Archive for agosto 2016

REFERENDUM

agosto 26, 2016

LE RAGIONI DEL NO

di Alessandro Pace  la Repubblica  21-8-2016, pag. 24

Tre motivi.  Caro direttore, in una lettera [in calce] pubblicata il 18 agosto Luigi Berlinguer ha dichiarato che voterà per il Sì al referendum costituzionale in quanto questo riguarderebbe 1)”soprattutto il superamento dell’obsoleto e ormai ingombrante bicameralismo paritario di casa nostra, oltre all’abolizione delle Province e (finalmente) del Cnel”; 2) che il voto per il No gli parrebbe “dettato da un’insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi, di levarselo di torno”; 3) infine che la “parola d’ordine” dei sostenitori del No sarebbe che la “Costituzione non si tocca”. Le ragioni del No del Comitato di centrosinistra, che ho l‘onore di presiedere, non risiedono né nella difesa del bicameralismo paritario, ormai condiviso da pochi; né nella rilevanza costituzionale delle Province, la cui abolizione è stata ritenuta legittima dalla Corte costituzionale; né infine nella sopravvivenza del Cnel, da gran tempo divenuto uno “zombi”.

Le ragioni sono ben altre.  1)-La grave violazione del principio sancito dall’articolo 1 della nostra Costituzione, secondo il quale “la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare” (così la sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale), laddove, con la riforma Boschi, la conseguenza sarebbe che tutte le leggi, ivi comprese quelle costituzionali, non verrebbero più approvate da rappresentanti eletti dal popolo.

-La mistificante enunciazione del Senato “rappresentante delle autonomie territoriali”, che non solo continuerebbe ad essere organo dello Stato centrale, ma non gli verrebbe concesso, nonostante quell’enunciato, di legiferare su materie di interesse regionale, con la conseguenza che le Regioni verrebbero discutibilmente degradate a livello “prevalentemente amministrativo”.

-La composizione irrazionale del Senato, i cui componenti dovrebbero nel contempo svolgere la funzione di consigliere regionale o di sindaco, cosa che non consentirebbe loro di adempiere puntualmente le funzioni connesse ad entrambe le cariche, con la conseguenza di rendere oltre tutto difficile il rispetto dei brevi termini previsti per il Senato nei procedimenti legislativi diversi da quello bicamerale.

-L’irrazionalità del compito del Senato di eleggere due dei cinque giudici costituzionali, col rischio di creare una logica corporativa all’interno della Corte costituzionale.

-L’irrazionalità di conferire al presidente della Repubblica il potere di nominare cinque senatori a vita per la stessa durata della carica presidenziale: un numero tutt’altro che irrilevante in un Senato composto da soli 100 componenti.

-L’irrazionalità di riconoscere ai senatori, ancorché part-time, l’immunità penale per tutti i reati comuni da loro commessi.

-La complicazione (e non la semplificazione) del procedimento legislativo, che passerebbe dagli attuali tre procedimenti (procedimento legislativo normale, procedimento di conversione dei decreti legge, leggi costituzionali) ad almeno otto procedimenti formalmente differenziati, col rischio di illegittimità costituzionale delle leggi per vizi procedurali.

-Infine, l’inesistenza di seri contropoteri politici nei confronti del governo sostenuto dal gruppo parlamentare più votato, che grazie all’Italicum otterrebbe, col solo 25 per cento dei voti, ben 340 seggi alla Camera dei deputati e il cui leader godrebbe di un’investitura democratica quasi-diretta.

2) Botta a Renzi.  Ancorché ci sarebbe assai altro da aggiungere, passo al secondo punto. L'”insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi” certamente caratterizza una parte ragguardevole dei sostenitori del Comitato per il No di centrodestra. Non già il Comitato per il No di centrosinistra, che ha da subito avvertito il rischio della personalizzazione del referendum, esplicitamente voluta e manifestata da Matteo Renzi nella conferenza di fine anno del 29 dicembre 2015. La personalizzazione del referendum costituzionale, voluta da Renzi — prima disvoluta e poi rivoluta — è servita spregiudicatamente a terrorizzare sia i mercati finanziari sia i “ben pensanti”. Ma non solo. Consente, nel contempo, di porre in secondo piano sia l’inconsistenza delle ragioni favorevoli al Sì, sia le gravi ragioni di merito, sopra elencate, che razionalmente dovrebbero indurre i cittadini a votare No.

