Archive for ottobre 2011

BASTA CAPI CARISMATICI

ottobre 23, 2011

PERSONALIZZAZIONE E GERARCHIZZAZIONE DELLA POLITICA, GRAZIE ALL’AMPLIFICAZIONE MEDIATICA, QUANDO, MAI COME ORA, CI VORREBBE CONDIVISIONE E COLLEGIALITÀ

Tratto dall’articolo di GIOVANNI VALENTINI su La repubblica del 22 ottobre 2011, pagina 34, sezione: commenti

 

Ma in un paese come il nostro, che ha conosciuto il fascismo, è l’idea stessa del “capo” o dei “capi” carismatici, indotta dall’attuale personalizzazione di quasi tutti i partiti e più che mai del partito al governo, che rappresenta un’insidia micidiale per il futuro della democrazia. (da “Poteri selvaggi” di Luigi Ferrajoli Laterza, 2011 – pag. 26)

Leaderismo.  Fra le scorie e i residui più velenosi del berlusconismo, destinato verosimilmente a durare anche oltre il governo terminale di Silvio Berlusconi, c’è quel bisogno diffuso di leaderismo che è stato inoculato nel corpo sociale dalla personalizzazione della politica, favorita a sua volta dall’amplificazione mediatica e in particolare da quella televisiva. Non è un fenomeno soltanto nostrano. E appartiene certamente alla dimensione planetaria della moderna società della comunicazione, a cominciare dall’avvento dell’ex attore cinematografico Ronald Reagan alla guida della Casa Bianca. Ma, a causa di un conflitto di interessi senza uguali al mondo, nel nostro Paese ha assunto ormai caratteristiche tanto specifiche e preoccupanti da configurare l’anomalia del “caso italiano”. Nel capitolo intitolato “Il populismo e l’idea del capo come incarnazione della volontà popolare”, l’autore del libro citato all’inizio osserva: «Ciò che tuttavia rende più distruttivo, in Italia, questo processo di personalizzazione della rappresentanza è l’ideologia politica che lo accompagna e lo sorregge e che si manifesta nella più o meno consapevole negazione della distinzione e della separazione tra rappresentanti e rappresentati, fra Stato e società». E sottolinea che questa deformazione plebiscitaria deriva proprio dal rapporto diretto instaurato dai leader con il popolo attraverso la televisione.

Delega e responsabilità.  Parafrasando Bertolt Brecht della Vita di Galileo, anche noi potremmo dire perciò «beato o fortunato quel popolo che non ha bisogno di eroi»: cioè, appunto, di capi carismatici, uomini del Destino, salvatori della Patria. Non solo perché l’Italia nella sua storia ne ha già visti fin troppi. Ma soprattutto per il fatto che in democrazia la leadership, vale a dire la capacità e la responsabilità di guidare un partito, una coalizione o un governo, deve maturare necessariamente nella condivisione e nella collegialità sulla base di un’investitura della base: altrimenti, prima o poi degenera fatalmente nell’assolutismo, nella dittatura o nella tirannia. E quando cade un dittatore (anche televisivo) o un tiranno (anche mediatico) non se ne cerca un altro a cui affidare la ricostruzione di un Paese. In realtà, la voglia di leaderismo non è che il riflesso condizionato di una tendenza più o meno inconsapevole alla deresponsabilizzazione, attraverso la cessione di una delega in bianco che legittima il disimpegno e la mancanza di partecipazione, politica e civile. E al riparo della quale, come dietro un alibi o un paravento, si possono coltivare più liberamente gli interessi particolari, gli egoismi o le rivendicazioni individuali. Un atteggiamento fondamentalmente pilatesco, insomma, alimentato dalla carenza congenita di un’etica pubblica. Calata nell’attualità della vita politica italiana, la riflessione può riguardare nello stesso tempo la successione a Berlusconi nel centrodestra o a Bossi nella Lega; la candidatura di Bersani, di Vendola o altri alla premiership nell’ambito del centrosinistra; l’ipotesi di Montezemolo alla guida del Terzo polo. Al momento, non si vedono all’orizzonte nuovi leader carismatici, capaci di aggregare intorno sé un’ampia e solida maggioranza di consensi. Ma forse è un bene che sia così: magari prevarranno finalmente le idee, le proposte, i programmi; si costituiranno coalizioni più omogenee e compatte; si formeranno compagini o squadre di governo più competenti ed efficienti.

