Archive for the ‘temi etico-culturali’ Category

COME CAPIRE IL POPULISMO PER BATTERLO

maggio 30, 2018

INUTILE LITANIA DI CONTUMELIE SENZA LA COSTRUZIONE DI UN’ALTERNATIVA POPOLARE SUPERANDO LE DIVISIONI DEL PASSATO
di Nadia Urbinati, la Repubblica 14 maggio 2018

ALTERNATIVA POPOLARE. Nell’intervista rilasciata a Repubblica, Maurizio Martina afferma: «Di fronte alla nascita del governo più a destra della storia recente, è giusto dirsi che non basteranno gli anatemi: dobbiamo costruire un’alternativa popolare alla saldatura tra Lega e M5S superando le divisioni del passato, allargando ad energie nuove, ribadendo il nostro ruolo da protagonisti nel campo progressista». Sono ottime e opportune parole. Martina propone di rompere questa dannosa e inutile litania di contumelie contro il populismo, una parola così ambigua da essere piegata alle convenienze di chi la usa, giustificando la faciloneria e l’indolenza mentale. La Spd, che versa in una crisi non celabile anche se meno dirompente di quella degli altri partiti fratelli, ha avviato un programma di studi sui nuovi movimenti che vanno sotto il nome di populismo. I socialdemocratici tedeschi sono un partito, e questa loro identità la si vede ed è apprezzata proprio nei casi di crisi, ovvero quando si tratta di trovare risorse, umane e culturali, per riaprire le finestre sul mondo.

ANTI CASTA. Nella sua storia, che è parte della storia della democrazia, il populismo ha dimostrato che in alcuni casi, ovvero dove ci sono istituzioni democratiche (come negli Stati Uniti di fine Ottocento), la sua protesta può riuscire a scuotere l’ordine socio-politico, a rimescolare le carte e riportare in alto quelli che sono stati spinti in basso. Vi è nell’anti-establishment populista una coniugazione radicale di un principio che è democratico. Infatti la dialettica opposizione/maggioranza sulla quale vivono le democrazie presume il discorso contro l’establishment, usato dai partiti di opposizione quando aspirano a conquistare la maggioranza. Quel che la democrazia rappresentativa non presume, è ritenere, come molti populisti radicali fanno, che l’establishment corrisponda a una classe definita ancora prima della competizione, che sia cioé una “casta” ex ante e immobile.

FONDAMENTI. Ecco perché ogni ricerca che voglia capire questo tempo di movimenti populisti deve ritornare alle categorie fondamentali della democrazia: all’eguaglianza, che è di opportunità e di dignità; alla libertà, che non è goduta dagli identici ma da tutti coloro che vivono sotto un ordinamento giuridico, siano essi connazionali o non. Tra i fondamenti, vi sono anche quelle istituzioni di limitazione del potere, l’autonomia della magistratura, per esempio, o degli apparati dello Stato e della banca centrale. Dal 1945 in Italia tutto questo prende il nome di democrazia costituzionale. Tornare ai fondamenti quindi, ma avendo cura di portare lo sguardo oltre le procedure e le istituzioni, poiché la democrazia fa promesse di auto-governo, di dignità sociale, di eguaglianza e di miglioramento economico. Queste promesse, anche se mai completamente realizzate, devono farci comprendere appieno che un partito democratico o di sinistra non può concentrare la sua azione ai diritti civili; esso non è un partito liberale. A Martina come a tutti coloro che dentro e fuori il Pd sentono la responsabilità della loro sconfitta per reagire ad essa, dovremmo suggerire di abbracciare in toto l’Articolo 3 della nostra Costituzione, ricchissimo di implicazioni e complesso. Già questo sarebbe un buon indizio di determinazione alla rinascita.

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UNA FELICE DISCONTINUITÀ

marzo 13, 2018

DIAGNOSI E PROSPETTIVE DOPO LE ELEZIONI DEL 4 MARZO: LAVORARE ANZITUTTO SULL’EUROPA. DOVERE DI COLLABORARE ANCHE PER LA SINISTRA SCONFITTA

di Raniero La Valle fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2018/03/una-felice-discontinuita.html

2 Italie. Il voto del 4 marzo, raffigurato nella cartina colorata trasmessa quella sera in TV, ha mostrato due Italie: l’Italia del Nord, identificata dalla maggioranza di centrodestra a trazione leghista, e l’Italia del Sud, identificata dalla maggioranza 5 stelle, ben radicata e rappresentata anche nel Nord. Diciamo subito che noi amiamo tutte e due le Italie, come un’Italia sola; che questo è un amore fatto di stima e ricco di speranza, e che nell’analisi di ciò che l’Italia ha fatto il 4 marzo cercheremo di dare ragione di questo illeso amore e di questa robusta speranza. L’elettorato ha espresso un voto che ha sorpreso, da nessuno sondato e immaginato così. È stato un voto che in molti ha suscitato dolore, sgomento, in qualcuno addirittura indignazione e paura. Per rispetto di questi sentimenti occorre escludere qualsiasi trionfalismo e guardarsi da ogni giudizio saccente, manicheo, bianco o nero, tutto bene o tutto male. Però si possono cogliere alcune positività non indifferenti di questo voto.
1) partecipazione. Prima di tutto è venuto meno il demone di un crescente astensionismo. Gli italiani non hanno licenziato con disprezzo la politica. Qui i poteri opprimenti non hanno ancora vinto. La democrazia continua, la Costituzione è salva. I giovani hanno votato. Anzi sono stati decisivi. Con entusiasmo lo hanno fatto quelli che, per l’età, votavano la prima volta. Incoscienti, certo, perché non sanno il passato, ma nuovi, ansiosi di futuro.
2) discontinuità. In secondo luogo le elezioni del 4 marzo hanno introdotto nella vita politica italiana una netta discontinuità. Naturalmente non sempre la discontinuità è positiva, perché il dopo può essere peggiore del prima. Tutti i conservatori la pensano così. Però senza discontinuità il nuovo non accade e la storia è finita. La discontinuità è la soglia attraverso cui può fare irruzione l’inedito, l’insperato, può scoccare il tempo propizio, può giungere l’occasione che va colta, può passare quello che gli antichi chiamavano il kairόs, con le ali ai piedi, da afferrare prima che scompaia. È la cesura che interrompe quello che Walter Benjamin nella sua filosofia della storia chiamava il tempo “omogeneo e vuoto”; e la politica italiana aveva bisogno di questa discontinuità, perché il suo tempo stancamente ripetitivo non solo era vuoto, non solo era sordo a qualsiasi parola nuova, come per esempio quella della critica di sistema di papa Francesco, ma di discesa in discesa stava arrivando a un punto di caduta, rischiosissimo, e la gente stava male. Ora dunque si tratta di prendere in mano la discontinuità, non subirla, e volgerla al meglio.
3) fuori Berlusconi e Renzi. In terzo luogo l’elettorato ha sbrigato alcune pratiche che la politica professionale stentava a chiudere. Una è stata quella della interminabile uscita di scena di Berlusconi: mentre il sistema mediatico lo dava per risorto e futuro deus ex machina della nuova legislatura, l’elettorato ha chiuso la partita. La stessa cosa ha fatto con Renzi, ponendo fine alla sua azione di impossessamento e di progressiva decostruzione di un partito così importante per la democrazia italiana come il Partito Democratico. Naturalmente ci sono i sussulti della fine che rendono drammatica questa transizione, ma l’esito sembra segnato.
4) basta secessione. In quarto luogo c’è un cessato pericolo che il voto del 4 marzo certifica e sancisce. Non c’è più il fantasma della secessione della Padania. È vero che la Lega è passata dal 4 al 17 per cento, (restando pur sempre una minoranza contenuta) ma questo è il prezzo del fatto che essa da partito locale e secessionista del Nord è passato ad essere partito nazionale e unitario anche al Sud, e se proprio non può fare a meno di giuramenti, è meglio che giuri sulla Costituzione e sul Vangelo piuttosto che sul Dio Po e sulle sue ampolle. Siamo sempre al livello pagano del sacramento del potere, ma almeno siamo più tranquilli riguardo alla nazione.
5) basta fascismo. C’è infine un dato molto confortante: non esiste quella ondata di riflusso al fascismo che era stata avvistata e temuta. Casa Pound ha ottenuto un risultato minimo, e la bandiera alzata su tutti gli spalti della lotta agli immigrati non si può accreditare sommariamente al razzismo e alla xenofobia. Essa è ascrivibile piuttosto alla sindrome dell’egoismo, “noi per primi”, “Prima gli italiani”, “mors tua vita mea”, che è poi la logica della politica intesa come difesa dei propri interessi e non del bene comune, della politica identificata col bipolarismo amico-nemico, ed è poi l’etica egemone del capitalismo come competizione, concorrenza, meritocrazia, scarti ed esuberi. L’egoismo non è razzismo, perché è negazione dell’altro, senza badare alla sua pelle, il razzismo semmai ne è un corollario nella situazione data; la destra stessa non si può dire xenofoba, perché non ha affatto paura degli stranieri (e anzi li sfrutta), semplicemente è contro di loro, non li vuole a tavola, non li vuole a traversare il mare, perciò è antixenita, più che xenofoba. La vera questione è che il fascismo va combattuto a monte, prima ancora che diventi tale.
Due vincitori, due sconfitti. Quanto al merito dei risultati elettorali, ci sono due vincitori e due sconfitti. Come da tutti è stato riconosciuto, I due vincitori sono il Movimento Cinque Stelle e la Lega di Salvini, con un’importante differenza però: il Movimento 5 stelle ha vinto nel Paese, la Lega ha vinto all’interno della coalizione di centro-destra, perciò non possono vantare gli stessi diritti. I due sconfitti sono il Partito Democratico e la sinistra di Liberi e Uguali. C’è ora il problema del Parlamento che deve dare la fiducia a un governo. Non essendoci una maggioranza assoluta, i partiti presenti in Parlamento hanno non la facoltà, ma il dovere di concorrere a formare una tale maggioranza. Perciò Moro, che veniva dall’anticomunismo (inteso allora come lotta al peggiore estremismo) persuase il suo gruppo parlamentare alla Camera di unire i suoi voti con quelli del partito comunista e lo fece con una straordinaria onestà, cultura e senso dello Stato, e con la forza di una dedizione morale che egli sapeva potesse giungere fino a costargli la vita. Ora, per costruire una maggioranza che permetta un governo Cinque Stelle, i giochi sono aperti, e questo è del tutto legittimo. Ma non sono consentite bugie e attentati suicidi.
Quanto alle bugie, è falso che l’elettorato abbia collocato il Partito Democratico all’opposizione. Gli elettori votano sempre con l’intenzione che i loro rappresentanti abbiano parte nella direzione del Paese. Se il Partito Democratico decide a priori di stare all’opposizione, non per adempierne il mandato ma in realtà per vendicarsi del corpo elettorale, lo fa per volontà sua, rovesciando la sua stessa tradizione, e anche le tradizioni da cui proviene che si potrebbero far risalire addirittura fino al 1919. È falso poi che l’Italia sia tutta divisa tra due estremismi, con la sola eccezione della piccola isola rimasta moderata del PD. Imputare la propria sconfitta a un elettorato fattosi d’improvviso insensato ed estremista, ha lo stesso fondamento dell’invettiva di Saragat che imputava al “destino cinico e baro” la sconfitta del PSDI.
Suicidi. È però un attentato alla Repubblica dire: “poiché ci sono due estremismi, che facciano loro il governo, se ne sono capaci”. Infatti è il tentativo, per il proprio supposto tornaconto futuro, di indurre a un’alleanza e a un governo degli opposti estremismi, che è precisamente ciò che dall’inizio della Repubblica tutti i politici e gli statisti hanno strenuamente cercato di impedire. È infine un suicidio ritirarsi sull’Aventino, con il proprio gruppo di parlamentari fedeli. Ma è un suicidio come quello di Andreas Lubitz, il pilota tedesco dell’Airbus che il 26 marzo 2015 si schiantò volontariamente contro una montagna delle Alpi francesi, con la deliberata volontà di distruggere l’aereo insieme con le 149 persone che erano a bordo.
La sinistra non può vincere. Ma al di là delle conseguenze più prossime, il vero monito e il vero know how o insegnamento che viene da queste elezioni, è legato alla sconfitta della sinistra. La sconfitta di Liberi e Uguali è più significativa nel lungo periodo di quella del PD. Quella del PD infatti non ha una lettura univoca, essendo stata soprattutto una sconfitta della sua leadership. Ma quella di Liberi e Uguali è proprio una sconfitta della sinistra: veniva da una speranza delusa, ma pur sempre promettente come quella del Brancaccio; godeva del lascito di conoscenze proveniente da sinistre già sperimentate; aveva un gruppo promotore e dirigente di leaders di prestigio e di antica militanza, oltre che di giovani e di donne portatori di freschezza e novità, aveva una proposta politica dirimente come quella della creazione di nuovo lavoro, di “lavoro vero e buono”: eppure ha fallito. E se questa sconfitta si mette insieme alla costante che da un po’ di tempo si è stabilita in Europa della sconfitta di tutte le sue sinistre, dalla socialdemocrazia tedesca al Labour inglese ai socialisti francesi, agli spagnoli ecc. si vede che qui c’è un problema nuovo: la sinistra non vince perché non può vincere, non può vincere più.
Globalizzazione da modificare. E a quanto pare nemmeno in America o in India. Gli analisti pronti all’uso dicono che la sinistra perde perché non ha saputo adeguarsi alla nuova realtà della globalizzazione. È verissimo, ma non ha saputo farlo perché la globalizzazione non è una nuova condizione di natura, come pretende il pensiero unico, ma è il frutto di una scelta economica e politica, che ha vinto e ha chiuso il gioco, gettando la sinistra fuori dal campo. Si tratta cioè di un ordinamento artificiale, fatto da mano d’uomo, che semplicemente non prevede alternative al regime unico del neoliberismo e della finanza globale. I regimi costituzionali, come quello italiano, escludevano per legge il fascismo ma ammettevano che si potesse lottare politicamente per una scelta liberale o socialista, e pertanto le sinistre erano legittimate e potevano perfino vincere. Il regime vigente esclude per legge il socialismo e perfino il new deal; ovvero esclude politiche pubbliche o “aiuti di Stato” che intervengano nel mercato privatistico, e ne correggano gli esiti anche perversi. Queste leggi, spesso implicite, della globalizzazione, in Europa hanno trovato la loro traduzione in diritto positivo nei Trattati dell’Unione Europea, che è poi il mercato unico europeo. Qui, se la sovranità viene attribuita alla Mano invisibile del Mercato, è chiaro che si tratta di una sovranità assoluta, perché ciò che è invisibile non si può controllare o correggere, e tutte le cose che sono scritte in secoli di dottrine sociali o di dichiarazioni universali di diritti o di Costituzioni democratiche (i fini sociali dell’economia, la rimozione degli ostacoli allo sviluppo delle persone, i diritti universali, la tutela della vita e della dignità degli esseri umani) non si possono fare perché dal nuovo diritto europeo e globale sono considerate “infrazioni”. Perciò chi dice qualunquisticamente che non c’è più né destra né sinistra, dice il vero ma a metà, perché la destra c’è ed è l’unica ammessa. Sicché se la sinistra continua a pensare che il problema principale è come salvare se stessa e durare, e non quello di cambiare le cose, non può che essere anch’essa di destra.
Lavorare sull’Europa. La conclusione, che ci porta oltre il 4 marzo, è che sarebbe reazionario e regressivo postulare uscite grintose dalla globalizzazione, dall’Europa o dall’euro. Il compito dell’ora è però quello di rimettere in discussione le forme e le leggi della globalizzazione (in gran parte prodotte dalle stesse “sinistre”), e in concreto cercare di mettere in piedi una grande alleanza di opinioni e di forze democratiche europee per una revisione dei Trattati europei, per ridare legittimità al pluralismo delle politiche economiche e sociali e al ruolo della sfera pubblica nell’orientamento e nel sollevamento dell’economia reale: che vuol dire persone, famiglie, destini.

