Archive for ottobre 2016

VERITÀ E GIUSTIZIA NEL REFERENDUM

ottobre 28, 2016

NON SLOGAN, NÉ PUBBLICITÀ, MA APPELLO ALLE COSCIENZE

PER RIFLETTERE, APPROFONDIRE, COMPRENDERE, CRESCERE

CON RANIERO LA VALLE

Indice con parole-chiave

Con Trump e la politica in pezzi teniamo ferma la garanzia della Costituzione  dubbio consentito,principio di precauzione,lutto opacizzato dalla guerra,fame angoscia fuga,esiti non voluti,apprendisti stregoni,basta un no

 I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma  sovranità ai mercati,fiducia distrutta,premierato mascherato,centralismo statale,uno solo dichiara guerra,Senato dei popoli

6 Titolo 5° non costituzionale  globalizzazione e guerra,incompatibile col mercato,antipolitica,incostituzionalità sostanziale,ripristino della guerra,valori supremi

5 La vittoria come fine della politica e la società divisa tra vincitori e sconfitti   contrapposizione,vittoria al centro,divisione tra vincitori e vinti,nuova morale politica,vittoria rimanda al potere,vincere per dividere,governare per unire,vittoriocrazia

4 Lo stato sia tutto, le regioni niente e uno solo decida la guerra   riconciliazione nella giustizia,guerra mondiale a pezzi,guerra per procura,guerra tra grandi potenze,autonomia ripudiata,stato unico legislatore,senato sterilizzato,guerra per interessi,modello di difesa,momento delicato,capitalismo in armi

3 Spegnere la politica e non opporsi al potere   rinforzare la politica,età della misericordia,potere centralizzato,tormento sociale,si può cambiare,nostra responsabilità,ridurre i politici,guardare ai giovani,servizio civile,senato dei popoli

2 Superamento della democrazia parlamentare   cercare la verità,verità e potere,guerre per bugia,bicameralismo paritario,camera alta rovesciata,continuità del regno,sabotaggio delle autonomie,roulette russa del paese,senato depotenziato,processo di restaurazione,sovranità ai mercati,Islam come nemico

1 La verità del referendum   capitalismo aggressivo,schiavitù del mercato globale,verità nascoste,limitazione del potere,3 indizi di un giallo,guerra come delitto fondatore,Islam e sud come nemici,guerra istituzionalizzata

Cattolici-e-costituzione/   argomenti pietosi,parlamento unanime,utile seconda lettura,uccidere senza odio,libertà religiosa,fine della cristianità,laicità dello stato,forza sovversiva,pluralismo e proporzionalità

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IL VERO QUESITO: APPROVATE CHE LO STATO SIA TUTTO, LE REGIONI NIENTE E CHE UNO SOLO DECIDA LA GUERRA?

ottobre 28, 2016

SI ACCENTUANO I RISCHI DI GUERRA PER INTERESSE NEL CAPITALISMO LIBERISTA. L’ABBRACCIO DI OBAMA SIGNIFICA CHE DOVREMO FARE TUTTE LE GUERRE CHE VORRÀ L’AMERICA?

Quarto discorso di Raniero La Valle su “La verità del referendum” tenuto alle Comunità parrocchiali di Bitonto nell’Auditorium dei Santi Medici Cosma e Damiano il 19 ottobre e al Circolo Arci Rinascita di Sesto Fiorentino il 22 ottobre 2016. Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/10/il-vero-quesito-approvate-che-lo-stato.html

Umanità riconciliata nella giustizia.  Per parlare di una nuova Costituzione, che investe il presente e il futuro, è bene partire dai fatti del giorno. Il primo di questi fatti è che il 18 ottobre l’UNESCO ha approvato una risoluzione che invita Israele a rispettare i diritti dei palestinesi a Gerusalemme, ma che ha il torto di chiamare la Spianata delle Moschee col suo nome arabo, ignorando la sua definizione ebraica come Monte del Tempio. Ciò ha provocato polemiche che dovevano avere degli sviluppi nei giorni successivi. Il più vistoso è stato che Renzi ha sconfessato il suo ministro degli esteri e ha definito “allucinante” il voto che l’Italia ha dato astenendosi su quella mozione. Di per sé una questione di denominazione non dovrebbe essere un casus belli, ma il fatto politico è il rovesciamento della politica italiana di neutralità attiva tra Israele e palestinesi, che risale a Moro e ad Andreotti. Ora Renzi nel conflitto fa una scelta a favore di Israele, cioè fa una scelta di campo, e la fa come se fosse scontata, come se l’Occidente a cui apparteniamo non fosse che un grande Israele. E questo è un cambiamento della figura stessa dell’Italia, però non discusso e non deciso da nessuno; decide il primo ministro, e il suo stesso ministero degli esteri è preso in contropiede. L’altra notizia da cui partire per il nostro discorso è che il 14 ottobre è stato eletto il nuovo Padre generale della Compagnia di Gesù, il venezuelano Arturo Sosa, che il giorno successivo, nella messa di ringraziamento, ha detto che dobbiamo avere l’audacia di intraprendere “l’improbabile e l’impossibile”. E la cosa che oggi sembra impossibile, per quanto sia necessaria, è di fare “una Umanità riconciliata nella giustizia, che vive in pace in una casa comune ben curata, dove c’è posto per tutti”.

Grandi temi.  Purtroppo siamo in una situazione opposta. Quello che dobbiamo fare, ha detto ancora il generale dei Gesuiti, è “pensare per capire in profondità il momento della storia umana che viviamo” e operare “per superare la povertà, la ineguaglianza e l’oppressione”. Dunque, pensare la storia, dice la Compagnia di Gesù. Ebbene, non c’è bisogno di essere cattolici per dire che nel momento in cui noi facciamo una nuova Costituzione che dovrebbe essere la nostra Regola per decenni, dovremmo misurarla con questi grandi temi che investono in profondità la nostra vita, e non con piccole cose come il numero dei senatori o il falso problema del ping pong tra Camera e Senato.

Un mondo in guerraSiamo in una situazione di “guerra mondiale a pezzi”, come dice il papa, e ora siamo a rischio di una grande guerra su più continenti. A Mosul, l’antica Ninive, è cominciata la decisiva battaglia contro l’ISIS, che si difende in modo atroce, uccidendo e bruciando. Secondo l’UNICEF ci sono di mezzo cinquecentomila minori. Stati Uniti e Russia si fronteggiano militarmente in Siria. Aleppo è divisa in due, come Berlino. Solo che a differenza di quanto accadeva a Berlino, Aleppo ovest bombarda Aleppo est, e Aleppo est bombarda Aleppo ovest. Da una parte c’è Assad, con la Russia che lo difende, dall’altra ci sono i terroristi “moderati”, con gli Stati Uniti che li sostengono. Il vescovo cattolico maronita di  Aleppo, mons. Joseph Tobji, è venuto il 4 ottobre alla Commissione Esteri del Senato italiano, per far arrivare un grido all’Occidente. Ha detto che non c’è solo la sciagura di Aleppo est, tenuta dai governativi, di cui parlano tutti i giornali; anche Aleppo ovest è devastata, la popolazione è stremata, senza acqua né cibo né luce; ospedali e chiese cristiane sono distrutti, gran parte della popolazione della città, che ammontava a 4 milioni di persone, è profuga. Le guerre provocano le grandi fughe, le cui ondate arrivano in Europa che, illudendosi di chiudere le porte, si suicida. Il vescovo di Aleppo dice: “siamo giocattoli in mano dei Grandi”, che si fanno la guerra per procura. La guerra è cominciata nel 2013 – ha detto – “sotto la minaccia di morte degli Stati Uniti”. Come si ricorderà nel settembre 2013 la guerra alla Siria, che era già pronta a partire, fu sventata da papa Francesco con la grande veglia di preghiera in piazza san Pietro. L’Occidente voleva il controllo della Siria e liquidare Assad, come aveva fatto in Iraq con Saddam Hussein, in Libia con Gheddafi, in Afghanistan con Bin Laden. Ma questa volta la guerra non la poté fare. Allora essa fu intrapresa dai ribelli anti-Assad, chiamati liberatori e sostenuti e armati dagli Stati Uniti. Era prevedibile che dall’altra parte intervenisse la Russia, se voleva continuare ad avere quel ruolo mondiale che, nella miope percezione americana, essa aveva ormai perduto. Ed infatti la Russia di Putin è intervenuta con la sua forza politica, e con i suoi aerei e soldati. Se ora Russia e Stati Uniti negoziano un armistizio a Losanna, vuol dire che la guerra è tra loro.

Torna la guerra fredda?  Come se non bastasse, dopo la fine dei blocchi la NATO si è allargata ad includere i Paesi che avevano fatto parte del Patto di Varsavia, e addirittura i Paesi baltici che avevano fatto parte dell’Unione Sovietica, avanzando le sue basi fino ai confini della Russia: come ha detto Sergio Romano, che è stato ambasciatore a Mosca e alla NATO, questo è stato un errore, e non poteva essere vissuto dalla Russia che come un atto ostile. Poi, dopo l’intervento russo in Crimea e la crisi in Ucraina, l’Occidente ha imposto le sanzioni al Cremlino. Ora ha deciso di fare nel 2017 delle esercitazioni militari in Lettonia ai confini della Russia, e anche l’Italia manderà un corpo di spedizione di 150 uomini, come fece Cavour in Crimea. L’altro giorno da Washington è stato preannunciato un attacco cibernetico alla Russia. E Putin ha detto: attenti, state scherzando col fuoco. Dunque oggi una guerra tra le grandi Potenze è tornata ad essere una possibilità reale. Ora è evidente che questa guerra non ci riguarda, perché come sta scritto nella prima parte della Costituzione che ancora formalmente è in vigore, l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controverse internazionali; e tutte le guerre oggi in atto o minacciate appartengono a questo tipo di guerra che l’Italia rifiuta.

Rimuovere gli ostacoli.  Allora la domanda è se la nuova Costituzione garantisce che non partecipiamo a guerre che ci sono estranee, o se invece rimuove gli ostacoli e apre la strada a un nostro coinvolgimento nelle guerre presenti e future. Ebbene, è proprio la seconda cosa che accade; di fatto il popolo non avrà più alcuna garanzia costituzionale di non essere trascinato in una guerra non sua. Poi ci sarà un don Milani che lo denuncerà, ma sarà troppo tardi. Vediamo dunque la nuova Costituzione renziana. Riguardo alla guerra c’è un’innovazione esplicita e dichiarata, e ci sono delle innovazioni implicite e non dette che però travolgono tutte le garanzie. L’innovazione esplicita è che il Senato, il quale non è affatto abolito, secondo l’articolo 78 della nuova Costituzione è escluso dal partecipare alla deliberazione della guerra e al conferimento al governo dei relativi poteri, deliberazione che invece è riservata al primo ministro e ai suoi deputati. E ciò è molto strano, perché secondo la riforma il Senato dovrebbe rappresentare le realtà territoriali, dove ci sono le case e i corpi delle persone che più di tutti sarebbero colpiti dalla guerra; ed è molto strano anche perché secondo la riforma il Senato dovrebbe funzionare come raccordo con l’Unione Europea, dovrebbe partecipare alla formazione e attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione Europea; inoltre dovrebbe valutare le politiche pubbliche all’interno e l’impatto delle politiche dell’Unione Europea sui territori. Dunque dovrebbe mettere becco su tutto ma non sulla guerra, e dovrebbe avere un peso determinante nel rapporto con gli Stati europei, ma non avrebbe alcun potere nella decisione più importante riguardante il rapporto con tutti gli Stati, europei e non europei, che è precisamente la decisione sulla guerra.

Il Senato, una testa di turcoQuesto dimostra quale era la vera intenzione dei riformatori riguardo al Senato. Il Senato è la vera testa di turco della riforma ed è la cartina di tornasole che rivela il discrimine tra ciò che è falso e ciò che è vero nella riforma che ci viene proposta. E’ falso l’argomento che il Senato venga riformato perché Camera e Senato oggi fanno la stessa cosa, sicché uno dei due sarebbe inutile. Anche il Tribunale e la Corte d’Appello fanno la stessa cosa, fanno gli stessi processi, ma non è affatto inutile che la libertà dei cittadini sia tutelata da due gradi di giudizio. Anche la polizia e i carabinieri fanno la stessa cosa, ma non è affatto inutile che se un colpo di Stato lo fanno i carabinieri, la polizia glielo possa impedire, o viceversa. Le Costituzioni democratiche sono lì proprio perché, quando si tratta del potere, le cose possano essere viste da due parti diverse. E’ falso che il Senato venga riformato per valorizzare le Regioni e le autonomie locali. Anzi proprio nel momento in cui si fa finta di fare un Senato delle autonomie, la scelta autonomistica viene rovesciata, potremmo dire ripudiata.

