Archive for novembre 2011

MONTI, SERVITORE DI DUE PADRONI

novembre 21, 2011

SCELTA OBBLIGATA DOPO LA LIQUEFAZIONE DEL BERLUSCONISMO, IL GOVERNO MONTI NON È NÉ TECNICO NÉ DEL PRESIDENTE, MA UN MONOCOLORE CONTROLLATO DAL VATICANO

21-11-2011

di Enzo Marzo*

Agghiacciati dai disastri berlusconiani,  individuiamo la soluzione non nell’antipolitica, né nella ripetizione in forme nuove dei pilastri veri del berlusconismo: populismo, demagogia e personalizzazione della politica, che intrappolano anche gli altri partiti dell’opposizione. Vorremmo che l’Italia scavalcasse le Alpi. Da qui l’elogio della politica, per noi sinonimo appunto di democrazia, quella vera. Il paese è scivolato precipitosamente nel baratro. Si è creata una situazione di fatto che non lasciava alternative: o il fallimento o soluzioni straordinarie. Si è arrivati così al Governo Monti, salutato da tutti (noi compresi) come l’unico rimedio. C’era in effetti poco da discutere. Le elezioni anticipate non si potevano neppure prendere in considerazione perché, se si fossero aggiunti tre-quattro mesi di campagna elettorale (peraltro con leader improvvisati in entrambi gli schieramenti) gli elettori si sarebbero trovati senza l’oggetto del contendere, cioè col fallimento dell’Italia.

Quindi Governo Monti.  Necessariamente. Abbiamo aspettato la lista dei ministri per esprimere il nostro parere, nel frattempo ci siamo divertiti a leggere le preoccupazioni di coloro che tremavano di fronte ai pericoli della tecnocrazia. Ora non osiamo neppure fare un confronto tra i ministri uscenti e i nuovi, perché sarebbe oltremodo offensivo. Diciamo solo che sostenere che Gelmini fosse una “politica” e Profumo un tecnico significa bestemmiare. Ci pare paradossale giudicare “tecnici” i ministri nuovi solo perché sprovvisti dell’ignoranza sesquipedale dei loro predecessori, o perché privi nel loro passato dell’esperienza politica “politicante”. Invece erano “politici” i vecchi ministri berlusconiani con l’unico apprendistato nei cabaret televisivi o nelle camere da letto o nelle vecchie sezioni di squadristi fascisti”? Gasparri che firma, probabilmente senza neppure averla letta, l’indecentissima legge ad aziendam che porta il suo nome, è un politico? Forse sì, ma solo nell’accezione della politica che è nella mente di Berlusconi. Perlopiù erano ministri-barzelletta, e tra le barzellette sconce meno riuscite del loro Capo-Padrone. Erano immondizia e basta.

Grande alleanza.  Ora abbiamo di fronte persone “normali”, esperte. Se saranno anche capaci, si potrà giudicare solo nel futuro. Ma il Gabinetto di cui fanno parte non è “tecnico”, bensì squisitamente “politico”. E va giudicato come tale. Si è abituati a far coincidere la qualifica di “politico” con quella di “partitico”. È una perversione di significato che non nasce ora, ma risale alla degenerazione partitocratica della Prima repubblica. Francamente era difficile rifiutare il titolo di “politico” a un Luigi Einaudi solo perché tecnico sopraffino. Il tempo dei “nani e delle ballerine”, per dirla con Formica, era lontano. Poi ha prevalso solo quello. È inutile che ci prendiamo in giro discutendo di cose fuorvianti. Facciamo qualche passo indietro. Noi abbiamo sostenuto negli anni scorsi che la via principe per uscire dal berlusconismo fosse una grande alleanza tipo Comitato di Liberazione Nazionale, in cui tutte le forze di destra e di sinistra si univano per espettorare la malattia che avrebbe ucciso il paese. In nome della democrazia, della politica e della decenza. Nessuno ha voluto mai esplorare davvero questa via e ne pagheremo il prezzo carissimo in futuro. Forse lo stiamo pagando già adesso. La responsabilità degli inciucisti su questo punto è addirittura storica. La demonizzazione degli antiberlusconiani e la legittimazione del nemico del paese hanno reso impraticabile una soluzione che avrebbe avuto il pregio della chiarezza e del riconoscimento “alto” sia della Destra sia della Sinistra. E hanno portato tutto lo schieramento progressista all’irrilevanza. Probabilmente Bersani ancora non si è accorto della sua liquidazione. Se ne accorgerà presto, e al difensore di Fazio ben gli sta.

