Archive for gennaio 2013

IL DIRITTO ALLA POLITICA

gennaio 10, 2013

ATTRAVERSO CRISI E ANTIPOLITICA, È IN ATTO L’ESTROMISSIONE COLLETTIVA DALLA POLITICA

di ADRIANO PROSPERI  La Repubblica,  08 gennaio 2013 pag.29 sez. COMMENTI

Luogo alto.  Posizionarsi, dice Bersani: è una parola. Ma, come accade con le parole nel loro rapporto complicato e difficile con le cose, questa volta la parola fa intravedere il nocciolo duro di una realtà nascosta che tutti ci riguarda. La questione è dove stia la politica e dove stiamo noi rispetto a lei. Lo spazio della politica si è allontanato da quello dove donne e uomini vivono la loro vita fino ad apparire lontano ed estraneo. La politica è stata a lungo un luogo basso dove c’era un protagonista che decideva di scendervi a sistemare le cose, in nome e per conto di tutti. Molti ci hanno creduto e si sono messi a guardare lo spettacolo alle sue televisioni. Oggi ci dicono che è un luogo alto, dove sale chi è chiamato per investitura (di qualcuno che evidentemente sta ancora più in alto). Alto o basso che sia, quel luogo resta fuori dalla nostra veduta e ci chiediamo dove sia finito quello spazio civile dove su di uno stesso piano, quello orizzontale della vita quotidiana, i cittadini tutti potevano incontrare la politica e farvi la loro parte.

Cambiamento mascherato.  Di fatto, man mano che si avvicina l’appuntamento delle elezioni cresce l’impressione di un continuo e progressivo divaricarsi della distanza tra le parole e le cose. È come se le cose nuove fossero abbigliate di vestimenti vecchi, tanto che ci sembrano familiari e non ci accorgiamo della loro novità. Ora, è vero che nel linguaggio corrente affiora la coscienza del mutamento avvenuto e si parla abitualmente di seconda e di terza repubblica. Ma è un singolare vizio italiano quello di mascherare il nuovo sotto l’abito del vecchio: quando il generale Charles De Gaulle volle rafforzare i poteri del presidente della repubblica francese propose un referendum che ottenne un largo consenso elettorale e da cui nacque una diversa costituzione. Da noi il cambiamento è avvenuto in forme mascherate, sotterranee, attraverso dissimulazioni, furberie e vere e proprie falsificazioni della realtà, senza mai un mutamento delle forme istituzionali e delle regole del gioco.

Partiti scavalcati.  Fare degli esempi è molto facile: parliamo ad esempio dei partiti, quelli ai quali la Costituzione riconosce il compito di garantire ai cittadini il diritto di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art.49). Chi ha una certa età non può dimenticare l’appassionata partecipazione che a partire dal’48 ha portato grandi masse a fare uso effettivo di quel diritto sulla base del programma del partito e caricando il proprio voto di un fortissimo investimento di volontà di cambiamento. Oggi il confronto politico si svolge per lo più al di fuori dei partiti e più o meno esplicitamente contro di essi. Anche laddove resiste la forma partito o ne sussistono le vestigia, quello che conta e a cui si affida l’efficacia del richiamo elettorale è il leader: il suo nome, la sua storia personale, o almeno la sua faccia, i suoi tic individuali. È una conseguenza del ventennio berlusconiano. Oggi ci prepariamo a un ritorno all’esercizio della sovranità popolare dopo una parentesi di stato d’eccezione. Ma nella realtà gli elettori si trovano davanti a una serie di proposte che hanno il nome e il volto di uomini. Ai due estremi della gamma troviamo Grillo e Monti. Da un lato un leader che disprezza e rifiuta le regole del confronto politico, si dichiara anti-sistema e domina da padrone assoluto persone e cose del movimento che a lui si ispira; dall’altra un leader che si propone con toni e argomenti rispettosi e bene educati, fa leva sulla persuasione razionale, presenta un programma molto ampio ed elaborato e si offre come un servitore del Paese. Ma ambedue hanno in comune il fatto di tirare le fila di un movimento restandone al di sopra e al di fuori.

