Archive for marzo 2016

4. UNA FASE COSTITUENTE URGENTE, MA… PER L’EUROPA

marzo 10, 2016

ANCHE PER GOVERNARE FINANZA E AMBIENTE È NECESSARIO UN NUOVO PROTAGONISMO POLITICO DELL’EUROPA

di Filippo Pizzolato*

Nuove forme del potere. Come altro criterio di discernimento delle riforme costituzionali si è suggerita l’analisi delle nuove dimensioni di potere cui si debba opporre una nuova — sensata — stagione di costituzionalismo. Ne indichiamo due: il potere finanziario e quello ambientale. Il primo, che sta ora mostrando conseguenze assai temibili a partire dagli Stati Uniti d’America, è il potere cieco e irresponsabile della finanza che si muove su circuiti inafferrabili dal singolo Stato ed estranei alle logiche democratiche. Il secondo è il potere che la nostra generazione (e quelle precedenti) sta esercitando sulle generazioni future, compromettendo condizioni di esistenza dignitose o anche solo vivibili: alludiamo alla gravissima crisi ambientale, della cui importanza il nostro sistema partitico sembra non aver preso ancora consapevolezza. Per fortuna, mentre in Italia il dibattito è nuovamente rimasto prigioniero della modellistica elettorale (il classico elefante che ha partorito il «porcellino»), in Europa altri Governi si attrezzano per affrontare le cause e le conseguenze della crisi ambientale e del declino economico.

Costruire un soggetto politico europeo. Crediamo sia scontato affermare che un argine a queste manifestazioni di potere possa essere elevato solo da una nuova — più ampia — dimensione di governo democratico, e precisamente da un ordine sopranazionale ancora da edificare. A questo esito non si arriverà magicamente, ma per graduale avvicinamento. Un contributo fondamentale — la mission tanto invocata! — è atteso dalla vecchia Europa. È insita nel suo modello di sviluppo sostenibile quell’idea del governo dell’economia a cui dobbiamo aggrapparci di fronte ai fallimenti degli automatismi liberistici. Né gli Stati Uniti, né i nuovi protagonisti dell’economia internazionale (per es. i Paesi emergenti dell’area asiatica) paiono avere, per motivi diversi, le risorse o l’interesse per assolvere a questo compito di guida. E allora la costruzione di un soggetto politico europeo, democratico e autorevole, diventa, a ben vedere, la posta in gioco più urgente e importante di un sano spirito costituente. Una risposta ancora parziale a questa sfida è stato il Trattato europeo, firmato a Lisbona nel dicembre 2007 e entrato in vigore due anni dopo. L’Unione Europea, allargatasi a 27 Stati membri, è imbrigliata da procedure decisionali inadeguate alla complessità dei problemi, soprattutto perché sempre esposte agli egoismi ed ai ricatti magari di pochi Governi nazionali. Le stesse istituzioni decisionali esprimono ancora in modo preponderante le ragioni di Stato, mentre fatica ad emergere un progetto politico di scala comunitaria che richiederebbe un ulteriore e più coraggioso rafforzamento del potere decisionale del Parlamento europeo.

Sarebbe un contributo meritorio quello che l’Italia e la sua classe politica potrebbero fornire se solo accantonassero ambizioni o giochi costituenti interni (che sempre più hanno l’odore stantio dell’auto-assoluzione dinnanzi al declino) e si facessero promotori, insieme ad altri Paesi, del necessario e urgente rilancio del ruolo politico dell’Unione Europea. Un ruolo fondamentale, sia per dare espressione all’unità e stringere i vincoli di solidarietà che avvincono i popoli europei, sia per fornire allo spazio internazionale un essenziale elemento di equilibrio e di saggezza per la sfida dell’organizzazione di rapporti, economici e politici, equi e della preservazione di un ambiente accogliente anche per chi oggi non c’è. A questo progetto la Costituzione non frappone ostacoli, anzi, sulla base del suo personalismo «comunitario» lo incoraggia e invoca, profeticamente, sin dal lontano 1948.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Per i sessant’anni della Costituzione, in “Aggiornamenti sociali”, 6/2008 pp. 419-420