Il berlusconismo  ha dovuto fare tutto da sé: si è liquefatto pur di fronte all’impotenza dei suoi oppositori. È diventato avversario di se stesso, lo strappo di Fini è stato determinante. Il resto è venuto dal fatto che in un sistema complesso non si può essere per così tanto tempo incapaci, arroganti, dilettanti, predatori. Cosi i berlusconiani si sono suicidati constatando, anche se con colpevole ritardo, della contrarietà progressivamente sempre più accentuata dell’Europa, dei mercati e – non dimentichiamolo – dell’opinione pubblica italiana. Di fronte a due dati “oggettivi” come la contrarietà dei parlamentari a non interrompere anzitempo la loro “preziosa” azione legislativa e l’impossibilità di andare alle urne con una crisi economica cosi devastante, la soluzione più lineare sarebbe stata quella indicata da noi: una coalizione politica destra-sinistra di unità nazionale, fondata sulla ripulsa del berlusconismo e sul riconoscimento delle sue gravissime responsabilità in una crisi che, continuando cosi anche solo per poche settimane, sarebbe diventata irreversibile. Avrebbe avuto i voti necessari questa coalizione? Crediamo di sì, almeno valeva la pena provarci, perché il Pdl si stava sfasciando e l’argomento che fece vincere Berlusconi il 14 dicembre dello scorso anno si era rivoltato contro di lui: i parlamentari di destra e i mercenari avrebbero votato qualunque soluzione pur di continuare la legislatura. E il Governo Berlusconi, ormai putrido, aveva smesso di garantire questa esigenza. Già gli avevano fatto mancare la maggioranza. Bastava un altro solo passo. Ma per arrivare a questa soluzione politica ci sarebbe voluto un Partito Democratico vero, e non il coacervo di incoerenze, di opportunismi e di non-valori che è sempre stato ed è.

Monocolore cattolico.  Non rimaneva che il Governo del Presidente. Che è stato salutato dal giubilo popolare. Ma la lista dei ministri è molto rivelatrice. Questo governo, pur benedetto da Napolitano, non è né “il Governo del Presidente”, né “il Governo tecnico”, bensì è un governo molto politico che viene dopo Berlusconi, ma non intende superarlo, ed è stato voluto per costruire una nuova destra, questa volta “civile” e non truffaldina, che avrà bisogno dei voti e di spezzoni berlusconiani. Da qui l’emarginazione della sinistra, oggi maggioritaria nel paese, e la presa diretta del potere da parte delle gerarchie cattoliche. Non è il “Governo del Presidente”, perché altrimenti Napolitano avrebbe dovuto garantire nel suo governo la presenza di tutte le componenti culturali e politiche significative del paese. E questo non è, a occhio nudo. Non è un governo compromissorio, nel senso alto della parola, è politicamente un monocolore cattolico e basta. Sono stati accettati veti altrimenti incomprensibili, sono state escluse personalità che avrebbero meritato di partecipare a un governo di salute pubblica. Non ci sono né i Rodotà, né i Guido Rossi, né i Veronesi, né i Laterza, né gli Zagrebelsky, né i Settis… È quindi un governo sbilanciato Oltretevere. Potrà certamente fare molto del bene al nostro paese, e venendo dopo sfacciati avventurieri farà sicuramente un figurone, ma non può essere spacciato come il governo rappresentativo di tutto il paese.

