Archive for dicembre 2016

EDUCARE ALLA COSCIENZA COSTITUZIONALE

dicembre 31, 2016

DOPO IL REFERENDUM, PER RICUCIRE LE LACERAZIONI, RIPARTIRE DAI GIOVANI

di Franco Monaco, deputato pd, Avvenire, mercoledì 28 dicembre 2016

Lato positivo. Con il referendum alla spalle, sine ira ac studio, si può convenire che la impropria politicizzazione della contesa ha concorso a esasperarne e ad alterarne il senso. Ciononostante, in uno spirito di pacificazione nazionale, merita rimarcare il lato positivo di un confronto che, al netto di tali forzature, ha concorso a fare della nostra Costituzione un oggetto di conoscenza e di discussione. Io ho sostenuto le ragioni del No. Ma dissento dall’idea, coltivata da qualche comitato del No, di sopravvivere all’appuntamento referendario, di immaginare una propria proiezione politica. Sarebbe un errore e una contraddizione. Proprio il No ben motivato si ispirava a una idea della Costituzione come patto di convivenza, come la Regola comune nel quadro della quale possano e debbano convivere tutte le parti e tutti gli indirizzi politici. Di qui il dissenso di metodo, prima che di merito, su una grande riforma espressione di una contingente maggioranza di governo.

Coscienza costituzionale. Intendiamoci: la massima che mi ha guidato e che ho cercato di argomentare era condensata nello slogan nonbastaunNo. Mi spiego: quale che fosse il giudizio di merito sulla riforma, quale che fosse l’esito del referendum su di essa, su politici, uomini di cultura, educatori incombe ora il compito di coltivare e promuovere la «coscienza costituzionale». Essa, notava con finezza il vecchio Giuseppe Dossetti, è concetto ancor più pregnante e impegnativo di quello più noto proposto da Jurgen Habermas di «patriottismo costituzionale». Trattasi dell’appropriazione personale e collettiva del senso/valore della Legge fondamentale (così amano definirla i tedeschi) intesa come patrimonio di princìpi e di regole che presiedono alla vita dentro la «casa comune» che è la Repubblica.

Giovani. Dunque, dopo il tempo dei politici e dei costituzionalisti, è il tempo degli uomini di cultura e delle agenzie educative. Ha fatto bene Luciano Corradini (‘Avvenire’ di venerdì 16 dicembre 2016) a ricordare che una dimenticata legge dello Stato impegna la scuola a promuovere «conoscenze e competenze» relative a cittadinanza e Costituzione. Dalle rilevazioni risulta che, tra i giovani, il No ha registrato una larga maggioranza. È verosimile che le ragioni siano soprattutto attinenti al loro disagio, a una condizione di precarietà e di incertezza circa il loro futuro, assai più che al merito della riforma. Resta il fatto che, specie nei loro confronti, si richieda di svolgere un’azione di lunga lena per instillare quella coscienza costituzionale della quale si diceva. Mi sovviene l’accorato appello ai giovani che proprio Dossetti levò nel 1994: «Vorrei dire ai giovani: non abbiate prevenzioni rispetto alla Costituzione del 1948 solo perché opera di una generazione ormai trascorsa (…). Non lasciatevi influenzare da seduttori fin troppo interessati non a cambiare la Costituzione, ma a rifiutare ogni regola (…) e non lasciatevi influenzare da un rumore confuso di fondo che accompagna l’attuale dialogo nazionale. Perché semmai è proprio nei momenti di confusione e di transizione indistinta che le Costituzioni adempiono alla loro più vera funzione: cioè quella di essere per tutti punto di riferimento e chiarimento. Cercate quindi di conoscerla, di comprenderne in profondità i princìpi fondanti e quindi di farvela amica e compagna di strada». Parole da meditare con l’intento di ricucire le lacerazioni di ieri e di porre le basi per rinsaldare il patto di convivenza che ci tiene insieme oggi e domani.

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LEGISLATURA, QUATTRO SALVAGENTI

dicembre 24, 2016

SVELTIRE L’ITER LEGISLATIVO, TORNARE AL MATTARELLUM, DIMEZZARE I PARLAMENTARI E INTRODURRE IL RECALL OVVERO LA REVOCA ANTICIPATA DELL’ELETTO IMMERITEVOLE

di Michele Ainis La repubblica, 23 dic. 2016, pag.39

C’è un clima raggelante in questo finale di partita. La legislatura durerebbe fino al 2018, però non ci crede più nessuno. E nel frattempo stanno tutti fermi, come impietriti in attesa dell’addio. È un errore, è uno spreco di tempo e di risorse. Dopotutto, non mancano esperienze di riforme radicali approvate proprio all’ultima curva della legislatura. Il IV governo Fanfani, per esempio: rimase in carica per poco più d’un anno (fino alle elezioni del 1963), ma timbrò la nazionalizzazione dell’industria elettrica, lo stop alla censura teatrale, la scuola media unica, l’innalzamento a 14 anni dell’obbligo scolastico. No, questo senso di vacuità e d’inerzia che respiriamo ormai a pieni polmoni non è un destino inesorabile. E non è affatto vero che il referendum abbia chiuso le danze. Chi propone d’aspettare tempi migliori non fa che peggiorare il nostro tempo. E il tempo della XVII legislatura s’aprì all’insegna d’una specifica emergenza: ricucire il filo spezzato fra popolo e Palazzo, restituire qualche grammo di fiducia fra elettori ed eletti, dopo una stagione di governi tecnici, di strette fiscali, di ruberie accertate in 17 Regioni su 20.

