Archive for giugno 2014

GLI EFFETTI COLLATERALI DELLA CORRUZIONE

giugno 14, 2014

PERDERE LA FIDUCIA DEGLI ALTRI È UN DANNO DI SISTEMA ANCHE PER I PRIVATI. DA CONSIDERARE SFIDA ALL’ORDINE COSTITUITO, CHE RICHIEDE SINERGIA DI INTERVENTI

di Nadia Urbinati, La Repubblica 12-6-2014, pag. 34 sez. Commenti

Truccata la competizione. La corruzione rende più poveri e meno liberi, e mina gravemente la reputazione del paese. Queste conseguenze collaterali tendono a essere oscurate dal fatto criminoso del quale danno conto quotidiano le cronache. Eppure, la ricaduta della corruzione sulla vita di tutti noi è un fattore sociale sul quale occorre concentrarsi con più insistenza se si vuole andare oltre la requisitoria morale. La corruzione danneggia tutti ed è nel nostro interesse prevenirla, svelarla e combatterla. L’esito di un sistema di corruzione non è infatti solo l’abuso di risorse pubbliche che potrebbero essere impiegate per il bene della comunità. È anche un’oggettiva condizione di privilegio e di dominio di cui gode chi usa metodi illeciti. I corruttori truccano la libera competizione creando reti di lealtà omertosa per la spartizione di commesse pubbliche. I politici se ne servono per finanziare la loro campagna elettorale e accaparrarsi e distribuire favori. Affaristi e avventurieri politici creano un potere sovrano sotterraneo che governa un mercato protetto, un monopolio vero e proprio. Gli effetti sono molteplici e vanno dalla lentezza nella realizzazione dei progetti, alla pessima qualità del prodotto, alla lievitazione dei costi. Tutto a svantaggio di chi opera alla luce del sole e dei contribuenti. Privato e pubblico hanno per questo un uguale interesse a scardinare il sistema di corruzione.

Reputazione del paese. La corruzione fa altro ancora. Come ha ricordato il Presidente del Consiglio alla Repubblica delle idee di Napoli, compromette la reputazione del nostro paese nel mondo. La reputazione è un bene simbolico che facilita l’acquisto di beni concreti. Il sistema di scambio fondato sul mercato si regge infatti su una sinergia di buone regole (diritti civili e stabilità politica) e di norme etiche che sono linee guida comportamentali. L’apertura che la competizione e i mercati facilitano implica per gli operatori dover contare su mappe di orientamento certe. Questa è la funzione delle idee generali e di quel che comunemente si chiama pregiudizio: uno schema di valutazione abbreviato, un concentrato di conoscenze che serve a dirci subito chi è il nostro interlocutore, cosa aspettarci e come comportarci. Se la fiducia è un serbatoio di energia che ci consente di accollarci il rischio di scelte, la reputazione è come un certificato di garanzia che ci fa credere di aver riposto bene la nostra fiducia. Perdere la reputazione presso gli altri è quindi un danno enorme alla nostra efficienza perché toglie forza alla fiducia. E se le nostre azioni non incontrano la fiducia altrui, dobbiamo spendere più tempo ed energia per cambiare quel giudizio che ci danneggia. Per convincere gli altri che siamo italiani ma non per questo corrotti dobbiamo fare un lavoro suppletivo. Quindi il danno all’immagine del paese è un danno a ciascuno di noi, che siamo meno potenti e meno liberi non per nostra individuale responsabilità.

Sinergia di interventi. La diseguaglianza delle opportunità che la segretezza della corruzione genera e il danno alla reputazione sono due conseguenze gravi, non correggibili con il solo buon comportamento del singolo. Come la corruzione deve farsi sistema per essere efficace così anche il comportamento anti-corrotto. Per infondere la certezza che l’onestà sia conveniente lo Stato deve mettere in moto una sinergia di interventi. Infatti, l’impatto sulla corruzione dipende da quanto efficacemente e celermente i governi fanno funzionare le istituzioni di controllo e trasparenza nelle politiche fiscali e nelle relazioni tra politico e privato. Più questo processo riesce, più la corruzione si fa costosa e l’onestà vantaggiosa. Gli Stati democratici hanno interventi diversificati, dalla repressione post factum alla disincentivazione ex ante. Quest’ultima può includere anche l’esclusione del corrotto accertato dal godimento della piena libertà politica: ai corruttori e ai corrotti si deve precludere non solo il diritto di accesso ai pubblici uffici e alle gare di appalto, ma anche la possibilità di candidarsi alle carriere elettive e di prestare consulenza per la pubblica amministrazione. Proprio perché la corruzione è un reato che macchia la nostra reputazione e ci toglie l’eguaglianza di opportunità, lo Stato ha il dovere di metterla fuori legge e di trattarla come una sfida diretta all’ordine costituito.