L’operazione è evidente:  si sono neutralizzati perlopiù con elementi dell’amministrazione pubblica i ministeri che dovranno gestire la normalità e garantire tutti (esteri, interni, difesa, giustizia); i ministeri economici ci riporteranno in Europa (speriamo che ce la facciano) riscoprendo la concertazione tra le parti sociali e quindi cercando di compensare i sacrifici con qualche ammortizzatore; e tutti i ministeri dove c’è sostanza politica (scuola, sanità, beni culturali, integrazione, rapporti col parlamento) sono andati nelle mani della chiesa cattolica. (Chiariamo bene. Non di cattolici, giacché non ci interessa per niente la fede privata dei ministri, ma di persone legate a doppio e triplo filo alla gerarchia vaticana). A questo si deve aggiungere la presenza di Gnudi, garante di Casini, e di Catricalà, nominato Garante da Berlusconi, in tutti questi anni ha saputo così bene sconfiggere il conflitto d’interesse e applicare rigorosamente i principi antimonopolistici…

Vittoria della lobby più potente.  Questo governo, aldilà delle apparenze, non è nato sul Colle, ma a Todi e nella Cattolica di Milano e nella stanza di Letta. Un Letta più andreottiano che berlusconiano. E Napolitano lo ha doverosamente ringraziato. Dopotutto questo Governo dichiaratamente si pone l’obiettivo non di superare il berlusconismo, l’èra più disonorevole della nostra recente storia patria, ma di sopire la “contrapposizione e gli scontri nella politica nazionale”. Come se questi siano stati e siano i problemi. Monti, che eppure godeva della condizione assolutamente inedita dell’appoggio convinto dell’opinione pubblica e di mille altri presupposti che congiuravano tutti a suo favore, si è trovato inerme di fronte alle lobby. Ha ceduto, e naturale appare la vittoria della più potente tra queste. Speriamo che il Governo Monti ci riporti in Europa e nel consesso internazionale, sopisca gli scontri sociali e generazionali, restituisca un po’ di dignità al paese, restauri un po’ di decenza nei comportamenti pubblici. Ma riteniamo che non sarà in grado di varare vere riforme liberali, né di rendere finalmente moderno e autonomo il nostro Stato sempre più a sovranità limitata. Perché non si può essere servitori di due padroni.


*fonte: http://domani.arcoiris.tv/monti-servitore-di-due-padroni/

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RITORNO ALLA POLITICA

novembre 19, 2011

NON È UN GOVERNO “TECNICO”, È UN GOVERNO CHE RESTITUISCE DIGNITÀ POLITICA ALL’ITALIA TRAVOLTA DALLA VANITÀ DELL’ARRICCHITO

Di RANIERO LA VALLE

Fine di un regime.  Più che un cambio di governo, è stata la fine di un regime. Se il regime non fosse finito, non si sarebbe potuto fare alcun governo Monti, e non ci sarebbe stato altro che andare alle elezioni a combattere all’arma bianca mentre l’Italia, inghiottita dal gorgo dei mercati, avrebbe rischiato di andare a fondo. Infatti era un dogma del regime caduto che il capo eletto dal popolo non potesse essere sostituito altro che dal popolo, che la maggioranza come un solo uomo dovesse sostenere il governo per l’intera legislatura, che qualunque tentativo di dar vita a una nuova maggioranza e a un nuovo esecutivo dovesse essere bollato come un golpe. L’interpretazione berlusconiana della democrazia era quella di un regime del capo, che grazie all’investitura o all’unzione dei cittadini, incorporava in sé tutto il popolo, ne ricapitolava in se stesso la sovranità, faceva di questa sovranità un potere superiore ad ogni altro potere, e si considerava sciolto da ogni legge: un potere “sciolto”, cioè assoluto. L’onesto regime rappresentativo e parlamentare italiano veniva così, mediante lo strumento di una legge elettorale iniqua, forzato a trasformarsi in un regime pseudo-presidenziale, che in mancanza delle regole proprie di un governo presidenziale, diventava piuttosto un regime pseudo-cesariano.

