Archive for giugno 2018

QUELL’IDEA DI ORDINE

giugno 14, 2018

CHE HA INQUINATO LA POLITICA EUROPEA: IDEA INCERTA E ARBITRARIA, PER COPRIRE INTERESSI PARTICOLARI

spunti tratti dalle conferenze-dibattiti organizzati dal Comitato Difesa Costituzione Merate nel maggio 2018 con i docenti: Nadia Garbellini, Marco Bersani e Giulio Cainelli

IL MODELLO ECONOMICO prevalentemente seguito ancora oggi in Germania è quello dell’ordoliberalismo (ordoliberismo se ci si limita al campo economico), più noto col nome di economia sociale di mercato. Il fatto è che il complesso di idee e di prassi portate dall’ordoliberismo tedesco sono diventate quelle seguite dall’intera Comunità Europea, compreso il nostro paese. Merita quindi soffermarsi sulla loro origine e natura per individuarne eventuali incongruenze. L’elaborazione di questo modello può essere fatta risalire agli sforzi compiuti nell’ambito del pensiero liberale per cercare rimedi alla grande crisi economica iniziata nel 1929. Questa aveva mostrato platealmente l’instabilità del liberismo e la sua incapacità di dare avvio alla ripresa senza esplicite iniziative da parte del settore pubblico. Contemporaneamente prendevano piede sempre più le idee keynesiane di interventi anticongiunturali dello stato. Il pensiero liberale era pertanto assediato e ovunque in difesa. In un incontro degli economisti di ispirazione liberale avvenuto nell’agosto 1938 a Parigi (uno dei pochi luoghi ancora liberi dai totalitarismi) emersero due linee di pensiero prevalenti: quella dei neoliberisti e quella degli ordoliberisti. Entrambi condividevano l’avversione viscerale verso le degenerazioni dell’interventismo statale da parte dei nascenti fascismi, nonché la convinzione sull’impossibilità di abolire il mercato, sostituendolo con una programmazione centralizzata; la motivazione principale addotta sta nella estrema difficoltà di disporre centralmente delle informazioni necessarie per un corretto funzionamento del mercato. Mentre però il mercato era considerato un dato “naturale” dai neoliberisti, gli ordoliberisti lo riconoscevano – giustamente – come una istituzione umana, quindi fragile, modificabile e controllabile.

CONFORMITÀ. Gli ordoliberisti si distinguevano dai neoliberisti anche perché, come dice il nome, avevano l’idea di ordine: possibile e perseguibile anche nel campo economico. Quindi lo stato che auspicavano non era uno stato debole, che lasci ogni spazio al mercato, ma uno stato forte che intervenga nell’economia, ma limitatamente all’eliminazione di ciò che non è conforme al modello ordoliberista: in primo luogo non è conforme la formazione di monopoli, oligopoli o rendite che alterino il funzionamento della libera concorrenza. Altre cose non conformi al modello: lo sciopero: meglio inserire i sindacati nella direzione aziendale, in modo di sciogliere alla radice le occasioni di contrasto; il debito (nella lingua tedesca questo termine significa anche colpa); il deficit di bilancio, escludendo quindi anche le politiche anticicliche keynesiane; l’inflazione (di cui i tedeschi hanno cattivo ricordo). Se applicate correttamente le regole del modello, si sarebbero avute le seguenti conseguenze teoriche: riduzione dei costi, grazie al progresso tecnico sollecitato dalla concorrenza; riduzione del profitto d’impresa; riduzione dei prezzi, a vantaggio dei consumatori. Un quadro deflazionistico, dunque, di cui si sono avute pessime esperienze, specie in Giappone.