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER L’EUROPA: CARL SCHMITT

febbraio 7, 2018

FORTI PREOCCUPAZIONI PER LE TROPPE SOMIGLIANZE TRA L’ATTUALE SITUAZIONE E GLI EVENTI CHE PORTARONO AL NAZISMO

di Roberto Esposito la Repubblica 1-2-2018

Legalità e legittimità. La traduzione del saggio di Carl Schmitt su Legalità e legittimità, curata e introdotta magistralmente da Carlo Galli per il Mulino, presenta più di un motivo di interesse. Pubblicato nel 1932, subito dopo le ultime elezioni tedesche, prelude al collasso della Repubblica di Weimar e alla vittoria nazista. Se non si può dire che prepari la svolta totalitaria — pure accettata di buon grado dall’autore l’anno successivo — coglie tutti gli elementi della crisi che avrebbe portato al crollo della democrazia in Germania. Il tramonto dello Stato legislativo apre un varco nell’ordinamento che spezza l’equilibrio costituzionale tra legalità e legittimità, norma e decisione, diritto e politica.

Democrazia plebiscitaria. Schmitt, almeno in linea di principio, non contrappone i due termini. Anzi tenta di articolarli, collocando il potere costituente nella volontà del popolo tedesco. In questo modo resta all’interno del quadro democratico, ma lo spinge all’estremo limite arrivando a richiedere un Custode della Costituzione capace di incarnare la volontà popolare. Ciò che in sostanza Schmitt propone è una democrazia plebiscitaria che modifichi in senso autoritario il regime di Weimar. Il secondo motivo di interesse è l’attitudine camaleontica dell’autore a “ripulire” a ritroso la propria storia, ampiamente compromessa col nazismo. Nella postfazione, scritta nel 1958, Schmitt individua in Legalità e legittimità il «tentativo disperato di salvare» la Costituzione di Weimar dall’attacco concentrico delle forze antisistema di destra e sinistra.

Potere non bilanciato. Ora è vero che Schmitt non fuoriesce formalmente dalla cornice costituzionale. Ma schierandosi per un rafforzamento senza bilanciamento dei poteri del presidente, apre la strada allo strappo del 1933, quando si passa dalla possibile dittatura commissaria di Hindemburg alla reale dittatura sovrana di Hitler: la legge sul conferimento dei pieni poteri e l’abrogazione dei partiti sono l’esito controfattuale del tragico tentativo di stabilizzare la Repubblica, lacerandone il tessuto istituzionale. Eppure l’interesse del saggio di Schmitt non è circoscrivibile a una vicenda storica fortunatamente chiusa. Nonostante la distanza che ci separa, sono troppi gli echi che risuonano in queste pagine. A cos’altro richiamano la crisi di legalità e il deficit di legittimità, l’impotenza del Parlamento e il conflitto dei partiti, le forzature della costituzione e il rischio di ingovernabilità, se non alle ferite delle nostre democrazie?

 

DIBATTITO ELETTORALE E VALORI DELLA COSTITUZIONE

gennaio 30, 2018

APPELLO AD ELETTORI E CANDIDATI

NON PROMESSE DEMAGOGICHE MA CONCRETI PROGETTI PER AFFRONTARE I GRANDI PROBLEMI E COLMARE IL DEFICIT DI IMPRENDITORIALITÀ PUBBLICA: ALCUNI ESEMPI

Contributo del Comitato Difesa e attuazione della Costituzione Merate

Può dirci ancora qualcosa la Costituzione italiana in questo convulso momento elettorale, a 70 anni dalla sua promulgazione? È noto che negli ultimi decenni la Carta ha subito forti attacchi, sorretti da ragioni talvolta pretestuose, come il “mito” della governabilità, le “esigenze” della globalizzazione, dell’economia, ecc. Tuttavia i valori che hanno animato i Padri costituenti nei momenti costruttivi del primo dopoguerra, facendone una delle costituzioni più moderne e innovative del mondo, dovrebbero anche costituire un faro per guidarci nella difficile scelta elettorale. Possiamo prendere in considerazione alcuni punti su cui si svolge il dibattito pre-elettorale e confrontarli con quanto afferma la Costituzione.

