Archive for maggio 2017

IL PERICOLO DELLE POLVERI ULTRAFINI

maggio 22, 2017

POSSONO DANNEGGIARE ANCHE I NASCITURI. BISOGNA CONTENERE OGNI FORMA DI COMBUSTIONE, SPECIE DEI RIFIUTI

dalle relazioni di Lelia Della Torre, medico, e di Carlo Sala, chimico, all’incontro del 10 maggio 2017 del Comitato Difesa Costituzione Merate

L’Italia detiene un triste primato: quello dei tumori infantili (0-14 anni). Si tratta di un numero fortunatamente basso (attorno a 175 casi per milione/anno, secondo i dati AIRTum, contro i 158 degli Stati Uniti e la media europea di 140) ma è in continuo aumento (attorno al 2% annuo) a ancor più (3,4%) per la prima infanzia (0-1 anno): freddi dati dietro cui c’è strazio e fallimento. Le cause di questa patologia sono poco conosciute (e forse anche poco studiate) ma il fatto che i neonati siano più colpiti fa pensare a qualcosa di precedente alla nascita. Esistono fondati sospetti che tra le cause più significative vada evidenziato l’inquinamento apportato dalle polveri ultrafini o nanoparticelle che hanno origine prevalentemente dalle combustioni; le dimensioni di alcune particelle vengono rappresentate nella figura seguente (dove µm significa micron, milionesimo di metro; per le nanoparticelle si passa alla scala inferiore dei nanometri, nm, miliardesimi):

 Nellultimo decennio è cresciuto decisamente linteresse per linalazione di particelle con dimensioni inferiori a 100 nm. È evidente che a dimensioni così basse è difficile rilevarle e ancor più trattenerle o filtrarle. Mentre la parte più grossolana delle particelle inalate (PM10 PM2,5 PM1) sono trattenute nei vari settori dellalbero respiratorio (vedi fig.), danneggiando primariamente il sistema respiratorio, le altre, di dimensione nanometrica, possono passare dagli alveoli polmonari direttamente al sangue. Da lì possono raggiungere tutti gli organi (dal cuore, al cervello, alla placenta) e, passando all’interno della cellula, possono alterare i meccanismi di risposta anticorpale e di riproduzione cellulare. Ovviamente questi inquinanti possono arrivarci anche dalla catena alimentare, dagli indumenti e altre fonti, oltre all’aria respirata, che però è la più significativa.

Epigenetica: per capire il significato di questo termine si può fare il caso di due gemelli omozigoti, che cioè, derivando dallo stesso ovulo, hanno identico DNA. Eppure tra loro ci sono differenze anche fisiche: queste si definiscono differenze epigenetiche, cioè acquisite al di là della genetica, che per loro è la stessa (epi è un termine greco che vuol dire al di là). Epigenetica è appunto lo studio di tutte quelle cose che la genetica non è in grado di spiegare. Negli ultimi decenni si è posta particolare attenzione a certe sostanze chimiche, presenti nel particolato sottile, che non sono mutagene, cioè non alterano direttamente la sequenza del DNA, possono però provocare danni epigenetici. Si tratta di modifiche a quel complesso di proteine che danno la forma tridimensionale alla struttura del DNA e così alterano la replicazione, attivano o silenziano in modo anomalo alcuni geni (ad esempio fino alla perdita di controllo e alla proliferazione di un tumore). I danni alla salute imputabili all’inquinamento per esposizione della popolazione anche a basse o bassissime dosi di sostanze chimiche si concretizzano in un aumento dei casi di:

tumori (soprattutto infantili); aterosclerosi e malattie cardiovascolari; malattie neurologiche (autismo, demenze, SLA, ecc..); reazioni allergiche ed intolleranze; sterilità, nati prematuri; obesità, diabete.

L’epidemiologia riesce ad individuare i danni dopo numerosi anni, anche decenni, dall’esposizione, ma non può individuare i danni epigenetici che si possono trasmettere a figli e nipoti, cioè alle generazioni future: sono quelli che destano maggiori preoccupazioni.