Declino della tv generalista.  Sta di fatto che l’habitat mediatico della politica è destinato progressivamente a cambiare. Non a caso oggi il declino politico di Berlusconi coincide con il declino della televisione generalista, come l’abbiamo conosciuta fin qui: e infatti il mezzo di persuasione occulta più subdolo e potente, fondato sul dominio del palinsesto, lascia sempre più spazio alla tv fai-da-te, ricavata da varie fonti ed emittenti in base alle esigenze o ai gusti individuali. In futuro, l’impatto dei new media, dei “media personali”, di Internet, dei blog, di Facebook e di Twitter, di YouTube, degli sms o mms, modificherà sostanzialmente il modo di fare politica e anche quello di intenderla, praticarla, recepirla. E di conseguenza, la stessa leadership si trasformerà auspicabilmente in un rapporto più paritario, circolare, diretto. Ancora una volta, però, si tratta di distinguere fra i rappresentanti politici – preparati, esperti, affidabili – e i “tribuni della plebe”, gli illusionisti mediatici, gli imbonitori televisivi, gli showman, i venditori di sogni o di fumo. L’uso più attivo e consapevole dei media da parte dei cittadini elettori implica necessariamente una maggiore capacità di orientamento e di scelta. È un esercizio continuo di responsabilità che, nell’era della comunicazione di massa, si può compiere solo attraverso il controllo sociale e lo spirito critico. (sabato@repubblica.it)

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LA QUESTIONE MORALE*

ottobre 9, 2011

INDIFFERENZA ETICA, SERVILISMO PREMODERNO E DEBOLE SVILUPPO UMANO COMPROMETTONO LA NOSTRA DEMOCRAZIA. URGENTE INVERTIRE IL CIRCOLO VIZIOSO


Prendere sul serio.  Ai numerosi giovani presenti in sala viene augurato di essere presi sul serio da coloro che incontreranno nella vita. Prendere sul serio – cose, persone e anzitutto sé stessi – è alla base del problema morale. L’esperienza morale nasce infatti con sentimenti di riprovazione o ammirazione di fronte a gesti o comportamenti che incidono sulla dignità delle persone e la giustizia: esperienze appassionate. Non prenderle sul serio, restare indifferenti, comporta sostanzialmente un atteggiamento di scetticismo pratico, o indifferenza morale, che può portare a non prendere sul serio neppure sé stessi. Cioè credere che le nostre esperienze appassionate non siano una via di conoscenza, aperte al vero. Infine, chi non prende sul serio sé stesso, chi non ha amor proprio, scivola facilmente verso il servilismo. Il libro su La questione morale è dedicato alla memoria dell’avv. Ambrosoli, ucciso per mano mafiosa, che ha indicato ai figli l’esigenza di aver coscienza dei doveri verso sé stessi.

Ancoraggio alla verità.  Nel riflettere su come siamo arrivati in Italia a questa situazione di degrado morale, si può dare un’occhiata alla nostra storia culturale. Già Leopardi, nel saggio del 1824 sui costumi degli italiani, affermava che l’opinione pubblica e la vita in Italia non ha sostanza né verità. Questa intuizione leopardiana merita un breve approfondimento. Per morale non si dovrebbe intendere soltanto l’insieme delle norme etiche, riguardanti in senso stretto ciò che è dovuto da ciascuno a tutti, ma, in senso più lato, tutta la vita in quanto ha a che fare con i valori e la verità. Una verità, riconosciuta anche dalla Carta dei diritti dell’uomo del 1948, è ad es. che abbiamo tutti pari dignità e diritti. A ciò segue il dovere di riconoscere a ciascuno uguali diritti. La vita morale è quella che ci porta a riconoscere nelle esperienze, le verità. Se non si riconosce che esistono verità, la vita morale si inaridisce nella sua sostanza.

Schierarsi  Questo può essere visto anche nei versi di Dante, là dove parla di sciaurati che mai non fur vivi, liquidandoli col famoso: non ti curar di lor, ma guarda e passa. Si parla di solito di ignavi, ma chi sono in realtà costoro? È stato giustamente detto che vivere è prendere posizione. Prendere posizione non significa prendere partito, significa schierarsi di fronte ai fatti che hanno riflessi morali: torti, ingiustizie, soprusi… Questi sciaurati che mai non fur vivi sono coloro che non hanno preso posizione, hanno vissuto nell’indifferenza, praticando una sorta di scetticismo morale, che può avvicinarsi al cinismo. Questa è una vita vuota, non fondata su verità e valori.