Sindrome del tiranno.  Infatti si passa dal regionalismo della Costituzione del ’48 al centralismo statale, in base alla ideologia che tutto è dello Stato, e nulla al di fuori dello Stato. Non si tratta solo di una diversa ripartizione di competenze tra le regioni e lo Stato; in questo quadro, come dicono giustamente i fautori del Sì, una correzione rispetto a una eccessiva varietà di normative (ad esempio riguardo al turismo e al commercio estero) era necessaria. Si tratta invece del fatto che mentre nella Costituzione vigente, all’art. 117, si prevede che alle regioni spetti la potestà legislativa sulla generalità delle materie, tranne quelle espressamente attribuite allo Stato, e quelle di competenza comune, nella riforma – abolita la legislazione concorrente – c’è un’invadente esclusiva competenza legislativa dello Stato, di cui alcuni residui sono lasciati alle Regioni. Ma si tratta soprattutto di leggi di ordine organizzativo e promozionale (come ad esempio la “promozione”, ma non la tutela e la valorizzazione, dell’ambiente e dei beni culturali). Nulla si toglie invece ai privilegi delle Regioni a statuto speciale (che potranno essere modificati dallo Stato solo d’accordo con le Regioni stesse, v. Cinque superstati, le regioni speciali Ainis), mentre altri frammenti di autonomia potranno essere gentilmente concessi per legge dallo Stato a qualche Regione meritevole o più ricca, dotata di bilanci virtuosi, in seguito a specifiche trattative ed intese tra quella Regione e lo Stato. Per esempio si dovrà vedere se la Regione Puglia, che ha fatto una legge per attribuire un “reddito di dignità” ai non abbienti, per poterlo fare anche in futuro, a norma dell’art. 116, comma 3, dovrà chiedere allo Stato che glielo conceda per legge, sempre che dimostri di essere “in condizioni di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”. In ogni caso, sia nella legislazione che nel sostituirsi agli organi degli enti locali, a norma dell’art. 120, il governo può avvalersi della “clausola di supremazia” in nome dell’unità giuridica ed economica della Repubblica. In sostanza mentre si rottama il Senato, per gabellarlo come Senato delle autonomie, le autonomie non ci sono più, ed è perciò che si dice che il Senato si riunirà per poche ore al mese; e dunque si passa dalla forma di Stato articolato in Regioni, che in un recente dibattito televisivo Luciano Violante ha definito come un “policentrismo anarchico” al ristabilimento della supremazia dello Stato e della sua piena sovranità rispetto agli enti territoriali. Ma la forma di Stato è anche la forma della democrazia. E l’alternativa di società fatta di “formazioni sociali” e di autonomie che sta scritta nella prima parte della Costituzione, fu scelta dal costituente del 1947 come antidoto a quella che è stata chiamata “la sindrome del tiranno”. Resta allora che i veri obiettivi della riforma del Senato erano due: il primo, quello di togliere al governo il fastidio di dover ottenere la fiducia di due Camere; il secondo, quello di sterilizzare il Senato e le comunità territoriali che esso dovrebbe rappresentare, rispetto alle decisioni supreme relative alla pace e alla guerra.

Quali garanzie contro guerre inconsulte?  Venuta meno la doppia garanzia di una conforme decisione di Camera e Senato sulla deliberazione dello stato di guerra, si potrebbe pensare però che l’ostacolo a guerre inconsulte sarebbe rappresentato da quanto previsto, e non formalmente abrogato, nella prima parte e segnatamente nell’art. 11 della Costituzione. Ma purtroppo così non è, perché di fatto quel limite all’ingresso dell’Italia in guerre non sue è stato cancellato e poi superato dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Fino a quel momento, secondo gli articoli 11 e 52 della Costituzione, l’unica guerra ammissibile, l’unica guerra in cui legittimamente l’Italia potesse e dovesse combattere, era quella corrispondente al “sacro dovere” – come lo definisce l’art. 52 – della difesa della Patria. E per difesa della Patria si intendeva la difesa del popolo e del territorio, tant’è vero che l’esercito era schierato sulla soglia di Gorizia per far fronte ai famosi cosacchi che dovevano venire dall’Est. Ma nel 1991 l’Italia sdoganò la guerra partecipando alla prima guerra del Golfo contro l’Iraq. E il 26 novembre 1991, come ho raccontato in un recente discorso a Messina, il governo venne da noi in Parlamento e presentò alla Commissione Difesa alla Camera (di cui facevo parte) un Nuovo Modello di Difesa in cui la guerra tornava a essere legittimata e la difesa non era più identificata con la difesa dei sacri confini della Patria, ma con la tutela degli interessi anche economici e produttivi dell’Italia dovunque essi fossero in gioco; a tale scopo veniva potenziato un esercito professionale ristrutturato come Forza di intervento rapido e di proiezione di potenza e più tardi lo stesso servizio obbligatorio di leva veniva lasciato cadere. In più si provvedeva alla sostituzione del nemico, che non essendo più quello sovietico veniva individuato nell’Islam secondo il modello del conflitto divenuto ormai permanente tra Israele e mondo arabo.

Il Modello di Difesa  non venne mai discusso né approvato dal Parlamento, ma venne di fatto tradotto nella legislazione sulle Forze Armate, nei bilanci della difesa e nelle scelte dei governi. Venuto meno il limite stabilito dalla Costituzione, la decisione sulle guerre da fare veniva di fatto affidata ai governi, e i loro primi ministri ne fecero largamente uso. Addirittura l’Italia partecipò ad una nuova guerra in Europa contro la Jugoslavia e il presidente D’Alema teorizzò il valore politico di quella scelta interpretandola come una espressione necessaria della politica estera dell’Italia e del suo contare nel mondo. Poiché un’analoga concezione della difesa e dell’uso delle forze armate è stata nello stesso tempo adottata dalla NATO e da tutto l’Occidente, tutto ciò che ne è seguito, ivi compreso il terrorismo, la catastrofe delle Due Torri, il parto cruento dello Stato islamico, lo scontro con l’Islam, i soldati italiani in Libia e a Mosul, e ora la sfida alla Russia, sono conseguenze di quella scelta. Si direbbe che l’Occidente il cui sistema economico e politico è entrato in una profonda crisi essendosi mostrato incompatibile con l’ordine del mondo, cerchi nell’incremento delle armi, nell’estensione del dominio e nella disseminazione delle guerre una risposta alla sua angoscia riguardo al futuro; ed è come se noi dovessimo partecipare a tutte le guerre di un capitalismo sfrenato, invece che operare, come dice il generale dei Gesuiti, “per superare la povertà, l’ineguaglianza e l’oppressione”.

Rischio elevato di essere portati verso una guerra.  In questa situazione, in cui si accentua la discrezionalità dei governi, diventa molto pericoloso che non si possano esprimere le voci dei popoli e che le decisioni possano essere prese da capi politici dai poteri incondizionati e liberi da controlli e garanzie. Questa è la ragione per cui una Costituzione che tende ad assicurare una governabilità insindacabile per cinque anni e a ridurre il controllo del Parlamento sul capo politico di turno, mentre si stende come un’ombra l’ipoteca dei grandi poteri militari e finanziari mondiali, sguarnisce i popoli di ogni difesa contro inconsulte decisioni di guerra. Nel caso italiano il nuovo sistema costituzionale risultante dal combinato disposto della Costituzione riformata e della legge elettorale maggioritaria, istituisce una nuova forma di governo che è stata chiamata in dottrina una “forma di governo di legislatura a vertice monocratico elettivo”. Questo modello, costruito sulla formula del “Sindaco d’Italia”, ormai al di fuori della forma della democrazia parlamentare, finisce per attribuire al primo ministro un solitario potere di decidere tra la pace e la guerra. Il fatto che per la sua sussistenza, mediante la fiducia, il governo dipenda solo dalla Camera e che la maggioranza assoluta dei deputati, pur necessaria per la deliberazione dello stato di guerra, sia rappresentata da parlamentari di un solo partito, per di più scelti dallo stesso primo ministro e non eletti dal popolo, fa sì che nella situazione di massimo pericolo in cui il mondo è oggi precipitato il rischio di essere portati verso una guerra, mentre giornali, televisioni e commentatori politici parlano d’altro, è molto elevato.

Momento delicato.  Basta ricordare che la decisione di muovere la guerra alla Turchia e di invadere la Libia, che fu l’inizio del lungo conflitto, che si ripete ancor oggi, fra l’Italia e l’Islam, nel settembre del 1911 fu decisa dal solo Giolitti, che se ne stava a Dronero, mentre il Re era in vacanza a San Rossore e il Parlamento era chiuso per ferie. Il problema è che il mondo di oggi è molto più pericoloso di quello di allora, ci sono le armi atomiche e i nuovi califfi, islamici o no, non sono affatto al tramonto come lo era allora il potere dell’Impero ottomano. Facciamo questo discorso in un momento particolarmente delicato perché dobbiamo registrare il fallimento sul piano internazionale della presidenza di Obama. Voleva fare un mondo senza guerre, e lascia un mondo più frantumato e in guerra di prima. E ciò proprio per le politiche sbagliate degli Stati Uniti che hanno un’innata tendenza al dominio che passa da un’amministrazione a un’altra: essa fu formalizzata, all’inizio del 2000, nella scelta dell’obiettivo di “un nuovo secolo americano” a cui erano finalizzate le politiche di riarmo e di egemonia adottate nella cosiddetta nuova “Strategia della sicurezza nazionale”. La devastazione dell’America Latina, il braccio di ferro con la Russia, e soprattutto la spinta al dominio del mondo arabo nel Medio Oriente ne sono dei capitoli. E’ possibile che questa spinta verso un mondo e un tempo “americani” – caduti i tentennamenti di Obama – continui nella presidenza di Hillary Clinton (esorcizzato il fantasma di Trump), e che l’America sia portata a fare tutte le guerre del capitalismo in armi. Ed è solo grazie al papa che queste guerre non potranno più essere definite come guerre sante o di civiltà. Sono guerre e basta. E qui si vede il pericolo di una totale dipendenza dei primi ministri italiani dal presidente americano, come quella manifestata ed enfatizzata da Renzi alla Casa Bianca, perché vuol dire che l’Italia sarà chiamata a fare tutte le guerre che l’America deciderà di fare o vorrà che siano fatte. Ciò rende Obama uno sponsor non troppo affidabile del SI al referendum costituzionale. Anzi l’endorsement di Obama è un ottimo indicatore: proprio perché l’America dice di Sì, forse l’Italia dovrebbe dire di No.

IL VERO QUESITO: APPROVATE DI SPEGNERE LA POLITICA E NON OPPORVI AL POTERE?

ottobre 28, 2016

NOSTRA RESPONSABILITÀ DI PASSARE A UN’ETÀ DELLA MISERICORDIA CAMBIANDO LA POLITICA. IL REFEREDUM LA VUOLE RIDURRE, RAFFORZANDO IL POTERE CENTRALIZZATO

di Raniero La Valle – Terzo discorso sulla verità del referendum, tenuto il 7 ottobre 2016 nella Sala consiliare della Provincia a Matera. Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/10/il-vero-quesito-approvate-di-spegnere.html

Importanza.  Mentre in Italia, nel mondo, nel Mediterraneo, in Siria, a Calais c’è tanta disperazione, noi siamo costretti a devolvere due mesi della nostra vita privata, e se non della nostra vita privata, della nostra vita pubblica, al referendum per cambiare la Costituzione. Questo referendum è stato caricato, da chi pretende l’approvazione della riforma, di significati epocali. Lasciamo stare i catastrofismi di chi dice che se non vince il Sì ci sarà una crisi come quella del ’29 con la gente che si suicida per la strada. È vero però che il 4 dicembre è stato enfatizzato come lo spartiacque da cui tutto dipende. Renzi ci aveva messo perfino la testa di presidente del Consiglio, anzi aveva messo in palio, come in “Lascia o raddoppia”, la sua stessa carriera politica; poi se ne è pentito e ora questo non lo dice più “nemmeno sotto tortura”. Però non pensa ad altro. Di fatto ha smesso di governare, perché notte e giorno non fa che dedicarsi, in ogni TV e in centinaia di comizi, alla propaganda per il Sì. Questo vuol dire che la cosa è veramente importante anche per noi; forse davvero il 4 dicembre è uno spartiacque.

Ma spartiacque di che?  Non può trattarsi solo del fatto che Renzi resti o se ne vada. Per quanto possa essere rilevante che ci sia un segretario fiorentino a palazzo Chigi, l’esserci o non esserci di Renzi non può rappresentare lo spartiacque di alcunché. I presidenti del Consiglio passano in fretta, e di molti poi non ci si ricorda più. Dunque lo spartiacque deve riguardare qualche altra cosa. Di che spartiacque si tratta? A mio parere si tratta dello spartiacque che passa tra il 20 novembre e il 4 dicembre. È questo il tempo in cui non solo qualche governante, ma noi stessi ci giochiamo il futuro. Il 20 novembre finisce l’anno della misericordia, e il 4 dicembre l’Italia decide sulla sua Costituzione. Che nesso c’è tra le due cose? La vera posta in gioco del 20 novembre è che l’anno della misericordia non finisca; finirà certo l’anno canonico, indetto con la Bolla di papa Francesco, ma è il tempo della misericordia che non deve finire: l’anno della misericordia deve tracimare e tradursi in un’età della misericordia. Altrimenti sarebbe stato inutile. Certo resta il valore di tante specifiche cose buone che molti hanno fatto, ma che cosa ce ne faremmo di un anno della misericordia se poi tutto tornasse come prima, se poi dovessimo restare incardinati nella durezza di cuore, nella violenza e nella guerra?

