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I VALORI SUPREMI DELLA COSTITUZIONE TRADITI DALLA RIFORMA

novembre 28, 2016

LE MODIFICHE ALLA SECONDA PARTE DELLA COSTITUZIONE VIOLANO 5 PRINCIPI FONDAMENTALI CONTENUTI NELLA PRIMA PARTE

di Raniero La Valle, intervento tenuto il 15 novembre 2016 a Vicenza; fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/11/i-valori-supremi-della-costituzione.html

La Corte Costituzionale ha affermato che ci sono dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione, che non possono essere sovvertiti o modificati nemmeno da leggi di revisione costituzionale. Questi principi supremi affermati soprattutto nella prima parte della Costituzione sono in gioco nella seconda, che ne dovrebbe garantire l’attuazione; ma proprio questi sono ora disattesi o traditi nella riforma sottoposta al voto popolare del 4 dicembre.

1) La sovranità popolare
Il primo principio, che sta scritto all’inizio della stessa Costituzione, è quello della sovranità popolare. Dice l’art. 1: “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Questo principio è il fondamento di tutta la Costituzione. In rapporto ad esso la Costituzione sta o cade. La statuizione di questo principio è frutto di secoli di lotte, è costata lacrime e sangue, ed è il punto di svolta della storia dai regimi assoluti a ordinamenti di libertà. Passare dalla condizione di sudditi a quella di sovrani, cambia infatti la vita, cambia il destino delle persone e dei popoli. Che la sovranità sia di uno solo, di un monarca o di tutti, è decisivo anche per l’alternativa suprema, che è quella tra la guerra e la pace. Quando, più di un secolo fa, nel settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia per prendersi la Libia, dando inizio a quel conflitto con l’Oriente e con l’Islam che dura ancor oggi, tutto avvenne in segreto e come se niente fosse, col Re che era in vacanza a San Rossore, Giolitti che se ne stava a Dronero e il Parlamento che era chiuso per ferie. Nel 1944 quando nel radiomessaggio del sesto Natale di guerra Pio XII fece la storica scelta a favore della democrazia disse che forse, se avessero avuto la democrazia, i popoli avrebbero potuto impedire la guerra. Nel 1969 un popolo di sovrani in America e nel mondo diede vita a un grandioso movimento pacifista che poi costrinse gli Stati Uniti a ritirarsi dal Vietnam e a porre fine a quella guerra. Ciò mostra l’importanza del principio della sovranità popolare.
Violato. Ora questo principio supremo è violato nella proposta di Costituzione sottoposta a referendum in molteplici modi. Prima di tutto il Senato, che continuerà ad avere vastissime competenze legislative e politiche, non sarà più eletto dal popolo; esso sarà designato, checché dica il documento firmato da Cuperlo, da 904 consiglieri regionali, cioè da politici appartenenti alla nomenclatura e ai partiti che comandano nelle Regioni. In secondo luogo la sovranità popolare è violata dalla elevatissima distorsione del rapporto di proporzionalità tra i voti espressi dal popolo e i seggi attribuiti, a causa della legge elettorale maggioritaria oggi vigente che trasforma in modo ineguale i voti in seggi; si dice che sarà cambiata ma intanto la riforma si vota con quella. Il principio della sovranità popolare è violato inoltre dalla dissuasione dalla partecipazione politica (un manifesto del PD prometteva, in cambio del Sì al referendum, la diminuzione dei “politici”). E poi c’è il fatto che una volta eletto il primo ministro con tutti i suoi deputati, per il popolo sovrano non ci sarà più niente da fare per cinque anni, essendo artificialmente assicurato un governo di legislatura, e dunque i cittadini perdono di cinque anni in cinque anni il diritto sancito dall’art. 49 della Costituzione di concorrere a determinare la politica nazionale. Inoltre è violato il principio che la sovranità popolare si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, perché tra queste forme e questi limiti la Costituzione prevede che il popolo non elegga direttamente il presidente del Consiglio, ma che questo sia nominato dal presidente della Repubblica; invece secondo la legge elettorale connessa alla riforma costituzionale “il capo della forza politica” che vince le elezioni e ottiene il premio di governabilità è automaticamente, la sera stessa, acclamato come presidente del Consiglio, anche se il presidente della Repubblica che secondo la Costituzione lo dovrebbe nominare, sta dormendo. Ma la lesione più grave del principio di sovranità consiste nel portare a compimento quel passaggio della sovranità dal popolo ai mercati che da tempo ci chiedono la Trilaterale, Gelli, la banca Morgan, l’Europa, gli ambasciatori americani: una riforma che appunto, come oggi si dice, era attesa da trent’anni e che neanche Berlusconi era riuscito a realizzare. Ma questo transito della sovranità dagli uomini ai mercati, è precisamente ciò che depreca il papa quando denuncia la bancarotta di una società in cui il denaro governa invece di servire e in cui vengono salvate le banche ma non le persone.