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IL PESO DEGLI ANTIEUROPEISTI

giugno 1, 2014

L’AUSTERITÀ HA ACCENTUATO UNA POLARIZZAZIONE TRA PROGETTO LIBERAL-DEMOCRATICO E NAZIONAL-POPULISTA, TRA POLITICA DEI DIRITTI E POLITICA IDENTITARIA

di Nadia Urbinati La repubblica 30 maggio 2014, pagg. 1 e 33

L’ideologia nazionalista ha convinto molti a votare per partiti anti-europeisti. È stata la vincitrice, effettiva o simbolica, di queste elezioni. In Italia, il M5S, che non aveva pilotato le critiche alla Ue verso il nazionalismo, dopo l’esito deludente ha deciso di sterzare a destra. Tradendo molti elettori di sinistra che si erano affidati a (e fidati di) Grillo. La vittoria delle destre anti-europeiste anche in paesi importanti come la Francia e l’Inghilterra non è senza ragioni. È stata progressivamente alimentata nel corso di questi anni di crisi dalla caparbia politica dell’austerità che mentre non ha risollevato l’economia ha arrecato grande sofferenza a molti cittadini europei, favorendo la crescita non dei posti di lavoro ma della diseguaglianza, tradendo i principi dell’equità e della giustizia sociale.

Detonatore retorico. La campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo ha fatto da miccia e i partiti nazionalisti hanno innescato il detonatore retorico, attingendo al repertorio più trito della destra estrema, a partire dall’ideologia razzista contro gli immigrati fino all’identificazione dell’oligarchia finanziaria con il complotto ebraico contro l’Europa cristiana. Vecchia retorica delle destre populiste in un nuovo contesto, quello sovranazionale. Il partito del “No Europe” ha un peso che non può essere ignorato e rappresenta un pericolo che non deve essere sottovalutato. Demonizzarlo, però, non serve. Ciò di cui c’è invece bisogno è una coraggiosa ricognizione critica dell’ideologia delle destre e delle responsabilità che pesano su un’Unione Europea che ha delegato a poteri non politici la propria politica comunitaria.

Contro gli altri. Le destre nazionaliste non dismettono il linguaggio dei diritti, ma lo reinterpretano in modi che sono, purtroppo, accattivanti soprattutto per chi più subisce gli effetti della crisi: i diritti degli eguali, dei connazionali, contro gli altri. Dove gli altri sono, di volta in volta, i cittadini degli altri paesi europei o gli immigrati extra-comunitari, ma anche le minoranze interne ai rispettivi paesi, come i musulmani o gli ebrei. Diritti come possesso privilegiato degli uguali: è questa filosofia identitaria che mette a rischio il progetto europeo, nato per consentire alla politica di oltrepassare gli steccati degli stati-nazione e diventare progetto continentale di giustizia nel rispetto delle differenze. Sul piano della rappresentazione di sé ai suoi cittadini e al mondo, l’Europa si è proposta come un faro per i “diritti umani inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto”, come recita il Preambolo del Trattato di Lisbona. Questa è l’Europa contro la quale le destre si mobilitano.

Diritti o identità. Oggi la frontiera della politica è dunque rappresentata dall’Europa stessa. Europeismo e anti-europeismo sono i due grandi schieramenti usciti dalle elezioni del 25 maggio, una dicotomia tra un progetto liberal-democratico da un lato e un progetto nazional-populista dall’altro, con due modi di intendere la giustizia sociale: per mezzo dei diritti ovvero con attenzione all’universalità di chi contribuisce al bene generale in un caso, come privilegio che spetta solo a chi fa parte della stessa famiglia nazionale in un altro. Politica dei diritti e politica identitaria sono la rappresentazione di due modelli di Europa che si scontrano oggi, dentro i confini degli stati-membri e a livello comunitario. L’Europa che esce dalle urne assomiglia a un campo di battaglia tra due visioni di cittadinanza e di giustizia a dimostrazione di quanto arduo sia tenere insieme sul nostro continente democrazia e declino del benessere. Soprattutto quando e se, come nell’Europa di oggi, il comando della decisione a livello dell’Unione è affidato per metà a una burocrazia invisibile e per l’altra metà alla pratica dei trattati intergovernativi tra governi nazionali. La politica comunitaria è la vera sconfitta. Su queste basi si sono costruiti i successi dei partiti anti-europeisti.

Europa più coraggiosa. Certo, la burocrazia ha avuto una funzione stabilizzatrice nel corso degli anni di costruzione dell’Unione, contribuendo a migliorare la vita di persone e comunità regionali, introducendo inoltre criteri di monitoraggio e di controllo che si sono rivelati capaci di estendere la pratica dei diritti civili. Ma questa ossatura di regole da sola non basta; anzi è diventata parte del problema perché non ha argomenti per rispondere alla giusta critica di deficit democratico. Spetta agli europeisti la responsabilità di non lasciare che siano gli anti-europeisti a prendere in mano la bandiera della legittimità democratica del governo dell’Unione. Non è di meno Europa che c’è bisogno, ma di un’Europa politica più coraggiosa, più convinta della necessità di mantenere fede alle promesse sottoscritte a partire dal Trattato di Roma del 1957.

2014-04-25 13.13.49