Tre anni più tardi, la situazione è perfino peggiorata. Cresce l’astensionismo elettorale (52% di votanti alle regionali del 2015), se non quando si tratti d’esprimere un niet alle proposte dei politici (69% d’affluenza al referendum costituzionale). Monta la sfiducia verso ogni partito organizzato (secondo Demos, nel 2015 s’attestava al 5%). Infine s’allarga il discredito verso il Parlamento, verso ciascun parlamentare, anche perché in queste assemblee legislative elette col Porcellum si sono già consumati 387 cambi di casacca, un record planetario. Dovreste metterci rimedio, insomma. Nel vostro interesse, prima che nel nostro. E dovreste farlo adesso, senza rinviare l’intervento alla legislatura che verrà. Perché c’è il rischio che a quel punto la ferita sia ormai andata in cancrena. E perché non servono riforme bibliche per rinvigorire la perduta auctoritas del nostro Parlamento.

4 modifiche. Basterebbero un paio di correttivi, e bastano sei mesi per attuarli. Sveltendo l’iter legis attraverso una modifica dei regolamenti parlamentari, in primo luogo; come ha proposto il presidente Grasso il 16 dicembre, e come propose in avvio legislatura la presidente Boldrini, dando la stura a un testo di riforma che adesso giace polveroso nei cassetti di Montecitorio. E in secondo luogo adottando un modello elettorale che restituisca lo scettro ai cittadini, qual è il Mattarellum rilanciato da Renzi in questi giorni. Infine, due emendamenti alla Costituzione. Piccoli, ma quantomai incisivi. Anzitutto il dimezzamento dei parlamentari: qui è sufficiente sostituire un numeretto negli articoli 56 e 57, scrivendo per esempio che i deputati sono 400 (anziché 630) e i senatori 200 (anziché 315). Questa riforma minima otterrebbe il massimo consenso presso il popolo votante, specie se abbinata a un argine contro il trasformismo, contro l’infedeltà dell’eletto rispetto al suo elettore. Quale? Il Recall, la revoca anticipata dell’eletto immeritevole, chiesta da una frazione del corpo elettorale e sottoposta a referendum. Antichissimo istituto che deriva dall’ostracismo forgiato nel 510 a.C. dalla democrazia ateniese, e che tutt’oggi trova applicazione in mezzo mondo, dalla Svizzera agli Stati Uniti, dal Canada al Giappone. Basterebbe aggiungere una riga all’articolo 67, che protegge il libero mandato parlamentare. Insomma, due numeri e una riga; dopo di che questa legislatura avrebbe realizzato, almeno in parte, il proprio scopo fondativo. Lasciandoci in dono parlamentari più autorevoli (perché in numero inferiore) e più responsabili (perché soggetti a revoca). Pochi ma buoni.

michele.ainis@uniroma3.it

LETTERA AL CORRIERE DELLA SERA DI VALERIO ONIDA

dicembre 20, 2016

Caro Direttore,

all’indomani del referendum, mentre i partiti si mobilitano in vista di elezioni più o meno prossime o si leccano le ferite, chi da cittadino ha partecipato al dibattito avversando, per ragioni di merito e di metodo, la riforma proposta al voto, ha, credo, il diritto e il dovere di invocare un “cambio di passo”.

In primo luogo, si può prendere atto con soddisfazione – dopo due referendum dall’esito analogo (2006 e 2016), e questa volta con una partecipazione molto elevata – che si chiude la lunga stagione dei tentativi di dar vita ad una “grande riforma” della Costituzione, avanzati da varie parti sul presupposto (sbagliato) che la carta del 1948 fosse “vecchia” e perciò superata dai tempi, improntata a troppi poteri di veto e a pochi poteri di decisione, foriera di instabilità politica.

La Costituzione è e resta segno di unità, sulla cui salda base può e deve svilupparsi la dialettica democratica per affrontare i veri problemi del paese. Non è tempo di costituenti, che richiederebbero peraltro un clima di concordia oggi ben lontano dal manifestarsi: il che naturalmente non significa che specifiche e puntuali modifiche della Carta non possano essere perseguite, sulla base di un largo consenso.

E’ tempo di politica, da costruire con pazienza e con coraggio, in un mondo che pone sfide epocali: dalle ineguaglianze crescenti all’interno della società, ai grandi movimenti migratori, alle minacce del fanatismo terrorista, alle crescenti difficoltà di governare un’economia sempre più tecnologica e condizionata da attori inafferrabili e irresponsabili come i “mercati finanziari”.

Gli strumenti fondamentali a disposizione dei cittadini per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” sono i partiti (art. 49 della Costituzione). Ma se questi si riducono a gruppi di potere o a comitati elettorali al servizio di questo o di quel candidato a cariche pubbliche, il sistema non può funzionare bene. Oggi è forse questo il punto più dolente del nostro sistema.

Sul “mercato” elettorale il consenso viene perseguito per lo più cercando di raccogliere e assecondare umori, rabbie, desideri di rassicurazione che affiorano nella società, anziché cercare di costruire un consenso orientato da idee forti sui fini della politica.

In una intervista a “Pandora” Giuseppe de Rita ha rievocato una discussione degli anni Settanta fra Moro e Andreotti: il primo affermava che la politica dovesse “orientare i processi, accompagnarli verso un fine, dare loro un orientamento, una direzione”, dovesse cioè “guidare la società”. Il secondo rispondeva che “compito della politica non era quello di orientare la società ma solo di rassomigliarle, perché solo rassomigliandole si prendono i voti”. Oggi questa seconda visione sembra prevalere. Ma non è intorno ad essa che si possono motivare le giovani generazioni, per superare il diffuso sentimento di distacco se non di disprezzo per la politica.