Età della misericordia.  Per come ce l’ha raccontata papa Francesco misericordia non è un sentimento intimistico, un buonismo così dolce da essere disgustoso, ma è un’altra regola, un’altra condizione e un altro governo del mondo. E per quanto riguarda la dimensione religiosa, l’età della misericordia non solo è una nuova età della Chiesa, ma è una nuova età della fede; cioè è una nuova età, un’altra modalità del rapporto degli uomini e delle donne con Dio, pur nel quadro di religioni, fedi, Chiese e culture diverse, a condizione che esse non si chiudano nei loro fondamentalismi, nelle loro fissazioni identitarie, ma siano sensibili alla conversione. Perché c’è bisogno di un’età della misericordia? Perché così il mondo non può vivere. Se il futuro fosse solo la naturale prosecuzione del presente, o anche se, attraverso le conclamate riforme, diventasse la conservatoria ammodernata del presente (come c’è la conservatoria dei registri immobiliari), il futuro non ci sarebbe, ovvero il futuro avrebbe i giorni, gli anni contati. La vera posta in gioco del 4 dicembre è perciò che la democrazia non si riduca a uno scudo per garantire i governi, ma divenga un popolo in lotta per una società nuova.

Tormento sociale.  Per fare questa scelta basta guardare il tormento che dilaga. Nel 2015 c’erano nel mondo 65.3 milioni di persone costrette alla fuga, una persona ogni 113 secondo l’agenzia dell’ONU. Nel Mediterraneo quest’anno fino a tutto settembre sono morti 3498 profughi e migranti, che vuol dire dodici persone al giorno. Da quando è cominciata la tragedia sono più di diecimila le persone scomparse nelle acque, “desaparecidos” scrive il Premio Nobel argentino Adolfo Perez Esquivel, secondo il quale “il mare Mediterraneo si sta trasformando nella fossa comune di migliaia di rifugiati che hanno perso la loro vita senza avere un destino”. Il sistema economico globale, in cui 62 persone detengono la metà della ricchezza dell’intera popolazione mondiale, non è in grado di reggere la vita dei 7 miliardi 349 milioni di abitanti della terra. E per quanto riguarda l’Italia tutti sanno che non c’è lavoro, le fabbriche che c’erano si dislocano in Paesi dove non c’è ancora il costo dei diritti, o dove non si pagano le tasse o dove conviene di più, a cominciare dalla FIAT che invece, quando si è fatta la Costituzione, stava a Torino. La crescita è zero. I licenziamenti sono aumentati del 7,4 % rispetto all’anno scorso, dopo la vetrinetta del Jobs Act. Secondo la Caritas si è passati da un milione e 800.000 poveri del 2007, a 4 milioni 600.000 del 2015 (il 7,6 per cento del totale). I giovani sono costretti ad andarsene, è questa la vera ricchezza che ci sfugge: negli ultimi dodici mesi 107.529 italiani hanno lasciato il Paese, diecimila in più rispetto all’anno prima. E in Siria si sta rischiando la guerra mondiale, non più “a pezzi”, come dice il papa, ma planetaria, per lo scontro tra Russia e Stati Uniti innescato dai jhadisti che combattono contro Assad con l’appoggio degli americani e della NATO.

Si può cambiare  questo corso delle cose? Sì, si può cambiare, contro il fatalismo secondo cui non c’è niente da fare, contro la resa dettata dal motivo che “ce lo chiedono i mercati”, “ce lo chiede l’Europa”, “non turbiamo le Borse”. E ce la possiamo fare perché non è vero che l’uomo è in mano a forze incontrollabili, che si tratti di un Dio capriccioso o della forza del destino; egli è invece in grado di prendere in mano le cose, di custodire il mondo e governare la storia. L’uomo, e la donna, come esseri liberi, sono capaci di essere la causa delle cose, senza che ciò significhi farsi superuomini. Questa non è una tesi progressista, prometeica, ereticale, ma è buona teologia, l’ha sostenuta san Tommaso, quando all’uomo ha riconosciuto la ”causandi dignitas”, la dignità, cioè, di causare le cose. Né questa affermazione è rimasta confinata nella “Summa Teologica”, ma ha attraversato l’illuminismo, ed ora è solennemente riaffermata dalla Chiesa cattolica, all’ora del suo rinnovamento. La si trova in un documento della Commissione Teologica Internazionale, uscito nel primo anno del pontificato di Francesco, in cui si rompeva ogni complicità con l’idea di un Dio violento, frutto di un fraintendimento di Dio presente già nella stessa Bibbia, e si annunciava un ”irreversibile congedo del cristianesimo” da ogni violenza religiosa. Il documento romano, nel mostrare il volto di questo Dio nonviolento, spiegava che egli non entra in competizione con le creature. Al contrario, nella sua bontà e sapienza, Dio ha dato alle creature la “dignità di essere causa (dignitas causalitatis)”. Dio – dicevano i teologi del papa – “agisce in tutto l’agire delle sue creature, ma non agisce come una causa tra le altre”. Questo concetto è stato poi ribadito dallo stesso papa Francesco il 28 luglio scorso in uno dei suoi tweet quotidiani, in cui ha scritto: “Il Signore sta in mezzo a noi e si prende cura di noi, senza decidere al posto nostro”. Questa nuova consapevolezza del compito dell’uomo si fa strada anche nella predicazione: dopo il terremoto, nel funerale ad Amatrice, il vescovo di Rieti non ha citato Giobbe e la sua proverbiale sopportazione, ma ha citato Geremia che non chiede conto a Dio delle sue sventure; allo stesso modo il vescovo ha chiesto conto all’uomo della sua responsabilità di fronte agli eventi: “non è infatti il terremoto che uccide – ha detto – uccidono le opere dell’uomo”. Qualche giorno dopo lo stesso papa Francesco ha detto che terremoti e vulcani hanno costruito il mondo, hanno fatto emergere le terre, permesso la vita; siamo noi che non custodiamo la terra, maltrattiamo la natura, maltrattiamo i fratelli. È perciò su di noi che ricade la responsabilità del cambiamento.

Le cose pubbliche si cambiano con la politica.  Ma come fa l’uomo a cambiare le cose? Nella vita personale con le virtù private, certo; molti poi contano sulla preghiera; ma nella dimensione pubblica le cose si cambiano con la politica. Non si può fare a meno dello strumento della politica. Il problema dei profughi, che l’Europa respinge, si risolve con la politica. La società dell’esclusione si riforma con la politica. La detronizzazione del denaro che governa invece di servire, si fa con la politica. La tutela della salute si realizza con la politica. Il lavoro si garantisce e si promuove con la politica. La guerra si ripudia con la politica. L’ecosistema si salva con la politica. La sopravvivenza di 7 miliardi e mezzo di persone sulla terra è possibile solo con la politica. Siamo infatti in una situazione di dipendenza, di fame, di scarsità di risorse, per cui solo se la politica decide che la maggior parte degli uomini vivano, essi vivranno. Non è più come ai tempi di Aristotele, che alla politica assegnava il compito di procurare la “buona vita”, oggi la politica ha il compito di assicurare la “nuda vita”. Se essa non decide che i poveri vivano, essi morranno. Ed è con la politica che si passa dall’ingiustizia, dalla diseguaglianza, dallo sfruttamento, all’età della misericordia, anche politica. Per operare questo passaggio, ciò che è necessario non è confermare o rafforzare il potere, ma cambiare la società e le opere del potere.

E qui veniamo al referendum.  Esso vuole rendere più efficiente il potere, vuole conservarlo più forte e più prepotente di prima. Dice Renzi (e dice anche Napolitano) che ci si sta provando da 30 anni – a fare la riforma – e non ci si è ancora riusciti. Questa sarebbe la volta buona. Ma ciò vuol dire che è una riforma che risponde ad esigenze di 30 anni fa, è la riforma del tempo di Craxi, non del tempo di oggi. Il potere di allora doveva vedersela con competitori interni agguerriti, incalzanti, c’erano i partiti, i sindacati, l’associazionismo, c’erano i radicali col loro ostruzionismo, i movimenti per la pace, gli altri movimenti d’opinione. Il potere era in difficoltà. Oggi invece all’interno il potere è del tutto a suo agio, volitivo e spregiudicato. Libero e farfallone, il potere oggi si libra sul deserto della partecipazione politica. È dal di fuori invece che è tallonato, dominato, è svuotato da poteri esterni più grandi di lui, Bruxelles, le banche, i mercati, è assediato dagli spread e dai paradisi fiscali. Sono questi poteri che gli impediscono ogni possibile politica economica, che vietano ogni investimento o intervento pubblico, che portano all’estero le principali fonti di ricchezza del Paese, i giovani e le fabbriche.

Una riforma adatta ai tempi dovrebbe quindi rilanciare la politica,  questa è la vera risorsa che dovremmo mettere in campo per superare lo spartiacque tra l’anno della misericordia e l’età della misericordia, tra il 20 novembre e il 4 dicembre. Invece la verità del referendum sta nell’intenzione di minimizzare l’opposizione e spegnere la politica. Intanto si mette fuori gioco il Senato. Renzi ha confessato nelle sue maratone televisive che è “un incubo” dover avere la fiducia dalla Camera e dal Senato. Poi si fa della Camera, con la legge elettorale, una platea di consenzienti. Poi si prevarica sulla presidenza della Camera dando al governo di decidere il calendario e pretendere le leggi a data fissa. Poi si tolgono tutti i poteri (cioè la politica) alle Regioni, con il rovesciamento della scelta di fondo del Titolo V, che era il regionalismo, non la supremazia statale. Poi vengono ostruite le vie della democrazia diretta: sono richieste 150.000 firme (con notaio e tutto) invece di 50.000 perché i cittadini possano presentare una proposta di legge, e se poi si vorrà avere qualche speranza di mandare a buon fine un referendum, si dovranno raccogliere 800.000 firme invece di 500.000.

Ridurre i politici.  Ed ecco che alla fine appare un manifesto pubblicitario per il Sì che, con potenza freudiana, rivela senza volerlo il vero scopo della riforma e della vittoria renziana nel referendum. Esso dice: “Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un Sì”. Poi si sono accorti della gaffe, e l’hanno ritirato. Ma l’obiettivo è quello, l’incomodo da togliere, per il potere che cerca di vendere “all’Italia” questa sua riforma, sono i politici. Ma chi sono i politici? Al tempo del fascismo i “politici” erano quelli che per ragioni politiche stavano al confino o nelle carceri. Anche allora l’ideale del potere era di diminuire i politici, e il modo era quello. Politici erano Gramsci e Pertini a Turi, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Camilla Ravera a Ventotene, Amendola, Lelio Basso, Nenni, Romita, Terracini, Zaniboni, Scoccimarro, Pietro Secchia a Ponza, Carlo Levi ad Aliano, Turati, Parri, Carlo e Nello Rosselli, Pacciardi a Ustica, e così via. Oggi, nella Repubblica democratica “politici” sono tutti i cittadini, che, secondo l’art. 49 della Costituzione, hanno il diritto di concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale, non una volta ogni cinque anni, ma tutti i giorni, e hanno il diritto di concorrere alla legislazione, come sovrani, sia attraverso la rappresentanza eletta (non nominata e nemmeno imposta con liste bloccate), sia attraverso le leggi di iniziativa popolare e i referendum. E sono appunto i cittadini come politici (e non certo i duecento senatori) che la riforma, come svolta epocale, vuole “diminuire”.

Tornare alla politica, ripopolare il deserto.  Inutile dire che occorrerebbe fare proprio il contrario. Giunti a questo grado di desertificazione della democrazia, la decisione da prendere è di ripopolare il deserto, di ripiantare gli alberi divelti, di irrigare le terre inaridite, il che vuol dire il ritorno alla politica, la reinvenzione dei partiti o di altri strumenti di partecipazione e di intervento, l’attivazione di nuovi coinvolgimenti di classi e culture diverse, la creazione di laboratori, scuole e centri di formazione politica. Si tratta di rifondare la democrazia, dare nuove regole al potere, dare nuovi diritti e compiti ai cittadini. Occorre anzitutto riportare i giovani alla politica, dopo che abbiamo loro tolto ogni incentivo ed ogni strumento per incontrarla. Abbiamo chiuso un serbatoio di formazione politica, quale era il servizio civile derivante dall’obiezione di coscienza al servizio militare. Lo hanno distrutto in odio all’obiezione di coscienza abolendo l’obbligo militare, rendendo volontario e fittizio il servizio civile e passando dall’esercito di leva a quello professionale. Abbiamo abolito i movimenti giovanili dei partiti, distruggendo i partiti popolari – la DC, il PCI, il PSI – e riservando la politica alle sole nomenclature. Abbiamo costretto le giovani generazioni al precariato per poter vivere, togliendo loro la possibilità di lottare per come vivere. E il risultato è che, senza politica, il 65 per cento dei giovani, secondo una ricerca delle ACLI di Roma, sono pronti a rinunciare a contratti regolari e ai diritti, pur di avere un lavoro.

