Archive for marzo 2015

COALIZIONE SOCIALE

marzo 16, 2015

L’INIZIATIVA SINDACALE POTREBBE ESSERE L’OCCASIONE PER MOBILITARE LE NUOVE CLASSI PENALIZZATE, SUPERANDO LOGICHE PARALIZZANTI

di Stefano Rodotà, La Repubblica, 15-3-2015, pag.26

Distacco dei cittadini. Entrata nell’uso, l’espressione “coalizione sociale” è stata ieri ufficializzata da Maurizio Landini. Come, e perchè, si cerca una nuova forma dell’azione politica collettiva? Negli ultimi tempi si è delineato un rapporto tra Stato e società, o piuttosto tra governo e società, segnato da un forte riduzionismo, dove l’unico soggetto sociale ritenuto interlocutore legittimo è l’impresa. Versione casereccia della ben nota affermazione di Margaret Thatcher secondo la quale la società non esiste, esistono solo gli individui. Individui atomizzati separati tra loro: ieri, considerati “carne da sondaggio”, oggi sbrigativamente ridotti a carne da tweet o da slide. Spingendo un po’ più in là questa analisi, non è arbitrario registrare un ritorno a quello che Massimo Severo Giannini, nella sua ricostruzione delle vicende storiche italiane, aveva definito uno “Stato monoclasse”, oggi dominato dalla dimensione economica e dalla riduzione del governo a “governance” [basata solo sugli interessi in gioco, ndr]. Stato e società si separano? Quale che sia la risposta, è nei fatti un distacco profondo dei cittadini da partiti e istituzioni, testimoniato dal crescere e consolidarsi dell’astensione elettorale.

Ma la società non scompare, né accetta la delegittimazione indotta dall’indirizzo politico del governo. Esprime pulsioni che ridisegnano il sistema dei partiti in senso populista o di democrazia plebiscitaria. Al tempo stesso, però, manifesta forme di organizzazione e di azione ben diverse, reagisce alla messa in opera di meccanismi di esclusione come quelli fondati sulla riduzione dei diritti e comincia così a colmare quel deficit di rappresentanza che investe la società nel suo insieme, e che viene aggravato dall’insieme delle riforme costituzionali e elettorali attualmente in discussione. Proprio la questione della rappresentanza ci avvicina al cuore del problema. Quando si dice che vi è una folla di cittadini che non è o non si sente rappresentata, in realtà si constata che dalla discussione pubblica e dalla decisione politica sono assenti non tanto interessi specifici, quanto piuttosto riferimenti forti a principi fondativi. Una ricognizione paziente in questa direzione porta ad individuare i nessi che legano i grandi principi costituzionali alla concretezza dei temi che sono davanti a noi: tutela dei diritti sociali, partecipazione, riconoscimento dei nuovi diritti civili, considerazione dei beni in relazione alla loro essenzialità per la soddisfazione di bisogni sociali e culturali, rafforzamento dei legami sociali attraverso la pratica della solidarietà, necessità di agire nella dimensione sovranazionale e internazionale in maniera coerente con queste indicazioni.

Sono principi e temi di sinistra? A quella storia certamente appartengono, e la rinnovata attenzione per la società finisce così con il fare corpo con la necessità di garantire non una qualsiasi sopravvivenza ad una astratta identità di sinistra, ma a quell’insieme di principi ormai sbiaditi o abbandonati nella pratica di governo non solo italiana. Ma, ci si chiede, esiste un’area a sinistra del Pd dove potrebbe insediarsi una nuova forza politica? Il limite di questa impostazione sta nel riportare ogni questione all’interno del funzionamento del sistema dei partiti, identificando politica e partito e banalizzando tutto intorno alla domanda se tizio o caio stia per fondare un nuovo partito. Proprio la possibilità di un’altra politica viene oggi descritta parlando di una coalizione sociale — espressione che può avere diversi significati, ma che oggi individua un progetto concreto di collaborazione organizzata di molti soggetti attivi nella società, legati ai principi appena ricordati. Si parla di Libera e della Fiom, di Emergency e dei Comitati per l’acqua pubblica e i beni comuni, di Libertà e Giustizia, delle reti degli studenti, dei gruppi attivi sul tema del reddito di cittadinanza e altri ancora.

Mettere in comune queste esperienze, senza pretese di unificazioni artificiali, significa creare una massa critica politicamente rilevante, con capacità di attrazione, o di confronto, anche verso altre iniziative sociali su un terreno distinto da quello dei partiti, prigionieri di logiche personalistiche e oligarchiche. E saremmo di fronte ad una discontinuità importante anche rispetto ai tentativi perdenti affidati ad improvvisate liste elettorali o a scimmiottature di esperienze straniere. La fretta, la subordinazione alle occasioni elettorali, costituiscono la vera insidia sulla via della costruzione della coalizione sociale. Una riunione dei diversi soggetti prima ricordati, e non solo, dovrebbe definire le modalità di lavoro comune e i temi sui quali impegnarsi con azioni concrete, sorrette da un rinnovamento culturale. Solo dopo questo diverso radicamento sociale, culturale e politico verrebbe legittimamente il tempo di una discussione generale sulla rappresentanza e, se così si vuole chiamarla, sulla leadership.