2) Il lavoro come fondamento della Repubblica
Il secondo principio supremo, che figura nello stesso incipit della Costituzione, è il principio lavorista, perché’ l’Italia è concepita come una Repubblica fondata sul lavoro. È un principio straordinario che attua il rovesciamento cristiano del servo in signore. Il lavoro che era la schiavitù addossata al servo, è ora riconosciuto come la dignità stessa dell’uomo. Questo principio, insieme con l’art. 4 che riconosce il diritto al lavoro e prescrive alla Repubblica, cioè alla politica, di renderlo effettivo, fa sì che siano costituzionalmente obbligatorie politiche di piena occupazione. La piena occupazione non è un’opzione facoltativa, una variabile dipendente dalle scelte ideologiche dei governanti, è un obbligo costituzionale, è ciò che la Repubblica, secondo la Costituzione, non può non fare. Ma questo è impedito dall’art. 117 della nuova Costituzione che ribadisce in modo ancora più stringente il vincolo già previsto nel testo oggi vigente, stabilendo che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto “dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea” (prima si parlava con minore precisione di “comunità europea”). Ma l’ordinamento dell’Unione Europea è un ordinamento che trasforma in regime la scelta economica neo-liberista e l’ideologia della sovranità dei mercati. Esso tutela la competizione e la concorrenza in quello che chiama il “mercato interno”, che sarebbe poi la stessa Europa, e all’art. 107 proibisce gli aiuti concessi dagli Stati o il trasferimento di risorse statali alle imprese, cioè proibisce l’intervento dello Stato nell’economia, sotto pena di una condanna da parte della Commissione europea o di un giudizio davanti alla Corte di giustizia europea.
Caduta finale.  Ciò vuol dire, tra le altre cose, che politiche di piena occupazione, che sarebbero costituzionalmente dovute, sono costituzionalmente proibite da questa seconda parte della Carta che vincola la legislazione ai diktat europei. E proprio qui c’è il punto di caduta finale della nuova Costituzione. Essa modifica la forma di Stato, perché svuota il sistema delle autonomie restaurando il centralismo statale; modifica la forma di governo perché trasforma il governo parlamentare in potere monocratico elettivo di legislatura, come quello dei sindaci, e perciò in un premierato mascherato; modifica i compiti e i fini della Repubblica, perché come dice la relazione che accompagnava il disegno di legge di riforma Renzi-Boschi, l’obiettivo è di adeguare la Repubblica “alle nuove esigenze della governance europea e alle relative stringenti regole di bilancio”; e queste tre modifiche della forma di Stato, della forma di governo e dei fini della Repubblica nel loro insieme portano a compimento il lungo processo, cominciato già qualche decennio fa, di trasferimento della sovranità dal popolo ai mercati.

3) Una democrazia parlamentare
Il terzo principio fondamentale che è tradito dalla riforma è quello per il quale la nostra non è una democrazia dell’investitura, ma è una democrazia parlamentare. Nella democrazia parlamentare l’architrave di tutto il sistema è l’istituto della fiducia, perché è grazie alla fiducia del Parlamento che il governo può sorgere, ed è a causa della perdita della fiducia che un governo può cadere, come è giusto che sia se un governo, a giudizio della maggioranza parlamentare, invece del bene comune produce un male comune. Ma la riforma attacca e sostanzialmente distrugge l’istituto della fiducia che non sarà più la fiducia del Parlamento, perché a metà del Parlamento, che resta bicamerale, cioè al Senato, questo potere viene tolto; e quanto alla fiducia che resterà nel potere della sola Camera, essa non sarà più una fiducia parlamentare, ma un atto interno di partito, perché un solo partito, il cui segretario o il cui capo sarà il presidente del Consiglio, grazie alla legge elettorale disporrà di 340 voti alla Camera, sicché la fiducia sarà non il frutto di una valutazione politica, ma una atto dovuto per disciplina di partito. Per cui ci sarà, almeno formalmente, una democrazia, ci sarà un Parlamento, ma non ci sarà più una democrazia parlamentare.

4) Il ripudio della guerra
Il quarto principio supremo tradito dalla riforma è il principio pacifista, per il quale l’Italia ripudia la guerra, ogni guerra che non sia quella corrispondente al “sacro dovere” della difesa della Patria, inteso come popolo e territorio. Tale principio avrebbe dovuto semmai avere maggior tutela, dopo che il Nuovo Modello di Difesa varato nel 1991, ha spostato i confini fino ai pozzi di petrolio, alle dighe e ai popoli del Medio Oriente e la patria è stata identificata con gli interessi economici dell’Occidente da difendere anche militarmente in tutto il mondo globalizzato. Invece la riforma rende più facile e mette in mano ad una sola persona la scelta della deliberazione di guerra, dalla quale il Senato, cioè mezzo Parlamento, è proprio quello che secondo i riformatori dovrebbe più direttamente rappresentare le popolazioni locali, è tagliato fuori; la semplificazione che dà più estesi e più facili poteri al presidente del Consiglio funzionerà anche per la decisione sull’impiego delle Forze Armate e sulla guerra, e la sovranità popolare sarà completamente esclusa dalla decisione sulla pace e sulla guerra.

5) Il principio internazionalista
Il quinto principio supremo abbandonato nella riforma è il principio internazionalista, perché in tutte le nuove norme che riguardano la formazione e l’attuazione delle prescrizioni dell’Unione Europea non c’è il minimo accenno ad una intenzione riformatrice degli stessi Trattati Europei per guardare al di là dell’Europa ai fini della costruzione di un ordine di pace e di giustizia fra le Nazioni. Inoltre non c’è il minimo accenno a una riforma del diritto di asilo e a un’accoglienza degli stranieri e dei migranti secondo le nuove dimensioni del fenomeno che secondo alcune stime arriverà a coinvolgere 250 milioni di profughi, di fuggiaschi, di rifugiati nell’anno 2050. Né c’è il minimo accenno all’ultima discriminazione che una Costituzione democratica dovrebbe abolire: la discriminazione della cittadinanza, la quale limita i diritti fondamentali e l’esercizio dei diritti politici e sociali ai soli cittadini, con l’esclusione degli stranieri. Una vera riforma del Senato sarebbe una riforma che non ne facesse l’ultima trincea dei vecchi localismi, ma ne facesse un Senato dei popoli, dove sedessero i rappresentanti non solo dei cittadini, ma delle persone di tutte le nazioni, le lingue e le culture che abitano in Italia e dormono sotto il suo cielo.

