il Pd è stato abbandonato a se stesso. Anche per questo dopo quattro anni di “rinnovamento” il suo gruppo dirigente è ancor più ristretto di prima e visibilmente logorato (anche senza considerare qui diaspore e scissioni, odi e rancori). E nelle differenti realtà il panorama non è diverso: questo confermano le recenti sconfitte alle elezioni amministrative, legate anche all’incapacità di proporre una classe dirigente all’altezza della situazione. Su questo era doveroso riflettere dopo la dura sconfitta del 4 dicembre, in un lavoro di lunga lena capace di coinvolgere l’idea stessa di politica.

Ottimismo disatteso. Cosa significa ad esempio far crescere nuove leve, su quali saperi deve incentrarsi la formazione dei quadri dirigenti di un partito riformatore (tema che pur è stato messo all’ordine del giorno)? Su quali etiche e su quali visioni di futuro? È un nodo centrale, e proprio perché – come ha scritto bene Recalcati – gran parte delle culture politiche del passato sono oggi inservibili o vanno profondamente ripensate. Si pensi al welfare, asse fondativo delle nostre democrazie, così come si è definito nell'”età dell’oro” dell’Occidente: come rimodellarlo, ampliandolo e non restringendolo, quando quella fase si è esaurita da decenni e in uno scenario segnato del lungo protrarsi della crisi internazionale del 2007-2008? In questo quadro la “narrazione” astrattamente ottimistica di Renzi ha cozzato con la realtà e con il diffuso sentire di un paese logorato e duramente provato. Lo ha ulteriormente inasprito. Altre questioni si sono poi aggiunte, e si pensi alla sproporzione fra le molte riforme messe in cantiere o approvate (alcune sicuramente positive, come quella sulla pubblica amministrazione) e le grandi difficoltà nel tradurle in pratica. È sufficiente evocare resistenze corporative e burocratiche o non vi è stata anche una “incompetenza riformatrice” cui porre rimedio? Domande come queste non possono essere eluse, a mio avviso, in un panorama politico in cui non sono visibili alternative realmente credibili, cantieri di riflessione stimolanti e convincenti. E in cui è in gioco la sopravvivenza stessa di una sinistra riformista.

SOLO CONTRO TUTTI MATTEO È VITTIMA DI UNO SCHEMA

LA CONTINUA SOLLECITAZIONE ALL’AMORE VERSO IL CAPO NON REGGE SENZA PROVE D’AMORE

di Tomaso Montanari La repubblica 18-7-2017 pag.11

Seduzione della folla. Non so se giovi mettere la politica sul lettino dell’analista, specie se l’analista non è estraneo al gioco politico. In ogni caso, se si cerca la ragione della diffusa insofferenza verso Matteo Renzi, la risposta è: Matteo Renzi. Lungo tutta la sua carriera politica, Renzi non ha lavorato a costruire una comunità, ma a drammatizzare il rapporto tra un capo e la folla. Non con la parola razionale, l’argomentazione, ma con la seduzione dello storytelling, cioè di un marketing capace di vendere al pubblico una scatola il cui unico contenuto era Renzi stesso. «Un rullo compressore lanciato su società e politica per spianare qualsiasi ostacolo», secondo un’efficace definizione di Stefano Rodotà.

Una ultrapersonalizzazione che sostituiva alle istituzioni e ai corpi intermedi la consorteria fiduciaria del capo, il famoso giglio magico. Un ritorno all’antico regime, al tanto vagheggiato Rinascimento: non al dittatore, e nemmeno all’amministratore delegato berlusconiano, ma al principe e alla corte. Qualcuno ricorderà la massima impresa mediatica del Renzi sindaco: la risibile ricerca della inesistente Battaglia di Anghiari di Leonardo in Palazzo Vecchio. La narrazione opponeva un giovane sindaco che parlava di «sogni», ai «professoroni della storia dell’arte», con la loro incapacità di «essere stupiti dal mistero». E quando Roberto Saviano puntò il dito contro il conflitto di interessi del ministro Boschi nell’affaire Banca Etruria, Renzi rispose teatralizzando l’amore e l’odio: «Siamo gli unici che vogliono bene all’Italia, contro il disfattismo e il nichilismo, contro chi sfoga la sua frustrazione nelle polemiche».

Era lo stesso schema poi adottato per il referendum, contro i costituzionalisti del No: il rapporto diretto con la gente e la demonizzazione dei portatori di senso critico. Ma la continua sollecitazione all’amore verso il capo non può reggere a lungo senza concrete prove d’amore. Se il rullo compressore non funziona, la fascinazione si trasforma presto in diffidenza, poi in ostilità. Renzi è passato molto velocemente dalla Provincia, al Comune a Palazzo Chigi. E quando lì è stato evidente che le promesse mancate, le insufficienze di governo, la mancanza di visione, l’incapacità di creare una squadra e di tenere in piedi una comunità minavano la credibilità dello storytelling, il rimedio è stato la scommessa del referendum. Lo schema più amato da Renzi: lui solo contro tutti, appellandosi alla folla. È finita come sappiamo: tutta la personalizzazione renziana ha cambiato segno in poche ore, dall’amore al suo contrario. L’apprendista stregone è stato travolto dalla forza evocata. E il mancato ritiro dalla politica, solennemente promesso, ha infine trasformato un dramma nell’eterna commedia italiana.

Riflessione di merito. Ora l’errore più grave sarebbe seguire lo stesso schema. E cioè pensare che, finito Renzi, la Sinistra italiana possa ricominciare dal 2014. Quando è evidente che il futuro non può essere il ritorno alla classe dirigente che, con la sua catena di errori e debolezze, ha aperto la strada all’avventurismo personale renziano. Per questo la mia richiesta a Giuliano Pisapia di discutere senza remore la sua scelta di votare sì al referendum non mira (come suggerisce Recalcati) a una nuova personalizzazione, stavolta in negativo: ma, anzi, vuole aprire una seria riflessione di merito. Quella riforma puntava sulla centralità dell’esecutivo a spese della rappresentanza, sulla figura del capo, su un restringimento degli spazi della critica: è ancora questa la direzione? È questa la via più adatta per combattere la diseguaglianza che sfigura il paese? Lasciamo i capi al loro destino, riprendiamo ad occuparci della comunità.

QUEL LIBRO CHE RIVELA LE CARENZE DEL SEGRETARIO

AVANTI” DENOTA SUPERFICIALITÀ, EGOTISMO, SCARSE STRATEGIE E ATTENZIONI AI POVERI

di Emanuele Felice La Repubblica 25-7-2017 pag. 27

Per capire Matteo Renzi e la sua parabola, e anche l’ostilità che lo circonda, basta prendere il suo libro. Colpisce la superficialità, nella forma e nei contenuti. Renzi ha voluto pubblicare un best seller adatto all’uomo della strada, una continuazione su carta dei suoi tweet e dei talk show? Eppure dichiara in apertura di averlo scritto proprio per raccontarsi «in modo meno superficiale, più profondo, riflettuto». Per offrire di sé un’immagine diversa da quella che appare dalla cronaca mediatica di tutti i giorni. Strano: le due immagini coincidono perfettamente. «Arrivo a Bruxelles sbadigliando come sempre: in genere le riunioni sono noiosissime», è solo una perla fra le tante. E poi abbondano gli aggettivi enfatici («straordinario », «storico», «poderoso»), mentre i temi anche più complessi si trovano abbozzati e liquidati con disinvolta approssimazione. Dobbiamo dedurne che Renzi è davvero così, come appare. E di certo il libro se l’è scritto da solo. Insomma in quanto a spessore intellettuale (e letterario) l’ex premier non è Churchill. Ma nemmeno Togliatti, Berlinguer, Amato, Prodi, o Veltroni. E in fondo nemmeno Craxi, titolo a parte (Avanti). Questo però non è, in sé, il problema maggiore. Il mondo è complesso e un leader non può avere tutte le risposte, tantomeno in anticipo. Certo deve studiare i dossier, e accettare di appassionarsi a riunioni «noiosissime», ma in linea di massima non c’è bisogno di un grande intellettuale per guidare le redini dello Stato.

Tre doti. A un leader si richiedono però tre doti: carisma, capacità di fare squadra e una chiara visione. Il punto è che a Renzi mancano, oggi, proprio queste tre caratteristiche. E il suo libro lo conferma drammaticamente. Forse il carisma era una volta il suo punto forte. Oggi però l’impressione è che Renzi stia antipatico, a prescindere, alla grande maggioranza degli italiani. Qualunque cosa faccia o dica, a torto o a ragione. E ben al di là dei confini della sinistra. Di questa antipatia a pelle una delle cause è certo il suo ego, ipertrofico sembrerebbe. Ora sappiamo che non è una costruzione dei media ostili: trasudano di egotismo anche le pagine di Avanti. Tanto che pure i tentativi di schermirsi si rivelano subito per quello che sono, goffe accentuazioni di falsa modestia.

