Archive for giugno 2011

UN VENTENNIO DI DEGRADO MORALE

giugno 23, 2011

IL SEVERO GIUDIZIO DELL’ECONOMIST NON HA COLTO LA PROFONDITÀ PSICOLOGICA DELLA CRISI ITALIANA

UN PAESE CHE NON CREDE PIÙ IN SÈ STESSO

di PIERO OTTONE   La Repubblica  21 giugno 2011 —   pagina 30   sezione: COMMENTI

Diamo un voto all’Economist?  Il settimanale inglese ha pubblicato in copertina, e già ne abbiamo dato notizia, l’immagine di Silvio Berlusconi, e una scritta choc che così lo definisce: “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. Seguono un editoriale e un supplemento, tutto dedicato all’Italia. Pare che qualcuno, all’aeroporto di Fiumicino, abbia esitato prima di consentire l’ingresso di una pubblicazione così esplosiva. Ma non siamo una repubblica africana: prima o dopo la rivista non poteva non arrivare in edicola, e i giornalai l’hanno gioiosamente messa in mostra, sperando di venderla bene. Nell’aprile del 2001, l’Economist ci aveva messo in guardia: quest’uomo, aveva scritto anche allora in copertina, non ha le carte in regola per governare l’Italia. Ma gli italiani votarono per lui, e per lui hanno continuato a votare fino ai nostri giorni. Hanno accettato le leggi ad personam, le invettive contro i giudici, le Ruby e le barzellette. Adesso l’èra berlusconiana volge al termine, si comincia a tirare le somme. Tira le somme anche un giornalista dell’Economist che con alcuni collaboratori ha trascorso un mese fra noi, ha letto libri e articoli, ha parlato con vari personaggi e con gente comune, infine ha scritto il testo di un supplemento che merita di essere letto. Il tono, lungi dall’essere malevolo, rivela una simpatia di fondo. Ma quella copertina non lascia dubbi:

Berlusconi ha fottuto l’Italia.  Vero o falso? Diamo un voto all’Economist, dunque. E anticipo subito la mia conclusione. Il suo giudizio sull’èra di Berlusconi è fondato, lo sottoscrivo senza esitare: a mio parere i colleghi del settimanale inglese enumerano con precisione gli errori e gli orrori del personaggio. Ma a loro sfugge il suo aspetto più grave, come dirò fra poco. Vediamo però, innanzi tutto, l’atto di accusa. A carico del nostro presidente del Consiglio l’editoriale di apertura cita i festini, i bunga bunga, che poco si addicono a un capo di governo in genere, e specie a un uomo della sua età. Cita le leggi fatte su misura per proteggerlo dai processi, i conflitti di interesse: tutti addebiti che conosciamo fin troppo bene. Ma l’Economist ritiene che la colpa più grave sia la totale indifferenza del personaggio per le condizioni economiche dell’Italia. Il governo, forte di una maggioranza senza precedenti, avrebbe dovuto varare alcune fondamentali riforme, necessarie per dare slancio all’economia. Non lo ha fatto. Sicché il paese è fermo, perde terreno. E non è vero che non sia riformabile, come qualcuno sostiene: il passato dimostra il contrario. Era compito del governo rimetterlo in moto: non ne è stato capace.

Eredità devastante.  Tutto vero: diagnosi esatta. Ma io penso che l’incapacità di rilanciare l’economia non sia il fatto più grave quando tiriamo le somme di un ventennio (o poco meno). La causa prima della catastrofe, secondo me, è la devastazione morale che Berlusconi lascia in eredità. E bisognava aspettarselo. Che affidamento poteva dare un uomo che si dava alla politica per evitare i processi, per sfuggire al carcere? Il primo segnale della sua improntitudine, del suo cinismo, si ebbe quando, non appena eletto, propose come ministro della Giustizia un suo avvocato, in seguito condannato perché aveva corrotto (col denaro di Berlusconi) un magistrato. Capite? Un corruttore di giudici al dicastero della Giustizia, alla testa della magistratura italiana. Da allora, il suo comportamento totalmente privo di senso morale ha contribuito in un crescendo inarrestabile alla demoralizzazione, al cinismo della nazione. In Italia, abbiamo avuto per vent’anni, o poco meno, un Primo ministro che, inseguito dai processi, invece di vergognarsi se l’è presa coi giudici: ce l’hanno con me, diceva e continua a dire. E quanti altri segni di cinismo si sono susseguiti attraverso il tempo: da quando abbiamo visto ministeri importanti affidati a ragazzotte senza arte né parte, fino alle scene penose di questi giorni, di un Primo ministro che, ormai paralizzato nell’azione politica, come ammettono anche i suoi seguaci, invece di farsi da parte nell’interesse nazionale persiste imperterrito. Per puntiglio, per scommessa.

