Archive for giugno 2013

COME SPIEGARE LA CITTADINANZA ATTIVA AI POLITICI

giugno 24, 2013

INTERVISTA SU RECENTE PUBBLICAZIONE

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Ogni fìcatu ‘i mùsca (fegatuzzo di mosca) è sustanza”. Questo detto popolare, in uso fra Calabria e Sicilia, potrebbe indicare in modo appropriato quanto siano rilevanti, nella crisi, le iniziative che singoli cittadini, associazioni del terzo settore e volontariato compiono per i beni comuni. Ne parliamo con Giuseppe Cotturri, professore ordinario all’Università “Aldo Moro” di Bari, ove insegna Sociologia del diritto e Sociologia dei fenomeni politici, già presidente di Cittadinanzattiva ed autore del libro appena edito da Carocci “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” (2013, pp.160).

Non ci offendiamo a sentirci fegatuzzi di mosca?
La verità e che non siamo più un Paese retto solo dalla classe politica, oppure, volendo usare una espressione positiva: 
il futuro è in un altro equilibrio.
Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi. Altro che quattro gatti, altro che brave persone che raccolgono cartacce nei cortili o assistono i malati negli ospedali. I cittadini stanno lavorando, da 25 anni a questa parte, per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione. Forze sociali diffuse ma poco organizzate e indicate come minori, quindi per definizione politicamente deboli, hanno conseguito un effettivo 
empowerment  e alla lunga appaiono le sole portatrici di una riforma, avendo indotto una lenta ma significativa e non contrastabile trasformazione della nostra democrazia.

 

Nel libro spieghi che la cittadinanza attiva non solo ha limitato le ferite più profonde alla Costituzione, ma in alcuni casi ha anche operato per uno svolgimento “creativo” della Carta costituzionale coerente al suo disegno originario. In che senso?

La revisione della Carta del 2001 contiene all’art.118 (Cotturri ne è stato fra i promotori, ndr) una norma proposta dalla cittadinanza attiva: si tratta del riconoscimento che i cittadini possono prendere autonome iniziative per realizzare interessi generali e, se lo fanno, vincolano le istituzioni a perseguire tale indicazione. Tale rapporto nuovo tra cittadini e istituzioni si chiama sussidiarietà orizzontale, che svolge quanto già gli art. 2 e 3 indicarono fin dal 1948 e ne porta il significato fino a concretare una sovranità pratica dei cittadini, una possibilità delle forze civiche cioè di assumere ruolo e responsabilità tradizionalmente riservate agli apparati amministrativi. E’ molto di più che limitarsi a proteste e rivendicazioni, e ottiene risultati sorprendenti: le amministrazioni sono “messe in mora” circa il perseguimento e la tutela dei beni comuni. I costituenti, che pure avevano voluto la partecipazione e la autonomia delle forze sociali, non avevano pensato a sviluppi così concreti e stringenti della cittadinanza attiva.

Il titolo del saggio “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” è, a mio parere, una chiara critica alle posizioni di Grillo, ossia al Vaffaday, al “mandiamoli tutti a casa”. Parli di riforma, infatti, non di rivoluzione.
Mi pare che Grillo pensi alla rottura, non a “rivoluzioni”: queste hanno bisogno di un disegno e di una volontà di muovere in tal senso. Può così capitare che il cambio di persone non migliori ma peggiori le cose. C’è ormai da anni uno stato diffuso di malessere dei cittadini, per l’arroganza del ceto politico e i ripetuti episodi di corruzione spreco abuso delle risorse pubbliche. Indignazioni e protesta sono sacrosante. Ma ottenuto un consenso popolare così rilevante, come quello che s’è raccolto nelle ultime elezioni attorno al M5S, è un peccato che si perda l’occasione per cambiare l’indirizzo politico del paese. Grillo ha la responsabilità non solo di aver respinto più indietro il PD, che pure s’era incamminato su una strada di rinnovamento, ma di aver rimesso il paese alla mercè del potere di Berlusconi, che non a caso appare in rimonta di consensi, quando invece pareva ormai sulla soglia di una sconfitta definitiva.

