Archive for luglio 2017

TERZA REPUBBLICA CERCASI

luglio 25, 2017

FIDUCIA NEI PARTITI E NEI LEADER IN CALO. DESIDERIO DI DEMOCRAZIA DIRETTA

di Michele Ainis La repubblica 24-7-2017 pp.1 e 25

Siamo viandanti, pellegrini. Siamo un popolo in cammino, verso una terra promessa di cui ci è noto unicamente il nome: Terza Repubblica. Miraggio semantico che risuona di continuo nei nostri conversari, ora perché l’uno ti sprona ad accelerare il passo, ora perché l’altro t’avvisa che quella terra è già sotto i tuoi piedi, ne hai oltrepassato i confini senza riconoscerla, senza farci caso. Tu nel frattempo esiti, scantoni. Ti senti spaesato, non sai più chi sei, non sai dove ti trovi. Come definire questo paesaggio glabro che ti circonda in lungo e in largo? È il secondo tempo della Seconda Repubblica, quella battezzata all’alba degli anni Novanta? È il profilo incerto della Terza? O è forse l’eterno ritorno della Prima, come parrebbero attestare le faglie che dividono in partiti e partitini il Parlamento, come altresì confermerebbe la rivincita del proporzionale, dopo vent’anni di maggioritario duro e puro?

Palingenesi mancata. Nel dubbio, chiedi soccorso ai libri, ascolti la voce degli esperti. Bisognerebbe metterli d’accordo, però, almeno sulle date. Giacché un volumetto di Mauro Calise ne celebrava la nascita già nel 2006, un altro di Davide Giacalone posticipava il lieto evento al 2010, mentre nel 2014 Perry Anderson dichiarava che l’Italia è incinta della Terza Repubblica, ma chissà poi se il parto avrà successo, chissà quando potremo guardare in faccia la creatura. Risposta corale: quando ci investirà con la sua luce la Grande Riforma, palingenesi delle nostre istituzioni. E infatti nel 2016 l’approvazione del ddl Boschi fu salutata con parole unanimi, anzi con una doppia parola: Terza Repubblica. Sempre l’anno scorso, tuttavia, un referendum gettò quella riforma nel cestino dei rifiuti, sicché adesso non sappiamo più cosa pensare. Significa che l’Italia è balzata nella Quarta Repubblica senza passare per la Terza? Non avremmo tutti questi grattacapi se numerassimo le repubbliche attraverso la successione delle Carte costituzionali, come in Francia, dove ne contano cinque. O se ci regolassimo in base all’alternanza fra monarchia e repubblica, come in Spagna, dove il regno di Felipe VI ha due repubbliche alle spalle. Ma noi no, noi abbiamo escogitato un sistema più tortuoso, più intricato: ci sbarazziamo delle nostre vecchie repubbliche senza troni né assemblee costituenti, mettendo in fila le diverse Costituzioni «materiali» che s’avvicendano a dettare le regole del gioco. Siccome però la Costituzione materiale è un fantasma che non si può toccare, leggere, emendare, ciascuno conta a modo suo, e in ultimo finiamo un po’ tutti a dare i numeri, senza strumenti per comprendere la realtà politica e civile.

Dai partiti al leader. C’è allora una notizia da annunciare agli astanti: la Terza Repubblica è già qui, e lotta insieme a noi. Sennonché per riconoscerne i tratti dobbiamo sostituire gli occhiali che inforchiamo sul naso. Quegli occhiali guardano al sistema dei partiti, senza mettere a fuoco i cittadini. E dunque, Prima Repubblica: legge elettorale proporzionale, multipartitismo. Seconda Repubblica: maggioritario, bipolarismo. Giusto, però anche sbagliato. Perché al centro di ogni sistema democratico c’è pur sempre l’elettore, c’è la delega in bianco che quest’ultimo firma nei riguardi dell’eletto. Durante la Prima Repubblica (1948-1993) la nostra delega finiva nelle tasche del partito: votavamo la Dc, non Andreotti o Moro. C’era una sorta di fiducia collettiva nei partiti politici, e i partiti avevano la propria casa comune in Parlamento, che di conseguenza incarnava il baricentro delle istituzioni. Poi, nella Seconda Repubblica, la fiducia è diventata un afflato individuale verso il leader: votavamo Prodi o Berlusconi, non la sigla (mutevole come uno spot pubblicitario) che ne accompagnava il nome sulla scheda elettorale. Da qui il primato del governo sulle assemblee legislative, da qui un presidenzialismo di fatto, benché mai trasposto in norma scritta. E adesso?