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IL VERO QUESITO: APPROVATE UNA REVISIONE DELLA II PARTE DELLA COSTITUZIONE CHE LA RENDE NON COSTITUZIONALE?

novembre 28, 2016

IN RITARDO DI 30 ANNI LA RIFORMA CONTRADDICE 5 PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE VIGENTE E IGNORA I NUOVI PROBLEMI: GUERRA, PROFUGHI, STRANIERI

di Raniero La Valle  Sesto discorso su “La verità del referendum” tenuto il 12 novembre a Modena. Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/11/il-vero-quesito-approvate-una-revisione.html

Globalizzazione e guerra.  È abbastanza paradossale che mentre si scatena il ciclone della vittoria di Trump e tutto si muove, noi dobbiamo discutere di un falso referendum, fatto di piccole vendette contro la casta dei politici, di un CNEL che non è mai esistito e a cui togliamo la targhetta dalla porta, di un bicameralismo che non è affatto superato, e di 90 centesimi di risparmio a testa per ogni italiano come compenso per lo sconquasso del Senato e l’uscita dalla democrazia parlamentare. Ciò si deve al fatto che mentre parlava di alta velocità, Renzi mandava la politica italiana su un binario morto. Ma noi sappiamo che il vero referendum è un altro, è quello che decide la transizione da un regime politico ed economico a un altro, da un’idea di Repubblica a un’altra; è per questo che ci tengono tanto, addirittura da spedire quattro milioni di lettere ad altrettanti italiani che stanno all’estero, e che magari in Italia non ci sono mai stati. Ma dopo Trump è chiaro che invece dobbiamo uscire dal binario morto, salvare la Costituzione e riaprire la partita del futuro. La vittoria di Trump è il segno di un duplice fallimento. È fallita la globalizzazione, la quale pretendeva di realizzare il mito del liberalismo classico: nel libero mercato l’eterna pace. Non è successo: il libero mercato ha ripristinato la schiavitù del lavoro, e la guerra è dappertutto.

Poi è fallita la risposta alla caduta del Muro:  doveva nascere un mondo senza muri, dove non solo i capitali ma popoli e lavoratori potessero incontrarsi e liberamente muoversi da un luogo all’altro, e abbiamo invece fili spinati e barriere dappertutto, in Palestina, in Messico, in Ungheria, a Calais, a Ventimiglia per non parlare del fossato del cimitero mediterraneo; e i popoli si chiudono a riccio, uno contro l’altro, e come dice il papa i poveri dei Paesi ricchi temono l’accoglienza dei poveri che vengono dai Paesi poveri. In questa crisi profonda gli elettorati reagiscono in modo angoscioso e votano contro i poteri stabiliti. Perché le classi dirigenti al potere, perché gli “establishment” sono sconfitti? Perché non hanno semplicemente subito questa crisi, l’hanno creata. La scelta della globalizzazione, dopo la rimozione del muro di Berlino, è stata la scelta fatta dai vincitori della guerra fredda di estendere il capitalismo in tutto il mondo, cambiandogli il nome. Capitalismo era un nome ideologico, inevitabile finché un socialismo gli si contrapponeva. Si chiamava capitalismo perché Marx aveva messo a tema teoria e prassi del “capitale”. Venuto meno il socialismo, non c’era bisogno di chiamarlo capitalismo, bastava un nome che lo mostrasse innocuo, che lo facesse coincidere con la realtà stessa, con il “globo”, col mondo (i francesi la chiamano “mondialisation”), che lo facesse diventare un fatto di natura, buono per tutti i luoghi e tutti i tempi. Anche in Europa non si è chiamato più capitalismo, si è chiamato semplicemente Europa (“ce lo chiede l’Europa”, si dice); ma quelli che hanno firmato Maastricht, che hanno firmato Lisbona, che hanno firmato il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, sapevano benissimo – ma non ce l’hanno detto – che firmavano la trasformazione del capitalismo da ideologia a regime, da dottrina economica a Costituzione politica: la concorrenza, la competizione, il mercato, il profitto diventavano la Costituzione europea.

Continuità o sovvertimento.  È per questo che ora vogliono cambiare la Costituzione italiana: perché le due Costituzioni non sono compatibili. Questa constatazione diventa tanto più drammatica di fronte a eventi come la vittoria di Trump. Essa dimostra che cosa succede quando a governare sono le banche e il denaro. Gli effetti sono devastanti, la gente ne dà la responsabilità alla politica e cerca un’altra offerta politica; e se questa non c’è o non è all’altezza del dramma, la scelta diventa quella dell’antipolitica, e possono avere libero corso pulsioni populiste, identitarie, difensive nei confronti degli altri, degli stranieri, nazionaliste e razziste. Ora vediamo come il blocco di potere che sostiene, con Renzi, il Sì al referendum tenta di giocare la carta Trump per accreditare la continuità del potere esistente come unica difesa rispetto al rischio di un sovvertimento. E insiste nel dire che ormai non conterebbe più, “svapora” il “merito” del quesito referendario, di fronte all’unica domanda che conta, che è quella del potere. La lezione di quanto è avvenuto è invece esattamente l’opposto. E’ proprio se arriva un’incognita come quella rappresentata da Trump, che è necessario che resti ben ferma la Costituzione che c’è, perché non si annulli la differenza esistente tra ciò che miseramente accade, e ciò che invece dovrebbe accadere, tra l’essere e il dover essere, tra il fatto e il diritto, tra la società che c’è e quella che secondo la Costituzione si dovrebbe costruire.