Squadra. In quanto alla capacità di circondarsi delle persone giuste, e alla costruzione della classe dirigente, può darsi che Renzi sia un po’ migliorato negli ultimi tempi. Con l’esperienza si impara. Peccato che con Avanti siano tornati alla ribalta gli aspetti della sua leadership più divisivi (si veda l’assurda polemica con Enrico Letta). E peccato che proprio la sua scelta «di squadra» forse più azzeccata e importante — Gentiloni a Palazzo Chigi — per contrasto stia facendo risaltare quanto, invece, il governo precedente fosse incapace di includere e valorizzare, al punto da finire assediato in un fortino di fedelissimi. Sia chiaro, molte polemiche di cui Renzi è stato vittima erano strumentali o esagerate. Ma pure dal suo campo le note stonate non sono mancate, abbondavano anzi. Se poteva esserci un’occasione per fare almeno un po’ di autocritica, è stata persa. L’analisi di Massimo Recalcati coglie quindi solo un lato del problema. L’altro è dato dal carattere e dall’atteggiamento di Renzi. Si prenda, per un confronto, quanto ha scritto Tony Blair su questo giornale a proposito di Corbyn, e si veda la differenza.

Strategia. Ma forse le falle più serie si aprono nella visione strategica. Sono proprio le idee, specie quelle di politica economica e sociale. Le tre nuove parole d’ordine, «lavoro, casa, mamme», al di là del fatto che messe così in fila fanno un po’ sorridere, contengono alcuni spunti interessanti, benché citati molto frettolosamente: sull’innovazione per le imprese manifatturiere, le zone fiscali di vantaggio per il Mezzogiorno, le smart cities o la lotta al dissesto idrogeologico. Altri però sono alquanto opinabili: favorire le famiglie numerose, ad esempio, assieme alla retorica dell’«aiutiamoli a casa loro» delinea un’idea di futuro che è tipica della destra conservatrice. Per inciso, sull’aiutiamoli a casa loro sappia Renzi (e pure Salvini) che se i paesi poverissimi dell’Africa diventano un po’ meno poveri — come tutti auspichiamo — il risultato immediato sarà l’aumento dell’emigrazione verso la ricca Europa: con un’alta fertilità, molti useranno le poche risorse in più esattamente per cercare di emigrare, da una situazione che comunque rimane molto peggiore della nostra. Sono proprio le nozioni di base della storia economica mondiale. Se le studiassero, i nostri leader demagoghi o aspiranti tali.

Povertà. E vi sono carenze programmatiche ancora più gravi. Primo, Renzi praticamente ignora la questione sociale che si è spalancata in Italia negli ultimi dieci anni, e derubrica tutti i possibili rimedi alla voce assistenzialismo. Non parla di povertà, cosa ben strana per un leader di sinistra (persino in ciò si differenzia da Blair). Secondo, anche a volerlo prendere per un modernizzatore di centro a la Macron, l’ex premier sembra avere ormai gettato la spugna su un nodo tuttora cruciale per l’Italia, e su cui in passato aveva puntato molto (anche se male): la riforma delle istituzioni e dell’assetto amministrativo. Rimasto scottato, ha rinunciato alla parte più ambiziosa del suo progetto. Terzo, e come comprova anche la vicenda del fiscal compact, sull’Europa Renzi continua a muoversi nella logica intergovernativa che tanti danni ha recato, inevitabilmente, all’Unione. Non crede nell’Europa federale, il grande tema invece centrale per la politica liberale e progressista; al più si limita a richiami retorici ai valori comuni. Privo di questi tre elementi, il suo appare un programma raccogliticcio che pesca dalla sinistra alla destra secondo gli umori dell’elettorato, privo di quello slancio che ci si aspetterebbe dal leader di un grande partito riformista d’Europa (non più il maggiore, anche se non sembra essersene accorto). E forse l’assenza di questi riferimenti contribuisce a isolarlo ancora di più dalle forze vitali — sociali, imprenditoriali, culturali — che pure ci sono nel Paese, e con le quali avrebbe bisogno di ricostruire un legame.

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IL GESTO PIÙ UTILE CHE RENZI PUÒ FARE

luglio 1, 2017

LA RINUNCIA A CANDIDARSI NE FAREBBE UN POLITICO CHE SA PENSARE ALL’INTERESSE GENERALE, QUANDO NECESSARIO

di STEFANO FOLLI La Repubblica 29 Giu. 2017 pag. 31

Errori commessi. Spiegare le disavventure della politica come effetto di congiure e complotti è sempre segno di grave debolezza. Un modo per rifiutare la realtà quando questa risulta spiacevole. S’intende, i complotti talvolta esistono, ma sono efficaci se rivolti verso obiettivi circoscritti: ad esempio annichilire un avversario o tagliare le gambe a un candidato sgradito. Ne abbiamo avuto qualche esempio nella politica italiana degli anni recenti. Servono a poco, invece, quando c’è da approfondire le cause di una sconfitta. O riconsiderare una strategia sbagliata. Nel Pd la tensione interna è palpabile, ma non ha ancora dato luogo a un esame critico degli errori commessi nell’ultimo anno. Da quando la campagna sul referendum costituzionale — un momento non privo di solennità che richiedeva il massimo rispetto per il cittadino chiamato a esprimersi sulla Carta fondamentale — si trasformò nella battaglia personale di un uomo, Renzi, contro il resto del mondo. La mancata analisi di quella disfatta è all’origine della crisi che attraversa oggi il Pd. In mezzo ci sono tre passaggi solo in apparenza privi di nesso: la scissione; le primarie che hanno di nuovo consacrato Renzi segretario del partito; e le elezioni comunali, in cui il leader della formazione più importante è rimasto sempre silente e di fatto indifferente agli esiti del voto.

Le primarie dovevano restituire al Pd una salda leadership, dopo che Renzi aveva disatteso la promessa di ritirarsi dalla vita pubblica in caso di insuccesso al referendum. In pratica hanno suggellato il partito personale in un rapporto carismatico fra il leader e i suoi fedeli elettori. Gli altri, dirigenti e capi-corrente, sono una sovrastruttura destinata prima o poi a essere spazzata via (si veda la direzione composta da giovani militanti). Di conseguenza le elezioni amministrative sono apparse un accadimento minore sulla via dell’unica prospettiva che conta: le elezioni politiche da celebrare il prima possibile, così da affrettare il ritorno a Palazzo Chigi. In che modo? Attraverso quale percorso, considerando che non si prevede un vincitore sicuro e, anzi, i sondaggi delineano un Parlamento ingovernabile (“impiccato”, dicono gli inglesi)? Qui entra in gioco la straordinaria fiducia in se stesso di Renzi, il suo volontarismo. Se un milione e ottocentomila italiani mi hanno votato nelle primarie — ecco più o meno il ragionamento — cosa impedisce di credere che in proporzione una massa di italiani mi voterà alle politiche, consegnandomi una vittoria che gli scettici escludono e che invece è a portata di mano? A patto ovviamente di liberarmi di lacci e laccioli, cioè di tutti i notabili vecchi e nuovi. Anche se accampati all’esterno come il più insidioso di tutti: Romano Prodi.

Rischi notevoli. Questo spiega perché il magro bottino di domenica viene presentato come una mezza vittoria. Se la realtà non piace, meglio rimuoverla. E laddove la sconfitta non si può celare, va attribuita alla congiura dei nemici interni. «Non bisogna cambiare le decisioni del partito, bisogna cambiare il popolo» diceva Brecht in un famoso paradosso. In questo caso, gli elettori di Genova e delle altre città vanno messi fra parentesi perché disturbano, sono un ostacolo lungo il cammino che conduce alla grande sfida finale. Uno contro tutti, come sempre. Se questa è la scelta, i rischi sono notevoli. Gli stessi che si corrono puntando tutto su un numero alla “roulette”. Attendiamoci frizioni sempre più aspre. Quando un personaggio compassato come Franceschini o una figura storica come Veltroni lanciano l’allarme, vuol dire che è stato superato il livello di guardia. Il capo è stato plebiscitato dalle primarie, ma i dirigenti e i quadri intermedi sono disorientati e stanno perdendo la fiducia in lui.