Depressione profonda.  Questo, più ancora della mancanza di riforme, è dunque il danno grave del berlusconismo. La rinascita economica di una nazione, prima che dalle leggi, è determinata dallo stato d’animo dominante: lo abbiamo visto negli anni del così detto miracolo. Oggi, il nostro è un paese che non crede più in se stesso. Un paese stuprato. Soltanto in questi giorni, dopo il lungo sonno, si assiste ai primi segni di vita. Ma la lentezza, la fatica con cui cominciamo a liberarci di Berlusconi, la mancanza al vertice di uomini abbastanza risoluti per metterlo alla porta in quattro e quattr’otto, indicano quanto sia profonda la crisi: psicologica prima che politica, prima che legislativa. Lo stato d’animo depresso, più ancora delle mancate riforme, è la vera tragedia italiana. Non è, Berlusconi, il solo uomo di governo populista del nostro tempo. Il tramonto dei partiti, e delle ideologie che li ispiravano, favorisce i personaggi dotati di carisma, che credono soltanto in se stessi. Ogni paese li sceglie a seconda della disponibilità. Con la sorpresa di mezzo mondo, compresi i colleghi dell’Economist, l’Italia ha scelto male. La conseguenza è duramente sancita in quella copertina da cui abbiamo preso le mosse. –

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FINISCE LA STAGIONE DELLA DOCILITÀ

giugno 23, 2011

VITTORIA DELLA RAZIONALITÀ CONTRO PRETESA EMOTIVITÀ E INFANTILISMO DEI CITTADINI

di NADIA URBINATI  La Repubblica  20 giugno 2011 —   pagina 37   sezione: COMMENTI

Emotività.  Le analisi dell’esito del voto sono un indicatore non meno interessante del risultato del voto. Prendiamo come caso esemplare il modo con il quale leader politici e commentatori di area centrodestra hanno descritto i cittadini che hanno reso possibile il quorum e poi la sconfitta delle leggi passate da questa maggioranza: “arrabbiati”, “terrorizzati”, “emotivi”. Aggettivi che parlano di attori irrazionali. Un po’ come succede quando si parla di donne, alle quali, vale ricordarlo, non si voleva concedere il diritto di voto perché incapaci di ragionare imparzialmente, di pensare in termini di giustizia, a causa della loro vicinanza alle pulsioni naturali, della loro emotività. Cittadini come donne e come bambini: infantilizzati per non farli cadere in errore, e bollati di irrazionalità quando agiscono di testa loro! Le carte vengono sovesciate. Poiché quando gli italiani si identificano con un capo carismatico sono razionali, mentre quando votano contro le sue indicazioni sono emotivi. Un controsenso plateale se si pensa che il diritto di voto è praticato in silenzio proprio per consentire a ciascun cittadino di scegliere liberamente, con la propria testa. La cittadinanza democratica non agisce in massa quando parla con autorità sovrana, ma individualmente, proprio perché presume che tutti noi sappiamo distinguere il bene e il male. Ma chi ci governa pensa alla democrazia come a una giostra sulla quale ci si deve stare come e fino a quando lo decide il manovratore.

Vediamo di smontare  questa lettura infantilizzante con una riflessione su questo risultato referendario. Di irrazionalità ed emotività in questi cittadini che si sono recati a votare nonostante gli sgambetti dei poteri centrali se ne vede poca. Gli esperti ci dicono che gli italiani ricevono le informazioni per l’8% dalla carta stampata e per la restante parte attraverso le televisioni nazionali, statali e private. Le televisioni di stato e Mediaset sono state comandate di tacere sui quesiti dei referendum. Quindi, questi cittadini “irrazionali”, “arrabbiati” ed “emotivi” si sono impegnati con costanza e nel tempo a cercare altrove quello che non trovavano seduti comodamente in poltrona. Se l’emotività e l’irrazionalità suggerisce questi comportamenti razionali protratti nel tempo, non occasionali, allora le scienze sociali devono rivoluzionare i loro metodi. Ma ovviamente le cose non stanno così.

Razionalità referendaria.  Consideriamo per esempio il movimento anti-nucleare: questo è longevo abbastanza da aver sedimentato la sua presenza nella società, ed è inoltre fatto di gente che sa molte più cose dei ministri che discettano di energia e di nucleare. E prendiamo i movimenti che hanno tenuto viva in questi lunghi mesi la questione dell’acqua come bene comune: le informazioni che hanno distribuito dovunque, nelle città grandi e piccole, con i metodi tradizionali e con quelli online, sono puntuali e chiare. E infine: c’è forse bisogno di movimenti specifici per comprendere che la legge sul legittimo impedimento è un esempio offensivo di privilegio, uno strappo al principio di uguaglianza?