Più potere al potere.  Si dice che in ogni caso sarebbe meglio cambiare perché è da trent’anni che si attende un cambiamento che non arriva. Questo vuol dire che il cambiamento che si vuole introdurre è precisamente quello di trent’anni fa. Il problema era allora quello posto da Gelli, da Craxi: il grande bene da conseguire era che avesse più potere il potere. C’erano troppi diritti, troppi movimenti, troppa partecipazione politica, troppa democrazia in fabbrica, troppi sindacati, troppi nuovi diritti riconosciuti alle persone, alle famiglie. C’era stato il Concilio, che aveva messo in movimento la Chiesa, a Parma si occupava la cattedrale, e c’era stato il ’68 che aveva portato la rivoluzione della vita quotidiana. Il potere si sentiva in difficoltà e dunque ci voleva più potere per arginare le spinte verso una società diversa. Ma non è vero che la riforma non c’è stata. C’è stata, ma di segno opposto: il sequestro e l’uccisione di Moro, il periodo della repressione, l’installazione dei missili a Comiso, l’ubriacatura craxiana, e poi Cossiga che con un messaggio alle Camere dichiara la Costituzione superata dopo il crollo del Muro, e infine il ripristino della guerra con l’esaltazione della guerra del Golfo e addirittura l’intervento in essa. Ma oggi? La politica è distrutta, i partiti non ci sono più, i sindacati sono indeboliti, la Fiat se n’è andata in America, il miracolo economico è stato sacrificato al mito della globalizzazione. Di che cos’altro ha bisogno il potere? Che cosa ancora vogliono da noi i sacerdoti del “mercato interno” (europeo) di Bruxelles, la banca Morgan, la Commissione Trilaterale, il Wall Street Journal americano, l’Economist inglese? Quali altri sacrifici ed olocausti sull’altare della privatizzazione, dell’austerità, del pareggio di bilancio, della sottomissione alle prerogative sacrali dell’euro? Una riforma che arriva trent’anni dopo è una riforma vecchia, che appunto ci riporta al passato, non affronta i nuovi problemi, la guerra, la pace, i profughi, lo straniero.

Costituzione incostituzionale?  Il problema è però se la nuova Costituzione italiana, resa conforme ai principi dottrinali ed economici della costituzione europea, è ancora una Costituzione costituzionale; è il problema della legittimità costituzionale della nuova Costituzione. Non alludo qui al problema già rilevante della contestabile legittimità di una Costituzione modificata da un Parlamento eletto con legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Parlo di una incostituzionalità sostanziale: il vero problema, l’ultima verità del referendum è che esso propone al nostro voto una Costituzione non costituzionale. Non si tratta di un gioco di parole. Qualcuno dirà che una Costituzione incostituzionale è impossibile per definizione: un ossimoro. Per di più la ministra Boschi e tutti i fautori del Sì dicono che non è in causa la Costituzione come tale perché la riforma riguarda solo la seconda parte e non lambisce nemmeno i principi fondamentali e i valori che sono enunciati nella prima. Però non è affatto detto che sia così, perché resta una verifica da fare. Secondo una sentenza della Corte Costituzionale del 15-29 dicembre 1988, neppure le leggi di revisione costituzionale o altre leggi costituzionali possono sovvertire o modificare nel loro contenuto essenziale alcuni principi supremi contenuti nella Costituzione italiana. E non soltanto i principi che la stessa Costituzione dichiara indisponibili, come quello della forma repubblicana dello Stato, ma anche “i principi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana”. Questi principi non possono essere disattesi.

Valori supremi.  Questa affermazione della Corte aveva tanta più autorità, perché espressa in una sentenza in cui essa sottoponeva a un giudizio di costituzionalità, per una norma sulle immunità, lo stesso Statuto del Trentino-Alto Adige, che è un sistema normativo di rango costituzionale. Anche quello, dicevano i giudici della Consulta, era soggetto al vaglio di costituzionalità. Pertanto, nella misura in cui questi principi supremi sono enunciati nella prima parte della Costituzione, il loro sovvertimento o abbandono nella seconda parte comporta un contrasto tra la prima e la seconda parte della Carta, e quindi produce una Costituzione incostituzionale. Quali sono questi principi supremi su cui dobbiamo fare la verifica della riforma proposta? Sono almeno cinque: il principio della sovranità popolare, il principio lavorista, il principio della democrazia parlamentare, il principio pacifista, il principio internazionalista. Tutti e cinque questi valori supremi sono di fatto traditi dalla riforma della Costituzione che ci viene proposta. E’ su questo che gli italiani devono meditare e su cui noi stessi dovremo riflettere.

CON TRUMP E LA POLITICA IN PEZZI TENIAMO FERMA LA GARANZIA DELLA COSTITUZIONE

novembre 28, 2016

POLITICA E COSTITUZIONE SOLI BALUARDI CONTRO GLI APPRENDISTI STREGONI

di Raniero La Valle  Discorso tenuto il 9 novembre nell’Auditorium Fabia Gardinazzi di Viadana (Mantova). Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/11/con-trump-e-la-politica-in-pezzi.html

Possiamo permetterci il dubbio?  Il 9 novembre al Centro Sociale di Salerno ho partecipato a un incontro sul referendum il cui titolo era: “Le ragioni del Sì, quelle del No, le ragioni del dubbio”. Il prof. Alfonso Conte che mi interrogava mi ha rivolto una domanda cruciale: “davvero se si vota Sì si innesca una deriva autoritaria, ed è a rischio la stessa democrazia? E si può pensare che un Renzi, che cita La Pira e vanta una formazione da scout, proponga una riforma che è contro i poveri e manca di lealtà verso la democrazia?”. A questa domanda ho risposto appellandomi alla terza delle tre ipotesi in discussione: le ragioni del dubbio. Non è certo che con la nuova Costituzione della Boschi e di Renzi si prepari un futuro autoritario e che la democrazia vada perduta. E’ vero, si diminuiscono le difese e si aprono dei varchi, ma non si può dare per certo che la democrazia perisca, né che, al contrario, essa continui e si rafforzi. Sulla scorta delle analisi dei maggiori costituzionalisti, è lecito il dubbio; anzi proprio il dubbio è la posizione più ragionevole. Ma il problema è: quando sono in gioco la democrazia, la pace sociale, i giusti rapporti tra il popolo e il potere, possiamo permetterci il dubbio? Noi sappiamo bene quanto questi valori, di recente acquisiti, siano costati, in lotte, dolori e sangue; sappiamo quanto sia vitale che mai più siano perduti e sappiamo che cosa essi valgano per noi e per i nostri figli, proprio i figli a beneficio dei quali si dice che sarebbero fatte “le riforme”. Possiamo giocare d’azzardo, mettere sul tavolo verde democrazia e libertà, nel dubbio scommettere che il potere non abusi dei suoi nuovi artigli, in nome di procedure più stringenti e spicciative?