LA SCUOLA DI FRIBURGO fu la principale culla di questo pensiero ordoliberista, di cui non si può non rilevare subito anche l’astrattezza. Fu elaborato in buona parte da pensatori, economisti e giuristi tedeschi non allineati con l’ideologia nazista, che dovettero nascondersi o emigrare, molti dei quali cristiani praticanti. Questo ultimo aspetto è importante per comprendere la loro visione organicistica della società. Molti autori nella storia hanno assimilato la società ad un organismo vivente, ma forse la teorizzazione più incisiva è quella di Paolo di Tarso, che descrive la chiesa come un corpo di cui Cristo è la testa e i cristiani le membra. È forse questa immagine che ha maggiormente spinto quei pensatori tedeschi a elaborare l’idea di ordine nella società civile ed economica. La loro rivista principale è stata Ordo (ordine in latino), fondata all’inizio del terribile conflitto. E su quelle idee si sono ritrovati alla fine della guerra quelli rientrati, assetati di pace contro la guerra, di libertà contro la dittatura e di ordine contro le convulsioni belliche. Ma se l’idea di ordine può essere accettabile in una realtà spirituale come la chiesa paolina, non può certo essere applicata tout court alla società civile, se non forse come ideale da perseguire nel lungo termine. Nella moderna società prevale la competizione e il conflitto: anche in sociologia il paradigma scientifico è passato dall’ordine al conflitto, nessuno più ritiene sostenibile l’ordine. Non va nascosto però che questa visione organicistica, non atomistica, degli ordoliberisti – terza importante differenza rispetto ai neoliberisti – ha avuto il grande pregio di vedere favorevolmente gli enti intermedi e la decentralizzazione degli ambiti sociali, politici ed economici della vita.

NATURA. Dietro l’idea di ordine vi è certamente anche quella di natura, cui spesso viene fatto riferimento da quegli autori. Norberto Bobbio parlando di natura afferma che «è uno dei termini più ambigui in cui sia dato imbattersi nella storia della filosofia» (nello scritto Giusnaturalismo e positivismo giuridico), sottolineando come fra gli stessi autori appartenenti alla scuola del diritto naturale regni incertezza nell’individuare il senso della natura. Conclude che «se uno degli ideali di una società giuridicamente costituita è la certezza, una convivenza fondata sui princìpi del diritto naturale è quella in cui regna la massima incertezza. Se caratteristica di un regime tirannico è l’arbitrio, quello retto dal diritto naturale è il più tirannico, perché questo gran libro della natura non fornisce criteri generali di valutazione, ma ognuno lo legge a modo suo». Discorso analogo vale, ovviamente, per l’economia con le incerte e arbitrarie idee di ordine e natura.

IN DEFINITIVA ci ha pensato l’evoluzione stessa della società a rendere obsoleto il discorso liberista. Anche nella versione attenuata e per certi aspetti pregevole dell’ordoliberismo, non è stato possibile porre freno alla crescita patologica del mercato: ha varcato ogni confine nazionale e ogni dimensioni della libera concorrenza. Poche multinazionali oggi dominano i mercati e comandano persino sulla politica. Grazie anche ai progressi strepitosi nel campo delle tlc sono stati svuotali di contenuto molti enti intermedi, alla faccia degli auspici ordoliberali. La vittoria del mercato è andata al di la di quanto auspicato dai liberisti. Le ricchezze si concentrano sempre più nelle mani di pochissime persone, mentre si allargano a macchia d’olio povertà, migrazioni, disoccupazione. Restano gravissimi problemi ecologici globali che vanno affrontati urgentemente, anzitutto dai responsabili politici del mondo: è davvero ingenuo pensare che possano essere risolti dalle multinazionali alla ricerca del profitto selvaggio. Quello che più preoccupa è che il vecchio liberismo negli ultimi decenni ha cambiato natura, ha esteso la logica mercatistica a tutti gli ambiti della vita, spesso inquinandoli dall’interno; ignorando ovviamente l’esiguità delle sue basi scientifiche cui sopra si è fatto cenno.