Con i giovani  si potrebbe mettere mano a vere riforme miranti al futuro, di cui si può fare qualche esempio. Si dovrebbe anzitutto estendere dall’Italia all’Europa l’assillo delle necessarie riforme. Occorre riprendere in mano il “Trattato sul funzionamento dell’ Unione Europea” e mettere in causa l’art. 107 che proibisce gli aiuti di Stato. È la normativa che proclama la sovranità del mercato, inteso come competizione tra i soggetti privati, e impedisce l’assunzione dell’interesse pubblico nel sistema economico. Di conseguenza è preclusa l’iniziativa statale per correggere gli squilibri e intervenire nel mondo delle produzioni e delle imprese. Non si tratta perciò solo della sovranità monetaria che è stata devoluta all’Europa; i Trattati europei mettono fuori legge l’economia mista, consacrano come unico legittimo il liberismo assoluto, e fanno cadere pezzi interi della Costituzione repubblicana, a cominciare dalla prima parte che assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza e allo sviluppo delle persone. Una riforma che investa l’Europa dovrebbe pertanto restituire alla Repubblica non il governo della moneta, ma la libertà dell’uso della moneta e la legittimità di una politica economica nazionale. La riforma governativa invece, all’art. 117, sottopone esplicitamente la nostra legislazione al vincolo dell’ordinamento dell’Unione Europea, ipotecando in tal senso anche le future sentenze della Corte Costituzionale.

Nuovo senato spinto in avanti.  Occorrerebbe poi mettere mano a una legge sui partiti, che ne faccia strumenti non delle istituzioni ma della società, e ne garantisca trasparenza e democrazia interna. Si dovrebbe poi ripristinare l’obbligo al servizio militare sancito dall’art. 52 della Costituzione, mutando tale servizio (in accordo con la giurisprudenza della Corte) nella duplice modalità di un servizio civile e di un servizio di difesa, a sua volta configurata come servizio di difesa armata o di difesa non violenta. Si dovrebbero infine coinvolgere nella determinazione della politica del Paese le comunità di stranieri che vi abitano stabilmente, facendo cadere la discriminazione della cittadinanza. E allora sì che si potrebbe pensare a un nuovo Senato, non risospinto all’indietro, verso il localismo, ma spinto in avanti, verso l’internazionalismo di un’unica comunità umana; e in tale Senato si potrebbe realizzare la rappresentanza di tutte le nazioni e le culture che formano la popolazione che vive in Italia, persone che si nutrono della nostra terra e dormono sotto il nostro cielo, su cui il sole sorge e tramonta come su di noi, sicché ci sia un voto degli stranieri in Italia come c’è il voto degli italiani all’estero; allora sarebbe non solo il Senato della Repubblica, ma un Senato dei popoli.

IL VERO QUESITO: APPROVATE IL SUPERAMENTO DELLA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE?

ottobre 28, 2016

LA RIFORMA RENZIANA COME PUNTO DI ARRIVO DI UN PROCESSO DI RESTAURAZIONE LIBERISTA VOLUTA DAI MERCATI CONTRO LA DEMOCRAZIA RAGGIUNTA DOPO LA TRAGEDIA DEI FASCISMI

Secondo discorso di Raniero La Valle sulla verità del referendum; intervento al meeting “Loppiano-Lab” del Movimento dei Focolari a Loppiano (Firenze) il 30 settembre 2016. Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/10/il-vero-quesito-approvate-il.html

Cercare la verità del referendum.  Poiché parlo a una grande riunione di persone la cui motivazione più profonda è che “l’uomo non vive di solo pane”, sento prima di tutto il bisogno di dirvi la ragione per la quale a 85 anni corro l’Italia per sostenere il NO al referendum, quando i giovani di oggi sono disperati per tanti altri motivi. La ragione principale è una ragione di verità. Nell’appello con cui i “Cattolici del No” hanno spiegato ai cittadini perché si oppongono a questa riforma, hanno detto di farlo per una questione di giustizia e una questione di verità. In effetti l’Italia ha oggi un grosso problema, di sapere la verità del referendum, non perché qualcuno dica la “sua” verità sul referendum, ma per capire che cosa il referendum dice di sé, che cosa rivela del dramma politico che oggi stiamo vivendo in questo Paese e nel mondo.

Verità e potere.  La verità è il criterio supremo su cui viene giudicato il potere: sulla verità il potere sta o cade. Lo dice Gesù a Pilato, che voleva sapere se egli fosse un re e Gesù risponde “sono re”, e subito lo nega perché, dice, sono venuto al mondo per “rendere testimonianza alla verità”. Infatti non è un re, nel senso di Pilato, ma un suddito crocefisso. È la più radicale delegittimazione del potere senza verità. Ebbene è proprio la verità che spesso manca al potere e per saperlo basta guardare alla storia dei re e dei potenti, che fanno le guerre per una bugia – come è avvenuto in Vietnam, in Iraq e ora in Siria – e comprano il povero, o il voto del povero, al prezzo di un paio di sandali. Dunque c’è una questione di verità col potere e c’è una questione di verità col referendum. Ognuno ne parla a suo modo e tutti lo fanno come se parlassero di oggetti diversi; per gli uni è la fine di Renzi, per altri ne è il principio; per gli uni abolisce il Senato, per altri abolisce i senatori; per gli uni favorisce le autonomie, per altri le nega; ed essendo un oggetto misterioso, non si sa nemmeno perché si vota il 4 dicembre con la neve e non si vota invece il 4 ottobre con la brezza autunnale.

Bicameralismo paritario.  In questa mancanza di verità si è accesa una polemica sul quesito su cui si deve votare, che non è l’enunciazione del contenuto della legge ma lo slogan che il governo le ha messo in Parlamento come titolo. Per cui la domanda è se la riforma realizza davvero ciò che promette, oppure se mira a risultati del tutto diversi e tenuti nascosti. E poiché il titolo promette cinque cose e non c’è il tempo di esaminarle tutte, mi fermerò alla prima per vedere se il titolo è vero. La prima cosa promessa è il superamento del bicameralismo paritario o, come si dice più comunemente, del bicameralismo perfetto. Allo stato attuale delle cose il bicameralismo perfetto consiste in due Camere che hanno gli stessi poteri: danno la fiducia, controllano l’esecutivo e fanno le leggi. Avendo entrambe la stessa dignità e la stessa centralità nel sistema, non c’è una Camera alta e una Camera bassa, tutte e due sono Camere alte.

Camera alta.  La diversa misura delle due Camere era invece la caratteristica del Regno d’Italia. Secondo lo Statuto Albertino c’era una Camera alta, che era il Senato del Regno, ed era chiamata alta perché i senatori erano nominati dal Re. La Camera dei deputati, i quali invece erano eletti dal popolo, era detta Camera bassa. Era evidente in quella concezione che il Re era l’alto, e il popolo era il basso. Il Senato, nella varietà delle vicende politiche, doveva garantire la continuità del Regno. Questa è la ragione per cui nel “Gattopardo” un messaggero del Re va a chiedere al principe di Salina di fare il senatore: perché anche con l’unità d’Italia i signori continuino a regnare come prima e tutto cambi perché tutto resti com’era. La stessa continuità il Senato del Regno doveva assicurare nel passaggio dallo Stato liberale allo Stato fascista, ma Mussolini preferì fare la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, sicché fu poi la Costituente che sciolse il Senato; e i costituenti, trovando il terreno vergine, senza Camera né alta né bassa, decisero di fare due Camere, ambedue elette dal popolo e perciò aventi la stessa statura.

Rovesciamento.  Adesso con la riforma proposta, c’è un rovesciamento perché la Camera dei Deputati diventa lei la Camera alta. In essa siederanno infatti dei deputati di nomina regia, che cioè saranno nominati dall’alto, ovvero dal governo e dai capi dei partiti, e sarà la Camera che dovrà assicurare la continuità del potere e del regime, e dicendo che “tutto cambia”, si farà garante che tutto resti com’è. Invece il Senato diverrà la Camera bassa; e tanto bassa, che non sarà fatta nemmeno da senatori eletti dal popolo, ma da sindaci e onorevoli locali designati dai Consigli regionali. E a questo punto la questione è: pur declassati, questi senatori potranno fare davvero i senatori? Secondo Renzi, dovendo essi venire a Roma a sbrigare delle pratiche, come già fanno i sindaci, ne potranno approfittare per passare anche dal Senato e tra una cosa e l’altra fare i senatori. Però secondo l’art.55 della nuova Costituzione il Senato dovrebbe vegliare su pressoché tutte le politiche pubbliche, valutarle e verificarle, come se fosse una sorta di “commissario politico” della Repubblica. Secondo poi l’art. 70, che ridistribuisce le competenze tra Camera e Senato, i senatori avranno ingentissime altre incombenze e per adempierle dovranno osservare una tempistica massacrante; infatti, mentre da un lato per moltissime leggi fondamentali, che restano nelle competenze del bicameralismo paritario, i senatori dovranno passare in Senato tanto tempo quanto i deputati alla Camera, d’altro lato per richiamare al proprio esame ogni altra legge e per intervenire, deliberare, proporre modifiche, fare ricorso alla Corte costituzionale, dare il loro parere quando il governo voglia sostituirsi ai poteri delle Regioni e delle città metropolitane, i senatori avranno termini tassativi ora di 5 giorni, ora di 10 giorni, ora di 15 o 30 giorni che si accavalleranno tra loro. Questo ancora nessuno l’ha detto; ma è chiaro che nel ping pong tra una legge e l’altra, tra un richiamo di una legge e un altro, tra una proposta di modifica e l’altra, i senatori per non saltare i termini dovrebbero stare a Roma molto più a lungo dei deputati, che invece possono andare a casa quando vogliono senza che a loro scada termine alcuno. E qui c’è il paradosso: una riforma che doveva addirittura istituire un Senato delle autonomie, rischia di risolversi in un una sorta di sabotaggio delle autonomie da parte del Senato.

Senato senza senatori.  Perciò è impossibile che sindaci di grandi città e consiglieri regionali di rilievo possano abbandonare i loro doveri d’ufficio nel territorio per installarsi a Roma correndo dietro alle leggi e alle delibere con uno scadenzario in mano. Il che vuol dire che a Roma non ci staranno affatto e perciò ci sarà un Senato ma non ci saranno i senatori, e l’attività legislativa sarà bloccata. Allora la domanda è: non era meglio piuttosto abolire il Senato? Non lo hanno fatto. Forse i riformatori che volevano “cambiare verso” all’Italia erano troppo conservatori, forse Renzi era troppo organico alla vecchia classe politica per arrivare a sopprimere il Senato della Repubblica, e perfino per osare di cambiarne il nome, che doveva essere “Senato delle autonomie”. Quello che invece hanno fatto è stato di depotenziarlo per renderlo innocuo, per levare l’incomodo che esso arrecava ai governi. E così hanno tolto al Senato l’unico potere che veramente contava e che dava fastidio, il potere di dare e togliere la fiducia. E questo lo hanno statuito senza ambiguità e senza esitazione alcuna: con questa riforma infatti il governo esce totalmente dal controllo del Senato. Così almeno una Camera è messa fuori gioco. E perché la spoliazione fosse ben chiara, hanno tolto al Senato anche quel potere che purtroppo nella nostra cultura massimamente è rappresentativo della sovranità: il potere di deliberare lo stato di guerra che l’art. 87 della nuova Costituzione toglie al Senato e riserva alla sola Camera dei deputati. In questo consiste dunque l’uscita dal bicameralismo perfetto, che è il titolo e la gloria della legge di revisione che dobbiamo votare.

Uscita dalla democrazia parlamentareMa quanto, dopo questa uscita, il bicameralismo diventa imperfetto? Diventa tanto imperfetto che neanche la Camera dei deputati funzionerà più come un organo della democrazia parlamentare. La democrazia parlamentare consiste infatti nel rapporto di fiducia per cui il governo nasce e dipende dalla fiducia espressa dalla maggioranza del Parlamento. Ma nel nuovo sistema, la fiducia verrebbe data da una Camera nella quale la maggioranza assoluta dei seggi sarebbe occupata per legge dai nominati di un solo partito. Ora ci dicono che questa legge, l’Italicum, la cambieranno, quando ormai a Renzi, che può perdere, non conviene più. Però finora essa ha fatto parte integrante del cambiamento istituzionale, è stata imposta al Parlamento col voto di fiducia come premessa della stessa riforma, e la Corte Costituzionale, rinviando la decisione sulla sua incostituzionalità a dopo il referendum, l’ha formalmente consegnata al giudizio del popolo italiano. Perciò inevitabilmente il 4 dicembre voteremo insieme sia sulla riforma di uscita dal bicameralismo che sulla legge elettorale che l’accompagna, voteremo cioè sul “combinato disposto”. Dunque voteremo per un sistema in cui al governo la fiducia sarà data da una Camera di sua fiducia, con una maggioranza di deputati nominati dallo stesso governo, corrispondenti però a una minoranza degli elettori. In tal modo la fiducia al governo non sarà più un atto libero di Camere elette e rappresentative di tutto il popolo, ma diverrà un atto interno di partito, diverrà un atto dovuto per disciplina di partito, non importa se riunito al Nazareno o a Montecitorio.

