Archive for marzo 2014

APPELLO CONTRO LA RIFORMA DEL SENATO

marzo 30, 2014

RENZI VUOLE STRAVOLGERE LA COSTITUZIONE

“Un Parlamento delegittimato dalla Consulta non può stravolgere la carta”. Giuristi e costituzionalisti sottoscrivono il testo diffuso da Libertà e Giustizia contro l’abolizione di Palazzo Madama e la revisione del Titolo V. Alessandro Pace: “Il bicameralismo ci ha salvato tante volte”

 

di Luca De Carolis Il Fatto Quotidiano del 28 marzo 2014

Poteri padronali. Dietro la riforma che è la bandiera del fu rottamatore “c’è il progetto di stravolgere la Costituzione”, da parte di “un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale”. Con l’obiettivo di dare al presidente del Consiglio “poteri padronali”, per una “svolta autoritaria” che è un vecchio sogno di Silvio Berlusconi. Libertà e Giustizia lancia un appello contro la “grande riforma” su cui Renzi punta quasi tutto, imperniata sull’abolizione del Senato e sulla revisione del Titolo V (Regioni, Province e Comuni). “Se non va a casa il Senato vado a casa io” rilancia il premier, come un pokerista. Ma nel suo progetto si annidano pesanti rischi per la Costituzione. Così avverte il testo diffuso da Libertà e Giustizia, sottoscritto subito da costituzionalisti e intellettuali. Molti si erano già mobilitati contro il ddl costituzionale 813 del governo Letta: quello che voleva stravolgere l’articolo 138, la valvola di sicurezza della Carta, così da spalancare le porte al semipresidenzialismo. Il testo si inabissò a un passo dall’approvazione, perché il Berlusconi appena decaduto fece mancare i numeri. “La maggioranza che voleva stravolgere il 138 è la stessa che punta al monocameralismo” ricorda Alessandro Pace, professore emerito di diritto costituzionale, e uno dei firmatari dell’appello.

Parlamento delegittimato. Spiega: “Questo è un parlamento chiaramente delegittimato dalla sentenza della Consulta che ha cancellato il Porcellum. Doveva fare in fretta una nuova legge elettorale, per poi tornare al voto. Non può certo preparare una profonda revisione della Costituzione, che spazia dalla cancellazione del Senato fino alla forma di governo. E non può preparare una legge elettorale che è un Porcellum bis”. Pace si sofferma poi sui rischi: “Spazzare via il Senato è inutile e dannoso. Il bicameralismo legislativo ci ha salvato tante volte, perché una delle due Camere riparava ai danni dell’altra. Pensiamo forse che i futuri parlamentari saranno più bravi di quelli attuali?”. Obiezione: tagliare il Senato riduce i costi e velocizza i tempi. Pace ribatte: “Per risparmiare basta tagliare il numero dei parlamentari in entrambe le Camere. Quanto ai tempi, si possono cambiare i regolamenti, senza toccare la Costituzione”. La costituzionalista Lorenza Carlassare osserva: “È tutto l’impianto delle riforme che non va: questa legge elettorale vuole limitare la rappresentanza, togliendo voce a ogni opinione minoritaria. Quanto al Senato, si vuole ridurlo a un organo non elettivo, a cui resterebbe però una funzione essenziale come quella di partecipare alle riforme costituzionali. Un’altra gravissima limitazione della rappresentanza, e quindi della democrazia”.

Premierato forte. La riforma potrebbe allargarsi al premierato forte, dando al capo del governo il potere di porre la “ghigliottina” sui disegni di legge (imponendo tempi certi per la votazione), e, soprattutto, di revocare i ministri. Si parla di una proposta di Forza Italia sul punto, accolta da Renzi. “Il segretario vuole dare un segnale a Berlusconi, da sempre per il premierato forte, perché teme che l’accordo con Forza Italia in Senato traballi” ragiona un parlamentare della minoranza Pd. Convinto che “questa storia del premierato è più che altro una sciarada”. Gianni Cuperlo su Repubblica ha comunque dato il suo via libera: “Un presidente con maggiori poteri non mi preoccupa”. Ma la proposta che piace al Caimano non ci sarà, nella bozza sulla riforma che verrà presentata oggi alla Direzione del Pd. “Nel testo il premierato forte non c’è” conferma Maria Elena Boschi. Per poi precisare: “In direzione non verrà approvato un articolato vero e proprio. Discuteremo di un testo del governo, sul quale c’è già stato un confronto nella maggioranza in Consiglio dei ministri”. Lo stesso testo che verrà presentato in Senato. In serata, nota di Forza Italia: “Berlusconi conferma il sostegno al percorso di riforme concordato con il premier”. Il ddl costituzionale dovrebbe essere presentato la prossima settimana. Renzi vuole il primo sì alla riforma entro il 25 maggio: prima delle Europee.