3) Quali modifiche.  Passo infine al terzo punto. Per quanto io abbia potuto constatare nei dibattiti interni al direttivo del nostro Comitato per il No, la “Costituzione non si tocca” non costituisce la “parola d’ordine” dei sostenitori del No di centrosinistra tranne rarissime eccezioni. Tanto meno costituisce la “parola d’ordine” dei sostenitori del No di centrodestra (si pensi alla riforma Berlusconi del 2006!). Beninteso, anch’io ho sempre sostenuto che la modifica della seconda parte della Costituzione (articoli 55-139) implicherebbe delle conseguenze sulla tenuta della prima parte (articoli 1-54). Ebbene, a parte il fatto che la riforma Boschi, eliminando l’elettività diretta del Senato, viola addirittura uno dei principi supremi della Costituzione posto nell’articolo 1, ritenuto immodificabile dalla Corte costituzionale… A parte ciò, c’è modifica e modifica della seconda parte della Costituzione.

Senato delle autonomie.  Esprimendomi solo a titolo personale, ritengo infatti ammissibile ed anzi opportuno il superamento del bicameralismo paritario, il conferimento alla sola Camera dei deputati del rapporto fiduciario col governo, l’equilibrata diminuzione dei parlamentari sia nell’una che nell’altra Camera, la trasformazione del Senato in maniera tale che le istituzioni regionali possano effettivamente esprimersi. È infatti importante che gli elettori sappiano che non siamo i sostenitori del mero status quo.

L’autore è il presidente del Comitato per il No al referendum costituzionale

REFERENDUM, VOTO SÌ MALGRADO MATTEO RENZI

di Luigi Berlinguer  La Repubblica 18 agosto 2016  pag.26

Caro direttore, il referendum costituzionale è partito, ora bisogna votare. Io sono decisamente convinto: voto Sì (malgrado Matteo Renzi). Nell’affrontare seriamente il merito della questione bisogna però sgombrare il campo da una pregiudiziale: il referendum costituzionale deve restare assolutamente distinto dalle sorti del governo. È essenziale tenere la Costituzione fuori dallo scontro politico e dagli interessi partitici. È stato un errore del premier collegare l’avvenire dell’esecutivo al risultato referendario. Le due cose non sono correlate né devono esserlo. Trovo però ancor più discutibile l’affermazione delle opposizioni “votiamo No per mandare a casa Renzi”. Si tratta di una inaccettabile strumentalizzazione partitica della questione costituzionale.

Andiamo all’essenziale: il referendum riguarda soprattutto il superamento dell’obsoleto e ormai ingombrante bicameralismo paritario di casa nostra, oltre all’abolizione delle province e (finalmente!) del Consiglio dell’economia e del lavoro (Cnel). Non mi si venga a dire che due Camere uguali rafforzano il controllo parlamentare sul governo: la mia lunga esperienza in Parlamento mi dice l’esatto contrario. Le inutili ed estenuanti procedure, non solo raddoppiate ma spesso moltiplicate, stemperano l’incisività dell’azione parlamentare.

Contrappesi.  Se c’è veramente una tendenza autoritaria nell’attuale governo essa non può essere dimostrata a sufficienza fondandosi su un certo cipiglio arrogante (è un po’ vero…) del presidente del Consiglio. Ma fa sorridere ricercare la soluzione dell’equilibrio fra governo e Parlamento su questa strada. Questo è eventualmente problema da affrontare ricercandone le possibili soluzioni nei contrappesi, che da noi esistono e vanno nel caso lubrificati e rafforzati. Ora, continuare a tenerci, col No anti-Renzi, il Senato paritario sembra davvero singolare. Siamo sinceri: il voto No mi pare dettato da un’insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi, di levarselo di torno. Invocherei un po’ più di rispetto davanti alla solennità di una revisione costituzionale. E un po’ più di considerazione rispetto al fatto che quasi tutti i Paesi evoluti non hanno alcun bicameralismo paritario. Al contrario, se ora prevarrà il Sì rafforzeremo all’estero l’immagine di un’Italia che marcia risoluta e fa le riforme. Mi pare invece necessario, per ragioni politiche ma anche tecniche, riaffrontare la legge elettorale.