Rischio di suicidio.  Dunque il punto non è che dal bicameralismo perfetto si passa a un bicameralismo dimezzato. La verità è che il bicameralismo resta, ma è la democrazia parlamentare che se ne va. Il superamento è questo, e questo dovrebbe essere perciò il titolo non menzognero della legge. Ci sarà una democrazia e ci sarà un Parlamento, ma non ci sarà più una democrazia parlamentare. Per questo i riformatori si gloriano del fatto che ci sarà un solo governo per tutti i cinque anni di legislatura, e magari per più legislature, e non ci saranno più come prima 63 governi in 63 anni, come dicono Renzi e l’ambasciatore americano. Ma se dalle urne viene fuori non dico un tiranno, ma un invasato, un uomo del destino, un pazzo, uno Stranamore, un apprendista stregone, o anche semplicemente un idiota, non c’è niente da fare, la sua signoria è assicurata per molti anni; e così le elezioni politiche si trasformano ogni volta per il Paese in una roulette russa, in un rischio di suicidio. Questa è una delle verità del referendum. Ma c’è anche, come dicevamo, una verità che sta dietro al referendum, e che esso rivela. Essa viene alla luce quando si dice che la legge Renzi-Boschi attua finalmente riforme attese e avviate da tempo.

Processo di restaurazioneÈ verissimo che queste riforme vengono da lontano. Ma da chi sono attese? Sono attese dai mercati, dagli investitori, dalle grandi agenzie e società del commercio globalizzato. E sono state avviate dalle Banche, dalle Borse, dalla Trilaterale, dalla scuola di Chicago, dai Premi Nobel dati agli apostoli della dottrina neoliberista, come von Hayek e Friedman, dal Consenso di Washington del 1989, dal Fondo Monetario Internazionale e dalle sue ricette di riforme strutturali. La Costituzione renziana è in effetti il punto di arrivo di un processo di restaurazione condotto da classi dirigenti pentite di quella democrazia che avevamo ritrovato e reinventato dopo la tragedia dei fascismi sconfitti, e che avevamo messo nelle Costituzioni del dopoguerra.

Sovranità dal popolo ai mercati:  questo è il fulcro della restaurazione. È una restaurazione che ha bisogno di poteri spicci e sbrigativi, tanto meglio se loquaci, che mettano la politica al passo coi dogmi economici, magari pregati di essere più flessibili. Ciò comporta un blocco del pluralismo politico e richiede una società impietosa divisa in due tra vincenti e perdenti, accolti ed esclusi, necessari ed esuberi, salvati e sommersi. Per i poveri, che non hanno altra ricchezza che il diritto, è un disastro. Ed è una società che non può più ripudiare la guerra, perché la guerra è il giudice di ultima istanza nella lotta per gli interessi esterni del sistema, per le risorse e per la supremazia.

Islam come nemico.  Da noi il decennio di svolta è stato tra il 1981 e il 1991, a partire dal divorzio tra governo e Banca d’Italia, fino alle picconate alla Costituzione di Cossiga, fino a Maastricht, e al Nuovo Modello di Difesa con cui l’Italia ha ripudiato la pace, ha cambiato natura e missione delle Forze Armate e dopo la scomparsa del nemico sovietico ha accettato la scelta atlantica insensata di sostituirlo con l’Islam come nemico. Da allora viviamo nella nuova conflittualità che si è aperta col Sud del mondo, e col terrorismo come nuovo nome e nuova condizione permanente della guerra. Questo processo di restaurazione peraltro non si è concluso. Il referendum ne è una tappa intermedia. Già ci dicono che se vince il Si la riforma verrà riformata e si aprirà una stagione di ulteriori revisioni. Certo non basta un No per fermare questo processo, ma il No è condizione perché esso possa essere interrotto e rovesciato.

 

CATTOLICI E COSTITUZIONE

ottobre 28, 2016

NON DISCON0SCERE IL RUOLO PROFETICO DEI CATTOLICI NELL’ELABORAZIONE DELLA COSTITUZIONE: VALORI PERMANENTI DA NON INTACCARE

di Raniero La Valle, discorso tenuto a Rovigo il 10/09/2016.  Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/09/cattolici-e-costituzione.html

Argomenti pietosi.  Non c’è bisogno di essere cattolici per avere buone ragioni per opporsi alla riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. Basterebbero le ragioni futili e pretestuose che sono avanzate dai propagandisti del SI per comprendere le ragioni del rifiuto. Tra questi argomenti c’è quello del risparmio dei costi della democrazia, con il pietoso corollario che i soldi così risparmiati verranno finalmente distribuiti ai poveri. Ma la tesi del risparmio è stata già demolita dalla Corte dei Conti, che ha mostrato come il risparmio degli stipendi dei senatori sarebbe di solo 58 milioni l’anno, mentre tutta la macchina del Senato, che continuerebbe ad esistere, ne fa spendere 550 milioni. Altre stime scendono sotto i 50 milioni di minori spese, neanche un euro per ogni italiano avente diritto al voto. Per cui si potrebbe coniare uno slogan: vuoi risparmiare 90 centesimi l’anno? Prendili dai senatori e manda a casa il Senato: che per sostenere il passaggio al monocameralismo non è un grande argomento. Ma al di là delle cifre, la domanda è perché ci vogliono far comprare meno democrazia. Infatti di questo si tratta: mettere in Costituzione meno democrazia, come se in l’Italia ce ne fosse troppa, quando invece si sta esaurendo. L’altra tesi volgare a favore della riforma è che spogliando il Senato di una parte dei suoi poteri legislativi, si risparmierebbe il tempo della doppia lettura di molte leggi che oggi fanno la navetta tra Camera e Senato. Ma la tesi dell’accelerazione legislativa è smentita dalla stessa riforma che ha lasciato al Senato una quantità di competenze legislative, che addirittura, su semplice richiesta del nuovo Senato, si può estendere a tutte le leggi, in un ginepraio di procedure che creeranno insolubili e interminabili conflitti di competenza tra le due Camere. L’unica cosa certa è che al Senato verrà tolto il potere di dare e togliere la fiducia al governo, sicché il governo dipenderà solo da mezzo Parlamento, e non dal Parlamento intero, e la democrazia sarà in tal modo dimezzata e deforme.

Parlamento unanime e consenziente.  Ma al di là dei tempi che si allungano, la vera domanda è perché vogliono togliere al governo l’incomodo di avere la fiducia anche dal Senato invece che averla dalle due Camere come vuole l’attuale Costituzione. La ragione è che il potere vuole un Parlamento unanime e consenziente e perciò lo divide in due come il Visconte dimezzato di Italo Calvino. Ma noi abbiamo visto quali sono i disastri che possono venire da un Parlamento artificialmente unanime e consenziente, privo di ogni dialettica politica. Fu pressoché unanime e consenziente il Parlamento che appoggiò la linea della fermezza del governo Andreotti durante il sequestro di Aldo Moro, decidendo per la morte di Moro, con le conseguenze tragiche per l’Italia che ancora paghiamo. Fu pressoché unanime e consenziente il Parlamento che decise nel 1991 la partecipazione dell’Italia alla prima guerra del Golfo, così ripristinando l’uso della guerra, che era stata ripudiata, con la conseguenza di avere aperto la strada a tutte le guerre successive, fino alla “terza guerra mondiale”, come la chiama il papa, che oggi stiamo combattendo. E fu proprio un Parlamento remissivo e consenziente, che dopo la prima guerra all’Iraq approvò il nuovo Modello di Difesa proposto dal governo e dalla NATO, dopo che era venuto meno  il nemico sovietico, contro cui era rivolto il vecchio strumento militare. Il nuovo Modello di Difesa individuava nell’Islam il nuovo nemico e prendeva come paradigma del confronto anche militare tra l’Occidente e i suoi nuovi avversari lo schema del conflitto tra Israele e Palestina.

Utile la seconda lettura.  Al contrario è proprio quando nel Parlamento le posizioni si articolano e si contrastano, che si fanno le scelte e le leggi migliori, come si potrebbe dimostrare con numerosi esempi di leggi lesive e sbagliate che sono state rifatte e corrette dalla seconda lettura del Senato, come ad esempio avvenne per la legge sull’aborto, ancora oggi considerata la più accettabile tra tutte le leggi possibili sulla materia. Ci sono poi altri argomenti futili e bizzarri che vengono spesi a favore della riforma, come il fatto che da vent’anni ci stanno provando e non ci sono ancora riusciti, come se alla fine anche la cosa peggiore dovesse essere fatta perché nel frattempo sono passati tanti anni, o l’argomento che sulla riforma il Presidente del Consiglio ha giocato il tutto per tutto, anche se poi se n’è pentito. Ma abbandonando la conta delle ragioni inesistenti, veniamo al tema dei Cattolici e della Costituzione, e del perché i cattolici questa Costituzione la debbano attuare e difendere.

Uccidere senza odio?  La Costituzione è la cosa più importante che i cattolici italiani abbiano fatto nel Novecento, prima del Concilio Vaticano II. Le altre cose non furono buone. Non lo fu il non expedit, con cui i cattolici, sposarono la questione romana e abbandonarono la questione nazionale; non fu buona l’ideologia dell’“uccidere senza odio” alla quale furono formati i giovani cattolici della GIAC dall’interventismo nella prima guerra mondiale fino alle guerre fasciste. C’è su questo un libro molto bello di Francesco Piva, un ex dirigente della GIAC, fatto in collaborazione con l’Istituto Paolo VI per la storia dell’A.C. e del movimento cattolico in Italia [Piva, Uccidere senza odio, pedagogia di guerra nella storia della Gioventù cattolica italiana (1868-1943), Franco Angeli Editore, 2015]. La GIAC era un’organizzazione di massa e il libro documenta il tipo di educazione che veniva impartita ai giovani cattolici, una formazione in cui la repressione sessuale veniva unita e per così dire compensata con una esaltazione della virilità volta all’esercizio delle virtù militari, per preparare combattenti per le guerre della patria, capaci appunto di uccidere senza odio; si trattava di una catechesi sacrificale e di guerra, che insegnava ad uccidere con l’alibi della religione e della morale. Oggettivamente era una pedagogia al fascismo, che infatti la usò dopo il 1922; quella non fu una cosa buona, e nemmeno fu buono il Concordato con Mussolini, come non lo fu la debole dissociazione dalle leggi razziali.

La cosa migliore,  prima del fascismo, fu invece la geniale elaborazione di Luigi Sturzo e la straordinaria impresa democratica del partito popolare italiano, ma furono sconfitte. E la cosa migliore dei cattolici italiani prima della Costituente fu poi la partecipazione alla resistenza. Ed è proprio da questo filone del cattolicesimo italiano, il filone della democrazia cristiana di Romolo Murri, del popolarismo di Luigi Sturzo, della Resistenza delle Fiamme Verdi, di Teresio Olivelli, di Franco Salvi, di Giuseppe Dossetti e fu dal pensiero dei professorini dell’Università Cattolica, che grazie anche all’incontro con comunisti, socialisti e laici, venne fuori il miracolo della Costituzione Italiana. Ma esso non fu solo il prodotto di una minoranza cattolica, perché la Chiesa stessa condivise e sostenne quella scelta; lo stesso papa Pio XII nel radiomessaggio natalizio del sesto Natale di guerra, nel 1944, aveva fatto la scelta della democrazia, dicendo che forse, se avessero avuto la democrazia i popoli avrebbero potuto impedire la guerra; e il suo prosegretario di Stato, il Sostituto Mons. Montini, tenne con Dossetti costanti rapporti lungo tutto l’iter del dibattito alla Costituente, in particolare accettando il nuovo rapporto tra Chiesa e Stato sancito dall’art. 7, nonché la libertà religiosa e il riconoscimento delle altre religioni stabiliti dall’art. 8. E quella non fu affatto una cosa scontata.

Libertà religiosa.  A chi legga oggi gli articoli 7 e 8 della Costituzione, che proclamano l’indipendenza nel proprio ordine dello Stato e della Chiesa e la libertà per tutte le religioni, potrebbe sembrare trattarsi di cose ovvie, e relative ad un ambito ristretto della vita giuridica e sociale, tanto più in un tempo in cui la religione non sembra più essere un problema per molte persone nella società secolarizzata. Eppure intorno a queste norme si accesero grandi passioni e forti contrasti, si formarono schieramenti inediti, e si raggiunse uno dei livelli più alti del dibattito costituzionale. In effetti si realizzò una svolta, perché si veniva da una storia, durata 1700 anni, dall’imperatore Costantino, in cui la religione non era stata affatto distinta dallo Stato, il pluralismo e l’eguale libertà per tutte le fedi non erano stati affatto riconosciuti, e pur nella lotta tra poteri politici e religiosi, si era formata una unità organica tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa. Si tratta di quel sistema politico-religioso che è stato chiamato regime di Cristianità. Non si trattava peraltro di un fenomeno proprio del solo Occidente, perché anche fuori di esso altre religioni ed altre società si erano intrecciate a formare regimi confessionali, come ad esempio si era visto nello shintoismo giapponese fino alla catastrofe della seconda guerra mondiale, e come oggi accade ancora nelle forme politico-confessionali dell’ebraismo e dell’Islam.