Ci sono alcuni esempi di leggi o strumenti che i cittadini hanno nelle proprie mani per cambiare il Paese?
Il servizio civile, la costituzione del sistema integrato di assistenza, il 5 per mille. Sono solo tre esempi, che tra l’altro non godono oggi di buona attuazione. Ma sicuramente sono provvedimenti dal cui uso accorto e congiunto potrebbe decollare la politica della sussidiarietà. Ben oltre quanto avviene ora. Dal 2006 al 2011 i volontari del servizio si sono ridotti di un terzo (da 46 mila giovani a 16 mila, nel 2013 un piccolo passo in avanti con un bando per circa 19mila volontari, ndr). Sull’attività sociosanitaria e socio assistenziale pesano tagli indiscriminati e disastrosi alla spesa pubblica, che hanno portato i fondi a carattere sociale da oltre i 2 miliardi e mezzo del 2008 ai 271,6 milioni di euro del 2013. Riguardo al 5 per mille, poi, ci sono notevoli incongruenze: numerose le organizzazioni che possono beneficiarne, ma ben risicato il numero di quelle che ottengono un contributo rilevante o comunque significativo.


Occorrerebbe pensare ad una politica organica e permanente per lo sviluppo del capitale sociale e l’incremento della sussidiarietà orizzontale. Occorrerebbe che si attivasse un circolo virtuoso per cui il 5 per mille fosse destinato a progetti coordinati di più attori, con forti ricadute anche locali e con la possibilità per questo di attirare volontari per il servizio civile fin dalle scuole. A questi riaccorpamenti e ai coordinamenti tra attori che operano nel medesimo ambito dovrebbero lavorare anzitutto gli stessi soggetti del Terzo settore, invece che farsi concorrenza a suon di costosissimi spot pubblicitari in TV e sui giornali. Insomma, ora più di prima spetta a noi, cittadini attivi, continuare a lavorare per la tenuta della democrazia. In che modo?

Le forze della cittadinanza attiva, le organizzazioni del terzo settore, associazioni, volontariato, cooperative sociali: dovrebbero indicare con più forza di quel che ora non facciano quali sono i beni comuni irrinunciabili e quali le priorità  da rispettare per trarre il paese fuori dalla crisi. Questo vuol dire fare politica al loro modo, non appiattirsi su posizioni di collateralismo a questo o quel partito, questa o quella coalizione. Nostro compito è arricchire una intelligenza diffusa di quel che in un quarto di secolo si è prodotto: la democrazia è stata tutelata e arricchita per la presenza e le iniziative di soggetti civici, e sotto questo profilo la loro alterità al sistema dei partiti non consente che, a ogni turno elettorale, le associazioni siano chiamate solo a “donare il sangue” ai partiti (fornire credibili candidati, portare voti). La forza di questo universo sarebbe tanto maggiore se tenesse ferme le proprie autonome prerogative e interloquisse con determinazione sulle cose da fare, sugli obiettivi di governo, cui di fatto già collabora positivamente.

Pensi a un “Manifesto” della cittadinanza attiva?
Qualcosa del genere ora serve. Non per guadagnare titoli di preferenza per chi, come il nostro movimento, è più avanti in questa ricerca. Ma per dare a tutti i soggetti del Terzo settore consapevolezza del loro comune ruolo generale, dei titoli di merito già accumulati nei confronti della democrazia del paese, e della necessità e possibilità di una iniziativa comune, larga e inclusiva, per portare al centro degli sforzi di cambiamento le politiche socialmente utili, e non solo il contrasto ai partiti e la riduzione dei costi della politica. Certo, è necessaria la “riforma della politica”, ma la vera differenza tra quella che caratterizza sistemi di interessi organizzati nei partiti, e quella che potrebbe sgorgare assai più copiosa da iniziative non profit diffuse e autonome per beni comuni, sta nei contenuti delle politiche perseguite, non nelle persone elette per deciderle e attuarle.