Principio di precauzione.  Se il dubbio non è rimosso (e non è nemmeno il cambiamento della legge elettorale che potrebbe scioglierlo) e la democrazia è a rischio, occorre far ricorso, al principio di precauzione che è quello che si deve adottare quando sono in gioco valori supremi, come la stessa vita. E’ questo ad esempio il principio che viene invocato nelle discussioni sul futuro della terra, quando si dibatte se davvero il sovvertimento climatico provocato dall’uomo possa mettere fine alla vita sulla terra: nel dubbio, e prima che l’irreparabile accada, responsabilità vuole che si faccia la scelta dettata dal principio di precauzione; devono essere bloccate o diminuite le possibilità stesse che ciò accada.Questa scelta di responsabilità tanto più deve essere fatta quando con l’elezione di Trump in America tutte le previsioni, anche le più scontate, sono saltate; il fallimento della globalizzazione (che è in realtà il nuovo nome del capitalismo), l’incapacità della politica a dare risposte al problema di 62 milioni di fuggiaschi, di profughi e di migranti gettati nel mondo, stanno provocando reazioni angosciose negli elettorati e hanno aperto una nuova fase nella storia del mondo, in cui tutto è possibile. Non sono colpite le ideologie, ma la vita, le case, gli ambienti vitali, il futuro delle persone. Guerra ed esodo, che ci sono sempre stati, stanno assumendo, con la loro pervasività universale, caratteristiche nuove e distruttive non solo delle cose, ma del nucleo più profondo della personalità umana.

La guerra opacizza il lutto.  Una psicoterapeuta, adusa alla frequentazione di queste sofferenze, Anna Sabatini Scalmati, così ha evocato questi due fenomeni in una relazione a un convegno su “Psicoanalisi e luoghi del trauma sociale”, tenutosi il 22 ottobre a Lecce. “Nelle aree di guerra – ha detto Anna Sabatini – la morte lavora all’ingrosso, conta il numero dei ‘colpiti’ con cifre a più zeri, annienta la vita psichica; i bombardamenti trasformano in cumuli di macerie i luoghi di culto; i monumenti – rimandi culturali eretti a memoria di eventi fondativi della comunità; le abitazioni civili, gli edifici che il contratto sociale ha eretto a protezione della vita: ospedali, scuole, palazzi della politica, istituti culturali, ecc… “La guerra mette tra parentesi l’interdetto delle tavole della legge, rende lecito l’uccidere, ottunde l’autorevolezza dei garanti metasociali, svilisce la Dichiarazione universale dei Diritti. Distrugge le infrastrutture: la rete idrica, elettrica, i ponti e le linee di comunicazione. Semina la terra con mine antiuomo, rende insicure l’agricoltura e la pastorizia: antiche, primarie fonti di sussistenza.” La guerra opacizza il lutto. Dei bombardamenti si conosce il numero approssimativo dei morti; ma il macroscopico oblitera il microscopico. Si piangono i singoli, non le migliaia; più il numero è grande, più l’individuo, la singolarità, l’unicità della sua esperienza, scompare.

Fame, angoscia, fuga.  “Sulla scia della guerra avanza lo spettro della fame e l’alito malsano della miseria. L’angoscia si duplica e macula l’orizzonte di paure. La paura discende dal cielo che – da regno del sole e della luna, da reggia dell’olimpo, del dio delle religioni monoteiste, a cui per millenni l’umanità ha offerto sacrifici, rivolto preghiere, bruciato incenso e tratti presagi dal volo degli uccelli – è divenuto un inverecondo arsenale di morte. Dai suoi spazi solcati da fortezze volanti – F16, droni, caccia, ecc. – precipitano sulla terra uragani di bombe. La paura sgorga dal mare sulle cui acque navigano portaerei, sottomarini atomici. La paura abita la terra ove avanzano rombanti le truppe amiche e nemiche e, nei luoghi ove pulsa la vita quotidiana, esplodono i kamikaze. Paure che sopravanzano ogni pensiero, tingono di vergogna l’immagine dell’umano che reca la morte a sé e al simile, rendono nefasta la stanzialità e impossibile la continuità della vita sulla terra degli antenati. La paura rizza la pelle e nel contempo chiede di prendere atto della realtà, di ciò che non si può pensare fino in fondo: abbandonare la terra, la casa, le mura che, mute testimoni dei linguaggi affettivi, dei progetti dell’intimità coniugale, dai vagiti dei nuovi nati, hanno protetto il sonno dopo pesanti ore di lavoro e assistito al ‘supremo scolorir del sembiante’ di coloro che vi sono deceduti. Abbandonare la casa, pelle seconda, esterna, pregna di proiezioni, consce e meno, del proprio ‘io/ambiente/mondo’, è una decisione lacerante. La sopravvivenza, la razionalità, suggerisce la fuga, ma la mente – appesantita da oscure paure – fa fatica a sostenerla. Si preparano i fagotti, si serrano le porte, ma le gambe tremano, un’inedita vulnerabilità le soverchia; uno stato di insensatezza dissolve il senso dell’esistenza”.

Intolleranza.  E riguardo allo sradicamento di uomini e donne in fuga dalla loro patria, e al rifiuto di accoglierli, la relatrice dice: “Non indignarsi di fronte ai fatti che sbarrano la strada alle popolazioni in fuga da una morte certa ci spoglia di ogni innocenza. Tra le vittime e gli oppressori, sottolinea Escobar, ‘tra chi fa e chi guarda non c’è un confine netto, ma un’area grigia nella quale gli ‘innocenti’ rischiano di trasformarsi in complici. Si tratta di un rischio che riguarda tutti, e che a tutti tocca di valutare’. L’imponente flusso dei profughi dei nostri giorni avanza con rischi che l’intera comunità è chiamata ad affrontare affinché le diversità culturali non degenerino in metastasi sociali e non umilino con divieti paranoici – no al Burqa, no al Burqini – la comunità. Lo ‘spettro che si aggira per l’Europa’, non è l’umanità in cerca di salvezza, ma l’intolleranza verso l’altro, il diverso. Intolleranza che corrompe le coscienze, virus che con inattesa rapidità infetta intere nazioni e rende il vicino di ieri il nemico di oggi”.

