2) LA SVOLTA LIBERISTA: LIBERE VOLPI IN LIBERI POLLAI

BENEFICI SOLTANTO PER I POTERI FORTI

di Stefano Briganti e Lelia Della Torre (del Comitato Difesa Costituzione Merate)

Fatti traumatici. Le contestazioni studentesche del 1968 misero in evidenza la permanente subordinazione dei lavoratori (oltre che dei giovani), fino ad avanzare dubbi sulla validità dello sviluppo che si stava perseguendo: basato sul consumismo, la creazione di bisogni sempre più superflui, attraverso pubblicità e media. Uno sviluppo che talvolta si rivelava persino dannoso (si pensi agli incidenti o al consumismo alimentare) e che in ogni caso aveva una componente predatoria: venivano depredate le materie prime del terzo mondo, le loro risorse umane migliori (con la fuga dei cervelli), venivano compromessi gli equilibri climatici, ecc. Qualche anno dopo si ebbero altri fatti traumatici con le crisi dell’energia (da noi nel 1973 e poi ancora nel 1979). I produttori di petrolio avevano compreso che conveniva associarsi in un cartello, anziché restare in concorrenza tra di loro. Così, grazie a questa posizione monopolistica, i prezzi del petrolio (e a cascata delle altre fonti energetiche) si impennarono, creando vari turbamenti nelle economie occidentali.

Avvento del liberismo. Essendo ormai cessata la spinta propulsiva della ricostruzione post bellica, le economie occidentali entrarono in recessione. Si verificò anche un fenomeno inedito, che non era stato previsto da Keynes: la stag-flazione, cioè la presenza contemporanea di stagnazione e inflazione: due fenomeni che, secondo il pensiero keynesiano, dovrebbero essere incompatibili. Anche prendendo a pretesto questa incongruenza, il pensiero liberista – da sempre preferito dalle classi dominanti – fu rilanciato fortemente e si affermò quasi ovunque nel mondo: nelle università, nei media, in politica. I premi Nobel per l’economia andarono tutti a pensatori liberisti, restando esclusi quelli keynesiani (e ancor più quelli di ispirazione marxista). Per vincere le cattedre di economia si doveva (e ancor oggi si deve) pubblicare sulle riviste main stream, cioè liberiste; e si dà il caso di docenti di ispirazione keynesiana che l’hanno tenuta nascosta, manifestandola solo dopo aver conquistato la cattedra. L’avvento al potere della Thatcher e di Reagan, prima, e poi il crollo del “muro di Berlino” sancirono “definitivamente” la vittoria del liberismo, col conseguente abbandono delle politiche sociali e l’avvio di numerose privatizzazioni. Tra queste è da ricordare per il nostro paese in particolare la dismissione dell’IRI, smembrato e svenduto, che comportò oltretutto la perdita di un inestimabile patrimonio umano e tecnologico.

Pensiero unico. Col liberismo si fa strada la retorica per cui tutto ciò che è pubblico diventa oggetto di disprezzo, viene ammirato in modo acritico il mercato, che deve essere libero da lacci e lacciuoli, la crescita deve essere senza fine, ciò che conta in modo quasi ossessivo è la creazione della ricchezza aldilà di qualsiasi problema di risorse e di impatto ecologico. Si afferma il principio che il calcolo economico può dare i migliori risultati quando viene applicato ad ogni aspetto della società e dell’esistenza umana, lo Stato deve lasciare assolutamente libero il capitale, ogni persona deve far fronte al proprio destino con i propri mezzi assumendosi i propri rischi. Pensatori neoliberali sono all’opera per convincere, per fabbricare un consenso collettivo sulla necessità di rendere il lavoro flessibile, ridurne il costo, tagliare lo stato sociale, privatizzare ferrovie, trasporti pubblici locali, scuola pubblica, università, telecomunicazioni, sanità; persino l’acqua a dispetto del referendum 2011. Tramite Tv e giornali viene esercitata una egemonia culturale e si afferma il pensiero unico neoliberista, secondo il quale “non ci sono alternative”.

Prevale il potere economico. Le imprese, in teoria, dovrebbero fare quello che è loro concesso o incentivato dal quadro legislativo. La realtà è piuttosto l’inverso: sono le leggi ad essere fatte secondo i desideri delle imprese o, più in generale, del potere economico, anche attraverso l’opera dei lobbisti: solo a Bruxelles se ne contano ben 20.000, oltre a quelli che operano a livello nazionale. Si spiega così come la svolta liberista in realtà abbia portato all’affermazione di interessi particolari su quelli generali, consentendo ad es.:

  • alle banche di operare legalmente nel proprio interesse, impedendo alle autorità di sorveglianza di eccepire alcunché sul colossale volume di denaro fittizio messo in circolazione;
  • di abbassare l’aliquota sui redditi più elevati (passata in Italia dal 72% nei primi anni ‘80 al 43% di oggi);
  • forme diffuse di elusione ed evasione fiscale per i grossi capitali;
  • di tagliare i fondi per la scuola pubblica, l’università e la ricerca: investimenti a lungo termine che solo lo Stato può fare per il bene della collettività.

Il lavoro penalizzato. I top manager, essendo a conoscenza delle vicende che modificano i prezzi (specie nei mercati azionari), riescono ad attribuirsi remunerazioni esorbitanti (in media 300 volte la paga di un operaio, ma anche 1000 volte negli USA, mentre fino agli anni ‘80 i compensi raramente superavano le 40 volte). Di contro le altre forme di lavoro sono sempre più flessibili e precarie. Flessibili sono lavori a tempo determinato, a tempo parziale, lavori in affitto, lavori parasubordinati; la precarietà si manifesta nella insicurezza, instabilità, brevità. Richiedono alle persone di adattare ripetutamente l’organizzazione della propria esistenza alle esigenze produttive. Non consentono di accumulare alcuna significativa esperienza professionale. Non permettono di fare previsioni o progetti di vita. Sono spesso stressanti perché prevedono maggiori carichi di lavoro e minori pause. Il risultato finale di questa penalizzazione del lavoro può essere condensato in questo dato: nell’ultimo quarto del secolo scorso la quota salari sul PIL è crollata di più di 10 punti. Questa percentuale corrisponde a soldi che, invece che ai lavoratori, sono andati ad aumentare rendite e profitti, spesso parassitari.

In definitiva, come si vede, le volpi, cioè i poteri forti, prevalgono sempre più. Chi paga sono i polli, cioè noi, che spesso neppure ci accorgiamo… di essere spennati. E magari siamo anche liberisti!

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