Archive for marzo 2018

IL CENTROSINISTRA PD-M5S CHE RENZI NON VUOLE

marzo 19, 2018

SEMPLIFICAZIONI CHE PRESCINDONO DALLA REALTÀ: COGLIERE L’OPPORTUNITÀ DI RILANCIARE I VALORI DELLA SINISTRA

di Franco Monaco, Il Manifesto 16-3-2018

Onanismo politico. È tutto uno strologare dei più diversi scenari. In realtà, siamo ancora inchiodati a un impasse. Dovrebbe essere chiaro che Mattarella, a norma di Costituzione, può affidare l’incarico di formare un governo solo a chi gli fornirà la garanzia di riuscire a mettere insieme una maggioranza e che, allo stato, nessuno lo può fare. Neppure i “vincitori” delle elezioni. Politicamente si può parlare di vincitori a 5Stelle, primo partito, e Lega, con un leader e una leadership del centrodestra, la “coalizione” più votata. Pur con un distinguo: la brutta legge elettorale non contempla vere coalizioni politiche ma precari e opportunistici accordi elettorali. E già si manifestano visibili contrasti tra Lega e FI. In questo quadro, a dominanza proporzionale e in una democrazia tuttora parlamentare, è lì, nelle Camere, che si formano le maggioranze di governo, attraverso confronti, negoziati, mediazioni, compromessi. Compresi quelli che, ostinatamente e solennemente, in campagna elettorale ci si è affannati ad escludere. Ora siamo, scusate, all’onanismo politico.
Speculari semplificazioni. Di Maio e Salvini rivendicano la guida del governo, non disponendo della maggioranza parlamentare necessaria. Speculare e altrettanto sterile è la posizione del Pd, che immagina di liquidare la questione con la sbrigativa formula “gli elettori ci hanno consegnato all’opposizione”. La si rappresenta come espressione di una virtuosa coerenza. In realtà, tale posizione ha più il sapore dell’arroccamento se non del boicottaggio a quale che sia possibile soluzione di governo ed è originata da fattori meno nobili. Il primo: Renzi che, come è chiaro, non ha intenzione alcuna di mollare la presa sul Pd nonostante la disfatta, è stato prontissimo a posizionare il partito sul no a ogni intesa e persino a ogni confronto con i “vincitori”. Posizione comoda e certo popolare presso elettori e militanti sconfitti, avviliti e certo refrattari a dialogare con gli avversari. E i timidi competitor interni di Renzi si mostrano subalterni e quasi in ostaggio, non osando sfidare l’ex leader portando il partito su una posizione meno sterile e arroccata. Una posizione impegnativa sulla quale il partito, appunto, va condotto, come compete a una vera classe dirigente.
Alternativi alla destra. Il secondo fattore meno nobile ha a che fare con il profilo e il posizionamento politico del Pd forgiato dal corso renziano. Decisamente diverso da quello nel solco dell’Ulivo, nitidamente di centrosinistra e alternativo alla destra. Solo così si spiega la sua pratica neutralità/equidistanza tra Di Maio e Salvini, la tesi davvero grossolana e infondata secondo la quale la loro offerta politico-programmatica sarebbe la medesima. Quattro soli esempi: come non osservare che il revisionismo certo improvvisato (e dunque da vagliare dentro un confronto) di Di Maio sull’europeismo non trova riscontro alcuno in Salvini; che il reddito di cittadinanza (da discutere anche per misura e coperture) risponde a una ispirazione opposta (di sinistra) a quella della flat tax; che il profilo dei ministri economici indicati dai 5 stelle (di nuovo da negoziare) è decisamente keynesiano; che milioni di ex elettori Pd sono migrati verso i 5 stelle.
Tre opportunità. Non si tratta di immaginare un governo organico M5S-PD, ma di avviare un serrato confronto dall’esito non scritto. Insomma di andare a vedere le carte di Di Maio, al quale compete di prendere una chiara, esplicita iniziativa negoziale. Un Pd che riflettesse davvero sulle ragioni della sua cocente sconfitta e della emorragia di voti verso i 5 stelle non dovrebbe rifugiarsi sull’Aventino, ma semmai cogliere tre opportunità: quella di costringere i competitor grillini a declinare finalmente le loro generalità politiche ponendo fine alla loro comoda rendita di posizione da “partito pigliatutto”; di restituire a se stesso il profilo originario di partito di sinistra di governo dopo il deragliamento renziano; di raccogliere non a parole l’appello di Mattarella a che un po’ tutti si assumano le proprie responsabilità. Sarebbe paradossale che non lo facesse il partito di Mattarella che si proclama, più di altri, partito rispettoso delle istituzioni. Dunque, non solo un rischio, ma anche opportunità. Come in tutte le sfide. Del resto, per il Pd qual è l’alternativa? Lo sterile arroccamento, anticamera di un inesorabile declino o l’azzardo di nuove elezioni-ballottaggio tra Di Maio e Salvini, che sanzionerebbe la propria marginalità.

