Archive for marzo 2012

VERSO UNA COSTITUZIONE DI TERZA GENERAZIONE?

marzo 21, 2012

LA TEORIA GIURIDICA DOVREBBE PRECEDERE LA REALTÀ SOCIALE E LE COSTITUZIONI ESSERE PIÙ VINCOLANTI PER CONTENERE I POTERI SELVAGGI

Vulnerabilità della democrazia.  Non si deve dimenticare che l’avvento della dittatura fascista nel nostro paese è stata ottenuta per via democratica. Con la legge Acerbo del 1923 Mussolini ottenne un premio di maggioranza che garantì al suo partito (con almeno il 25% dei voti) ben i 2/3 dei seggi in parlamento. Certo non sono mancati imbrogli e intrighi, oltre a tante carenze dell’opinione pubblica, prima fra tutte la mancata ribellione a demagogia e populismo, ma è innegabile che alla dittatura si è giunti attraverso una maggioranza parlamentare: una forma democratica. È pure innegabile la somiglianza di quel premio di maggioranza con l’attuale “porcellum”. Evidentemente la nostra politica ha perso la memoria. Altrove le lezioni del passato hanno avuto maggiore seguito, in Germania, ad es., dove si è restati fedeli al principio proporzionale nelle elezioni.

Secondo paradigma.  Autorevoli studiosi sostengono che la principale funzione delle costituzioni dovrebbe essere quella di impedire alle maggioranze di diventare dittature. Questo potrebbe essere considerato il secondo paradigma del costituzionalismo, che si è diffuso specie dopo la seconda guerra mondiale. Quest’ultima, come è noto, era stata originata anzitutto dall’esistenza di fascismi e dittature che hanno stravolto la democrazia di alcuni paesi. La guerra è stata così configurata idealmente come contrapposizione tra democrazie e poteri autoritari – nonostante la definitiva, tragica dimostrazione dell’ormai non più sostenibilità dello strumento guerra. In seguito si sono sviluppate le costituzioni di seconda generazione, dette anche rigide, cioè contenenti vincoli e limiti alla loro modificabilità. Le leggi ordinarie possono essere modificate da qualsiasi altra legge ordinaria; le costituzioni rigide solo da leggi costituzionali, sottoposte a vincoli di quorum (ad es. “maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera”) e di tempo (ad es. “con due successive deliberazioni a intervallo non minore di tre mesi”: così recita l’art. 138 della nostra costituzione). Ma come mai le costituzioni precedenti non avevano previsto la possibilità di essere scavalcate e la democrazia annullata? Sembra strano ma tra queste cause va annoverata anche una carenza di elaborazione teorica.

Il primo paradigma  del costituzionalismo, come è noto, consisteva nella sottomissione alla legge di tutti i poteri sovrani, a cominciare dal monarca, e nel riconoscimento al cittadino dei diritti fondamentali (naturali e inviolabili): diritto alla vita, all’uguaglianza, alla libertà. Orbene questi diritti sono stati “inventati” dall’elaborazione teorica di Hobbes, nel ‘600. Prima si pensava solo a certi diritti soggettivi: di proprietà, di credito, cioè ai diritti patrimoniali. Sono diritti che stanno alla base delle disuguaglianze. Con Hobbes si comincia a parlare anche dei diritti fondamentali, che, contrariamente a quelli patrimoniali, sono diritti di tutti, non rinunciabili né cedibili e pertanto contengono un fattore di uguaglianza. Ad Hobbes si deve pure la dimostrazione che è interesse di tutti porre un limite alla libertà selvaggia, quella cioè che si potrebbe avere in uno stato di natura, dove vige la legge del più forte. Questo produce danni anzitutto ai deboli, ma nei tempi lunghi anche ai forti. Pure loro infatti dormono e possono quindi restare vittime della congiura dei deboli. Le regole che pongono un limite alla libertà ma costituiscono una condizione della convivenza civile, furono inquadrate nella teoria del contratto sociale.

Diritto al lavoro?  Anche se si riesce a impedirne lo stravolgimento antidemocratico, le costituzioni possono contenere aspetti difficilmente attuabili. La nostra costituzione ad es. afferma subito all’art. 1 che “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Poco oltre all’art.4 recita che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto”. Ma quanto valgono queste affermazioni di fronte alla crescente disoccupazione e precarizzazione del lavoro generati dalla crisi economica mondiale? Qualcosa di analogo si potrebbe ripetere per quanto riguarda il diritto alla salute, all’educazione, alla cultura, all’informazione… Ecco allora che alcune costituzioni più recenti hanno tentato di porre vincoli più stringenti. Quella ad es. del Brasile (paese uscito da lunghe dittature) impone che la quota di spesa assegnata all’istruzione e alla sanità non siano inferiori rispettivamente al 25% del bilancio annuale dello Stato. Prescrive pure che certi principi fondamentali, come quello di uguaglianza o la separazione dei poteri, non possono essere modificati neppure all’unanimità. Se queste norme non sono osservate interviene il tribunale costituzionale e l’esperienza di questa rigidità giuridica è positiva.

Beni comuni e sociali:  stanno ponendosi sempre più all’attenzione degli studiosi perchè potrebbero costituire oggi quello che, al tempo del primo costituzionalismo, furono i diritti fondamentali individuati da Hobbes: un nuovo paradigma disciplinare. Basti pensare ai temi ambientali, al cambiamento climatico: per farvi fronte seriamente bisognerebbe alterare radicalmente i comportamenti usuali: nessuno, a cominciare dai grandi poteri economici, ha interesse a farlo. Altrettanto si potrebbe ripetere se si affrontasse seriamente il tema della occupazione. La sua mancanza è un danno umano prima ancora che economico. Si può comprendere così la validità dell’affermazione, a chi obietta che i beni sociali costano, che la loro mancanza costa ancora di più. Per non parlare della corruzione, delle mafie internazionali ed altro ancora: temi che ci sovrastano, che pochi hanno interesse a sollevare, ma che potrebbero costituire la sostanza di un profondo rinnovamento etico e ideologico della politica.