È una contraddizione esplosiva che Renzi può sanare con una semplice mossa: rinunciando a candidarsi a Palazzo Chigi. Del resto, rinuncerebbe a qualcosa che in ogni caso è irrealizzabile. Quasi nessuno crede che possa essere lui il premier in grado di creare una coalizione: servirebbe una tendenza alla mediazione che non fa parte del bagaglio renziano. Inoltre, in un sistema proporzionale il presidente del Consiglio lo sceglie Mattarella. E a Palazzo Chigi oggi c’è un uomo, Gentiloni, che si fa apprezzare anche all’estero per il suo equilibrio. Un simile gesto, da parte di Renzi, restituirebbe pace al partito. Toglierebbe dal tavolo l’impressione che si sta giocando solo una spietata lotta di potere. E farebbe di Renzi un politico che sa pensare anche all’interesse generale, quando è necessario.

UN’ALLEANZA POPOLARE PER LA DEMOCRAZIA E L’UGUAGLIANZA

giugno 8, 2017

MOTIVAZIONI DELLA CONVOCAZIONE PER IL 18 GIUGNO A ROMA

di Anna Falcone e Tomaso Montanari, Il Manifesto 06.06.2017

È necessario uno spazio politico nuovo, ci vuole una sinistra unita e una sola, grande lista di cittadinanza aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati. Siamo di fronte ad una decisione urgente. Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di prospettive. La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da fame.

La diseguaglianza è la grande questione del nostro tempo. L’infelicità collettiva generata dal fatto che pochi lucrano su risorse e beni comuni in modo da rendere infelici tutti gli altri. La scandalosa realtà di questo mondo è un’economia che uccide: queste parole radicali – queste parole di verità – non sono parole pronunciate da un leader politico della sinistra, ma da Papa Francesco. La domanda è: «E’ pensabile trasporre questa verità in un programma politico coraggioso e innovativo»? Noi pensiamo che non ci sia altra scelta. E pensiamo che il primo passo di una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa condizione e riconquistare diritti e dignità. Per far questo è necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a contare. Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il Partito Democratico – purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista – e il Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la giustizia sociale.

Una Sinistra unita ci vuole, dunque, in un progetto condiviso e in una sola lista. Una grande lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile. Un progetto capace di dare una risposta al popolo che il 4 dicembre scorso è andato in massa a votare “No” al referendum costituzionale, perché in quella Costituzione si riconosce e da lì vorrebbe ripartire per attuarla e non limitarsi più a difenderla. Per troppi anni ci siamo sentiti dire che la partita si vinceva al centro, che era indispensabile una vocazione maggioritaria e che il punto era andare al governo. Da anni contempliamo i risultati: una classe politica che si diceva di sinistra è andata al governo per realizzare politiche di destra. Ne portiamo sulla pelle le conseguenze, e non vogliamo che torni al potere per completare il lavoro.

Serve dunque una rottura e, con essa, un nuovo inizio: un progetto politico che aspiri a dare rappresentanza agli italiani e soluzioni innovative alla crisi in atto, un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione. Un progetto che parta dai programmi, non dalle leadership e metta al centro il diritto al lavoro, il diritto a una remunerazione equa o a un reddito di dignità, il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione. Un progetto che costruisca il futuro sull’economia della conoscenza e su un modello di economia sostenibile, non sul profitto, non sull’egemonia dei mercati sui diritti e sulla vita delle persone. Un progetto che dia priorità all’ambiente, al patrimonio culturale, a scuola, università e ricerca: non alla finanza; che affronti i problemi di bilancio contrastando evasione ed elusione fiscale, e promuovendo equità e progressività fiscale: non austerità e politiche recessive. Un simile progetto, e una lista unitaria, non si costruiscono dall’alto, ma dal basso. Con un processo di partecipazione aperto, che parta dalle liste civiche già presenti su tutto il territorio nazionale, e che si apra ai cittadini, per decidere insieme, con metodo democratico, programmi e candidati.

La Costituzione. Crediamo, del resto, che il cuore di questo programma sia già scritto nei principi fondamentali della Costituzione, e specialmente nel più importante:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3).

È su questa piattaforma politica, civica e di sinistra, che vogliamo costruire una nuova rappresentanza. È con questo programma che vogliamo chiamare le italiane e gli italiani a votare.

Giustizia e uguaglianza. Vogliamo che sia chiaro fin da ora: noi non ci stiamo candidando a guidarla. Anzi, non ci stiamo candidando a nulla: anche perché le candidature devono essere scelte dagli elettori. Ma in un momento in cui gli schemi della politica italiana sembrano sul punto di ripetersi immutabili, e immutabilmente incapaci di generare giustizia ed eguaglianza, sentiamo – a titolo personale, e senza coinvolgere nessuna delle associazioni o dei comitati di cui facciamo parte – la responsabilità di fare questa proposta. L’unica adeguata a questo momento cruciale. Perché una sinistra di popolo non può che rinascere dal popolo. Invitiamo a riunirsi a Roma il prossimo 18 giugno tutti coloro che si riconoscono in questi valori, e vogliono avviare insieme questo processo.

L’AGGIUNTA NONVIOLENTA: LA SINISTRA RIPARTA DALLE POLITICHE ATTIVE DI PACE

di Mao Valpiana e Pasquale Pugliese del Movimento Nonviolento

≈  Commento 07 Giu 2017

Tra i diversi appelli che circolano in questi giorni, quello di Anna Falcone e Tomaso Montanari che propone un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza, e lancia l’assemblea del 18 giugno a Roma per una sinistra unita, contiene elementi condivisibili, che possono essere terreno comune per coltivare e far crescere valori ed esperienze plurali con una prospettiva politica originale. Ringraziamo Anna e Tomaso per il lavoro fatto. Tuttavia riteniamo che anche questo appello abbia bisogna di un’aggiunta. Che è tanto un’aggiunta preliminare, una pregiudiziale costitutiva che dà sostanza e fisionomia a tutta la proposta, quanto un punto programmatico fondativo e preliminare a tutti gli altri.

È l’aggiunta nonviolenta, senza la quale sarebbe forte il rischio di ricadere in schemi già visti, percorsi già fatti, errori già commessi. Nonviolenza come orizzonte e come metodo di lavoro. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e che ripudia la guerra. Sono il primo e l’undicesimo principio fondamentale della Costituzione: gli assi portanti della nostra democrazia. Eppure, il nostro Paese è in Europa ultimo per l’occupazione giovanile e primo per l’aumento delle spese militari. Siamo di fronte al più grande riarmo del Paese dai tempi della seconda guerra mondiale (+85% in spesa pubblica per armamenti) e di fronte alla moltiplicazione per sei dell’export di armi negli ultimi due anni (che alimentano guerre che generano terrorismo e producono profughi). Negli ultimi 10 anni la spesa pubblica militare del nostro Paese è aumentata del 21% a fronte di continui tagli alla spesa sociale. Nel 2017 saranno sacrificati sull’altare della guerra altri 23,3 miliardi di euro, pari a 64 milioni al giorno, l’ 1,4% del prodotto interno lordo che il governo si è impegnato a portare al 2% e non rinuncia all’acquisto degli 80 cacciabombardieri F35, a capacità nucleare, per un’ulteriore spesa complessiva di 14 miliardi di euro.

Tutto questo è follia. L’urgenza assoluta è quella di una inversione di questa tendenza. Il disarmo, la riconversione sociale delle spese militari, la riconversione civile dell’industria bellica, così come la costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta, devono essere il segno distintivo di un nuova politica. L’opposizione integrale alla guerra, e alla sua preparazione (qui ed ora), è la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso, di una nuova socialità. La sinistra, per essere tale, ha bisogno di mettere al proprio centro politiche attive di pace. Riproponiamo dunque l’appello di Carlo Cassola: “O la sinistra fa dell’impegno per la pace il terreno decisivo dello scontro tra civiltà e barbarie o rimane di destra anche se si proclama di sinistra”. Mai queste parole furono così attuali quanto oggi.

Democrazia e uguaglianza sono incompatibili con la preparazione della guerra. Per questo l’unità della sinistra è una valore solo se si sostanzia come unità attorno alla politica di pace (cioè un “pacifismo concreto”, come diceva Alexander Langer, che aiuti “il settore Ricerca e sviluppo della nonviolenza a fare grandi passi avanti”). E’ con questo spirito che saremo ben contenti di portare un contributo al programma costruttivo di una sinistra aperta, inclusiva, solidale, accogliente. La prima sfida, a partire già dal 18 giugno, sarà quella di applicare davvero il metodo della nonviolenza a partire da se stessi, dalla capacità di dialogo e di stare insieme andando oltre gli steccati, senza compilare elenchi di buoni e cattivi, nell’esclusivo interesse comune e di un Paese che altrimenti rischia di perdersi.