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UNA FELICE DISCONTINUITÀ

marzo 13, 2018

DIAGNOSI E PROSPETTIVE DOPO LE ELEZIONI DEL 4 MARZO: LAVORARE ANZITUTTO SULL’EUROPA. DOVERE DI COLLABORARE ANCHE PER LA SINISTRA SCONFITTA

di Raniero La Valle fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2018/03/una-felice-discontinuita.html

2 Italie. Il voto del 4 marzo, raffigurato nella cartina colorata trasmessa quella sera in TV, ha mostrato due Italie: l’Italia del Nord, identificata dalla maggioranza di centrodestra a trazione leghista, e l’Italia del Sud, identificata dalla maggioranza 5 stelle, ben radicata e rappresentata anche nel Nord. Diciamo subito che noi amiamo tutte e due le Italie, come un’Italia sola; che questo è un amore fatto di stima e ricco di speranza, e che nell’analisi di ciò che l’Italia ha fatto il 4 marzo cercheremo di dare ragione di questo illeso amore e di questa robusta speranza. L’elettorato ha espresso un voto che ha sorpreso, da nessuno sondato e immaginato così. È stato un voto che in molti ha suscitato dolore, sgomento, in qualcuno addirittura indignazione e paura. Per rispetto di questi sentimenti occorre escludere qualsiasi trionfalismo e guardarsi da ogni giudizio saccente, manicheo, bianco o nero, tutto bene o tutto male. Però si possono cogliere alcune positività non indifferenti di questo voto.
1) partecipazione. Prima di tutto è venuto meno il demone di un crescente astensionismo. Gli italiani non hanno licenziato con disprezzo la politica. Qui i poteri opprimenti non hanno ancora vinto. La democrazia continua, la Costituzione è salva. I giovani hanno votato. Anzi sono stati decisivi. Con entusiasmo lo hanno fatto quelli che, per l’età, votavano la prima volta. Incoscienti, certo, perché non sanno il passato, ma nuovi, ansiosi di futuro.
2) discontinuità. In secondo luogo le elezioni del 4 marzo hanno introdotto nella vita politica italiana una netta discontinuità. Naturalmente non sempre la discontinuità è positiva, perché il dopo può essere peggiore del prima. Tutti i conservatori la pensano così. Però senza discontinuità il nuovo non accade e la storia è finita. La discontinuità è la soglia attraverso cui può fare irruzione l’inedito, l’insperato, può scoccare il tempo propizio, può giungere l’occasione che va colta, può passare quello che gli antichi chiamavano il kairόs, con le ali ai piedi, da afferrare prima che scompaia. È la cesura che interrompe quello che Walter Benjamin nella sua filosofia della storia chiamava il tempo “omogeneo e vuoto”; e la politica italiana aveva bisogno di questa discontinuità, perché il suo tempo stancamente ripetitivo non solo era vuoto, non solo era sordo a qualsiasi parola nuova, come per esempio quella della critica di sistema di papa Francesco, ma di discesa in discesa stava arrivando a un punto di caduta, rischiosissimo, e la gente stava male. Ora dunque si tratta di prendere in mano la discontinuità, non subirla, e volgerla al meglio.
3) fuori Berlusconi e Renzi. In terzo luogo l’elettorato ha sbrigato alcune pratiche che la politica professionale stentava a chiudere. Una è stata quella della interminabile uscita di scena di Berlusconi: mentre il sistema mediatico lo dava per risorto e futuro deus ex machina della nuova legislatura, l’elettorato ha chiuso la partita. La stessa cosa ha fatto con Renzi, ponendo fine alla sua azione di impossessamento e di progressiva decostruzione di un partito così importante per la democrazia italiana come il Partito Democratico. Naturalmente ci sono i sussulti della fine che rendono drammatica questa transizione, ma l’esito sembra segnato.
4) basta secessione. In quarto luogo c’è un cessato pericolo che il voto del 4 marzo certifica e sancisce. Non c’è più il fantasma della secessione della Padania. È vero che la Lega è passata dal 4 al 17 per cento, (restando pur sempre una minoranza contenuta) ma questo è il prezzo del fatto che essa da partito locale e secessionista del Nord è passato ad essere partito nazionale e unitario anche al Sud, e se proprio non può fare a meno di giuramenti, è meglio che giuri sulla Costituzione e sul Vangelo piuttosto che sul Dio Po e sulle sue ampolle. Siamo sempre al livello pagano del sacramento del potere, ma almeno siamo più tranquilli riguardo alla nazione.