Ecco l’appello:

LA SVOLTA AUTORITARIA

Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al presidente del Consiglio poteri padronali. Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti) a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto.

Il fatto che non sia Berlusconi ma il leader del Pd a prendere in mano il testimone della svolta autoritaria è ancora più grave perché neutralizza l’opinione di opposizione. Bisogna fermare subito questo progetto, e farlo con la stessa determinazione con la quale si riuscì a fermarlo quando Berlusconi lo ispirava. Non è l’appartenenza a un partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato. Una democrazia plebiscitaria non è scritta nella nostra Costituzione e non è cosa che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare. Quale che sia il leader che la propone.

firme di: Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Alessandro Pace, Roberta De Monticelli, Gaetano Azzariti, Elisabetta Rubini, Alberto Vannucci, Simona Peverelli, Salvatore Settis, Costanza Firrao

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/28/riforma-pericolosa-il-premier-bocciato-sulla-costituzione/930063/#.UzaSu2DTT6k.email

DSC01437

 

Annunci

UNA NUOVA POLITICA COSTITUZIONALE

marzo 20, 2014

OGGI CON LO STRAPOTERE DELL’ECONOMIA LE COSTITUZIONI SEMBRANO D’IMPACCIO. OCCORRE RICUPERARE VALORI FONDANTI E DIRITTI FONDAMENTALI DELLA PERSONA

di Stefano Rodotà, La Repubblica, 18 Marzo 2014, pag.27, sez. commenti

Recuperare principi democraticamente definiti. È ancora possibile una politica costituzionale? La questione non riguarda soltanto l’Italia, né si esaurisce nel controllo di conformità delle leggi a singole norme della Costituzione. Ma, quando si segnala questo tema, accade spesso di ricevere risposte infastidite, quasi che si volesse mettere la politica sotto una incombente e inammissibile tutela del diritto. La realtà è del tutto diversa. Oggi la politica appare come l’ancella dell’economia, è declassata ad amministrazione, è affidata alla tecnica. Il recupero della sua autonomia, non dirò del suo primato, non può che essere affidato alla sua capacità di tornare ad essere espressione visibile di principi democraticamente definiti, appunto quelli che si rinvengono nei documenti costituzionali, dunque espressione di un progetto che ingloba il futuro, né volubile, né arbitrario. È una questione che ha un rilevante significato generale. E che, nell’attuale situazione italiana, va seriamente discussa, perché è destinata ad incidere fortemente sul modo in cui vengono affrontate la riforma elettorale e quella costituzionale.

Costituzioni, un impaccio? Nell’ultima fase storica si è determinato un passaggio dallo Stato di diritto allo Stato costituzionale di diritto, connotato dal controllo di costituzionalità sulle leggi e dalla istituzione di uno spazio dei diritti fondamentali. Proprio questo modello appare oggi in discussione, scosso dalla globalizzazione del mondo e dalla sua riduzione alla dimensione finanziaria. Costituzioni e diritti appaiono un impaccio, lo si proclama talvolta apertamente, sempre più spesso si agisce come se non esistessero. Lo vediamo in Italia, ne abbiamo conferma in Europa, dove la Carta dei diritti fondamentali è stata cancellata, malgrado abbia lo stesso valore giuridico dei trattati. Lo Stato costituzionale di diritto sarebbe dunque alla fine, viviamo in una fase in cui la mancanza di un quadro istituzionale riconosciuto favorisce l’espandersi di poteri incontrollati? Rivolgendo lo sguardo alle cose di casa nostra, vi è un grave rischio di cui è bene avere piena consapevolezza. La corsa ormai senza freni verso soluzioni maggioritarie, con seri rischi di incostituzionalità, può determinare un appannarsi di importanti garanzie costituzionali.

