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RIFORMA COSTITUZIONALE: LE RAGIONI DEL RIFIUTO

aprile 7, 2016

LA SOCIETÀ DEL FUTURO NON PUÒ PRESCINDERE DA UNO SVILUPPO PIÙ UMANO, VERA ALTERNATIVA ALLO SQUILIBRIO DEI POTERI

Regole democratiche. Non mancano gli aspetti positivi nelle riforme costituzionale ed elettorale del governo Renzi: c’è uno sforzo di rendere più semplice, più efficiente e meno costosa la vita politica del nostro Paese; sono previste norme positive, come la riduzione dei decreti-legge, la promessa di riordinare (e plausibilmente favorire) i referendum, ecc. Tuttavia prevalgono preoccupazioni e rischi. Un rischio deriva dall’abnorme premio di maggioranza previsto dall’Italicum (ben più grande di quello della famigerata “legge truffa” del 1953!). Grazie ad esso i deputati di un solo partito potrebbero essere sufficienti per prendere provvedimenti aberranti, come, ad es. dichiarare una guerra, tagliare le pensioni o limitare i poteri della magistratura (potere giudiziario). I padri costituenti uscivano dal ventennio fascista, nel quale avevano toccato con mano cosa vuol dire cedere alla retorica populistica e chiudere gli occhi di fronte a violazioni delle regole democratiche. Così hanno preso precauzioni per evitare altri rischi di degenerazioni autoritarie, creando organi di controllo e di contro-potere. Questa pluralità di organismi da alcuni è considerata causa della lentezza e inefficienza della vita politica italiana, anche se sappiamo che le vere cause sono altre, dipendenti anzitutto da potenti interessi particolari (come quelli petroliferi) spesso in contrasto con gli interessi generali della collettività.

Equilibrio dei poteri. Nella nuova architettura costituzionale sembra evidente lo sforzo di rafforzare il governo, cioè il potere esecutivo, rispetto agli altri poteri dello Stato (legislativo e giudiziario). Viene così alterata la regola base di ogni democrazia, consistente nella divisione, indipendenza ed equilibrio tra i poteri. Ricordiamo che l’avvento dei fascismi nel secolo scorso è da ascrivere, più che all’ossessione dei ceti abbienti contro il disordine e l’attacco alla proprietà privata, alla indifferenza dell’opinione pubblica di fronte alla violazione dei diritti e della prassi democratica. Si è così consegnato lo Stato al “salvatore della patria”, all’ “uomo della provvidenza”, solo al comando. Il potere esecutivo ha assorbito gli altri poteri dello Stato. I tragici esiti li conosciamo.

Complessità e semplificazione. Un trucco ancora oggi adottato da populisti e demagoghi è la sovra-semplificazione della realtà, cioè prendere in considerazione pochi aspetti soltanto, trascurando quella complessità che connota sempre ogni realtà umana (vedi PUBBLICITÀ E SEMPLIFICAZIONE MEDIATICA). Così ad es. l’abolizione pura e semplice di alcuni organismi costituzionali, come le Province e il Senato, potrebbe lasciare inattuate certe funzioni pubbliche che si rivelano sempre più necessarie (basti pensare all’ambito ecologico, educativo, sanitario, cooperazione, volontariato…). Con la riforma del Senato viene esaltato il previsto risparmio di 50 milioni di Euro/anno, ma non si dice che esso è appena un decimillesimo della spesa per la Pubblica Amministrazione, né che si potrebbe risparmiare assai di più riducendo corruzione ed evasione fiscale – entrambe tacitamente tollerate dalla classe politica. Sono alcuni esempi di semplificazione demagogica.

Scorrettezze. Una riforma costituzionale è molto più impegnativa di una legge ordinaria perché deve durare nel tempo; oltre che rispondere alle nuove esigenze, deve essere gradita a larghe maggioranze nel parlamento e nell’opinione pubblica. Necessita quindi di tempi adeguati di elaborazione e maturazione. Inoltre dovrebbe nascere dall’interno del parlamento (potere legislativo) e non da un potere esterno ad esso, come il governo (potere esecutivo). Sembra dunque di dover denunciare una scorrettezza anche di metodo, se si hanno presenti le continue e reiterate sollecitazioni governative per forzare il Parlamento al dibattito con scadenze e “ghigliottine”. Altrettanto scorretta la promessa di dimissioni se il referendum respinge la riforma: gli elettori devono scegliere in base al contenuto della legge e non per la simpatia o antipatia di una persona.