Combustioni. Le polveri ultrafini derivano essenzialmente dalle combustioni: non si dimentichi che sono combustioni anche quelle che avvengono nei motori a scoppio e non soltanto nel riscaldamento degli ambienti, nei roghi delle campagne o nell’incendio dei boschi. In campo industriale si ricordano la produzione dell’acciaio, di altri metalli e leghe, del vetro, del cemento e inoltre le lavorazioni dei metalli a caldo e le saldature. Per quanto riguarda gli inceneritori dei rifiuti solidi urbani nella camera di combustione si formano, oltre all’anidride carbonica, ossido di carbonio, ossidi di azoto e di zolfo, acidi inorganici e molte altre sostanze; certamente influiscono sulla loro qualità e quantità diversi fattori, quali ad es. la temperatura della combustione e i materiali che la alimentano. Gli inquinanti che si formano sono numerosi e si trovano in fase gassosa; sono di particolare interesse gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), l policlorobifenili (PCB), le diossine (CDD), i metalli. Nello stesso tempo hanno origine particelle di polvere prevalentemente fini e nanoparticelle. Con una temperatura più elevata della fiamma si produce solitamente maggiore quantità di polveri fini. Le polveri che sfuggono all’abbattimento possono fare da trasportatori di inquinanti come IPA, PCB, metalli, tutti di grande interesse tossicologico.

Il principio di precauzione dovrebbe indurci a ridurre il più possibile l’esposizione ad ogni tipo di inquinante, ma soprattutto a evitare le combustioni che possono immettere nell’aria le polveri sottili e ultrasottili (oltre all’anidride carbonica, causa principale dell’effetto serra). Certe pratiche – peraltro assai diffuse e tradizionali – come la bruciatura di ramaglie o stoppie nelle nostre campagne o boschi, oggi non vanno assolutamente più consentite (anche per evitare incendi). In alternativa vanno promosse le pratiche di compostaggio, cippatura, recupero. Altrettanto severa dovrebbe essere da parte dei governanti la penalizzazione dell’uso di motori a scoppio, specie se per diletto: moto-cross, diporto ecc. Nel riscaldamento dovrebbero essere nettamente favorite le fonti che non richiedono combustioni termiche, come solare, eolico, geotermico, pompe di calore, pirolisi e, forse un domani, pile a combustibile o altro ancora. Per quanto riguarda i rifiuti, anche seguendo le indicazioni dell’UE, si tratta di attuare buone pratiche. I comuni che hanno organizzato la raccolta differenziata porta a porta (ad esempio Ponte alle Alpi/Belluno e Capannori/Lucca, ma anche in Lombardia nel vimercatese) hanno ottenuto importanti risparmi economici sia per i cittadini che per le amministrazioni, col riciclo e la raccolta differenziata (fino al 85%). Questi risultati sono stati ottenuti anche grazie ad una azione capillare di informazione/formazione dei cittadini tesa non solo ad una corretta raccolta ma anche ad una riduzione dei rifiuti, con campagne rivolte alla diffusione di: vuoti a rendere, agricoltura a Km 0, riduzione dell’“usa e getta”, riuso, ecc. Anche se il progresso tecnico ha consentito miglioramenti nel filtraggio dei fumi e nelle tecniche di incenerimento e in attesa che la scienza riesca meglio a conoscere come si forma e come opera nel nostro organismo il particolato ultrafine, i rischi per le generazioni future dovrebbero far prevalere il buon senso della precauzione.

Bibliografia indicativa: Relazione Burgio: https://youtu.be/a1Ffvp6mSHA; Comune di Genova, Compostiamoci bene, manuale di 84 pagine di Federico Valerio; Comune di Vedelago Tv http://www.centroriciclo.org; www.comunivirtuosi.org; http://www.menorifiuti.org

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SALUTE E ALIMENTAZIONE

maggio 20, 2017

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…» (art.32 Cost.)

«…Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: …tutela della salute; alimentazione…» (art.117 Cost.)