La buona notizia  è che questa metamorfosi del regime politico italiano, perseguita per diciassette anni, è fallita. La Costituzione ha resistito, la divisione dei poteri ha retto, la Corte Costituzionale ha cancellato leggi incompatibili con il nostro ordinamento, la magistratura ha continuato a esercitare il controllo di legalità, il Parlamento ha avuto un guizzo di dignità mettendo alfine in minoranza il governo, il presidente della Repubblica ha mantenuto la sua autonomia con una equità e una fermezza che gli sono venute buone quando ha dovuto fare il “deus ex machina” della crisi. La battaglia promossa fin dal 1994 da don Giuseppe Dossetti per difendere la Costituzione messa sotto scacco dalla destra al potere, è stata vittoriosa. Se infatti Berlusconi ha perduto, a vincere non sono stati solo i suoi avversari, è stata la Costituzione. Il clima da fine del regime che si respirava nei sacrosanti festeggiamenti popolari per la sua caduta, diceva che non solo finiva una leadership divenuta ormai intollerabile sia all’interno che all’estero, ma finiva l’umiliazione di una democrazia fatta cadere nell’impotenza, nella volgarità e nella corruzione.

I costi sono stati altissimi.  Quelli più palesi, che hanno morso nella vita delle persone, sono stati i costi economici, l’impoverimento, il precariato, la disoccupazione e da ultimo il rischio del crack. Ma altri costi sono stati altrettanto gravi, hanno inciso nella cultura, nella vita morale e anche nella vita religiosa del Paese. Il culmine simbolico del degrado è stato raggiunto nella sentenza di Roberto Formigoni (CL): “a un governante non si deve chiedere quante ‘fidanzate’ ha, ma se i treni arrivano in orario”. Etica pubblica contro treni in orario: non è un grande baratto, almeno qualcuno con una Messa scambiava Parigi. Ora possiamo tornare alla politica: perché c’è più politica nel governo “tecnico” Monti di quanta ce ne sia stata in questi anni, impedita da maggioranze bulgare alle Camere e da vincoli di obbedienza. Il cambio di governo è stato in effetti una grande operazione politica, e il ritorno della politica consiste oggi nel fatto che possiamo ricominciare a pensare al bene del Paese.

Ora, finito il regime, bisogna porre mano a che non ritorni.  Già il ripristino della serietà ai vertici del sistema, l’adozione di uno stile di rigore e di gravità – rispetto alla portata dolorosa dei problemi da affrontare – manifestano un tale salto di qualità che sarà difficile vi si voglia rinunciare. Ma soprattutto occorre metter alcuni paletti che rendano impossibile la ripetizione dell’esperienza passata: la legge sul conflitto di interessi, la rottura dei monopoli mediatici, pubblicitari e televisivi, una RAI rigenerata, la riapertura del sistema elettorale a finalità di effettiva rappresentanza, sia riguardo alla scelta degli eletti, sia riducendo a proporzioni accettabili – non da “legge truffa” – eventuali premi di maggioranza e sbarramenti. E, tra tutte, la misura più simbolica ed efficace per impedire il ritorno a un leaderismo demagogico, sarebbe quella di vietare per legge che nei contrassegni elettorali figurino nomi di persone; il regime populista e plebiscitario che in questi anni si è avuto in Italia, è cominciato infatti col culto delle personalità portato fin dentro i simboli elettorali, per cui l’elettorato è stato portato a credere che si dovesse designare un padreterno, e non votare per una politica, per un programma, per un partito, per una cultura politica, per un’opzione morale.

fonte: http://domani.arcoiris.tv/non-e-un-governo-tecnico-e-un-governo-che-restituisce-dignita-politica-allitalia-travolta-dalla-vanita-dellarricchito/

LE TRE “I” CHE HANNO PERDUTO BERLUSCONI

novembre 15, 2011

INGLESE (“LINGUA DEI MERCATI”). IMPRESA (“SONO UN IMPRENDITORE E SO COME RENDERE PROSPERA L’AZIENDA ITALIA”). INTERNET, NOVITÀ CHE HA SBRICIOLATO INTRIGHI LUNGHI 30 ANNI PER DOMINARE IL MONOPOLIO DELL’INFORMAZIONE TELEVISIVA. PER TORNARE ALLA NORMALITÀ BISOGNA LICENZIARE TRE B. BERLUSCONI (NATURALMENTE). BIPOLARISMO, CHE HA SPACCATO IL PAESE NELLA LOTTA DI CLASSE. BOT AL 6 PER CENTO, DEBITO CHE DISTRUGGE LA SOCIETÀ