I DELUSI DEL LAVORO

maggio 8, 2017

LA FLESSIBILITÀ NON HA VINTO, TORNA LA RICHIESTA DEL POSTO FISSO. ALCUNI RISULTATI DEL SONDAGGIO DEMOS-COOP

di ILVO DIAMANTI e LUIGI CECCARINI, La Repubblica 29-4-2017, pp.2 e 3

Il “lavoro” rimane un riferimento importante per la nostra società. Così la “Festa del lavoro” del Primo maggio suscita sempre grande consenso. Lo conferma il sondaggio condotto, nei giorni scorsi, dall’Osservatorio sul Capitale sociale di Demos-Coop per Repubblica. Più di due italiani su tre ritengono, infatti, che “celebrare” il Primo Maggio abbia ancora senso. È un sentimento diffuso in tutta la popolazione. Senza chiare “esclusioni” ideologiche. E quindi anche fra gli elettori di centro-destra e di destra. Celebrare il lavoro, a questi italiani, appare tanto più significativo perché si tratta di una risorsa sempre più scarsa e dequalificata. Una larga parte degli intervistati, oltre 7 su 10, afferma di non aver percepito la ripresa. Secondo loro, l’occupazione non è mai ripartita. E se le statistiche dicono cose diverse, loro non se ne sono accorti. Semmai, pensano che si sia allargato il lavoro “nero”. E, ancor più, il lavoro “precario”. Ne sono convinti 3 italiani su 4. D’altra parte non c’è fiducia nella politica e nelle politiche. Nei risultati delle leggi approvate negli ultimi anni. Meno di 1 italiano su 10 pensa che il Jobs Act abbia prodotto effetti. Mentre l’abolizione dei voucher ha convinto quasi tutti gli intervistati. Ma del contrario: allargherà ancor più il lavoro nero e precario. Il “reddito di inclusione sociale”, invece, per ora, lo conoscono in pochi. Così, il lavoro resta un riferimento importante, per gli italiani. Almeno, per gran parte di essi. Che celebreranno il Primo Maggio con un sentimento di “attesa”.

L’attesa che il lavoro ritorni. D’altronde, si assiste a un mutamento sensibile dei progetti, professionali e di vita, tra gli italiani, rispetto agli ultimi anni. In particolare, ritorna, con forza, la richiesta del “posto fisso”, soprattutto nel settore pubblico. Checco Zalone lo aveva colto – e narrato – con efficacia, nel suo film “Quo vado?”, un anno e mezzo fa. Oggi quell’intuizione appare confermata dai dati di questo sondaggio. Che, a differenza del film di Zalone, non sono divertenti. L’indagine di Demos-Coop, infatti, ci racconta come, nell’ultimo anno, il clima d’opinione intorno alle professioni libere e liberali si sia sensibilmente raffreddato. La quota di persone che, per sé e i propri figli, vorrebbero un’attività in proprio o da libero professionista, infatti, è in calo. Di qualche punto. Mentre l’unica vera “ripresa” convinta, nell’ambito del lavoro e dei “lavori”, riguarda, appunto, il “posto fisso”. Sottolineato dalla crescente importanza attribuita agli Enti Pubblici. Tanto delegittimati (per non dire disprezzati), come soggetti e come istituzioni, quanto apprezzati, come sbocchi professionali. Si ripropone, dunque, uno scenario noto, in un passato recente. Quando il grado di attrazione di “un” lavoro, coincideva con il suo livello di “sicurezza”. Intesa come “stabilità” e “continuità”. Mentre la “flessibilità” piaceva agli imprenditori – e ai politici “liberisti”. Ma non ai lavoratori. Per questa ragione è significativo il sostegno espresso, nel sondaggio Demos-coop, all’ipotesi di ripristinare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, abrogando le modifiche apportate dal Jobs Act del governo Renzi. Questa proposta, avanzata dalla Cgil, come quesito da sottoporre a referendum, era stata bocciata dalla Corte costituzionale, lo scorso gennaio. Ma oggi, nel sondaggio, ottiene il consenso di 7 italiani su 10. È un indice ulteriore del livello di sfiducia e di incertezza che pervade la società nei confronti del lavoro. Soprattutto e tanto più, negli ultimi anni.

Controtendenza. Tuttavia, alcuni segnali muovono in direzione diversa. Espressi, però da chi ha un lavoro. Ne indichiamo due, fra gli altri. Il primo: le aspettative nel futuro. Cresce, infatti, la quota di lavoratori che scommettono su una situazione personale migliore, “nei prossimi 2-3 anni”. Oggi è circa il 30%. Tuttavia, quasi un lavoratore su due ritiene che la propria condizione non cambierà. E per il 18% potrebbe, perfino, peggiorare. L’altro segnale in controtendenza riguarda la soddisfazione del lavoro svolto. Molto elevata, per il 55% del campione intervistato da Demos-Coop. Ma, comunque, più che sufficiente, per un altro 27%. Solo il 18% degli italiani, in definitiva, si ritiene insoddisfatto del lavoro svolto. Tuttavia, il problema riguarda “gli altri”. La componente “esclusa” dal mercato del lavoro. A questo proposito è interessante il tratto generazionale che impronta l’insoddisfazione. Particolarmente marcata fra i “giovani-adulti”.

Giovani-adulti. Coloro che hanno fra 25 e 34 anni. Nati fra i primi anni 80 e 90. Le fasce “anziane” dei Millennials. Ancora “giovani” e non ancora “adulti”. In una società nella quale la giovinezza si prolunga sempre più, ma riflette dipendenza, rinvio dell’autonomia. I “giovani-adulti”: non riescono ad affrancarsi dalla famiglia (non conviene), né a mettersi davvero in proprio. Oggi, si sentono più precari di alcuni anni fa. Sicuri che, se mai riuscissero a raggiungere la pensione, questa non basterebbe per vivere. A loro, il lavoro appare un’esperienza meno soddisfacente rispetto agli altri. Anche perché, più degli altri, ne sono esclusi. Per questo, come gran parte della popolazione, ritengono che i giovani, per fare carriera, se ne debbano andare dall’Italia. E molti di essi se ne vanno davvero. Spesso non ritornano. La loro “insoddisfazione”, peraltro, si è espressa anche politicamente, quando hanno bocciato, in massa, il referendum costituzionale. I giovani-adulti: sono lo specchio di una società che invecchia senza accettarlo. Una società di finti-giovani.

SOLO L’8% SALVA IL JOBS ACT; SENZA VOUCHER PIÙ “NERO”

LE MISURE DEGLI ULTIMI DUE GOVERNI NON CONVINCONO I CITTADINI

Identità. Il lavoro costituisce un aspetto essenziale nella prospettiva delle persone. Per guadagnare e vivere, ma anche per la propria identità. Avere un lavoro o non averlo si riflette poi sulla famiglia e sul suo futuro. Ma il lavoro è anche un aspetto centrale per il sistema Paese. Per questo le politiche che riguardano il lavoro sono fondamentali per lo sviluppo. L’Osservatorio Demos-Coop ha rilevato gli orientamenti dei cittadini su alcune misure di intervento in tema di lavoro prodotte dagli ultimi governi. Il Jobs Act promosso da Renzi è il contenitore principale di una serie di azioni. Un cittadino su tre ritiene che è ancora troppo presto per vederne gli effetti (32%). Il 16% pensa che non abbia cambiato la situazione del mercato del lavoro. Il 32% valuta negativamente il Jobs Act; avrebbe avuto l’effetto di peggiorare il contesto lavorativo. È una minoranza (8%) a ritenere che tale riforma abbia portato dei miglioramenti.

Alternanza scuola-lavoro. Anche azioni più specifiche, come l’alternanza scuola-lavoro, non trovano un particolare consenso nell’opinione pubblica. Tale esperienza educativa, istituita dalla Buona Scuola, che prevede per gli studenti dell’ultimo triennio degli istituti superiori la possibilità di inserirsi in un ambiente lavorativo – per un periodo determinato e obbligatorio – è conosciuta anzitutto da quanti ne sono direttamente coinvolti: chi opera nelle strutture ospitanti, gli studenti e le loro famiglie. A ritenere che abbia migliorato lo scambio tra mondo della scuola e quello del lavoro è il 24% degli intervistati. L’ha peggiorato per il 28%. Due casi su dieci, circa, ritengono sia ancora troppo presto per esprimere giudizi. Anche il governo Gentiloni è intervenuto su questioni legate al lavoro e al centro del dibattito pubblico. Due sono le azioni considerate nel sondaggio: l’abolizione dei voucher e l’istituzione del reddito di inclusione.