Equilibri democratici contro le forzature maggioritarie. Se vi è ancora memoria della nostra storia, si dovrebbe sapere che quelle garanzie erano state affidate dai costituenti a maggioranze calcolate con riferimento ad un sistema elettorale proporzionale, che consentiva un ampio pluralismo delle forze presenti in Parlamento. Di conseguenza, non v’era una concentrazione di potere in un partito o in una coalizione tale da consentire interventi in materia costituzionale affidati ad un solo soggetto, magari costruito artificialmente grazie a premi di maggioranza. Nel 1953, contro la “legge truffa” si adoperò proprio l’argomento di una concentrazione di potere nelle mani dei vincitori che poteva alterare gli equilibri costituzionali. E si deve aggiungere che il rischio oggi è maggiore, visto che quella legge tanto esecrata prevedeva che il premio di maggioranza scattasse solo se la coalizione superava il 50% dei voti. È indispensabile, allora, una politica costituzionale che ridisegni il quadro delle garanzie, prevedendo maggioranze più larghe per la revisione costituzionale, l’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali, mettendo in sicurezza proprio le istituzioni di garanzia e i diritti fondamentali. Non è un compito da affidare al futuro, ma un processo da avviare in parallelo con l’incombente forzatura maggioritaria. Altrimenti, eletta la “governabilità” a feticcio indiscutibile, sarebbe travolto il sistema delle tutele, alterando in un punto nevralgico gli equilibri democratici.

Serve una “ricostituzionalizzazione”, analoga a quella necessaria in Europa, ridando il suo ruolo alla Carta dei diritti fondamentali. Bisogna ricostruire il nesso tra le varie parti della Costituzione, cancellato da una sottocultura che vede la “macchina” dello Stato come dotata di una logica che può essere manipolata secondo gli interessi di una maggioranza transitoria, e non come lo strumento per realizzare i principi e i diritti sui quali la Costituzione si fonda. Ma la politica costituzionale è indispensabile anche per uscire da una schizofrenia che da anni affligge il nostro sistema. I diritti fondamentali sono scomparsi dall’orizzonte parlamentare, dove le poche leggi approvate sono state ideologiche e repressive. La loro tutela è stata tutta affidata alla giurisdizione, Corte costituzionale e Corte di Cassazione, dove per fortuna è rimasta vigile una cultura delle garanzie. Ora il Parlamento deve riassumere le proprie responsabilità, affrontando grandi questioni individuali e sociali, di cui non v’è traccia nell’agenda del Governo. O la necessità di salvaguardare i precari equilibri di maggioranza ci condannano ad una minorità civile?

Qualche esempio. Il riconoscimento effettivo delle unioni anche tra persone dello stesso sesso, non come una mancia data a malincuore e al ribasso, ma come tutela di diritti fondamentali, secondo la linea tracciata dai giudici costituzionali e della Cassazione. Una normativa coerente al posto delle macerie lasciate dalla superideologica e incostituzionale legge sulla procreazione assistita. Una nuova disciplina sugli stupefacenti senza concessioni a furbizie e colpi di mano come quello tentato dalla ministra per la Salute. Regole minime per eliminare ogni dubbio sul diritto di morire con dignità. Altrettanto urgente, dopo il monito del Consiglio d’Europa, è un intervento che cancelli lo scandalo del dilagare delle obiezioni di coscienza dei medici all’aborto, che negano un diritto delle donne che la legge vuole pienamente garantito dalle istituzioni pubbliche. Tutte questioni che toccano “valori non negoziabili” e che mettono a rischio la tenuta dell’attuale maggioranza? Ma qui non v’è nulla da negoziare. Vi è soltanto il dovere di dare attuazione a diritti costituzionalmente garantiti, che non possono essere assoggettati a ricatti e convenienze. Ineludibili politiche costituzionali, appunto.