E’ un paradosso che nel recente dibattito referendario, in cui pure tanto spazio hanno trovato dalla parte del no le posizioni “populiste”, venissero da parte dei massimi artefici della riforma sollecitazioni della stessa matrice, evidenti già nel titolo volutamente allusivo attribuito alla legge costituzionale, a votarla “contro la casta”, in nome del “taglio delle poltrone” o dei “costi della politica”, o del fastidio per le procedure deliberative. Il rifiuto della riforma ha espresso anche un no a questi atteggiamenti, come a una concezione “muscolare” del confronto politico, all’idea che la competizione politica sia esclusivamente scontro, in cui l’importante è che “uno vinca”, anche se non rappresenta la maggioranza del paese.

In nome della Costituzione, segno di unità, può svilupparsi invece la ricerca paziente, dal basso, di una politica meno arrogante, meno sicura di sé, più “umile”, anche più orientata alla ricerca dell’incontro al di là dello scontro, della convergenza possibile al di là della contrapposizione; più capace, anche per questo, di parlare il linguaggio della verità, magari scomoda, dell’unità e della solidarietà. Una politica che guardi avanti e in alto, pur mantenendo i piedi bene per terra e individuando i passi che si possono fare ogni giorno. Di una politica così ha bisogno l’Italia, e ha bisogno l’Europa, la cui unità, come intuita e perseguita dai fondatori, non cessa di rappresentare un obiettivo da costruire, senza cedimenti alle risorgenti tentazioni nazionaliste o particolaristiche.

Chi sa che le tante iniziative giovanili e di base, che in questa campagna referendaria hanno trovato espressione e luogo per svilupparsi e sono state utili strumenti di informazione e di riflessione, non possano costituire l’humus capace di alimentare nuovi modi di costruire politica. Questa sarebbe la strada vera per uscire dalla “palude” in cui si dice che siamo invischiati.

Valerio Onida

6-12-2016

I PARTITI DELLA COSTITUZIONE E I POPULISMI

dicembre 20, 2016

LA RETORICA DIVISIVA E L’USO PLEBISCITARIO DEL REFERENDUM SONO STATI UN ERRORE MA LO È ANCHE APPROPRIARSI DELLA CARTA PER UNA NUOVA SIGLA POLITICA

di Andrea Pertici e Nadia Urbinati, La repubblica 16 dic.2016, pag.47

Costituzione forte. Il risultato del referendum del 4 dicembre ci restituisce una Costituzione forte. Forte sin dalla nascita perché frutto di un lavoro comune dei partiti rappresentati alla Costituente, che la elaborarono insieme nella Commissione dei Settantacinque e l’approvarono a larghissima maggioranza in Assemblea, con l’88% dei voti favorevoli. Tutti, al di là delle posizioni politiche, spesso molto distanti, si riconobbero sempre in quel testo. Dal referendum del 4 dicembre la Costituzione esce addirittura rafforzata, perché gli italiani hanno chiaramente detto (con 19.420.730 “No”), di non volere “riforme grandi” che modifichino radicalmente gli equilibri tra i poteri e, implicitamente, le stesse forme di attuazione e tutela dei principi fondamentali e dei diritti inviolabili. Naturalmente, questo non impedisce le mirate modifiche e gli interventi di manutenzione che siano ritenuti necessari da un’ampia maggioranza parlamentare.

Contenere il potere. Una Costituzione forte, anche per la sua stabilità, è in sostanza — per dirla con la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America (ex parte Milligan, 1866) — «una legge per il tempo di guerra e per il tempo di pace», in grado di fronteggiare cioè qualunque situazione (anche straordinaria) e di contenere il potere, chiunque lo detenga in quel determinato momento. Stupisce, quindi, che modifiche radicali o ribaltamenti della Costituzione, volti a indebolirla, alterando l’equilibrio tra Governo e Parlamento e introducendo disposizioni complesse e talvolta oscure (rimesse fatalmente all’interpretazione della maggioranza di turno), siano (stati) sostenuti come argini nei confronti del “populismo”. Al di là delle approssimazioni sull’utilizzo di questo termine, infatti, proprio il “rischio” di un governo populista dovrebbe spingere a salvaguardare una Costituzione forte nella limitazione del potere della maggioranza. Che poi è il senso stesso della Costituzione.

Retorica populista. Invece — e paradossalmente — abbiamo assistito, durante la lunga campagna referendaria, ad allarmi contro il rischio di populismo da parte di un governo che ha adottato nei fatti e in più occasioni atteggiamenti populisti, sostenendo la riforma con argomenti propri della retorica dell’anti-politica, come quello di “meno politici” o di “meno poltrone”. Al di là di tutte le valutazioni che si potranno fare, possiamo dire che quello del 4 dicembre è stato un voto in effetti contro il populismo — quello più insopportabile quello del governo, come ha ben chiarito Ezio Mauro all’indomani del voto su questo giornale. Certamente, la retorica divisiva e l’uso plebiscitario del referendum costituzionale hanno fagocitato altri populismi. E possono ora favorire un fenomeno che deve destare preoccupazione: quello di pensare che la difesa della Costituzione sia essa stessa un partito, che il “no” a quella revisione contenga un messaggio che vada oltre l’obiettivo specifico, raggiunto il 4 dicembre. Lo scarsissimo spazio che i media hanno inteso dare durante la campagna referendaria alle posizioni politiche — e costituzionali — più ragionate e ragionevoli ha una sua responsabilità nell’aver istigato questo uso populista della battaglia per il “No”. Una responsabilità che si assomma a quella di chi, a fronte di una richiesta di rottura rispetto a modalità decisionali verticistiche e chiuse rispetto ai cittadini, non si preoccupa, oggi, di elaborare risposte convincenti, ma continui ad arroccarsi nei palazzi, offrendo risposte sbagliate o insoddisfacenti. Tutto questo giustifica la preoccupazione circa il permanere di una pratica e di un linguaggio populisti, il persistere di populismi opposti, di una lotta politica che è giocata con le armi plebiscitarie. Sì, abbiamo una Costituzione capace di limitare il potere di chiunque sarà in maggioranza e anche le loro tendenze populiste, ma è irresponsabile sottovalutare l’erosione delle aggregazioni partitiche a tutto vantaggio dei vertici plebiscitari che questa lunga campagna ha consolidato.