5) basta fascismo. C’è infine un dato molto confortante: non esiste quella ondata di riflusso al fascismo che era stata avvistata e temuta. Casa Pound ha ottenuto un risultato minimo, e la bandiera alzata su tutti gli spalti della lotta agli immigrati non si può accreditare sommariamente al razzismo e alla xenofobia. Essa è ascrivibile piuttosto alla sindrome dell’egoismo, “noi per primi”, “Prima gli italiani”, “mors tua vita mea”, che è poi la logica della politica intesa come difesa dei propri interessi e non del bene comune, della politica identificata col bipolarismo amico-nemico, ed è poi l’etica egemone del capitalismo come competizione, concorrenza, meritocrazia, scarti ed esuberi. L’egoismo non è razzismo, perché è negazione dell’altro, senza badare alla sua pelle, il razzismo semmai ne è un corollario nella situazione data; la destra stessa non si può dire xenofoba, perché non ha affatto paura degli stranieri (e anzi li sfrutta), semplicemente è contro di loro, non li vuole a tavola, non li vuole a traversare il mare, perciò è antixenita, più che xenofoba. La vera questione è che il fascismo va combattuto a monte, prima ancora che diventi tale.
Due vincitori, due sconfitti. Quanto al merito dei risultati elettorali, ci sono due vincitori e due sconfitti. Come da tutti è stato riconosciuto, I due vincitori sono il Movimento Cinque Stelle e la Lega di Salvini, con un’importante differenza però: il Movimento 5 stelle ha vinto nel Paese, la Lega ha vinto all’interno della coalizione di centro-destra, perciò non possono vantare gli stessi diritti. I due sconfitti sono il Partito Democratico e la sinistra di Liberi e Uguali. C’è ora il problema del Parlamento che deve dare la fiducia a un governo. Non essendoci una maggioranza assoluta, i partiti presenti in Parlamento hanno non la facoltà, ma il dovere di concorrere a formare una tale maggioranza. Perciò Moro, che veniva dall’anticomunismo (inteso allora come lotta al peggiore estremismo) persuase il suo gruppo parlamentare alla Camera di unire i suoi voti con quelli del partito comunista e lo fece con una straordinaria onestà, cultura e senso dello Stato, e con la forza di una dedizione morale che egli sapeva potesse giungere fino a costargli la vita. Ora, per costruire una maggioranza che permetta un governo Cinque Stelle, i giochi sono aperti, e questo è del tutto legittimo. Ma non sono consentite bugie e attentati suicidi.
Quanto alle bugie, è falso che l’elettorato abbia collocato il Partito Democratico all’opposizione. Gli elettori votano sempre con l’intenzione che i loro rappresentanti abbiano parte nella direzione del Paese. Se il Partito Democratico decide a priori di stare all’opposizione, non per adempierne il mandato ma in realtà per vendicarsi del corpo elettorale, lo fa per volontà sua, rovesciando la sua stessa tradizione, e anche le tradizioni da cui proviene che si potrebbero far risalire addirittura fino al 1919. È falso poi che l’Italia sia tutta divisa tra due estremismi, con la sola eccezione della piccola isola rimasta moderata del PD. Imputare la propria sconfitta a un elettorato fattosi d’improvviso insensato ed estremista, ha lo stesso fondamento dell’invettiva di Saragat che imputava al “destino cinico e baro” la sconfitta del PSDI.
Suicidi. È però un attentato alla Repubblica dire: “poiché ci sono due estremismi, che facciano loro il governo, se ne sono capaci”. Infatti è il tentativo, per il proprio supposto tornaconto futuro, di indurre a un’alleanza e a un governo degli opposti estremismi, che è precisamente ciò che dall’inizio della Repubblica tutti i politici e gli statisti hanno strenuamente cercato di impedire. È infine un suicidio ritirarsi sull’Aventino, con il proprio gruppo di parlamentari fedeli. Ma è un suicidio come quello di Andreas Lubitz, il pilota tedesco dell’Airbus che il 26 marzo 2015 si schiantò volontariamente contro una montagna delle Alpi francesi, con la deliberata volontà di distruggere l’aereo insieme con le 149 persone che erano a bordo.