Decentramento. Con la riforma costituzionale del titolo V del 2001 poteva essere avviato un processo di decentramento in grado di valorizzare l’autonomia regionale. Il processo si è poi arenato per la mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione, con l’inasprirsi del contenzioso con le regioni e la mancata costruzione di efficienti strumenti di cooperazione fra centro e periferia. Un altro ostacolo è costituito dall’eccessiva differenza nelle dimensioni delle regioni e degli enti locali, che andrebbero riequilibrate. Con la nuova riforma del governo Renzi l’assetto regionale uscirebbe fortemente indebolito, dato che alle Regioni viene tolto quasi ogni spazio di competenza legislativa: un passo indietro nel decentramento del potere, forse ancora in nome di una semplificazione che non rispetta complessità e democrazia.

La nostra proposta. Sono questi alcuni degli aspetti che ci spingono a valutare negativamente il progetto governativo. Ma forse più importante ancora è ciò che manca. A nostro avviso queste proposte non tengono conto delle nuove esigenze nella società, quindi non sono proiettate nel futuro. Mentre nell’ultimo trentennio (dopo Reagan e la Thatcher) è prevalsa la convinzione che il mercato fosse in grado di risolvere tutti i nostri problemi, oggi un ripensamento è imposto da diversi eventi quali: la crisi climatica, sempre più evidente e grave; la crisi economica, iniziata nove anni fa senza che ancora se ne veda l’esito; i crescenti flussi migratori, che mettono in discussione istituzioni di grande vantaggio, come l’Unione europea; persino lo stesso dilagare del terrorismo suicida, di cui non si vogliono cercare le cause profonde. L’attuale modello di sviluppo – basato sul perseguimento del profitto, l’onnipotenza della finanza, l’uso strumentale dell’uomo e la conseguente violenza – crea squilibri sempre più stridenti e provocanti. Oltre alla distruzione della natura, con terrorismo e guerre c’è pure la distruzione diretta dell’uomo.

Un diverso sviluppo non può che rivalutare l’uomo rispetto all’economia, perseguire lo sviluppo umano prima di quello economico. La convinzione diffusa è che il primo sia una conseguenza del secondo – unico quindi da perseguire – mentre è sempre più evidente e dimostrato che quello umano è oggi fondamentale premessa anche dello sviluppo economico. Lo sviluppo umano non può che passare attraverso la rivalutazione degli aspetti immateriali della vita – quelli più propriamente umani (conoscenza anzitutto)Ad essi si addice la cooperazione, piuttosto che la competizione. Il consumo non distrugge i beni immateriali, che quindi non inquinano. Queste peculiarità implicano la loro prevalente gratuità (vedi Immateriale e gratuito) e l’interessamento non solo individualistico, ma comunitario. Ecco che uno sviluppo alternativo non può prescindere da questa triade: beni comuni, immaterialità, gratuità. In particolare la società – ma anche ciascuno di noi – è chiamata ad una conversione ecologica. Consiste, con drastica sintesi, nel ridurre i consumi prevalentemente materiali (auto, energia, lusso, cibo…) e accrescere i consumi (o investimenti?) immateriali (cultura, salute, scienza e tecnica, ambiente, grandi infrastrutture per l’immateriale, come la banda larga, invece delle grandi opere, partecipazionedisinteressata, ovviamente – alla vita politica e ai beni comuni…). È ridicolo pensare che questa evoluzione, specie la gratuità e la partecipazione, possa nascere dal mercato e dal perseguimento del profitto: deve essere programmata e diffusa dalla volontà politica. È quindi necessario il ribaltamento dellattuale tendenza – culturale prima ancora che economica – verso la privatizzazione e il ritiro del settore pubblico. Sul fatto che una così radicale modifica debba o no essere recepita a livello costituzionale, autorevoli opinioni ritengono che lo sviluppo umano sia già incluso in nuce nella nostra Costituzione (articoli 1, 2, 3, 4, 11 e altri ancora). Tuttavia dovrebbe essere richiamato esplicitamente, anche perché lo sviluppo umano potrebbe essere perseguito come il più sostanziale contro-potere nelle istituzioni del 21° secolo. Di tutto ciò non si vede traccia nelle proposte governative, anzi certi segnali, come l’aumento del numero di firme da raccogliere per le leggi di iniziativa popolare, vanno in senso opposto. Sembra che si voglia dare più potere al potere, togliendolo ai cittadini.

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