Fedeltà all’impianto.  Il vero nodo politico-culturale del referendum è però anche un altro. Investe la parola d’ordine “La Costituzione non si tocca!”. In questi decenni essa è stata la frontiera indiscussa soprattutto dei progressisti, ma non solo. Si è costruita una vera e propria “mentalità politica”, quasi un (comprensibile) tabù per le forze progressiste: salvaguardare così la nostra civiltà giuridica. Questa idea ha vinto. Eppure, guarda caso, in questi anni il testo costituzionale del ‘48 è stato ritoccato più volte, in meglio. È l’ispirazione profonda della Costituzione che non si è voluta toccare; ma il testo si può ritoccare ove necessario. Così è accaduto, senza alcuna conseguenza eversiva. Fedeltà all’impianto non significa infatti adesione fideistica, acritica, quasi “coranica”; significa adesione convinta perché laica, razionale, capace di cogliere anche le sue (poche) debolezze ed attuali inadeguatezze.

Difenderla e migliorarla.  Che la nostra Costituzione sia tra le più belle del mondo, non equivale a dire che sia oggi perfetta. Vi sono norme e procedure dettate dalla cultura del momento, superate oggi da una nuova cultura. Sarebbe sbagliato ritenerla inviolabile in toto. Perciò l’occasione di questo referendum è un fatto straordinario di democrazia. Sollecitare oggi il popolo, direttamente, significa poter far maturare un’adesione popolare non solo di fedeltà, ma di consapevolezza razionale, lucida e soprattutto laica, non fideista: un fattore di altissima valenza democratica e morale. La Costituzione va difesa e migliorata. È un prodotto di uomini, è frutto di un patto tra le varie componenti della popolazione, del mondo politico, tra il Parlamento ed il popolo, e come tale è naturale poterlo insieme consolidare, anche migliorandolo, adeguandolo.

Alcuni esempi:   costituenti degli anni Quaranta non mi sembra fossero campioni di femminismo, lasciatemelo dire, specie rispetto a come è maturata successivamente la grande conquista delle pari opportunità per le donne. Altro esempio: l’art. 34 Cost., parlando di istruzione, non coglie la grande rivoluzione novecentesca della “scuola per tutti e dell’istruzione come “diritto fondamentale per tutti“. Questa grande conquista non era sufficientemente presente nella cultura educativa dominante di allora, per cui la Costituzione si limita a prospettare solo l’opportunità di far raggiungere gli alti gradi dell’istruzione solo ad una parte dei ragazzi, i “capaci e meritevoli”. Per cui chi non ce la fa, vada a lavorare! Ma l’idea che guida oggi i progressisti è ben diversa: l’istruzione e la scolarizzazione fino ai 19 anni è un “diritto fondamentale di tutti”. La formulazione del ‘48 risulta pertanto arretrata, inadeguata.

Crescita democratica.  Cito infatti solo alcuni esempi per ribadire che nella Costituzione si trovano spazi che — allo scopo di difenderla e migliorarla — si possono o si devono modificare. Il dibattito in merito al referendum costituzionale è pertanto un’occasione preziosa per consolidare nel nostro popolo un processo di crescita politico-intellettuale dell’idea moderna di democrazia; non di una democrazia elargita, ma di una democrazia partecipata e conquistata. Un’idea rigorosa ma aperta e laica di Costituzione. Un’occasione per rafforzare l’affetto per la nostra Carta e insieme la lucidità laica di volerla migliorare. Molto bella l’affermazione di Roberto Benigni, che — interrogato sul voto — ha risposto: «Col cuore voto No, voto Sì con la testa», riaffermando icasticamente tutto l’amore che dobbiamo alla nostra grande Carta col cuore. E insieme tutta la lucidità politica con la testa per migliorarla, con il Sì.