Dalla fiducia alla sfiducia. Abbiamo i partiti in gran dispetto, ma non ci innamoriamo più di nessun leader, o se succede dura lo spazio d’una notte, com’è accaduto con Virginia Raggi a Roma. Perché questo è il tempo del disincanto, del ritiro della delega. Ne è prova la volubilità del corpo elettorale, ne è prova l’astensionismo che monta come un fiume in piena. Però dietro questo sentimento negativo c’è un’energia che reclama istituzioni in grado di raccoglierla, d’incanalarla. C’è una domanda di democrazia diretta, un desiderio di decidere senza filtri, senza investiture. È in crisi la delega, non la politica. Ma nella Terza Repubblica quest’ultima spetta ai cittadini.

michele.ainis@uniroma3.it

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DIBATTITO SU RENZI A LA REPUBBLICA

luglio 21, 2017

L’ODIO PER RENZI E IL LUTTO DELLA SINISTRA

L’ETEROGENEITÀ INASSIMILABILE VISSUTA COME USURPAZIONE. MANCATA ELABORAZIONE DEL LUTTO

di Massimo Recalcati, La repubblica 17-7-2017, pag.23

Quale è il peccato commesso da Matteo Renzi per aver attirato su di sé un odio così intenso? È un odio pre-politico o politico quello che lo ha così duramente investito? È l’indice di un tramonto irreversibile della sua leadership? È fondato sulla valutazione obbiettiva dei contenuti della sua azione di governo e di segretario del Pd oppure risponde a logiche più arcaiche, più viscerali, più pulsionali? Prendiamo in considerazione in particolare l’odio della sinistra che è il vero nodo della questione. Una prima considerazione generale: fa parte del suo Dna e della sua storia, anche di quella più recente, scatenare l’odio nei confronti di coloro che, dichiarandosi militanti di sinistra, osano introdurre dei cambiamenti che rischiano di minare alla base la sua identità ideologica. L’accusa di essere un rinnegato o un traditore in questi casi scatta come la salivazione condizionata nel cane di Pavlov. La storia ci offre una miriade di esempi, antichi e più recenti. La dichiarazione di voto favorevole al Referendum del 4 dicembre è assimilabile, per chi sente di appartenere al mondo della sinistra, a un vero e proprio outing con tutti i fatali effetti di discriminazione che esso comporta. Un intellettuale lucido verso il quale provo solo stima come Tomaso Montanari esigeva eloquentemente che Pisapia facesse autocritica per aver votato Sì al fine di risultare credibile nel suo sforzo di rifondazione di un nuovo campo della sinistra.

Malattia della sinistra. Ma possibile che ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto politico di Renzi sia sbagliato? Che ogni sua opzione sia divenuta contraria al bene del Paese e a quella del suo stesso partito? Non è un po’ sospetto? Matteo Renzi viene identificato non come la cura, ma come la malattia della sinistra. Una infezione, un batterio, una anomalia genetica di fronte alla quale anche i dispositivi democratici che regolano la vita del Pd e che, di fatto, ratificano ogni volta la sua leadership sembrano inadeguati. La convinzione resta inscalfibile: nemmeno l’accoppiamento con un uomo chiaramente di sinistra come Martina, scelto da Renzi come suo vice, la sposta di un solo millimetro.

Usurpazione. Proviamo a riflettere brevemente sulle origini del sentimento dell’odio. L’odio investe l’altro in quanto eterogeneo e inassimilabile. Renzi per la “sinistra sinistra” è l’incarnazione maligna di una eterogeneità che resiste ad ogni assimilazione. Le sue origini culturali e antropologiche sono differenti da quelle del vecchio gruppo dirigente del Pci che è migrato nel Pd. Un’altra cultura, un’altra sensibilità, ma anche un’altra generazione. Il fatto che questo “eterogeneo inassimilabile” sia divenuto, attraverso il legittimo voto delle primarie, il segretario del maggiore partito della sinistra italiana non è stato vissuto come il segno di un arricchimento, di una contaminazione propulsiva, di un superamento degli steccati ideologici, ma come una vera e propria usurpazione. Per questo è insistente — se non drammaticamente compulsivo — l’invito alla discussione interna sulla linea del segretario; invito chiaramente sintomatico che denuncia, a mio giudizio, proprio quel fantasma di usurpazione relativo ad una eterogeneità giudicata, appunto, originariamente e ideologicamente illegittima. Non solo bisogna infinitamente discutere sulla linea del segretario — non solo oggi che il partito è in difficoltà, ma, occorre ricordarlo, sin da quando Renzi ha acquisito legittimamente il suo incarico — , ma si deve continuare a discutere sino a quando questa eterogeneità scandalosa sarà espulsa o ridotta a una posizione minoritaria…