Il terzo paradigma  del costituzionalismo potrebbe essere indicato in questa direzione: rendere sempre più vincolante, attuabile e realistico il dettato costituzionale. Per essere realistico è necessaria l’attenta osservazione della realtà sociale. Con l’attuale globalizzazione dell’economia e col livello di potere raggiunto dalle multinazionali si può ritenere che più di un governo politico dell’economia oggi vi sia un governo economico della politica. Sembra lecito affermare che eventuali attacchi alla democrazia costituzionale possano provenire, oltre ai poteri tradizionali, da quelli economici multinazionali. È in ogni caso indispensabile apprestare strumenti teorici per affrontare questa nuova situazione ed evitare che, un’altra volta ancora, la realtà si faccia beffa della democrazia.

*spunti dall’incontro col prof. Ferrajoli al 13° Corso di formazione alla politica dei circoli Dossetti il 14-1-2012, introduzione di Luca Caputo. Testo non rivisto dal relatore.

Fonte:http://www.dossetti.com/corso/corso%202012/20120114ferrajoli.html

Bibliografia: Luigi Ferrajoli, Poteri selvaggi, la crisi della democrazia italiana, Laterza, 2011.

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POTERI SELVAGGI*

marzo 21, 2012

LA TEORIA GIURIDICA DOVREBBE PRECEDERE LA REALTÀ SOCIALE E LE COSTITUZIONI ESSERE PIÙ VINCOLANTI PER CONTENERE I POTERI SELVAGGI

Vulnerabilità della democrazia.  Non si deve dimenticare che l’avvento della dittatura fascista nel nostro paese è stata ottenuta per via democratica. Con la legge Acerbo del 1923 Mussolini ottenne un premio di maggioranza che garantì al suo partito (con almeno il 25% dei voti) ben i 2/3 dei seggi in parlamento. Certo non sono mancati imbrogli e intrighi, oltre a tante carenze dell’opinione pubblica – prima fra tutte la mancata ribellione a demagogia e populismo, ma è innegabile che alla dittatura si è giunti attraverso una maggioranza parlamentare: una forma democratica. È pure innegabile la somiglianza di quel premio di maggioranza con l’attuale “porcellum”. Evidentemente la nostra politica ha perso la memoria. Altrove le lezioni del passato hanno avuto maggiore seguito, in Germania, ad es., dove si è restati fedeli al principio proporzionale nelle elezioni.

Secondo paradigma.  Autorevoli studiosi sostengono che la principale funzione delle costituzioni dovrebbe essere quella di impedire alle maggioranze di diventare dittature. Questo potrebbe essere considerato il secondo paradigma del costituzionalismo, che si è diffuso specie dopo la seconda guerra mondiale. Quest’ultima, come è noto, era stata originata anzitutto dall’esistenza di fascismi e dittature che hanno stravolto la democrazia di alcuni paesi. La guerra è stata così configurata idealmente come contrapposizione tra democrazie e poteri autoritari – nonostante la definitiva, tragica dimostrazione dell’ormai non più sostenibilità dello strumento guerra. In seguito si sono sviluppate le costituzioni di seconda generazione, dette anche rigide, cioè contenenti vincoli e limiti alla loro modificabilità. Le leggi ordinarie possono essere modificate da qualsiasi altra legge ordinaria; le costituzioni rigide solo da leggi costituzionali, sottoposte a vincoli di quorum (ad es. “maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera”) e di tempo (ad es. “con due successive deliberazioni a intervallo non minore di tre mesi”: così recita l’art. 138 della nostra costituzione). Ma come mai le costituzioni precedenti non avevano previsto la possibilità di essere scavalcate e la democrazia annullata? Sembra strano ma tra queste cause va annoverata anche una carenza di elaborazione teorica.

Il primo paradigma  del costituzionalismo, come è noto, consisteva nella sottomissione alla legge di tutti i poteri sovrani, a cominciare dal monarca, e nel riconoscimento al cittadino dei diritti fondamentali (naturali e inviolabili): diritto alla vita, all’uguaglianza, alla libertà. Orbene questi diritti sono stati “inventati” dall’elaborazione teorica di Hobbes, nel ‘600. Prima si pensava solo a certi diritti soggettivi: di proprietà, di credito, cioè ai diritti patrimoniali. Sono diritti che stanno alla base delle disuguaglianze. Con Hobbes si comincia a parlare anche dei diritti fondamentali, che, contrariamente a quelli patrimoniali, sono diritti di tutti, non rinunciabili né cedibili e pertanto contengono un fattore di uguaglianza. Ad Hobbes si deve pure la dimostrazione che è interesse di tutti porre un limite alla libertà selvaggia, quella cioè che si potrebbe avere in uno stato di natura, dove vige la legge del più forte. Questo produce danni anzitutto ai deboli, ma nei tempi lunghi anche ai forti. Pure loro infatti dormono e possono quindi restare vittime della congiura dei deboli. Le regole che pongono un limite alla libertà ma costituiscono una condizione della convivenza civile, furono inquadrate nella teoria del contratto sociale.