Disobbedienza virtù democratica.  In tutti questi casi, i cittadini italiani hanno dimostrato di essere stati molto razionali e competenti. E per questo hanno disobbedito e dissentito, esercitando cioè una virtù democratica. Poiché, non va dimenticato che il raggiungimento del quorum e poi la vittoria dei Sì sono stati possibili grazie a molti cittadini orientati verso i partiti del centro-destra. Nel caso della Lega Nord la disobbedienza è stata un segno ancora più straordinario di democrazia. Poiché questo è un partito nel quale l’appartenenza identitaria, emotiva e passionale, è più importante della conoscenza e della convinzione individuale nel guidare le decisioni degli elettori. La disobbedienza dei fedeli della Lega all’indicazione del leader Bossi è stata una girata di spalle all’emotività dell’appartenenza in nome di un ragionamento di questo tipo: l’incoerenza tra il dire e il fare che l’alleanza con il Signore di Arcore impone alla Lega è tale da richiedere che venga dal “basso” un segnale forte. Anche in questo caso, un ragionamento tutt’altro che emotivo. Non comprenderlo sarebbe davvero irrazionale.

La saggezza dei cittadini  ha stupito un po’ tutti, anche a sinistra. Poiché fino alle vittorie delle elezioni amministrative nemmeno qui si era investito davvero sui referendum, anche perché si temeva che si traducessero in un ennesimo fallimento. Le brucianti sconfitte degli ultimi 16 anni hanno indotto molti a sinistra a non investire nella partita referendaria. Ed è anche questa un’indicazione importante perché dietro il timore del quorum si può leggere una mancanza di conoscenza di quel che stava succedendo fuori delle sedi di partito. Alla fine dei conti, dunque, pare che gli emotivi, gli irrazionali e gli impauriti siano da cercarsi fuori dalla cittadinanza ordinaria, la quale ha dimostrato di essere molto politica perché ha identificato la politica con riflessioni su ciò che è giusto e conveniente per la società tutta. Ha dimostrato di sapere che cosa significa avere autorità democratica: saper dire Sì e No ragionando con la propria testa, senza obbedire. La lunga stagione delle docilità sembra proprio finita. –

L’ANTOLOGIA DELLA CITTADINANZA

giugno 20, 2011

A cura di Elisa Dorso e Ilaria Neppi

INDICE

I. LE ORIGINI.

1. DIODORO: L’origine della società secondo Democrito  (V – IV secolo a. C.)

2. LUCREZIO Il ruolo dell’amore nella nascita della civiltà  (I secolo a. C.)

II. LA CITTA’

3. PROTAGORA  Il mito di Prometeo  (V secolo a. C.)

4. MARIO VEGETTI Politica da polis  (1975)

5. SOLONE La città e la legge   (VI secolo a. C.)

6. PERICLE  Elogio della democrazia   (V secolo a. C.)

7. ARISTOTELE L’uomo è un animale politico (IV secolo a. C.)

8. PLATONE La legge della città  (V – IV secolo a. C.)

9. PLATONE  La nascita dello stato  (V – IV secolo a. C.)

10. ITALO CALVINO Le città e il desiderio  (1993)

III. Il Contrattualismo..

11. UGO GROZIO  I fondamenti del diritto naturale  (1625)

12. JOHON LOCKE   La nascita dello stato  (1690)

13. MONTESQUIEU  Il principio della democrazia  (1748)

14. J. J. ROUSSEAU Il patto sociale  (1761)                                                                                                                  IMMANUEL KANT Per la pace perpetua  (1795)

IV. L’ETA’ DEI DIRITTI.

15. La dichiarazione d’indipendenza americana (1776)

17. La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789)

18. La Costituzione italiana  (1948)

19. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo  (1948)

20. FLORES D’ARCAIS I diritti minimi e irrinunciabili per essere cittadini  (2004)

V. I LIMITI DELLA DEMOCRAZIA..

21. ARISTOTELE Le varie forme di stato  (IV secolo a. C.)

22. ALEXIS de TOCQUEVILLE La dittatura della maggioranza  (1835)

VI. Crisi della democrazia..

23. FLORES D’ARCAIS La democrazia nuda  (2004)

24. GUSTAVO ZAGREBELSKY Telepolitica il peccato capitale della democrazia (2006)

25. GUSTAVO ZAGREBELSKY La democrazia dei sondaggi  (1995)

26. NORBERTO BOBBIO L’educazione alla cittadinanza  (1991)

27. JOSE’ SARAMAGO La rivolta delle schede bianche  (2004)

VII. SENZA CITTADINANZA..

28. CARLO LEVI Lo Stato lontano   (1945)

29. CARLO LEVI   Le case di Gagliano  (1945)

30. CARLO LEVI La questione meridionale  (1945)

31. NAZIM HIKMET L’alba  (1951)

32 . WALTER WALLRAFF   Straniero in patria  (1985)