La vera ragione di tutto questo odio è la difficoltà della vecchia sinistra di. Più schiettamente: Renzi è colpevole di avere messo la sinistra di fronte al suo cadavere. Anziché fare il lutto della sua identità ideologica essa preferisce — come spesso accade — imputare all’eterogeneo la colpa della sua morte (già avvenuta). È un fenomeno che ricorda il rito tribale di alcune popolazioni dell’Africa nera riportato da Franco Fornari nel suo celebre Psicoanalisi della guerra: di fronte alla morte insensata di un bambino, la tribù afflitta anziché incamminarsi verso la via dolorosa dell’elaborazione del lutto preferisce attribuirne la responsabilità alla popolazione confinante e ai malefici del suo sciamano dichiarandole guerra.

Renzi sciamano? L’odio che lo investe vorrebbe coprire la fine di una concezione del mondo che ha nutrito l’interpretazione della storia per tutto il Novecento: la lotta di classe, una concezione etica dello Stato, l’identificazione del liberalismo e dei sui principi come Male, la gerarchia immobile del partito, la prevalenza della Causa universale sulle relazioni di cura particolari, una differenziazione paranoide del mondo in forze del Bene e in forze del Male, l’inclinazione populista e incestuosa della cosiddetta democrazia diretta, la riduzione delle politiche sociali a un maternage assistenzialista, il sospetto verso le manifestazioni della singolarità in tutte le sue forme, un paternalismo insopportabile che cancella le nuove generazioni. La morte irreversibile di questo paradigma imporrebbe un lavoro del lutto estremamente impegnativo. Molto più facile allora imputare al carattere spurio, meticcio, eterogeneo, sciamanico di Matteo Renzi la crisi del Pd e della sinistra in generale che affrontare questo immane e, in realtà, inaggirabile compito.

ESCALATION DI RANCORI TUTTI NE HANNO COLPA. RAGIONARE O È FINITA

CLASSI SOCIALI POLVERIZZATE E VINCOLI ECONOMICI HANNO MESSO IN CRISI LA SINISTRA

di Roberto Esposito La repubblica 18-7-2017 pag.11

Rancore personale. Nel suo articolo di ieri Massimo Recalcati coglie un punto nevralgico del cerchio in cui si è chiusa, senza saperne uscire, la sinistra italiana. Forse si potrebbe aggiungere che il “giglio magico” di Renzi non è solo destinatario, ma anche soggetto di questa dinamica. Come dimenticare i “ciaone” di scherno che sono venuti dal suo gruppo rispetto ai nemici in difficoltà. E anche nei recenti scambi al veleno tra Renzi, D’Alema e Letta non si può dire che il “fuoco amico” sia venuto solo da una parte. Detto questo, l’analisi di Recalcati descrive un fenomeno che va assumendo carattere antropologico – lo sprofondare delle passioni politiche nel gorgo del risentimento. Si tratta del passaggio repentino dell’odio dal piano privato a quello pubblico. Il rancore personale non solo come contenuto, ma come forma della politica.

Liquidazione. Recalcati riconduce tale esplosione di passioni negative alla difficoltà della sinistra tradizionale a elaborare il lutto per la perdita della propria ideologia. Anziché guardare dentro di sé, essa proietta il male su colui che l’ha emarginata, mettendone a nudo limiti e ritardi. Certo, Renzi ha favorito con i suoi atteggiamenti questa tendenza. Essa è stata in buona parte cercata da chi ha posto la liquidazione del vecchio gruppo dirigente del Pd al primo posto della propria strategia. Una volta scatenato, l’odio politico entra in una sorta di circuito in cui non è più riconoscibile chi ha fatto la prima mossa. Ma alla fine non importa neanche tanto. Il problema è quello di ricondurre tale conflitto, pre-politico o post-politico, nei canali della dialettica politica. Senza immaginare di poterlo azzerare in una concordia di facciata ormai impossibile. E neanche necessariamente auspicabile.