Diritto al lavoro?  Anche se si riesce a impedirne lo stravolgimento antidemocratico, le costituzioni possono contenere aspetti difficilmente attuabili. La nostra costituzione ad es. afferma subito all’art. 1 che “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Poco oltre all’art.4 recita che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto”. Ma quanto valgono queste affermazioni di fronte alla crescente disoccupazione e precarizzazione del lavoro generati dalla crisi economica mondiale? Qualcosa di analogo si potrebbe ripetere per quanto riguarda il diritto alla salute, all’educazione, alla cultura, all’informazione… Ecco allora che alcune costituzioni più recenti hanno tentato di porre vincoli più stringenti. Quella ad es. del Brasile (paese uscito da lunghe dittature) impone che la quota di spesa assegnata all’istruzione e alla sanità non siano inferiori rispettivamente al 25% del bilancio annuale dello Stato. Prescrive pure che certi principi fondamentali, come quello di uguaglianza o la separazione dei poteri, non possono essere modificati neppure all’unanimità. Se queste norme non sono osservate interviene il tribunale costituzionale e l’esperienza di questa rigidità giuridica è positiva.

Beni comuni e sociali:  stanno ponendosi sempre più all’attenzione degli studiosi perchè potrebbero costituire oggi quello che, al tempo del primo costituzionalismo, furono i diritti fondamentali individuati da Hobbes: un nuovo paradigma disciplinare. Basti pensare ai temi ambientali, al cambiamento climatico: per farvi fronte seriamente bisognerebbe alterare radicalmente i comportamenti usuali: nessuno, a cominciare dai grandi poteri economici, ha interesse a farlo. Altrettanto si potrebbe ripetere se si affrontasse seriamente il tema della occupazione. La sua mancanza è un danno umano prima ancora che economico. Si può comprendere così la validità dell’affermazione, a chi obietta che i beni sociali costano, che la loro mancanza costa ancora di più. Per non parlare della corruzione, delle mafie internazionali ed altro ancora: temi che ci sovrastano, che pochi hanno interesse a sollevare, ma che potrebbero costituire la sostanza di un profondo rinnovamento etico e ideologico della politica.

Il terzo paradigma  del costituzionalismo potrebbe essere indicato in questa direzione: rendere sempre più vincolante, attuabile e realistico il dettato costituzionale. Per essere realistico è necessaria l’attenta osservazione della realtà sociale. Con l’attuale globalizzazione dell’economia e col livello di potere raggiunto dalle multinazionali si può ritenere che più di un governo politico dell’economia oggi vi sia un governo economico della politica. Sembra lecito affermare che eventuali attacchi alla democrazia costituzionale possano provenire, oltre ai poteri tradizionali, da quelli economici multinazionali. È in ogni caso indispensabile apprestare strumenti teorici per affrontare questa nuova situazione ed evitare che, un’altra volta ancora, la realtà si faccia beffa della democrazia.

*spunti dall’incontro col prof. Ferrajoli al 13° Corso di formazione alla politica dei circoli Dossetti il 14-1-2012, introduzione di Luca Caputo. Testo non rivisto dal relatore.

Fonte:http://www.dossetti.com/corso/corso%202012/20120114ferrajoli.html

Bibliografia: Luigi Ferrajoli, Poteri selvaggi, la crisi della democrazia italiana, Laterza, 2011.

RIFONDARE I PARTITI PER RIFORMARE LA POLITICA*

marzo 21, 2012

CONCENTRARSI SUI GRANDI TEMI DELL’UMANITÀ E SUI BENI COMUNI, SENZA DIMENTICARE CHE PARTECIPAZIONE E GERARCHISMO SONO INCOMPATIBILI

Le migliori classi dirigenti  dei partiti sono quelle emerse dopo i periodi di resistenza o di lotta di classe. Si trattava di persone con forti idealità, che si erano impegnate per lungo tempo in lotte impari e spesso rischiose. Il loro altruismo anzitutto, garantiva contro il pericolo di conflitti di interessi, cioè che agissero solo per il proprio interesse. La mentalità che è stata diffusa oggi dal potere mediatico, soprattutto col berlusconismo, è dare per scontato, naturale, che ciascuno faccia i propri interessi, sempre e dovunque. Chi parla di ideali deve nascondere necessariamente secondi fini. L’altruismo dei primi sindacalisti o dei partigiani vengono semplicemente nascosti, ignorati. È ovvio che questo atteggiamento è un fattore di forte disgregazione sociale.

Cooptazione o merito?  Oltre a quello ideale, un altro importante fattore della qualità della classe dirigente è il criterio di selezione. Quanto più il potere è verticalizzato, tanto più si afferma il criterio della cooptazione. Vengono scelti cioè non quei candidati che presentano le migliori qualità dirigenziali, ma quelli più servili, che più si prestano al servizio del capo, senza il rischio di creargli un’alternativa. Questo aspetto evidenzia una grande superiorità dei sistemi democratici rispetto a quelli autocratici o burocratici, in quanto consentono l’emersione di chi ha le doti conoscitive, di creatività, innovazione, fiuto, buon senso… da cui non può prescindere un leader politico moderno.

Esce massacrata  la politica italiana dal berlusconismo. “L’elevazione a sistema degli interessi privati in luogo di quelli pubblici, il conflitto di interessi ai vertici dello Stato, la trasformazione dei partiti in centri di potere non più democratici, infine il devastante combinato controllo dell’informazione per mano e proprietaria e politica, hanno innescato aspetti di verticalità (si pensi, ad es., alla proposta di far votare le leggi direttamente dai capigruppo, quasi si trattasse di un’assemblea sociale coi rappresentanti che votano in forza delle quote sociali), accompagnati da una forte crisi della partecipazione politica. Fino all’attuale legge elettorale, che espropria i cittadini dell’ultimo potere decisorio rimasto, distrugge il rapporto tra cittadini ed eletti e degrada questi ultimi al ruolo di emanazioni della volontà del capo, cui devono omaggio come novelli feudatari al sovrano, e al quale solo rispondono” (Caputo).