33. BERTOLT BRECHT L’esame per ottenere la cittadinanza  (1934)

34. VALDIMIRO POLCHI  Immigrati: l’odissea per la cittadinanza  (2006)

35. M. N. DE LUCA Ogni volta mi dicevano: manca un documento…  (2006)

36. M. N. DE LUCA Tuo padre è troppo povero, così mi negavano le carte…(2006)

VIII. IL RAZZISMO..

37. UNESCO  La Dichiarazione sulla Razza e sui Pregiudizi Razziali  (1978)

38. ANNA MARIA GENTILI Nord e Sud: sviluppo e sottosviluppo  (1991)

39. J. L. TOUADI  Il diario di un abbronzato a Roma  (2006)

40. STEFANO BARTEZZAGHI   Lapsus negro  (2006)

41. PRIMO LEVI Se questo è un uomo (1947)

42. FREDRIC BROWN  Sentinella  (1951)

IX. LA TOLLERANZA..

43. Il relativismo culturale  (IV secolo a. C.)

44. GIOVANNI BOCCACCIO  I tre anelli  (1348)

45. MARIO PIRANI   Gli occhiali della Bibbia  (14 marzo 2006)

46. KHALED FUAD ALLAM La democrazia senza democratici  (27 marzo 2006)

47. JOHN LOCKE Il concetto di tolleranza  (1689)

48. ARTURO GHINELLI  Un “dialogo religioso” in quarta elementare (2006)

49. ANTONIO GENOVESE  Pericoli del fanatismo religioso  (2003)                                                                           Lo scontro delle civiltà  (2006)

50. AMOS OZ Fenomenologia del fanatico  (2202)

51. U. THANT Credo nella coesistenza pacifica  (1989)

X. LA COMUNE NATURA UMANA..

52. ANTIFONE Né Greci né Barbari  (V secolo a. C.)

53. ANACARSI LO SCITA Lettera a Solone  (III secolo a. C.)

54. MARIO RIGONI STERN Saper restare uomini  (1953)

55. AMOS OZ  Siamo tutti ‘penisole’  (2002)

56. Giovanni XXIII  Ogni essere umano è una persona  (1963)

XI. IL DESTINO COMUNE DELL’UMANITA’

57. RALPH LINTON  Globalizzazione  (1936)

58. EDGAR MORIN Ogni parte del mondo fa parte del mondo  (1994)

59. RALF DAHRENDORF Nel nostro mondo nascondersi è impossibile  (1995)

60. ANTONIO GENOVESE Telepolis  (1997)

61. I prossimi cento anni  (2005)

QUESTI TESTI SONO SCARICABILI DAL SITOhttp://www.lacittadeicittadini.org/lacittacreativa/images/antologiacittadinanza.doc

INIZIATIVA “COSTITUZIONE NELLE SCUOLE”

giugno 15, 2011

In diverse scuole del meratese (Robbiate, Osnago, Paderno, etc.) si è rinnovata quest’anno l’iniziativa delle Amministrazioni Comunali riguardante la consegna della Costituzione ai ragazzi delle quinte elementari.

E’ una iniziativa di alto valore simbolico in cui si esprime la consegna di un mandato alle nuove generazioni, quello di conoscere, difendere e amare le regole della convivenza, il patto civile che ci lega e ci costituisce come popolo.

A questa celebrazione intervengono i genitori dei ragazzi, gli insegnanti e i rappresentanti dell’Amministrazione con il Sindaco che, indossata la fascia tricolore, consegna ad ogni ragazza/o il testo della Costituzione con dedica personale.

Il Comitato Difesa Costituzione Merate è stato invitato a partecipare alla celebrazione e a portare ai ragazzi il saluto dei cittadini che nella Costituzione si riconoscono, impegnandosi per diffonderla nonché difenderla da eventuali tentativi di stravolgerla (nella foto l’intervento a Paderno).