14-11-2011

di Raniero La Valle

I “comportamenti che ammorbano l’aria”,  secondo la forte affermazione fatta dal cardinale Bagnasco al recente Consiglio della CEI, sono stati tolti di scena con il loro titolare, finalmente rimosso dal suo incarico per l’azione congiunta dei mercati, dei suoi deputati ormai stufi, e del presidente della Repubblica, auspice, naturalmente, l’opposizione. Meno male, sarebbe stato imbarazzante per il capo dei vescovi se dopo essere arrivato a una simile impietosa condanna del premier, tutto fosse continuato come prima. Dunque il cardinale può essere contento. Ma forse dovrebbe anche rammaricarsi che questo grido di verità abbia tanto tardato. Ciò ha infatti permesso a Berlusconi di continuare a governare, anche quando, ormai giudicato all’interno e all’estero, non avrebbe avuto più a quale santo votarsi, se non avesse potuto contare sul silenzio della Chiesa, rimasta quasi da sola a sostenerla. E se questo governo fosse più presto caduto, forse la situazione non sarebbe arrivata a un punto così estremo; forse “la crisi economica e sociale che iniziò a mordere tre anni or sono” non sarebbe stata “più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire”, come il presidente della CEI aveva detto nella sua durissima diagnosi, e non avrebbe “presentato un costo ineludibile per tutti i cittadini di questo Paese”. E allora perché, per quali principi irrinunciabili si è data copertura al governo Berlusconi oltre ogni ragionevole termine? Forse perché, come ha detto Formigoni, quello che si deve chiedere a un governante non è quante “fidanzate” abbia ma se i treni arrivano in orario? Ma un’entità politica che rivendica la propria intimità con la Chiesa, come CL, può dire una cosa simile? E se non i treni, quale altra Parigi valeva bene una Messa?

Adesso occorre ricostruire,  come dice Bersani. Per ricostruire bisogna capire cosa è successo e che cosa c’è da fare. Quello che è successo è che le tre “I” che Berlusconi aveva inalberato come insegne del suo buongoverno, si sono rivoltate contro di lui e lo hanno travolto: Inglese, Impresa, Internet. L’inglese è la lingua dei mercati (spread, rating, default ecc.) ed è la lingua che parlavano i “Grandi” al momento della disfatta berlusconiana di Cannes. L’impresa è quella che lo ha abbandonato, perché le sole imprese che si sono avvantaggiate del suo governo sono state le sue. E Internet è stata la puntura di spillo che ha fatto scoppiare il pallone del suo monopolio mediatico; se lui dominava la comunicazione, dall’editoria, alla pubblicità, alle televisioni, ai giornali di regime, la gente ha comunicato con Internet, e il suo controllo è finito.

Quello che c’è da fare per ricostruire, è di licenziare tre “B”. Non c’è solo la B di Berlusconi. Un’altra B è quella del bipolarismo, che ha prodotto Berlusconi, ha spaccato l’Italia, ha seminato l’odio, ha portato nel modo di essere del Paese lo “sbigottimento culturale e morale” denunciato dal cardinale Bagnasco. E la terza B è quella dei BOT al 6 per cento: il debito che si accumula, il denaro che produce e distrugge denaro, i prestiti che diventano usura. Per uscirne sul serio occorre una riforma di sistema, una riforma economica che non abbia paura di mettere in questione il tabù del capitalismo globalizzato e selvaggio, e metta il lavoro, che è la cifra della irrinunciabile dignità dell’uomo, al centro di tutto, a fondamento della Repubblica, come dice la Costituzione. Cinque milioni senza lavoro, soprattutto donne e giovani, significa che la Repubblica non è per loro, e perciò che la Repubblica non è vera. E che deve fare la Chiesa? “Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini”, come diceva Bonhoeffer. Non chiedersi quali governi fare o disfare, non fare l’elenco delle quattro cose non negoziabili di cui dovrebbero occuparsi i cattolici, tutto il resto lasciando andare alla malora, ma confermando nella fede i cristiani che in scienza, coscienza e libertà, scelgono i fini, i contenuti e gli strumenti della loro azione politica, a servizio degli uomini e ascoltando il Vangelo.


fonte: http://domani.arcoiris.tv/le-tre-%E2%80%9Ci%E2%80%9D-che-hanno-perduto-berlusconi/

LIBERALI COCCODRILLI

novembre 10, 2011

NELL’AGONIA DEL BERLUSCONISMO I LIBERALI FINALMENTE SI FANNO VIVI: IMMAGINARI, INGENUI, ILLUSI, INGANNATI, OPPURE SEMPLICI COCCODRILLI?