L’autore è giurista ed ex ministro della Pubblica istruzione

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IL VENTO POPULISTA CHE SOFFIA SUL MONDO

agosto 16, 2016

POTREBBE ARRIVARE ANCHE DA NOI, COME REAZIONE A DIVARIO SOCIALE, CRISI, INOCCUPAZIONE

di Luca Ricolfi – fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-08-14/il-vento-populista-che-soffia-mondo-140352.shtml?uuid=ADFyBt5    14 Agosto 2016

Definizione.  Di populismo e di partiti populisti si è ricominciato a parlare, in Europa, circa 30 anni fa, allorché Jean Marie Le Pen, un deputato che proveniva dal movimento di Poujade, scosse la Francia con i successi del suo Front National, capace di raccogliere l’11,2% del consenso dell’elettorato francese alle elezioni europee del 1984. Da allora i partiti populisti o descritti come tali si sono moltiplicati sulla scena europea, attecchendo nelle realtà più diverse, dal felice e civilissimo nord scandinavo giù giù fino ai paesi mediterranei, dai paesi dell’Europa occidentale a quelli dell’Europa orientale. Così il populismo è diventato uno dei fenomeni più attentamente monitorati dai media e uno dei temi più aspramente dibattuti dagli studiosi di scienza politica. Quello del populismo, tuttavia, rimane uno dei grandi puzzle irrisolti delle scienze sociali. Non vi è accordo, infatti, né sulla definizione del fenomeno (che cosa è il populismo?) né sulla sua spiegazione (perché si è diffuso il populismo?). Alcuni studiosi si ostinano a riservare l’etichetta populista ai soli movimenti di destra, con la curiosa conseguenza per cui l’italiano Movimento Cinque Stelle non sarebbe populista. Altri usano il termine in modo più ampio, fino ad includervi i movimenti radicali anti-austerity, tipo Podemos (Spagna) o Syriza (Grecia). Altri vedono tratti populisti ogniqualvolta il “racconto” di un partito o movimento poggia sulla contrapposizione fra la grande maggioranza del popolo e l’establishment politico-finanziario.

Crescita.  Una sola cosa appare relativamente certa: comunque decidiamo di fissare i confini del populismo, sta il fatto che le sue manifestazioni si sono moltiplicate negli ultimi anni. Nel Parlamento europeo, ad esempio, il peso dei partiti nettamente euro-critici o euro-scettici è quasi raddoppiato fra il 2009 e il 2014, passando dal 16,1 al 28,1%. E il peso dei partiti classici, di destra, sinistra e centro, è sceso, per la prima volta da quando esiste il Parlamento Europeo, sotto la soglia del 70%. Ma il segno più chiaro della forza delle istanze populiste lo hanno dato due eventi successivi alle elezioni del 2014, entrambi avvenuti pochi mesi fa. Alle elezioni presidenziali austriache (maggio 2016) la metà dei cittadini ha scelto il candidato populista Norbert Hofer, proveniente dal medesimo partito di Haider, di orientamenti xenofobi e nazionalisti. Le elezioni saranno ripetute a ottobre a causa delle molte irregolarità riscontrate ma, comunque vadano, resta il fatto che metà degli austriaci non ha avuto problemi a votare un candidato come Hofer, e nessuno dei due grandi partiti tradizionali austriaci (socialisti e popolari) è riuscito ad arrivare al ballottaggio (lo sfidante di Hofer è stato espresso dal piccolo partito dei Verdi). L’altro evento che ha mostrato plasticamente la forza del vento populista è stato il referendum britannico sulla permanenza in Europa. La vittoria della Brexit ha mostrato in modo inoppugnabile che anche in un paese di tradizioni liberali, anzi in un paese che è stato la culla del liberalismo, le istanze nazionaliste e xenofobe possono oggi avere un seguito straordinario, impensabile anche solo qualche anno fa.

Perché?  Qui i pareri si dividono. Le risposte più frequenti richiamano l’attenzione sulle due debolezze fondamentali della Ue: la sua incapacità di governare la crisi economica, la sua incapacità di fronteggiare l’ondata migratoria. La prima spiegazione è la più gettonata a sinistra, e punta il dito contro le politiche di austerità; la seconda è la più gettonata a destra, e punta il dito contro le politiche di accoglienza. Così, comunque la si rigiri, resta il fatto che sul banco degli accusati salgono l’Europa, le sue istituzioni (Commissione e Consiglio), la sua Banca Centrale. Questa lettura dell’esplosione dei movimenti populisti non è del tutto priva di fondamento. L’analisi statistica, sempre difficilissima quando si hanno a disposizione poche osservazioni (i paesi dell’Unione), fornisce un certo supporto a questa lettura. Se, ad esempio, come indicatore di forza dei movimenti populisti prendiamo l’aumento del consenso ai raggruppamenti anti-Europa nel Parlamento Europeo fra il 2009 e il 2014, effettivamente troviamo che il cocktail “gravità della crisi + paura dello straniero” risulta una determinante fondamentale dell’avanzata dei movimenti populisti. Vista con queste lenti, la marea populista appare, innanzitutto, figlia della crisi, delle politiche di austerità, e più in generale delle inadeguatezze delle élite che governano l’Europa.