Supplenza degli enti locali. Nello spazio tra i silenzi parlamentari e i provvidi, ma insufficienti, interventi dei giudici si è manifestata negli ultimi tempi una importante attenzione delle istituzioni locali. Una legge della Regione Abruzzo ha aperto la strada all’uso terapeutico della cannabis. Molte delibere comunali affrontano temi importanti, dai testamenti biologici alle unioni civili, dalla cittadinanza “civica” dei figli degli immigrati alle garanzie per i detenuti (segnalo per la sua ampiezza il “pacchetto” del comune di Parma). A Bologna è stato approvato un regolamento per la collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura dei beni comuni. Iniziative simboliche in alcuni casi, ma sempre politicamente significative, perché volte a ricostruire, attraverso l’attenzione per i diritti e la partecipazione, i rapporti tra istituzioni e cittadini. La politica costituzionale si sta insediando nei luoghi della democrazia di prossimità? Questa lezione può essere messa a frutto dal Parlamento in molti modi. Rafforzando il suo rapporto con i cittadini con semplici modifiche regolamentari che diano forza alle iniziative legislative popolari (e invece arrivano segnali timidi e inadeguati). Cogliendo tutte le occasioni per mettere in evidenza l’irriducibilità dei diritti fondamentali alla pura logica di mercato (un segnale eloquente è venuto dallo scandalo dei prezzi di farmaci prodotti da Roche e Novartis). Ricostituzionalizzando il diritto del lavoro con la cancellazione dell’articolo che consente negoziati in azienda anche in deroga alla legge, che azzera storiche garanzie, e approvando una legge sulla rappresentanza sulla linea indicata dalla Corte costituzionale. Solo così il Parlamento potrà recuperare un po’ della legittimazione perduta per il fatto d’essere stato eletto con una legge incostituzionale e per l’ormai radicata sfiducia dei cittadini.

costituzione

ITALICUM, 10 RAGIONI PER DIRE NO

marzo 14, 2014

di Roberto Zaccaria, da articolo21.org

La legge elettorale approvata dalla Camera dei deputati, con un procedimento assai poco lineare, non solo è una brutta legge, frutto di un intreccio discutibile tra modelli elettorali molto diversi, ma è una legge che presenta gravi difetti di costituzionalità e dai caratteri fortemente antidemocratici. Il sistema viene bloccato intorno ai due partiti oggi più forti ed è reso quasi impossibile l’accesso di nuove forze politiche. 

Il limite più grave in assoluto è rappresentato dal fatto che per “garantire” meccanicamente la governabilità la legge elettorale in discussione al Parlamento toglie al cittadino che non voglia votare per uno dei due più grandi partiti oggi esistenti nel paese il diritto di scegliersi liberamente un diverso partito e toglie in generale il diritto di scegliersi liberamente il proprio rappresentante in Parlamento. Il principio della rappresentanza viene totalmente sacrificato e con esso molte delle considerazioni di costituzionalità fatte dalla Corte nella sentenza n.1 del 2014.

Esistono a mio giudizio almeno 10 ragioni per giudicare negativamente la nuova legge elettorale.

1. La prima ragione è costituita dalla “distorsione” irragionevole derivante nell’intreccio tra il sistema proporzionale di base e l’innesto di soglie di accesso alte e da un premio di maggioranza troppo basso.

2. La seconda ragione è costituita dal fatto che il premio di maggioranza scatta teoricamente solo al 37 per cento (non si tratta quindi di un premio di maggioranza in senso proprio)

3. Le soglie di accesso per i partiti sono troppe (ben tre soglie diverse) e quella per i partiti che si presentino da soli è spaventosamente alta (8 per cento)

4. I cittadini non hanno alcuna possibilità di scelta dei loro rappresentanti che i partiti presentano in liste rigidamente bloccate (anche se più corte del Porcellum). Si riconosce in questo modo un potere abnorme alle oligarchie dei partiti.

5. I criteri adottati per la trasformazione dei voti in seggi su scala nazionale introducono un elemento di forte casualità soprattutto nella scelta dei rappresentanti dei partiti più piccoli (voto in una Regione ed elezione in un’altra).

6. La possibilità delle candidature multiple (in ben otto circoscrizioni) rende ulteriormente casuale il risultato degli eletti per le opzioni dei capilista e di conseguenza per la sorte di tutti gli altri candidati

7. Premio indiretto per i partiti più grandi che prosciugano i voti dei partiti più piccoli della coalizione che non raggiungano il quorum (trasferimento del voto con violazione del voto eguale).

8. Irrisolto il problema del conflitto d’interessi nella forma minima della ineleggibilità per coloro che si trovino ad esser titolari di contratti o di concessioni rilevanti da parte della pubblica amministrazione

9. Irrisolto il problema della parità di genere nelle candidature. La ferita è gravissima in presenza di liste bloccate. I partiti possono decidere liberamente l’ordine di presentazione e quindi di elezione.

10. L’ultima ragione, non certo per importanza, è quella rappresentata dal doppio e diversissimo sistema elettorale valido per la Camera e per il Senato. Questa scelta rende praticamente impossibile lo scioglimento delle Camere e pregiudica nei fatti il potere costituzionale del Presidente della repubblica.