Solo la politica.  E chi deve rispondere, chi deve curare queste patologie? Gli psicanalisti? I medici? Le guardie di frontiera, la protezione civile? No, la politica; solo la politica può correggere i guasti della globalizzazione, può aver ragione della guerra, può dare risposte al dramma di un’umanità che è una, ma che oggi è divisa tra residenti e profughi, tra stanziali e fuggiaschi, tra cittadini e stranieri, tra necessari ed esuberi, tra presi e scartati. La politica, e naturalmente le Costituzioni e, più ancora, il costituzionalismo, sono le grandi risorse di cui ci siamo dotati per maneggiare le crisi. Resta la domanda: si può pensare che riformatori che vengono da tradizioni democratiche, da esperienze cristiane, da ideologie di sinistra, con le loro ostinate proposte di riforma vogliano mettere a rischio costituzionalismo e democrazia? Respingendo qui la tentazione del dubbio, si può rispondere di no.

Esiti non voluti.  Però spesso in politica c’è un’eterogenesi dei fini. Per calcoli sbagliati, o incauti, o un’insufficiente etica pubblica, si può aprire la strada a esiti non voluti. A vedere certe esibizioni sul referendum, soprattutto quelle televisive, si direbbe che questa riforma sia più frutto di ignoranza che di cattiveria. Ma questo rende ancora più doverosa l’adozione del principio di precauzione, e tanto più dopo la vittoria di Trump, che mostra che cosa succede quando a governare sono le banche e il denaro, e la gente cerca un’altra offerta politica. E se le offerte politiche alternative non sono all’altezza della sfida, come ultima difesa resta la Costituzione. Chi ha il potere e maldestramente lo usa, può finire, e condurre altri, dove non voleva. C’è una figura famosa in letteratura che è quella dell’apprendista stregone. Quando ero giovane non ero abbastanza colto da aver letto la ballata di Goethe L’apprendista stregone ispirata a un testo di Luciano di Samosata, però fui colpito dal film Fantasia di Walt Disney, in cui l’incauto apprendista per rubare il mestiere al maestro stregone mise in movimento delle forze incontrollabili che non fu più in grado di far rientrare nell’ordine. Anche se gli apprendisti stregoni sono in buona fede, basta un No per impedire loro di nuocere.

È UN PROBLEMA DI COSCIENZA

novembre 18, 2016

RISPOSTE ABERRANTI ALL’ESIGENZA DI CAMBIAMENTO. DEVE PESARE DI PIÙ LA RAGIONE ECONOMICA O QUELLA DEMOCRATICA?

Trump: frustrazione dell’elettore.  Molti voti dalle classi medio-basse, toccate dalla crisi economica, hanno favorito la vittoria del miliardario sulla rivale Clinton, che ben rappresenta l’establishment americano. All’origine vi è certamente l’insofferenza per la riduzione continua del tenore di vita, anche di fronte alla sproporzionata crescita delle remunerazioni alla dirigenza. Ma crediamo di non essere lontano dal vero avanzando l’ipotesi che gli elettori americani abbiano manifestato una più generale frustrazione nei confronti del potere. Oggi infatti quest’ultimo è capace di trovare sempre nuovi strumenti per allargare la distanza tra chi comanda e chi, desiderando la democrazia, è alla disperata ricerca di cambiamenti e novità. La novità di Trump potrebbero essere le sue volgarità, il suo non essere politicamente corretto. La proposta elettorale, che lo ha portato alla vittoria, è stata giustamente definita la risposta populista e autoritaria alla crisi: protezionismo; negazione del riscaldamento globale (liquidato come un’invenzione cinese per rendere meno competitivi i prodotti americani); rafforzamento dell’aggressività americana, anche militare, accompagnata dal disimpegno a favore degli stati amici; demonizzazione degli immigrati, collocati, come anche dai populisti nostrani, all’origine di tutti i nostri guai. In generale queste elezioni confermano una diffusa paura verso la diversità e l’apertura agli altri – paura spesso creata ad arte. Il settore mediatico è certamente uno dei principali strumenti del potere, e anche in questo caso è stato decisivo, ma, invece di quelli tradizionali, come la tv o i giornali, sono prevalsi i nuovi social media, come Facebook – attraverso i quali non è difficile far circolare anche le bufale, cioè menzogne. In ogni caso, come anche in occasione della Brexit e di molti altri esempi nel mondo, sono stati recepiti gli appelli alla pancia degli elettori, piuttosto di quelli alla testa o alla coscienza.

Crisi della politica.  Sarà così anche in Italia, dove ci stiamo apprestando a dire si o no al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016? La prima osservazione è che “la Costituzione, e cioè lo strumento fondamentale di contrasto alle tendenze abusive del potere (anche e soprattutto della maggioranza), è piegata a occasione di consolidamento del potere di un Governo” (F.Pizzolato, I no alla riforma costituzionale: retorica, metodo e contenuti, In “Aggiornamenti sociali” giugno-luglio 2016, pag.462). Questa iniziale scorrettezza di metodo è stata seguita da diverse altre scorrettezze e, da ultimo, dalla lettera di Renzi ai 4 milioni di italiani residenti all’estero, utilizzando soldi pubblici, con l’invito a votare si. Tutto ciò induce a riflettere sul “politicamente” corretto. Sembra che, nel paese di Macchiavelli, in politica possa esistere una forma di correttezza che prescinda dalla correttezza tout court: non si tratta solo di non dire parolacce o volgarità, come Trump, ma anzitutto di mantenere le promesse, non dire menzogne, non tradire la buona fede, non usare soldi pubblici per scopi di parte, ecc. Arriviamo così a ricordare il “peccato originale” della politica moderna: la scoperta, fatta più di mezzo secolo fa, che la scelta “democratica” dell’elettore nella cabina può essere influenzata nel modo identico alla scelta del consumatore sul banco del venditore: sceglierà il nome che la pubblicità gli ha messo maggiormente in testa [leggi di più]. Qui c’è l’origine della crisi dei partiti (ridotti ormai a meri comitati elettorali) e della democrazia (sempre meno partecipata). Si tratta in altri termini di una svalutazione delle idee rispetto al battage pubblicitario, cioè il fatto che si vince in politica con soldi e pubblicità invece che con idee, moralità, tolleranza, correttezza, ecc. Questo deve metterci in guardia contro il potere – che, in barba alla democrazia, è sempre più potere dell’economia e del denaro.