Il pericolo delle polveri ultrafini  Della Torre, Sala

La differenza tra mangiare e stare a tavola  Recalcati

Sobrietà: istruzioni per l’uso

Pane quotidiano un diritto di tutti  Bianchi

Cibo, fondamentale regolatore della salute

Il tempo e la salute  Corbellini

Le buone notizie che non piacciono al potere  Giorgi

Aiuta l’intestino con cibi crudi o liquidi  Rossi

Capacità di adattamento e di autogestione

Prevenire alla radice  Giorgi

Prendersi cura di sè  Sermoneta

Effetti benefici del digiuno limitato  Giorgi

Quei microbi che ci governano  Rosier

Sintesi di epidemiologia alimentare

Cibo: meglio all’antica?

Agricoltura biologica contro la fame  Holt Gimenez

Salute dell’uomo e salute del pianeta

Funzione strategica di cibo e foreste

Pancia e cervello  Bottaccioli

I DELUSI DEL LAVORO

maggio 8, 2017

LA FLESSIBILITÀ NON HA VINTO, TORNA LA RICHIESTA DEL POSTO FISSO. ALCUNI RISULTATI DEL SONDAGGIO DEMOS-COOP

di ILVO DIAMANTI e LUIGI CECCARINI, La Repubblica 29-4-2017, pp.2 e 3

Il “lavoro” rimane un riferimento importante per la nostra società. Così la “Festa del lavoro” del Primo maggio suscita sempre grande consenso. Lo conferma il sondaggio condotto, nei giorni scorsi, dall’Osservatorio sul Capitale sociale di Demos-Coop per Repubblica. Più di due italiani su tre ritengono, infatti, che “celebrare” il Primo Maggio abbia ancora senso. È un sentimento diffuso in tutta la popolazione. Senza chiare “esclusioni” ideologiche. E quindi anche fra gli elettori di centro-destra e di destra. Celebrare il lavoro, a questi italiani, appare tanto più significativo perché si tratta di una risorsa sempre più scarsa e dequalificata. Una larga parte degli intervistati, oltre 7 su 10, afferma di non aver percepito la ripresa. Secondo loro, l’occupazione non è mai ripartita. E se le statistiche dicono cose diverse, loro non se ne sono accorti. Semmai, pensano che si sia allargato il lavoro “nero”. E, ancor più, il lavoro “precario”. Ne sono convinti 3 italiani su 4. D’altra parte non c’è fiducia nella politica e nelle politiche. Nei risultati delle leggi approvate negli ultimi anni. Meno di 1 italiano su 10 pensa che il Jobs Act abbia prodotto effetti. Mentre l’abolizione dei voucher ha convinto quasi tutti gli intervistati. Ma del contrario: allargherà ancor più il lavoro nero e precario. Il “reddito di inclusione sociale”, invece, per ora, lo conoscono in pochi. Così, il lavoro resta un riferimento importante, per gli italiani. Almeno, per gran parte di essi. Che celebreranno il Primo Maggio con un sentimento di “attesa”.

L’attesa che il lavoro ritorni. D’altronde, si assiste a un mutamento sensibile dei progetti, professionali e di vita, tra gli italiani, rispetto agli ultimi anni. In particolare, ritorna, con forza, la richiesta del “posto fisso”, soprattutto nel settore pubblico. Checco Zalone lo aveva colto – e narrato – con efficacia, nel suo film “Quo vado?”, un anno e mezzo fa. Oggi quell’intuizione appare confermata dai dati di questo sondaggio. Che, a differenza del film di Zalone, non sono divertenti. L’indagine di Demos-Coop, infatti, ci racconta come, nell’ultimo anno, il clima d’opinione intorno alle professioni libere e liberali si sia sensibilmente raffreddato. La quota di persone che, per sé e i propri figli, vorrebbero un’attività in proprio o da libero professionista, infatti, è in calo. Di qualche punto. Mentre l’unica vera “ripresa” convinta, nell’ambito del lavoro e dei “lavori”, riguarda, appunto, il “posto fisso”. Sottolineato dalla crescente importanza attribuita agli Enti Pubblici. Tanto delegittimati (per non dire disprezzati), come soggetti e come istituzioni, quanto apprezzati, come sbocchi professionali. Si ripropone, dunque, uno scenario noto, in un passato recente. Quando il grado di attrazione di “un” lavoro, coincideva con il suo livello di “sicurezza”. Intesa come “stabilità” e “continuità”. Mentre la “flessibilità” piaceva agli imprenditori – e ai politici “liberisti”. Ma non ai lavoratori. Per questa ragione è significativo il sostegno espresso, nel sondaggio Demos-coop, all’ipotesi di ripristinare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, abrogando le modifiche apportate dal Jobs Act del governo Renzi. Questa proposta, avanzata dalla Cgil, come quesito da sottoporre a referendum, era stata bocciata dalla Corte costituzionale, lo scorso gennaio. Ma oggi, nel sondaggio, ottiene il consenso di 7 italiani su 10. È un indice ulteriore del livello di sfiducia e di incertezza che pervade la società nei confronti del lavoro. Soprattutto e tanto più, negli ultimi anni.