(12 marzo 2014)

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/italicum-10-ragioni-per-dire-no/

SUBITO UN COMITATO ANTI-ITALICUM

marzo 11, 2014

LA RIFORMA È INCOSTITUZIONALE

APPELLO DELLA RETE PER LA COSTITUZIONE

La Rete per la Costituzione lancia un appello per chiedere al Parlamento “una nuova proposta di riforma elettorale rispettosa della Costituzione”. Se la legge voluta da Renzi e Berlusconi dovesse entrare in vigore si propone l’immediata costituzione di un Comitato Nazionale per valutare tutte le iniziative legali per impedire la sua applicazione.


L’urgenza con cui il nuovo Presidente del Consiglio, in omaggio a un accordo raggiunto in modo irrituale con il capo (interdetto dai pubblici uffici) di un partito di opposizione, intende imporre l’approvazione di una ‘riforma’ elettorale dichiarata da quasi tutti i giuristi radicalmente sbagliata e probabilmente inapplicabile, non può che provocare allarme e indignazione in quanti hanno sperato che la sentenza della Corte Costituzionale n.1 del 2014, cancellando gli aspetti incostituzionali della precedente legge Calderoli, avrebbe finalmente contribuito a restituire dignità e credibilità al futuro Parlamento.

Invece il sistema elettorale che risulterebbe dalla approvazione del testo in esame alla Camera, manterrebbe gli aspetti di incostituzionalità della legge Calderoli (liste bloccate e assenza della preferenza, premio di maggioranza, deformazione della rappresentanza), in alcuni casi aggravandoli (per esempio con il raddoppio della ‘soglia’ di accesso al Parlamento, che rischia di escludere milioni di elettori) e prevedendo un secondo turno impropriamente definito di ‘ballottaggio’, che attribuirebbe la maggioranza assoluta a una formazione che potrebbe aver ottenuto al primo turno consensi assolutamente minoritari.

In questo senso costituirebbe un mancato rispetto della sentenza della Consulta là dove richiama la doverosa prevalenza del principio della rappresentanza, su cui si fonda il sistema parlamentare, sulla pretesa di ‘stabilità’. 

Stabilità che peraltro il nuovo sistema non garantirebbe, come affermato dalla generalità dei costituzionalisti, per l’alto rischio di maggioranze diversificate fra Camera e Senato, accentuato ulteriormente dalla scelta di applicare il nuovo procedimento solo alla Camera, con l’unico scopo di impedire le elezioni fino alla cancellazione del Senato, che richiede una riforma costituzionale.

La ‘riforma’ appare lontana dalla esigenza di trasparenza ed efficacia invocata dallo stesso PD nell’ultima campagna elettorale, piegata alla pretesa di imporre per legge un bipartitismo che non corrisponde alla realtà della nostra società e punta a cancellare il pluralismo delle culture e la vasta area del dissenso e della responsabilità etica e civile.

Da questo punto di vista appare inevitabile considerare questa riforma elettorale potenzialmente coerente al progetto della destra di ridimensionare il ruolo del Parlamento per una concentrazione del potere nel solo esecutivo, cui sembrano tendere anche le annunciate ‘riforme’ del Senato e della Giustizia. 

Nel primo caso infatti non ci si limita al superamento del bicameralismo perfetto e alla riduzione dei costi, ma è esplicita la volontà di cancellare del tutto la seconda Camera elettiva per sostituirla con un non meglio precisato comitato di rappresentanti degli enti locali, mentre per quanto riguarda la Giustizia è inevitabile il sospetto di un nuovo tentativo di ridurre l’indipendenza e delegittimare la Magistratura, che ha costituito in questi anni la principale garanzia del rispetto della legalità costituzionale contro ogni forma di abuso.

E’ pertanto indispensabile fornire alla opinione pubblica una informazione completa sulle reali caratteristiche del nuovo sistema proposto e sollecitare una ampia espressione della volontà popolare che impedisca lo stravolgimento forse irreversibile del nostro sistema costituzionale. 

Per questo, considerando insufficiente intervenire con emendamenti formali inevitabilmente limitati, formuliamo un appello al mondo della cultura giuridica e non solo, alle organizzazioni politiche e sindacali, all’associazionismo democratico affinché in tempi brevissimi venga unitariamente richiesta al Parlamento la formulazione di una nuova proposta di riforma rispettosa della Costituzione, che garantisca il potere degli elettori di scegliere i propri rappresentanti e non stravolga la volontà popolare. 