GUERRA. Se vuoi la pace prepara la guerra”: questo ben noto detto degli antichi romani, pur essendo contestabile già a quei tempi (perché presuppone erroneamente un mondo di soli “homines hominibus lupi”), ai nostri giorni, con la minaccia nucleare, è diventata una vera e propria pazzia (mad = mutua distruzione assicurata). L’unica cosa ragionevole è: “se vuoi la pace prepara la pace”. Eppure il detto romano sembra penetrato profondamente nel senso comune e perfino nel “politicamente corretto”. Non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile più di una volta, nel corso dei 70 anni della Costituzione, violarne palesemente l’art. 11, il quale, come ben sappiamo, proclama che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Certo, le nostre missioni militari sono sempre state denominate “di pace”, le armi, si è sempre detto, venivano usate solo per difenderci e comunque, si aggiungeva, bisogna essere fedeli alle alleanze. Le prime due affermazioni apparivano però spesso e volentieri grossolanamente fallaci (basti pensare ai bombardamenti di obiettivi civili serbi durante la cosiddetta guerra del Kosovo o al miliardo e mezzo di euro ufficialmente speso per proteggere una missione umanitaria per la quale erano stati investiti tra il 2003 e il 2006, nell’Operazione “Antica Babilonia”, non più di 16 milioni). Quanto all’ultima giustificazione, dobbiamo rilevare che non è pertinente, in quanto la fedeltà alle alleanze non può certo legittimare la violazione della Costituzione. Aggiungiamo, in attesa di conoscerne con certezza scopi e modalità, che neppure l’invio recentemente autorizzato dalle camere già sciolte di 500 militari italiani in Niger sotto comando francese appare molto convincente: si tratta infatti di un paese le cui ricchissime risorse minerarie vengono sistematicamente sfruttate da compagnie straniere (cinesi e soprattutto, guarda caso, francesi) lasciando la popolazione locale (che “gode” di un prodotto interno lordo pro capite di 408 dollari annui) nella più completa miseria.

MIGRAZIONI. Costituiscono uno dei pezzi forti della propaganda populista. Siamo minacciati, rischiamo di perdere la nostra identità di bianchi, occidentali, cristiani, non siamo più padroni in casa nostra, ecc.: dobbiamo difenderci con ogni mezzo. La vacuità di questa propaganda può essere smascherata se solo si pone attenzione a queste semplici verità:

– la povertà dei paesi impoveriti, specie africani, è dovuta anzitutto allo sfruttamento delle risorse naturali – minerarie, energetiche, agro-forestali, umane…- ad opera dei paesi ex colonizzatori (compreso il nostro). Questo sfruttamento permane fortissimo attualmente, accentuato dalla presenza in Africa, oltre che petrolio, metano, uranio… del coltan e di altre materie prime rare, indispensabili nell’elettronica moderna (pc, telefonini, ecc.);

– la struttura politica dei paesi africani è in genere ben lungi dall’essere democratica; prevalgono sistemi autoritari in combutta con i poteri economici stranieri, che sfruttano le risorse locali, senza vantaggi per la popolazione;

– la natalità è elevata, proprio il contrario che da noi, nei paesi ricchi;

– la guerra è molto diffusa, spesso per soddisfare le brame di potere di paesi occidentali (come nel caso della sciagurata guerra in Libia).

La fuga in occidente pertanto è spesso l’unica alternativa per evitare fame e guerre: si spiega così perché non si esiti ad affrontare rischi pesantissimi pur di arrivare in Europa. Quello che non si vuole capire è che, lungi dall’invasione, i migranti potrebbero essere una vera risorsa per i paesi europei: possono compensare con la forte natalità il nostro declino demografico, ma, soprattutto, potrebbero costituire l’occasione per rimediare alla fuga dai campi o per eseguire importanti opere pubbliche, ad es. mettere il territorio in sicurezza antisismica e idrogeologica. Bisogna che la politica lo voglia, il mercato non lo farà mai. Si deve diffidare da partiti e candidati che, troppo fiduciosi nel mercato, intendano rinunciare a porre quei vincoli e indicazioni per il mondo economico, che il titolo III della Costituzione affida alla legge e alla responsabilità del settore pubblico.

CAMBIAMENTO CLIMATICO. Puerile o criminale l’atteggiamento di coloro che, come Trump, si ostinano a negarlo per non cambiare i propri valori ed interessi? Il cambiamento del clima ad opera dell’uomo ai tempi della Costituzione non era forse neppure ipotizzabile, così come non era prevedibile la necessità di una modifica radicale nella tecnica e nell’economia per porre rimedio a quel cambiamento e alle altre aberrazioni che si sono verificate negli ultimi decenni (accentuazione degli squilibri, abbandono delle attività produttive per la finanza speculativa, conseguente allargamento della disoccupazione…). Se la Costituzione non parla di queste cose, dà però indicazioni generali che guidano ad affrontarle (uguaglianza, lavoro, diritti umani, solidarietà, giustizia, internazionalismo…: nel nostro sito cdcm.wordpress.com è disponibile un’ampia documentazione in proposito).

La lotta all’effetto serra viene di solito ritenuto compito dei governanti; i cittadini possono collaborare, oltre che con maggiore sobrietà nei consumi energetici, con alcune iniziative. C’è ad es. una forma poco nota per contenere il carbonio nell’aria: utilizzare la legna col processo di pirolisi, come quello derivante da bruciatori a fiamma invertita, e utilizzare la carbonella risultante come miglioratore permanente della fertilità del terreno (ne aumenta la capacità di ritenzione dell’acqua), oltre che accumulatore, pure permanente, di carbonio nel terreno anziché nell’atmosfera. È ovvio che, per raggiungere dimensioni significative, simili iniziative devono essere supportate dal potere pubblico.

I rifiuti costituiscono un altro campo rilevante di iniziativa pubblica, che rischia spesso di scadere in soluzioni tecnocratiche. L’interesse generale sarebbe quello di riciclare al massimo il materiale scartato, minimizzando la parte da eliminare nelle discariche o negli inceneritori. Interessi particolari o tecnocratici spesso frenano questo sforzo di selezione dei rifiuti, al fine di poter sostenere gli impianti di incenerimento (non per nulla chiamati “termovalorizzatori”). Questi ultimi però, nonostante i progressi tecnici nella filtrazione dei fumi inquinanti, non riescono a eliminare le nanoparticelle, polveri ultra sottili che, una volta respirate, possono passare direttamente dagli alveoli polmonari nel sangue, costituendo quindi un grave fattore di inquinamento ambientale. L’aumento crescente nel nostro paese di bambini affetti già alla nascita da cancro o altre malattie degenerative, viene dagli studiosi non di parte attribuito alle nanoparticelle. Queste, a loro volta derivano dalle combustioni, specie se ad alta temperatura, come quelle dei motori a scoppio e, soprattutto, dei termovalorizzatori. Sono quindi da limitare il più possibile.

SALUTE.  Al di là del progressivo deterioramento che tutti conosciamo dell’assistenza sanitaria pubblica (con liste di attesa spesso incompatibili con una seria tutela della salute e ticket che di fatto obbligano ormai la parte economicamente più svantaggiata della popolazione a una scelta drammatica tra curarsi, nutrirsi o permettere ai figli di studiare), rileviamo che in questo campo si potrebbe aprire un ampio spazio di attività pubblica qualora si volesse affrontare un tema assai poco demagogico, per non dire impopolare. Si tratta dell’eccesso alimentare indotto dal consumismo, che gli epidemiologhi hanno accertato essere tra le cause principali in un’ampia gamma di malattie (quelle dette, appunto, del benessere: cancro, infarto, diabete e molte altre). Pochi sanno che le stesse difese naturali dell’organismo risiedono anche, in misura non secondaria, nella flora batterica intestinale, che è ovviamente influenzata da che cosa e quanto mangiamo. Si tratta di conoscenze che dovrebbero essere comuni a ciascun cittadino, e che non sono adeguatamente divulgate, forse anche per non ledere importanti interessi economici, tanto in campo sanitario quanto in campo alimentare. In effetti l’adozione di più corretti stili di vita comporterebbe consistenti risparmi economici, sia per i singoli che per la collettività, in entrambi questi settori. In ogni caso il principio di solidarietà, sancito dalla Costituzione, dovrebbe farci ribellare anche contro l’attuale spreco alimentare, cioè cibo gettato senza essere consumato, stimato per il nostro paese dall’Università di Bologna in circa 16 miliardi di euro l’anno: uno scandalo, di fronte al miliardo di persone che nel mondo soffrono la fame.

PER CONCLUDERE. I presenti sono solo piccoli cenni ad alcuni problemi importanti ed attuali: dovrebbero però consentire agli elettori di comprendere se partiti e candidati sono interessati soltanto ad accarezzare la loro “pancia” per carpirne il voto o se invece vogliono approfondire i problemi su base razionale e scientifica; se operano in vista dell’interesse generale, oppure sotto la spinta di potenti interessi particolari; se esprimono forme nuove di imprenditorialità pubblica, o se ripetono cliché obsoleti. Oltre ad essere fonte di enormi vantaggi, una gestione pubblica intelligente potrebbe costituire l’embrione di quel “nuovo modello di sviluppo” di cui si è spesso parlato a vuoto e che forse finirà per imporsi anche se non lo si vuole. Un modello, per intenderci, basato sulla sobrietà. La nostra Costituzione può fornirci indicazioni e valori di fondo assolutamente validi e fecondi ancor oggi. Accettando i valori sopra ricordati di uguaglianza, diritti umani, internazionalismo, giustizia, solidarietà, il dibattito pre-elettorale sarebbe meno aspro e distruttivo: sarebbe più facile comprendere certe divergenze, in genere basate, oltre che sulle classiche posizioni destra-sinistra, anche sulla fiducia nella scienza, o sulla validità della moneta unica e della scelta europea. Anche se l’Europa, con l’ordoliberalismo tedesco, ha imposto scelte fortemente penalizzanti per il nostro paese, l’uscita dal processo di integrazione sarebbe un salto nel buio, assolutamente privo di senso in un mondo globalizzato. Scelte intelligenti da parte dei politici e degli elettori sarebbero invece la via migliore per farsi rispettare e contare di più in Europa.

