Archive for luglio 2011

Comitato Difesa Costituzione Merate

luglio 29, 2011

Attività del Comitato e schede didattico-divulgative su Costituzione e politica

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DA FORZA ITALIA A POVERA ITALIA, BERLUSCONI FINISCE COSÌ

luglio 26, 2011

BILANCIO DISASTROSO SUL PIANO ECONOMICO, SOCIALE ED ETICO. UN MIRACOLO CHE LA COSTITUZIONE SIA ANCORA SALVA

di Raniero La Valle  25-07-2011

Povertà profonda.  Era cominciata con uno slogan baldanzoso, ottimistico, allegro, “Forza Italia”, che evocava gioie e vittorie, un po’ come la “gioiosa macchina da guerra” del Grande Distruttore Occhetto, e finisce con una esclamazione amara, che sta sulle bocche di tutti, in patria e all’estero, sui giornali e nelle Cancellerie, ed evoca frustrazione, dolore, sconfitte: “Povera Italia!” L’Italia è diventata più povera nel lungo ciclo berlusconiano, le cui ultime convulsioni, ancora dettate dalla protervia e dall’arroganza di chi in nessun modo vuole lasciare un potere che più non gli compete, riempiono le cronache politiche, giudiziarie ed economiche di queste settimane estive. Ma questa povertà non è solo di denaro, non è solo delle famiglie, delle imprese, dei giovani che vedono isterilirsi il futuro. È una povertà più profonda. Sono le speranze che sono venute meno, è il senso di appartenenza a una stessa comunità politica che sembra perduto, a favore di quella lotta di tutti contro tutti che nell’attuale politica ha il suo modello ed il suo paradigma; è la stima in quanti rendono un servizio pubblico che è entrata in crisi, e non perché essi rubino (la maggior parte non lo fa) ma perché non pensano per niente al pubblico, e perché è passata l’idea che il servizio pubblico – dal capo del governo al funzionario che sta allo sportello – non è che uno dei modi per provvedere ai propri interessi privati. Né la cultura (è stata proclamata la morte di tutte le culture novecentesche) né l’etica (distrutta dal moralismo ed esaurita in pure e semplici petizioni di principio) sono più in grado di esercitare una funzione aggregante: “non c’è più la colla”, diceva già Giuseppe Dossetti.

Felicità.  In tutto questo l’Italia ha cessato di essere felice. Problemi ne ha sempre avuti, ma mai aveva perso il gusto della vita, la gioia di parlarsi, di stare in relazione. Naturalmente non si può dare la colpa al governo, alla maggioranza, alla Confindustria, alla Fiat, alle regioni, alla politica se la gente non è felice. La felicità la politica non la può dare, né gliela si può chiedere senza perdere la libertà. Però l’uomo ha il diritto innato di cercare la felicità (lo diceva anche la Dichiarazione d’indipendenza americana), e compito della Repubblica, come dice la Costituzione al suo articolo 3, è di rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono di perseguirla; le effettività dei diritti, al lavoro, allo studio, alla salute, alla casa, non sono la felicità ma sono le vie per cercarla.

L’ideologia della destra  al potere in regime bipolare ha radicalmente e in via di principio negato questo ruolo della Repubblica; lo Stato minimo, lo Stato che pezzo per pezzo smonta l’edificio della sicurezza sociale, lo Stato che non mette le mani in tasca ai cittadini ricchi e quelli poveri li manda a mani vuote, non fa spazio alla società, la abbandona. E se poi propone dei modelli di felicità, questi sono miserandi. Per il partito di Berlusconi la felicità sta nel non pagare le tasse, nell’avere giudici rattrappiti perché si possa più facilmente delinquere avendo buoni avvocati, sta nella modalità consumistica del vivere e nella esclusione dal messaggio mediatico e televisivo di ogni traccia di informazione e di cultura; per la Lega nord la felicità sta nella sicurezza, nell’egoismo di razza e di nazione, nella cancellazione dello straniero, e in quel federalismo che consista nel non far uscire i soldi dal Nord e portarvi almeno due ministeri dal Sud. Sarebbe sbagliato attribuire questo sfacelo a una forza del destino, a un improvviso degrado dello spirito italiano, a un inopinato rovescio economico. L’Italia è stata sciupata con lucida determinazione, anno dopo anno, a partire dalle prime riforme elettorali, a partire dai tentativi di mettere sotto controllo la magistratura prima ancora di Tangentopoli, a partire dai primi attacchi al principio della rappresentanza, a partire dalla pretesa, avanzata già da Cossiga, di liquidare l’impianto costituzionale del ’48 per dar luogo a una seconda Repubblica cesarista ed extraparlamentare.

È un miracolo  che dopo vent’anni il lungo lavoro eversivo non sia giunto a compimento, che grandi risorse di democrazia e di solidarietà siano ancora presenti nel Paese, e che la Costituzione possa ancora essere salvata. Ma deve esser chiaro che di questo si tratta quando si discute di bipolarismo, di referendum elettorali, quando, nonostante la prova fallimentare del nuovo sistema, si dice che “non si può tornare indietro”, quando sotto il pretesto di tagliare i costi della politica, si vogliono in realtà abolire i costi della democrazia e quando a sinistra si insiste sulla sciagurata “vocazione maggioritaria” del partito pigliatutto per rendere eterni i governi. Quella che dobbiamo fare non è una scelta alchemica tra quel tanto di maggioritario o di proporzionale che dovrebbe avere il nuovo sistema elettorale, in un solo turno o due turni, è una scelta di civiltà e di rilegittimazione politica.