Ci rivolgiamo infine ai Parlamentari affinché non si assumano di fronte ai propri elettori la responsabilità di approvare un testo che entrerebbe nella peggiore storia del nostro Paese a fianco della legge Acerbo, voluta da Mussolini per privare gli elettori del loro potere di decidere la politica nazionale. 

A fronte della ossessiva pressione mediatica che tenta di presentare questa stagione di ‘riforme’ come una razionalizzazione indispensabile per garantire la ‘governabilità’, auspichiamo un impegno unitario e urgente di tutti coloro che intendono difendere la nostra democrazia e rifiutano di attribuire agli obiettivi di solidarietà, giustizia e uguaglianza su cui si fonda la nostra Costituzione la responsabilità di una crisi economica e sociale che trova origine invece nello strapotere di ambienti finanziari internazionali non sottoposti ad alcun vincolo democratico e di legalità.

A tutti chiediamo di impegnarsi, se il testo in discussione dovesse entrare in vigore, alla immediata costituzione di un Comitato Nazionale con l’obiettivo di esperire tutte le possibili iniziative legali per impedire la sua applicazione, sia ricorrendo alla autorità giudiziaria per rimettere alla Consulta la questione di legittimità costituzionale, che promuovendo un referendum abrogativo. 

(6 marzo 2014)

fonte: emi.repubblica.it/micromega-online/subito-un-comitato-anti-italicum-la-riforma-e-incostituzionale-appello-della-rete-per-la-costituzione/#.UxoMfaJsvYs.email

DSC01440Formazioni calcaree sul monte Palanzone (Triangolo lariano)

APPELLO DEI GIURISTI

marzo 1, 2014

ITALICUM PEGGIO DEL PORCELLUM, FERMATEVI

La proposta di riforma elettorale depositata alla Camera a seguito dell’accordo tra il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi consiste sostanzialmente, con pochi correttivi, in una riformulazione della vecchia legge elettorale – il cosiddetto “Porcellum” – e presenta perciò vizi analoghi a quelli che di questa hanno motivato la dichiarazione di incostituzionalità ad opera della recente sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014. Questi vizi, afferma la sentenza, erano essenzialmente due. 

Il primo consisteva nella lesione dell’uguaglianza del voto e della rappresentanza politica determinata, in contrasto con gli articoli 1, 3, 48 e 67 della Costituzione, dall’enorme premio di maggioranza – il 55% per cento dei seggi della Camera – assegnato, pur in assenza di una soglia minima di suffragi, alla lista che avesse raggiunto la maggioranza relativa. La proposta di riforma introduce una soglia minima, ma stabilendola nella misura del 35% dei votanti e attribuendo alla lista che la raggiunge il premio del 53% dei seggi rende insopportabilmente vistosa la lesione dell’uguaglianza dei voti e del principio di rappresentanza lamentata dalla Corte: il voto del 35% degli elettori, traducendosi nel 53% dei seggi, verrebbe infatti a valere più del doppio del voto del restante 65% degli elettori determinando, secondo le parole della Corte, “un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente” e compromettendo la “funzione rappresentativa dell’Assemblea”. Senza contare che, in presenza di tre schieramenti politici ciascuno dei quali può raggiungere la soglia del 35%, le elezioni si trasformerebbero in una roulette.

Il secondo profilo di illegittimità della vecchia legge consisteva nella mancata previsione delle preferenze, la quale, afferma la sentenza, rendeva il voto “sostanzialmente indiretto” e privava i cittadini del diritto di “incidere sull’elezione dei propri rappresentanti”. Questo medesimo vizio è presente anche nell’attuale proposta di riforma, nella quale parimenti sono escluse le preferenze, pur prevedendosi liste assai più corte. La designazione dei rappresentanti è perciò nuovamente riconsegnata alle segreterie dei partiti. Viene così ripristinato lo scandalo del “Parlamento di nominati”; e poiché le nomine, ove non avvengano attraverso consultazioni primarie imposte a tutti e tassativamente regolate dalla legge, saranno decise dai vertici dei partiti, le elezioni rischieranno di trasformarsi in una competizione tra capi e infine nell’investitura popolare del capo vincente.