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3 RIAPERTURA DELLO SPAZIO PUBBLICO

marzo 10, 2016

CULTURA DEI DOVERI, CITTADINANZA, RIFORMA DEI PARTITI, COME CRITERI GUIDA PER LE RIFORME COSTITUZIONALI

di Filippo Pizzolato*

La crisi è fuori dalla Costituzione. È stato sopra indicato il nucleo portante della Costituzione italiana. Gli elementi di valutazione e le proposte di riforma devono partire coerentemente dalla verifica di quali sono stati i punti di «strozzatura» che hanno reso i due canali poco o per nulla fluidi. Oppure, la riflessione può muovere dall’analisi di quali siano le nuove dimensioni di potere che schiacciano la libertà, sovvertono un retto ordine di relazioni e interpellano la Costituzione. Se questi sono i punti d’approccio corretti, si scoprirà che la crisi della Costituzione giace in gran parte fuori dalla Costituzione stessa e non passa, almeno in via principale, per sue modifiche formali.

Le strozzature legate al primo canale (personalismo) sono principalmente — ma non solo — di ordine culturale. Lo smarrimento della dimensione del «noi» nella vita associata è frutto dei processi economici e culturali che si sono ricordati in premessa e contro cui la riforma della Costituzione nulla potrebbe (ammesso che non li voglia piuttosto assecondare). La nostra Costituzione chiede molto alla libertà e cioè che diventi fattore di costruzione della società e non della sua distruzione o disgregazione, inseguendo impulsi egoistici. Essa si alimenta di una cultura dei doveri e dunque di un’educazione alla cittadinanza. All’angustia degli orizzonti culturali ed esistenziali si deve rispondere con la rivitalizzazione delle comunità. Anche le scelte politiche possono contribuire, in positivo o negativo. Ci limitiamo a due esempi, relativi alla scuola e all’organizzazione dello Stato sociale.

a) La scuola pubblica sembra soccombere di fronte alle accuse di burocratismo e di inefficienza; si reclama l’introduzione di una concorrenza che garantisca la libertà di scelta educativa. È innegabile l’importanza del pluralismo educativo; riteniamo però che questo debba articolarsi nella centralità della scuola pubblica perché essa stessa è, per definizione, luogo di un pluralismo educativo interno e irripetibile. Essa, soprattutto quando sa innervarsi armonicamente e osmoticamente in un territorio, è laboratorio prezioso e imprescindibile di convivenza sociale, palestra di costruzione di un ethos inedito. Nelle aule di scuola, soprattutto elementare e media, si preparano le condizioni di una nuova coesione sociale, perché «si vive» nei fatti quotidiani il cosiddetto «meticciato» culturale. La fatica della scuola pubblica va compresa e accompagnata, più che giudicata, perché essa si sobbarca un lavoro «sporco» che nessun’altra istituzione potrebbe fare con altrettanta sistematicità. Rinunciare a questo contributo sociale di edificazione della cittadinanza, o infiacchirne le energie, mi pare un grave errore strategico.

b) Nell’organizzazione dello Stato sociale i compiti di cura delle fragilità umane sono stati caricati sul solo apparato autoritativo, con conseguente deresponsabilizzazione del corpo sociale e formazione di una cesura tra libertà (privata) e solidarietà (pubblica), che fa assumere a quest’ultima il volto poco amichevole del potere e del fisco. A ciò si leghi la diffusa e, almeno in certa misura, giustificata denuncia dell’iniquità dello sforzo redistributivo imponente compiuto dallo Stato, che ha seguito priorità condizionate da privilegi corporativi e dallo scandalo dell’evasione fiscale che ha inquinato l’accesso ai servizi selettivi. Su questo punto, la consapevolezza pare raggiunta e in vari settori i servizi alla persona sono ormai riorganizzati secondo una logica di rete che valorizza e promuove il ruolo pubblico delle solidarietà orizzontali. Le scelte della politica possono insomma favorire gli spazi e i luoghi in cui si cerca faticosamente di comporre la complessità sociale, evitando di procurare alla società nuove conflittualità o di soffiare sulle esistenti per fini di consenso.