LA COSTITUZIONE E LA SPERANZA

gennaio 26, 2018

MENTRE LA POLITICA ORGANIZZA LA PAURA LA COSTITUZIONE ORGANIZZA LA SPERANZA INDICANDO I VALORI DI UNA SOCIETÀ PIÙ UMANA

di Domenico Gallo

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-costituzione-della-repubblica-e-sempre-giovane/

Patrimonio di beni pubblici. La Costituzione della Repubblica italiana venne promulgata il 27 dicembre del 1947 con la firma di Enrico De Nicola (Capo provvisorio dello Stato), Umberto Terracini, Presidente dell’Assemblea costituente e Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri ed entrò in vigore il 1 gennaio 1948. Sono passati settant’anni. E’ un tempo storico sufficientemente lungo per fare un primo bilancio della vitalità della nostra Carta Costituzionale, chiederci se i suoi principi ed i suoi valori sono ancora indispensabili per il nostro futuro, se la sua architettura delle istituzioni è ancora valida, oppure se genera inefficienza o altri mali, come ci annunciano quasi quotidianamente da trent’anni i suoi detrattori. E’ tempo di chiederci se il patrimonio di beni pubblici che i padri costituenti hanno lasciato in eredità al popolo italiano è stato ben speso o sperperato e se questo patrimonio debba essere conservato e tramandato alla generazioni future. L’incontro che abbiamo tenuto oggi nella sala del Senato che il Presidente Grasso ci ha messo a disposizione si è posto proprio l’obiettivo di rispondere a questa domande.

C’è dentro la storia. E’ necessario fare una premessa. La Costituzione non è mera espressione di tecnica del diritto, essa si sviluppa lungo quella frontiera aspra, rocciosa, battuta da venti impetuosi, dove il diritto si incontra con la storia, dove la tecnica giuridica si innesta con le istanze metagiuridiche della filosofia e dell’etica. Come ebbe a spiegarci in modo magistrale uno dei padri della Costituzione, Piero Calamandrei, nel famoso discorso agli studenti di Milano del 26 gennaio 1955: In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane…” Ci sono gli echi del risorgimento, dei valori della Costituzione della Repubblica romana del 1849, gli echi delle voci di Mazzini, di Cavour, di Cattaneo, di Garibaldi, di Beccaria.

E il sangue. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani… Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte in questa Carta.” La Costituzione, pertanto, è la traduzione nell’ordinamento giuridico dell’annuncio portato dalla Resistenza di una nuova società umana, cioè di un tempo e di una storia nuova in cui fossero risparmiate per sempre alle generazioni future le sofferenze inenarrabili che avevano patito quelle precedenti attraverso le due guerre mondiali, l’olocausto e l’asfissia di una società priva di libertà. Con la Costituzione ci è stato consegnato il dono della libertà e con esso un patrimonio di beni pubblici repubblicani a suggello di un patto di amicizia che le generazioni passate hanno stretto con le generazioni future.

Guarda al futuro. Abbiamo molto discusso in questa sede dell’attualità dei principi e valori che la Costituzione ha insediato nell’ordinamento giuridico ed abbiamo discusso della crescente disapplicazione di questi principi e valori nell’ordinamento politico, rivendicando la validità del progetto di società iscritto nella Costituzione, ancora da realizzarsi. Siamo tutti coscienti che la Costituzione ha una dimensione precettiva, immediatamente applicabile e vincolante per tutti, che i giudici fanno applicare quando, per esempio, la Corte costituzionale cancella quella norma del pacchetto di sicurezza Maroni che vietava il matrimonio fra un cittadino italiano ed una persona di altra nazionalità priva del permesso di soggiorno, ed una dimensione programmatica che indica alla politica ed alle istituzioni un dover essere e guarda al futuro. Non a caso la professoressa Carlassare ci ha parlato del progetto di una società più umana ed ha definito la Costituzione come la Carta del nostro futuro.

Laicità. Voglio solo indicare un aspetto della Costituzione che ha parlato direttamente al futuro: il tema della laicità. Per comprendere appieno la natura e il significato del principio di laicità bisogna ricercarne la radice, essa deriva da quella concezione dei diritti dell’uomo che nel nostro ordinamento costituzionale ha dato origine al principio personalista. L’articolazione forse più importante del principio personalista è proprio la laicità. Come si è detto, esistono nella Costituzione dei valori supremi, ma il metro per giudicarli è la persona umana; il che significa che non ci possono essere esigenze, anche fondate su valori, su interessi, su dogmi religiosi o su calcoli di utilità che consentano di attentare al valore fondante costituito dai diritti inviolabili della persona. Da questa concezione dell’uomo come fondamento del diritto nasce la laicità, basata sul principio personalista e non soltanto sugli articoli 7 e 8, 19 e 20 della Costituzione, che regolano i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica e assicurano la libertà di religione e la libertà di coscienza.

Valore fondante della persona. La laicità si fonda sul riconoscimento che il valore uomo non è bilanciabile con altri valori, perché è un valore fondante. A differenza di altri ordinamenti, la Costituzione non consente di fare un bilanciamento fra l’esigenza di sicurezza di una collettività organizzata in comunità politica e il diritto alla vita di ciascun cittadino (infatti, la pena di morte è bandita). Ciò perché il diritto alla vita e alla dignità essenziale della persona è assolutamente inviolabile e non può essere superato dall’azione dei pubblici poteri. La persona è il valore fondamentale, rispetto al quale tutto il resto deve girare intorno, come i pianeti girano intorno al sole. In ciò consiste l’essenza della laicità.

Convivenza tra diversi. Questa concezione della laicità, che è stata articolata nel 1947, ci dà un criterio per affrontare le difficoltà che incontriamo oggi, nel 2017, nella politica, nella cultura e nel costume. In particolare il problema della convivenza nel nostro paese fra religioni, culture e costumi profondamente differenti dovuto ad un evento successivo e certamente non previsto dai costituenti: il mutamento della popolazione prodotto dall’immigrazione. La Costituzione ci offre il criterio fondamentale di convivenza fra diversi in una società che è divenuta necessariamente multiculturale. Questo criterio ci dice che prima di tutto vengono i diritti della persona, che non si può fare nessun bilanciamento fra i diritti inviolabili della persona e le esigenze delle culture, delle religioni, dell’etica. La laicità spoglia dell’onnipotenza la politica e la religione. Pertanto il principio supremo di laicità non è un relitto di passate guerre di religioni. Come tutti i principi supremi della Costituzione nasce dal passato ma guarda al futuro. Parla di noi, del nostro futuro. Ci fornisce gli strumenti e il criterio basilare per fondare la convivenza pacifica fra le diverse culture, fra le differenti popolazioni e le differenti religioni presenti nel nostro Paese per effetto dell’immigrazione; ci consente di garantire i diritti delle minoranze, di difendere i diritti dell’uomo e della donna, anche di fronte alle società e alle culture di appartenenza.

Dimensione programmatica. Questo discorso sulla laicità ci permette di meglio comprendere la dimensione al contempo precettiva e programmatica della Costituzione. La dimensione programmatica assegna una missione alla politica, la orienta verso un orizzonte comune nel quale sono istituite l’eguaglianza, la giustizia sociale, la pace, il rispetto della dignità umana, un orizzonte che unifica il popolo italiano e lo costituisce in comunità politica aperta al futuro. Oggi, come allora, abbiamo ancora e sempre più bisogno di far crescere l’eguaglianza, invece che la disuguaglianza, come avviene quando, pur aumentando il reddito, cresce la povertà; abbiamo bisogno che il lavoro e la dignità di ogni persona, sia posta a fondamento dell’ordinamento, non la precarietà del lavoro e della vita; abbiamo bisogno che sia salvaguardata la salubrità dell’ambiente, non lo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali; abbiamo bisogno di una scuola pubblica che formi il cittadino, non di un’agenzia asservita al mercato; abbiamo bisogno di sanità pubblica ed universale, non di servizi scadenti e per censo; abbiamo bisogno di istituzioni rappresentative dove possano entrare le domande, i bisogni e le aspirazioni dei cittadini, non di parlamentari che rappresentino solo i loro capi. La missione della politica nel progetto costituzionale è l’organizzazione della speranza. Quando invece, come accade nel nostro tempo la politica organizza la paura, anziché la speranza, dobbiamo chiederci: è sbagliata la Costituzione o è sbagliata la politica?

IL POPULISMO IN CERCA DI UN VOCABOLARIO

dicembre 14, 2017

TRATTI CANGIANTI CHE NE RENDONO DIFFICILE LA DEFINIZIONE ANCHE SE RIMANE LA SEMPLIFICAZIONE DEMAGOGICA

di Michele Ainis la Repubblica 12-12-2017, pag.39

Il populismo è fin troppo popolare. La parola – se non anche la cosa – rimbalza nei discorsi dei politici, tracima sui media e nel web, ci casca addosso. Già, ma che diavolo significa? Le parole, a usarle troppo spesso, subiscono una sorta d’azzeramento semantico, come dicono i linguisti: diventano suoni, non concetti. È successo alla parola «democrazia» (Sartori ne contò decine di definizioni). Sta succedendo al populismo, tanto che ormai viene squadernato come un calendario: populismi di destra o di sinistra, di lotta o di governo, nuovi o stagionati. Ecco, i vecchi populismi. Quelli, almeno, già li conosciamo: narodniki russi, People’s Party negli Usa, peronismo sudamericano. Ma è una conoscenza teorica, libresca, non avendoli mai sperimentati di persona. E d’altronde pure i libri mentono, talvolta. Così, Mény e Surel (Populismo e democrazia, 2000) scrivono che un elemento d’identità del populismo è l’avversione verso tutti i poteri neutri, dalla magistratura alle autorità di garanzia; ma allora dovremmo definire populista anche Togliatti, che in Assemblea costituente s’oppose strenuamente all’istituzione della Corte costituzionale.