Soglie di sbarramento. C’è poi un altro fattore che aggrava i due vizi suddetti, compromettendo ulteriormente l’uguaglianza del voto e la rappresentatività del sistema politico, ben più di quanto non faccia la stessa legge appena dichiarata incostituzionale. La proposta di riforma prevede un innalzamento a più del doppio delle soglie di sbarramento: mentre la vecchia legge, per questa parte tuttora in vigore, richiede per l’accesso alla rappresentanza parlamentare almeno il 2% alle liste coalizzate e almeno il 4% a quelle non coalizzate, l’attuale proposta richiede il 5% alle liste coalizzate, l’8% alle liste non coalizzate e il 12% alle coalizioni. Tutto questo comporterà la probabile scomparsa dal Parlamento di tutte le forze minori, di centro, di sinistra e di destra e la rappresentanza delle sole tre forze maggiori affidata a gruppi parlamentari composti interamente da persone fedeli ai loro capi. Insomma questa proposta di riforma consiste in una riedizione del porcellum, che da essa è sotto taluni aspetti – la fissazione di una quota minima per il premio di maggioranza e le liste corte – migliorato, ma sotto altri – le soglie di sbarramento, enormemente più alte – peggiorato. L’abilità del segretario del Partito democratico è consistita, in breve, nell’essere riuscito a far accettare alla destra più o meno la vecchia legge elettorale da essa stessa varata nel 2005 e oggi dichiarata incostituzionale. 

Sconcerto. Di fronte all’incredibile pervicacia con cui il sistema politico sta tentando di riprodurre con poche varianti lo stesso sistema elettorale che la Corte ha appena annullato perché in contrasto con tutti i principi della democrazia rappresentativa, i sottoscritti esprimono il loro sconcerto e la loro protesta. Contro la pretesa che l’accordo da cui è nata la proposta non sia emendabile in Parlamento, ricordano il divieto del mandato imperativo stabilito dall’art.67 della Costituzione e la responsabilità politica che, su una questione decisiva per il futuro della nostra democrazia, ciascun parlamentare si assumerà con il voto. E segnalano la concreta possibilità – nella speranza che una simile prospettiva possa ricondurre alla ragione le maggiori forze politiche – che una simile riedizione palesemente illegittima della vecchia legge possa provocare in tempi più o meno lunghi una nuova pronuncia di illegittimità da parte della Corte costituzionale e, ancor prima, un rinvio della legge alle Camere da parte del Presidente della Repubblica onde sollecitare, in base all’art.74 Cost., una nuova deliberazione, con un messaggio motivato dai medesimi vizi contestati al Porcellum dalla sentenza della Corte costituzionale. Con conseguente, ulteriore discredito del nostro già screditato ceto politico.

Seguono firme di personalità autorevoli, tra cui: Pietro Adami, Gaetano Azzariti, Mauro Barberis, Felice Besostri, Ernesto Bettinelli, Francesco Bilancia Michelangelo Bovero, Aldo Bozzi, Maria Agostina Cabiddu, Paolo Caretti, Lorenza Carlassare, Giovanni Cocco, Claudio De Fiores, Mario Dogliani, Anna Falcone, Antonello Falomi, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Domenico Gallo, Giovanni Incorvati, Roberto Lamacchia, Raniero La Valle, Fabio Marcelli, Antonio Matasso, Angela Musumeci, Alessandro Pace, Alba Paolini, Valentina Pazè, Paolo Ridola, Stefano Rodotà, Franco Russo, Giovanni Russo Spena, Carlo Smuraglia, Paolo Solimeno, Riccardo Terzi, Nadia Urbinati, Luigi Ventura, Massimo Villone, Ermanno Vitale.

FONTE: http://temi.repubblica.it/micromega-online/appello-dei-giuristi-italicum-peggio-del-porcellum-fermatevi/

profile_mask2 cleardot DSC07627

IL SISMA CHE PORTA IL PD NEL SOCIALISMO EUROPEO

marzo 1, 2014

NON RIUSCITO ALLE PRECEDENTI LEADERSHIP, IL PASSAGGIO VIENE ORA ATTUATO DA UN SEGRETARIO CHE POTREBBE FARE DEL PARTITO IL VERO CONTRALTARE AL M5S