La sinistra non può vincere. Ma al di là delle conseguenze più prossime, il vero monito e il vero know how o insegnamento che viene da queste elezioni, è legato alla sconfitta della sinistra. La sconfitta di Liberi e Uguali è più significativa nel lungo periodo di quella del PD. Quella del PD infatti non ha una lettura univoca, essendo stata soprattutto una sconfitta della sua leadership. Ma quella di Liberi e Uguali è proprio una sconfitta della sinistra: veniva da una speranza delusa, ma pur sempre promettente come quella del Brancaccio; godeva del lascito di conoscenze proveniente da sinistre già sperimentate; aveva un gruppo promotore e dirigente di leaders di prestigio e di antica militanza, oltre che di giovani e di donne portatori di freschezza e novità, aveva una proposta politica dirimente come quella della creazione di nuovo lavoro, di “lavoro vero e buono”: eppure ha fallito. E se questa sconfitta si mette insieme alla costante che da un po’ di tempo si è stabilita in Europa della sconfitta di tutte le sue sinistre, dalla socialdemocrazia tedesca al Labour inglese ai socialisti francesi, agli spagnoli ecc. si vede che qui c’è un problema nuovo: la sinistra non vince perché non può vincere, non può vincere più.
Globalizzazione da modificare. E a quanto pare nemmeno in America o in India. Gli analisti pronti all’uso dicono che la sinistra perde perché non ha saputo adeguarsi alla nuova realtà della globalizzazione. È verissimo, ma non ha saputo farlo perché la globalizzazione non è una nuova condizione di natura, come pretende il pensiero unico, ma è il frutto di una scelta economica e politica, che ha vinto e ha chiuso il gioco, gettando la sinistra fuori dal campo. Si tratta cioè di un ordinamento artificiale, fatto da mano d’uomo, che semplicemente non prevede alternative al regime unico del neoliberismo e della finanza globale. I regimi costituzionali, come quello italiano, escludevano per legge il fascismo ma ammettevano che si potesse lottare politicamente per una scelta liberale o socialista, e pertanto le sinistre erano legittimate e potevano perfino vincere. Il regime vigente esclude per legge il socialismo e perfino il new deal; ovvero esclude politiche pubbliche o “aiuti di Stato” che intervengano nel mercato privatistico, e ne correggano gli esiti anche perversi. Queste leggi, spesso implicite, della globalizzazione, in Europa hanno trovato la loro traduzione in diritto positivo nei Trattati dell’Unione Europea, che è poi il mercato unico europeo. Qui, se la sovranità viene attribuita alla Mano invisibile del Mercato, è chiaro che si tratta di una sovranità assoluta, perché ciò che è invisibile non si può controllare o correggere, e tutte le cose che sono scritte in secoli di dottrine sociali o di dichiarazioni universali di diritti o di Costituzioni democratiche (i fini sociali dell’economia, la rimozione degli ostacoli allo sviluppo delle persone, i diritti universali, la tutela della vita e della dignità degli esseri umani) non si possono fare perché dal nuovo diritto europeo e globale sono considerate “infrazioni”. Perciò chi dice qualunquisticamente che non c’è più né destra né sinistra, dice il vero ma a metà, perché la destra c’è ed è l’unica ammessa. Sicché se la sinistra continua a pensare che il problema principale è come salvare se stessa e durare, e non quello di cambiare le cose, non può che essere anch’essa di destra.
Lavorare sull’Europa. La conclusione, che ci porta oltre il 4 marzo, è che sarebbe reazionario e regressivo postulare uscite grintose dalla globalizzazione, dall’Europa o dall’euro. Il compito dell’ora è però quello di rimettere in discussione le forme e le leggi della globalizzazione (in gran parte prodotte dalle stesse “sinistre”), e in concreto cercare di mettere in piedi una grande alleanza di opinioni e di forze democratiche europee per una revisione dei Trattati europei, per ridare legittimità al pluralismo delle politiche economiche e sociali e al ruolo della sfera pubblica nell’orientamento e nel sollevamento dell’economia reale: che vuol dire persone, famiglie, destini.