Elementi del populismo. Sta di fatto che questo fenomeno, oggi come ieri, non si lascia inquadrare in precise gabbie concettuali. Ha tratti mutevoli, cangianti. Tuttavia qualcosa nel populismo si ripete, impermeabile alle stagioni della storia. In primo luogo un elemento nazionalista (oggi diremmo «sovranista»). Poi la critica all’establishment, alle classi dirigenti, sempre bollate come parassitarie e inette. Inoltre una concezione primitiva della democrazia, senza filtri, senza mediazioni, senza le lungaggini delle procedure parlamentari. E infine la presunzione di rappresentare il “vero” popolo: «I am your voice», proclamava Trump durante la sua campagna elettorale. Un popolo omogeneo, indistinto, compatto nell’avversione all’altro da sé, dunque in primo luogo nell’avversione agli altri popoli. Tutto l’opposto della concezione pluralistica della società, che è il presupposto delle democrazie.

Nuovi caratteri. Però in questo, almeno qui in Italia, c’è un deposito culturale, c’è un’idea organicistica della società che a suo tempo allevò il fascismo. A differenza del mondo anglosassone: loro dicono «people», al plurale, per designarsi come comunità di singoli individui; noi diciamo «popolo», al singolare, e in tale sostantivo i singoli annegano in una totalità indifferenziata, in un organismo omogeneo dove conta assai poco l’apporto di ciascuno. Probabilmente nessuno di questi elementi è sufficiente, di per sé, a catalogare come populista un determinato messaggio politico: devono ricorrere tutti insieme, è la loro somma che contraddistingue il populismo. E il nuovo populismo presenta almeno due caratteri innovativi rispetto alle esperienze precedenti. Anzitutto si è affermato anche un populismo di sinistra (che reclama protezionismo e servizi pubblici) accanto ai populismi di destra (che s’oppongono al multiculturalismo). In secondo luogo vi si coglie un elemento passatista, l’idea che le lancette dell’orologio possano girare al contrario, per sfuggire ai formidabili problemi della modernità. Sono però nuove le cause che spiegano il successo attuale delle parole d’ordine populiste. Possiamo indicarne almeno un paio.

Soluzioni semplici a problemi complessi. Primo: la globalizzazione, con le sue diseguaglianze. Nel 1820, in base al reddito pro capite, fra il Nord e il Sud del mondo c’era uno scarto di 3 a 1; invece nel 2011 lo Stato più ricco del pianeta, il Qatar, vantava un reddito pro capite 428 volte maggiore rispetto allo Stato più povero, lo Zimbabwe. Questa faglia sotterranea si riproduce tale e quale in ogni Stato, in ogni regione, in ogni città. E l’Italia non fa certo eccezione – anzi, esprime la società più diseguale di tutto l’Occidente, dopo il Regno Unito e gli Usa. Da qui la rabbia verso tutte le strutture sociali, dall’economia alle istituzioni. Secondo: l’accelerazione tecnologica, che spinge folle di lavoratori fuori dal mercato del lavoro, perché sostituiti dalle macchine o perché scavalcati da nuove abilità. Sicché reagiscono con un senso d’angoscia, che reclama scorciatoie, soluzioni semplici a problemi complessi. Ma la democrazia è una creatura complicata, e a sua volta la semplificazione può ben risolversi in una trappola autoritaria. Sta di fatto che la comunicazione politica viene dominata da messaggi rozzi, semplificati, e in conclusione demagogici; una categoria (la persuasione demagogica) messa a fuoco fin dai tempi di Aristotele. Anche se, più che Aristotele viene in mente Umberto Eco, con la sua Fenomenologia di Mike Bongiorno. Che «convince il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo». Sarà per questo che i nostri leader sono diventati populisti, senza sforzi, forse senza neppure averne l’intenzione. È un’inclinazione naturale, mettiamola così.

DIBATTITO SU RENZI A LA REPUBBLICA

luglio 21, 2017

L’ODIO PER RENZI E IL LUTTO DELLA SINISTRA

L’ETEROGENEITÀ INASSIMILABILE VISSUTA COME USURPAZIONE. MANCATA ELABORAZIONE DEL LUTTO

di Massimo Recalcati, La repubblica 17-7-2017, pag.23

Quale è il peccato commesso da Matteo Renzi per aver attirato su di sé un odio così intenso? È un odio pre-politico o politico quello che lo ha così duramente investito? È l’indice di un tramonto irreversibile della sua leadership? È fondato sulla valutazione obbiettiva dei contenuti della sua azione di governo e di segretario del Pd oppure risponde a logiche più arcaiche, più viscerali, più pulsionali? Prendiamo in considerazione in particolare l’odio della sinistra che è il vero nodo della questione. Una prima considerazione generale: fa parte del suo Dna e della sua storia, anche di quella più recente, scatenare l’odio nei confronti di coloro che, dichiarandosi militanti di sinistra, osano introdurre dei cambiamenti che rischiano di minare alla base la sua identità ideologica. L’accusa di essere un rinnegato o un traditore in questi casi scatta come la salivazione condizionata nel cane di Pavlov. La storia ci offre una miriade di esempi, antichi e più recenti. La dichiarazione di voto favorevole al Referendum del 4 dicembre è assimilabile, per chi sente di appartenere al mondo della sinistra, a un vero e proprio outing con tutti i fatali effetti di discriminazione che esso comporta. Un intellettuale lucido verso il quale provo solo stima come Tomaso Montanari esigeva eloquentemente che Pisapia facesse autocritica per aver votato Sì al fine di risultare credibile nel suo sforzo di rifondazione di un nuovo campo della sinistra.

Malattia della sinistra. Ma possibile che ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto politico di Renzi sia sbagliato? Che ogni sua opzione sia divenuta contraria al bene del Paese e a quella del suo stesso partito? Non è un po’ sospetto? Matteo Renzi viene identificato non come la cura, ma come la malattia della sinistra. Una infezione, un batterio, una anomalia genetica di fronte alla quale anche i dispositivi democratici che regolano la vita del Pd e che, di fatto, ratificano ogni volta la sua leadership sembrano inadeguati. La convinzione resta inscalfibile: nemmeno l’accoppiamento con un uomo chiaramente di sinistra come Martina, scelto da Renzi come suo vice, la sposta di un solo millimetro.

Usurpazione. Proviamo a riflettere brevemente sulle origini del sentimento dell’odio. L’odio investe l’altro in quanto eterogeneo e inassimilabile. Renzi per la “sinistra sinistra” è l’incarnazione maligna di una eterogeneità che resiste ad ogni assimilazione. Le sue origini culturali e antropologiche sono differenti da quelle del vecchio gruppo dirigente del Pci che è migrato nel Pd. Un’altra cultura, un’altra sensibilità, ma anche un’altra generazione. Il fatto che questo “eterogeneo inassimilabile” sia divenuto, attraverso il legittimo voto delle primarie, il segretario del maggiore partito della sinistra italiana non è stato vissuto come il segno di un arricchimento, di una contaminazione propulsiva, di un superamento degli steccati ideologici, ma come una vera e propria usurpazione. Per questo è insistente — se non drammaticamente compulsivo — l’invito alla discussione interna sulla linea del segretario; invito chiaramente sintomatico che denuncia, a mio giudizio, proprio quel fantasma di usurpazione relativo ad una eterogeneità giudicata, appunto, originariamente e ideologicamente illegittima. Non solo bisogna infinitamente discutere sulla linea del segretario — non solo oggi che il partito è in difficoltà, ma, occorre ricordarlo, sin da quando Renzi ha acquisito legittimamente il suo incarico — , ma si deve continuare a discutere sino a quando questa eterogeneità scandalosa sarà espulsa o ridotta a una posizione minoritaria…

La vera ragione di tutto questo odio è la difficoltà della vecchia sinistra di. Più schiettamente: Renzi è colpevole di avere messo la sinistra di fronte al suo cadavere. Anziché fare il lutto della sua identità ideologica essa preferisce — come spesso accade — imputare all’eterogeneo la colpa della sua morte (già avvenuta). È un fenomeno che ricorda il rito tribale di alcune popolazioni dell’Africa nera riportato da Franco Fornari nel suo celebre Psicoanalisi della guerra: di fronte alla morte insensata di un bambino, la tribù afflitta anziché incamminarsi verso la via dolorosa dell’elaborazione del lutto preferisce attribuirne la responsabilità alla popolazione confinante e ai malefici del suo sciamano dichiarandole guerra.

Renzi sciamano? L’odio che lo investe vorrebbe coprire la fine di una concezione del mondo che ha nutrito l’interpretazione della storia per tutto il Novecento: la lotta di classe, una concezione etica dello Stato, l’identificazione del liberalismo e dei sui principi come Male, la gerarchia immobile del partito, la prevalenza della Causa universale sulle relazioni di cura particolari, una differenziazione paranoide del mondo in forze del Bene e in forze del Male, l’inclinazione populista e incestuosa della cosiddetta democrazia diretta, la riduzione delle politiche sociali a un maternage assistenzialista, il sospetto verso le manifestazioni della singolarità in tutte le sue forme, un paternalismo insopportabile che cancella le nuove generazioni. La morte irreversibile di questo paradigma imporrebbe un lavoro del lutto estremamente impegnativo. Molto più facile allora imputare al carattere spurio, meticcio, eterogeneo, sciamanico di Matteo Renzi la crisi del Pd e della sinistra in generale che affrontare questo immane e, in realtà, inaggirabile compito.

ESCALATION DI RANCORI TUTTI NE HANNO COLPA. RAGIONARE O È FINITA

CLASSI SOCIALI POLVERIZZATE E VINCOLI ECONOMICI HANNO MESSO IN CRISI LA SINISTRA

di Roberto Esposito La repubblica 18-7-2017 pag.11

Rancore personale. Nel suo articolo di ieri Massimo Recalcati coglie un punto nevralgico del cerchio in cui si è chiusa, senza saperne uscire, la sinistra italiana. Forse si potrebbe aggiungere che il “giglio magico” di Renzi non è solo destinatario, ma anche soggetto di questa dinamica. Come dimenticare i “ciaone” di scherno che sono venuti dal suo gruppo rispetto ai nemici in difficoltà. E anche nei recenti scambi al veleno tra Renzi, D’Alema e Letta non si può dire che il “fuoco amico” sia venuto solo da una parte. Detto questo, l’analisi di Recalcati descrive un fenomeno che va assumendo carattere antropologico – lo sprofondare delle passioni politiche nel gorgo del risentimento. Si tratta del passaggio repentino dell’odio dal piano privato a quello pubblico. Il rancore personale non solo come contenuto, ma come forma della politica.