Urgenze italiane e mondiali.  Vediamo allora quali sono le maggiori esigenze di casa nostra. I recenti terremoti hanno evidenziato l’urgenza di mettere in sicurezza sismica tutta la penisola. Si tratta di un’esigenza prioritaria che dovremmo fare anche a debito, violando i vincoli impostaci dall’ordoliberismo europeo: la vita della gente vale di più del pareggio di bilancio. Superfluo sottolineare i milioni di posti di lavoro che si aprirebbero per i nostri giovani e per gli immigrati che incombono ai confini, invece dei respingimenti di pancia. Altrettanto se si allargasse alla sicurezza idrogeologica o, più in generale alla valorizzazione del patrimonio paesaggistico e culturale del nostro territorio. Sul mondo intero poi incombe l’emergenza climatica, cioè il riscaldamento globale, il cui carattere di irreversibilità è davvero preoccupante. È urgente la conversione verso l’economia verde (fonti rinnovabili, agricoltura sostenibile, foreste…) da perseguire esplicitamente da parte degli stati, anche con la modifica dei consumi e della cultura (puntare su educazione, produzione immateriale, sviluppo umano, banda larga, ecc.): anche da questa via si potrebbero avere milioni di posti di lavoro in più. Da ultimo non va dimenticata l’esigenza di attuare i “principi fondamentali” della nostra Costituzione, in particolare l’art.11 che ripudia la guerra, spesso camuffata sotto la dicitura “missione di pace”. Di fronte a esigenze di questo genere, chi parla di un’assurdità tecnologica e geologica, prima che economica, come il ponte sullo Stretto, oggi, nell’era informatica, dimostra di essere in arretrato di almeno mezzo secolo, o, più probabilmente, incapace di staccarsi da qualche potere mafioso-clientelare.

Due piatti eterogenei.  Il cambiamento desiderato potrebbe rientrare in questo tipo di narrazione, che appare distante miglia da quanto proposto dal referendum. I vantaggi prospettati dalle modifiche costituzionali sono essenzialmente economici – peraltro poco rilevanti. Invece i rischi derivanti attengono a un altro ordine di problemi: rischi di involuzione autoritaria, ulteriore allontanamento della gente dai problemi collettivi, concentrazione del potere, contenimento delle autonomie, agevolazione delle guerre… Dobbiamo scegliere tra questi due piatti della bilancia, che appaiono piuttosto eterogenei: uno sul piano economico-materiale, l’altro sul piano dei valori. Ecco il problema di coscienza: preferiamo un piccolo risparmio di tempo e di soldi, mettendo a rischio la democrazia e la partecipazione, o tenerci al sicuro questi ultimi valori, rinunciando al risparmio? Si dirà: questi valori sono già compromessi; ma con la riforma lo saranno ancor di più, e non si mette in atto nulla per migliorarli. Si può invece attendersi l’arrivo di un Trump italiano. Possiamo pertanto ribaltare la propaganda ufficiale: con la riforma non cambia nulla nelle cose che contano; con il no al referendum invece si può dar vita a un processo virtuoso (in realtà già iniziato con le discussioni serie sul referendum, non quelle politico-strumentali) che porti a un cambiamento reale in ciò che riguarda la gente e non gli interessi inconfessabili di politici ambiziosi.

Volantino del Comitato

novembre 13, 2016

Volantino del Comitato

novembre 13, 2016

Volantini del Comitato

novembre 13, 2016

IL VERO QUESITO: APPROVATE UNA RIFORMA CHE PREVEDE LA VITTORIA COME IL FINE DELLA POLITICA E LA SOCIETÀ DIVISA IN VINCITORI E SCONFITTI?

novembre 10, 2016

LA LOGICA DELLA RIFORMA SI DISTACCA DA QUELLA DELLA COSTITUZIONE DEL ’47 CHE COLTIVAVA IL PROGETTO DI UNA SOCIETÀ DI LIBERI E UGUALI SENZA NEMICI. NON VINCERE PER DIVIDERE, MA GOVERNARE PER UNIRE

di Raniero La Valle   Quinto discorso su “La verità del referendum” tenuto il 7 novembre per Agorà 2015 nella Parrocchia del Volto Santo di Salerno. Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/11/il-vero-quesito-approvate-una-riforma.html

Contrapposizione.  Chi vincerà il prossimo referendum? Ormai da molti mesi l’unico scopo, l’”oggetto immenso” della politica italiana è la vittoria nel referendum. Renzi non pensa ad altro, e attribuisce all’esito del referendum conseguenze epocali sia per il vincitore – che dovrebbe essere lui – sia per i perdenti che dovrebbero essere tutti gli altri (D’Alema, Bersani, Zagrebelski, i Cinque Stelle, i gufi, i parrucconi). Alla Leopolda, il 5 novembre, tirava una brutta aria: come ha sintetizzato la Repubblica: “abbracci agli amici, botte ai nemici”. Scrive Michele Prospero sull’Espresso: «Renzi cerca continuamente un nemico, qualcuno a cui stare antipatico: se ne è creati molti, spesso scientificamente. Renzi cerca la contrapposizione così come cerca continuamente l’acclamazione. La cerca alla Leopolda o durante le direzioni del Pd, che sono entrambi luoghi di obbedienza e celebrazione». E la parola d’ordine alla Leopolda era di dare battaglia anche in caso di sconfitta, di “non farsi rosolare” a Palazzo Chigi. Come riferiva il Corriere della Sera quello stesso giorno, Renzi avrebbe detto che in ogni caso avrebbe deciso di andare avanti e di “non mollare”, perché è meglio “morire da Renzi che vivere da pecora”. In questa visione la vittoria è ciò che fa la differenza; se poi non si vince bisogna rilanciare e giocarsi tutto, perché, parafrasando ciò che si diceva una volta, è meglio vivere un giorno da Renzi che cent’anni da pecora.