Intervista a cura di Aurora Avenoso, Ufficio Stampa Cittadinanzattiva

fonte: http://cittadinanzattiva.it/editoriale/attivismo-civico/4948-ogni-ficatu-i-musca-e-sustanza.html

31-3Tramonto dietro al Monte Rosa, dal Monte di Brianza (31 marzo)

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LA SCUOLA AL CENTRO DELLA POLITICA COSTITUZIONALE

giugno 14, 2013

SENTITA ESIGENZA DI RISPETTO DELLA COSTITUZIONE E DEI DIRITTI DEI GIOVANI

di STEFANO RODOTÀ  La Repubblica 10 GIUGNO 2013, pag.26 sez. COMMENTI

Principi da rispettare.  Dal mondo della scuola, da Bologna e da Napoli, arrivano indicazioni significative per stabilire quale debba essere oggi la politica costituzionale, e che mettono in evidenza l’importanza delle iniziative dei cittadini e l’illegittimità di vincoli economici che possono pregiudicare i diritti fondamentali delle persone. Grandi questioni di principio entrano così, con la forza della concretezza, in una discussione costituzionale da troppo tempo confinata in astratte e rischiose operazioni di “ingegneria istituzionale”, con scarsa considerazione dei principi da rispettare e disattenzione crescente per le essenziali questioni dei diritti. È ormai ben noto che un gruppo di cittadini bolognesi aveva promosso un referendum sul finanziamento pubblico alle scuole materne private, ricordando che l’articolo 33 della Costituzione riconosce il diritto dei privati “di istituire scuole senza oneri per lo Stato”. Veniva così messa in discussione una linea di politica scolastica nazionale e locale costruita negli anni da maggioranze diverse, che aveva aggirato la norma costituzionale riconoscendo ai privati cospicui finanziamenti.

 Contro il referendum  si era costituito un massiccio schieramento che vedeva insieme il Pd, il Pdl e la Curia. Sembrava così che il risultato fosse scontato. E invece contro il finanziamento si è pronunciato il 58,8% dei votanti, smentendo non solo le previsioni, ma pure l’accusa secondo la quale si trattava di una iniziativa estremista e minoritaria, che metteva in discussione il diritto dei bambini appartenenti alle famiglie più svantaggiate. Se, infatti, si analizzano i risultati del voto quartiere per quartiere, emerge con nettezza il fatto che il sostegno al referendum è venuto proprio dalle zone più popolari dov’è più forte l’elettorato di sinistra che, dunque, non si è allineato alla posizione ufficiale del Pd. Si è cercato di sminuire il significato del referendum insistendo sulla bassa affluenza alle urne (28,7%). Argomento debole, soprattutto in tempi di astensionismo generalizzato.

 Fedeltà alla Costituzione.  Ma il risultato bolognese si presta a riflessioni di carattere generale. La prima riguarda la fedeltà alla Costituzione e la voglia delle persone di impegnarsi in iniziative che difendono principi: e questa è una indicazione importante in una fase in cui si vuole avviare una stagione di riforme che rischia di mettere in discussione proprio aspetti fondamentali del testo costituzionale. La seconda si riferisce alla necessità di rispettare il risultato del voto referendario, anche se, come nel caso di Bologna, non ha valore vincolante. E, infatti, personalità eminenti del mondo cattolico, che si erano schierate a favore del mantenimento del finanziamento ai privati, hanno responsabilmente sottolineato la necessità di tenere comunque conto della volontà popolare.

