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QUEL PATTO DA RIFONDARE

dicembre 28, 2013

IL VENTENNIO BERLUSCONIANO HA CORROSO LE BASI DELLO STATO DI DIRITTO. OCCORRONO SUBITO POLITICHE RADICALI, CAPACI DI INCIDERE NELLA REALTÀ

di Michele Ciliberto, L’Unità del 17-12-2013, pagg. 1 e 7

Contro lo stato democratico. Che significa che tre uomini, come in una scena western, inseguono il ladro, prima lo picchiano e poi l’ammazzano? E che vuol dire il movimento dei forconi, con i mezzi di cui si serve, che comincia a spaventare i suoi stessi promotori? Si tratta in entrambi i casi di qualcosa che, in modi diversi, tocca il fondamento dello Stato di diritto, rivelando un’indifferenza e persino un disprezzo per la legge, che può spingere lo scontro politico a un punto aspro, per certi aspetti inedito. Cosa sta accadendo? Certo, queste forze sono spinte a scendere in campo anche per la crisi del blocco politico e sociale che ha fatto capo, per venti anni, a Berlusconi; né c’è alcun dubbio sulla presenza di frange di estrema destra che acutizzano lo scontro e vogliono servirsene per giocare una partita contro lo Stato democratico. Del resto, di questo è profondamente rivelatore l’atteggiamento due giorni fa di Berlusconi, che voleva addirittura ricevere i forconi in pompa magna e ieri di Brunetta, il quale si esprime in termini che non lasciano dubbi sullo sforzo che Forza Italia sta facendo per cercare di dare rappresentanza politica a una «folla» che oggi se ne sente priva.

Contrapposizione. Perché queste forze sono venute alla luce proprio oggi e vogliono svolgere un ruolo, prescindendo dai loro tradizionali riferimenti politici? La risposta è semplice: perché non era mai stato così profondo e terribile lo scarto tra cerchi sociali e politica, tra mondi della vita e istituzioni politiche e statali. Uno scarto che sta diventando una diretta contrapposizione allo Stato, alle sue leggi. Se questo accade, vuol dire che si stanno corrodendo le radici dello stato repubblicano. Forse l’unica forza politica che ha avvertito che il terreno oggi può franare e che lo Stato nazionale italiano è entrato in un altro e più drammatico stadio della sua lunga crisi, è la Lega che anche per uscire dall’angolo ha rimesso al centro la parola d’ordine dell’«indipendenza», facendo forza sul disinteresse, se non sul discredito, che l’idea dell’Europa, e il progetto degli Stati uniti di Europa hanno oggi presso molti cittadini italiani. Ma questi sono epifenomeni politici.

Rotto il vincolo repubblicano. Il punto di fondo è un altro: quello che comincia ad apparire chiaro è l’incrinarsi del patto da cui è nata la Repubblica, il rompersi del vincolo repubblicano con tutto quello che ciò può comportare per il destino della democrazia. Uno stato democratico nasce da un «patto» e si basa su un vincolo che, a sua volta, si esprime in una Costituzione, in un sistema di leggi, che funzionano e sono riconosciute se quel patto regge e se quel vincolo funziona. Il nostro Stato democratico nasce dal patto fondato sulla lotta al fascismo, sulla Resistenza. Ed è qui che sta il problema della nazione italiana oggi: queste radici si sono affievolite negli ultimi decenni, a cominciare dagli anni Settanta. Nel ventennio berlusconiano si sono fortemente indebolite; ed ora, sotto i colpi della crisi e delle politiche degli ultimi anni, esse appaiono ulteriormente inaridite. I fatti sopra citati non sono inattesi, vengono da lontano, da una crisi che continua a degenerare, senza riuscire a risolversi. Eppure è un processo degenerativo di cui si possono comprendere agevolmente le ragioni.

Consenso. Si sa: un «patto», per durare, implica il consenso e l’adesione dei cittadini che, a loro volta, dipendono dal rispetto e dalla condivisione da parte di tutti di quel «patto» e delle condizioni su cui il «patto» – in questo caso la nostra Costituzione – è stabilito. Ora, chi oserebbe dire che la vocazione civile e sociale della nostra Carta oggi è viva e partecipata, non nelle affermazioni di principio ma nel nostro vivere civile, nella realtà quotidiana della Repubblica? È questo il problema: quando il patto si indebolisce, i cittadini che in esso si sono riconosciuti cominciano a protestare, a ribellarsi, a spezzare il «vincolo». Non perché lo considerino ingiusto, ma perché ritengono che esso sia stato infranto, e non da loro. Allora cominciano a organizzarsi contro lo Stato e a farsi giustizia da soli, iniziando ad incrinare le fondamenta del comune vivere civile. Problema enorme che va affrontato alla radice. Riproporre di fronte a sommovimenti di questo genere il primato della legge e condannarli perché violenti è giusto e necessario; ma è un gesto elementare, e distantissimo dal fondo reale del problema che è, e resta, la crisi dura del nostro Paese. È da qui che bisogna partire, ed è qui che la politica democratica deve far sentire, se ne è ancora capace, la propria voce.

Occorre ricostituire, ed ampliare, il patto costituzionale, rinvigorire il vincolo su cui è fondata la Repubblica, agire in modo che i cittadini – nativi o immigrati – si sentano parte di una comunità. Ma si può farlo in un solo modo: avviando subito politiche radicali in grado di confrontarsi con la radicalità della crisi. C’è ormai pochissimo tempo per tutti, anche per il Pd. Le parole dette in questi giorni – lavoro, jus soli, eliminazione della Bossi-Fini, interventi per la cultura e la scuola, nuova disciplina sui matrimoni, legge elettorale di tipo bipolare – vanno finalmente nella direzione giusta. Naturalmente se diventano fatti.

colle 1Monte Rosa visto dal Monte di Brianza, col Campanone della Brianza

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