Un rinnovamento radicale  nella politica si rende indispensabile e sembra opportuno ripartire dai partiti. Innanzitutto assolvendo alla norma costituzionale (art.49) che impone il metodo democratico (plausibilmente da intendersi anche al loro interno e in senso sostanziale, non solo formale: verificando, ad es. il livello di partecipazione della base). A questa struttura democratica va subordinato il finanziamento pubblico dei partiti, anch’esso certamente da rivedere a fondo: non per ridurlo, magari anche potenziandolo, ma subordinandolo a una serie di controlli e verifiche ben più seri degli attuali.

La separazione dei poteri  è un principio generale di salute istituzionale: dovrebbe essere applicato anche ai partiti, nel senso che i dirigenti di partito non possono avere anche responsabilità politiche. L’abitudine contraria, invalsa nel nostro paese, comporta un dannoso conflitto di interessi. Con la separazione invece vi sarebbe il controllo del partito sul comportamento dei propri politici, con la sostituzione di chi non si dimostra adeguato e la selezione dei migliori. Il dirigente di partito che opta per la politica, deve lasciare il suo incarico e resta sottoposto al controllo democratico del partito. Questo così comincia a svolgere ruoli consistenti, favorendo la partecipazione degli iscritti.

Il metodo proporzionale  per le elezioni è da considerare il metodo più adatto a garantire la nostra democrazia (salva l’esclusione dei partiti che non superano un minimo dei voti, per evitare eccessiva frammentazione). Quello maggioritario, scelto per imitare le grandi democrazie anglosassoni con l’alternanza bipolare, si è rivelato poco confacente per la mentalità italiana. Presuppone una condivisione convinta di certi principi generali – come la separazione dei poteri, l’uguaglianza tra le persone, il riconoscimento dei diritti fondamentali – che in Italia scarseggia. Soprattutto comporta una omologazione delle posizioni politiche, che nasconde le peculiarità dei diversi partiti (rappresentanza delle diverse classi sociali, ecologismo, confessionalismo..). Pertanto aumenta la rissosità tra i partiti che, sempre più simili nei contenuti, arrivano a configgere sul nulla (cioè su aspetti secondari o personalismi, comunque irrilevanti nella disputa politica: è quello che vediamo oggi, predetto già negli anni ’30 del secolo scorso da Kelsen). Il sistema bipolare, poi, ha favorito i personalismi. Il ritiro della fiducia al “capo” eletto, ad es. è stato denunciato pubblicamente in televisione come tradimento. Ancora peggiore, tra le degenerazioni personalistiche, è stata la possibilità di mettere il nome del capo nella lista elettorale. Così si è arrivati a invertire il rapporto democratico: non l’eletto che deve godere della fiducia degli elettori, ma questi ultimi che devono mostrarsi degni di fiducia da parte dell’eletto.

Riscoprire gli ideali.  Ma le motivazioni più rilevanti per il rinnovamento dei partiti, attengono certamente alla sfera degli ideali e dei contenuti della politica. I grandi temi dell’umanità (pace, disastro ambientale e climatico, squilibri, consumismo, fame nel mondo..) meritano certamente un impegno ideale paragonabile a quello dei partigiani o dei primi sindacalisti. In un mondo globalizzato i problemi del nostro paese non possono prescindere da ciò che avviene altrove. Ma certamente anche i problemi nazionali meritano un forte impegno ideale ed educativo, specie per superare le peculiari carenze italiane, come lo scarso senso critico, il culto della personalità, la cedevolezza verso demagogia, pubblicità, mafie.

*spunti dall’incontro col prof. Ferrajoli al 13° Corso di formazione alla politica dei circoli Dossetti il 14-1-2012, introduzione di Luca Caputo. Testo non rivisto dal relatore.

Fonte:http://www.dossetti.com/corso/corso%202012/20120114ferrajoli.html

Bibliografia: Luigi Ferrajoli, Poteri selvaggi, la crisi della democrazia italiana, Laterza, 2011. 

LE NUOVE FORME DEMOCRATICHE

marzo 19, 2012

SUPERARE LA FAZIOSITÀ DEI PARTITI. INVENTARE NUOVE FORME DI PARTECIPAZIONE

di  MARC LAZAR  La Repubblica 16 febbraio 2012 —   pagina 55   sezione: diario

I partiti politici hanno una cattiva reputazione.  Già Jean-Jacques Rousseau nelle Confessioni dichiarava la sua «mortale avversione per tutto ciò che si chiamava partito, fazione, consorteria». In seguito quella diffidenza nei riguardi dei partiti è cresciuta. In effetti, nel XIX secolo, in Europa i regimi democratici erano caratterizzati dall’istituto parlamentare e nel XX secolo, specialmente nella seconda metà, sono dominati soprattutto dai partiti. Deboli in Francia, dove lo Stato è molto forte e lascia poco spazio alla società civile, i partiti sono forti in Gran Bretagna, in Germania e nella Repubblica italiana.

Funzioni utili.  Partiti di notabili, di quadri, di massa, “pigliatutto”, di governo o protestatari, quali che fossero le forme assunte e le posizioni prese, esprimevano l’intrusione delle masse nella politica. Più o meno strutturati, svolgevano funzioni di socializzazione, di integrazione e di mobilitazione degli elettori, di selezione dei candidati proposti alle elezioni e quindi della classe dirigente, di partecipazione alle decisioni governative. Furono però accusati di monopolizzare il potere, di confiscare la democrazia e di beneficiare di privilegi esorbitanti. Tra le due guerre la polemica nei confronti dei partiti era molto diffusa e si combinava con il rifiuto della democrazia parlamentare proclamato dai fascisti, dai nazisti, dall’estrema destra e dai comunisti. È tornata poi a partire dagli anni 1960-’70, segnando il primo grande declino dei partiti, perché le società erano più prospere, meglio educate, scosse dai progressi dell’individualismo, meno rispettose dei poteri e delle autorità. Cominciarono ad abbozzarsi dei mutamenti delle democrazie, alimentati dal ruolo sempre maggiore dei leader e dall’influenza sempre più forte dei media, e soprattutto della televisione (oggi anche di Internet), sulla vita politica, e accompagnati dalla fine delle grandi ideologie e dalla disgregazione delle culture politiche tradizionali.