 La questione del rispetto dei risultati referendari non è nuova. Da due anni, da quando ventisette milioni di elettori votarono contro la privatizzazione dell’acqua, è in corso una guerriglia che vede istituzioni pubbliche impegnate nell’illegittimo tentativo di vanificare il risultato di quel voto. E negli ultimi tempi si è ripetutamente insistito sul fatto che, nel 1993, il 90% degli elettori votò a favore dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, poi mantenuto in vita con diversi artifizi. Sembra, invece, essersi perduta la memoria di quei sedici milioni di cittadini che nel 2006, votando contro la riforma costituzionale approvata dalla maggioranza berlusconiana l’anno precedente, confermarono l’impianto della Costituzione, opponendosi a forzature che avrebbero accentuato i rischi della concentrazione autoritaria del potere. Vale il richiamo al referendum sul finanziamento ai partiti e non quello sulla fedeltà alla Costituzione? Due pesi e due misure? Certo, i risultati referendari non escludono la possibilità di riprendere in esame i temi affrontati e nella mozione appena approvata dalle Camere sull’iter delle riforme costituzionali si dice esplicitamente che un referendum sarà possibile. Ma, istituzionalmente e politicamente, è preoccupante la disattenzione per una opinione pubblica che ha ripetutamente mostrato un orientamento ostile alle semplificazioni autoritarie del sistema costituzionale e la sua attenzione ai principi che lo fondano.

 Diritti fondamentali dei bambini.  Principi che non possono rimanere sulla carta e che, quindi, non possono essere messi tra parentesi con l’argomento dei vincoli imposti dalla crisi economica. È questo il grande significato di una decisione della Corte dei conti che ha giudicato legittima una decisione del Comune di Napoli anch’essa legata al funzionamento delle scuole. Che cosa aveva fatto il Comune? Aveva approvato una delibera che consentiva la nomina degli insegnanti necessari per il funzionamento delle scuole dell’infanzia e degli asili nido, delibera che formalmente si poneva in contrasto con i divieti imposti dal patto di stabilità ai Comuni con pesanti buchi nel bilancio. La questione era finita davanti alla sezione campana della Corte dei conti, che doveva appunto accertare la legittimità dell’iniziativa presa dagli amministratori napoletani. L’argomentazione del Procuratore regionale è molto netta: “I pur fortissimi diritti di contenuto economico e finanziario posti a salvaguardia dell’integrità dei bilanci pubblici non possono incidere sui diritti fondamentali della persona”. E qui le persone sono le bambine e i bambini che sarebbero stati privati proprio della possibilità di accedere ad un servizio essenziale, come quello scolastico, con evidente violazione del diritto all’istruzione, elemento costitutivo del diritto costituzionale al libero sviluppo della personalità. Nella delibera del Comune, peraltro, si affrontava anche il tema della riduzione di altre spese, non altrettanto indispensabili, per sostenere quelle relative all’assunzione degli insegnanti.

 Scuola pubblica come organo costituzionale.  Sulla base di una dettagliata analisi delle norme vigenti e degli orientamenti delle corti italiane e europee viene così messa radicalmente in discussione la subordinazione dei diritti fondamentali alla logica economica, che sembra essere divenuta l’unica norma di riferimento del tempo che viviamo. Si blocca così una deriva che ha portato a vere e proprie sospensioni delle garanzie costituzionali. Il caso napoletano dovrebbe allora imporre un riflessione generale ad una politica disattenta e che sembra non più attrezzata per affrontare questioni di tale portata. Che però non possono essere eluse, perché intorno ad esse si costruisce quella politica costituzionale di cui sempre più si avverte il bisogno. La scuola pubblica, scriveva Piero Calamandrei, è “organo costituzionale”. Quella definizione torna alla mente perché da lì, dal luogo dove principi fondativi e formazione civile s’incontrano, viene oggi una spinta forte per uscire dalla regressione nella quale stiamo sprofondando e per indicare alla politica l’orizzonte largo nel quale deve muoversi per recuperare credito e nobiltà.