Le strozzature del secondo canale (sussidiarietà) possono avere cause e risposte principalmente istituzionali. Il percorso che conduce dalle formazioni sociali alle istituzioni politiche è quanto mai accidentato e tormentato, obliquo e opaco. La responsabilità del sistema partitico è, su questo punto, innegabile. Lo si comprende bene se si pensa all’introversione che ha caratterizzato la parabola dei nostri partiti. Essi per loro natura sono formazioni sociali, luogo in cui la libertà di partecipazione politica si fa concorso alla determinazione della politica nazionale. Essi sono pertanto la formazione sociale più strutturalmente proiettata sulla sfera istituzionale. Proprio per questo, l’art. 49 della Costituzione esigeva molto dai partiti e cioè che operassero con «metodo democratico». Questa locuzione non è semplicemente riferita al rispetto delle regole democratiche verso i competitor, ma anche e soprattutto all’esigenza fondamentale che i partiti siano, essi stessi in primis, luogo di partecipazione aperta e, appunto, democratica.

La chiusura oligarchica e corporativa dei partiti, tutti rappresi nella sfera del potere, ha determinato un’autoreferenzialità (o «stagnazione») del sistema politico-istituzionale che, anziché aprirsi alle (e raccordarsi con le) espressioni della società, ha «colonizzato» il sociale, spesso immettendovi semi di divisione o mantenendovi clientele assistite per fini di consenso. L’acqua è insomma defluita in senso contrario, torbida o avvelenata, dalle istituzioni verso la società, attraverso i partiti. Fatalmente, le istituzioni stagnanti hanno cessato, come invece dovrebbero, di raffigurare e incarnare («rappresentare») il legame sociale, per assumere, agli occhi di individui solitari e disperati, il volto ostile di un potere annoverato tra le cause dei propri problemi.

Le stesse prerogative della classe politica, anziché condizioni di un buon svolgimento delle funzioni istituzionali, sono percepite ormai come privilegi inaccettabili, segnale di una lontananza che si acuisce tra i cittadini e i partiti, ben espressa dal diffondersi di termini come «casta» e di tentazioni come il «grillismo». Non ci pare giusto, né onesto liquidare la questione dei costi della politica come forma di qualunquismo, trascurandone la (per lo più simbolica ma) importante funzione di occasione di testimonianza da parte del sistema politico di una sobrietà ormai urgente a tutti i livelli. Se lo status di chi sta dentro le stanze del potere diverge troppo dalla condizione del cittadino, la democrazia va in sofferenza e matura un senso di rancore verso le istituzioni che apre la porta — come la storia insegna — alle peggiori dittature.

L’autoriforma del sistema partitico, che dovrebbe tradursi anche in una legge che imponga requisiti minimi essenziali (derogabili solo in melius) di apertura e democraticità, è allora — con ogni evidenza — la prima vera riforma (ma di attuazione) costituzionale, da cui dipende la liberazione della democrazia dalle occlusioni sedimentate che ha conosciuto e che la rendono opaca. I partiti devono essere spazio democratico, nella decisione e nella selezione delle candidature, devono promuovere dialogo e confronto sistematico con i cittadini, ma anche — nel rispetto dei ruoli diversi — con le altre formazioni sociali. Le riforme urgenti sono quelle che riaprono lo spazio pubblico, che riportano nei partiti e nelle istituzioni l’ossigeno della partecipazione dei cittadini, singoli e associati, e riattivano la trasparenza delle scelte e dei comportamenti.

La selezione delle cariche e delle candidature sono state un banco di prova eloquente della superficialità di molti dei movimenti di riforma che, apparentemente, agitano il sistema politico (nella quasi assoluta invarianza della classe politica!). I partiti fanno a gara nel mostrarsi sensibili a spinte palingenetiche dal basso, ma si sono confezionati e sigillati una legislazione elettorale che non consente al cittadino neppure di preferire il proprio candidato. In quest’ottica, ma solo in questa, sono percorribili e sensate altre riforme, anche costituzionali. Ma se questa grande autoriforma (e per questo assai improbabile, se non «incalzata») del sistema partitico non si realizza, o, come già successo, viene erroneamente fatta coincidere con la riforma della legge elettorale, il resto rischia di essere un convulso e vuoto riformismo, una gattopardesca mascherata. Il valzer delle leggi elettorali conferma l’imprescindibilità della premessa.