07-11-2011

di Gianfranco Pasquino

Regole.  Non saprei come definire esattamente tutti coloro che in questa fase di lunga, triste, pericolosa agonia del berlusconismo si dicono rammaricati dal fatto che Berlusconi non abbia fatto una “rivoluzione liberale”. La mia prima reazione è di consigliare loro di andarsi a leggere il libro di Piero Gobetti, La rivoluzione liberale (scritto poco tempo prima dell’avvento del fascismo). Il secondo suggerimento di lettura è un qualsiasi testo sul liberalismo. In estrema sintesi, il liberalismo è un insieme di regole a protezione della libertà del cittadino contro eventuali pretese dello Stato. Il liberalismo è costituzionalismo, vale a dire separazione dei poteri. Chi vince le elezioni ha ottenuto il potere di governare. Il Parlamento ha il potere di controllare. La magistratura (Corte costituzionale compresa) ha il potere di verificare che gli atti dei cittadini, dei rappresentanti, dei governanti siano conformi alle leggi, che non le violino, e che rispettino il dettame costituzionale.

L’economia occupa la politica.  Soprattutto, il liberalismo è quella concezione che contrappone al potere del denaro, economico, il potere dei voti, politico. Con il denaro un cittadino può contare più di molti altri; ma con il voto ciascuna “testa” conta uno. Il liberalismo si basa sul principio insormontabile che il potere economico non deve conquistare il potere politico e che il potere politico non deve asservire il potere economico. La proprietà privata è sostanzialmente intangibile, garanzia di libertà politica, ma non deve essere usata per occupare il potere politico. Dunque, fin dal 1993-94, i liberali coerenti avrebbero dovuto chiedersi se un magnate come Berlusconi avesse le carte in regola per lanciare una rivoluzione liberale, oppure se, proprio a causa delle risorse di cui disponeva, da quelle risorse appesantito e condizionato, non avrebbe mai neppure pensato a “liberalizzare”.

Non sono veri liberali.  Un liberale coerente avrebbe chiesto ad altissima voce al potere economico di non mirare al potere politico, altrimenti, di liberarsi della sua “zavorra” economica al fine di essere libero in tutte le sue attività di governo. No, non c’erano liberali dentro lo schieramento di Berlusconi (la Lega?, Alleanza Nazionale? gli ex-democristiani? gli ex-socialisti?). No, non erano veri liberali coloro che, come Ferrara e Feltri e troppi commentatori del “Corriere della Sera” e de “Il Sole 24 Ore”, appoggiarono Berlusconi. Non lo sono neppure adesso. Non m’interessa sapere che cosa sono. Invece, so perfettamente che, in questo paese, la rivoluzione liberale, persino nell’etica della politica, riusciranno a farla, come dimostra tutta la storia delle democrazie europee, soltanto i socialdemocratici coerenti, ovvero, in Italia, una piccolissima minoranza illuminata. Concludo affermando che nessuna esperienza socialdemocratica è stata costruita in maniera illiberale e nessuna è “degenerata” per violazioni del liberalismo politico, sociale, economico. Nessuna è necessariamente, preliminarmente, da preferire, per qualità, a esperienze liberali compiute.

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/nell%E2%80%99agonia-del-berlusconismo-i-liberali-finalmente-si-fanno-vivi-immaginari-ingenui-illusi-ingannati-oppure-semplici-coccodrilli/

LETTERA ESEMPLARE DI UN AMMINISTRATORE (POLITICAMENTE ONESTO?)

novembre 3, 2011

Egregio Sig. presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,

sono un amministratore comunale di un piccolo paese all’imbocco della Valle di Susa in Piemonte e le scrivo in merito alle sue dichiarazioni che ho avuto modo di leggere in merito alla disastrosa alluvione che ha colpito il Levante ligure e la Lunigiana. Lei attribuisce i morti ai cambiamenti climatici. Purtroppo non sono d’ accordo con Lei.