Liquidazione. Recalcati riconduce tale esplosione di passioni negative alla difficoltà della sinistra tradizionale a elaborare il lutto per la perdita della propria ideologia. Anziché guardare dentro di sé, essa proietta il male su colui che l’ha emarginata, mettendone a nudo limiti e ritardi. Certo, Renzi ha favorito con i suoi atteggiamenti questa tendenza. Essa è stata in buona parte cercata da chi ha posto la liquidazione del vecchio gruppo dirigente del Pd al primo posto della propria strategia. Una volta scatenato, l’odio politico entra in una sorta di circuito in cui non è più riconoscibile chi ha fatto la prima mossa. Ma alla fine non importa neanche tanto. Il problema è quello di ricondurre tale conflitto, pre-politico o post-politico, nei canali della dialettica politica. Senza immaginare di poterlo azzerare in una concordia di facciata ormai impossibile. E neanche necessariamente auspicabile.

La disaffezione degli elettori non nasce solo da una battaglia politica degenerata in rivalità personale. Nasce anche dalla scarsa visibilità di prospettive politiche differenti. Perché, al netto dei risentimenti personali, non sempre è chiaro quello che distingue le due, o tre, sinistre sul piano delle idee e dei programmi. E su di questi che è necessario spostare l’attenzione, se non si vuole ridurre l’analisi alla sfera della psicopatologia politica. Certo gli elementi soggettivi non vanno sottovalutati. Nella stagione dei partiti personali essi contano e come. Ma vanno situati in un quadro oggettivo che li spiega e li riduce.

Le difficoltà della sinistra sono riconducibili da un lato ai vincoli economici che i governi hanno sottoscritto riducendo drasticamente i propri margini di scelta; dall’altro alla polverizzazione di quelle che un tempo si chiamavano classi sociali, oggi frantumate in un pulviscolo di interessi individuali che stentano a costruire un fronte politico comune. L’intreccio di questi due fattori – che sta disgregando i corpi intermedi come partiti e sindacati – ha messo alle corde la democrazia rappresentativa, danneggiando soprattutto la sinistra. Mentre le destre e i movimenti populisti si muovono a loro agio in un regime postdemocratico, le sinistre sono sempre più in difficoltà. Non avendo più un fronte esterno – di classe – esse sono portate a ricostruirlo al proprio interno, dando luogo ai fenomeni patologici di cui sopra. Per sottrarsi a questa deriva – di cui l’odio personale è solo la manifestazione più visibile – le sinistre devono mettere in campo progetti chiari di intervento sulle cause reali della crisi. Per esempio scegliendo tra una politica di detassazione generalizzata e una politica di investimenti pubblici sostenuta da una tassazione mirata a ridurre davvero le disuguaglianze. Solo in questo modo i conflitti politici acquisteranno un senso comprensibile dagli elettori.

BUONE ALCUNE RIFORME MA LA NARRAZIONE ALLA LUNGA HA DELUSO

LA SPERANZA È STATA DISATTESA, I VECCHI METODI DELLA POLITICA SI SONO RIPRESENTATI

di Guido Crainz La repubblica 18-7-2017 pag.11

Dopo il 4 dicembre. Si possono condividere almeno in parte (o in gran parte) le critiche di Massimo Recalcati agli oppositori di Renzi ma forse la domanda di fondo non è «perché Renzi ha attirato su di sé un odio tanto intenso?» quanto «perché la sua stagione è sostanzialmente terminata?». Perché l'”odio” nei suoi confronti non è più ristretto a una sinistra ideologica, rancorosa e residuale ma si è esteso a larga parte di quella stessa società che pur aveva guardato con fiducia alla sua proposta? È una domanda ineludibile dopo il responso del 4 dicembre, che Renzi aveva irresponsabilmente trasformato in un referendum su se stesso. Da allora è impossibile negarlo: le speranze che la sua leadership aveva inizialmente alimentato si sono progressivamente trasformate in una diffusa ostilità sociale e culturale, prima ancora che politica. E non è difficile comprenderne le ragioni, o almeno alcune di esse. Nel suo irrompere sulla scena Renzi si era impegnato a «cambiare il Pd e a cambiare la politica» e su questa base aveva conquistato la stragrande maggioranza del partito e poi il 41% alle elezioni europee del 2014: risultato di grande rilievo, perché dopo molti anni il centrosinistra non perdeva più elettori ma ne conquistava di nuovi.

Ridava fiducia nella politica e nel riformismo in un Paese sempre più disorientato ed esasperato. Purtroppo quella speranza è stata disattesa, i vecchi metodi della politica si sono ripresentati e al tempo stesso – nel privilegiamento dell’azione di governo – il Pd è stato abbandonato a se stesso. Anche per questo dopo quattro anni di “rinnovamento” il suo gruppo dirigente è ancor più ristretto di prima e visibilmente logorato (anche senza considerare qui diaspore e scissioni, odi e rancori). E nelle differenti realtà il panorama non è diverso: questo confermano le recenti sconfitte alle elezioni amministrative, legate anche all’incapacità di proporre una classe dirigente all’altezza della situazione. Su questo era doveroso riflettere dopo la dura sconfitta del 4 dicembre, in un lavoro di lunga lena capace di coinvolgere l’idea stessa di politica.

Ottimismo disatteso. Cosa significa ad esempio far crescere nuove leve, su quali saperi deve incentrarsi la formazione dei quadri dirigenti di un partito riformatore (tema che pur è stato messo all’ordine del giorno)? Su quali etiche e su quali visioni di futuro? È un nodo centrale, e proprio perché – come ha scritto bene Recalcati – gran parte delle culture politiche del passato sono oggi inservibili o vanno profondamente ripensate. Si pensi al welfare, asse fondativo delle nostre democrazie, così come si è definito nell'”età dell’oro” dell’Occidente: come rimodellarlo, ampliandolo e non restringendolo, quando quella fase si è esaurita da decenni e in uno scenario segnato del lungo protrarsi della crisi internazionale del 2007-2008? In questo quadro la “narrazione” astrattamente ottimistica di Renzi ha cozzato con la realtà e con il diffuso sentire di un paese logorato e duramente provato. Lo ha ulteriormente inasprito. Altre questioni si sono poi aggiunte, e si pensi alla sproporzione fra le molte riforme messe in cantiere o approvate (alcune sicuramente positive, come quella sulla pubblica amministrazione) e le grandi difficoltà nel tradurle in pratica. È sufficiente evocare resistenze corporative e burocratiche o non vi è stata anche una “incompetenza riformatrice” cui porre rimedio? Domande come queste non possono essere eluse, a mio avviso, in un panorama politico in cui non sono visibili alternative realmente credibili, cantieri di riflessione stimolanti e convincenti. E in cui è in gioco la sopravvivenza stessa di una sinistra riformista.

SOLO CONTRO TUTTI MATTEO È VITTIMA DI UNO SCHEMA

LA CONTINUA SOLLECITAZIONE ALL’AMORE VERSO IL CAPO NON REGGE SENZA PROVE D’AMORE

di Tomaso Montanari La repubblica 18-7-2017 pag.11

Seduzione della folla. Non so se giovi mettere la politica sul lettino dell’analista, specie se l’analista non è estraneo al gioco politico. In ogni caso, se si cerca la ragione della diffusa insofferenza verso Matteo Renzi, la risposta è: Matteo Renzi. Lungo tutta la sua carriera politica, Renzi non ha lavorato a costruire una comunità, ma a drammatizzare il rapporto tra un capo e la folla. Non con la parola razionale, l’argomentazione, ma con la seduzione dello storytelling, cioè di un marketing capace di vendere al pubblico una scatola il cui unico contenuto era Renzi stesso. «Un rullo compressore lanciato su società e politica per spianare qualsiasi ostacolo», secondo un’efficace definizione di Stefano Rodotà.

Una ultrapersonalizzazione che sostituiva alle istituzioni e ai corpi intermedi la consorteria fiduciaria del capo, il famoso giglio magico. Un ritorno all’antico regime, al tanto vagheggiato Rinascimento: non al dittatore, e nemmeno all’amministratore delegato berlusconiano, ma al principe e alla corte. Qualcuno ricorderà la massima impresa mediatica del Renzi sindaco: la risibile ricerca della inesistente Battaglia di Anghiari di Leonardo in Palazzo Vecchio. La narrazione opponeva un giovane sindaco che parlava di «sogni», ai «professoroni della storia dell’arte», con la loro incapacità di «essere stupiti dal mistero». E quando Roberto Saviano puntò il dito contro il conflitto di interessi del ministro Boschi nell’affaire Banca Etruria, Renzi rispose teatralizzando l’amore e l’odio: «Siamo gli unici che vogliono bene all’Italia, contro il disfattismo e il nichilismo, contro chi sfoga la sua frustrazione nelle polemiche».

Era lo stesso schema poi adottato per il referendum, contro i costituzionalisti del No: il rapporto diretto con la gente e la demonizzazione dei portatori di senso critico. Ma la continua sollecitazione all’amore verso il capo non può reggere a lungo senza concrete prove d’amore. Se il rullo compressore non funziona, la fascinazione si trasforma presto in diffidenza, poi in ostilità. Renzi è passato molto velocemente dalla Provincia, al Comune a Palazzo Chigi. E quando lì è stato evidente che le promesse mancate, le insufficienze di governo, la mancanza di visione, l’incapacità di creare una squadra e di tenere in piedi una comunità minavano la credibilità dello storytelling, il rimedio è stato la scommessa del referendum. Lo schema più amato da Renzi: lui solo contro tutti, appellandosi alla folla. È finita come sappiamo: tutta la personalizzazione renziana ha cambiato segno in poche ore, dall’amore al suo contrario. L’apprendista stregone è stato travolto dalla forza evocata. E il mancato ritiro dalla politica, solennemente promesso, ha infine trasformato un dramma nell’eterna commedia italiana.