I partiti sono dunque condannati?  È assai improbabile. Restano indispensabili per vincere le elezioni e continuano a orientare la scelta degli elettori. Pur essendo, per la maggior parte, meno radicati di prima nella società, sono diventati potenti macchine finanziate dallo Stato (per evitare il ricorso alla corruzione) e sono presenti nelle istituzioni pubbliche. I partiti più consolidati, di destra come di sinistra, fanno il possibile per impedire ai nuovi arrivati di accedere al mercato elettorale. Anche, se non soprattutto, perché significherebbe dover spartire i beni pubblici. Ai giorni nostri, i partiti sono costretti a prendere in considerazione le pressanti richieste da parte dell’elettorato di una maggior partecipazione politica. Una delle risposte che hanno elaborato è arrivata dall’Italia con le primarie del centrosinistra, che hanno ispirato il Partito socialista francese. Lanciate come un ponte verso la società, possono ritorcersi contro il partito che le ha concepite, come è successo a Genova questa settimana. In Italia come in altri paesi si sta inventando una nuova forma di democrazia che ridefinirà i rapporti tra partiti e cittadini. (Traduzione di Elda Volterrani) –

IL DECLINO DEI PARTITI E IL POTERE ECONOMICO

marzo 17, 2012

DAL SUCCESSO DELLE POLITICHE KEYNESIANE ALLA PRETESA DI AFFIDARSI ALLA GUIDA CIECA DEL MERCATO

di   NADIA URBINATI  La Repubblica 09 febbraio 2012 —   pagina 32   sezione: commenti

La combinazione di capitalismo e democrazia  costituisce un compromesso tra proprietà dei mezzi privati di produzione e suffragio universale, per cui chi possiede i primi accetta istituzioni politiche nelle quali le decisioni sono l’aggregato di voti che hanno uguale peso. Il keynesianesimo ha dato i fondamenti ideologici e politici di questo compromesso, e lo ha fatto rispondendo alla crisi del 1929 che lasciò sul tappeto una disoccupazione tremenda. Il compromesso con l’esistente dottrina economica consistette nell’assegnare al pubblico un ruolo centrale poiché invece di assistere i poveri come aveva fatto nei decenni precedenti, li impiegava o promuoveva politiche sociali che creavano impiego. Questo comportò l’incremento della domanda e la ripresa dell’occupazione. Come ebbe a dire Léon Blum, una migliore distribuzione può rivitalizzare l’occupazione e nello stesso tempo soddisfare la giustizia sociale.

Rappresentanza politica delle forze sociali.  L’esito del compromesso tra democrazia e capitalismo fu che i poveri diventarono davvero i rappresentanti dell’interesse generale della società – la loro emancipazione bloccò le politiche restauratrici della classe che possedeva il potere economico. L’allargamento dei consumi privati aveva messo in moto il più importante investimento, quello sulla cittadinanza. La politica del doppio binario “piena occupazione e eguaglianza politica” fu la costituzione materiale delle costituzioni democratiche dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’esito fu che l’allocazione delle risorse economiche – dal lavoro ai beni sociali e primari ai servizi – fu dominata dalle relazioni delle forze politiche. I partiti politici si incaricarono di gestire la politica, di essere rappresentanti delle forze sociali, le quali rinunciavano a fare da sole.

Quel tempo è finito.  La combinazione tra democrazia e capitalismo è interrotta, il compromesso sospeso e le classi sono tornate a prendere nelle loro mani le decisioni, in particolare quella che ha il potere economico. Il declino dei partiti non ha solo fattori politici alla sua origine. La fase nella quale lo Stato si curava dell’emancipazione delle classi oppresse è chiusa. Ora è l’altra classe a gestire le relazioni pubbliche. Non c’è bisogno di scomodare Marx per registrare questi mutamenti. La diagnosi è alla portata del pubblico.

L’ideologia keynesiana  poteva funzionare fino a quando l’accumulazione del capitale andava negli investimenti e nell’allargamento del consumo. Negli Anni 80 una nuova filosofia ha cominciato a prendere piede: politica di diminuzione delle tasse per consentire una nuova redistribuzione ma questa volta a favore dei profitti, con la giustificazione per gli elettori che ciò serviva a stimolare gli investimenti. Ma la riduzione delle tasse non ha liberato risorse per gli investimenti produttivi ma per quelli finanziari. Il tipo degli investimenti è quindi cambiato con il capitalismo della rendita finanziaria. Quale compromesso la democrazia potrà siglare con questo capitalismo? A partire dagli Anni 80 l’accumulazione si è liberata dai lacci imposti dalla democrazia; l’accumulazione si è liberata dai vincoli dell’investimento imposti dalla filosofia della piena occupazione. La nuova destra ha preso corpo, quella che ha promosso piani di detassazione dei profitti, di abolizione dei controlli sull’impatto ambientale e sulle condizioni di lavoro (l’aumento degli incidenti sul lavoro non è accidentale), l’indebolimento dei sindacati e il loro riorientamento dalla contrattazione nazionale a quella aziendale. Questa fase, che è quella sulle cui conseguenze l’Europa si sta dibattendo in questi mesi, impersona a tutto tondo una nuova società, una mutazione della democrazia. Verso quale direzione?