Politica alta.  Il senatore a vita «sale» in una sfera politica dalla quale potrà contemplare le miserie della lotta degli altri contendenti per conquistare fiducia e consenso. L’altezza è la sua collocazione, anche secondo «altissime» opinioni. «Alto e nobile» il suo senso della politica, anzi «il più alto e più nobile» secondo il commento dell’Osservatore Romano: per il quale Monti è destinato a intercettare una «domanda di politica alta». È lui, per il Vaticano, «l’uomo adatto a traghettare l’Italia»: vizio antico quello di coprire i propri interessi coi decreti della Provvidenza. Ma non è certo il caso di dare lezioni di morale e di religione a chi lo fa per mestiere da millenni. Non tocca a noi insegnare alla Chiesa il suo mestiere: ci tocca invece chiederci perché i nostri governanti abbiano dimenticato la Costituzione (che recita “Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”) e facciano un uso scorretto del proprio ufficio danneggiando gli interessi dello Stato, cioè di tutti i cittadini, non solo con iniquità fiscali evidenti (vedi lo scandalo Imu) ma anche e soprattutto piegandosi a certe ossessioni ecclesiastiche in materia di diritti individuali, come quelli di sposarsi, procreare e decidere sulle cure che ci riguardano senza subire leggi costrittive dettate dal clero. Scorrere l’agenda Monti cercando un qualche cenno a queste materie sarebbe fatica vana. Eppure chi vorrà governare dovrà pur dire ai cittadini che intenzioni ha in materia di diritti.

Doveri, non diritti.  Ma, per usare il centratissimo titolo del bel libro recente di Stefano Rodotà, abbiamo ancora il diritto di avere dei diritti? E qui si tocca il punto ultimo ed estremo dove verificare quale distanza il tempo e la malizia umana abbiano interposto tra le parole e le cose. In questo Paese la stragrande maggioranza della popolazione per secoli non ha avuto diritti ma solo doveri, quelli biblici di Adamo ed Eva: lavorare per gli uomini, partorire nel dolore per le donne. I diritti alla vita, alla libertà, al perseguimento della felicità che la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti aveva definito inalienabili non sfiorarono le masse contadine dei sudditi del Regno d’Italia più di quanto avessero sfiorato le tribù dei nativi americani. È stato solo col secondo dopoguerra che è nata un’esperienza dei diritti per effetto di una liberazione che fu politica e divenne rapidamente sociale – liberazione dalla stretta del bisogno e della mancanza di lavoro, possibilità di partecipare al grande e felice banchetto dei consumi e di presentarsi al seggio elettorale sentendosi finalmente soggetti e costruttori del proprio destino.

Fondata sul lavoro?  Oggi tutto questo appare lontanissimo: e la radice primaria è la scomparsa del lavoro come diritto oltre che come realtà. Il governo Monti si è assunto il compito di adeguare le parole alle cose, con una ratifica formale della scomparsa che ha accelerato i processi del degrado sociale. Di fatto quello che fu il caposaldo della Costituzione repubblicana e dette una risonanza straordinaria alla formulazione fanfaniana dell’articolo 1 è oggi una vuota parola. Al di là delle caute ed elusive formulazioni del documento Monti su questo punto, c’è l’avvenuta trasformazione del lavoro come diritto in lavoro come benefica elargizione di capitani d’industria – purché non ci sia più la minaccia di uno Statuto dei lavoratori e di un sindacato indocile. E quanto ai giovani, oggi conosciamo una devastante pratica dell’abbandono di chi studia e fa ricerca davanti all’alternativa tra l’emigrazione e le follie burocratiche di macchine concorsuali senza fine e senza posti. L’esito finale di tutto questo è una estromissione collettiva dalla politica come campo aperto di cui si fa parte normalmente, senza dover attendere la chiamata dall’alto. Contro l’alto e il basso bisognerà pur restaurare un approccio orizzontale, laico e concreto alla lotta politica: a meno di non voler tornare all’Italia dei secoli antichi, quando i contadini veneti si sentivano stretti fra l’«Altissimo di sopra che manda la tempesta» e «l’Altissimo di sotto che prende quel che resta». Con la sconsolata conclusione: «E noi tra ‘sti doi Altissimi restemo poverissimi».