La disaffezione degli elettori non nasce solo da una battaglia politica degenerata in rivalità personale. Nasce anche dalla scarsa visibilità di prospettive politiche differenti. Perché, al netto dei risentimenti personali, non sempre è chiaro quello che distingue le due, o tre, sinistre sul piano delle idee e dei programmi. E su di questi che è necessario spostare l’attenzione, se non si vuole ridurre l’analisi alla sfera della psicopatologia politica. Certo gli elementi soggettivi non vanno sottovalutati. Nella stagione dei partiti personali essi contano e come. Ma vanno situati in un quadro oggettivo che li spiega e li riduce.

Le difficoltà della sinistra sono riconducibili da un lato ai vincoli economici che i governi hanno sottoscritto riducendo drasticamente i propri margini di scelta; dall’altro alla polverizzazione di quelle che un tempo si chiamavano classi sociali, oggi frantumate in un pulviscolo di interessi individuali che stentano a costruire un fronte politico comune. L’intreccio di questi due fattori – che sta disgregando i corpi intermedi come partiti e sindacati – ha messo alle corde la democrazia rappresentativa, danneggiando soprattutto la sinistra. Mentre le destre e i movimenti populisti si muovono a loro agio in un regime postdemocratico, le sinistre sono sempre più in difficoltà. Non avendo più un fronte esterno – di classe – esse sono portate a ricostruirlo al proprio interno, dando luogo ai fenomeni patologici di cui sopra. Per sottrarsi a questa deriva – di cui l’odio personale è solo la manifestazione più visibile – le sinistre devono mettere in campo progetti chiari di intervento sulle cause reali della crisi. Per esempio scegliendo tra una politica di detassazione generalizzata e una politica di investimenti pubblici sostenuta da una tassazione mirata a ridurre davvero le disuguaglianze. Solo in questo modo i conflitti politici acquisteranno un senso comprensibile dagli elettori.

BUONE ALCUNE RIFORME MA LA NARRAZIONE ALLA LUNGA HA DELUSO

LA SPERANZA È STATA DISATTESA, I VECCHI METODI DELLA POLITICA SI SONO RIPRESENTATI

di Guido Crainz La repubblica 18-7-2017 pag.11

Dopo il 4 dicembre. Si possono condividere almeno in parte (o in gran parte) le critiche di Massimo Recalcati agli oppositori di Renzi ma forse la domanda di fondo non è «perché Renzi ha attirato su di sé un odio tanto intenso?» quanto «perché la sua stagione è sostanzialmente terminata?». Perché l'”odio” nei suoi confronti non è più ristretto a una sinistra ideologica, rancorosa e residuale ma si è esteso a larga parte di quella stessa società che pur aveva guardato con fiducia alla sua proposta? È una domanda ineludibile dopo il responso del 4 dicembre, che Renzi aveva irresponsabilmente trasformato in un referendum su se stesso. Da allora è impossibile negarlo: le speranze che la sua leadership aveva inizialmente alimentato si sono progressivamente trasformate in una diffusa ostilità sociale e culturale, prima ancora che politica. E non è difficile comprenderne le ragioni, o almeno alcune di esse. Nel suo irrompere sulla scena Renzi si era impegnato a «cambiare il Pd e a cambiare la politica» e su questa base aveva conquistato la stragrande maggioranza del partito e poi il 41% alle elezioni europee del 2014: risultato di grande rilievo, perché dopo molti anni il centrosinistra non perdeva più elettori ma ne conquistava di nuovi.

Ridava fiducia nella politica e nel riformismo in un Paese sempre più disorientato ed esasperato. Purtroppo quella speranza è stata disattesa, i vecchi metodi della politica si sono ripresentati e al tempo stesso – nel privilegiamento dell’azione di governo – il Pd è stato abbandonato a se stesso. Anche per questo dopo quattro anni di “rinnovamento” il suo gruppo dirigente è ancor più ristretto di prima e visibilmente logorato (anche senza considerare qui diaspore e scissioni, odi e rancori). E nelle differenti realtà il panorama non è diverso: questo confermano le recenti sconfitte alle elezioni amministrative, legate anche all’incapacità di proporre una classe dirigente all’altezza della situazione. Su questo era doveroso riflettere dopo la dura sconfitta del 4 dicembre, in un lavoro di lunga lena capace di coinvolgere l’idea stessa di politica.

