Archive for aprile 2014

PACE E RESISTENZA

aprile 27, 2014

UNA DIFESA CIVILE SENZA ARMAMENTI”

di Giampaolo Cadalanu, in “la Repubblica” del 26 aprile 2014, pag.9.

Nonviolenza creativa. Niente cerimonie nazionaliste, o tanto meno riti militaristi: «La Resistenza non si lascia imbalsamare», ride Lidia Menapace, staffetta partigiana e oggi novantenne lucidissima. «Possono coincidere la lotta contro i nazifascisti e gli ideali non violenti? Guardi, io non ho mai voluto armi, non ho nemmeno imparato ad usarle. Ma portavo addosso il plastico, per far saltare i ponti e fermare le truppe naziste. Perché la violenza è monotona, la non violenza è creativa e sorprendente».

Decidere tra vita e non vita. All’Arena di Verona lo striscione più grande lo dichiara dal primo momento: la Resistenza oggi è questa, si chiama campagna per la pace. E dietro le bandiere arcobaleno e gli slogan contro i cacciabombardieri non c’è più solo il popolo dei movimenti, variopinto e scoordinato. C’è una fetta d’Italia che sta unificando le diverse voglie di partecipazione democratica su progetti concreti: e il primo è il “no” alle spese militari. «Non siamo più negli anni della Guerra fredda. Il nostro paese è impoverito e provato: deve fare scelte responsabili. Scegliere fra investire nel lavoro o in armamenti vuol dire decidere tra vita o non vita. Ma anche noi siamo cambiati. E’ vero, ci sono i colori degli anni ‘70, ma non ci sono ideologie soffocanti, affrontiamo le sfide con senso concreto. Non portiamo solo testimonianza, ma anche proposte: è un salto culturale enorme», sintetizza Gianni Bottalico, presidente delle Acli.

Pretesti. Che il filo spinato dell’ideologia sia stato tagliato, lo testimoniano anche i messaggi, quello accorato di Gino Strada dal Sudan e quelli affettuosi della Santa Sede, di monsignor Capovilla che riprende la benedizione papale e «l’esortazione a far camminare la speranza ». E quello di Pietro Parolin, cardinale segretario di Stato, che riprende le parole nettissime pronunciate dal pontefice: «Finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità».

Prepotenza. Sono quelle armi che difendono la prepotenza di un quinto dell’umanità davanti alle richieste degli altri, ricorda padre Alex Zanotelli, evocando Martin Luther King: «O scegliamo la non violenza, o è la non esistenza». Sono quelle armi che si comprano sempre con procedure opache, aggiunge Maurizio Simoncelli, dell’archivio Disarmo: «Secondo Transparency International, per gli armamenti mediamente si pagano tangenti del 20 per cento». Possono essere armi concrete, come gli F-35, protagonisti in negativo su mille striscioni, esorcizzati dalla campagna pacifista con un volo di diecimila piccoli aerei di carta colorata sull’Arena. O possono essere le armi dell’economia, che privano le persone della dignità di vivere, come ricorda don Luigi Ciotti.

Difesa civile. I mille rivoli dell’Italia che non vuole gli strumenti di guerra sono pronti a confluire «in un’inondazione di firme», esulta Francesco Vignarca, coordinatore della campagna “Tagliamo le ali alle armi”: «Vogliamo un disegno di legge di iniziativa popolare per istituire un Dipartimento di Difesa civile». Zanotelli sogna un ministero della Difesa disarmata, con soldati di pace che facciano interposizione per il dialogo fra i popoli in conflitto. Ma il segnale di unità che viene da Verona è già un messaggio politico molto reale: «Le autorità ci hanno chiesto di verificare gli ingressi all’Arena, per motivi di sicurezza. Sono arrivate tredicimila persone, sotto il sole, in un momento in cui l’Italia non vede coinvolgimenti in guerre vicine», aggiunge Vignarca: «Siamo una forza stabile, concreta. Non ci possono più ignorare».

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QUESTIONE DEMOCRATICA

aprile 19, 2014

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA

COMITATO NAZIONALE

LE RIFORME, LE ESIGENZE DELLA RAPPRESENTANZA, IL RISPETTO DELLA COERENZA COSTITUZIONALE: UNA “QUESTIONE DEMOCRATICA”

Il Comitato nazionale dell’ANPI rileva che:

– l’indirizzo che si sta assumendo nella politica governativa in tema di riforme e di politica istituzionale non appare corrispondente a quella che dovrebbe essere la normalità democratica;

– si sta privilegiando il tema della governabilità (pur rilevante) rispetto a quello della rappresentanza (che è di fondamentale e imprescindibile importanza)