Ciò mette la vittoria al centro della visione della politica.  Non è affatto una visione peregrina, perché corrisponde ad una illustre dottrina elaborata durante il nazismo dal grande giuspubblicista tedesco Carl Schmitt, secondo cui la politica consisterebbe nella dialettica amico – nemico, e avrebbe perciò nella vittoria il suo naturale e necessario obiettivo. Questa visione non è però quella della Costituzione Italiana che coltiva il progetto di una società di liberi e di eguali, in cui non ci siano sconfitti e perciò nessuno sia considerato nemico. Ora il problema non è che il Presidente del Consiglio abbia personalmente un’altra opinione, com’è legittimo. Il problema è che la riforma costituzionale sottoposta a referendum insieme alla legge elettorale che l’accompagna, assume precisamente la vittoria come criterio supremo della politica, e disegna un progetto di società divisa in vincitori e vinti. E’ questo infatti l’obiettivo più ambizioso dei riformatori, continuamente riproposto nel facile slogan secondo cui la sera delle elezioni si deve sapere chi ha vinto e chi, invece, è rimasto sconfitto, e lo dovrà necessariamente rimanere nella migliore delle ipotesi per cinque anni, fino alle successive elezioni. La proposta referendaria sposta l’accento da una società in cui non ci sono sconfitti (e in cui anzi è compito della Repubblica rimuovere le cause, anche di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini ne fanno degli sconfitti) a una società di vincitori e di vinti.

Nuova morale politica.  Questa non è una buona cosa. Il massimo beneficio di un sistema elettorale non è di far sapere subito chi vince, e mettere fuori gioco chi perde; questa è la cosiddetta democrazia governante dei riformatori, secondo la quale chi vince vince tutto, chi perde perde tutto, e il trofeo e il frutto della vittoria sono lo spoils system, cioè la divisione delle spoglie. È questo il valore che oggi viene innalzato sugli scudi dai fautori della semplificazione e dell’efficienza di una democrazia decisionista, questa è la nuova morale politica, che in realtà è la vecchia, reazionaria concezione politica del Principe secondo Machiavelli. Io credo invece che per salvare la politica e per salvare la democrazia dobbiamo reagire contro l’ideologia della vittoria. E’ questa l’ideologia del potere incontrollato, l’ideologia di Cesare: “veni, vidi, vici” (venni, vidi, vinsi); è l’ideologia di Brenno contro i Romani: “vae victis” (guai ai vinti); è l’ideologia di Costantino che con il suo sogno a Ponte Milvio ha inquinato 1700 anni di storia cristiana trasformando il cristianesimo in cristianità: “in hoc signo vinces”; la croce massimo simbolo di amore e di condivisione usata come insegna e totem di vittoria, toponimo delle crociate e stigma d’identità; un marchio selettivo e ostile, rappresentativo di un’identità nazionale e politica, atea e devota, cosa che è durata fino a ieri, fino a papa Francesco che ha deciso di uscire dalla cristianità per tornare al cristianesimo, che è la vera riforma oggi in corso.

In effetti la vittoria non è tutto.  Nel mondo ci sono ben altri problemi che vincere o perdere. Tra Israele e Palestina il problema è di chi vince? Tra chi vuole salvare i profughi e chi vuole abbandonarli al mare, il problema è chi vince? Tra la gente accampata nella giungla di Calais e gli inglesi che sbarrano il tunnel della Manica, il problema è chi vince? La vittoria rimanda al potere. Il discorso sulla vittoria è un discorso sul potere. La vittoria è il movente e il fine della politica moderna intesa come scontro tra nemici. Ma la vittoria non è affatto il movente e lo scopo della politica, non è il criterio di giudizio sulla qualità del potere, e non è per niente tra i principi e i valori fondamentali su cui è costruita la Costituzione Italiana e l’ordinamento dello Stato. Il potere non deve vincere per dividere, ma deve governare per unire; il consenso, la mediazione, il sostegno ai poveri e ai perdenti dovrebbero essere la norma per il potere. I re dell’Antico Medio Oriente, ai tempi del codice di Hammurabi, erano i difensori degli sconfitti, avevano il compito di compensare con la forza del potere la debolezza dei poveri. Antichi codici parlano del re come del padre dell’orfano, marito della vedova, sostegno di chi non ha madre.

L’ideologia della vittoria fa brutti scherzi; la Germania umiliata dopo la sconfitta nella Grande Guerra produsse Hitler, le democrazie del dopoguerra nell’Italia stremata e nella Germania divisa rinacquero con il piano Marshall. L’ideologia della vittoria è quella che ci sta facendo rischiare la Costituzione, che non è più considerata in se stessa, ma solo come strumento di una battaglia campale per innalzare o abbattere un potere; essa fa da capro espiatorio di una contesa tutta politica, sicché perfino i filosofi dicono che la Costituzione proposta è un orrore, però la votano per far vincere Renzi; la vittoria diventa così il massimo bene, la grande occasione offerta all’Italia, perché grazie alla riforma ci sarà sempre un vincitore e ci saranno dei perdenti, e l’ultima parola della storia non sarà più né capitalismo né democrazia, ma sarà vittoriocrazia. Chi vince è il sovrano, tutti gli altri tornano ad essere sudditi. Questo è il futuro? No, questo di certo è il passato, non è il nuovo che avanza, è il vecchio che ritorna.