Ottimismo disatteso. Cosa significa ad esempio far crescere nuove leve, su quali saperi deve incentrarsi la formazione dei quadri dirigenti di un partito riformatore (tema che pur è stato messo all’ordine del giorno)? Su quali etiche e su quali visioni di futuro? È un nodo centrale, e proprio perché – come ha scritto bene Recalcati – gran parte delle culture politiche del passato sono oggi inservibili o vanno profondamente ripensate. Si pensi al welfare, asse fondativo delle nostre democrazie, così come si è definito nell'”età dell’oro” dell’Occidente: come rimodellarlo, ampliandolo e non restringendolo, quando quella fase si è esaurita da decenni e in uno scenario segnato del lungo protrarsi della crisi internazionale del 2007-2008? In questo quadro la “narrazione” astrattamente ottimistica di Renzi ha cozzato con la realtà e con il diffuso sentire di un paese logorato e duramente provato. Lo ha ulteriormente inasprito. Altre questioni si sono poi aggiunte, e si pensi alla sproporzione fra le molte riforme messe in cantiere o approvate (alcune sicuramente positive, come quella sulla pubblica amministrazione) e le grandi difficoltà nel tradurle in pratica. È sufficiente evocare resistenze corporative e burocratiche o non vi è stata anche una “incompetenza riformatrice” cui porre rimedio? Domande come queste non possono essere eluse, a mio avviso, in un panorama politico in cui non sono visibili alternative realmente credibili, cantieri di riflessione stimolanti e convincenti. E in cui è in gioco la sopravvivenza stessa di una sinistra riformista.

SOLO CONTRO TUTTI MATTEO È VITTIMA DI UNO SCHEMA

LA CONTINUA SOLLECITAZIONE ALL’AMORE VERSO IL CAPO NON REGGE SENZA PROVE D’AMORE

di Tomaso Montanari La repubblica 18-7-2017 pag.11

Seduzione della folla. Non so se giovi mettere la politica sul lettino dell’analista, specie se l’analista non è estraneo al gioco politico. In ogni caso, se si cerca la ragione della diffusa insofferenza verso Matteo Renzi, la risposta è: Matteo Renzi. Lungo tutta la sua carriera politica, Renzi non ha lavorato a costruire una comunità, ma a drammatizzare il rapporto tra un capo e la folla. Non con la parola razionale, l’argomentazione, ma con la seduzione dello storytelling, cioè di un marketing capace di vendere al pubblico una scatola il cui unico contenuto era Renzi stesso. «Un rullo compressore lanciato su società e politica per spianare qualsiasi ostacolo», secondo un’efficace definizione di Stefano Rodotà.

Una ultrapersonalizzazione che sostituiva alle istituzioni e ai corpi intermedi la consorteria fiduciaria del capo, il famoso giglio magico. Un ritorno all’antico regime, al tanto vagheggiato Rinascimento: non al dittatore, e nemmeno all’amministratore delegato berlusconiano, ma al principe e alla corte. Qualcuno ricorderà la massima impresa mediatica del Renzi sindaco: la risibile ricerca della inesistente Battaglia di Anghiari di Leonardo in Palazzo Vecchio. La narrazione opponeva un giovane sindaco che parlava di «sogni», ai «professoroni della storia dell’arte», con la loro incapacità di «essere stupiti dal mistero». E quando Roberto Saviano puntò il dito contro il conflitto di interessi del ministro Boschi nell’affaire Banca Etruria, Renzi rispose teatralizzando l’amore e l’odio: «Siamo gli unici che vogliono bene all’Italia, contro il disfattismo e il nichilismo, contro chi sfoga la sua frustrazione nelle polemiche».

Era lo stesso schema poi adottato per il referendum, contro i costituzionalisti del No: il rapporto diretto con la gente e la demonizzazione dei portatori di senso critico. Ma la continua sollecitazione all’amore verso il capo non può reggere a lungo senza concrete prove d’amore. Se il rullo compressore non funziona, la fascinazione si trasforma presto in diffidenza, poi in ostilità. Renzi è passato molto velocemente dalla Provincia, al Comune a Palazzo Chigi. E quando lì è stato evidente che le promesse mancate, le insufficienze di governo, la mancanza di visione, l’incapacità di creare una squadra e di tenere in piedi una comunità minavano la credibilità dello storytelling, il rimedio è stato la scommessa del referendum. Lo schema più amato da Renzi: lui solo contro tutti, appellandosi alla folla. È finita come sappiamo: tutta la personalizzazione renziana ha cambiato segno in poche ore, dall’amore al suo contrario. L’apprendista stregone è stato travolto dalla forza evocata. E il mancato ritiro dalla politica, solennemente promesso, ha infine trasformato un dramma nell’eterna commedia italiana.