Svizzera e Norvegia.  E tuttavia ci sono molte cose che, in questa spiegazione, non funzionano. La prima è che il populismo è cominciato a proliferare in Europa fin dalla metà degli anni ’80, ossia più di 20 anni prima della crisi. La seconda è che i movimenti populisti, sia prima sia durante la crisi, hanno riportato grandi successi in due paesi, la Svizzera e la Norvegia, che sono sempre rimasti al di fuori dell’Unione Europea. Il Partito del Progresso norvegese, una formazione nettamente xenofoba, è nato nel 1973, e alle elezioni nazionali del 2005 è diventato la seconda forza politica del paese. Quanto alla Svizzera, un partito come l’UDC (Unione Democratica di Centro) è diventato una forza populista da almeno un quarto di secolo, ossia dai tempi (1992) della campagna contro l’adesione allo spazio economico europeo. Svizzera e Norvegia sono del tutto libere dal detestato giogo europeo, sia in materia economico-sociale sia in materia di immigrazione. Dopo il piccolo Lussemburgo, sono i due paesi più ricchi del mondo occidentale. La crisi li ha appena sfiorati e l’Europa non ha interferito. Almeno lì, il populismo deve avere altre radici.

USA.  Ma la prova regina dell’inadeguatezza delle spiegazioni che considerano l’Europa e le sue classi dirigenti responsabili uniche, o principali, dell’avanzata dei movimenti populisti sta oltre Oceano, negli Stati Uniti d’America. Lì c’è un candidato alla Presidenza, Donald Trump, che incontra le simpatie di vasti settori dell’opinione pubblica (al punto che nessuno ne esclude la sua elezione a Presidente), e sul cui populismo nessuno ha dubbi. Che ci azzecca l’Europa con il successo di Trump? Che cosa c’entrano le politiche di austerità, visto che Obama ha fatto tutto il contrario, inondando l’economia americana di dollari e (quasi) raddoppiando il debito pubblico? Se si vuole capire il populismo, anche quello europeo, sono queste le domande cui si deve provare a rispondere. Perché se riusciamo a capire che cosa sta succedendo in America, probabilmente riusciremo a capire meglio anche che cosa sta succedendo o potrebbe succedere a casa nostra.

Colpa di Obama?  A me pare che, ridotta ai suoi minimi termini, la storia sia questa. Fino al 2008, anno della elezione di Obama ma anche anno del fallimento di Lehman Brothers, nonostante gli economisti progressisti (alla Stiglitz) si fossero sforzati in tutti i modi di convincere gli americani che la crescita del reddito pro-capite della famiglia media si fosse ormai arrestata, e che solo l’1% degli straricchi fosse riuscito ad arricchirsi ancora di più, la gente non credeva a questo genere di diagnosi. E non ci credeva per il buon motivo che alla stagnazione del potere di acquisto si accompagnava una spettacolare corsa del valore degli immobili, che rendeva credibili speranze e illusioni della “società di proprietari”, ovvero l’idea – cara ai repubblicani di Bush figlio – che tutti potessero diventare possessori di ricchezza. Poi è arrivata la crisi, che ha fatto intendere agli americani che quelle erano appunto illusioni. Ma con la crisi è arrivato anche Obama, con il suo carico di promesse, solo in parte mantenute. Ed ecco che, a questo punto della storia, si fa avanti un signore – il suo nome è Trump, Donald Trump – che racconta un’altra storia. Trump dice che dal 2000 il reddito della famiglia americana media è addirittura diminuito. E chi c’era negli ultimi anni? Obama… Dunque è tempo di voltare pagina, per riaccendere la speranza. Paradossale: solo ora che le usa Trump, le diagnosi catastrofistiche degli economisti progressisti, a suo tempo rivolte al cattivo Bush (e prima ancora Reagan), vengono prese sul serio dagli elettori americani. Che però le mettono in carico a Obama, ossia non a chi ha governato negli ultimi 15, 20, o 30 anni (più o meno metà per uno: democratici e repubblicani), ma all’ultimo della serie, l’uscente Obama.