UNA NUOVA CENTRALITÀ AL PARLAMENTO

giugno 11, 2011

GRAVI RISCHI DERIVANTI DAL DISFACIMENTO PARLAMENTARE, DOVUTO A PERSONALISMI E VICENDE PROCESSUALI

di  ANDREA MANZELLA  La Repubblica  09 giugno 2011 —   pagina 31   sezione: COMMENTI

Cultura istituzionale.  Quaranta anni fa, di questi giorni, la Camera e il Senato approvavano i loro nuovi Regolamenti. Dissero di “sì” i democristiani di Giulio Andreotti e i comunisti di Pietro Ingrao e i repubblicani di Ugo La Malfa, ma anche il gruppo del MSI di Giorgio Almirante e i monarchici di Alfredo Covelli e i liberali di Aldo Bozzi. Presidente della Camera era Sandro Pertini, presidente del Senato era Amintore Fanfani. Secondo quel principio di equilibrio fra le presidenze parlamentari (mai dello stesso colore) che, quando è stato osservato, è riuscito a dare una qualche logica anche alle duplicazioni del nostro “bicameralismo perfetto”. Ma perché quel consenso parlamentare mai così visto dai tempi della Costituente? Perché era un’operazione di cultura istituzionale. La scomposizione della società italiana che era iniziata (simbolicamente e non) con il 1968 aveva infatti provocato tra i partiti un momento di riflessione: sui loro insediamenti sociali e sul loro stesso destino, di fronte alle correnti di cambiamento che si erano messe in moto al di fuori dei canali tradizionali della politica.

Istituzione aperta.  Tutti i partiti avevano perciò puntato sul Parlamento come istituzione “aperta”. Non più confiscata da essi, non più ristretta al rapporto bilaterale con il governo. Per la prima volta i Regolamenti accolsero largamente la possibilità di audizioni e di indagini conoscitive nelle Camere. “Scoprirono” i limiti del potere legislativo: nelle norme europee, nelle attribuzioni regionali, nella Corte costituzionale. Quei regolamenti del ‘71 non evitarono certo il peggio politico che ancora doveva arrivare con le sue tragedie. Ma la parlamentarizzazione che ci fu allora aiutò la democrazia a resistere quando fu più alta l’ondata di piena dell’eversione. Il Parlamento si rivelò, sotto questo aspetto, un buon investimento per tutti: la legittimazione reciproca di allora permise la tenuta dello Stato e delle sue libertà.

Il procurato disfacimento parlamentare  dei nostri giorni, al di là dei gesti e delle risse, preoccupa perché sembra segnare il venir meno di una risorsa istituzionale indispensabile a fronte del peggio che può ancora arrivare. L’intervento, per molti profili eccezionale, del Capo dello Stato si spiega con il pericolo di questa frana. Per tanti aspetti, la situazione è più grave che nel 1971. Ora la decomposizione sociale si consuma in una disoccupazione “individuale” di massa. Le nostre banche, alle prese con una difficile ristrutturazione finanziaria interna, faticano a sostenere le imprese: dalle più piccole alle più grandi. I rischi per l’euro sono alle porte di casa e non si sa quanto i chiavistelli di oggi potranno resistere. Una catastrofe umanitaria si abbatte sulle nostre coste e da qui sulle altre regioni, mentre siamo, di malavoglia, in una specie di guerra.

Di fronte a questi dati, la maggioranza gioca allo sfascio,  a colpi di forza e di ridicolo, dell’unica istituzione che potrebbe, per sua struttura, per le sue stesse funzioni, “unificare nella diversità”. Non è un sogno, non sono fantasie. Ancora in questi ultimi mesi il Parlamento quando ha potuto lavorare su cose serie, lo ha fatto con grande aderenza alla necessità di un moderno pluralismo. La nuova legge sulla contabilità pubblica, con la sua coerente reattività alle decisioni europee sulla crisi, ne è un ottimo esempio. La stessa legge sul federalismo (al di là del giudizio che si può – e si dovrà – dare sui suoi risultati e su certi essenziali congegni ancora incerti) è tecnicamente un modello di nuova centralità del Parlamento: individua una sua funzione di raccordo unitario tra differenti e muscolosi decisori territoriali e sociali.

Risultati quasi miracolosi:  ora che il Parlamento non può contare sul sostegno di partiti strutturati come quelli che fecero la Repubblica. Il successo del più grande partito “personale” ha generato infatti partitini personali e sottogruppi parlamentari, con molti incentivi alla rottamazione ulteriore. Se certi risultati sono stati raggiunti, questo è dovuto allora non solo alla bravura e alla ragionevolezza di pochi uomini esperti e non faziosi, ma anche perché l’istituzione ha in sé, malgrado i secoli passati, una sua interna capacità di flessibilità e di adattamento ai tempi: di rappresentanza, in una sola parola. È davvero allora un errore politico buttare via queste possibilità di governo parlamentare. Per abbandonarsi a continue provocazioni contro l’ordine del giorno del Paese, contro le emergenze di tutti, contro la dignità e l’onore nazionali. A quale scopo poi? Per torbide vicende processuali, da avvocaticchi. Ricostruire il Parlamento come risorsa della Nazione, e non come traballante ruota di scorta, dovrebbe essere invece la prima cosa da fare.