Controtendenza. Tuttavia, alcuni segnali muovono in direzione diversa. Espressi, però da chi ha un lavoro. Ne indichiamo due, fra gli altri. Il primo: le aspettative nel futuro. Cresce, infatti, la quota di lavoratori che scommettono su una situazione personale migliore, “nei prossimi 2-3 anni”. Oggi è circa il 30%. Tuttavia, quasi un lavoratore su due ritiene che la propria condizione non cambierà. E per il 18% potrebbe, perfino, peggiorare. L’altro segnale in controtendenza riguarda la soddisfazione del lavoro svolto. Molto elevata, per il 55% del campione intervistato da Demos-Coop. Ma, comunque, più che sufficiente, per un altro 27%. Solo il 18% degli italiani, in definitiva, si ritiene insoddisfatto del lavoro svolto. Tuttavia, il problema riguarda “gli altri”. La componente “esclusa” dal mercato del lavoro. A questo proposito è interessante il tratto generazionale che impronta l’insoddisfazione. Particolarmente marcata fra i “giovani-adulti”.

Giovani-adulti. Coloro che hanno fra 25 e 34 anni. Nati fra i primi anni 80 e 90. Le fasce “anziane” dei Millennials. Ancora “giovani” e non ancora “adulti”. In una società nella quale la giovinezza si prolunga sempre più, ma riflette dipendenza, rinvio dell’autonomia. I “giovani-adulti”: non riescono ad affrancarsi dalla famiglia (non conviene), né a mettersi davvero in proprio. Oggi, si sentono più precari di alcuni anni fa. Sicuri che, se mai riuscissero a raggiungere la pensione, questa non basterebbe per vivere. A loro, il lavoro appare un’esperienza meno soddisfacente rispetto agli altri. Anche perché, più degli altri, ne sono esclusi. Per questo, come gran parte della popolazione, ritengono che i giovani, per fare carriera, se ne debbano andare dall’Italia. E molti di essi se ne vanno davvero. Spesso non ritornano. La loro “insoddisfazione”, peraltro, si è espressa anche politicamente, quando hanno bocciato, in massa, il referendum costituzionale. I giovani-adulti: sono lo specchio di una società che invecchia senza accettarlo. Una società di finti-giovani.

SOLO L’8% SALVA IL JOBS ACT; SENZA VOUCHER PIÙ “NERO”

LE MISURE DEGLI ULTIMI DUE GOVERNI NON CONVINCONO I CITTADINI

Identità. Il lavoro costituisce un aspetto essenziale nella prospettiva delle persone. Per guadagnare e vivere, ma anche per la propria identità. Avere un lavoro o non averlo si riflette poi sulla famiglia e sul suo futuro. Ma il lavoro è anche un aspetto centrale per il sistema Paese. Per questo le politiche che riguardano il lavoro sono fondamentali per lo sviluppo. L’Osservatorio Demos-Coop ha rilevato gli orientamenti dei cittadini su alcune misure di intervento in tema di lavoro prodotte dagli ultimi governi. Il Jobs Act promosso da Renzi è il contenitore principale di una serie di azioni. Un cittadino su tre ritiene che è ancora troppo presto per vederne gli effetti (32%). Il 16% pensa che non abbia cambiato la situazione del mercato del lavoro. Il 32% valuta negativamente il Jobs Act; avrebbe avuto l’effetto di peggiorare il contesto lavorativo. È una minoranza (8%) a ritenere che tale riforma abbia portato dei miglioramenti.