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IL GRANDE DESERTO DEI DIRITTI

gennaio 4, 2013

 

L’AGENDA MONTI TRASCURA I DIRITTI ESALTANDO LA DIMENSIONE ECONOMICA. SERVE UN RITORNO ALLA POLITICA COSTITUZIONALE

di STEFANO RODOTÀ  La repubblica  03 gennaio 2013 pagg. 1 e 29

Perduto il filo dei diritti.  Si può avere una agenda politica che ricacci sullo sfondo, o ignori del tutto, i diritti fondamentali? Dare una risposta a questa domanda richiede memoria del passato e considerazione dei programmi per il futuro. Ma bilanci e previsioni, in questo momento, mostrano un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica. Le conferme di una valutazione così pessimistica possono essere cercate nel disastro della cosiddetta Seconda Repubblica e nelle ambiguità dell’Agenda per eccellenza, quella che porta il nome di Mario Monti. Solo uno sguardo realistico può consentire una riflessione che prepari una nuova stagione dei diritti. Vent’anni di Seconda Repubblica assomigliano a un vero deserto dei diritti (eccezion fatta per la legge sulla privacy, peraltro pesantemente maltrattata negli ultimi anni, e alla recentissima legge sui diritti dei figli nati fuori del matrimonio). Abbiamo assistito ad una serie di attentati alle libertà, testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla procreazione assistita, sull’immigrazione, sul proibizionismo in materia di droghe, e dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia, di contrasto all’omofobia. La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica, ha trovato i suoi protagonisti nelle corti italiane e internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di quelle leggi grazie al riferimento alla Costituzione, che ha così confermato la sua vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si sottovaluta l’importanza.

La considerazione dei diritti  permette di andare più a fondo nella valutazione comparata tra Seconda e Prima Repubblica, oggi rappresentata come luogo di totale inefficienza. Alcuni dati. Nel 1970 vengono approvate le leggi sull’ordinamento regionale, sul referendum, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, sulla carcerazione preventiva. In un solo anno si realizza così una profonda innovazione istituzionale, sociale, culturale. E negli anni successivi verranno le leggi sul diritto del difensore di assistere all’interrogatorio dell’imputato e sulla concessione della libertà provvisoria, sulla delega per il nuovo codice di procedura penale, sull’ordinamento penitenziario; sul nuovo processo del lavoro, sui diritti delle lavoratrici madri, sulla parità tra donne e uomini nei luoghi di lavoro; sulla segretezza e la libertà delle comunicazioni; sulla riforma del diritto di famiglia e la fissazione a 18 anni della maggiore età; sulla disciplina dei suoli; sulla chiusura dei manicomi, l’interruzione della gravidanza, l’istituzione del servizio sanitario nazionale. La rivoluzione dei diritti attraversa tutti gli anni ’70, e ci consegna un’Italia più civile.