No al partito della Costituzione. Riemerge così il significato portante della Costituzione come testo condiviso da tutti e a tutti capace di “opporsi” in particolare quando siano al potere. Con il referendum questo significato è stato confermato, e anzi riconquistato (per la seconda volta a distanza di dieci anni). Si tratta di un significato da custodire (senza che questo comporti la rinuncia a interventi puntuali e di manutenzione costituzionale) da parte di tutti, e anche contro ogni altro tentativo di farne un programma di lotta politica, quasi che ci possa essere un “partito della Costituzione”. La Costituzione non poteva diventare il testo di una parte che affermava la “sua” riforma così come non può essere rivendicata come “propria” dalla parte che a quella stessa riforma si è opposta. Chi si è espresso contro la riforma costituzionale per avere una Costituzione forte e capace di unire non può farne infatti un documento fondante per una parte o — peggio — per un partito. I partiti — potremmo dire riprendendo Costantino Mortati — sono “parti totali” mentre la Costituzione è “il totale” nel cui ambito si svolge il confronto tra i diversi partiti politici della Repubblica.

Andrea Pertici è docente di diritto costituzionale all’Università di Pisa. Nadia Urbinati è docente di teoria politica alla Columbia University

IL POPULISMO DEL POTERE

dicembre 20, 2016

RENZI HA TENTATO DI DISEGNARSI UN DOPPIO PROFILO DI LOTTA E DI GOVERNO, USANDO LE ARMI DELL’ANTIPOLITICA. MA HA RIVELATO GRAVI CARENZE TRASCURANDO STORIA, CULTURA E UNITÀ DEL SUO PARTITO

di Ezio Mauro, La Repubblica 6 dic. 2016, pp.1 e 51

La semplificazione assoluta della politica è stata inventata da Renzi come il post-linguaggio, dopo la fine delle ideologie, delle appartenenze, delle distinzioni di campo tra destra e sinistra. Arrivata alla sua forma estrema nella logica propria del referendum — la riduzione del discorso politico alla scelta basica tra un Sì e un No, senza sfumature — quella semplificazione si è imbizzarrita, disarcionando il suo cavaliere e gettandolo a terra sconfitto, senza rimedio. Tutti gli elementi della grande semplificazione si erano riuniti in questo scontro referendario, e molti li aveva materializzati proprio il presidente del Consiglio, incautamente. Una riforma della Costituzione è cosa complessa, che va spiegata con pazienza nella sua logica e nella tecnica. Qui ha preso l’aspetto di un mezzo colpo d’accetta contro la “casta”, con riduzione dei senatori, dei loro stipendi, della loro potestà legislativa, senza la costruzione di un paesaggio culturale, storico e istituzionale che trasmettesse la sensazione di una modernizzazione governata del sistema, di una riforma rispettosa della cornice costituzionale, nella quale inserire un principio di innovazione coerente.

Inedito populismo del potere. Renzi ha scommesso sulla voglia di cambiamento degli italiani, estenuati dall’inefficienza della macchina politica, dall’inefficacia di quella amministrativa e dall’improduttività di quella istituzionale. Ha scelto due bersagli grossi e facili, l’alto numero dei parlamentari e la rigidità del bicameralismo troppo perfetto. Ha pensato di proporsi come l’unico attore del rinnovamento, denunciando come conservatori o parrucconi tutti coloro che avanzavano riserve e obiezioni, o difendevano la Costituzione. Chiuso in questo recinto artificiale perfetto, ha poi esposto la collezione degli avversari rivendicandola, orgoglioso del loro numero e incurante della somma finale, nella convinzione di avere il popolo con sé. Attacco alla casta, antiparlamentarismo, mozione degli istinti antipolitici: sono tutti elementi di un inedito populismo del potere che Renzi ha provato a impersonare nel tentativo — o nella tentazione — di disegnarsi un doppio profilo di lotta e di governo, usando le armi dell’antipolitica per combatterla. Come se il premier dicesse al sistema che doveva torcersi per salvarsi, e l’atto stesso del cambiamento diventava più importante della sua qualità. Come se fosse semplice parlare contemporaneamente la lingua del governo e quella dell’opposizione. Come se fosse possibile una dose omeopatica di antipolitica nel governo di una democrazia occidentale moderna.

Autoritarismo. Tutto questo ha prodotto una semplificazione simmetrica nelle opposizioni, ma ben più radicale ed estrema, perché libera nei linguaggi, nelle responsabilità, nelle contraddizioni. In questa raffigurazione del No, la riforma è diventata addirittura una prova di colpo di Stato, di gesto tirannico, di autoritarismo, mentre era evidente semmai la mancanza di autorità del governo, non altro. La mostrificazione di Renzi lo ha trasformato in una sorta di nemico del popolo e della democrazia, figlio naturale di Berlusconi, mentre è chiaro che il premier ha tutti gli altri difetti del mondo, ma nessuna delle quattro anomalie che distinguevano il Cavaliere dai leader moderati d’Occidente: il conflitto d’interessi, la legislazione ad personam, lo strapotere economico che gli ha consentito di comperare parlamentari a grappoli, lo strapotere proprietario del mercato televisivo del consenso.