– si continua nel cammino – anomalo – già intrapreso da tempo, per cui è il Governo che assume l’iniziativa in tema di riforme costituzionali e pretende di dettare indirizzi e tempi al Parlamento;

– un rinnovamento della politica e delle istituzioni è essenziale per il nostro Paese, come già rilevato nel documento dell’ANPI del 12 marzo 2014;

– sono certamente necessari aggiustamenti anche del sistema parlamentare, così come definito dalla Costituzione, rispettando peraltro non solo la linea fondamentale perseguita dal legislatore costituente, ma anche le esigenze di centralità del Parlamento, della rappresentanza dei cittadini, del controllo sull’attività dell’Esecutivo, delle aziende e degli enti pubblici, in ogni loro forma e manifestazione;

– in questo contesto, è giusto superare innanzitutto il cosiddetto bicameralismo “perfetto”, fondato su un identico lavoro delle due Camere e quindi, alla lunga, foriero anche di lungaggini e difficoltà del procedimento legislativo; ma occorre farlo mantenendo appieno la sovranità popolare, così come espressa fin dall’art. 1 della Costituzione e garantendo una rappresentanza vera ed effettiva dei cittadini, nelle forme più dirette;

– il Senato, dunque, non va “abolito”, così come non va eliminata l’elezione da parte dei cittadini della parte maggiore dei suoi componenti; possono essere individuate anche forme di rappresentanza di altri interessi, nel Senato, come quelli delle autonomie locali, della cultura, dei saperi, della scienza; ma in forme tali da non alterare il delicato equilibrio delle funzioni e della rappresentanza;

– la maggior parte dell’attività legislativa può ben essere assegnata alla Camera, così come il voto di fiducia al Governo; ma individuando nel contempo forme di partecipazione e tipi di intervento da parte del Senato, così come previsto in molti dei modelli già esistenti in altri Paesi;

– in nessun modo il Senato può essere escluso da alcune leggi di carattere istituzionale, nonché dalla partecipazione alla formazione del bilancio, che è lo strumento fondamentale e politico dell’azione istituzionale e dei suoi indirizzi anche con riferimento alle attività di Autonomia e Regioni;

– tutto questo può essere realizzato agevolmente, anche con una consistente riduzione di spese, non solo unificando la gran parte dei servizi delle due Camere, ma anche riducendo il numero dei parlamentari, sia della Camera che del Senato, vista l’opportunità offerta dalla differenziazione delle funzioni;

– bisogna anche dire che concentrare tutti i poteri su una sola Camera, per di più composta anche col premio di maggioranza, lasciando altri compiti minori ad un organismo non elettivo, con una composizione spuria e fortemente discutibile ed obiettivi e funzioni altrettanto oscure, non appare rispondente affatto al disegno costituzionale, dotato di una sua intima coerenza proprio perché fatto di poteri e contropoteri e di equilibri estremamente delicati; un disegno che in qualche aspetto può – e deve – essere aggiornato, ma non fino al punto di stravolgere quello originario.

Queste sembrano, all’ANPI, le linee fondamentali di un cambiamento democratico delle istituzioni, che esalti il ruolo del Parlamento, rafforzi la rappresentanza dei cittadini in tutte le sue espressioni, ed assegni ad ognuna di esse il ruolo che le compete secondo gli orientamenti generali della Carta Costituzionale e le esigenze della democrazia, da perseguire con economicità di spesa ed efficienza dei risultati.

Appare, altresì, pacifico che deve essere riformato il titolo V della Costituzione, procedendo ad una più razionale ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, che elimini ragioni di conflitto e consenta agli organi centrali dello Stato di esprimere una legislazione di pieno indirizzo su materie fondamentali per tutto il territorio; definisca compiutamente e definitivamente il ruolo delle Regioni, a loro volta bisognose di riforme sulla base dell’esperienza realizzata dal 1970 ad oggi, che spesso le ha viste diventare altri organismi di centralizzazione dei poteri e le riconduca a funzioni di indirizzo e controllo e non di gestione; nonché precisi in modo conclusivo tutta la materia delle Province e degli enti intermedi, finora risolta con provvedimenti parziali che non sembrano corrispondere ad esigenze di effettiva razionalità e di contenimento delle spese.

Tutto questo richiederà tempi più adeguati, escluderà la fretta, rispondente, piuttosto che ad esigenze razionali, ad altro tipo di logiche; ma dovrà essere affrontato senza tergiversazioni e senza inopinati stravolgimenti dei metodi e degli stessi contenuti. Se è giusto porre rimedio ad alcune incongruenze strutturali rivelate dall’esperienza, l’obiettivo deve essere quello di farlo con saggezza e ponderazione, ed anche con le competenze necessarie, sempre preferibili alla improvvisazione ed all’incoerenza di una fretta dettata da ragioni molto lontane dal rispetto con cui si devono affrontare serie riforme costituzionali.