Voucher. Il primo intervento doveva essere oggetto di un referendum, promosso dalla Cgil, il 28 Maggio, ma è stato per ora cancellato. Due italiani su tre (65%) pensano che l’abolizione dei voucher finirà per incrementare il lavoro nero. Mentre le misure di protezione sociale previste dal reddito di inclusione, per disoccupati e famiglie in povertà, appare sconosciuto a quasi metà dei cittadini. L’altra metà si divide in parti quasi uguali tra valutazioni positive (28%) e negative (25%). Guardando al futuro, l’84% degli italiani ritiene che i giovani avranno pensioni con cui sarà difficile vivere. In definitiva, la ricerca, condotta alla vigilia delle celebrazioni del 1° Maggio, mette in evidenza un sentimento composito, che intreccia preoccupazione, attendismo e (voglia di) speranza rispetto ad un’occupazione che stenta a ripartire. Le politiche di questi anni, al momento, nella percezione dei cittadini, non sembrano avere avuto effetti di particolare rilievo. Forse anche per questo il ripristino dell’art. 18, con il suo significato di tutela del lavoro, appare largamente condiviso tra i cittadini.

IL PERICOLO DELLA VERITÀ VIGILATA

gennaio 11, 2017

L’ESASPERAZIONE DELLA PAURA E LA PRETESA DI VERITÀ POSSONO PORTARE A INTOLLERANZA E OSCURANTISMO, MA LA DEMOCRAZIA NON TOLLERA IL CONTROLLO DELLE OPINIONI

di Nadia Urbinati, La repubblica, 2-1-2017, pp. 1 e 23

Esasperazione della paura. La politica dell’odio e la politica della verità sono due problemi, all’apparenza opposti ma in effetti speculari, che affaticano la vita civile delle società democratiche, avvelenando le relazioni pubbliche e, quel che è peggio, ostacolando la nostra capacità di comprendere, spiegare e correggere. Contro queste pulsioni assolute, sulle quali si è in parte soffermato il presidente della Repubblica, nessuna visione ragionata della politica sembra essere dotata di sufficiente forza di raffreddamento. L’odio per il diverso, per i diversi (non importa quanto e in che modo, se per ragioni religiose o di scelte sessuali o, perfino, per appartenenze politiche) è l’emozione che più deturpa in questo tempo segnato da una reazione massiccia contro le visioni ampie e gli ideali inclusivi. Un’emozione che crea solchi e innalza muri e che, soprattutto, vuole avvalersi dell’arma della ragione per essere giustificata, e non semplicemente sentita. Vilfredo Pareto sosteneva che gli esseri umani provano un sentimento di piacere nel dare alle loro azioni delle cause logiche che non hanno. È quel che sta succedendo in un un continente ridiventato vecchio all’improvviso, dove si assiste in molti, troppi, paesi alla rinascita addirittura delle filosofie della razza e all’interpretazione dei confini come muri che servono a proteggere i “comuni valori cristiani“, come se tutti fossero davvero cristiani allo stesso modo, come se le differenze interne ai singoli paesi e alle regioni d’Europa siano di colpo sparite o dimenticate. Unità nel nome dell’interesse nazionale ed europeo (una nuova palestra del nazionalismo) riaffermata come un argomento che giustifica l’esclusione (e l’espulsione). La paura del terrorismo, la paura di perdere o non trovare lavoro, la paura di vedere trasformate le nostre tradizioni: queste emozioni, tutt’altro che spontanee e innocenti, trovano una sponda impensabile in argomenti all’apparenza razionali, come quello che ci vuole far credere che i sentiment della repulsione e dell’intolleranza siano non solo giusti ma addirittura saggi.

Esasperazione della verità. Dall’altra parte si fa strada, in apparente opposizione, l’idea che la distinzione tra verità e falsità sia tanto chiara e autoevidente da poter invocare la legge per mettere ordine, per discriminare tra le opinioni vere e quelle post-vere (o false), quasi ignorando che le opinioni non possono mai essere giudicate secondo la logica epistemica. Insidiosa non meno della politica dell’esasperazione della paura, la politica dell’esasperazione della verità non può che preoccupare, anch’essa è una forma di razionalizzazione di un’emozione che rabbuia la mente, quella dell’ignoto, del non sapere, per esempio, come governare l’informazione e la comunicazione nell’età della rivoluzione informatica. Non si dovrebbe dimenticare che se l’invenzione della stampa nel Cinquecento ha aperto le porte al liberalismo politico e alla democrazia, ha anche suggerito l’invenzione di nuove strategie di repressione, come il rogo dei libri (oltre che dei loro autori), l’ostruzione violenta delle opinioni o, in tempi a noi più vicini, la creazione via propaganda del consenso unanime per rendere il dissenso un assurdo castigabile.

Oscurantismo. In nome della verità, anche la più vera, si possono creare mostri oscurantisti. Scriveva Alexis de Tocqueville, che la libertà di stampa è una di quelle libertà che non viene senza costi, perché per rendere conto del lavoro del potere essa si insinua nel privato esponendo la vita privata delle persone all’occhio del pubblico. E tuttavia, nonostante le possibili non-verità che questa libertà può generare, si è abbondantemente dimostrato difficilissimo assoggettarla, in quanto l’autorità finirebbe per essere censoria in una maniera intollerabile. L’accusa contro l’abuso di Internet, uno strumento orizzontale di comunicazione che consente a ciascuno di noi di commentare e fare opinione fuori dei tracciati deontologici del giornalismo professionale, non può non impensierire. Certo, la democrazia vuole pubblicità e trasparenza, non menzogna. Tuttavia crediamo davvero che essa possa sopportare autorità che vigilino sulla verità (o la post-verità) quando si tratta di opinioni, non di verità scientifiche? La politica della verità vigilata è preoccupante.

Virtù pubbliche. Non ci sono ricette sicure e certe per queste forme mai invecchiate di insicurezza e di intolleranza, sfide che mettono alla prova non tanto i cittadini (che di potere non ne hanno molto fuori dell’urna) ma in primo luogo chi accetta di essere investito del compito della rappresentanza politica e chi opera nella settore dell’informazione. Non è fuori luogo il richiamo alla responsabilità da parte di coloro che esercitano la politica e contribuiscono a creare l’opinione. La democrazia non sopporta né le politiche dell’odio né quelle della verità, ma neppure le azioni repressive che dovrebbero scongiurarle. Ha bisogno, in questi casi in modo particolare, di cittadini, di politici e di giornalisti capaci di virtù pubblica, di far affidamento al senso del limite e dell’autolimitazione. Non è stata ancora escogitata una forma migliore per governare le emozioni senza pretendere di estirparle, una medicina che ucciderebbe il malato nell’illusione di guarirlo.

EDUCARE ALLA COSCIENZA COSTITUZIONALE

dicembre 31, 2016

DOPO IL REFERENDUM, PER RICUCIRE LE LACERAZIONI, RIPARTIRE DAI GIOVANI

di Franco Monaco, deputato pd, Avvenire, mercoledì 28 dicembre 2016

Lato positivo. Con il referendum alla spalle, sine ira ac studio, si può convenire che la impropria politicizzazione della contesa ha concorso a esasperarne e ad alterarne il senso. Ciononostante, in uno spirito di pacificazione nazionale, merita rimarcare il lato positivo di un confronto che, al netto di tali forzature, ha concorso a fare della nostra Costituzione un oggetto di conoscenza e di discussione. Io ho sostenuto le ragioni del No. Ma dissento dall’idea, coltivata da qualche comitato del No, di sopravvivere all’appuntamento referendario, di immaginare una propria proiezione politica. Sarebbe un errore e una contraddizione. Proprio il No ben motivato si ispirava a una idea della Costituzione come patto di convivenza, come la Regola comune nel quadro della quale possano e debbano convivere tutte le parti e tutti gli indirizzi politici. Di qui il dissenso di metodo, prima che di merito, su una grande riforma espressione di una contingente maggioranza di governo.