Coalizzare l’incoalizzabile. A questo punto è scattata l’ordalia mortale, e il referendum si è trasformato in un plebiscito a favore o contro Renzi. E qui c’è il peccato capitale del presidente del Consiglio: non aver creduto nella politica, ma solo nel rapporto di forza. Non aver capito che l’ordalia compiva il miracolo di coalizzare l’incoalizzabile. Non aver compreso che solo dando un’anima politica al corpo scomposto della riforma si sarebbero selezionati i consensi e i dissensi su un asse riconoscibile e trasparente, evitando una sommatoria indistinta. Un discorso autenticamente riformista, progressista, sulla necessità di riformare la Carta rispettandone forma e sostanza probabilmente avrebbe perso per strada Verdini ma avrebbe guadagnato coerenza, selezionando anche nel campo del No.

Qui c’è forse il limite maggiore di Renzi. Pensare che la politica sia di volta in volta forza, istinto, tecnica e coraggio — ciò che certamente è —, ma non cultura. Il referendum è il risultato finale di questa visione. Quasi che Renzi avesse rinunciato al tentativo più ambizioso e necessario, l’egemonia culturale. Ma senza una base culturale la politica non vive di vita propria, bensì di rappresentazione. Mima la realtà e non l’impersona. Trasforma se stessa in performance, che si consuma mentre si compie, senza lasciare traccia dopo lo spettacolo, quando si accendono le luci. Coinvolge il cittadino, ma nel ruolo di spettatore seduto in platea, e non di soggetto che pretende rappresentanza. Consente e autorizza un immiserimento della contro-politica, che abbassa il livello del discorso fino agli stilemi della “schiforma”, sostenuta dai “poteri marci”.

Questa debolezza culturale e politica si lega con la rinuncia di Renzi a impersonare e usare il Pd, accontentandosi di comandarlo. Bisognava spendere tempo e impegno — la “grande fatica della democrazia” — per far diventare la riforma una conquista ragionevole di tutto il Pd, capace a quel punto di sostenerla a testa alta nel Parlamento e nel Paese, come aveva fatto con la candidatura di Mattarella al Quirinale. La riforma avrebbe trovato così una base materiale, un’anima culturale e un’identità politica, diventando espressione matura e condivisa di una sinistra di governo, non di un singolo contro tutti. Naturalmente questo avrebbe dato un “colore” alla riforma, il colore del riformismo. Ma avrebbe anche dato un destino di leadership compiuta a Renzi e di responsabilità coerente alla sinistra interna, che oggi compie invece il gesto contronatura di chi applaude la caduta del proprio governo: ancora una volta, e senza sapere se e quando ce ne sarà mai un altro.

Dannazione fratricida. Alla fine, dunque, Renzi cade su un problema di identità, inseguendo il tutto e rinunciando a impersonare la parte che gli si è affidata. È una mentalità eternamente minoritaria (titanica e minoritaria insieme), che abbiamo già visto in altri leader incapaci di rivestirsi della maestà di una storia comune, accontentandosi di controllarla. Pesa in questo la dannazione fratricida della sinistra, la sua vocazione cannibale con la delegittimazione permanente del leader da parte della minoranza interna. Ma pesa anche la convinzione che i partiti siano strumenti del Novecento, senza tradizioni e radici, quindi impersonabili a piacere dal leader del momento, come vestiti che si cambiano quando cambia la stagione. In questo disancoramento dalla storia e dalla cultura la politica vive di fiammate estemporanee, nascono gli innamoramenti per un leader subitanei ma senza radici, cresce all’improvviso il disamore, quando si gonfia l’onda delle promesse mancate, del risentimento sociale, della solitudine dei non rappresentati, della crisi più forte di ogni sovranità democratica.

Al fondo c’è il grande errore della post-politica, la convinzione che destra e sinistra siano categorie superate che non servono più per leggere il mondo e per rappresentarlo. Come se Trump e i populismi di casa nostra non fossero destra reale — anzi, realizzata — nei linguaggi, nei disegni, nei programmi, nella cultura. Nell’età del trumpismo, di Salvini e di Grillo ci sarebbe bisogno di una sinistra di governo moderna, occidentale, europea, finalmente risolta invece di inseguire l’indistinto, che è un campo vasto, ma non ha un’anima. E la politica, come un buon diavolo, fa commercio di anime: senza le quali, come dimostra il referendum, va a fondo.