Ci sono, sul tappeto, diverse proposte; altre sono fornite dall’esperienza giuridica e politica di altri Paesi; le si esamini senza pregiudizi e insofferenze ed ascoltando pareri e proposte che possono contribuire al miglior esito delle riforme.

E si approfitti dell’occasione per un ripensamento della legge elettorale, che così come approvata da un ramo del Parlamento, non risponde alle esigenze di una vera rappresentanza e di democrazia e soprattutto contraddice, oltre alle attese di gran parte dei cittadini, le stesse indicazioni della Corte Costituzionale.

Infine, l’occasione non appare idonea per raccogliere l’antica esigenza, manifestata da altri Governi e sempre respinta, di un rafforzamento dell’esecutivo e del suo Presidente, che vada a scapito della funzione e del ruolo del Parlamento, al quale il Governo può indicare priorità, come è suo diritto, ma non imporre scadenze e calendari privilegiati rispetto a qualunque autonoma iniziativa del Parlamento.

Su tutti questi temi, l’ANPI è pronta a discutere e confrontarsi, ma prima di ogni altra cosa, intende informare i cittadini, perché sappiano qual è la reale posta in gioco e capiscano che questa Associazione, che si rifà a valori fondamentali e in essi trova la sua forza e la sua autorevolezza, intende esercitare non solo la sua funzione critica, ma anche la sua capacità propositiva, nel rispetto assoluto del suo ruolo e della sua autonomia.

Quando si tratta di difendere valori che si richiamano alla Costituzione ed alla democrazia, oltreché ai diritti di fondo in cui si esprime la sovranità popolare, l’ANPI non può che essere in campo, non per conservare, ma per innovare, restando però sempre ancorata ai valori ed ai princìpi della Costituzione.

Questa non è l’ora della obbedienza ai diktat, ma è quella della mobilitazione, a cui chiamiamo tutti i cittadini, per fare ciò che occorre con la dovuta ponderazione e col rispetto e la salvaguardia degli interessi fondamentali dei cittadini, che certo aspirano ad un rinnovamento, ma in un contesto equilibrato e democratico, corrispondente alle linee coerenti e chiaramente definite dalla Costituzione repubblicana.

Roma, 9 aprile 2014IMG_8160

L’IRRESISTIBILE ATTRAZIONE DEL VECCHIO

aprile 14, 2014

QUALE SENATO A PALAZZO MADAMA. RIFORME DEL SECOLO: MA DI QUALE SECOLO?

di RANIERO LA VALLE

Professoroni e professorini. Nella nuova modalità della politica fatta a passo di corsa, e forse proprio perché non ci si può stare troppo a pensare, c’è il rischio di trasformare la discussione sui fatti in una discussione sulle parole. Per esempio le parole “svolta autoritaria”, usate dai critici delle riforme, possono essere ammesse per descrivere il fatto che mezzo Parlamento è abolito, e l’altro mezzo è eletto a suffragio ristretto, sicché quasi mezzo Paese, per trucchi, premi e sbarramenti, non può avervi rappresentanza? No, sostiene il giovane governo, non sono cose da dirsi, e le respinge al mittente con l’argomento di non aver giurato sulla Costituzione dei professoroni, anche se ha giurato sulla Costituzione fatta dai professorini. Lasciamo stare dunque le parole, e stiamo ai fatti. I fatti sono le innovazioni istituzionali, intraprese con vitale ardore. Si direbbe: per andare avanti. E tutti plaudono per questo. Ma è con grande stupore che si vede come queste riforme giovanili sono tutte vecchie, si gloriano di essere quelle stesse riforme già proposte trent’anni fa e finora abortite, e quando non hanno precedenti così prossimi affondano le loro radici ancora più lontano nel tempo.

Parlamento servizievole. Si prenda ad esempio la proposta di rafforzare i poteri del primo ministro, di rendere la Camera più servizievole rispetto alle esigenze operative del governo. Ma questa è una cosa che si sta facendo da Craxi in poi, che ha perseguito per vent’anni Berlusconi, che si è attuata attraverso drastiche forzature dei regolamenti parlamentari, fino ai tempi contingentati, ai dibattiti con ghigliottina, ai calendari parlamentari che sembrano un orario ferroviario, con la data e l’ora precisa fissata per l’entrata e l’uscita delle leggi. Il problema sarebbe invece quello di inventare nuove procedure non autoritarie di cooperazione tra Camera e governo, in cui la fiducia non sia posta per stroncare il Parlamento, ma per renderne più rigoroso e sobrio l’apporto a vantaggio della legislazione e dell’esecutivo.