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NO AL GRIMALDELLO CONTRO LA COSTITUZIONE

giugno 13, 2013

L’APPELLO DEI COMITATI DOSSETTI

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da comitatidossetti.it

I Comitati Dossetti per la Costituzione denunciano come inammissibile il disegno di legge costituzionale approvato dal Consiglio dei ministri il 6 giugno 2013, che detta nuovi modi e tempi per la riforma della Costituzione in violazione dell’art. 138 della Carta.

Violazioni che consistono, a tacer d’altro:
1. nel riconoscimento al Governo dell’inusitato ruolo di proponente delle riforme costituzionali, per giunta coadiuvato da una commissione di esperti nominati dallo stesso Governo;
2. nell’altrettanto inusitata imposizione di un limite temporale al procedimento di revisione, come se si trattasse dell’approvazione, con caratteri d’urgenza, di una legge ordinaria;
3. nella diminuzione da tre mesi ad uno dell’intervallo intercorrente tra la prima e la seconda approvazione del testo delle leggi di revisione costituzionale: un intervallo voluto espressamente dai Costituenti perché le eventuali modifiche costituzionali potessero essere adeguatamente discusse nell’opinione pubblica prima della delibera definitiva delle Camere (nella quale, com’è noto, non è ammissibile la presentazione di emendamenti).

Si è eccepito che queste modifiche verrebbero ad essere contenute in una legge costituzionale ad hoc. Questa non è però una valida giustificazione. Da un lato tali modifiche spiegherebbero infatti “effetti permanenti” con riferimento alla disciplina procedimentale delle future leggi costituzionali, per cui si tratterebbe di “deroghe con effetti permanenti” e cioè di vere e proprie modifiche surrettizie all’art. 138; dall’altro il fatto che tali modifiche siano contenute in una legge costituzionale non significa alcunché perché le leggi costituzionali, non diversamente dalle leggi ordinarie, devono rispettare i limiti formali e sostanziali posti dalla Costituzione.

Si tratta pertanto di una legge grimaldello che fa saltare le garanzie e le regole che la Costituzione stessa ha eretto a sua difesa, e che finché sono in vigore vanno rispettate. Essa contempla che in diciotto mesi vengano cambiati forma dello Stato, forma di Governo, Parlamento e l’intero equilibrio fra i poteri dello Stato su cui riposano i diritti dei cittadini.
I Comitati Dossetti per la Costituzione, richiamandosi alla grande manifestazione di patriottismo costituzionale tenutasi a Bologna il 2 giugno con la partecipazione di popolo e rappresentanti di movimenti di massa, e dando seguito al loro appello del 2 maggio “Giuristi contro la Convenzione”, fanno presente al Governo ed alla maggioranza parlamentare che con tale disegno di legge, rispecchiante la mozione delle Camere del 29 maggio scorso, viene compiuto un gravissimo errore, a cui, tuttavia, sarebbe ancora possibile non dare corso.

La previsione e l’auspicio, formulati da molti e dallo stesso Presidente della Repubblica che da qui a poco più di diciotto mesi si possa concludere l’iter delle riforme, sono tutti basati sul presupposto che il disegno di legge costituzionale, presentato ora al Parlamento, sia subito approvato e poi, nello spirito dell’Alleanza manifestatasi il 29 maggio, sia definitivamente varato in seconda lettura alla fine di ottobre, con una maggioranza che superi i due terzi dei voti, in modo tale che sia esclusa la possibilità di indire il referendum confermativo.
In tal caso partirebbe subito la procedura di revisione, prima in un Comitato parlamentare di 40 membri e poi nelle aule parlamentari, dove il dibattito è pensato come rapido e formale.

Quanto al tipo di cambiamento, si va dalla forma di Stato, alla forma di Governo, al numero dei Parlamentari, al bicameralismo, fino alla corrispondente legge elettorale, mentre si affaccia il mito del presidenzialismo. Si tratta di materie in cui le posizioni presenti nel Parlamento e nel Paese sono le più diverse e contrastanti e che il Comitato dei 40 in pochi mesi dovrebbe ricondurre ad unità, in un momento di massima crisi del Paese e di minore corrispondenza, dal punto di vista rappresentativo, tra l’elettorato ed il Parlamento eletto con la legge “Porcellum”.