Riflessione di merito. Ora l’errore più grave sarebbe seguire lo stesso schema. E cioè pensare che, finito Renzi, la Sinistra italiana possa ricominciare dal 2014. Quando è evidente che il futuro non può essere il ritorno alla classe dirigente che, con la sua catena di errori e debolezze, ha aperto la strada all’avventurismo personale renziano. Per questo la mia richiesta a Giuliano Pisapia di discutere senza remore la sua scelta di votare sì al referendum non mira (come suggerisce Recalcati) a una nuova personalizzazione, stavolta in negativo: ma, anzi, vuole aprire una seria riflessione di merito. Quella riforma puntava sulla centralità dell’esecutivo a spese della rappresentanza, sulla figura del capo, su un restringimento degli spazi della critica: è ancora questa la direzione? È questa la via più adatta per combattere la diseguaglianza che sfigura il paese? Lasciamo i capi al loro destino, riprendiamo ad occuparci della comunità.

QUEL LIBRO CHE RIVELA LE CARENZE DEL SEGRETARIO

AVANTI” DENOTA SUPERFICIALITÀ, EGOTISMO, SCARSE STRATEGIE E ATTENZIONI AI POVERI

di Emanuele Felice La Repubblica 25-7-2017 pag. 27

Per capire Matteo Renzi e la sua parabola, e anche l’ostilità che lo circonda, basta prendere il suo libro. Colpisce la superficialità, nella forma e nei contenuti. Renzi ha voluto pubblicare un best seller adatto all’uomo della strada, una continuazione su carta dei suoi tweet e dei talk show? Eppure dichiara in apertura di averlo scritto proprio per raccontarsi «in modo meno superficiale, più profondo, riflettuto». Per offrire di sé un’immagine diversa da quella che appare dalla cronaca mediatica di tutti i giorni. Strano: le due immagini coincidono perfettamente. «Arrivo a Bruxelles sbadigliando come sempre: in genere le riunioni sono noiosissime», è solo una perla fra le tante. E poi abbondano gli aggettivi enfatici («straordinario », «storico», «poderoso»), mentre i temi anche più complessi si trovano abbozzati e liquidati con disinvolta approssimazione. Dobbiamo dedurne che Renzi è davvero così, come appare. E di certo il libro se l’è scritto da solo. Insomma in quanto a spessore intellettuale (e letterario) l’ex premier non è Churchill. Ma nemmeno Togliatti, Berlinguer, Amato, Prodi, o Veltroni. E in fondo nemmeno Craxi, titolo a parte (Avanti). Questo però non è, in sé, il problema maggiore. Il mondo è complesso e un leader non può avere tutte le risposte, tantomeno in anticipo. Certo deve studiare i dossier, e accettare di appassionarsi a riunioni «noiosissime», ma in linea di massima non c’è bisogno di un grande intellettuale per guidare le redini dello Stato.

Tre doti. A un leader si richiedono però tre doti: carisma, capacità di fare squadra e una chiara visione. Il punto è che a Renzi mancano, oggi, proprio queste tre caratteristiche. E il suo libro lo conferma drammaticamente. Forse il carisma era una volta il suo punto forte. Oggi però l’impressione è che Renzi stia antipatico, a prescindere, alla grande maggioranza degli italiani. Qualunque cosa faccia o dica, a torto o a ragione. E ben al di là dei confini della sinistra. Di questa antipatia a pelle una delle cause è certo il suo ego, ipertrofico sembrerebbe. Ora sappiamo che non è una costruzione dei media ostili: trasudano di egotismo anche le pagine di Avanti. Tanto che pure i tentativi di schermirsi si rivelano subito per quello che sono, goffe accentuazioni di falsa modestia.