La riforma del bicameralismo è certo un tema serio e meritevole di essere affrontato. Una rappresentanza integralmente mediata dal sistema partitico appare oggi inidonea a portare nel Parlamento le (in sé fragili) identità sociali collettive. Già i nostri Costituenti più avveduti erano avvertiti del rischio e pensavano a una seconda Camera delle formazioni sociali. Oggi la riforma del bicameralismo può utilmente percorrere la via di un autentico Senato federale, se la seconda Camera diviene espressiva di entità capaci di esprimere posizioni non schiacciate su quelle partitiche centrali. Altrimenti anche il Senato delle Regioni e delle autonomie non sarà il luogo di una rappresentanza di identità territoriali, ma una sede in cui, semplicemente rimescolate, si confrontano e riproducono le stesse contrapposizioni della prima camera. Anche la riorganizzazione del livello politico su base autonomistica, o federale — che già in parte si è compiuta — non può rispondere a contraddittorie (rispetto al personalismo, che valorizza la logica relazionale) volontà di isolamento o di chiusura, ma alla logica, opposta, di aderire in modo più pieno ai plurali tessuti sociali di riferimento e accompagnarli all’apertura ed alla partecipazione alle sorti di una comunità più ampia di persone.

Numero degli eletti. In vista del medesimo obiettivo della riapertura delle istituzioni si può lavorare anche sulla riduzione del numero e dei privilegi degli eletti, introducendo più rigorose regole di incompatibilità e di ineleggibilità su cui siano chiamati a vigilare e giudicare soggetti terzi (rispetto alle Camere stesse). Occorrerebbe anche agire sui regolamenti parlamentari, vera e propria zona franca e talora grigia dell’ordinamento. Si deve valutare seriamente l’ipotesi di estendere su di essi il controllo della Corte costituzionale in ordine al rispetto della Costituzione e, insieme, di consentirne l’utilizzo quale parametro di giudizio della legittimità costituzionalità delle procedure parlamentari.

Sul tema della forma di governo, scartata come inaccettabile la semplificazione del cosiddetto Sindaco d’Italia — che in realtà è più sospensione della democrazia, che sua presa in carico —, si può razionalizzare e stabilizzare il Governo con meccanismi quali la sfiducia costruttiva, che non stravolgono l’impianto parlamentare della nostra Repubblica. Laddove si tratti di modificare la Costituzione, è però necessario, prima di ogni altro passaggio, riformare l’art. 138, impedendo che si possa procedere alla revisione costituzionale con la maggioranza assoluta, ma solo con quella dei 2/3 dei parlamentari. E ogni altra proposta di modifica deve comunque reggere al criterio discretivo fondamentale, quello di aprire lo spazio pubblico, non di rinserrarlo o di esaurirlo nella competizione tra élite o leader.

Democrazia non è solo elezione del capo. Personalmente riteniamo semplificante l’alternativa per cui la questione delle democrazie contemporanee sarebbe non più quella di rendere possibile una, ormai impensabile, partecipazione politica diretta, ma di garantire la selezione dei governanti. Chi ritiene riducibile la democrazia all’elezione del «capo» ignora che anche la selezione della classe politica diventa impossibile e vuota se non si realizza entro uno spazio pubblico di confronto vitale e indipendente, che è l’unico idoneo a formare nel popolo discernimento e criteri di giudizio. E questo spazio pubblico è anche vettore di una partecipazione popolare autentica, che non sia cioè limitata ai ruoli intermittenti di spettatore televisivo e di elettore, perché animata dalle formazioni sociali, luogo della formazione anche politica dell’individuo.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Per i sessant’anni della Costituzione, in “Aggiornamenti sociali”, 6/2008 pp. 415-419