Passi indietro.  Nel passato keynesiano, la rottura del compromesso per imporre la fine di politiche sociali si era servita di strategie anche violente: il colpo di Stato in Cile nel 1973 impose una svolta liberista radicale e immediata. È difficile pensare a qualcosa di simile oggi, nel nostro continente, benché la storia insegna a mai dire mai. Un altro cambiamento, forse meno indolore benché non assolutamente senza sofferenza, è quello che si sta profilando a chiare lettere in questi anni: la depoliticizzazione delle relazioni economiche. La democrazia che aveva siglato il compromesso col capitalismo aveva rivendicato la natura politica di tutte le relazioni sociali, e i diritti civili bastavano a limitare il potere decisionale delle maggioranze. In questo modo la politica democratica entrava in tutte le pieghe della società ogni qualvolta si trattava di difendere l’eguale libertà dei cittadini. Con la fine di quel compromesso, la politica arretra progressivamente, e soprattutto fa giganti passi indietro nel mondo del lavoro e delle relazioni industriali. Il lavoro deve tornare a essere un bene solo economico, fuori dai lacci del diritto e della politica. La battaglia sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ha questo significato.

Guida cieca dei mercati.  Si ripete da più parti che questo articolo ha comunque poco impatto operando su aziende medio-grandi mentre l’Italia ha in maggioranza aziende medio-piccole o familiari. Allora perché? Perché, si dice, lo vogliono i mercati, gli investitori. È una decisione simbolica, un segnale. E perché i mercati hanno bisogno di questo tipo di segnale? La risposta si ricava da quanto detto fin qui: la regia della nuova democrazia non deve più essere la legge, il legislatore, lo Stato, ma il mercato. Perché una parte importante della sfera sociale deve tornare a essere privata, e quindi cacciare l’interferenza della politica. Il limite della “giusta causa” che l’articolo 18 impone, è un limite che segnala la priorità del pubblico sul privato: il datore di lavoro deve rendere conto della ragione della sua decisione di licenziare. Quell’articolo rispecchia quindi la filosofia del compromesso di democrazia e capitalismo, perché stabilisce la libertà dal dominio per tutti, dal non essere soggetti alla decisione altrui, senz’altra ragione che la volontà arbitraria di chi decide. Questo articolo è la conseguenza naturale dell’articolo 41 della Costituzione poiché impone una responsabilità di cittadinanza alla sfera degli interessi economici. Valutando questa fase di restaurazione delle relazioni politiche tra le classi dovremmo farci questa domanda: che tipo di società sarà una società nella quale l’accumulazione è libera da ogni vincolo politico, da ogni limite di distribuzione, da ogni considerazione di impiego che non sia il profitto, da ogni responsabilità verso l’ambiente, la salute di chi lavora e di chi consuma? Siamo certi di voler vivere in una società di questo tipo? –

L’ANTIPOLITICA O L’ALTRAPOLITICA?

marzo 17, 2012

CONDIZIONI PER L’AUTORINNOVAMENTO DEI PARTITI. NUOVI CRITERI DI SELEZIONE

di  STEFANO RODOTÀ, La Repubblica, 01 marzo 2012 —   pagine 1 e 31

Immobilismo e autoreferenzialità.  Con gli ultimi provvedimenti, il profilo del governo “tecnico” si è ormai chiaramente definito e le caratteristiche dei suoi interventi rappresentano anche una messa in mora (una sfida?) per un mondo “politico” che non riesce a trovare una sua misura di fronte ad una novità che si conferma sempre più profonda. E i partiti devono fronteggiare anche una ineludibile questione: antipolitica o altrapolitica? Infatti, la lunga ondata antipolitica, alimentata ogni giorno da scandali e debolezze del sistema dei partiti, non può occultare il fatto che l’Italia sia pure un Paese pieno di politica, reattivo in forme né populiste né qualunquiste. Ma quest’altra politica viene temuta dai partiti, che magari ne parlano e poi la tengono lontana, la trascurano, continuano ad abbandonarsi all’esorcismo del “non cedere ai movimenti”, formula divenuta ormai l’emblema dell’immobilismo e dell’autoreferenzialità. Così stando le cose, potranno i partiti realizzare quel mutamento che tanti invocano come indispensabile?

Autorinnovamento.  Nella sua lezione all’università di Bologna, il presidente della Repubblica ha associato la fiducia nel governo Monti ad un invito ai partiti ad “autorinnovarsi”, a realizzare una “riqualificazione culturale e programmatica”. E il presidente del Consiglio ha parlato di un compimento del suo mandato che restituirà l’iniziativa appunto ai partiti. Ma quali dovrebbero essere le condizioni perché, rigenerati, i partiti possano di nuovo guadagnare quella fiducia dell’opinione pubblica che oggi appare perduta? E quali i temi con i quali cimentarsi per l’auspicato ritorno ad una seria elaborazione culturale, per mettere a punto programmi non raffazzonati?

Tre temi.  Comincio con l’indicarne tre: i diritti fondamentali; i servizi pubblici; i limiti alla libertà d’iniziativa economica privata. Non li scelgo a caso. Dietro ciascuno di questi temi si trovano soggetti reali, iniziative concrete. Molti comuni e gruppi si adoperano ogni giorno perché trovino effettivo riconoscimento i diritti degli immigrati, delle coppie di fatto, di quanti vogliono liberamente decidere sulla fine della loro vita. La questione dei servizi è simboleggiata dal servizio idrico, dall’acqua come bene comune: l’Italia è l’epicentro di un largo movimento, che ha visto ventisette milioni di elettori votare contro la privatizzazione dell’acqua, che produce analisi sempre più accurate, che ha visto convenire a Napoli e Roma rappresentanti da molti Paesi, che è all’origine di una rete di comuni europei e di iniziative popolari rivolte alla Commissione di Bruxelles. Altrettanto intensa è la discussione intorno ai limiti del mercato, accesissima intorno ai temi del lavoro e che vede l’inquietante tentativo di cancellare l’articolo 41 della Costituzione che congiunge il decreto berlusconiano di luglio e il decreto “Cresci Italia”, ponendo il problema se sia ancora possibile in economia una politica “costituzionale”. Questa è l’altra politica. E ciascuno di questi temi pone la questione di quale idea di società debba oggi sostenere l’azione politica.