LA VIRTÙ CONTAGIOSA DEL DISSENSO

giugno 10, 2011

SEGNI DI RECUPERO DI CIVILTÀ E NON VIOLENZA IN POLITICA E COMUNICAZIONE MEDIATICA

di NADIA URBINATI   La Repubblica  09 giugno 2011 —   pagg. 1 e 31

Imbarbarimento della comunicazione.  Qualcosa sta probabilmente cambiando nella politica italiana, e un assaggio di questo mutamento lo si è avuto con le elezioni amministrative. Abbiamo già messo in luce la grande novità rappresentata dall’uso dei media online per aggirare il macigno delle reti televisive e del loro silenzio censorio sui problemi e le condizioni della società italiana. Si tratta non soltanto di un mutamento negli strumenti, ma anche nello stile della politica. Alle roboanti e rozze abitudini dei politici a usare la parola come arma di offesa e a praticare il killeraggio sistematico della personalità dell’avversario, a un modo incivile di fare politica al quale questa maggioranza ci aveva abituato, a questi fenomeni di imbarbarimento della comunicazione pubblica i cittadini hanno risposto con una girate di spalle. Preferendo leader che parlano poco e quasi sottovoce, campagne elettorali sobrie e senza teatralità, focalizzate sui contenuti invece che sulle frasi fatte.

Ricostruire la dignità della politica,  Mentre i leader della maggioranza riempivano il teatro della politica coi loro faccioni sorridenti a rassicurare del futuro, i cittadini andavano alla ricerca di quei candidati che finalmente parlassero di loro, dei problemi del loro quotidiano, dalla disoccupazione, al degrado delle periferie, alla solitudine dei più deboli. Il voto ha rovesciato un ordine del linguaggio e ha messo in luce uno scollamento radicale tra la politica politicata e la politica ordinaria e vissuta. Non contro la politica, quindi, ma contro la politica in uso presso la classe dirigente ufficiale e di governo. Il voto é stato un formidabile atto di disobbedienza: un NO fragoroso a tutto quanto é stato propagandato dall’ufficialità. Una disobbedienza al messaggio politico e ai disvalori della maggioranza. Un’espressione di dissenso forte e radicale tanto quanto radicale é apparso essere il bisogno di moderazione dei toni e dello stile dei politici. E il referendum si appresta ad essere, c’è da giurarsi (e da augurarsi), un secondo round, un altro tassello di questa opera di ricostruzione della dignità della politica.

Sasso di carta.  L’uso del diritto di voto come un’arma potente per ricordare, a chi lo avesse dimenticato, dove sta la fonte della legittimità democratica. La virtù del dissenso, forse la sola virtù che la democrazia coltiva, tende a essere contagiosa e può travalicare i confini dell’opposizione, nella quale si trova più naturalmente accasata. Questo mutamento di clima e l’apertura di nuove possibilità sono un segno di come l’opinione nella democrazia possa variare e mettere in discussione posizioni ideologiche e lealtà a leader e a partiti. Un voto, scriveva Engels, é come “un sasso di carta”, un’arma non violenta che riesce a mandare al tappeto l’avversario. È la registrazione inconfutabile della mutabilità dell’opinione, un aspetto che non piace ai conservatori ma che dà il senso del gioco sempre aperto che la democrazia garantisce. Il dissenso é figlio della sovranità del giudizio individuale; non ha solo una funzione negativa, come reazione al potere della maggioranza, ma anche positiva, come affermazione di dignità e autonomia. Ancorché corrodere i sentimenti sociali, rafforza la solidarietà e la cooperazione tra i cittadini poiché come tutti ben sappiamo, discutiamo e ci appassioniamo (e quindi anche dissentiamo) per cose che amiamo e alle quali siamo legati da vincoli profondi.