2. UNA COSTITUZIONE VECCHIA?

marzo 10, 2016

PERSONALISMO E SUSSIDIARIETÀ CONTRO LE DEBOLEZZE UMANE

di Filippo Pizzolato*

Nata dalla catastrofe. È indubbio che la Costituzione rechi in sé ben visibile la traccia del periodo in cui è stata scritta. L’errore sta però nel trarre la semplicistica deduzione che, per ciò stesso, sarebbe un testo ingiallito e vecchio. Quello che superficialmente appare un elemento di debolezza, è in realtà la forza della Costituzione perché ne rinsalda le radici che affondano nella gravità di un periodo che, pur e proprio per tragicità, fu straordinario, naturaliter costituente e che dunque non può e non deve essere dimenticato. La Costituzione nasce dalla catastrofe della seconda guerra mondiale. Lo ha ricordato in modo lucido, con la credibilità di un testimone diretto, Giuseppe Dossetti, quando ha sostenuto che «nel 1946, certi eventi di proporzioni immani erano ancora troppo presenti alla coscienza esperienziale per non vincere, almeno in sensibile misura, sulle concezioni di parte e le esplicitazioni, anche quelle cruente, delle ideologie contrapposte»: insomma la guerra mondiale fu un evento in sé particolare, da cui scaturiva però «uno spirito universale e in certo modo transtemporale»1.

Debolezza umana. Da questi eventi, così come dallo sterminio razziale, si levò universale l’invocazione morale “mai più!” che è spirito costituente. Dinnanzi a quello spettacolo di morte, la scrittura delle regole non poteva che porre al centro la condizione umana, autenticamente universale, di debolezza. È questo osservatorio, del dolore e della fragilità, e non lo sguardo angusto del potere, che offre una guida saggia al Costituente. Non a caso, da quel tempo, particolare ma universale, trae spinta l’onu (1945) e prende avvio il cammino dell’integrazione europea, con la ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio, costituita nel 1951), perché nella creazione di questi mercati unici Francia e Germania, nemici in guerra, unitamente ad altri Paesi tra cui l’Italia, riponevano la speranza della costruzione di condizioni solide, perché fattuali, di una pace duratura.

Due canali. La nostra Costituzione è imbevuta di quello spirito costituente e lo cristallizza in norme e principi. La mediazione realizzata nell’Assemblea Costituente fa della Costituzione un testo profondamente e coerentemente ispirato, non un «baule» in cui ogni componente ideologica abbia riposto alla rinfusa il suo progetto e nemmeno un esercizio di contrattazione spartitoria. Qual è dunque questa ispirazione comune e coerente? La si può esprimere ricorrendo all’immagine dei «due canali», necessari per rendere la democrazia vitale e non arida: il primo — denominato «personalismo» — è quello che collega l’individuo all’altro da sé, per mezzo delle formazioni sociali; il secondo — denominato «sussidiarietà» — collega la società alle istituzioni politiche (alla Repubblica).

Il personalismo obietta radicalmente a ogni forma di totalitarismo che l’individuo non può essere asservito o strumentalizzato a nulla, perché ha una dignità incomprimibile e assoluta; all’individualismo obietta però che l’uomo conquista socialmente la sua identità, perché costruisce la sua personalità nella relazione con l’altro da sé («le formazioni sociali ove si svolge la sua personalità», come recita l’art. 2 Cost.). La libertà, l’uguaglianza (e l’autonomia) scaturiscono, per l’individuo, da una storia concreta di relazioni, che prende avvio, per la persona, da un’accoglienza ricevuta entro formazioni sociali le quali si prendono cura della sua strutturale debolezza e ne accompagnano lo svolgimento della personalità.

La libertà individuale, nell’ottica personalistica adottata dalla Costituzione, è chiamata pertanto a mantenere e anzi a promuovere quel contesto relazionale (sociale, economico, ambientale) orientato al bene comune da cui essa stessa è generata e resa possibile. Essa è inseparabile dalla responsabilità e dalla solidarietà, che l’art. 2 fa oggetto di dovere inderogabile: se infatti quella della fragilità è esperienza umana universale, la cura del debole è sic et simpliciter cura dell’uomo. Fuori da questo orizzonte di solidarietà, la libertà rischia di degenerare in privilegio o potere, perché indebolisce il tessuto sociale da cui pure essa è originata, anziché partecipare alla sua costruzione. Ben si comprende, nel quadro tracciato dai principi costituzionali, la scelta di porre il lavoro a fondamento della Repubblica (art. 1): non perché — come si dice non senza grossolanità — fosse necessario pagare un tributo ai comunisti in Assemblea Costituente, ma perché esso esprime l’archetipo di una libertà che si «gioca» e si realizza nella costruzione della città, che si dispiega nella solidarietà. Il primo canale serve dunque a fluidificare l’interazione delle sfere individuali di autonomia e libertà, destinate altrimenti ad elidersi o a sopraffarsi l’un l’altra, e ne garantisce un alveo accogliente e armonico.