 

Una precettistica immorale  può essere trovata all’origine di questa cultura. Nel ‘500 Guicciardini l’ha teorizzata, fornendo una lunga serie di “precetti”: stare sempre dalla parte dei più forti, salvo tenere aperta la porta per scendere dal carro dei vincitori quando le cose per loro cambiano; stare sempre innanzi agli occhi del principe, per “farsi adoperare”, cioè servire; non dispiacere a chi possa nuocerci; l’importante è apparire; dire, con doppiezza, che si fa per l’interesse pubblico, anche se in realtà è l’interesse del “particulare”; nascondere le cose che dispiacciono, amplificare quelle favorevoli; bugie ripetute diventano verità [oggi questa è diventata la legge fondamentale della pubblicità, ndr]; la colpa non è nostra, perché le cose sono bacate all’origine; a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci s’azzecca; profittarsi dei vantaggi a breve termine, senza curarsi degli effetti a lungo, per nefasti che siano; e via di seguito. Come si vede sono cose ancora in gran voga nel nostro paese. Ma furono scritte quando non c’era cittadinanza e stato di diritto: allora potevano essere giustificate dall’esigenza di rendere meno pesante lo strapotere dei sovrani. Oggi però non dovrebbero più essere accettate. Sono, come ha detto De Sanctis, “la corruttela italiana codificata e innalzata a regola di vita”, “un codice fondato sul divorzio tra l’uomo e la coscienza.”

Un atteggiamento servile premoderno  può essere scorto ancor oggi in moltissimi italiani, anche se il regime è democratico e sono riconosciuti i diritti umani, civili, ecc. Magari inconsciamente, molti si comportano come sudditi del capo, non come cittadini obbedienti alla legge, che è cosa ben diversa. Non chiedono diritti, ma cercano favori al sovrano. Questa non è una situazione di democrazia ma di servilità. È governo del capo, ben diverso dal governo della legge. Si è giustamente parlato di libertà dei servi (Viroli). Le protezioni rispetto all’abuso di potere ci sono, anzi sono la struttura stessa dello Stato. Quando però il governo del capo deborda quello della legge, e la gente non reagisce, vuol dire che accetta una condizione di servilità. E viceversa: un mancato sviluppo umano, civile e critico della popolazione rende molto facile al potere debordare dalla legalità, cambiare le leggi, assumendo un potere e-norme, fuori dalle norme, dalla legge. Si tratta evidentemente di un circolo vizioso.

Invertire il circolo vizioso.  Si diffonde così il senso della sudditanza, con le sue arti servili: usare doppiezza, privilegiare l’apparenza, consorterie mafiose anziché competizione trasparente, prestazioni private compensate con favori pubblici… Oggi queste “arti” premoderne non sono più usate per difendersi dallo strapotere, ma per partecipare al privilegio del capo, sempre al di fuori della legalità. La storia degli ultimi 20 anni (ma anche più) indica una sistematica svendita di legalità in cambio del consenso (abusi, condoni, tangenti…). Un rinnovato sforzo per la difesa della Costituzione e della legalità, da un lato, per la crescita umana e civile della popolazione, dall’altro, sono dunque le vie maestre per invertire il circolo e renderlo virtuoso.

Prima però è necessario motivare  le persone. Si può ricominciare dall’idea che il “particulare” di guicciardiniana memoria, si riferisce all’individuo senza amor proprio, asservito (al capo e anche al proprio tornaconto). È un grave errore ritenere che si tratti di un individualismo in senso pieno, che può essere un positivo apporto della cultura contemporanea. L’esperienza del ‘900 ha mostrato che le istituzioni pubbliche stanno in piedi benissimo, anche in mancanza di maturazione e autonomia dei cittadini. La vita però diventa priva di “sostanza e verità”. Bisogna riabituarsi a prendere posizione di fronte a ingiustizie e soprusi, cioè alle questioni morali. Si prende posizione se si riconosce che ciascuno di noi può fiorire e che pertanto devono essere garantite le condizioni di questo fiorire. Perché sia salvata la vita morale, intesa in questo senso ampio, è oggi indispensabile impegnarsi nel campo della polis, la politica, preoccupandosi che sia garantito il confronto nello spazio pubblico. Ma a tal fine è necessario che non siano manomessi i delicati equilibri su cui si regge la democrazia: la divisione dei poteri, il buon funzionamento della scuola, libertà e pluralismo nella stampa… Tutte queste cose oggi sono a rischio in Italia, ed è quindi a rischio la possibilità di avere una vita morale (sempre intesa in senso ampio). Chi ha a cuore la problematica morale oggi non può non interessarsi della politica.

*Dall’incontro con la prof. Roberta De Monticelli a Merate, organizzato dall’associazione La Semina, 31 marzo 2011. Testo  non rivisto dalla relatrice

 

Bibliografia: Roberta De Monticelli, La questione morale, R. Cortina editore, Milano 2010