Squadra. In quanto alla capacità di circondarsi delle persone giuste, e alla costruzione della classe dirigente, può darsi che Renzi sia un po’ migliorato negli ultimi tempi. Con l’esperienza si impara. Peccato che con Avanti siano tornati alla ribalta gli aspetti della sua leadership più divisivi (si veda l’assurda polemica con Enrico Letta). E peccato che proprio la sua scelta «di squadra» forse più azzeccata e importante — Gentiloni a Palazzo Chigi — per contrasto stia facendo risaltare quanto, invece, il governo precedente fosse incapace di includere e valorizzare, al punto da finire assediato in un fortino di fedelissimi. Sia chiaro, molte polemiche di cui Renzi è stato vittima erano strumentali o esagerate. Ma pure dal suo campo le note stonate non sono mancate, abbondavano anzi. Se poteva esserci un’occasione per fare almeno un po’ di autocritica, è stata persa. L’analisi di Massimo Recalcati coglie quindi solo un lato del problema. L’altro è dato dal carattere e dall’atteggiamento di Renzi. Si prenda, per un confronto, quanto ha scritto Tony Blair su questo giornale a proposito di Corbyn, e si veda la differenza.

Strategia. Ma forse le falle più serie si aprono nella visione strategica. Sono proprio le idee, specie quelle di politica economica e sociale. Le tre nuove parole d’ordine, «lavoro, casa, mamme», al di là del fatto che messe così in fila fanno un po’ sorridere, contengono alcuni spunti interessanti, benché citati molto frettolosamente: sull’innovazione per le imprese manifatturiere, le zone fiscali di vantaggio per il Mezzogiorno, le smart cities o la lotta al dissesto idrogeologico. Altri però sono alquanto opinabili: favorire le famiglie numerose, ad esempio, assieme alla retorica dell’«aiutiamoli a casa loro» delinea un’idea di futuro che è tipica della destra conservatrice. Per inciso, sull’aiutiamoli a casa loro sappia Renzi (e pure Salvini) che se i paesi poverissimi dell’Africa diventano un po’ meno poveri — come tutti auspichiamo — il risultato immediato sarà l’aumento dell’emigrazione verso la ricca Europa: con un’alta fertilità, molti useranno le poche risorse in più esattamente per cercare di emigrare, da una situazione che comunque rimane molto peggiore della nostra. Sono proprio le nozioni di base della storia economica mondiale. Se le studiassero, i nostri leader demagoghi o aspiranti tali.

Povertà. E vi sono carenze programmatiche ancora più gravi. Primo, Renzi praticamente ignora la questione sociale che si è spalancata in Italia negli ultimi dieci anni, e derubrica tutti i possibili rimedi alla voce assistenzialismo. Non parla di povertà, cosa ben strana per un leader di sinistra (persino in ciò si differenzia da Blair). Secondo, anche a volerlo prendere per un modernizzatore di centro a la Macron, l’ex premier sembra avere ormai gettato la spugna su un nodo tuttora cruciale per l’Italia, e su cui in passato aveva puntato molto (anche se male): la riforma delle istituzioni e dell’assetto amministrativo. Rimasto scottato, ha rinunciato alla parte più ambiziosa del suo progetto. Terzo, e come comprova anche la vicenda del fiscal compact, sull’Europa Renzi continua a muoversi nella logica intergovernativa che tanti danni ha recato, inevitabilmente, all’Unione. Non crede nell’Europa federale, il grande tema invece centrale per la politica liberale e progressista; al più si limita a richiami retorici ai valori comuni. Privo di questi tre elementi, il suo appare un programma raccogliticcio che pesca dalla sinistra alla destra secondo gli umori dell’elettorato, privo di quello slancio che ci si aspetterebbe dal leader di un grande partito riformista d’Europa (non più il maggiore, anche se non sembra essersene accorto). E forse l’assenza di questi riferimenti contribuisce a isolarlo ancora di più dalle forze vitali — sociali, imprenditoriali, culturali — che pure ci sono nel Paese, e con le quali avrebbe bisogno di ricostruire un legame.