E i partiti?  Silenziosi o diffidenti, timorosi della loro ombra. Si pensi a quel che è avvenuto a Milano, dove una meritoria iniziativa del sindaco riguardante le coppie di persone dello stesso sesso ha provocato sconcertanti reazioni di rigetto all’interno dello stesso Pd, dove evidentemente si ignora che una sentenza della Corte costituzionale ha affermato che queste persone hanno un diritto fondamentale a veder riconosciuta la loro condizione. La questione non può essere considerata minore o locale, poiché rivela come all’interno di quel partito non vi sia una elaborazione programmatica riconoscibile, si è paralizzati dall’irrisolto rapporto tra le diverse forze che hanno dato origine al Pd e che troppe volte fanno emergere tentazioni integraliste e incapacità di altri settori del partito di definire una posizione netta proprio sui diritti fondamentali delle persone. Non diversa è la condizione del Pdl, prigioniero di fondamentalismi figli soprattutto d’una stagione d’un collateralismo strumentale, quando il partito si presentava come il portavoce della gerarchia vaticana.

Due circuiti   stanno così nascendo: quello, talora discutibile ma dinamico, dell’altra politica e quello congelato del sistema dei partiti. Quest’ultimo si chiude sempre più in se stesso, rifiuta il dialogo, e ne paga i prezzi. Quando le condizioni istituzionali rendono inevitabile il contatto tra i due circuiti, infatti, è quasi sempre quello dell’altra politica a prevalere. Lo dimostra, per il Pd, l’esperienza negativa di primarie e elezioni, da Milano a Cagliari, da Napoli all’ultimo episodio di Genova. Davvero si può credere che da questa difficoltà politica si possa uscire con espedienti procedurali o accentuando il controllo partitico sulle candidature alle primarie? Il nodo è altrove, e riguarda la necessità di prendere atto non solo dell’esistenza di nuovi attori politici, ma delle realtà che sono capaci di rappresentare. Proprio qui, nella perdita di capacità rappresentativa, ha una sua radice profonda la crisi dei partiti.

Debolezze italiane.  L’esistenza di circuiti politici diversi, che s’intersecano e configgono, non è esperienza soltanto italiana. Ricordo solo il rapporto tra sfera politica e blogsfera, che ha conosciuto momenti di tensione negli Stati Uniti. L’intelligenza politica ha consentito ad Obama di rendersi conto che la novità di Internet non era tecnologica, ma incideva sulla qualità della politica. E così, attraverso una accorta connessione dei due circuiti, ha pure costruito il suo successo elettorale. Ma i partiti italiani rimangono arretrati, le ricerche serie mostrano la povertà del loro uso delle risorse della Rete. Qui si riflette una più generale debolezza: l’incapacità di confrontarsi con il cambiamento radicale imposto dalla rivoluzione scientifica e tecnologica, che giunge a configurare nuove antropologie, individua dinamiche e spazi inediti. Anche, per certi versi soprattutto, su questo terreno si deve compiere la “riqualificazione” dei partiti.

Nuovi criteri di selezione.  Ma chi dev’essere protagonista di questo processo? Possono farcela le attuali oligarchie, logorate in mille modi, responsabili del loro discredito per non aver voluto comprendere che l’abbandono d’una rigorosa etica pubblica avrebbe fatto dilagare la corruzione, che ci assedia e che ha già destrutturato la società italiana? La costituzione di un governo tecnico si rivela anche come un diverso modo di selezione del ceto politico. È rivelatrice la mossa di indicare in Corrado Passera un possibile leader del centrodestra. È questa la strada o la riqualificazione deve riguardare non solo cultura e programmi, ma pure la capacità dei partiti di modificare i criteri di selezione e legittimazione democratica al loro interno, in un contesto di rinnovata moralità civile? –

PARTITI DAI TECNICI ALLE PRIMARIE

marzo 15, 2012

 LA POLITICA SI RIDUCE PERCHÉ IL POTERE È ALTROVE

di CARLO GALLI  La Repubblica  16 febbraio 2012 —   pagina 54   sezione: DIARIO

Dire “partiti” significa dire “sfiducia“, “discredito”. A scatola chiusa, senza il beneficio del dubbio. Se si può scegliere, si vota contro un partito, o contro un suo candidato. Se non si può scegliere, ci si tura il naso; o, sempre più spesso, non si vota. Anything but parties; qualunque cosa, purché non siano i partiti. L’agonia (in Italia, tra governo dei tecnici e risultati delle primarie) o la cattiva salute (in molti Paesi occidentali) di quella che era stata la creatura privilegiata della politica del Novecento, il partito,è una questione politica di prim’ordine.