Il responsabile di quella tragedia sono io: amministratore, cittadino italiano nonché elettore.

SONO IO AMMINISTRATORE quando sono costretto ad ampliare le aree edificabili e quindi a cementificare il territorio che non è più in grado di assorbire l’acqua piovana che così ‘scivola’ altrove, per poter incassare oneri di urbanizzazione e quindi mantenere sano il bilancio del Comune.

Quando non so urlare abbastanza la mia rabbia per i soldi che mancano per le piccole cose: mantenere puliti i canali, i torrenti di montagna, mettere in sicurezza gli argini, monitorare le frane ma che miracolosamente piovono dal cielo per le grandi, grandissime opere.

Quando imploro l’aiuto dei volontari della protezione civile che sostituiscono le gravi lacune delle Istituzioni pubbliche anziché pretendere con ancora maggior forza (se mai fosse possibile) i fondi necessari.

Quando i fondi me li procuro, ma con gli oneri di urbanizzazione creando così un circolo viziato senza fine.

SONO IO CITTADINO ITALIANO quando per pigrizia, disinformazione, troppa fiducia nei miei rappresentanti evito la partecipazione diretta, la cittadinanza attiva e lascio che presunte “scelte strategiche” quali TAV, ponte sullo stretto, rigassificatori, inceneritori sottraggano denaro alla manutenzione del territorio, delle sponde dei fiumi, alla messa in sicurezza delle scuole, alle energie alternative, tutte cose che  creerebbero moltissimi posti di lavoro immediati e diffusi su tutto il territorio nazionale, ma soprattutto controllabili dagli enti locali e non fagocitati dalle scatole cinesi del General contractor o peggio dalla criminalità organizzata.

Quando non faccio sentire la mia voce, quando resto a casa perché macinare km in un corteo è faticoso, rischioso o peggio sconsigliato a parteciparvi dagli stessi politici (se non sono stati loro a organizzarlo e promuoverlo!) o peggio ancora perché minacciato di essere “radiato” dal mio partito di riferimento se vi partecipo.

SONO IO ELETTORE, il responsabile, quando non vigilo sull’operato degli eletti, non li stimolo, controllo, quando dopo aver espresso il mio voto delego ad altri in toto e mi allontano per 5 anni (o quanto dura la legislatura) dalla cosa pubblica, dalla vita associativa, dal volontariato.

Quando mi lascio: abbindolare dai media e fatico a farmi una mia opinione, terrorizzare dal voto utile (per non lasciare il paese in mano alle destre dicono gli uni o alle sinistre dicono gli altri), ingannare dagli apparentamenti di coloro che parenti stretti non potranno mai esserlo.

Quando non mi accorgo che miliardi di euro vengono impegnati e promessi nei programmi elettorali  per l’acquisto di aerei da combattimento (ma l’Italia non ripudia la guerra?) o per un inutile buco in valle di Susa mentre una dopo l’ altra le regioni italiane si sgretolano sotto frane, alluvioni, terremoti (non sempre così intensi rispetto ai danni arrecati anche agli edifici pubblici che dovrebbero essere i più sicuri).

In una democrazia ‘imperfetta’ quale la nostra, la responsabilità è sempre mia, cioè di tutti i cittadini che liberamente e senza condizionamenti dovrebbero scegliere il meglio. Secondo me  i cambiamenti climatici, purtroppo, non c’entrano o c’entrano poco.

Non so se questa lettera giungerà a destinazione, sicuramente arriverà nelle mani di chi la giudicherà inopportuna, infarcita di demagogia e populismo sostenendo che il Presidente della Repubblica ha sempre ragione. Io posso solo immaginare i motivi profondi della sua dichiarazione in cui cita i cambiamenti climatici come responsabili della disastrosa ultima alluvione. In questo caso è da ringraziare, per la sua prudenza e grande senso di responsabilità.

La saluto cordialmente.

Mauro Galliano, Assessore Comune di Sant’Ambrogio di Torino (valle di Susa), Comune di 8,59 kmq. con 4.843 abitanti