IL GESTO PIÙ UTILE CHE RENZI PUÒ FARE

luglio 1, 2017

LA RINUNCIA A CANDIDARSI NE FAREBBE UN POLITICO CHE SA PENSARE ALL’INTERESSE GENERALE, QUANDO NECESSARIO

di STEFANO FOLLI La Repubblica 29 Giu. 2017 pag. 31

Errori commessi. Spiegare le disavventure della politica come effetto di congiure e complotti è sempre segno di grave debolezza. Un modo per rifiutare la realtà quando questa risulta spiacevole. S’intende, i complotti talvolta esistono, ma sono efficaci se rivolti verso obiettivi circoscritti: ad esempio annichilire un avversario o tagliare le gambe a un candidato sgradito. Ne abbiamo avuto qualche esempio nella politica italiana degli anni recenti. Servono a poco, invece, quando c’è da approfondire le cause di una sconfitta. O riconsiderare una strategia sbagliata. Nel Pd la tensione interna è palpabile, ma non ha ancora dato luogo a un esame critico degli errori commessi nell’ultimo anno. Da quando la campagna sul referendum costituzionale — un momento non privo di solennità che richiedeva il massimo rispetto per il cittadino chiamato a esprimersi sulla Carta fondamentale — si trasformò nella battaglia personale di un uomo, Renzi, contro il resto del mondo. La mancata analisi di quella disfatta è all’origine della crisi che attraversa oggi il Pd. In mezzo ci sono tre passaggi solo in apparenza privi di nesso: la scissione; le primarie che hanno di nuovo consacrato Renzi segretario del partito; e le elezioni comunali, in cui il leader della formazione più importante è rimasto sempre silente e di fatto indifferente agli esiti del voto.

Le primarie dovevano restituire al Pd una salda leadership, dopo che Renzi aveva disatteso la promessa di ritirarsi dalla vita pubblica in caso di insuccesso al referendum. In pratica hanno suggellato il partito personale in un rapporto carismatico fra il leader e i suoi fedeli elettori. Gli altri, dirigenti e capi-corrente, sono una sovrastruttura destinata prima o poi a essere spazzata via (si veda la direzione composta da giovani militanti). Di conseguenza le elezioni amministrative sono apparse un accadimento minore sulla via dell’unica prospettiva che conta: le elezioni politiche da celebrare il prima possibile, così da affrettare il ritorno a Palazzo Chigi. In che modo? Attraverso quale percorso, considerando che non si prevede un vincitore sicuro e, anzi, i sondaggi delineano un Parlamento ingovernabile (“impiccato”, dicono gli inglesi)? Qui entra in gioco la straordinaria fiducia in se stesso di Renzi, il suo volontarismo. Se un milione e ottocentomila italiani mi hanno votato nelle primarie — ecco più o meno il ragionamento — cosa impedisce di credere che in proporzione una massa di italiani mi voterà alle politiche, consegnandomi una vittoria che gli scettici escludono e che invece è a portata di mano? A patto ovviamente di liberarmi di lacci e laccioli, cioè di tutti i notabili vecchi e nuovi. Anche se accampati all’esterno come il più insidioso di tutti: Romano Prodi.

Rischi notevoli. Questo spiega perché il magro bottino di domenica viene presentato come una mezza vittoria. Se la realtà non piace, meglio rimuoverla. E laddove la sconfitta non si può celare, va attribuita alla congiura dei nemici interni. «Non bisogna cambiare le decisioni del partito, bisogna cambiare il popolo» diceva Brecht in un famoso paradosso. In questo caso, gli elettori di Genova e delle altre città vanno messi fra parentesi perché disturbano, sono un ostacolo lungo il cammino che conduce alla grande sfida finale. Uno contro tutti, come sempre. Se questa è la scelta, i rischi sono notevoli. Gli stessi che si corrono puntando tutto su un numero alla “roulette”. Attendiamoci frizioni sempre più aspre. Quando un personaggio compassato come Franceschini o una figura storica come Veltroni lanciano l’allarme, vuol dire che è stato superato il livello di guardia. Il capo è stato plebiscitato dalle primarie, ma i dirigenti e i quadri intermedi sono disorientati e stanno perdendo la fiducia in lui.

È una contraddizione esplosiva che Renzi può sanare con una semplice mossa: rinunciando a candidarsi a Palazzo Chigi. Del resto, rinuncerebbe a qualcosa che in ogni caso è irrealizzabile. Quasi nessuno crede che possa essere lui il premier in grado di creare una coalizione: servirebbe una tendenza alla mediazione che non fa parte del bagaglio renziano. Inoltre, in un sistema proporzionale il presidente del Consiglio lo sceglie Mattarella. E a Palazzo Chigi oggi c’è un uomo, Gentiloni, che si fa apprezzare anche all’estero per il suo equilibrio. Un simile gesto, da parte di Renzi, restituirebbe pace al partito. Toglierebbe dal tavolo l’impressione che si sta giocando solo una spietata lotta di potere. E farebbe di Renzi un politico che sa pensare anche all’interesse generale, quando è necessario.