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USO IMPROPRIO DEL DEBITO PUBBLICO

giugno 14, 2018

LA TRAPPOLA DEL DEBITO DAL CIRCOLO VIRTUOSO AL CIRCOLO VIZIOSO

spunti tratti dalle conferenze-dibattiti organizzati dal Comitato Difesa Costituzione Merate nel maggio 2018 con i docenti: Nadia Garbellini, Marco Bersani e Giulio Cainelli

“LO SHOCK serve a far diventare politicamente inevitabile quello che è socialmente inaccettabile”; lo sosteneva il grande Milton Friedman, premio Nobel 1976 per l’economia, fondatore del pensiero monetarista e della scuola di Cicago, forte sostenitore di quel liberismo che si impose con l’avvento al potere di Reagan e della Tatcher, ispirando in seguito la politica economica mondiale. Si potrebbe subito notare una grossa contraddizione tra il ricorso agli shock e il lassez-faire liberista. Ma forse questa non è l’unica incongruenza di quel pensiero. In ogni caso uno di questi shock, molto utilizzato nel nostro paese è quello del debito pubblico. In valore assoluto il nostro debito (2,3 mila miliardi di euro a fine 2017, corrispondenti a circa 2,8 mila mld dollari) è superato soltanto dagli USA (20 mila mld dollari), Giappone (11,5) e Cina (5 circa). Ai fini dello shock serve ancor più il rapporto debito/PIL, cioè la percentuale del debito rispetto alla capacità del paese di produrre reddito: preoccupa specie quando il reddito non cresce, come nel caso italiano. Il rapporto debito/PIL è giunto in Italia al 132%: produciamo più debito che reddito. Nel mondo siamo dietro solo al Giappone (240%) e alla Grecia (180%).

GESTIRE LA MONETA. Cos’hanno USA, Giappone e Cina rispetto a noi per non destare allarme su un debito così elevato? Hanno anzitutto la possibilità di gestire la propria moneta, mentre da noi tale possibilità è passata, dopo l’unione monetaria, alla BCE (Banca centrale europea). La propria moneta può essere moltiplicata a volontà (entro il limite ovvio di non cadere nell’inflazione galoppante) e pertanto può essere usata anche per ridurre il debito. È per questo che ogni paese moderno è sempre ricorso a un debito pubblico consistente, senza particolari preoccupazioni nè alcun bisogno di azzerarlo, come sarebbe invece normale per un debito privato. Il debito pubblico infatti può diventare elemento di un circolo virtuoso per generare reddito e benessere (attraverso il meccanismo che gli economisti chiamano moltiplicatore) grazie alla spesa pubblica, anche in deficit. Lungi dallo scaricare il debito sulle generazioni future, un debito pubblico virtuoso e controllato crea benessere anche per le generazioni a venire: un’eredità positiva grazie al debito.

UN CAPPIO ATTORNO AL COLLO. I problemi si complicano quando un paese dalle dimensioni consistenti, come il nostro, non può più controllare direttamente la moneta, avendo lasciato accrescere il debito in modo eccessivo. Il nostro debito è “esploso” soprattutto negli anni ‘80 e nella prima metà del successivo decennio, dopo il “divorzio” tra Banca d’Italia e ministero del Tesoro, avvenuto tramite una semplice lettera del ministro Andreatta, con cui si affrancava la Banca stessa dall’obbligo di acquistare i titoli di stato emessi e non venduti sul mercato. Non essendoci più questo obbligo i titoli di stato potevano essere collocati solo rendendoli più attraenti, cioè con un più alto tasso di interesse. Questo però fa gonfiare la spesa per il servizio del debito, spesa che varia oggi attorno ai 70-90 mld di euro, la terza voce più rilevante del bilancio dello stato, dopo la previdenza e la sanità. Come fa il nostro stato a pagare questi interessi? Si indebita ulteriormente. L’immagine del cappio attorno al collo che si stringe sempre più è quella propria per descrivere la situazione in cui è caduto il nostro paese: forte debito che continua a crescere su sé stesso in un circolo vizioso. Altri fattori che rischiano di aggravare la situazione debitoria del nostro paese stanno nella sua incertezza politica, nell’introduzione del Fiscal Compact che inasprirà l’austerità, nell’aumento dell’IVA e dei tassi di interesse conseguenti alla fine del Quantitative Easing (con l’acquisto di titoli pubblici da parte della BCE) e infine nell’accettazione della proposta (dei “falchi” europei) di limitare alle banche nazionali il possesso di titoli pubblici del proprio paese, o che questi non siano più considerati privi di rischio. In tal caso le banche nazionali sarebbero costrette a svendere molte decine di miliardi di debito pubblico italiano.