Fine della cristianità.  Nella storia dell’Occidente, ad aprire i conti col regime di cristianità, agli albori dell’età moderna, sono stati gli stessi cristiani. Furono proprio loro, all’inizio, che passarono la parola dai teologi ai giuristi; poi venne l’illuminismo che portò a termine l’impresa con la costruzione della società laica. Le Chiese reagirono giocando la carta degli Stati confessionali, il Papato rispose confutando le libertà moderne, rivendicando l’esclusiva del potere spirituale sulle coscienze e cercando accordi con i troni o con i fasci; ma poi la Chiesa cattolica stessa sarebbe arrivata, col Concilio Vaticano II, a riconoscere come provvidenziale la fine dell’età costantiniana, e da ultimo sarebbe giunto papa Francesco a proclamare l’uscita della Chiesa dal regime di Cristianità e ad aprirne le strade: un cambiamento epocale destinato a restituire vitalità al cristianesimo e a liberare le potenzialità di tutte le religioni in ordine alla salvezza degli esseri umani. Il colpo di genio della Costituzione del ’48 è stato di anticipare la fine della Cristianità, in ciò anticipando il Concilio, senza perdere il cristianesimo, in ciò anticipando papa Francesco, e dando libertà ad ogni religione con i suoi statuti, postulando la pace tra le fedi. È avvenuto così che la formula consacrata nell’art. 7 della Costituzione si ritrova pressoché identica, diciotto anni dopo, nella formula della Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” del Concilio (n. 76): “la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo“; e la formula dell’art. 8 secondo cui “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge” e “hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti”, e i loro rapporti sono regolati sulla base di intese con lo Stato, sembra anticipare sul piano del diritto lo spirito con cui papa Francesco, nella Messa del giovedì santo del 2016, dopo aver lavato i piedi a credenti di diverse fedi, ha detto loro: “Qui c’è un gesto, tutti noi insieme, musulmani, indù, cattolici, copti, evangelici… ma fratelli, figli dello stesso Dio, che vogliono vivere in pace, integrati”; ed era un gesto del tutto opposto a quello sanguinario compiuto tre giorni prima dagli attentatori di Bruxelles.

Laicità dello Stato.  Le dure opposizioni all’art. 7 vennero alla Costituente e continuarono anche dopo e anzi continuano anche oggi, da parte di quanti a quella norma imputano di “costituzionalizzare” i Patti lateranensi,  dando agli accordi stipulati con Mussolini la stessa forza della Carta. Ma così non è, Non è stato costituzionalizzato il contenuto dei Patti, ma la modalità del rapporto pattizio, come è stato affermato dalla Corte e dimostrato dal fatto che molte norme del Concordato sono cadute in forza di leggi ordinarie e la stessa controversa introduzione del divorzio non incontrò alcun ostacolo di natura costituzionale. Quello che dice la Carta è che Stato e Chiesa sono realtà distinte, il loro è un rapporto di alterità e i loro rapporti, per decisione comune, non sono rapporti di forza, ma consensuali e liberi. E di fatto, nel 1984, a norma dell’art. 7, veniva pattuito un nuovo Concordato, nel quale il presupposto del regime di Cristianità (la religione cattolica come religione di Stato) era anche formalmente abrogato. I protagonisti della storica impresa dell’art. 7 furono soprattutto due. Il primo fu il cattolico Giuseppe Dossetti, che veniva dalla Resistenza e godeva dell’appoggio del Vaticano, e in particolare di mons. Montini, come Sostituto del Segretario di Stato. E l’altro protagonista fu il comunista Togliatti, che comprese come la prospettiva di una società democratica, che egli voleva orientata al socialismo, non si potesse perseguire che nel quadro di una pace religiosa, e forse non senza l’apporto del cristianesimo, di cui qualche anno dopo, nel discorso di Bergamo, doveva riconoscere il ruolo nella promozione del “destino dell’uomo”. Per far passare questa linea Togliatti dovette affrontare una severa opposizione nel suo partito e contrapporsi nel voto alla Costituente ai socialisti e agli altri “laici” che gridavano alla clericalizzazione dello Stato; ma il seguito della storia ha dimostrato che Dossetti e Togliatti avevano visto giusto, e anche se il Concordato è stato poi motivo di cattive tentazioni per quella parte di Chiesa rimasta attaccata ai vecchi sogni di potere, bisogna dire che la laicità della Repubblica e dello Stato hanno trovato nella Costituzione un sicuro presidio e la massima salvaguardia.

Forza sovversiva del cristianesimo.  Bisogna anche dire che la Costituzione nell’anticipare la fine della Cristianità, è riuscita ad esprimere, nella laicità, i valori cristiani più alti. Essa infatti in molteplici modi, e grazie anche all’apporto di culture e di storie diverse, marxiste, cattoliche, liberali, ha ritrovato la forza sovversiva del cristianesimo. Il fatto che essa all’art. 1 dichiari la Repubblica fondata sul lavoro, realizza il rovesciamento cristiano dei servi in signori. Nella società signorile, dall’antichità fino all’età moderna, il lavoro era esclusivamente addossato al servo, e di fatto era un lavoro schiavo. Nemmeno il cristianesimo paolino era riuscito a ribaltare questa antropologia. Ma nella Costituzione il lavoro diventa sovrano. Esso non solo fonda la Repubblica, ma esprime e realizza la dignità dell’uomo, e perciò del popolo sovrano a cui egli appartiene. Questo vuol dire che sono implicite nel dettato costituzionale le politiche di piena occupazione, e perciò il lavoro come variabile accidentale del mercato, qual è nelle attuali forme del liberismo selvaggio, è contro la Costituzone. Così, il fatto di mettere all’art. 2 i diritti inviolabili della persona, singola e associata, vuol dire che nulla può essere anteposto all’uomo, immagine di Dio; così, dire all’art. 3 che la Repubblica rimuove gli ostacoli, anche economici e sociali, che impediscono alla vita di realizzarsi come umana, vuol dire vincolare il potere non solo alla giustizia ma alla misericordia; c’è infatti un “pieno sviluppo della persona umana”, quale è voluto dalla Costituzione, che a una democrazia formale non interessa, ma che una democrazia sostanziale ha il compito di promuovere, con una politica che prenda a cuore la sorte di tutti, a cominciare dai poveri, in forza di quella solidarietà che è un altro nome della democrazia, ed è un altro nome della misericordia.

Pluralismo e proporzionalità.  Ci dicono, i riformatori della carta, che non c’è ragione di preoccuparsi perché questi principi e valori che vengono affermati nella prima parte della Costituzione, non vengono toccati, in quanto essi sarebbero scritti solo in questi primi articoli che vengono lasciati immutati, e non anche nei ben 47 articoli, su un totale di 139, che vengono modificati nella seconda parte. Ma ciò non è vero. Certo quei principi, quei valori, quelle libertà, quei diritti fondamentali – civili, etico-sociali, economici e politici – sono affermati in quella carta d’identità della Repubblica che sono i primi dodici articoli e che è tutta la Parte prima della Costituzione. Essi però trovano poi la loro strumentazione, la loro possibilità di esercizio, la loro garanzia nell’ordinamento qual è strutturato nella seconda parte della Costituzione. Senza queste norme che la realizzano, la Costituzione sarebbe come una carta d’identità a cui non corrisponde la persona, sarebbe come un’aquila a cui venissero strappati gli artigli. Sarebbe inutile parlare del lavoro, del popolo sovrano, della libertà religiosa, del ripudio della guerra, della costruzione di un ordine di pace e di giustizia tra le nazioni, se si demolisse l’architettura comprendente il governo parlamentare, il pluralismo dei partiti, delle elezioni che salvaguardino la proporzionalità tra elettori e rappresentanza, il circuito della fiducia, l’articolazione regionale, le garanzie giurisdizionali e tutto il resto; che è appunto ciò che oggi è investito dal terremoto della riforma.

Unico punto fermo.  I promotori della riforma dicono che il nuovo sistema sarà migliore, più efficiente, più rapido, più economico di quello oggi esistente. Lo si vedrà in sede di  collaudo. Sennonché, come dice la principale partigiana della riforma, la ministra Boschi, possono esserci delle cose sbagliate nella nuova Costituzione ma si potranno correggere in seguito. Ma il terremoto potrebbe arrivare prima di fare le correzioni e le necessarie modifiche, come di solito accade in Italia con i terremoti, e d’altra parte una Costituzione che rimanga sempre puntellata e in restauro, non è più una Costituzione affidabile, non è più una Costituzione rigida, diventa come una legge ordinaria in balia dell’ultima maggioranza parlamentare e di qualsiasi governo. Perciò noi pensiamo che la Costituzione vada salvata perché rimanga almeno un punto fermo in una società e in un mondo che sembrano marciare rapidamente verso nuove catastrofi. E’ paradossale che, mentre l’Italia è divisa, si rompa l’unica cosa che ancora la tiene unita, la Costituzione; è paradossale che mentre i Trattati europei stanno portando al collasso l’Europa, che invece di abbattere i muri li costruisce perfino sul mare, si invochi l’Europa per sovvertire in Italia il solo patto che ancora funziona e che fonda la pace sociale tra i cittadini e la Repubblica; è paradossale e insensato che mentre le cose vanno male, l’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile è al 39% e i cittadini non hanno più alcuna fiducia nella politica disertando anche le urne, la classe politica manometta l’unica cosa che va bene e che non era contestata da nessuno, la Costituzione del ’47, per sostituirla con un prodotto scadente, fabbricato da un Parlamento in crisi di legittimità, perché eletto con una legge che la Corte Costituzionale aveva dichiarato infedele e di fatto scaduta. Sicché se il referendum non bloccherà questa operazione, avremo una Costituzione – caso unico in Occidente – fatta da un Parlamento che andava combattendo ed era morto.

APPELLO DI CATTOLICI DEL NO

ottobre 28, 2016

NO ALLA DEMOCRAZIA DIMEZZATA

La posta in gioco tra il Sì e il No nel prossimo referendum costituzionale non è il Senato ma è l’abbandono della Costituzione vigente e la sua sostituzione con un sistema di democrazia dimezzata. In questa i valori e i diritti riconosciuti nella prima parte della Carta, da cui dipendono la vita, la salute e la possibile felicità del cittadini, sarebbero isolati e neutralizzati per lasciare libero campo al potere del denaro e delle sue istituzioni nazionali e sovranazionali. Questo, col supporto di una legge elettorale congegnata per dare tutto il potere a un solo partito, è il disegno delle riforme istituzionali oggi sottoposte al popolo come nuove, ma concepite da vecchi politici, nostalgici dei modi di governo spicciativi di un lontano passato.

Futuro. mettendo mano alla Costituzione questi politici vogliono riaprire vecchie questioni di democrazia risolte da tempo e da cui non si può tornare indietro: divisione dei poteri, sovranità popolare, fiducia parlamentare ai governi senza vincolo di disciplina di partito, libertà e diritti sottratti all’arbitrio dei poteri, anche se espressi dalle maggioranze. Si sarebbero dovute fare al contrario riforme rivolte al futuro, a partire dalla domanda sul perché i diritti al lavoro e a condizioni economiche e sociali che non impediscano il pieno sviluppo della persona umana, pur sanciti in Costituzione, non si sono mai realizzati, e non certo per colpa solo del Senato. È questa domanda, non quella sul numero dei senatori, che avrebbe risvegliato la coscienza pubblica, a cominciare dai giovani oggi così disperati, e curato la piaga sociale dell’assenteismo e dell’indifferenza.

La Costituzione è un bene comune e, pur provenendo ciascuno da parti diverse, comune deve essere la battaglia di uomini e donne per la sua cura e la sua difesa, ognuno lottando però con i suoi colori e con le sue bandiere. I cristiani già altre volte, in momenti cruciali della storia della Repubblica, sono stati determinanti con le loro scelte nei referendum per un avanzamento della democrazia e della laicità e per tenere aperta la via di vere riforme. Oggi come cattolici ci sentiamo di nuovo chiamati a votare NO alle spinte restauratrici, e così ci saranno dei “Cattolici del NO” in questo referendum. Allo stesso modo speriamo nell’impegno di molti altri cristiani di ogni denominazione e confessione. Ugualmente voteranno NO moltissimi che cristiani o credenti non sono, magari anche più motivati e determinati di noi. Ma noi, che pur non siamo soliti nominare la fede nella lotta politica, questa volta diciamo NO proprio come cattolici, rispettando in ogni caso quanti saranno spinti da motivazioni diverse.

Giustizia. Prima di tutto votiamo NO per una questione di giustizia. Se, nel suo significato più elementare, la giustizia è “la correttezza di una pesata eguale”, lo scambio che ci viene proposto, di dar via metà della Costituzione per avere in cambio ancora Renzi al potere, non è giusto. Renzi e la Costituzione non hanno lo stesso peso, e mentre il primo non ci è costato niente (non lo abbiamo nemmeno eletto) la Costituzione ci è costata molto, in pensiero e martiri anche nostri. Perciò, come voto di scambio, Renzi contro la Costituzione è uno scambio ineguale. Di conseguenza se in questo gioco d’azzardo con la Costituzione Renzi, perdendo, vorrà lasciare il potere, ce ne faremo una ragione. Ma avremo salvato l’idea che ci vuole un minimo d’equità anche in un baratto.