AVANTI TUTTA VERSO IL PASSATO

dicembre 19, 2016

SOPRA OGNI ASPETTATIVA LA PARTECIPAZIONE E LA MISURA DEL NO, GRAZIE SOPRATTUTTO A GIOVANI E MEZZOGIORNO

di Ilvo Diamanti, La repubblica 6 dic.2016 pp.10-11

Ampia partecipazione. Il referendum costituzionale, alla fine, si è tradotto in un referendum su Renzi, secondo le intenzioni dello stesso premier. Ma il risultato ha travolto anche lui, insieme alla riforma costituzionale. D’altronde, è una questione di “misure”. E la “misura” assunta dal No è al di là di ogni aspettativa. I sondaggi, questa volta, non hanno sbagliato, sull’esito. Ma, appunto, sulle “misure”. Infatti, tutti i principali istituti demoscopici avevano previsto il successo del No, segnalando, però, un’ampia area di incerti, che avrebbe potuto rendere possibile perfino il sorpasso del Sì. Invece, il No si è imposto nettamente. E ha prodotto conseguenze immediate, anzitutto sul governo. D’altronde, 6 italiani su 10 hanno votato contro la riforma, ma, anzitutto, contro Renzi. Troppi per non provocare le dimissioni immediate del Premier. Puntualmente rassegnate un’ora dopo la chiusura delle urne. Perché il significato “politico” del voto è indubbio. Sottolineato, anzitutto, dall’ampiezza della partecipazione elettorale. Quasi il 70%, in ambito nazionale. Molto più elevata rispetto ai precedenti referendum costituzionali. Infatti, nel 2001 l’affluenza si era fermata al 34%, mentre nel 2006 era, comunque, distante dal livello raggiunto in questa occasione: 54%. Così è probabile, come si era già osservato, che il Sì abbia intercettato il consenso di larga parte degli elettori del PD. Anche se non di tutti. Nel complesso, intorno all’85%. Più di quanto venga rilevato dall’Istituto Cattaneo, che però utilizza un metodo diverso e fa riferimento al voto in alcune città alle elezioni politiche del 2013. Mentre il sondaggio condotto domenica da Quorum per Sky offre stime coerenti con il nostro.

Mobilitazione. D’altronde, è indubbio che questo referendum abbia ulteriormente marcato l’impronta “personale” del PD. Convertendolo, in modo deciso e decisivo, nel PdR. Il Partito di Renzi. Che ora potrebbe indebolirsi, se non destrutturarsi. Producendo una nuova svolta rispetto alla tradizione e alla geografia elettorale del dopoguerra. Quando la DC, prima, e il Centro-destra Forza-leghista (come lo definì Edmondo Berselli), poi, apparivano radicati nel Nord Est e nella provincia del Nord. Mentre la Sinistra delineava una sorta di “Lega di Centro”, ancorata nei territori della (cosiddetta) “zona rossa”. Ma il M5s, alle elezioni politiche del 2013, e il PdR, alle europee del 2014, hanno assunto una distribuzione “nazionale” dei consensi. In questa occasione, però, la storia “regionale” del voto, in Italia, sembra riemergere (come ha osservato Antonio Gesualdi). Visto che le poche province dove ha prevalso il Sì sono, appunto, localizzate “al centro” dell’antica zona rossa. Al centro del Centro. Soprattutto in Toscana. Perché, come ha rilevato ancora l’Istituto Cattaneo, “alla mobilitazione degli elettori per il No si è sommata una relativamente maggiore mobilitazione degli elettori per il Sì”.

Cuore rosso. Eppure anche in questo caso il segno del cambiamento si conferma. Anzitutto, perché la base fedele alle indicazioni di Renzi appare ridotta. Al “cuore rosso” (come lo ha definito Francesco Ramella) della zona rossa. Nel complesso: una decina di province all’incrocio fra Emilia Romagna e Toscana. Mentre in Umbria e nelle Marche – le altre “regioni rosse” – il No appare dovunque maggioritario. Come, peraltro, in altre importanti province toscane: Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara. E dell’Emilia Romagna: Ferrara, Parma, Rimini, Piacenza.

Così oggi il PdR appare minoritario. Fra gli elettori e ancor più sul piano territoriale. D’altronde, il grado di fiducia nei confronti di Renzi, rilevato da Demos due settimane fa, coincide con il risultato raggiunto dal Sì: 41%. Pressoché uguale il dato relativo alla fiducia nel governo. Una coincidenza, forse, casuale. Ma non troppo. Soprattutto se riproduce – in diversa misura – la distribuzione territoriale: del voto e dell’affluenza. Elevata nel Centro-Nord. Bassa nel Mezzogiorno. Dove la differenza rispetto alle europee del 2014, il momento di maggiore affermazione per il PD e per Renzi, appare molto ampia. Segno evidente del significato attribuito al voto da alcuni ambienti (in)sofferenti verso il Premier e il suo governo. Il Mezzogiorno, appunto. Scosso dalla crisi. Ma anche i giovani. I più convinti del significato (anti) “personale” del referendum. I giovani: in cerca di futuro. In fuga dall’Italia.

Democrazia del Leader. Questi appunti segnalano i problemi “politici” incombenti. Per il PD e per Renzi anzitutto. Dunque, per il PdR. Che è stato sconfitto e dubito che possa “riprodursi” com’è adesso. Ma difficilmente potrà, comunque, tornare ad essere il PD. Cioè, il partito di prima. Perché, ormai, è un “Partito del Capo”, inserito in una “Democrazia del Leader” (per echeggiare le formule coniate da Fabio Bordignon e Mauro Calise). Ma non è chiaro chi e come lo possa “soccorrere”. Mentre non si vedono altri leader, altri Capi credibili, nel PD. E fuori. Dopo Renzi. Oltre a Renzi. Le altre forze politiche dovranno, a loro volta, trovare una missione. Autonoma. Oltre l’antipolitica, interpretata e intercettata – con efficacia – dal M5s. Oltre il berlusconismo senza Berlusconi, tentato senza convinzione da Forza Italia. Mentre la Ligue Nationale di Salvini dovrà, infine, sperimentare la propria reale capacità di attrazione “oltre i confini del Nord” e del Nordismo. Per candidarsi alla leadership della Destra. E del Paese. Tuttavia, nel Fronte del No, non è possibile individuare nuovi motivi di “coalizione”, dopo il referendum. Oltre l’antirenzismo. È, dunque, lecito attendersi una stagione – non breve – di instabilità. Perché questo Paese, oggi, appare senza leadership. Senza colori. E senza Un Nemico. Ma con un Bicameralismo e con un Senato solidi. Destinati a durare a lungo.