Riflessione di merito. Ora l’errore più grave sarebbe seguire lo stesso schema. E cioè pensare che, finito Renzi, la Sinistra italiana possa ricominciare dal 2014. Quando è evidente che il futuro non può essere il ritorno alla classe dirigente che, con la sua catena di errori e debolezze, ha aperto la strada all’avventurismo personale renziano. Per questo la mia richiesta a Giuliano Pisapia di discutere senza remore la sua scelta di votare sì al referendum non mira (come suggerisce Recalcati) a una nuova personalizzazione, stavolta in negativo: ma, anzi, vuole aprire una seria riflessione di merito. Quella riforma puntava sulla centralità dell’esecutivo a spese della rappresentanza, sulla figura del capo, su un restringimento degli spazi della critica: è ancora questa la direzione? È questa la via più adatta per combattere la diseguaglianza che sfigura il paese? Lasciamo i capi al loro destino, riprendiamo ad occuparci della comunità.

QUEL LIBRO CHE RIVELA LE CARENZE DEL SEGRETARIO

AVANTI” DENOTA SUPERFICIALITÀ, EGOTISMO, SCARSE STRATEGIE E ATTENZIONI AI POVERI

di Emanuele Felice La Repubblica 25-7-2017 pag. 27

Per capire Matteo Renzi e la sua parabola, e anche l’ostilità che lo circonda, basta prendere il suo libro. Colpisce la superficialità, nella forma e nei contenuti. Renzi ha voluto pubblicare un best seller adatto all’uomo della strada, una continuazione su carta dei suoi tweet e dei talk show? Eppure dichiara in apertura di averlo scritto proprio per raccontarsi «in modo meno superficiale, più profondo, riflettuto». Per offrire di sé un’immagine diversa da quella che appare dalla cronaca mediatica di tutti i giorni. Strano: le due immagini coincidono perfettamente. «Arrivo a Bruxelles sbadigliando come sempre: in genere le riunioni sono noiosissime», è solo una perla fra le tante. E poi abbondano gli aggettivi enfatici («straordinario », «storico», «poderoso»), mentre i temi anche più complessi si trovano abbozzati e liquidati con disinvolta approssimazione. Dobbiamo dedurne che Renzi è davvero così, come appare. E di certo il libro se l’è scritto da solo. Insomma in quanto a spessore intellettuale (e letterario) l’ex premier non è Churchill. Ma nemmeno Togliatti, Berlinguer, Amato, Prodi, o Veltroni. E in fondo nemmeno Craxi, titolo a parte (Avanti). Questo però non è, in sé, il problema maggiore. Il mondo è complesso e un leader non può avere tutte le risposte, tantomeno in anticipo. Certo deve studiare i dossier, e accettare di appassionarsi a riunioni «noiosissime», ma in linea di massima non c’è bisogno di un grande intellettuale per guidare le redini dello Stato.

Tre doti. A un leader si richiedono però tre doti: carisma, capacità di fare squadra e una chiara visione. Il punto è che a Renzi mancano, oggi, proprio queste tre caratteristiche. E il suo libro lo conferma drammaticamente. Forse il carisma era una volta il suo punto forte. Oggi però l’impressione è che Renzi stia antipatico, a prescindere, alla grande maggioranza degli italiani. Qualunque cosa faccia o dica, a torto o a ragione. E ben al di là dei confini della sinistra. Di questa antipatia a pelle una delle cause è certo il suo ego, ipertrofico sembrerebbe. Ora sappiamo che non è una costruzione dei media ostili: trasudano di egotismo anche le pagine di Avanti. Tanto che pure i tentativi di schermirsi si rivelano subito per quello che sono, goffe accentuazioni di falsa modestia.

Squadra. In quanto alla capacità di circondarsi delle persone giuste, e alla costruzione della classe dirigente, può darsi che Renzi sia un po’ migliorato negli ultimi tempi. Con l’esperienza si impara. Peccato che con Avanti siano tornati alla ribalta gli aspetti della sua leadership più divisivi (si veda l’assurda polemica con Enrico Letta). E peccato che proprio la sua scelta «di squadra» forse più azzeccata e importante — Gentiloni a Palazzo Chigi — per contrasto stia facendo risaltare quanto, invece, il governo precedente fosse incapace di includere e valorizzare, al punto da finire assediato in un fortino di fedelissimi. Sia chiaro, molte polemiche di cui Renzi è stato vittima erano strumentali o esagerate. Ma pure dal suo campo le note stonate non sono mancate, abbondavano anzi. Se poteva esserci un’occasione per fare almeno un po’ di autocritica, è stata persa. L’analisi di Massimo Recalcati coglie quindi solo un lato del problema. L’altro è dato dal carattere e dall’atteggiamento di Renzi. Si prenda, per un confronto, quanto ha scritto Tony Blair su questo giornale a proposito di Corbyn, e si veda la differenza.

Strategia. Ma forse le falle più serie si aprono nella visione strategica. Sono proprio le idee, specie quelle di politica economica e sociale. Le tre nuove parole d’ordine, «lavoro, casa, mamme», al di là del fatto che messe così in fila fanno un po’ sorridere, contengono alcuni spunti interessanti, benché citati molto frettolosamente: sull’innovazione per le imprese manifatturiere, le zone fiscali di vantaggio per il Mezzogiorno, le smart cities o la lotta al dissesto idrogeologico. Altri però sono alquanto opinabili: favorire le famiglie numerose, ad esempio, assieme alla retorica dell’«aiutiamoli a casa loro» delinea un’idea di futuro che è tipica della destra conservatrice. Per inciso, sull’aiutiamoli a casa loro sappia Renzi (e pure Salvini) che se i paesi poverissimi dell’Africa diventano un po’ meno poveri — come tutti auspichiamo — il risultato immediato sarà l’aumento dell’emigrazione verso la ricca Europa: con un’alta fertilità, molti useranno le poche risorse in più esattamente per cercare di emigrare, da una situazione che comunque rimane molto peggiore della nostra. Sono proprio le nozioni di base della storia economica mondiale. Se le studiassero, i nostri leader demagoghi o aspiranti tali.

Povertà. E vi sono carenze programmatiche ancora più gravi. Primo, Renzi praticamente ignora la questione sociale che si è spalancata in Italia negli ultimi dieci anni, e derubrica tutti i possibili rimedi alla voce assistenzialismo. Non parla di povertà, cosa ben strana per un leader di sinistra (persino in ciò si differenzia da Blair). Secondo, anche a volerlo prendere per un modernizzatore di centro a la Macron, l’ex premier sembra avere ormai gettato la spugna su un nodo tuttora cruciale per l’Italia, e su cui in passato aveva puntato molto (anche se male): la riforma delle istituzioni e dell’assetto amministrativo. Rimasto scottato, ha rinunciato alla parte più ambiziosa del suo progetto. Terzo, e come comprova anche la vicenda del fiscal compact, sull’Europa Renzi continua a muoversi nella logica intergovernativa che tanti danni ha recato, inevitabilmente, all’Unione. Non crede nell’Europa federale, il grande tema invece centrale per la politica liberale e progressista; al più si limita a richiami retorici ai valori comuni. Privo di questi tre elementi, il suo appare un programma raccogliticcio che pesca dalla sinistra alla destra secondo gli umori dell’elettorato, privo di quello slancio che ci si aspetterebbe dal leader di un grande partito riformista d’Europa (non più il maggiore, anche se non sembra essersene accorto). E forse l’assenza di questi riferimenti contribuisce a isolarlo ancora di più dalle forze vitali — sociali, imprenditoriali, culturali — che pure ci sono nel Paese, e con le quali avrebbe bisogno di ricostruire un legame.

IL GESTO PIÙ UTILE CHE RENZI PUÒ FARE

luglio 1, 2017

LA RINUNCIA A CANDIDARSI NE FAREBBE UN POLITICO CHE SA PENSARE ALL’INTERESSE GENERALE, QUANDO NECESSARIO

di STEFANO FOLLI La Repubblica 29 Giu. 2017 pag. 31

Errori commessi. Spiegare le disavventure della politica come effetto di congiure e complotti è sempre segno di grave debolezza. Un modo per rifiutare la realtà quando questa risulta spiacevole. S’intende, i complotti talvolta esistono, ma sono efficaci se rivolti verso obiettivi circoscritti: ad esempio annichilire un avversario o tagliare le gambe a un candidato sgradito. Ne abbiamo avuto qualche esempio nella politica italiana degli anni recenti. Servono a poco, invece, quando c’è da approfondire le cause di una sconfitta. O riconsiderare una strategia sbagliata. Nel Pd la tensione interna è palpabile, ma non ha ancora dato luogo a un esame critico degli errori commessi nell’ultimo anno. Da quando la campagna sul referendum costituzionale — un momento non privo di solennità che richiedeva il massimo rispetto per il cittadino chiamato a esprimersi sulla Carta fondamentale — si trasformò nella battaglia personale di un uomo, Renzi, contro il resto del mondo. La mancata analisi di quella disfatta è all’origine della crisi che attraversa oggi il Pd. In mezzo ci sono tre passaggi solo in apparenza privi di nesso: la scissione; le primarie che hanno di nuovo consacrato Renzi segretario del partito; e le elezioni comunali, in cui il leader della formazione più importante è rimasto sempre silente e di fatto indifferente agli esiti del voto.

Le primarie dovevano restituire al Pd una salda leadership, dopo che Renzi aveva disatteso la promessa di ritirarsi dalla vita pubblica in caso di insuccesso al referendum. In pratica hanno suggellato il partito personale in un rapporto carismatico fra il leader e i suoi fedeli elettori. Gli altri, dirigenti e capi-corrente, sono una sovrastruttura destinata prima o poi a essere spazzata via (si veda la direzione composta da giovani militanti). Di conseguenza le elezioni amministrative sono apparse un accadimento minore sulla via dell’unica prospettiva che conta: le elezioni politiche da celebrare il prima possibile, così da affrettare il ritorno a Palazzo Chigi. In che modo? Attraverso quale percorso, considerando che non si prevede un vincitore sicuro e, anzi, i sondaggi delineano un Parlamento ingovernabile (“impiccato”, dicono gli inglesi)? Qui entra in gioco la straordinaria fiducia in se stesso di Renzi, il suo volontarismo. Se un milione e ottocentomila italiani mi hanno votato nelle primarie — ecco più o meno il ragionamento — cosa impedisce di credere che in proporzione una massa di italiani mi voterà alle politiche, consegnandomi una vittoria che gli scettici escludono e che invece è a portata di mano? A patto ovviamente di liberarmi di lacci e laccioli, cioè di tutti i notabili vecchi e nuovi. Anche se accampati all’esterno come il più insidioso di tutti: Romano Prodi.