Discontinuità. Ma si dice che una vera coalizione sociale può nascere solo da una mobilitazione che crei un soggetto storico del cambiamento che abbia lo stesso ruolo che borghesia e classe operaia hanno avuto nella modernità. Si guarda allora alle nuove classi “esplosive” dei precari, migranti, occupanti, indignati, lavoro dipendente, ceto medio impoverito. Riferimenti significativi, ma che ancora non indicano la via verso un nuovo soggetto storico e, comunque, non possono destituire di significato altre forme di coalizione sociale. Altri, invece, partono dall’attualità più stringente e spostano l’attenzione dalla coalizione sociale alla creazione di un soggetto unico della sinistra. Questione non nuova, con la quale si sono cimentati tanti spezzoni della sinistra con esiti finora insignificanti. L’ostacolo sta nel fatto che i diversi gruppi sono prigionieri di logiche paralizzanti: la sopravvivenza, ad esempio per Rifondazione comunista; l’appartenenza, per Sel e la variegata galassia delle minoranze del Pd. Una situazione che si trascina da tempo, che non può pretendere il monopolio delle iniziative a sinistra e che, anzi, potrebbe avvantaggiarsi da una discontinuità che obbligherebbe ad abbandonare gli schemi attuali. La coalizione sociale può essere proprio questo. Un risveglio, un benefico ritorno di una politica forte e organizzata.

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PAESAGGIO INDONESIANO

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POLITICA NON È “VINCERE”

marzo 9, 2015

UNA CONCEZIONE MILITARESCA ALL’ORIGINE DELLA DEGENERAZIONE DELLA DEMOCRAZIA. QUESTA RICHIEDE UGUAGLIANZA E SERVIZIO

di Enrico Peyretti

Vinti non legati. Sabato 21 febbraio 2015, nel grande incontro dell’Anpi su riforme e questione democratica, Gustavo Zagrebelsky ha detto en passant una cosa di grande importanza. Si vuole una legge elettorale che la sera del voto faccia capire subito “chi ha vinto”. Si è soffermato un momento sullo stridore di quel verbo. Ha perfettamente ragione. La concorrenza democratica per l’incarico di governare non va pensata come “vittoria” in una guerra. Tutta la degenerazione della democrazia nasce lì. Dove c’è un vincitore c’è un vinto, cioè guerra e non politica, non “polis” comune. “Vincere” viene da vincolare, legare, impedire, come si fa ai prigionieri di guerra (se non sono soppressi). Chi non ha la maggioranza dei voti non deve essere legato. La migliore scelta pratica viene dal confronto aperto di tutte le ragioni. Salvo credere di avere tutta la ragione.

Non onore ma onere. Chi si candida si offre per un “in-carico”, un peso, un rischio, un onere, ben più che un onore. Nel vecchio libro La politica è pace, immaginavo una “Fantastica intervista” (p. 66 e ss.) che ragionava in questo modo. Chi accetta l’in-carico si mette al di sotto del popolo, come un servitore che porta i pesi, come Gesù quando lavò i piedi ai suoi amici che non capivano. Anche loro gareggiavano per comandare, e Gesù prese come esempio negativo ciò che accade nei regni, per dire che tra loro doveva essere il contrario (Luca 22, 26). La democrazia è composta da tutte le idee, ma questo spunto “politico” del vangelo, molto sano, laico, pacifico, liberante, può essere compreso e assunto anche da chi non è discepolo di Gesù. L’onore entra in politica solo col significato dell’art. 54 della Costituzione [secondo comma: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore…”], assai meglio che nel titolo retorico usato per i deputati. Se vai in politica con l’animo del vincitore sei già fuori strada. Governare non è comandare, come un sergente nel cortile della caserma. Il comando – Renzi ha parlato ai carabinieri di “solitudine del comando” – non è una “virtù” (come dicono i militari), ma una sconfitta di tutti, che arriva quando un rapporto degenera, sia in politica, sia in famiglia; quando invece che insieme si vive uno sopra l’altro, che è il contrario della democrazia.

Dall’idea bellicosa di vittoria nasce l’atteggiamento pratico, irriflesso, ma estremamente rivelatore, del governare “indisturbati” da intralci come le differenze ideali, le procedure parlamentari, le regole, le proposte alternative, l’unità essenziale di una società. Certo, anche chi fa da argine al potere di governo, deve essere argine e non barriera, se non quando vede violenza del potere. Ma è proprio il potere più forte, quello incaricato di guidare la barca, che deve essere limitato, perché ogni potere tende a sconfinare, ad abusare (Montesquieu), perciò il necessario equilibrio e reciproca limitazione dei poteri. L’umanità ha impiegato millenni per scoprire questa regoletta d’oro. Nessuna urgenza, o presunzione, permette di eclissarla.

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