Alternanza scuola-lavoro. Anche azioni più specifiche, come l’alternanza scuola-lavoro, non trovano un particolare consenso nell’opinione pubblica. Tale esperienza educativa, istituita dalla Buona Scuola, che prevede per gli studenti dell’ultimo triennio degli istituti superiori la possibilità di inserirsi in un ambiente lavorativo – per un periodo determinato e obbligatorio – è conosciuta anzitutto da quanti ne sono direttamente coinvolti: chi opera nelle strutture ospitanti, gli studenti e le loro famiglie. A ritenere che abbia migliorato lo scambio tra mondo della scuola e quello del lavoro è il 24% degli intervistati. L’ha peggiorato per il 28%. Due casi su dieci, circa, ritengono sia ancora troppo presto per esprimere giudizi. Anche il governo Gentiloni è intervenuto su questioni legate al lavoro e al centro del dibattito pubblico. Due sono le azioni considerate nel sondaggio: l’abolizione dei voucher e l’istituzione del reddito di inclusione.

Voucher. Il primo intervento doveva essere oggetto di un referendum, promosso dalla Cgil, il 28 Maggio, ma è stato per ora cancellato. Due italiani su tre (65%) pensano che l’abolizione dei voucher finirà per incrementare il lavoro nero. Mentre le misure di protezione sociale previste dal reddito di inclusione, per disoccupati e famiglie in povertà, appare sconosciuto a quasi metà dei cittadini. L’altra metà si divide in parti quasi uguali tra valutazioni positive (28%) e negative (25%). Guardando al futuro, l’84% degli italiani ritiene che i giovani avranno pensioni con cui sarà difficile vivere. In definitiva, la ricerca, condotta alla vigilia delle celebrazioni del 1° Maggio, mette in evidenza un sentimento composito, che intreccia preoccupazione, attendismo e (voglia di) speranza rispetto ad un’occupazione che stenta a ripartire. Le politiche di questi anni, al momento, nella percezione dei cittadini, non sembrano avere avuto effetti di particolare rilievo. Forse anche per questo il ripristino dell’art. 18, con il suo significato di tutela del lavoro, appare largamente condiviso tra i cittadini.

LE LEGGI MAI FATTE SULLA DEMOCRAZIA NEI PARTITI

maggio 1, 2017

IL VUOTO NORMATIVO È FRODE ALLA COSTITUZIONE E BENZINA PER L’ANTIPOLITICA

di Michele Ainis la Repubblica 22 aprile 2017 pp.1 e 31

Autoriforma. La legge elettorale (forse) la faranno. A spizzichi e bocconi, giusto per risparmiarsi l’onta di un’elezione regolata dalla Consulta (doppia sentenza sul Porcellum e sull’Italicum), anziché dal Parlamento. Però non è detto, magari va in malora anche questa pia intenzione. Come tutti gli altri progetti di riforma nei quali il riformatore coincideva con il riformato. È il paradosso di Ernst Fraenkel (1898-1975): quanto più un sistema politico si rivela inefficiente, quanto più ha perciò bisogno di riforme, tanto meno ci riesce, giacché una buona riforma ne comproverebbe viceversa l’efficienza. Dunque le riforme sono possibili se inutili, impossibili quando necessarie. Ne è testimonianza la XVII legislatura, che s’avvia mestamente al capolinea. Senza gloria, dopo cotanta boria. E dopo aver tradito la sua promessa fondativa: l’autoriforma del sistema politico. Niente da fare, e non per colpa del referendum di dicembre. Difatti la riforma costituzionale non metteva a dieta il corpaccione dei partiti; ne rinnovava casomai il mobilio, l’ambiente istituzionale che li ospita. Ma una nuova politica — più trasparente e responsabile — avrebbe bisogno di nuovi partiti. Quindi di regole stringenti sulla loro democrazia interna, nonché sui soggetti che li affiancano nel governo della polis.