Sussidiarietà. Il secondo canale (il principio di sussidiarietà) conduce la libertà, già mantenuta entro l’alveo solidaristico, a farsi istituzione, facendo assumere rilevanza pubblica alle formazioni sociali. Il sistema delle formazioni sociali, che è la trama del tessuto sociale, su cui solo può innestarsi l’ordito giuridico, svolge funzioni di interesse generale, che vanno riconosciute e incentivate senza assorbire nella sfera dell’autorità ciò che nella libertà, ancorché disciplinata, ha trovato soluzione. L’insegnamento giunge ancora dall’esperienza del totalitarismo, che è l’antitesi della sussidiarietà: esso persegue un disegno di distruzione del legame sociale e di disarticolazione dei gangli del tessuto relazionale per sostituirli secondo schemi artificiosi, dettati dall’autorità politica e funzionali al regime.

La «statizzazione» dei rapporti sociali comporta, oltre che un sacrificio di libertà, che la caduta di un regime politico trascina con sé anche l’organizzazione sociale (com’è stato drammaticamente asseverato dal crollo dell’ex urss), privata delle sue autonome risorse. È vitale che la società mantenga una sua autonomia (non separazione!), perché si costituisca un tessuto di rapporti sociali resistente agli strappi di regime. Ma è anche vitale che su questo corpo sociale si innesti il compito delle istituzioni politiche che è quello, da un lato, di correggere ripiegamenti corporativistici dei livelli sociali intermedi, riportandoli a una solidarietà più ampia, e, dall’altro, di iscrivere e ordinare i bisogni individuali in un progetto di convivenza che garantisca a tutti condizioni di dignità.

Compito della Repubblica è, come recita l’art. 3, comma 2, Cost., garantire quelle condizioni sociali, materiali e spirituali, che rendono possibile il pieno sviluppo della persona e la sua effettiva partecipazione alla vita sociale, politica ed economica. L’apparato istituzionale è sostegno del ruolo pubblico delle formazioni sociali — come ad esempio del ruolo educativo della famiglia, della funzione di tutela del sindacato, ecc. — e creazione di un luogo di composizione sintetica degli interessi parziali, secondo un progetto di convivenza. Perché esso funzioni, occorre però che questo luogo istituzionale non sia uno «stagno» chiuso e sbarrato al flusso vitale delle relazioni, ma che sia approdo della ricchezza dell’articolazione del corpo sociale. Il primato del Parlamento doveva essere il centro di questo luogo istituzionale, per il tramite dell’organizzazione dei partiti, che, in quanto «giano bifronte» — formazioni sociali ma già direttamente e strutturalmente coinvolte nello spazio pubblico — avrebbero dovuto essere vettori naturali delle istanze sociali entro lo spazio istituzionale. I partiti hanno la «cittadinanza» del sociale e delle istituzioni politiche e dunque sono un vettore essenziale per far dialogare i due sistemi.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Per i sessant’anni della Costituzione, in “Aggiornamenti sociali”, 6/2008 pp. 413-415