Legge elettorale vecchia di 90 anni. Qui il ritorno è al 1924, alla legge Acerbo che dava i due terzi dei seggi (furono 355) al listone fascista vincente. Però quella legge non sbarrava la porta alle altre forze politiche della tradizione italiana e furono dodici i partiti non fascisti che giunsero in Parlamento. C’erano anche Gramsci, Matteotti, De Gasperi. Per questo il fascismo, avendone i numeri, dovette fare il regime. Il problema oggi sarebbe non di peggiorare la legge Acerbo, offrendo la vittoria alla destra e lasciando entrare alla Camera solo uno o due partiti oltre di essa, come fa l’ “Italicum”, ma di riequilibrare, come ha chiesto la Corte costituzionale, rappresentanza e governabilità, evitando di fare della Camera la città proibita da cui gli scarti sono esclusi.

Decreto sul lavoro. Qui il ritorno è al 1891, alla situazione descritta dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII, quando si diceva che “la quantità del salario la determina il libero consenso delle parti: sicché il padrone – si scandalizzava il papa – pagata la mercede, ha fatto la sua parte, né sembra debitore d’altro”; e quando – soggiungeva l’enciclica – accadeva che gli operai, privi di ogni tutela associativa, “rimanessero soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza”. Oggi almeno per trentasei mesi i lavoratori assunti con contratti a termine senza altri obblighi da parte dei padroni sono appunto in questa condizione, e questa sarebbe la riforma, quando invece la novità sarebbe stata di avviare un processo per cui il lavoro, come vorrebbe il costituzionalismo e come chiede la Chiesa, non fosse abbandonato come una merce al libero gioco della domanda e dell’offerta, ma gli fosse data effettività come diritto.

Questione del Senato. Qui il tripudio è maggiore perché sembra che da alcuni decenni gli italiani non anelassero ad altro che alla sua soppressione. Tuttavia con la proposta del Senato delle Autonomie l’irresistibile attrazione del passato sembra spingere ancora più indietro, fino alla situazione descritta nel “Gattopardo” quando nel 1860 il nobile cavaliere piemontese Aimone Chevalley di Monterzuolo scese fino a Donnafugata per chiedere al principe di Salina di andare a sedere nel Senato come notabile siciliano “prescelto dalla saggezza del Sovrano”, per rappresentare il vecchio regno nel nuovo, in modo che tutto cambiando, tutto restasse immutato. Si dovrebbe invece rovesciare lo sguardo. Se il vero Senato deve essere sacrificato, allora invece di un Senato di ex province, di campanili, di regioni e di notabili di nomina quirinalizia, una grande riforma sarebbe quella che desse vita a un Senato dei popoli, che proiettasse l’Italia oltre la dimensione nazionale ed europea, e la facesse promotrice di una Costituzione mondiale tesa a realizzare “un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”. Questo è un obbligo costituzionale derivante alla Repubblica dall’art. 11 della Carta; e quest’obbligo, benché abbia ispirato e suscitato straordinarie iniziative ed esperienze dal basso, sia di movimenti popolari che di Enti locali, non ha ancora trovato un organo istituzionale che lo assuma e lo onori.

Un Senato dei popoli, non dei campanili. Mentre c’è una globalizzazione che attende la sua idea fondatrice, una comunità umana che deve assumere la responsabilità della conservazione e della sostenibile evoluzione del mondo, un’organizzazione delle Nazioni Unite che deve ritrovare il suo spirito e la sua spinta propulsiva originaria, a Roma potrebbe insediarsi un Senato dei popoli per redigere e proporre una Carta dell’epoca nuova. Esso potrebbe essere formato da due rappresentanti, una donna e un uomo, di ciascuno dei 193 Stati membri dell’ONU, dei due Stati non membri, Santa Sede e Palestina, e da alcuni rappresentanti della Conferenza delle Nazioni senza Stato d’Europa (CONSEU) e dell’Organizzazione delle Nazioni e dei Popoli non rappresentati (UNPO). Almeno all’inizio, molti di questi rappresentanti potrebbero essere gli stessi diplomatici di questi Paesi e popoli già accreditati a Roma. L’Italia, oltre ai suoi due rappresentanti, potrebbe fornire al Senato dei popoli un collegio di giuristi e altre persone di esperienza per un supporto culturale politico e di ricerca ai lavori dell’assemblea. Se veramente si vuole il nuovo, se non si vuole essere “vecchi, vecchissimi”, come diceva di sé e dei suoi siciliani il principe di Salina all’inviato piemontese, non si deve riciclare il vecchio ma rispondere con nuove istituzioni e idee a esigenze e a speranze nuove.

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