Vuoti normativi. Invece restiamo orfani di qualsivoglia legge sui partiti, sulle primarie dei partiti, sulle fondazioni dei partiti. Nessuna riforma delle indennità parlamentari o del conflitto d’interessi. E un vuoto normativo largo quanto una voragine sui sindacati come sulle lobby. Questa lacuna è anzitutto una frode alla Costituzione. Che esige la legge sulla democrazia sindacale (articolo 39), e al contempo evoca la disciplina legislativa dei partiti (articolo 49). In quel testo riecheggia infatti la domanda che Calamandrei sollevò in Assemblea costituente: come può respirare una democrazia, se i suoi attori principali non sono a loro volta democratici? Non a caso il primo progetto di legge sui partiti venne depositato da don Sturzo nella I legislatura. E non a caso la legge c’è in Germania come in Spagna, in Austria, in Grecia, nel Regno Unito e via elencando. In Italia, viceversa, i signori delle regole non hanno mai accettato alcuna regola. Recependo soltanto, a denti stretti, il decreto Letta (n. 149 del 2013), che istituì il finanziamento dei partiti attraverso il 2 per mille, purché il loro statuto fosse di stampo democratico.

Impegni traditi. In secondo luogo, il vuoto di regole mette a nudo una promessa mancata, un impegno tradito. Rispetto ai sindacati, nel marzo 2015 Renzi annunciò il battesimo della legge sulla rappresentanza. Quando? Presto, prestissimo, anzi domani. Rispetto ai partiti, l’8 giugno 2016 la Camera approvò un testo unificato di 21 proposte di legge, trasmettendolo al Senato; giace ancora lì, dormiente, in attesa che un principe azzurro lo risvegli. Come peraltro la legge sul conflitto d’interessi, bloccata in I commissione dal febbraio 2016. O come la legge sulle lobby, un altro fantasma del nostro ordinamento, con 55 progetti di legge inceneriti l’uno dopo l’altro. Eppure negli Usa il Lobbying Act risale al 1946, e viene aggiornato di continuo. Eppure in Europa, dagli anni Duemila in poi, altri 10 Paesi si sono dotati d’una legge, infoltendo una compagnia già numerosa.

Democrazia opaca. Ma l’Italia, evidentemente, fa eccezione. E fra i nostri costumi eccezionali si registra l’esordio, da quando è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti, di 65 fondazioni politiche, che raccolgono quattrini in gran segreto. Senza uno straccio di legge che le renda trasparenti, nemmeno in questo caso. D’altronde non c’è una buona legge sull’anagrafe patrimoniale degli eletti (il ddl Ichino, depositato all’alba della legislatura, è desaparecido), né circa la loro anagrafe “pubblica”, su cui i radicali insistono dal 2008. E non c’è nessuna legge sulle primarie di partito, con la conseguenza che ciascuno fa come gli pare (i candidati del Pd scelti con le primarie, alle prossime elezioni nei capoluoghi di Provincia, saranno 4 su 25). Insomma, zero tagliato. Però, diciamolo: questa pagella va in tasca soprattutto alla maggioranza di governo, prima artefice dei fatti, dei misfatti e dei non fatti della XVII legislatura. Offre perciò benzina all’antipolitica, come se ce ne fosse bisogno. Rende opaca la nostra vita democratica. Attizza baruffe sulle regole, una volta sulla proprietà del simbolo (Scelta civica), un’altra volta sul dissenso interno (dal Pd ai 5 Stelle). Infine trasforma i giudici in altrettanti legislatori. Com’è successo a Genova sulla candidatura Cassimatis, decisa in tribunale applicando ai partiti lo statuto delle associazioni non riconosciute. Appunto: non riconosciute. Né dal diritto, né — ormai — dai cittadini.

michele.ainis@uniroma3.it