Insicurezza e concorrenza nel lavoro.  La storia però non è tutta qui. C’è anche il capitolo del politicamente scorretto. A metà degli americani il politicamente corretto dei benpensanti liberal, alla Hillary Clinton, è venuto a noia. Preferiscono il politicamente scorretto di Donald Trump (e di Clint Eastwood). Perché? Che cosa è successo? Due cose, a quel che riesco a capire. La prima è che la globalizzazione ha lasciato indietro un sacco di gente, soprattutto nelle periferie e nelle campagne, in America come in Europa. La seconda è che, soprattutto in America, ma anche in diversi civilissimi paesi del Nord Europa, il politicamente corretto si è spinto un po’ troppo in là. Talora ha oltrepassato la barriera del ridicolo. Quasi sempre ha oltrepassato quella del senso comune, del sentire della gente normale, che fatica a sbarcare il lunario, e i costi dell’accoglienza li paga in prima persona sotto forma di insicurezza e concorrenza sul mercato del lavoro. Le due cose insieme, una globalizzazione che beneficia alcuni ma impoverisce altri, un’élite che si compiace dei propri buoni sentimenti e letteralmente non vede i drammi di chi è stato spazzato via dalla mondializzazione, hanno creato un mix esplosivo. Finché c’era la crescita, il gioco era a somma positiva: potevi anche pensare che i miglioramenti del vicino non fossero, necessariamente, peggioramenti tuoi.

Ora il gioco rischia di essere a somma zero:  se qualcuno va avanti, dev’esserci per forza qualcun altro che va indietro. La gente lo ha capito, ma non perché qualche evento straordinario lo abbia suggerito, ma per il mero scorrere del tempo. Quindici anni non sono bastati a sconfiggere il terrorismo islamico (Torri gemelle, 2001), 10 anni non sono bastati a uscire dalla crisi (mutui subprime, 2007). Di qui la tentazione di ridurre l’interdipendenza con il resto del mondo, che l’isolazionismo di Trump intercetta perfettamente. Di qui, anche, il fastidio per la cultura liberal e progressista, magistralmente impersonata da Hillary Clinton. Chi è baciato dai benefici della globalizzazione, soprattutto i ceti istruiti e metropolitani che vivono sulle due coste americane, possono a buon diritto baloccarsi con i problemi post-materialisti e post-moderni dei diritti civili, dei matrimoni gay, dell’integrazione delle minoranze, dell’accoglienza degli immigrati, della discriminazione linguistica. Ma per chi ha capito solo ora di non avere futuro, per gli abitanti del profondo sud e dell’America interna, il divario fra i loro problemi e quelli che soli paiono interessare le élite e i “ceti medi riflessivi” (copyright Paul Ginsborg) è diventato troppo ampio. O troppo doloroso. Per questo non inorridiscono di fronte a Trump.

 