Dissenso anche nella maggioranza.  È probabile che questo spirito di libertà e di dissenso filtri oltre le fila dell’opposizione. A giudicare dalle frenetiche dichiarazioni del dopo voto, seguite da una foga riorganizzativa molto eloquente del clima di crisi che si respira, al di là della cortina che sigilla le istituzioni dalla società, si direbbe che la stessa maggioranza sia stata investita dal vento del dissenso. Pdl e Lega si sono interrogati sulla posizione da tenere circa i referendum, molti di loro hanno messo in conto di poter andare a votare, e si sono spesi perfino in considerazioni su come votare per alcuni dei referendum, e in particolare quello contro l’installazione delle centrali nucleari. Se l’inquilino di Palazzo Chigi ripete che sono referendum inutili e senza senso (proprio perché di senso ne hanno tanto, e non solo simbolico, visto che tra i quesiti c’è quello sulla famigerata legge che istituisce il legittimo impedimento) molti dei suoi alleati sono meno certi di lui e sembra anzi che considerino importante andare a votare.

Forza della cittadinanza.  Anche questi sono segni eloquenti che qualcosa sta cambiando, malgrado l’assicurazione del nuovo responsabile Pdl che nulla cambia e che tutto si rinsalda, come prima, più di prima. Ma così non pare che sia, se é vero che nemmeno le televisioni riescono a mettere sotto silenzio l’informazione sul diritto sovrano che si eserciterà il 12 e 13 giugno. Questi sfilacciamenti del regime di consenso-obbedienza sono un segno degli effetti salutari del dissenso-disobbedienza; dell’importanza che esso svolge nel tenere sveglia la consapevolezza della forza della cittadinanza, capace di mettere in serissima discussione maggioranze che si pensavano granitiche. –

ESSERE ALL’ALTEZZA

giugno 6, 2011

CREDIBILITÀ E AUTOREVOLEZZA DEL PRESIDENTE NAPOLITANO. RICORDA CIÒ CHE L’ITALIA DEVE ESSERE PER LA COSTITUZIONE

di  CARLO GALLI   La Repubblica 3 giugno 2011 pagg. 1 e 33

L’idea dell’Italia…  Il mondo festeggia l’Italia. La straordinaria quantità, e la qualità, delle presenze dei leader di tutto il mondo in occasione della festa della Repubblica, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, è un omaggio, un riconoscimento, che solleva la nostra considerazione di noi stessi. Ci ricorda (mettendoci a contatto con il peso che la comunità internazionale ci conferisce) i nostri doveri verso noi stessi. E ci ricorda anche i nostri doveri verso le altre nazioni. Il dovere di essere all’altezza di ciò che possiamo essere, di ciò che l’Italia significa nel mondo. Dell’idea dell’Italia. Esiste infatti – ovviamente – l’Italia reale, governata ora da questo ora da quello, con i suoi interessi nazionali più o meno confliggenti e più o meno armonizzabili con quelli altrui; l’Italia della contingenza, anche della fatica e delle delusioni, che viene pesata senza sconti sulle bilance internazionali dell’efficienza, della potenza, e della credibilità. Ed esiste anche l’idea dell’Italia: nulla di metafisico, s’intende, e neppure di insopportabilmente retorico. È il disegno, la fisionomia del nostro Paese, quale esce dal lato positivo della nostra storia, cioè dai nostri successi (che ci sono stati), e soprattutto da quel grande atto riparatorio dei nostri errori, da quel progetto avanzato di Paese civile e democratico, progredito e solidale, che è la Costituzione della Repubblica. Sta lì l’idea dell’Italia: in una Costituzione che non a caso oltre che di un insieme di norme che prevedono diritti, doveri, istituzioni, si dota anche di un simbolo, il Capo dello Stato, che esprime l’unità della nazione, e che al tempo stesso è la suprema istituzione di garanzia dell’ordinamento costituzionale.

disegnata nella Costituzione.  Insomma, la rappresentanza politica del popolo sta nel parlamento; la forza direttiva della politica sta nel governo; ma la presidenza della Repubblica è la suprema magistratura che racchiude in sé il significato simbolico del Paese, e che lo esprime non nella discendenza dinastica del presidente – che in questo caso sarebbe un re – ma nella sua qualità di custode e garante di quell’idea di Italia che è disegnata nella Costituzione. Un simbolo, insomma, non è un’astrazione: anzi, rinvia con un segno – in questo caso, con una persona fisica – a una realtà ideale, ricca di storia e di promesse. Il presidente Napolitano è questo simbolo, per motivi di ufficio. Ma lo è anche per prestigio e autorità personale: e autorità non significa “potere”, ma “far crescere”, alimentare – in questo caso, naturalmente, ciò che è accresciuto è quel complesso di valori che definiamo l’idea dell’Italia.