QUANTO CONTA LA VOCE DEI CITTADINI

dicembre 17, 2016

DOPO L’ESITO INASPETTATO DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE, QUELLI SINDACALI POTREBBERO OFFRIRE NUOVE OCCASIONI AL PROTAGONISMO DEI CITTADINI, CONTRO IL POPULISMO

di Stefano Rodotà. La repubblica 8 dic. 2016 p.34

Forzatura. Un terremoto ha colpito domenica il sistema politico italiano. Ne ha sbriciolato il vertice, come dimostrano le immediate e inevitabili dimissioni del Presidente del Consiglio, e la conseguente crisi di governo. Ha bloccato il tentativo di impadronirsi della dimensione costituzionale facendola diventare affare di parte. Non ha certificato la sconfitta di una persona, ma il fallimento di un progetto politico. Questo progetto manifestava una forzatura evidente, e pericolosa, perché negava sostanzialmente la dimensione costituzionale come terreno comune di confronto, non riducibile alle esigenze della mera attualità politica. La risposta popolare, affidata a un No che ha assunto dimensioni inattese, impone ora di considerare il modo in cui si intrecciano democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Una nuova legge elettorale, di conseguenza, non dovrebbe soltanto assicurare la governabilità sulla quale tanto si insiste, ma garantire anche quella rappresentatività che la Corte costituzionale, nel giudicare illegittimo il Porcellum, ha individuato come necessario principio di riferimento.

Referendum sindacali. Intanto, dal mondo sindacale, con particolare convinzione, arrivano indicazioni importanti, affidate a scelte impegnative e, in più di un caso, innovative. È stata imboccata con determinazione la strada dell’intervento diretto dei cittadini. La Cgil ha raccolto più di tre milioni di firme su temi di particolare rilievo, che già occupano un posto importante nella discussione pubblica. Si tratta della cancellazione di norme del cosiddetto Jobs Act – quelle riguardanti i voucher, divenuti sempre più strumento del precariato; la disciplina delle forme di reintegro nei casi di licenziamenti illegittimi, dopo l’abrogazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori; e le norme sulla responsabilità solidale nei contratti di appalto. L’anno prossimo ci porterà dunque una stagione in cui la voce dei cittadini si farà sentire con particolare intensità.

Questa novità deve essere seriamente considerata perché conferisce una ulteriore, forte legittimazione all’istituto del referendum, divenuto ormai sempre più centrale nell’intero processo istituzionale. Una dinamica, questa, che esige certamente una continua riflessione critica, ma che tuttavia non può poi tradursi in una diffidenza che spinga a non dare il giusto rilievo a quelli che sono sempre più spesso rilevanti dati di realtà. E non può divenire l’occasione o il pretesto per non misurarsi fino in fondo con le trasformazioni che già il nostro sistema ha conosciuto proprio per effetto del moltiplicarsi delle occasioni in cui la decisione finale contempla un diretto protagonismo dei cittadini. Il fatto che il più grande sindacato italiano abbia deciso di affidarsi al referendum per dar seguito concreto a sue iniziative assai impegnative rappresenta una innovazione significativa per il processo istituzionale nel suo complesso. La stessa eventuale sottolineatura di possibili rischi o effetti negativi è parte di una corretta analisi realistica, che tuttavia non può giustificare disinteresse o addirittura rifiuto di una novità così rilevante.

Strategie nuove. Si deve piuttosto considerare il fatto che la prossima stagione politica sarà accompagnata da strategie nuove dei diversi soggetti sociali e, quindi, dalla messa a punto di forme politiche coerenti con questi cambiamenti. Il sindacato si sta muovendo con modalità che inducono a ritenere che intende riprendere quel ruolo in largo senso istituzionale che gli era stato lungamente congeniale e che si era venuto indebolendo, o addirittura perdendo, in una stagione che ha visto la dichiarata ostilità del governo verso i corpi intermedi fino a escludere la legittimità stessa della loro consultazione. Si sta operando una continua e progressiva modifica delle condizioni che rendono possibile le stesse forme dell’azione collettiva e le loro modalità. Una eventuale disattenzione sindacale per questi mutamenti avrebbe come effetto una perdita di peso e di evidenza del sindacato stesso.

Più presenza sindacale. Diventa in questo modo chiaro che non si può perseguire una artificiosa separazione tra l’insieme del sistema e le sue diverse componenti, isolando e privilegiando solo, o quasi esclusivamente, quelle in cui si esprime direttamente la funzione di governo. La presenza sindacale, in particolare, contribuisce a riportare l’attenzione sul merito delle questioni e a liberare almeno in parte la fondamentale materia costituzionale dall’impronta personalistica che ne ha finora marcato persino eccessivamente la discussione. Nessuna politica sociale può assumere consistenza in un contesto in cui unico, o comunque principale, riferimento rimanga il solo governo.

NON DISPERDIAMO IL PATRIMONIO DEL NO

dicembre 14, 2016

I COMITATI DOVREBBERO VALORIZZARE LE COMPETENZE ACQUISITE PROMUOVENDO AI VARI LIVELLI L’EDUCAZIONE ALLA COSTITUZIONE 

di Maurizio Viroli, fonte: http://maurizioviroli.blogspot.it/2016/12/non-disperdiamo-il-patrimonio-del-no.html#more

Comitati permanenti. Renzi o altri riproveranno a devastare la Costituzione, statene certi. Riproveranno perché sono insofferenti ai limiti che la nostra Costituzione impone a chi governa, quei limiti che sono invece la più efficace garanzia della nostra libertà e della nostra dignità di cittadini. Per questo il più importante e urgente compito di noi militanti del NO è trasformare i comitati in comitati permanenti per la difesa e l’attuazione della Costituzione. Primo obiettivo dovrebbe essere non disperdere il patrimonio morale, intellettuale e politico che si è formato durante questa lunga e faticosa battaglia referendaria. Patrimonio morale perché centinaia di migliaia di cittadini si sono impegnate per senso del dovere, spesso contro i loro interessi, sfidando lo strapotere di un governo che controlla televisioni e giornali; intellettuale perché molti hanno acquisito una consapevolezza dei princîpi della nostra Costituzione che prima non avevano; politico perché milioni di persone hanno detto a chiare lettere che non vogliono cedere parte del fondamentale diritto di scegliere i loro rappresentanti a una casta ignorante e arrogante.