1 Dossetti G., «La Costituzione italiana. Il valore di un patrimonio», in Aggiornamenti Sociali, 6 (2006), 521.

1. COSTITUZIONE SOTTO PRESSIONE

marzo 9, 2016

INDIVIDUALISMO E BENESSERE HANNO APPANNATO I VALORI IDEALI DA CUI È NATA LA COSTITUZIONE

di Filippo Pizzolato*

Operazione di retroguardia? L’affaccendarsi confuso attorno alle riforme costituzionali, il succedersi di tentativi di modifiche, benché per lo più falliti, hanno dato corpo al mito di una Costituzione da riscrivere, perché inadatta a reggere l’età della globalizzazione, di Internet, ecc. Si versa pertanto in un continuo, strascicato, momento costituente, con ineluttabile, conseguente, banalizzazione della Costituzione. Vero è che nell’estate del 2006 un progetto di revisione integrale della seconda parte della Costituzione è stato bocciato dal corpo elettorale, ma, di fronte al continuo parlare di riforme e a una vena demistificatoria e revisionista che gioca a indebolire le residue fondamenta di senso (o «miti fondativi») — Resistenza, antifascismo, Costituzione — di una Repubblica sempre più liquida e sbriciolata, «tenere alta» la tensione risulta difficile. La difesa della Costituzione, nel tempo in cui il «riformismo» assurge a valore, è screditata come operazione di retroguardia.

Imbrigliare il potere. Quando il ritmo delle riforme tentate segue quello dell’alternarsi dei Governi, forte è il sospetto che si tratti di operazioni di potere alla cui logica congiunturale tutto, anche la Costituzione, si vorrebbe piegare. Ma la Costituzione è strumento creato per imbrigliare e orientare il potere. La difesa della Costituzione deve dunque essere responsabilità assunta in proprio dalla cultura e dalla società civile; affidarla al potere significa mettere la proverbiale faina a guardia del pollaio. Un errore altrettanto grave sarebbe quello di ritenere acquisite le conquiste che essa ha suggellato. Nessun principio, nemmeno quello che ci appare più elementare e scontato, sopravvive a lungo se non è incarnato e continuamente vivificato dalla testimonianza, più ancora che dalle parole, degli uomini di ogni tempo.

Angustia etica. E tuttavia il dibattito sociale e politico nel nostro Paese appare fortemente schiacciato sulla congiuntura e dunque inadeguato a sostenere il «respiro» dei valori costituzionali. Sicuramente lo è il sistema partitico il cui orizzonte, abbandonata la dimensione del progetto o dell’ideologia, è ristretto a quello della legislatura; ma lo sono anche i cittadini quando reagiscono visceralmente ai temi della politica e vi si collocano nella posizione, tipica del consumatore di beni voluttuari, dell’«io-qui-adesso». Questa angustia etica non si addice al cittadino della democrazia, per il quale è essenziale sentirsi parte di un «noi», e ancor meno al cittadino di una democrazia costituzionale, che è chiamato a sentirsi parte di una «storia» di quel «noi», a riconoscersi debitore di un «passato», a cui si deve, non solo idealmente, la libertà, e responsabile di un «futuro», a cui si deve garantire possibilità di vita degna.

Beni che dividono. Questo smarrimento di senso rischia perfino di ingenerare l’impressione rassegnata di essere di fronte a una decadenza, per così dire, «biologica» di civiltà. Certo è che questo tempo appare, per il diritto e ancor più per il diritto costituzionale, particolarmente difficile. Non solo perché il diritto è stato costruito, soprattutto a partire dal positivismo sette-ottocentesco, più sullo Stato — la cui forza appare declinante — che sulla società, ma anche per ragioni di tipo culturale. Non intendo su questi fattori dilungarmi, essendo processi largamente esplorati e noti. Voglio solo richiamare il diffuso individualismo, frutto forse del primato, nel sistema dei valori sociali, dell’economico, che rende l’accumulazione di ricchezza e di notorietà i misuratori infallibili della realizzazione individuale. Ricchezza e fama sono per natura beni che dividono, solleticano invidia ed egoismo sociale. Il tessuto di una comunità si lacera quando questi sentimenti dilagano. E certamente il diritto soffre perché la società è diventata più disgregata, avendo perso i collanti naturali. Anche quell’omogeneità veicolata in passato da fattori di carattere etnico, di nazionalità e lingua, ha ceduto il passo a una mescolanza, ricca e complessa, di popoli e culture. In questo contesto, trovare regole condivise appare operazione ardua, e tuttavia sempre necessaria, ed il diritto propone il suo volto meno amato, quello dell’imposizione, del potere.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Per i sessant’anni della Costituzione, in “Aggiornamenti sociali”, 6/2008 pp. 411-413