Motore della politica.  Nonostante il pregiudizio della superiorità del “tutto”, sulla “parte”, che lo ha fatto definire spesso come setta, come fazione, nella storia il partito è stato un potente motore della politica; per non parlare della polis, di Roma, del comune medievale,è attraverso i partiti che, dalla metà del Seicento, in Inghilterra, e poi in tutta Europa, passa la socializzazione alla politica. Mentre si forma lo Stato moderno, in parallelo i partiti sono il canale attraverso cui si affermano gli interessi materiali e morali dei protagonisti della società, sia delle élites borghesi che lottano per il potere politico, sia del popolo che entra sulla scena della storia. È alla fine del XIX secolo che si formano i partiti di massa – dapprima socialisti, in seguito anche cattolici -; e questi non sono più soltanto canali d’espressione degli interessi di parti della società, ma hanno anche forti finalità politiche, dettate da ideologie talmente cogenti che spesso il partito si presenta non come portatore di un’opinione ma come incarnazione di una verità. Il partito di massa è caratterizzato inoltre da una complessa organizzazione interna (dominata da professionisti della politica, secondo la “legge ferrea delle oligarchie”). Sono i partiti di massa il cuore della politica del Novecento: sia in quanto partiti che occupano lo Stato come “partiti unici”, sia in quanto partiti democratici, che in quanto snodo fra il popolo e le istituzioni, sono il perno dello Stato sociale.

Deperimento della politica.  I partiti sono dunque una sintesi di interessi, progetti, organizzazione; e sono più affini che estranei rispetto allo Stato (come del resto aveva colto Gramsci), poiché hanno nello Stato – nella sua critica, nella sua riforma, nel suo controllo – il loro orizzonte teorico e pratico; sono l’elemento dinamico e partecipativo della politica moderna. E insieme a questa deperiscono. Per diversi motivi: per la loro corruzione e rapacità, certamente; ma anche per la diffusa percezione della loro inutilità in contesti in cui la politica è caratterizzata dai lampi dell’eccezione, dall’emergenza, e i partiti – organizzazioni burocratiche – devono cedere il passo al Capo e al suo decisionismo; o ancora perché il consenso non passa più attraverso la mediazione dei partiti ma attraverso l’immediatezza di un abile messaggio populistico; o infine perché sopra la politica si afferma la tecnica, e solo agli esperti, e non ai politici, viene concessa fiducia. Infine, perché chi protesta contro l’ordine, o il disordine, del mondo non trova più nei partiti una sponda, una voce, una consonanza; perché chi vuole fare politica si sente costretto a vedere nei partiti un ostacolo, e ad abbracciare l’antipolitica. Insomma, tanto per chi è interno alla idea della fine della politica, quanto per chi crede nel rinnovamento della politica, i partiti fanno parte del problema e non della soluzione.

Il potere sta altrove.  E il problema è l’eclisse della politica nella sua forma moderna, progettuale, emancipativa; e non a caso, infatti, insieme ai partiti deperisce anche lo Stato, sia pure con diversa velocità e secondo diverse linee; entrambi, Stato e partiti, non sono più il cuore e il cervello del potere. Che risiede altrove: nelle banche, nei mercati, nelle agenzie di rating e nelle istituzioni della governance economica internazionale. E ciò spiega, tra l’altro, perché la politica non attrae più i migliori – perché mai votarsi a un’attività comunque subalterna? Così, mentre la sovranità degli Stati si inchina alle logiche sovranazionali dell’economia e della finanza, e cerca di amministrare le conseguenze locali di strategie che nascono fuori dallo Stato e lo sovrastano, ciò che resta dei partiti assomiglia sempre più a un insieme incoerente di agglomerati di potere e di affari, a cordate di carrieristi, che legittimano la propria sopravvivenza come ceto politico facendo a meno di organizzazione e di idee, e rappresentando, a livello lobbistico, gli interessi della più disparate categorie.

L’alternativa  è un forte ritorno della politica, una reazione a uno sviluppo delle nostre società sottratto al controllo e alla partecipazione dei cittadini; ma anche questa esigenza – che pure circola nella società, benché non maggioritariamente – è disattesa, e anche questo appuntamento sembra mancato dai partiti che soffrono la concorrenza di movimenti antipartiti – antipolitici, ovvero estremistici (fanatismi religiosi, fondamentalismi nazionalistici, ecc.) -, guidati da leader, o da leaderini più o meno affabulatori. Ma è evidente che la eventuale nuova volontà dei cittadini di ricostruire il nostro assetto civile non può, se vuole essere vitale, limitarsi a fare affidamento su queste forme di aggregazione politica, come non può farlo sui partiti tradizionali e su ciò che ne resta. La rinascita e la trasfigurazione dei partiti, la loro riforma radicale (a cui certo non potranno essere estranee, oltre alle idee, anche forti personalità disposte a impegnarsi direttamente in politica), resta l’unica via – anche se stretta – perché la politica possa tornare a essere spazio di partecipazione, di inclusione attiva, di consapevole e condivisa libertà. –

CRISI E RINNOVAMENTO DEI PARTITI

marzo 15, 2012

Il gesto più utile che Renzi può fare  Folli

Il pericolo della verità vigilata  Urbinati

Coalizione sociale  Rodotà

Il sisma che porta il pd nel socialismo europeo  Ignazi

Il declino del ceto medio e la deriva populista  Ignazi

La democrazia dell’audience  Urbinati

Quel patto da rifondare  Ciliberto

Come spiegare la cittadinanza attiva ai politici

Quindici tesi sull’Italia  Settis

Le ricette della Grillonomics  Mania

Perchè lo Stato deve finanziare i partiti  Urbinati

Cambiamo quella legge  Rodotà

L’unica risposta all’antipolitica   Galli

Dipende da noi   Libertà e giustizia

Politica corrotta e democrazia nei partiti  Bonsanti

Rifondare i partiti per riformare la politica

Partiti dai tecnici alle primarie  Galli

Antipolitica o altrapolitica?  Rodotà

Il declino dei partiti e il potere economico  Urbinati

Le nuove forme democratiche  Lazar