Verità. In secondo luogo votiamo NO per una questione di verità . Non è vero che la Costituzione vigente è vecchia, tant’è che da vent’anni si cerca di cambiarla. Vero è che da vent’anni essa resiste, anche grazie a imponenti voti popolari. Vecchia è invece la proposta Costituzione nuova, che dà più potere al potere e meno potere ai cittadini, in ciò tornando allo Statuto albertino concesso dal re e finito in Mussolini. Ma è un’illusione che dia più potere a Renzi e alla Boschi, che già conosciamo; in realtà darà più potere e forza esecutiva a uno di quei mangiapopoli arruffoni e razzisti che oggi circolano in Europa e che facilmente, col marketing delle agenzie pubblicitarie e dei telefonini scambiati per modernità, potrà insediarsi a palazzo Chigi e nei 340 seggi di replicanti assegnatigli per legge nella Camera residua, con tutti i poteri, compreso il diritto di guerra. Non è vero che con la nuova Costituzione si ridurranno i costi della politica. I deputati restano 630, le spese delle province ricadranno su altri enti, il Senato rimane a gravare sul bilancio pubblico col suo palazzo e tutto il suo apparato, anche se viene ridotto ad un club nobiliare per consiglieri regionali e sindaci che passeranno a Roma uno o due giorni alla settimana (sicché il Senato sarà il primo Ufficio Pubblico a brillare per l’assenteismo del suo personale).

Patriottismo costituzionale. In terzo luogo votiamo no per una questione di patriottismo costituzionale. Consideriamo la Costituzione la nostra Patria, sia come cittadini che come cattolici. Come cittadini temiamo che il crollo dell’architettura della Repubblica causato dalla ristrutturazione in corso travolga anche i diritti e i valori fondamentali. Come cattolici ci sentiamo figli della Costituzione perché, benché inattuata, mette al di sopra di tutto la persona umana e perché fa del lavoro, che una volta era considerato il compito abbrutente del servo, il fondamento stesso della Repubblica e il diritto col quale sta o cade la dignità del cittadino.

Coerenza storica. Infine votiamo NO per coerenza storica. Per secoli si è chiesto alla Chiesa di riconoscere la sovranità del diritto e la divisione dei poteri, e sarebbe assurdo che proprio ora che il papa le ha solennemente proclamate all’ONU, i cattolici italiani ne abbandonassero la difesa per tornare a quella vecchia, decrepita, infausta cosa che è l’uomo solo al comando e tutti gli altri a dire di sì. Ma coerenza storica ci impone di votare no anche perché i cattolici in Italia hanno messo il meglio di sé nella Costituzione repubblicana. È la cosa migliore che hanno fatto nel Novecento. Dopo la scelta antiunitaria e revanscista della questione romana, dopo la sconfitta del Partito popolare, dopo l’acquiescenza al fascismo, e grazie alla partecipazione alla Resistenza, la Costituzione è stato il dono più alto che i cattolici, certo non da soli, hanno fatto all’Italia. Ora si dovrebbe cambiarla per portarla su posizioni più avanzate (più diritti, più sicurezza sociale, lavoro, cultura, più garanzie contro la cattiva “governabilità” e l’ arroganza della politica), non certo sfasciarla. Queste sono le ragioni, laiche e sacrosante, del nostro NO alla rottamazione costituzionale.

Primi firmatari: Anna Falcone, avvocata, Domenico Gallo, magistrato, Raniero La Valle, giornalista, Alex Zanotelli, missionario comboniano, Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, Lorenza Carlassare, costituzionalista, Paolo Maddalena, vice-presidente emerito della Corte Costituzionale, Boris Ulianich, storico del cristianesimo, Enrico Peyretti, “operaio del leggere e scrivere”, Torino, Vittorio Bellavite, “Noi siamo Chiesa”. Seguono numerose personalità, associazioni, testate.

La sede del Comitato dei cattolici del NO è in Via Acciaioli 7, 00186, Roma tel. 066868692, fax 066865898, mail: cattolicidelno@gmail.com, e in ogni computer o cellulare che fungerà da campana per avvertire del pericolo. Il Comitato aderisce al Comitato per il No nel referendum e al Coordinamento per la Democrazia Costituzionale.

CINQUE SUPERSTATI, LE REGIONI SPECIALI

ottobre 26, 2016

NONOSTANTE SI VOLESSE EQUIPARARLE, CON LA RIFORMA COSTITUZIONALE VIENE POTENZIATA E RESA IRRIDUCIBILE LA LORO AUTONOMIA

di Michele Ainis  La Repubblica 23 ottobre 2016

Per capire, tre viaggi a ritroso.  C’è una norma, nascosta fra le disposizioni transitorie della riforma Boschi, che è più potente d’un cannone. Perché inventa la suprema fonte del diritto, superiore alla Costituzione stessa. Perché le norme transitorie transitano, mentre questa si proietta sull’eternità. E perché infine, grazie ai suoi incantesimi, la riforma dello Stato genera cinque superStati: le Regioni speciali. Per raccontare questa storia, dobbiamo partire per un triplo viaggio nel tempo. Il primo fino al dopoguerra, quando per un complesso di motivazioni politiche, etniche, geografiche, viene concessa una particolare autonomia a Sicilia, Sardegna, Val d’Aosta, Trentino (il Friuli s’aggiunse nel 1963). Il secondo viaggio approda nel 2001, l’anno della riforma federalista varata sotto il governo Amato: una sbornia di competenze per le quindici Regioni ordinarie, che a quel punto surclassano le cinque sorelle maggiori, le fanno retrocedere in autorità e poteri. Tanto che, per evitare il paradosso di Regioni speciali che in realtà diventano subnormali, la legge costituzionale n. 3 del 2001 introduce la «clausola di maggior favore», stabilendo che il nuovo Titolo V della Costituzione s’applichi anche a loro, nelle parti in cui sia più vantaggioso rispetto agli statuti speciali. Il terzo viaggio a ritroso è altresì il più breve. Un anno fa, ottobre 2015: l’oscillazione del pendolo, che di volta in volta converte gli italiani da giustizialisti a garantisti, da proporzionalisti a maggioritari, da federalisti a centralisti, stavolta gira contro gli enti regionali. E infatti in Senato si sta perfezionando la riforma che taglierà le unghie alle Regioni. Mica a tutte, però: le autonomie speciali rimangono fuori dalla giostra. Perché mai? Semplice: perché dispongono d’un fuoco di sbarramento che può fucilare la riforma. Diciannove fucili, quanti sono attualmente i senatori (per lo più eletti in Val d’Aosta e Sud Tirolo) del Gruppo per le autonomie.

Innovazione condizionatrice.  Siccome però le garanzie non sono mai abbastanza, siccome oggi va bene ma «di doman non v’è certezza», gli autonomisti pretendono (e ottengono) la fideiussione perpetua. E il 9 ottobre 2015 il Senato approva l’emendamento 39.700, primo firmatario Karl Zeller, ovvero il presidente del Gruppo per le autonomie. Da qui il comma 13 dell’articolo 39, da qui la regola che vieta per tutti i secoli a venire di sforbiciare le competenze delle Regioni speciali, a meno che non siano loro stesse a decretarlo. Cambia infatti il procedimento di formazione degli statuti, dove per l’appunto s’elencano tali competenze: nel caso delle cinque Regioni ad autonomia differenziata, servirà una legge costituzionale adottata dallo Stato «sulla base di intese con le medesime Regioni». Diciamolo: è la novità più innovativa della nuova novella. Non tanto per l’uso dello strumento pattizio, quanto per il suo grado d’efficacia, per il condizionamento che poi ne deriva. Difatti la Costituzione in vigore ne contempla già un paio d’applicazioni: nell’articolo 8 (intese fra lo Stato e i culti acattolici) e nell’articolo 116 (intese fra Stato e Regioni). In entrambe le ipotesi, però, le intese precedono una legge ordinaria, non una legge costituzionale. Dunque lo Stato può sempre disattenderle, può insomma decidere da solo, purché intervenga con legge di revisione costituzionale, modificando l’articolo 8 o l’articolo 116. Ma in questo caso no, non è possibile. Il comma 13 detta una regola procedurale, né più né meno dell’articolo 138 della Costituzione, di cui è figlia la riforma Boschi. Se domani si correggesse lo statuto del Trentino senza rispettare il comma 13, sarebbe come approvare una riforma Boschi bis senza rispettare l’articolo 138.

Tre conseguenze.  Vabbè, è dura da capire. Ma è ancora più dura da spiegare, ed è durissima da concepire. Anche perché la concezione del concetto è una e trina, come Dio. Primo: aumenta la forbice tra Regioni ordinarie e speciali, benché in partenza l’idea fosse quella di parificarle. Secondo: gli statuti speciali sono più garantiti della Costituzione medesima, giacché nel loro caso occorre un passaggio in più (l’intesa), con un procedimento ultrarafforzato. Terzo: l’autonomia delle Regioni speciali non verrà mai più ridimensionata, a meno che esse stesse decidano di fare harakiri. Risultato: ci sbarazziamo del Senato, per liberarci dai suoi poteri di veto. E lo sostituiamo con cinque veto players, le Regioni-Stato. Evviva.

michele.ainis@uniroma3. It

SE IL REFERENDUM SPACCA IL PAESE

ottobre 23, 2016

IL CONFINE TRA POLITICA E ANTIPOLITICA È SEMPRE PIÙ LABILE NELLA CAMPAGNA ELETTORALE

di Stefano Rodotà La repubblica 08 ottobre 2016 

Legittimazione dell’antipolitica. Guardando alle discussioni sul referendum costituzionale, sembra ogni giorno più difficile segnare un confine tra politica e antipolitica, stabilire dove finisce l’una e comincia l’altra. Un manifesto come quello che chiede ai cittadini “Vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un Sì”, incorpora clamorosamente l’antipolitica, le attribuisce una legittimazione che finora le era mancata. Ma quali rischi accompagnano questa legittimazione in un periodo in cui è forte la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, grande il loro bisogno di partecipazione, sempre più intensa la ricerca di modalità di rappresentanza diretta? È sempre più evidente che la lunga, e per molti versi violenta, campagna elettorale, tutt’altro che conclusa, ha già determinato profonde divisioni proprio sul terreno costituzionale, dove la logica dovrebbe essere piuttosto quella del reciproco riconoscimento di principi comuni. E gli interventi continui, e assai spesso aggressivi, del presidente del Consiglio certo non contribuiscono a crearne le condizioni. Il rischio è che, quale che sia l’esito del referendum, una parte significativa dei cittadini possa non riconoscersi nel risultato del voto. Bisogna ricordare che ai tempi dell’Assemblea costituente la preoccupazione era stata proprio quella di non dividersi, tanto che fu possibile un accordo sui temi fondamentali malgrado la guerra fredda e l’estromissione dal governo di comunisti e socialisti.

Il legame stretto tra la legge elettorale, l’Italicum, e la riforma costituzionale aveva suscitato legittime preoccupazioni per le forme di concentrazione di potere che avrebbe determinato, cambiando in maniera significativa gli stessi equilibri istituzionali. Le modifiche all’Italicum, più ventilate che tradotte in impegni effettivamente vincolanti e alle quali si era riferita la minoranza del Pd, condizionando ad esse il suo consenso, non potrebbero comunque avere l’effetto di rendere accettabile la riforma. È persino imbarazzante, per la pochezza dei contenuti e del linguaggio, leggere il testo al quale è stato consegnato il compito impegnativo di riscrivere ben quarantatré articoli della Costituzione. L’intenzione dichiarata è quella di semplificare le dinamiche costituzionali, in particolare il procedimento legislativo.

Bicameralismo pasticciato. Ma per liberarsi dal tanto deprecato bicameralismo paritario si è approdati invece a un bicameralismo che generosamente potrebbe esser detto pasticciato. Neppure gli studiosi più esperti sono riusciti a dare una lettura univoca del numero delle nuove e diverse procedure di approvazione delle leggi. Ma l’attenzione critica si è giustamente rivolta anche alla composizione del nuovo Senato, che sembra essere stata concepita per renderne quanto mai arduo, e per certi versi impossibile, il funzionamento. Il compito affidato ai nuovi senatori, infatti, è assai difficile da conciliare con il loro primario compito istituzionale. Si tratta, infatti, di consiglieri regionali e sindaci. E proprio il ruolo assunto in particolare dai sindaci nell’ultimo periodo, divenuti determinanti per il rapporto tra cittadini e istituzioni, rende inaccettabile o concretamente impossibile una loro presenza attiva e informata come senatori. Non potendo svolgere una vera e incisiva funzione istituzionale, i nuovi senatori frequenteranno Palazzo Madama come una sorta di dopolavoro?

BENALTRISMO

ottobre 20, 2016

UN CRITERIO PER DISCERNERE QUANDO SI TRATTI DI UNA SCUSA PER NON FARE O INVECE DI UN AUSILIO PER IMBOCCARE LA STRADA GIUSTA

Riflessioni da un incontro del Comitato difesa Costituzione Merate

Il gattopardo.  «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». In origine questa fortunata intuizione di Tomasi di Lampedusa si riferiva al carattere dei siciliani, plasmato dalle ripetute dominazioni straniere all’ostilità verso il potere e al rifiuto di fare: «ll peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”». Tuttavia l’intuizione è stata presto estesa alla società intera e al suo progresso. Ovviamente il “tutto che cambia” si riferisce a cambiamenti fasulli, confusionari, apparenti, non certo a cambiamenti sostanziali, nel potere. Qui può ravvisarsi un caso di benaltrismo, nel senso che per un miglioramento della società ci vuole un “ben altro” mutamento sostanziale. Ma il caso più usuale di benaltrismo si ha quando, per opporsi a un determinato provvedimento, se ne invoca uno o più che siano “ben altri”. Nel caso specifico del referendum costituzionale i sostenitori del no sono stati accusati, da quelli del si, di essere benaltristi: perché non accontentarsi di una riforma che ha assorbito due anni di lavori parlamentari, che ha ricevuto il consenso della maggioranza – anche se non qualificata, così da evitare il referendum popolare? L’ottimo (il ben altro) è nemico del buono. Cominciamo a tenerci il buono che c’è, il negativo lo correggeremo gradualmente nel tempo. Altrimenti incorreremo nel vecchio vizio italiano di non fare, con la scusa che serve ben altro.