La stessa legge proposta dal governo mostra di avvertire l’anomalia di un cambiamento della democrazia e dello Stato fatto da una rappresentanza che non rispecchia proporzionalmente le componenti dell’elettorato e che dunque può risolversi nell’imposizione di una minoranza. Infatti la legge stabilisce che il Comitato dei 40 deve essere formato in modo da rispecchiare la proporzione fra i Gruppi, tenendo conto non solo dei loro seggi in Parlamento ma anche dei voti conseguiti alle elezioni politiche: segno che si vede la stortura ma non la si risolve; infatti questa correzione proporzionalistica che per la prima volta misura i rapporti fra i Gruppi parlamentari sulla base dei voti ricevuti e non dei seggi, riguarda solo il momento referente del lavoro del Comitato, ma non riguarda ovviamente il voto d’aula; questo poi avverrà non nella costituzionalmente obbligata doppia lettura a distanza di tre mesi l’una dall’altra, ma con il contingentamento dei tempi e l’arbitraria riduzione di tale intervallo ad un mese.

A questo punto rimarrà solo il referendum confermativo, che in ogni caso potrà essere richiesto, ma sarà troppo tardi perché l’elettorato, tormentato da una crisi gravissima e oberato da altri pensieri possa decidere con libertà di coscienza sulla sorte della Repubblica e del suo ordinamento democratico, piuttosto che essere trascinato in una sorta di plebiscito.

Tutto ciò dice come i prossimi 18-24 mesi saranno mesi di passione per la Costituzione e forse la sua ultima prova.
Dov’è allora l’errore? A parte l’errore che è nella cosa stessa, esso sta nel fatto che, anziché offrire, come si vorrebbe, una garanzia di durata al Governo Letta ed alla Grande Alleanza, la partita costituzionale così aperta diventa fonte della loro massima debolezza. Agli occhi di molti la questione diventa infatti il caso serio di una Repubblica democratica e rappresentativa che sta o cade, e quindi attinge un’assoluta priorità a partire dal momento stesso in cui si comincerà a discutere in Parlamento la legge costituzionale di deroga all’art. 138.

Non vi è chi non veda come tra i mezzi per fermare la riforma vi sia la procurata caduta del Governo, la dissoluzione della sua maggioranza e l’insorgere di fratture nell’ambito degli stessi partiti della maggioranza, forse con le inevitabili dimissioni dello stesso Presidente della Repubblica.

I Comitati Dossetti per la Costituzione, per parte loro, si propongono le seguenti azioni:

1) esercitare una “moral suasion” per indurre i partiti di maggioranza del Parlamento – che tutti si richiamano alla democrazia ed alla libertà – a garantire che in seconda lettura la legge grimaldello non sia votata da una Santa Alleanza che raggiunga i due terzi dei voti, in modo che non sia esclusa la possibilità costituzionale del referendum popolare;

2) presentare o promuovere la presentazione, sin da questi mesi estivi, di singole leggi di revisione costituzionale che, su punti specifici, e senza travolgere l’intero ordinamento:
– correggano il sistema bicamerale investendo la sola Camera del rapporto di fiducia col Governo;
– ridefiniscano il rapporto fra Stato, Regioni ed altre autonomie locali, ponendo rimedio alle negative esperienze fatte fin qui;
– ridisegnino il numero dei parlamentari;
– riscrivano l’art. 81;
– stabiliscano un tetto di spesa per le spese militari ed un minimo di spesa per le spese scolastiche e formative;
– introducano il principio del reddito minimo di esistenza vitale;
– enuncino un criterio d’indirizzo sui rapporti fra Italia ed Unione Europea, sopraggiunti dopo l’entrata in vigore della Costituzione del 1948, criterio basato sul perseguimento dell’unità vera e non solo economica dell’Europa e sulla salvaguardia della personalità, dei valori supremi e della qualità della vita della comunità di tutti gli abitanti della Penisola.
Altri temi specifici, se urgenti, potranno essere oggetto di singoli progetti di legge di revisione costituzionale, tutti sottoponibili, poi, separatamente a referendum popolare.