Coscienza costituzionale. Intendiamoci: la massima che mi ha guidato e che ho cercato di argomentare era condensata nello slogan nonbastaunNo. Mi spiego: quale che fosse il giudizio di merito sulla riforma, quale che fosse l’esito del referendum su di essa, su politici, uomini di cultura, educatori incombe ora il compito di coltivare e promuovere la «coscienza costituzionale». Essa, notava con finezza il vecchio Giuseppe Dossetti, è concetto ancor più pregnante e impegnativo di quello più noto proposto da Jurgen Habermas di «patriottismo costituzionale». Trattasi dell’appropriazione personale e collettiva del senso/valore della Legge fondamentale (così amano definirla i tedeschi) intesa come patrimonio di princìpi e di regole che presiedono alla vita dentro la «casa comune» che è la Repubblica.

Giovani. Dunque, dopo il tempo dei politici e dei costituzionalisti, è il tempo degli uomini di cultura e delle agenzie educative. Ha fatto bene Luciano Corradini (‘Avvenire’ di venerdì 16 dicembre 2016) a ricordare che una dimenticata legge dello Stato impegna la scuola a promuovere «conoscenze e competenze» relative a cittadinanza e Costituzione. Dalle rilevazioni risulta che, tra i giovani, il No ha registrato una larga maggioranza. È verosimile che le ragioni siano soprattutto attinenti al loro disagio, a una condizione di precarietà e di incertezza circa il loro futuro, assai più che al merito della riforma. Resta il fatto che, specie nei loro confronti, si richieda di svolgere un’azione di lunga lena per instillare quella coscienza costituzionale della quale si diceva. Mi sovviene l’accorato appello ai giovani che proprio Dossetti levò nel 1994: «Vorrei dire ai giovani: non abbiate prevenzioni rispetto alla Costituzione del 1948 solo perché opera di una generazione ormai trascorsa (…). Non lasciatevi influenzare da seduttori fin troppo interessati non a cambiare la Costituzione, ma a rifiutare ogni regola (…) e non lasciatevi influenzare da un rumore confuso di fondo che accompagna l’attuale dialogo nazionale. Perché semmai è proprio nei momenti di confusione e di transizione indistinta che le Costituzioni adempiono alla loro più vera funzione: cioè quella di essere per tutti punto di riferimento e chiarimento. Cercate quindi di conoscerla, di comprenderne in profondità i princìpi fondanti e quindi di farvela amica e compagna di strada». Parole da meditare con l’intento di ricucire le lacerazioni di ieri e di porre le basi per rinsaldare il patto di convivenza che ci tiene insieme oggi e domani.

LETTERA AL CORRIERE DELLA SERA DI VALERIO ONIDA

dicembre 20, 2016

Caro Direttore,

all’indomani del referendum, mentre i partiti si mobilitano in vista di elezioni più o meno prossime o si leccano le ferite, chi da cittadino ha partecipato al dibattito avversando, per ragioni di merito e di metodo, la riforma proposta al voto, ha, credo, il diritto e il dovere di invocare un “cambio di passo”.

In primo luogo, si può prendere atto con soddisfazione – dopo due referendum dall’esito analogo (2006 e 2016), e questa volta con una partecipazione molto elevata – che si chiude la lunga stagione dei tentativi di dar vita ad una “grande riforma” della Costituzione, avanzati da varie parti sul presupposto (sbagliato) che la carta del 1948 fosse “vecchia” e perciò superata dai tempi, improntata a troppi poteri di veto e a pochi poteri di decisione, foriera di instabilità politica.

La Costituzione è e resta segno di unità, sulla cui salda base può e deve svilupparsi la dialettica democratica per affrontare i veri problemi del paese. Non è tempo di costituenti, che richiederebbero peraltro un clima di concordia oggi ben lontano dal manifestarsi: il che naturalmente non significa che specifiche e puntuali modifiche della Carta non possano essere perseguite, sulla base di un largo consenso.

E’ tempo di politica, da costruire con pazienza e con coraggio, in un mondo che pone sfide epocali: dalle ineguaglianze crescenti all’interno della società, ai grandi movimenti migratori, alle minacce del fanatismo terrorista, alle crescenti difficoltà di governare un’economia sempre più tecnologica e condizionata da attori inafferrabili e irresponsabili come i “mercati finanziari”.

Gli strumenti fondamentali a disposizione dei cittadini per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” sono i partiti (art. 49 della Costituzione). Ma se questi si riducono a gruppi di potere o a comitati elettorali al servizio di questo o di quel candidato a cariche pubbliche, il sistema non può funzionare bene. Oggi è forse questo il punto più dolente del nostro sistema.

Sul “mercato” elettorale il consenso viene perseguito per lo più cercando di raccogliere e assecondare umori, rabbie, desideri di rassicurazione che affiorano nella società, anziché cercare di costruire un consenso orientato da idee forti sui fini della politica.

In una intervista a “Pandora” Giuseppe de Rita ha rievocato una discussione degli anni Settanta fra Moro e Andreotti: il primo affermava che la politica dovesse “orientare i processi, accompagnarli verso un fine, dare loro un orientamento, una direzione”, dovesse cioè “guidare la società”. Il secondo rispondeva che “compito della politica non era quello di orientare la società ma solo di rassomigliarle, perché solo rassomigliandole si prendono i voti”. Oggi questa seconda visione sembra prevalere. Ma non è intorno ad essa che si possono motivare le giovani generazioni, per superare il diffuso sentimento di distacco se non di disprezzo per la politica.

E’ un paradosso che nel recente dibattito referendario, in cui pure tanto spazio hanno trovato dalla parte del no le posizioni “populiste”, venissero da parte dei massimi artefici della riforma sollecitazioni della stessa matrice, evidenti già nel titolo volutamente allusivo attribuito alla legge costituzionale, a votarla “contro la casta”, in nome del “taglio delle poltrone” o dei “costi della politica”, o del fastidio per le procedure deliberative. Il rifiuto della riforma ha espresso anche un no a questi atteggiamenti, come a una concezione “muscolare” del confronto politico, all’idea che la competizione politica sia esclusivamente scontro, in cui l’importante è che “uno vinca”, anche se non rappresenta la maggioranza del paese.

In nome della Costituzione, segno di unità, può svilupparsi invece la ricerca paziente, dal basso, di una politica meno arrogante, meno sicura di sé, più “umile”, anche più orientata alla ricerca dell’incontro al di là dello scontro, della convergenza possibile al di là della contrapposizione; più capace, anche per questo, di parlare il linguaggio della verità, magari scomoda, dell’unità e della solidarietà. Una politica che guardi avanti e in alto, pur mantenendo i piedi bene per terra e individuando i passi che si possono fare ogni giorno. Di una politica così ha bisogno l’Italia, e ha bisogno l’Europa, la cui unità, come intuita e perseguita dai fondatori, non cessa di rappresentare un obiettivo da costruire, senza cedimenti alle risorgenti tentazioni nazionaliste o particolaristiche.

Chi sa che le tante iniziative giovanili e di base, che in questa campagna referendaria hanno trovato espressione e luogo per svilupparsi e sono state utili strumenti di informazione e di riflessione, non possano costituire l’humus capace di alimentare nuovi modi di costruire politica. Questa sarebbe la strada vera per uscire dalla “palude” in cui si dice che siamo invischiati.

Valerio Onida

6-12-2016

I PARTITI DELLA COSTITUZIONE E I POPULISMI

dicembre 20, 2016

LA RETORICA DIVISIVA E L’USO PLEBISCITARIO DEL REFERENDUM SONO STATI UN ERRORE MA LO È ANCHE APPROPRIARSI DELLA CARTA PER UNA NUOVA SIGLA POLITICA

di Andrea Pertici e Nadia Urbinati, La repubblica 16 dic.2016, pag.47

Costituzione forte. Il risultato del referendum del 4 dicembre ci restituisce una Costituzione forte. Forte sin dalla nascita perché frutto di un lavoro comune dei partiti rappresentati alla Costituente, che la elaborarono insieme nella Commissione dei Settantacinque e l’approvarono a larghissima maggioranza in Assemblea, con l’88% dei voti favorevoli. Tutti, al di là delle posizioni politiche, spesso molto distanti, si riconobbero sempre in quel testo. Dal referendum del 4 dicembre la Costituzione esce addirittura rafforzata, perché gli italiani hanno chiaramente detto (con 19.420.730 “No”), di non volere “riforme grandi” che modifichino radicalmente gli equilibri tra i poteri e, implicitamente, le stesse forme di attuazione e tutela dei principi fondamentali e dei diritti inviolabili. Naturalmente, questo non impedisce le mirate modifiche e gli interventi di manutenzione che siano ritenuti necessari da un’ampia maggioranza parlamentare.