LA FRAGILITÀ DELL’ITALICUM

agosto 11, 2016

NON FAVORISCE IL CONTATTO TRA ELETTI ED ELETTORI, QUINDI AGGRAVA IL PROBLEMA ATTUALE: ANTIPOLITICA E POPULISMO

di Piero Ignazi   La repubblica  10 agosto 2016  pp.1 e 25

Rappresentanza.  Sembrava che il dibattito sulle riforme istituzionali, e soprattutto sulla nuova legge elettorale, si fosse avviato su binari più pacati e dialogici, quando ecco irrompere la scomunica del ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi: chi dissente votando No al referendum non rispetta il Parlamento. Peccato, perché ragioni per rimettere mano all’Italicum ce ne sarebbero. Ricapitolando: Renzi ha dismesso toni ultimativi. Seppure a giorni alterni, il premier sembra disponibile a modifiche, e i critici avanzano proposte concrete invece di gridare al golpe. Un buon sistema elettorale deve tener in conto molte esigenze tra le quali rappresentanza e governabilità sono le principali. La prima deve assicurare una presenza nelle istituzioni alle molteplici voci della società. Schiacciarle o ridurle al silenzio genera tensioni nel sistema. All‘inizio del Novecento, proprio per evitare questo rischio, che avrebbe condotto alla radicalizzazione di componenti minori, venne introdotto in tutta Europa, Gran Bretagna esclusa, il sistema proporzionale. Il merito di questo sistema è la riproduzione fotografica delle forze in campo, la trasposizione nelle assemblee legislative delle diversità esistenti. Il limite maggiore sta nella frammentazione della rappresentanza e nella conseguente difficoltà di formare maggioranze omogenee di governo. Per contrastare l’instabilità governativa sono stati proposti interventi correttivi alla proporzionale, dalla clausola di sbarramento adottata in Germania, all’aumento del numero dei collegi elettorali in Spagna. Tutti correttivi interni alla logica proporzionale.

Governabilità.  Per cambiare logica, e privilegiare la governabilità, bisogna adottare sistemi maggioritari, sistemi che comprimono la rappresentanza proprio al fine di favorire pochi, grandi partiti che possano assicurare la governabilità. Non c’e quindi un ” buon sistema” in astratto. Ci sono sistemi che privilegiano un aspetto o l’altro. È una questione di scelta. Ma la scelta deve essere rigorosa. L’Italicum, invece, è rimasto a mezza strada. È nato per favorire la governabilità ma mantiene un impianto proporzionale. Inoltre è appesantito da altri difetti, dai capilista iper-ubiqui che si possono presentare in 10 collegi contemporaneamente, alla reintroduzione delle preferenze, fino al bonus per il vincitore, un vero vulnus al principio di rappresentanza. Giustamente, la nuova legge elettorale è stata equiparata ad una versione riveduta e (s)corretta del famigerato Porcellum. Ma il vero problema dell’Italicum è che punta a risolvere un problema — la governabilità — buttando a mare non tanto la rappresentanza “fotografica”, quella che garantisce qualche seggio a tutti, quanto il rapporto rappresentante-rappresentato. La vera questione della rappresentanza, oggi in Italia, riguarda infatti la perdita di contatto tra elettori ed eletti. Questo è il deficit maggiore della democrazia italiana. In altri termini, di cosa dobbiamo preoccuparci per il buon funzionamento delle istituzioni: di possibili governi di coalizione e delle difficoltà legate alla necessità di mediare, o del montare dell’antipolitica? Guardiamoci in giro in Europa.

I governi di coalizione  sono la norma in tutte le democrazie con una sola eccezione, la Gran Bretagna, peraltro reduce anch’essa da cinque anni di inedito governo di coalizione tra conservatori-liberal-democratici. Sono tutte governate così male le democrazie rette da governi di coalizione? Sono tutte terreno di coltura dell’antipolitica? Sembra proprio di no. È vero che l’instabilità governativa della “prima repubblica” (e anche della seconda) ha lasciato un trauma profondo. Ma il premio di maggioranza non garantisce governi stabili. Non li ha garantiti all’epoca del Porcellum, e non li garantisce adesso con l’Italicum. La conflittualità che prima si svolgeva tra i partiti, ora, con l’Italicum, si trasferisce all’interno del partito. È una pia illusione pensare che il partito uscito vincitore dal ballottaggio sia poi unito e coeso come — e dietro — un sol uomo. Non è mai successo in Gran Bretagna, non si vede perché dovrebbe accadere in Italia. La sfida cruciale di oggi riguarda l’antipolitica e il suo correlato populismo. Questi sono i nemici più pericolosi per le istituzioni. L’Italicum aggrava il problema invece di risolverlo perché annulla ogni rapporto diretto tra elettori ed eletti. Solo un sistema con collegi uninominali, dove i cittadini scelgono il “loro” rappresentante può aiutare a ricucire il tessuto strappato della rappresentanza. Ripensare la legge elettorale avendo presente il vero assillo delle democrazie contemporanee — l’alienazione politica e il montare del populismo — e il rimedio più efficace — riannodare il filo della “buona rappresentanza” — è un’opera di saggezza, non un segno di debolezza.