I Comitati Dossetti per la Costituzione suggeriscono al Governo ed ai partiti veramente desiderosi di un perfezionamento della nostra Costituzione che questa è la strada meno conflittuale col Paese e con la giovane tradizione costituzionale italiana, nonché la più rapida per raggiungere graduali e sicuri risultati di avanzamento istituzionale nella continuità dell’ordinamento democratico.

I Comitati Dossetti, infine, invitano tutte le associazioni, enti, sindacati, comunità culturali e religiose a mantenere vigile l’interesse e la cura per la Costituzione ed i valori che in essa finalmente hanno raggiunto la soglia del diritto obbligante per tutti, e propongono che fin d’ora siano raccolti contributi volontari da depositare in un fondo presso la Banca Etica per far fronte alle future spese dei prevedibili referendum in cui si dovrà combattere la battaglia per la Costituzione.

Raniero La Valle, Luigi Ferrajoli, Domenico Gallo, Umberto Allegretti, Gaetano Azzariti, Nicola Colaianni, Alfonso Di Giovine, Gianni Ferrara, Alessandro Pace, Giovanni Palombarini, Livio Pepino, Alessandro Pizzorusso, Armando Spataro, Francesco Di Matteo, Tommaso Fulfaro, Francesco Bilancia, Sandro Baldini, Maurizio Serofilli, Luisa Marchini, Barbara Romagnoli, Beppe Giulietti, Associazione “Salviamo la Costituzione: aggiornarla non distruggerla”, Francesca Landini

Il documento è aperto alle firme di altri giuristi e cittadini; chi voglia sottoscriverlo può farlo al link  economiademocratica.it oppure al link  http://www.comitatidossetti.it  utilizzando l’apposito spazio dei commenti, anche semplicemente scrivendo “aderisco”.

(10 giugno 2013)

Volantino di Libertà e Giustizia

giugno 9, 2013

LEGGE ELETTORALE SUBITO

“Possiamo confidare d’avere una legge elettorale conforme alla democrazia, per quando si sarà chiamati a votare? Un Parlamento di nominati non dispiace affatto a chi li può nominare, distribuendo favori e, al contempo, assicurandosi fedeltà incrollabili. Gli accoliti possono essere più utili di rappresentanti della Nazione. E anch’essi possono riporre nel sistema delle nomine dall’alto la speranza  di “rielezione”, in cambio della fedeltà ai capi”. Gustavo Zagrebelsky

NO AL RICATTO DI

BERLUSCONI CHE VUOLE

PRIMA SMANTELLARE LA

COSTITUZIONE

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“C’è da arrendersi a questa condizione crepuscolare della democrazia? Al contrario. Nella democrazia pericolante, c’è invece da convocare tutte le energie disponibili, dovunque esse si possano trovare. Dobbiamo crescere, diffondendo consapevolezza e cultura politica, fino a costituire una massa critica di cui non sia possibile non tenere conto.”Gustavo Zagrebelsky

Unisciti a Libertà e Giustizia e alle 100 associazioni che hanno aderito alla Manifestazione “Non è cosa vostra – Associazioni e cittadini per la Costituzione”.

Libertà e Giustizia

http://www.libertaegiustizia.it

info@libertaegiustizia.it

tel. 0245491066

2 GIUGNO: UN’ALTRA FESTA È POSSIBILE

giugno 2, 2013

UN’ALTRA FESTA È POSSIBILE

di Flavio Lotti*,
Coordinatore nazionale della Tavola della Pace

Non è solo una questione di soldi. La Festa della Repubblica è troppo bella e importante per essere trascinata nel tritacarne della spending review. E’ vero che in tempo di crisi mal si sopportano gli sprechi. Ma questa Festa non può essere trattata come altre feste della Casta. La Festa della Repubblica è la festa di un popolo e di un Paese che, dopo il fascismo, hanno scelto la democrazia e i valori che la sostengono.