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/da-forza-italia-a-povera-italia-berlusconi-finisce-cosi/

 

LA CULTURA DEL DIVISMO

luglio 7, 2011

ECCESSO DI VISIBILITÀ MEDIATICA PER NASCONDERE LA VOLONTÀ DEI CITTADINI

di MICHELA MARZANO  La Repubblica, 30 giugno 2011 —   pagina 46   sezione: CULTURA

“Visibilità”, “notorietà”, “divismo”, “spettacolarizzazione”. Più il tempo passa, più il linguaggio della politica si impoverisce e si svuota di senso. Non conta più quello che si dice, ma quanto e dove si parla e si appare. All’epoca dei mass-media, la visibilità è sovrana. Non solo nell’universo dello spettacolo, ma anche e soprattutto nel mondo politico. Come se per acquisire credibilità, si dovesse essere presenti ovunque, saturare il dibattito pubblico, pronunciare sempre le stesse formule. Come se bastasse ripetere una bugia cento, mille, un milione di volte, come diceva Joseph Goebbels, perché la menzogna si trasformi magicamente in verità. Forse è per questo che, pur di essere visibili, sono sempre più numerose le persone disposte a fare qualunque compromesso. Come se la notorietà, di per sé, fosse una garanzia di qualità. Ma cos’è mai questa visibilità di cui, oggi, nessuno sembra più poter fare a meno, soprattutto quando cerca di ottenere delle responsabilità pubbliche? Il concetto di visibilità non è, di per sé, negativo. Al contrario. Nel corso del XX secolo, la lotta per la visibilità è stata una battaglia politica necessaria al riconoscimento di tutti coloro che, per secoli, erano rimasti nell’ombra. Basti pensare alle donne, agli omosessuali, ai malati mentali. A tutti coloro che, anche se per motivi diversi, erano rimasti a lungo “invisibili”, vuoi perché relegati nella sfera privata senza aver la possibilità di far ascoltare la propria voce e di rivendicare i propri diritti, vuoi perché messi ai margini di una società che funzionava in base al tristemente celebre precetto “sorvegliare e punire”.

Se si analizza la grammatica del potere,  ci si rende perfettamente conto che, per secoli, quest’ultimo si è costruito e consolidato proprio grazie all’assenza di visibilità. Il segreto e l’opacità hanno permesso ai sovrani, ai despoti e poi anche agli apparati di partito di abusare del proprio potere, senza che i sudditi o i cittadini potessero esercitare alcuna forma di “vigilanza”, come direbbe Locke. L’oscurità ha reso invisibile non solo la verità, ma anche le persone. Ed è stata proprio la persistenza di aree di opacità nell’esercizio del potere pubblico, e quindi di incontrollabilità e di arbitrio, che hanno messo sistematicamente in pericolo le nostre democrazie. Basti pensare alla corruzione, alle malversazioni e al peculato denunciate da Bobbio attraverso il famoso concetto di potere invisibile. È per questo che la lotta per farsi vedere e sentire è diventata un aspetto fondamentale dei movimenti politici e sociali odierni. E che si è progressivamente capito che uscire dall’afasia e battersi per ottenere la visibilità significava lottare per il riconoscimento delle proprie idee e dei propri diritti.

La richiesta di visibilità  pubblica è una richiesta di accettazione. Della propria identità, delle proprie differenze, delle proprie specificità. Anche se la rivendicazione di visibilità obbliga a rimettere almeno in parte in discussione la famosa separazione tra la sfera pubblica (visibile) e la sfera privata (invisibile). Come si diceva negli anni 1960 e 1970, «il privato è pubblico»: esiste una continuità tra le due sfere della vita che non si può far finta di ignorare quando ci si batte per l’uguaglianza e la libertà di tutti, senza che per questo il potere abbia il diritto di interferire con le scelte o con i valori individuali di ognuno di noi. Non si tratta di pretendere che le proprie idee e i propri valori siano approvati o condivisi da tutti. Si tratta solo di fare in modo che tutti abbiano il diritto di esprimersi e di rivendicare i propri diritti, senza per questo essere stigmatizzati dall’esclusione.

Visibilità che diventa fumo.  Ma la visibilità, in questi ultimi anni, è diventata anche e soprattutto altro. Perché si è progressivamente slittati dal piano politico al piano mediatico. Come se l’unico modo di esistere e di essere visibili fosse quello di occupare lo spazio visivo. Essere presenti sempre e comunque, fino alla saturazione dello spazio pubblico. La visibilità, da questo punto di vista, va sempre più di pari passo con personalizzazione del potere.È il trionfo dell’individualismo spettacolare: «Esisto, sono importante e dovete credere a quello che vi dico, perché ve lo dico alla televisione e ve lo ripeto una, mille e cento volte». Ormai sono coloro che esercitano il potere che cercano la visibilità, e non più coloro su cui il potere si esercita. Ma attraverso quest’eccesso di visibilità dei potenti non stiamo allora assistendo, paradossalmente, al ritorno dell’opacità e dell’invisibilità dei cittadini? Cosa è veramente visibile, al di là dell’apparenza, dello spettacolo e degli slogan pubblicitari? Più il tempo passa, più la visibilità spettacolare si trasforma in una cortina di fumo che rende invisibili i veri meccanismi del potere. –