Contenere il potere. Una Costituzione forte, anche per la sua stabilità, è in sostanza — per dirla con la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America (ex parte Milligan, 1866) — «una legge per il tempo di guerra e per il tempo di pace», in grado di fronteggiare cioè qualunque situazione (anche straordinaria) e di contenere il potere, chiunque lo detenga in quel determinato momento. Stupisce, quindi, che modifiche radicali o ribaltamenti della Costituzione, volti a indebolirla, alterando l’equilibrio tra Governo e Parlamento e introducendo disposizioni complesse e talvolta oscure (rimesse fatalmente all’interpretazione della maggioranza di turno), siano (stati) sostenuti come argini nei confronti del “populismo”. Al di là delle approssimazioni sull’utilizzo di questo termine, infatti, proprio il “rischio” di un governo populista dovrebbe spingere a salvaguardare una Costituzione forte nella limitazione del potere della maggioranza. Che poi è il senso stesso della Costituzione.

Retorica populista. Invece — e paradossalmente — abbiamo assistito, durante la lunga campagna referendaria, ad allarmi contro il rischio di populismo da parte di un governo che ha adottato nei fatti e in più occasioni atteggiamenti populisti, sostenendo la riforma con argomenti propri della retorica dell’anti-politica, come quello di “meno politici” o di “meno poltrone”. Al di là di tutte le valutazioni che si potranno fare, possiamo dire che quello del 4 dicembre è stato un voto in effetti contro il populismo — quello più insopportabile quello del governo, come ha ben chiarito Ezio Mauro all’indomani del voto su questo giornale. Certamente, la retorica divisiva e l’uso plebiscitario del referendum costituzionale hanno fagocitato altri populismi. E possono ora favorire un fenomeno che deve destare preoccupazione: quello di pensare che la difesa della Costituzione sia essa stessa un partito, che il “no” a quella revisione contenga un messaggio che vada oltre l’obiettivo specifico, raggiunto il 4 dicembre. Lo scarsissimo spazio che i media hanno inteso dare durante la campagna referendaria alle posizioni politiche — e costituzionali — più ragionate e ragionevoli ha una sua responsabilità nell’aver istigato questo uso populista della battaglia per il “No”. Una responsabilità che si assomma a quella di chi, a fronte di una richiesta di rottura rispetto a modalità decisionali verticistiche e chiuse rispetto ai cittadini, non si preoccupa, oggi, di elaborare risposte convincenti, ma continui ad arroccarsi nei palazzi, offrendo risposte sbagliate o insoddisfacenti. Tutto questo giustifica la preoccupazione circa il permanere di una pratica e di un linguaggio populisti, il persistere di populismi opposti, di una lotta politica che è giocata con le armi plebiscitarie. Sì, abbiamo una Costituzione capace di limitare il potere di chiunque sarà in maggioranza e anche le loro tendenze populiste, ma è irresponsabile sottovalutare l’erosione delle aggregazioni partitiche a tutto vantaggio dei vertici plebiscitari che questa lunga campagna ha consolidato.

No al partito della Costituzione. Riemerge così il significato portante della Costituzione come testo condiviso da tutti e a tutti capace di “opporsi” in particolare quando siano al potere. Con il referendum questo significato è stato confermato, e anzi riconquistato (per la seconda volta a distanza di dieci anni). Si tratta di un significato da custodire (senza che questo comporti la rinuncia a interventi puntuali e di manutenzione costituzionale) da parte di tutti, e anche contro ogni altro tentativo di farne un programma di lotta politica, quasi che ci possa essere un “partito della Costituzione”. La Costituzione non poteva diventare il testo di una parte che affermava la “sua” riforma così come non può essere rivendicata come “propria” dalla parte che a quella stessa riforma si è opposta. Chi si è espresso contro la riforma costituzionale per avere una Costituzione forte e capace di unire non può farne infatti un documento fondante per una parte o — peggio — per un partito. I partiti — potremmo dire riprendendo Costantino Mortati — sono “parti totali” mentre la Costituzione è “il totale” nel cui ambito si svolge il confronto tra i diversi partiti politici della Repubblica.

Andrea Pertici è docente di diritto costituzionale all’Università di Pisa. Nadia Urbinati è docente di teoria politica alla Columbia University

IL POPULISMO DEL POTERE

dicembre 20, 2016

RENZI HA TENTATO DI DISEGNARSI UN DOPPIO PROFILO DI LOTTA E DI GOVERNO, USANDO LE ARMI DELL’ANTIPOLITICA. MA HA RIVELATO GRAVI CARENZE TRASCURANDO STORIA, CULTURA E UNITÀ DEL SUO PARTITO

di Ezio Mauro, La Repubblica 6 dic. 2016, pp.1 e 51

La semplificazione assoluta della politica è stata inventata da Renzi come il post-linguaggio, dopo la fine delle ideologie, delle appartenenze, delle distinzioni di campo tra destra e sinistra. Arrivata alla sua forma estrema nella logica propria del referendum — la riduzione del discorso politico alla scelta basica tra un Sì e un No, senza sfumature — quella semplificazione si è imbizzarrita, disarcionando il suo cavaliere e gettandolo a terra sconfitto, senza rimedio. Tutti gli elementi della grande semplificazione si erano riuniti in questo scontro referendario, e molti li aveva materializzati proprio il presidente del Consiglio, incautamente. Una riforma della Costituzione è cosa complessa, che va spiegata con pazienza nella sua logica e nella tecnica. Qui ha preso l’aspetto di un mezzo colpo d’accetta contro la “casta”, con riduzione dei senatori, dei loro stipendi, della loro potestà legislativa, senza la costruzione di un paesaggio culturale, storico e istituzionale che trasmettesse la sensazione di una modernizzazione governata del sistema, di una riforma rispettosa della cornice costituzionale, nella quale inserire un principio di innovazione coerente.

Inedito populismo del potere. Renzi ha scommesso sulla voglia di cambiamento degli italiani, estenuati dall’inefficienza della macchina politica, dall’inefficacia di quella amministrativa e dall’improduttività di quella istituzionale. Ha scelto due bersagli grossi e facili, l’alto numero dei parlamentari e la rigidità del bicameralismo troppo perfetto. Ha pensato di proporsi come l’unico attore del rinnovamento, denunciando come conservatori o parrucconi tutti coloro che avanzavano riserve e obiezioni, o difendevano la Costituzione. Chiuso in questo recinto artificiale perfetto, ha poi esposto la collezione degli avversari rivendicandola, orgoglioso del loro numero e incurante della somma finale, nella convinzione di avere il popolo con sé. Attacco alla casta, antiparlamentarismo, mozione degli istinti antipolitici: sono tutti elementi di un inedito populismo del potere che Renzi ha provato a impersonare nel tentativo — o nella tentazione — di disegnarsi un doppio profilo di lotta e di governo, usando le armi dell’antipolitica per combatterla. Come se il premier dicesse al sistema che doveva torcersi per salvarsi, e l’atto stesso del cambiamento diventava più importante della sua qualità. Come se fosse semplice parlare contemporaneamente la lingua del governo e quella dell’opposizione. Come se fosse possibile una dose omeopatica di antipolitica nel governo di una democrazia occidentale moderna.

Autoritarismo. Tutto questo ha prodotto una semplificazione simmetrica nelle opposizioni, ma ben più radicale ed estrema, perché libera nei linguaggi, nelle responsabilità, nelle contraddizioni. In questa raffigurazione del No, la riforma è diventata addirittura una prova di colpo di Stato, di gesto tirannico, di autoritarismo, mentre era evidente semmai la mancanza di autorità del governo, non altro. La mostrificazione di Renzi lo ha trasformato in una sorta di nemico del popolo e della democrazia, figlio naturale di Berlusconi, mentre è chiaro che il premier ha tutti gli altri difetti del mondo, ma nessuna delle quattro anomalie che distinguevano il Cavaliere dai leader moderati d’Occidente: il conflitto d’interessi, la legislazione ad personam, lo strapotere economico che gli ha consentito di comperare parlamentari a grappoli, lo strapotere proprietario del mercato televisivo del consenso.

Coalizzare l’incoalizzabile. A questo punto è scattata l’ordalia mortale, e il referendum si è trasformato in un plebiscito a favore o contro Renzi. E qui c’è il peccato capitale del presidente del Consiglio: non aver creduto nella politica, ma solo nel rapporto di forza. Non aver capito che l’ordalia compiva il miracolo di coalizzare l’incoalizzabile. Non aver compreso che solo dando un’anima politica al corpo scomposto della riforma si sarebbero selezionati i consensi e i dissensi su un asse riconoscibile e trasparente, evitando una sommatoria indistinta. Un discorso autenticamente riformista, progressista, sulla necessità di riformare la Carta rispettandone forma e sostanza probabilmente avrebbe perso per strada Verdini ma avrebbe guadagnato coerenza, selezionando anche nel campo del No.