Rischi notevoli. Questo spiega perché il magro bottino di domenica viene presentato come una mezza vittoria. Se la realtà non piace, meglio rimuoverla. E laddove la sconfitta non si può celare, va attribuita alla congiura dei nemici interni. «Non bisogna cambiare le decisioni del partito, bisogna cambiare il popolo» diceva Brecht in un famoso paradosso. In questo caso, gli elettori di Genova e delle altre città vanno messi fra parentesi perché disturbano, sono un ostacolo lungo il cammino che conduce alla grande sfida finale. Uno contro tutti, come sempre. Se questa è la scelta, i rischi sono notevoli. Gli stessi che si corrono puntando tutto su un numero alla “roulette”. Attendiamoci frizioni sempre più aspre. Quando un personaggio compassato come Franceschini o una figura storica come Veltroni lanciano l’allarme, vuol dire che è stato superato il livello di guardia. Il capo è stato plebiscitato dalle primarie, ma i dirigenti e i quadri intermedi sono disorientati e stanno perdendo la fiducia in lui.

È una contraddizione esplosiva che Renzi può sanare con una semplice mossa: rinunciando a candidarsi a Palazzo Chigi. Del resto, rinuncerebbe a qualcosa che in ogni caso è irrealizzabile. Quasi nessuno crede che possa essere lui il premier in grado di creare una coalizione: servirebbe una tendenza alla mediazione che non fa parte del bagaglio renziano. Inoltre, in un sistema proporzionale il presidente del Consiglio lo sceglie Mattarella. E a Palazzo Chigi oggi c’è un uomo, Gentiloni, che si fa apprezzare anche all’estero per il suo equilibrio. Un simile gesto, da parte di Renzi, restituirebbe pace al partito. Toglierebbe dal tavolo l’impressione che si sta giocando solo una spietata lotta di potere. E farebbe di Renzi un politico che sa pensare anche all’interesse generale, quando è necessario.

UN’ALLEANZA POPOLARE PER LA DEMOCRAZIA E L’UGUAGLIANZA

giugno 8, 2017

MOTIVAZIONI DELLA CONVOCAZIONE PER IL 18 GIUGNO A ROMA

di Anna Falcone e Tomaso Montanari, Il Manifesto 06.06.2017

È necessario uno spazio politico nuovo, ci vuole una sinistra unita e una sola, grande lista di cittadinanza aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati. Siamo di fronte ad una decisione urgente. Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di prospettive. La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da fame.

La diseguaglianza è la grande questione del nostro tempo. L’infelicità collettiva generata dal fatto che pochi lucrano su risorse e beni comuni in modo da rendere infelici tutti gli altri. La scandalosa realtà di questo mondo è un’economia che uccide: queste parole radicali – queste parole di verità – non sono parole pronunciate da un leader politico della sinistra, ma da Papa Francesco. La domanda è: «E’ pensabile trasporre questa verità in un programma politico coraggioso e innovativo»? Noi pensiamo che non ci sia altra scelta. E pensiamo che il primo passo di una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa condizione e riconquistare diritti e dignità. Per far questo è necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a contare. Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il Partito Democratico – purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista – e il Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la giustizia sociale.

Una Sinistra unita ci vuole, dunque, in un progetto condiviso e in una sola lista. Una grande lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile. Un progetto capace di dare una risposta al popolo che il 4 dicembre scorso è andato in massa a votare “No” al referendum costituzionale, perché in quella Costituzione si riconosce e da lì vorrebbe ripartire per attuarla e non limitarsi più a difenderla. Per troppi anni ci siamo sentiti dire che la partita si vinceva al centro, che era indispensabile una vocazione maggioritaria e che il punto era andare al governo. Da anni contempliamo i risultati: una classe politica che si diceva di sinistra è andata al governo per realizzare politiche di destra. Ne portiamo sulla pelle le conseguenze, e non vogliamo che torni al potere per completare il lavoro.

Serve dunque una rottura e, con essa, un nuovo inizio: un progetto politico che aspiri a dare rappresentanza agli italiani e soluzioni innovative alla crisi in atto, un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione. Un progetto che parta dai programmi, non dalle leadership e metta al centro il diritto al lavoro, il diritto a una remunerazione equa o a un reddito di dignità, il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione. Un progetto che costruisca il futuro sull’economia della conoscenza e su un modello di economia sostenibile, non sul profitto, non sull’egemonia dei mercati sui diritti e sulla vita delle persone. Un progetto che dia priorità all’ambiente, al patrimonio culturale, a scuola, università e ricerca: non alla finanza; che affronti i problemi di bilancio contrastando evasione ed elusione fiscale, e promuovendo equità e progressività fiscale: non austerità e politiche recessive. Un simile progetto, e una lista unitaria, non si costruiscono dall’alto, ma dal basso. Con un processo di partecipazione aperto, che parta dalle liste civiche già presenti su tutto il territorio nazionale, e che si apra ai cittadini, per decidere insieme, con metodo democratico, programmi e candidati.

La Costituzione. Crediamo, del resto, che il cuore di questo programma sia già scritto nei principi fondamentali della Costituzione, e specialmente nel più importante:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3).

È su questa piattaforma politica, civica e di sinistra, che vogliamo costruire una nuova rappresentanza. È con questo programma che vogliamo chiamare le italiane e gli italiani a votare.

Giustizia e uguaglianza. Vogliamo che sia chiaro fin da ora: noi non ci stiamo candidando a guidarla. Anzi, non ci stiamo candidando a nulla: anche perché le candidature devono essere scelte dagli elettori. Ma in un momento in cui gli schemi della politica italiana sembrano sul punto di ripetersi immutabili, e immutabilmente incapaci di generare giustizia ed eguaglianza, sentiamo – a titolo personale, e senza coinvolgere nessuna delle associazioni o dei comitati di cui facciamo parte – la responsabilità di fare questa proposta. L’unica adeguata a questo momento cruciale. Perché una sinistra di popolo non può che rinascere dal popolo. Invitiamo a riunirsi a Roma il prossimo 18 giugno tutti coloro che si riconoscono in questi valori, e vogliono avviare insieme questo processo.

L’AGGIUNTA NONVIOLENTA: LA SINISTRA RIPARTA DALLE POLITICHE ATTIVE DI PACE

di Mao Valpiana e Pasquale Pugliese del Movimento Nonviolento

≈  Commento 07 Giu 2017

Tra i diversi appelli che circolano in questi giorni, quello di Anna Falcone e Tomaso Montanari che propone un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza, e lancia l’assemblea del 18 giugno a Roma per una sinistra unita, contiene elementi condivisibili, che possono essere terreno comune per coltivare e far crescere valori ed esperienze plurali con una prospettiva politica originale. Ringraziamo Anna e Tomaso per il lavoro fatto. Tuttavia riteniamo che anche questo appello abbia bisogna di un’aggiunta. Che è tanto un’aggiunta preliminare, una pregiudiziale costitutiva che dà sostanza e fisionomia a tutta la proposta, quanto un punto programmatico fondativo e preliminare a tutti gli altri.

È l’aggiunta nonviolenta, senza la quale sarebbe forte il rischio di ricadere in schemi già visti, percorsi già fatti, errori già commessi. Nonviolenza come orizzonte e come metodo di lavoro. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e che ripudia la guerra. Sono il primo e l’undicesimo principio fondamentale della Costituzione: gli assi portanti della nostra democrazia. Eppure, il nostro Paese è in Europa ultimo per l’occupazione giovanile e primo per l’aumento delle spese militari. Siamo di fronte al più grande riarmo del Paese dai tempi della seconda guerra mondiale (+85% in spesa pubblica per armamenti) e di fronte alla moltiplicazione per sei dell’export di armi negli ultimi due anni (che alimentano guerre che generano terrorismo e producono profughi). Negli ultimi 10 anni la spesa pubblica militare del nostro Paese è aumentata del 21% a fronte di continui tagli alla spesa sociale. Nel 2017 saranno sacrificati sull’altare della guerra altri 23,3 miliardi di euro, pari a 64 milioni al giorno, l’ 1,4% del prodotto interno lordo che il governo si è impegnato a portare al 2% e non rinuncia all’acquisto degli 80 cacciabombardieri F35, a capacità nucleare, per un’ulteriore spesa complessiva di 14 miliardi di euro.

Tutto questo è follia. L’urgenza assoluta è quella di una inversione di questa tendenza. Il disarmo, la riconversione sociale delle spese militari, la riconversione civile dell’industria bellica, così come la costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta, devono essere il segno distintivo di un nuova politica. L’opposizione integrale alla guerra, e alla sua preparazione (qui ed ora), è la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso, di una nuova socialità. La sinistra, per essere tale, ha bisogno di mettere al proprio centro politiche attive di pace. Riproponiamo dunque l’appello di Carlo Cassola: “O la sinistra fa dell’impegno per la pace il terreno decisivo dello scontro tra civiltà e barbarie o rimane di destra anche se si proclama di sinistra”. Mai queste parole furono così attuali quanto oggi.

Democrazia e uguaglianza sono incompatibili con la preparazione della guerra. Per questo l’unità della sinistra è una valore solo se si sostanzia come unità attorno alla politica di pace (cioè un “pacifismo concreto”, come diceva Alexander Langer, che aiuti “il settore Ricerca e sviluppo della nonviolenza a fare grandi passi avanti”). E’ con questo spirito che saremo ben contenti di portare un contributo al programma costruttivo di una sinistra aperta, inclusiva, solidale, accogliente. La prima sfida, a partire già dal 18 giugno, sarà quella di applicare davvero il metodo della nonviolenza a partire da se stessi, dalla capacità di dialogo e di stare insieme andando oltre gli steccati, senza compilare elenchi di buoni e cattivi, nell’esclusivo interesse comune e di un Paese che altrimenti rischia di perdersi.