di PIERO IGNAZI La Repubblica del 28 febbraio 2014, pagg. 1 e 37

Debolezze delle tradizioni. Alla vigilia della riunione del Partito socialista europeo per la preparazione del programma elettorale il Pd, finalmente, supera quelle ritrosie che l’hanno lasciato a lungo in un limbo indefinito e aderisce alla famiglia dei socialisti (e democratici) europei. Questo passaggio, che non era riuscito alle precedenti leadership “di sinistra”, da Veltroni a Bersani, viene ora attuato da un segretario che proviene da tutt’altra tradizione politica. Anche questa decisione segnala la crisi verticale del vecchio establishment di derivazione Ds-Ppi. I ritardi, le incapacità e le debolezze di quelle tradizioni si erano talmente incrostati negli ultimi due decenni da aver prodotto un collasso per estenuazione. Non c’era più linfa vitale: si era esaurita la capacità di definire progetti, saldare alleanze, incrociare domande della società civile. Il leader del Pd, nonostante le sue origini politiche, possiede una carica rivoluzionaria: non ha tabù né reverenze. Se l’adesione al Pse è una condizione necessaria per poter giocare un ruolo in Europa grazie al sostegno dei partiti socialisti, allora al bando le pruderie post-democristiane.

Questa disinvoltura, nel bene e nel male, è agli antipodi della ponderata prudenza della vecchia classe dirigente. Nemmeno i nuovi antagonisti interni hanno preso le misure della forza trasformativa e della spregiudicatezza del loro leader. Non ci è riuscito il soave e riflessivo Cuperlo, e fatica anche l’irrequieto Civati, la cui determinazione è inversamente proporzionale a quell’aria casual e distaccata, come fosse capitato lì per caso. Il 68% di voti a Renzi nelle primarie esprimeva una volontà insopprimibile di voltare pagina, alla quale si sono acconciati anche tanti che non condividevano le idee del sindaco di Firenze. L’importante era cambiare verso. Smuoversi dalle pastoie, da quel senso di inconcludenza che faceva sprofondare il Pd nell’irrilevanza. Ed è proprio il diffondersi ancora di questa terribile sensazione che ha perso Letta.

Rivoluzione. Renzi ha (re) introdotto nel Partito democratico quella “durezza” che un tempo non mancava nei vecchi partiti di massa e che poi si era persa nella immaterialità della fascinazione dei partiti leggeri. Con il brutale passaggio di consegne alla guida del governo (plasticamente rappresentato da quei 16 secondi di gelo tra Renzi e Letta durante il rito della campanella) il Pd, da un lato, si è democristianizzato accedendo a modalità cannibaliche di eliminazione dei propri dirigenti, dall’altro, si è modernizzato adottando stili da Wolf of Wall Street, spregiudicati, diretti, ultimativi. Per molti, tutto ciò è comunque meglio della palude e degli infingimenti del passato. Al di là di ogni giudizio, la defenestrazione di Letta risponde all’imprinting della nuova classe politica democrat entrata massicciamente negli organi dirigenti del partito (i renziani) e nei gruppi parlamentari (bersaniani e giovani turchi). In un anno il rinnovamento tanto nel partito quanto in Parlamento è stato tellurico. E Renzi incarna all’ennesima potenza questa rivoluzione di modi, stili e riferimenti, senza una stella polare ideologica da inseguire (nemmeno l’omaggio di rito a Norberto Bobbio convince) ma piuttosto con un caleidoscopio cangiante di opzioni, di cui l’adesione al Pse costituisce un esempio: valutato il danno di una posizione ambigua e indefinita in Europa e il rilievo della competizione bipolare anche nel Parlamento europeo, Renzi ha buttato alle ortiche le resistenze d’un tempo e immesso il Pd nel suo alveo naturale.

La politica postmoderna ha trovato il suo cantore sul versante del centrosinistra proprio quando dall’altra parte dello schieramento politico Silvio Berlusconi ha perso il touch, il contatto con la realtà, condannandosi alla ripetizione ossessiva dei refrain del passato. Con l’innesto di una leadership veloce, interconnessa e digitale il Pd ha un solo contraltare di fronte a sé: il Movimento 5 Stelle, l’unico che si muova sul suo stesso terreno. Il conflitto più aspro non riguarderà più la contrapposizione con la destra berlusconiana ormai decisamente superata, tanto che Renzi ha giocato di sponda con il Cavaliere in tutta souplesse, senza esserne condizionato in nulla. Game over aveva detto, e così è in effetti. Poi la destra manterrà i suoi consensi, com’è ovvio. Ma la competizione vera, per la conquista dei voti contendibili, è ora con il M5S, al fondo molto più sintonico al renzismo di quanto non facciano trasparire le polemiche di questi giorni. Anzi, proprio l’impennarsi della tensione tra Pd e M5S e la reazione scomposta di Grillo con le espulsioni a raffica dimostrano che la competition è tra quei due partiti.

DSC07534