STRATEGIE. Per uscire dal circolo vizioso del debito italiano sono necessari provvedimenti radicali e certo non indolori. Le proposte sono molteplici: una strategia spesso invocata è quella di fare in modo che il debito pubblico italiano torni ad essere detenuto da entità private o pubbliche, ma italiane. Così è per il Giappone, che si può concedere, senza alcun allarme, un debito più di 4 volte il nostro, in percentuale quasi il doppio del nostro. Il debito italiano è invece nelle mani per più di un terzo della grande finanza internazionale, che potrebbe speculare al ribasso, mandando in fallimento il nostro paese. Ecco la ripartizione percentuale dei creditori del nostro debito pubblico:

operatori stranieri 36
assicurazioni e fondi di investimento 23
banche nazionali e fondi monetari 18
Banca d’Italia 18
famiglie italiane e piccoli risparmiatori 5

Sarebbe necessario ridurre la quota straniera, aumentando queste ultime voci; cosa non impossibile, se si pensa che la ricchezza finanziaria delle sole famiglie italiane supera i 4 mila mld di euro: il doppio del nostro debito pubblico. Si potrebbe inoltre concordare, con i grossi detentori del debito, le vie (soprattutto incentivi fiscali e finanziari) della sua riduzione, allentandone gradualmente il cappio. Chi si oppone a questa soluzione o alle molte altre che vengono avanzate? Anzitutto la grande finanza internazionale. Si dice che un creditore usurario teme tanto la morte del debitore quanto la cessazione del debito – che gli consente guadagni ripetuti nel tempo. Così la finanza internazionale è la prima interessata al mantenimento del debito pubblico italiano. Taluni sostengono che le scelte elettorali recenti verso i populisti siano in buona misura motivate dalla convinzione che l’establishment politico italiano tenga più agli interessi della grande finanza che a quelli dei concittadini.

IN DEFINITIVA, il debito pubblico italiano viene usato dai media e dall’establishment prevalentemente per colpevolizzare i cittadini: vivono o hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, tolgono risorse alle generazioni future e così via. Una contraddizione del capitalismo è che accanto a questa colpevolizzazione, i media siano pieni di suggestioni pubblicitarie al consumo, nelle quali la colpa (di consumare) diventa un merito. Dai brevi cenni sopra riportati si vede che il debito italiano è un problema, ma certo non irresolubile: la proposte sono numerose, da vagliare e approfondire. Quello che è da mettere in rilievo è uno dei motivi principali che hanno portato il debito dal circolo virtuoso a quello vizioso: lo stesso liberismo, importato dall’Europa, con la folle convinzione che solo il privato è efficiente, che lo stato non deve intervenire, che i mercati si regolano da soli. Così, con molte banche, sono stati privatizzati enti, come le Poste e la Cassa depositi e prestiti, che svolgevano preziose funzioni di raccolta del risparmio minuto, di calmiere sugli interessi per i prestiti ai comuni, ecc. In tal modo, oltre a sottrarre allo stato le sue insostituibili funzioni di guida allo sviluppo economico e al controllo anticongiunturale, si è reso il nostro paese più esposto alla speculazione finanziaria internazionale, rendendo sempre più urgente un intervento radicale per tornare a rendere virtuoso il circolo del nostro debito.