Qui c’è forse il limite maggiore di Renzi. Pensare che la politica sia di volta in volta forza, istinto, tecnica e coraggio — ciò che certamente è —, ma non cultura. Il referendum è il risultato finale di questa visione. Quasi che Renzi avesse rinunciato al tentativo più ambizioso e necessario, l’egemonia culturale. Ma senza una base culturale la politica non vive di vita propria, bensì di rappresentazione. Mima la realtà e non l’impersona. Trasforma se stessa in performance, che si consuma mentre si compie, senza lasciare traccia dopo lo spettacolo, quando si accendono le luci. Coinvolge il cittadino, ma nel ruolo di spettatore seduto in platea, e non di soggetto che pretende rappresentanza. Consente e autorizza un immiserimento della contro-politica, che abbassa il livello del discorso fino agli stilemi della “schiforma”, sostenuta dai “poteri marci”.

Questa debolezza culturale e politica si lega con la rinuncia di Renzi a impersonare e usare il Pd, accontentandosi di comandarlo. Bisognava spendere tempo e impegno — la “grande fatica della democrazia” — per far diventare la riforma una conquista ragionevole di tutto il Pd, capace a quel punto di sostenerla a testa alta nel Parlamento e nel Paese, come aveva fatto con la candidatura di Mattarella al Quirinale. La riforma avrebbe trovato così una base materiale, un’anima culturale e un’identità politica, diventando espressione matura e condivisa di una sinistra di governo, non di un singolo contro tutti. Naturalmente questo avrebbe dato un “colore” alla riforma, il colore del riformismo. Ma avrebbe anche dato un destino di leadership compiuta a Renzi e di responsabilità coerente alla sinistra interna, che oggi compie invece il gesto contronatura di chi applaude la caduta del proprio governo: ancora una volta, e senza sapere se e quando ce ne sarà mai un altro.

Dannazione fratricida. Alla fine, dunque, Renzi cade su un problema di identità, inseguendo il tutto e rinunciando a impersonare la parte che gli si è affidata. È una mentalità eternamente minoritaria (titanica e minoritaria insieme), che abbiamo già visto in altri leader incapaci di rivestirsi della maestà di una storia comune, accontentandosi di controllarla. Pesa in questo la dannazione fratricida della sinistra, la sua vocazione cannibale con la delegittimazione permanente del leader da parte della minoranza interna. Ma pesa anche la convinzione che i partiti siano strumenti del Novecento, senza tradizioni e radici, quindi impersonabili a piacere dal leader del momento, come vestiti che si cambiano quando cambia la stagione. In questo disancoramento dalla storia e dalla cultura la politica vive di fiammate estemporanee, nascono gli innamoramenti per un leader subitanei ma senza radici, cresce all’improvviso il disamore, quando si gonfia l’onda delle promesse mancate, del risentimento sociale, della solitudine dei non rappresentati, della crisi più forte di ogni sovranità democratica.

Al fondo c’è il grande errore della post-politica, la convinzione che destra e sinistra siano categorie superate che non servono più per leggere il mondo e per rappresentarlo. Come se Trump e i populismi di casa nostra non fossero destra reale — anzi, realizzata — nei linguaggi, nei disegni, nei programmi, nella cultura. Nell’età del trumpismo, di Salvini e di Grillo ci sarebbe bisogno di una sinistra di governo moderna, occidentale, europea, finalmente risolta invece di inseguire l’indistinto, che è un campo vasto, ma non ha un’anima. E la politica, come un buon diavolo, fa commercio di anime: senza le quali, come dimostra il referendum, va a fondo.

QUANTO CONTA LA VOCE DEI CITTADINI

dicembre 17, 2016

DOPO L’ESITO INASPETTATO DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE, QUELLI SINDACALI POTREBBERO OFFRIRE NUOVE OCCASIONI AL PROTAGONISMO DEI CITTADINI, CONTRO IL POPULISMO

di Stefano Rodotà. La repubblica 8 dic. 2016 p.34

Forzatura. Un terremoto ha colpito domenica il sistema politico italiano. Ne ha sbriciolato il vertice, come dimostrano le immediate e inevitabili dimissioni del Presidente del Consiglio, e la conseguente crisi di governo. Ha bloccato il tentativo di impadronirsi della dimensione costituzionale facendola diventare affare di parte. Non ha certificato la sconfitta di una persona, ma il fallimento di un progetto politico. Questo progetto manifestava una forzatura evidente, e pericolosa, perché negava sostanzialmente la dimensione costituzionale come terreno comune di confronto, non riducibile alle esigenze della mera attualità politica. La risposta popolare, affidata a un No che ha assunto dimensioni inattese, impone ora di considerare il modo in cui si intrecciano democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Una nuova legge elettorale, di conseguenza, non dovrebbe soltanto assicurare la governabilità sulla quale tanto si insiste, ma garantire anche quella rappresentatività che la Corte costituzionale, nel giudicare illegittimo il Porcellum, ha individuato come necessario principio di riferimento.

Referendum sindacali. Intanto, dal mondo sindacale, con particolare convinzione, arrivano indicazioni importanti, affidate a scelte impegnative e, in più di un caso, innovative. È stata imboccata con determinazione la strada dell’intervento diretto dei cittadini. La Cgil ha raccolto più di tre milioni di firme su temi di particolare rilievo, che già occupano un posto importante nella discussione pubblica. Si tratta della cancellazione di norme del cosiddetto Jobs Act – quelle riguardanti i voucher, divenuti sempre più strumento del precariato; la disciplina delle forme di reintegro nei casi di licenziamenti illegittimi, dopo l’abrogazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori; e le norme sulla responsabilità solidale nei contratti di appalto. L’anno prossimo ci porterà dunque una stagione in cui la voce dei cittadini si farà sentire con particolare intensità.

Questa novità deve essere seriamente considerata perché conferisce una ulteriore, forte legittimazione all’istituto del referendum, divenuto ormai sempre più centrale nell’intero processo istituzionale. Una dinamica, questa, che esige certamente una continua riflessione critica, ma che tuttavia non può poi tradursi in una diffidenza che spinga a non dare il giusto rilievo a quelli che sono sempre più spesso rilevanti dati di realtà. E non può divenire l’occasione o il pretesto per non misurarsi fino in fondo con le trasformazioni che già il nostro sistema ha conosciuto proprio per effetto del moltiplicarsi delle occasioni in cui la decisione finale contempla un diretto protagonismo dei cittadini. Il fatto che il più grande sindacato italiano abbia deciso di affidarsi al referendum per dar seguito concreto a sue iniziative assai impegnative rappresenta una innovazione significativa per il processo istituzionale nel suo complesso. La stessa eventuale sottolineatura di possibili rischi o effetti negativi è parte di una corretta analisi realistica, che tuttavia non può giustificare disinteresse o addirittura rifiuto di una novità così rilevante.

Strategie nuove. Si deve piuttosto considerare il fatto che la prossima stagione politica sarà accompagnata da strategie nuove dei diversi soggetti sociali e, quindi, dalla messa a punto di forme politiche coerenti con questi cambiamenti. Il sindacato si sta muovendo con modalità che inducono a ritenere che intende riprendere quel ruolo in largo senso istituzionale che gli era stato lungamente congeniale e che si era venuto indebolendo, o addirittura perdendo, in una stagione che ha visto la dichiarata ostilità del governo verso i corpi intermedi fino a escludere la legittimità stessa della loro consultazione. Si sta operando una continua e progressiva modifica delle condizioni che rendono possibile le stesse forme dell’azione collettiva e le loro modalità. Una eventuale disattenzione sindacale per questi mutamenti avrebbe come effetto una perdita di peso e di evidenza del sindacato stesso.

Più presenza sindacale. Diventa in questo modo chiaro che non si può perseguire una artificiosa separazione tra l’insieme del sistema e le sue diverse componenti, isolando e privilegiando solo, o quasi esclusivamente, quelle in cui si esprime direttamente la funzione di governo. La presenza sindacale, in particolare, contribuisce a riportare l’attenzione sul merito delle questioni e a liberare almeno in parte la fondamentale materia costituzionale dall’impronta personalistica che ne ha finora marcato persino eccessivamente la discussione. Nessuna politica sociale può assumere consistenza in un contesto in cui unico, o comunque principale, riferimento rimanga il solo governo.