Ricordare ogni anno quel giorno (2 giugno 1946) e quella scelta non è solo un esercizio di memoria storica (Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno) ma un modo concreto per riscoprirne il valore e rinnovarne lo spirito. Se oggi guardiamo a questa Festa con grande distacco e scetticismo è perché parole come “Repubblica” e “democrazia” non suscitano più in noi alcuna emozione. E sembrano aver perso ogni significato concreto. Anche per questo abbiamo bisogno di ripensare questa Festa.  

Per molti anni il 2 giugno è stato celebrato con una parata militare. E da qualche tempo a questa parte, vista la crisi che tira, si preferisce una “parata low cost”. Ma la Festa della Repubblica non è la festa delle Forze Armate. Al nostro strumento militare, all’Esercito, alla Marina, all’Aeronautica e ai Carabinieri è dedicato il 4 novembre. Qual è, dunque, oggi il modo più giusto per celebrare la Festa della Repubblica? Provo ad avanzare tre proposte.

Prima proposta. La Festa della Repubblica è e deve essere la festa di tutti gli italiani. Va celebrata insieme, senza deleghe e primi della classe. Anzi, deve essere un’occasione per fare spazio anche agli ultimi, quelli che continuano a essere tenuti ai margini della vita delle nostre comunità. Penso anche a tutti quelli che oggi ancor più di ieri sono travolti dalla crisi, dalla perdita del lavoro e della dignità. Una Repubblica che si concentra su di loro e che s’impegna a valorizzare anche l’ultimo dei suoi cittadini è una Repubblica sana, viva, coesa.

Seconda proposta. Il 2 giugno deve essere celebrato all’insegna della Costituzione che ha generato e della riscoperta del significato autentico dei valori che vi sono iscritti. Quel giorno, i sindaci di tutti i Comuni d’Italia, cuore pulsante e bistrattato del paese reale, dovrebbero consegnare personalmente la Costituzione a tutti i giovani diciottenni e a tutti i nuovi italiani a cui riconosciamo finalmente i diritti di cittadinanza. La consegnano e la discutono, per fare in modo che i valori non siamo solo belle parole ma diventino obiettivi concreti della politica e della comunità. Insomma, il 2 giugno deve essere la Festa dei diritti e delle responsabilità di tutti gli italiani.  

Terza proposta. La Festa della Repubblica deve essere aperta all’Europa e al mondo. Cominciamo con i nostri vicini, quelli con cui condividiamo la nuova cittadinanza europea e quelli con cui condividiamo il futuro nel Mediterraneo. Chiamiamoli a festeggiare con noi la bellezza del nostro Paese e della nostra Costituzione ma anche la nostra volontà di fronteggiare insieme le grandi sfide del nostro tempo. Senza bisogno di parate militari e di esibizioni muscolari. Con l’umiltà, la dignità e il coraggio di chi sa affrontare anche le sfide più grandi.   

PS. Lascio agli amanti delle parate militari e al Fan club degli F-35 il compito di spiegare agli italiani che devono continuare a fare sacrifici mentre loro continueranno a spendere decine di milioni di euro per comprare, mantenere e sbandierare i gioielli delle nostre armate. La Repubblica merita un’altra Festa.  

*da Famiglia Cristiana,  Dossier a cura di Alberto Chiara e Luciano Scalettari

Fonte: http://www.famigliacristiana.it/volontariato/organizzazioni/dossier/2-giugno-che-c-e-da-festeggiare/flavio-lotti-unaltra-festa-e-possibile.aspx

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Un cacciabombardiere F-35.