Socializzare. Secondo obiettivo dei Comitati, dovrebbe essere organizzare delle belle feste per celebrare degnamente la vittoria del NO. Gli incontri conviviali servono a rinsaldare le amicizie nuove e vecchie e a ricordare la grande e insperata gioia che abbiamo vissuto insieme, la più luminosa di tutta la storia repubblicana. Una gioia che nessuno ci ha regalato ma che abbiamo conquistato con fatica. A pensarci bene, le uniche gioie politiche degli ultimi decenni non le abbiamo vissute grazie ai partiti politici, ma grazie a cittadini che si sono organizzati liberamente per salvare la Costituzione, nel 2006 e pochi giorni or sono.

Educare. Il terzo obiettivo dovrebbe essere promuovere progetti di educazione alla Costituzione da realizzare nelle scuole e nelle associazioni della società civile in modo che chi ha votato NO capisca ancora meglio il valore della nostra Carta fondamentale e chi ha votato SI capisca che folle errore sarebbe stato sostituirla con l’immonda riforma renziana. In questi mesi abbiamo avuto la straordinaria fortuna di poterci avvalere dell’impegno e della saggezza d’insigni costituzionalisti, scienziati politici e storici, giovani e anziani. Con il loro aiuto, dopo che si saranno ripresi dalle fatiche della campagna referendaria, i Comitati potranno realizzare un’opera di formazione costituzionale e civile ispirata a spirito critico, rigore e diffidenza verso le frasi fatte e i luoghi comuni.

Rete. I Comitati potrebbero insomma diventare una rete di scuole di educazione civile nel senso più preciso e pieno del termine: luoghi, dove i cittadini apprendono una cultura repubblicana fondata sulla consapevolezza dei diritti e dei doveri, anzi prima questi che quelli. Qualsiasi persona intelligente si rende conto che il vero male dell’Italia non è la carenza delle istituzioni, come ci hanno fatto credere i commentatori politici favorevoli alla riforma, ma la debolezza delle coscienze. E per svolgere bene il loro compito le attività di educazione civica promosse dai Comitati, devono avere la libertà come fine e come mezzo, vale a dire proporsi di formare coscienze libere con il metodo della discussione critica senza indottrinare e senza infliggere dogmi. Anche se può sembrare difficile, l’educazione civile, oltre che necessaria, è possibile. A condizione che ci siano persone che sanno pronunciare le parole giuste e siano credibili. Non c’è nulla di più insopportabile d’individui che parlano di libertà, doveri, Costituzione, patria, repubblica e nella loro vita hanno ampiamente dimostrato di non credere in nulla tranne che nel loro interesse. Per fortuna la campagna per il NO ha formato migliaia di cittadini che possono essere ottimi insegnanti. E ha rivelato che in Italia ci sono giovani che non chiedono di meglio che ascoltare un linguaggio di dignità repubblicana, e che hanno dimostrato, contro chi ha descritto la loro scelta per il No come un “possente e demente contributo” (espressione che da sola dimostra ancora una volta la miseria morale e intellettuale di chi l’ha scritta) di capire quanto vale la libertà garantita dalla Costituzione.

Meglio delle scuole di partito. I Comitati per la Difesa della Costituzione potrebbero infine essere scuole di formazione di quella nuova élite politica di cui si avverte un gran bisogno. Rispetto alle scuole legate ai partiti, le iniziative dei Comitati avrebbero l’evidente vantaggio di raccogliere giovani (e meno giovani) di diverso orientamento politico e culturale. Non avendo posti e prebende da offrire, scoraggerebbero fin dall’inizio chi pensa che la politica sia conquista di privilegi anziché servizio per il bene comune.

viroli@princeton.edu

COMUNICATO STAMPA

dicembre 5, 2016

Domenica 4 dicembre il popolo italiano ha fatto valere la propria sovranità: ha deciso, senza possibilità di fraintendimenti, di rigettare la riforma costituzionale Renzi-Boschi. Tale scelta, al di sopra di ogni colore politico, è la voce chiara e limpida della democrazia che la nostra Costituzione continuerà a garantire.

Il Comitato Meratese per la Difesa e l’Attuazione della Costituzione è stato molto attivo durante il periodo di campagna referendaria. Intende pertanto ringraziare sentitamente tutti coloro che hanno ascoltato e tutti quelli che hanno abbracciato le ragioni del NO, ragioni che con grande passione il Comitato ha portato sulle piazze e nei dibattiti a Merate e nei comuni limitrofi.

Non si può non considerare la fortissima valenza politica che si è voluto dare alla consultazione e il risultato non si può non guardare anche in questa ottica. Ne consegue che ci aspetta un periodo di cambiamenti importanti per cui il Comitato continuerà a mantenere alto il suo impegno nei confronti della Costituzione con attività a difesa e attuazione della stessa, tenendo sotto osservazione le dinamiche politiche che si prevede saranno molto vivaci.

“HA VINTO ANCORA UNA VOLTA LA COSTITUZIONE. E ORA SI PENSI AD ATTUARLA” (C. Smuraglia)