Alla ricerca di un criterio.  Per rispondere a questa provocazione bisogna anzitutto definire cosa è bene e cosa non lo è: bisogna avere un criterio di valutazione. La costituzione è un documento programmatico, mira cioè a definire una società e una democrazia migliore e partecipata. Il criterio allora potrebbe essere dedotto, tra l’altro, da domande del tipo:

  • Il cittadino, con queste modifiche, potrà crescere e partecipare di più o dovrà restare oggetto di sfruttamento da parte dei poteri “forti”, con i potenti strumenti di convinzione e distrazione mediatica di cui dispongono?
  • Ci sono passi verso l’affrancamento dalla guerra diffusa (Eco) che dall’11 sett. si sovrappone a quelle tradizionali?
  • Si potrà, grazie alle correzioni, realizzare un migliore equilibrio sociale, ponendo limiti a scandalose ricchezze e stipendi, nonché creando finalmente prospettive di lavoro per i giovani?
  • Si potrà avere un’economia ed un consumo meno distruttori degli equilibri ambientali, come voluto dagli accordi di Parigi e precedenti?

Queste domande, che pure potrebbero essere accusate di benaltrismo, riflettono in realtà le principali modifiche intervenute nella società dai tempi di elaborazione della nostra Costituzione; quelle che giustificherebbero pertanto una sua modifica. È facile vedere come la presente riforma costituzionale sia ben lungi dal rispondere a simili domande. Il tema principale che la ispira è quello di rafforzare i poteri dell’esecutivo, in particolare quelli del capo del governo. Potranno così, ad es. essere più rapidamente recepiti gli accordi internazionali, come il TTIP, dietro i quali si nascondono grossi interessi economici, senza passare dagli “impacci” democratici. Sarebbe persino più facile dichiarare una guerra. Oltre al rafforzamento dell’esecutivo c’è una riduzione delle autonomie regionali – e di conseguenza anche di quelle locali. Il cittadino sarà così sempre più dipendente, esecutore fedele dei desiderata dei poteri forti, sempre più estraneo alla politica. Lo sviluppo umano (immateriale) sembra essere l’alternativa imprescindibile se si vogliono soddisfare contemporaneamente queste diverse esigenze, spesso sbandierate ma mai affrontate insieme e sistematicamente. Chiariti così alcuni criteri e alternative, possiamo tornare al referendum e all’accusa di benaltrismo.

La confusione  è quanto emerge più clamorosamente dal dibattito in corso: si contrappongono apocalittici e integrati, tattici e strategici, nostalgici dell’ordine e del passato contro ribelli e futuristi, chi preferisce adeguarsi al “buonsenso comune” e chi ricorda invece che da questo buonsenso hanno preso le mosse i fascismi novecenteschi di macabra memoria…: una divisione mai vista, che spacca ogni ambiente, anche i più coesi. Siamo di fronte a una riforma costituzionale gattopardesca? Nella confusione forse possiamo aspettarci qualche elemento di chiarezza dai benaltristi. Certo non da quelli classici all’italiana, che mirano a non cambiare nulla nel potere, anzi a rafforzarlo. Ma dai benaltristi che vogliono perseguire la strada giusta da imboccare. Se, come risulta dalla rapida analisi sopra abbozzata, la via giusta è quella della crescita umana, appare subito la pochezza – quasi solo ragionieristica – dei provvedimenti previsti dalla riforma costituzionale. Al contrario l’accentramento del potere e la riduzione delle autonomie potrebbero giocare in senso negativo sullo sviluppo umano. Ma a questa breve analisi, che pretende però di essere razionale, si sovrappongono innumerevoli altre motivazioni per il si e per il no, che contribuiscono alla confusione generale. Questa stessa confusione è la riprova del peccato originale di questa riforma: il momento costituzionale deve essere un momento di largo accordo, con la ricerca dei valori comuni. Deve essere al di fuori della competizione politica. Invece la riforma è passata nel pieno della lotta politica, col ricorso alla fiducia e ad altri “canguri”: non c’è da meravigliarsi che crei tante divisioni e contraddizioni. Merita di essere rinviata a un momento apposito, di maggiore pacatezza, al di fuori di ogni confusione gattopardesca.

REFERENDUM: PUBBLICITÀ O RAGIONE?

ottobre 7, 2016

IL MOMENTO COSTITUZIONALE DEVE ESSERE SGANCIATO DALLA POLITICA CORRENTE, DEVE UNIRE E NON DIVIDERE. SERVE UNA RIFONDAZIONE DELLA POLITICA BASATA SU COLLEGIALITÀ, DECENTRAMENTO, PARTECIPAZIONE, NON CERTO SUL PRESIDENZIALISMO AUTORITARIO

da un incontro familiare con i sigg. Bellavite, Cesarini, Eccher, Frey, Pasinetti, Prestini, in casa De Carlini, il 24/9/2016

Confusione.  Nel referendum costituzionale sono mischiati aspetti di diversa natura: razionalità ed emotività; teoria e pratica; contingenza politica e strategia costituzionale; breve e lungo termine, aspetti positivi e aspetti negativi o pericolosi… Inoltre questo referendum è strettamente connesso con l’Italicum, la nuova legge elettorale che conferisce una maggioranza assoluta di seggi al partito maggioritario. È probabilmente questa confusione il motivo che rende il referendum così divisivo, riuscendo a spaccare persino ambienti fortemente omogenei secondo le più diverse caratteristiche: destra, sinistra, religione, cultura, età e così via. Ma quello che è più importante è comprendere quali sono le vere motivazioni della riforma: se si tratta soltanto di avere maggiore governabilità e minori spese, queste ultime del resto già in atto grazie alla spending review, come dichiarato ufficialmente (v. PDF); se giocano ambizioni personali (come nel caso di Cameron nella recente vicenda Brexit); se vi sono pregiudizi di schieramento politico, come parte della destra italiana; o se si possono individuare disegni di contenimento della democrazia da parte dei poteri forti anche internazionali, come adombrato da Raniero La Valle e altri. Per dipanare la matassa è necessario operare alcune distinzioni importanti.

Le riforme costituzionali, anzitutto, vanno tenute ben distinte dalle leggi e dalla politica ordinarie. Calamandrei, uno dei padri fondatori, diceva che, quando si parla di costituzione, i banchi del governo devono essere vuoti. Tanto meno una riforma costituzionale deve essere gestita dal potere esecutivo, che è uno dei poteri che la costituzione deve normare e limitare, perchè ci possa essere democrazia. Le norme costituzionali inoltre devono durare nel tempo, non devono poter essere modificate da ogni governo che passa – tanto meno a proprio uso. È per questo che su di esse deve realizzarsi la massima convergenza di tutte le forze politiche e dell’opinione pubblica (si ricorda che la Costituzione del ’47 è stata approvata con quasi il 90% dei consensi). In altri termini la fase costituente è un momento pre-politico, che deve unire e non dividere, deve realizzare appunto il patto costituzionale. Ciò richiede tempo e attitudine al dialogo, non certo quel ricorso a forzature (sostituzioni di membri di commissioni parlamentari, “canguri”, ecc.) usate nei quasi due anni per arrivare all’attuale testo. Meglio sarebbe che una riforma così rilevante (47 articoli modificati sui 139 della nostra carta) fosse uscita da un’assemblea apposita, formata su base proporzionale e non falsata da premi di maggioranza (e da sostanziosi sospetti di incostituzionalità) come l’attuale parlamento. Una conseguenza è che non è razionale pensare di cominciare ad accettare questa riforma, anche se “incasinata, non bella e non condivisa” (Carli) – come riconoscono anche i suoi stessi sostenitori –  perché dopo finalmente sarà facile cambiarla: non deve essere facile cambiare la costituzione. Il testo deve essere da subito condiviso da una larga maggioranza di cittadini e istituzioni, perché la costituzione è la casa di tutti. Il precedente referendum costituzionale del 2001, pur approvato dal popolo, ma proposto dal centrosinistra a maggioranza, come il presente, è stato un autogol fallimentare.

La democrazia costa.  In secondo luogo va sfatata la convinzione, che ci viene spesso inculcata dal sistema mediatico, secondo la quale il settore pubblico è il luogo dello spreco e della corruzione (quindi più si taglia meglio è). Non si possono affrontare i problemi politici con criteri ragionieristici. La politica deve essere anzitutto una scuola di democrazia: deve sollecitare l’interessamento e la partecipazione al bene comune; soprattutto diffondere il metodo del dialogo. Quest’ultimo è stato mortificato, oltre che dall’individualismo moderno, dal ricorso delle pratiche acceleratrici in campo politico (decreti legge, ricorso alla fiducia, maggioritario…). Partecipazione e dialogo costituiscono grandi valori immateriali, di solito trascurati. Sono anche il vantaggio del decentramento e delle autonomie locali, che non vanno sacrificati in nome di pretesi risparmi o governabilità. Si ricordi che il massimo di governabilità si realizza con il minimo di democrazia. Non ci si deve preoccupare della spesa pubblica quando quest’ultima è orientata a favorire la crescita umana, ma quando è utilizzata per la corruzione e l’acquisto di consenso a breve termine.

Il presidenzialismo,  cioè un forte potere concentrato nelle mani del presidente del Consiglio, è l’obiettivo di fondo, più o meno recondito, di tutta la presente riforma costituzionale. Ha una radice lontana che risale agli anni ’80 con Craxi. Poi ha tentato Berlusconi, con la riforma costituzionale, bocciata dagli italiani col referendum del 2006. Ora Renzi torna all’attacco con un progetto che, pur non dicendolo espressamente, grazie anche alla combinazione con l’Italicum, ha la stessa impostazione presidenzialista del precedente progetto berlusconiano. Mentre quello conteneva nella seconda parte, sotto la spinta leghista, un rafforzamento delle autonomie locali e delle regioni, il progetto renziano su questo aspetto fa marcia indietro: toglie praticamente alle regioni l’autonomia legislativa e, attraverso la “clausola di supremazia”, si riserva di avocare al governo le materie controverse, dichiarandole di interesse nazionale. Invece non affronta l’anomalia tutta Italiana delle regioni a statuto speciale, fonte di privilegi e incongruenze talvolta aberranti. Nel nostro paese c’è ovunque il pericolo della infiltrazione mafiosa, che costituisce un freno terribile allo sviluppo della società da ogni punto di vista, soprattutto un freno allo sviluppo umano, perché blocca merito e autonomia. Il presidenzialismo è quanto di meno appropriato. Necessari invece, come in ogni moderna compagine sociale, collegialità, decentramento, responsabilizzazione, partecipazione.

La crisi della politica  non va affrontata soltanto con le leggi. Ha un’origine lontana già denunciata lucidamente da Berlinguer 35 anni fa, con il richiamo alla questione morale e l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti. Così i partiti sono diventati puri strumenti di potere e clientele, comitati di pubblicità elettorale, organizzatori del consenso per il leader (o capo-popolo) di turno, escludendo ogni aspetto formativo e culturale. È da questi ultimi che si dovrebbe ripartire, se davvero si ha a cuore un miglioramento della nostra società: educazione, cultura, moralità, cioè fattori immateriali dello sviluppo. Invece la pubblicità elettorale populista porta persino a riesumare progetti di grandi opere materiali come il ponte sullo stretto: un grosso regalo alle mafie, un monumento allo spreco di denaro pubblico, all’insensatezza di fronte ai veri problemi materiali del paese (assetto idrogeologico, terremoti…) e soprattutto alle nostre carenze immateriali. Un’ultima osservazione riguarda l’impegno mediatico del governo per il referendum. Già il quesito referendario è formulato come uno spot pubblicitario: chi può non volere la riduzione del numero dei parlamentari, dei costi, la semplificazione, ecc.? Il problema è però vedere se questi vantaggi sono effettivi o soltanto apparenti. Ultimamente c’è stata la sostituzione di molti direttori di giornali, radio, tv, per assicurarsi il massimo appoggio mediatico; poi gli interventi internazionali, della Merkel, dell’ambasciatore americano e altri. Sondaggi non favorevoli, anche riservati, spiegano questo attivismo del governo. Ma quello che sembra davvero immondo è l’aver accantonato, in attesa del lavacro referendario, i gravi problemi incombenti, come la crisi del sistema bancario: li ritroveremo alla scadenza, aggravati. Tutto ciò, soprattutto l’impegno di puntare sulla pubblicità per convincere le persone meno attente e preparate, invece di farle crescere, sono una probabile conferma della validità delle tesi del vecchio saggio Raniero La Valle.