Steccati e fondamentalismi.  Non fu un miracolo, e tutto questo avvenne in un tempo in cui il percorso parlamentare delle leggi era ancor più accidentato di oggi. Ma la politica era forte e consapevole, attenta alla società e alla cultura, e dunque capace di non levare steccati, di sfuggire ai fondamentalismi. Esattamente l’opposto di quel che è avvenuto nell’ultimo ventennio, dove un bipolarismo sciagurato ha trasformato l’avversario in nemico, ha negato il negoziato come sale della democrazia, si è arresa ai fondamentalismi. È stata così costruita un’Italia profondamente incivile, razzista, omofoba, preda dell’illegalità, ostile all’altro, a qualsiasi altro. Questo è il lascito della Seconda Repubblica, sulle cui ragioni non si è riflettuto abbastanza. Le proposte per il futuro, l’eterna chiacchiera su una “legislatura costituente” consentono di sperare che quel tempo sia finito? Divenuta riferimento obbligato, l’Agenda Monti può offrire un punto di partenza della discussione. Nelle sue venticinque pagine, i diritti compaiono quasi sempre in maniera indiretta, nel bozzolo di una pervasiva dimensione economica, sì che gli stessi diritti fondamentali finiscono con l’apparire come una semplice variabile dipendente dell’economia. Si dirà che in tempi difficili questa è una via obbligata, che solo il risanamento dei conti pubblici può fornire le risorse necessarie per l’attuazione dei diritti, e che comunque sono significative le parole dedicate all’istruzione e alla cultura, all’ambiente, alla corruzione, a un reddito di sostentamento minimo. Ma, prima di valutare le questioni specifiche, è il contesto a dover essere considerato.

Europa dei diritti.  In un documento che insiste assai sull’Europa, era lecito attendersi che la giusta attenzione per la necessità di procedere verso una vera Unione politica fosse accompagnata dalla sottolineatura esplicita che non si vuole costruire soltanto una più efficiente Europa dei mercati ma, insieme una più forte Europa dei diritti. Al Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, si era detto che solo l’esplicito riconoscimento dei diritti avrebbe potuto dare all’Unione la piena legittimazione democratica, e per questo si imboccò la strada che avrebbe portato alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Questa ha oggi lo stesso valore giuridico dei trattati, sì che diviene una indebita amputazione del quadro istituzionale europeo la riduzione degli obblighi provenienti da Bruxelles a quelli soltanto che riguardano l’economia. Solo nei diritti i cittadini possono cogliere il “valore aggiunto” dell’Europa. Inquieta, poi, l’accenno alle riforme della nostra Costituzione che sembra dare per scontato che la via da seguire possa esser quella che ha già portato alla manipolazione dell’articolo 41, acrobaticamente salvata dalla Corte costituzionale, e alla “dissoluzione in ambito privatistico” del diritto del lavoro grazie all’articolo 8 della manovra dell’agosto 2011. Ricordo quest’ultimo articolo perché si è proposto di abrogarlo con un referendum, unico modo per ritornare alla legalità costituzionale e non bieco disegno del terribile Vendola. Un’agenda che riguardi il lavoro, oggi, ha due necessari punti di riferimento: la legge sulla rappresentanza sindacale, essenziale strumento di democrazia; e il reddito minimo universale, considerato però nella dimensione dei diritti di cittadinanza. E i diritti sociali, la salute in primo luogo, non sono lussi, ma vincoli alla distribuzione delle risorse.

Colpisce il silenzio sui diritti civili.  Si insiste sulla famiglia, ma non v’è parola sul divorzio breve e sulle unioni di fatto. Non si fa alcun accenno alle questioni della procreazione e del fine vita: una manifestazione di sobrietà, che annuncia un legislatore rispettoso dell’autodeterminazione delle persone, o piuttosto un’astuzia per non misurarsi con le cosiddette questioni “eticamente sensibili”, per le quali il ressemblement montiano rischia la subalternità alle linee della gerarchia vaticana, ribadite con sospetta durezza proprio in questi giorni? Si sfugge la questione dei beni comuni, per i quali si cade in un rivelatore lapsus istituzionale: si dice che, per i servizi pubblici locali, si rispetteranno “i paletti posti dalla sentenza della Corte costituzionale”, trascurando il fatto che quei paletti li hanno piantati ventisette milioni di italiani con il voto referendario del 2011. Queste prime osservazioni non ci dicono soltanto che una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro. Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica ad una dimensione, quella dell’economia. Serve un ritorno alla politica “costituzionale”, quella che ha fondato le vere stagioni riformatrici.

Castello di Bran (Dracula) Romania

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