Napolitano è riconosciuto a livello nazionale  come figura di riferimento nei tempi travagliati che attraversiamo, negli scossoni e nelle lesioni che la democrazia costituzionale patisce. Ed è un riconoscimento bipartisan, al quale ben pochi si sottraggono, per una politica di patriottismo costituzionale che, in linea del resto con quella di Ciampi, non è solo celebrativa ma, pur attentissima a non entrare direttamente nell’arena partitica, ha autentico valore politico proprio per la capacità, che Napolitano ha, di dare credibile spessore alle idealità della democrazia repubblicana, di richiamare la politica quotidiana all’esigenza di essere all’altezza della Costituzione.

Ed è riconosciuto a livello internazionale: solo per restare alla cronaca degli ultimi giorni, il rispetto con cui lo ha accolto e salutato Obama a Varsavia testimonia della considerazione e del prestigio di cui il nostro presidente gode. Di cui, naturalmente, è controprova il grandissimo successo di questo 2 giugno, di questa festa della Repubblica che, anche attraverso Napolitano, è diventata festa dell’Italia. L’omaggio delle nazioni al simbolo della nostra nazione è stato forse più convinto e sincero, meno cerimoniale e protocollare, grazie alla credibilità del Capo dello Stato. Esiste un livello in cui la politica non può non avere un’espressione personale: anche la più laica e moderna delle democrazie esige di rappresentare se stessa e i propri valori in un simbolo, ed è ottima cosa, una felice circostanza, che questo sia credibile e autorevole. Che sia in grado, cioè, di essere non tanto lo specchio di ciò che il Paese è – per questo c’è il Parlamento – quanto di ricordare attivamente l’idea di ciò che l’Italia deve essere, e che si merita di essere. Una grande democrazia che tutti possano, senza vergogna e senza dolore, chiamare Patria. –

IL RIFIUTO DELLE URNE

giugno 5, 2011

IL BOICOTTAGGIO GOVERNATIVO DEI REFERENDUM INDICA DISPREZZO DELLA SOVRANITÀ POPOLARE E DELLE REGOLE DEMOCRATICHE

di  ALDO SCHIAVONE   La Repubblica 4 giugno 2011 —   pagg. 1 e 31

Ancora una volta si cerca di truccare le carte,  per disorientare e ingannare i cittadini. Mentre Berlusconi dichiara inutile il referendum, impegnando il Pdl a lasciare comunque libertà di giudizio ai suoi elettori, il governo presenta ricorso alla Consulta contro la decisione della Cassazione di ammettere il quesito sul nucleare – nell’estremo tentativo di far cadere il tema ritenuto più mobilitante, e dunque di far naufragare sul nascere la battaglia per il quorum. A pochi giorni dall’esito disastroso dei ballottaggi, il presidente del Consiglio, sempre più in affanno, le prova dunque tutte pur di sottrarre alla verifica del voto scelte legislative che toccano argomenti di importanza essenziale per il futuro del Paese: l’appartenenza dell’acqua, le fonti di energia, un’idea primaria di legalità. Deciderà la Consulta – con l’equilibrio e il rigore che non le sono mai mancati – della fondatezza di un’impugnazione che ha tutta l’apparenza di un gesto giuridicamente disperato, per annullare una decisione sensata, ragionevole e per giunta impeccabilmente motivata in punto di diritto. È un altro, e tutto politico, l’aspetto su cui vale per ora la pena di riflettere.

Democrazia scarnificata.  Per anni, di fronte a qualunque difficoltà che rischiava di ostacolarne il percorso, il presidente del Consiglio ha cercato sempre di far imporre e far valere un’idea – diciamo così – semplificata e scarnificata fino al grottesco della democrazia, ridotta per lui solo a un rapporto esclusivo e diretto fra leader e popolo. In questa visione – che possiamo tranquillamente definire plebiscitaria – ogni timore per una consultazione referendaria dovrebbe essere escluso in via di principio. Cosa ci sarebbe di meglio per chi non ha mai smesso di esaltare – a parole – l’intoccabilità e il primato della sovranità popolare, che una consultazione diretta del popolo stesso, che mette per un attimo tra parentesi le forme della rappresentanza parlamentare?

Sovranità popolare dimenticata.  Ma ecco che d’improvviso tutto questo non vale più. Il popolo può andare al mare; e meglio ancora sarebbe riuscire a impedirgli in qualunque modo di pronunciarsi, di far sentire la propria voce, di far pesare la propria opinione. La sovranità popolare cosi spesso richiamata a sproposito, ora viene di colpo dimenticata: molto meglio riuscire a farne a meno. La verità è che adesso il grande populista teme di aver perduto il suo popolo. E allora tutto cambia. Il racconto che ci aveva proposto con un incalzare addirittura ossessivo – la sua carismatica sintonia con gli elettori – si è bruscamente interrotto. Anzi, rischia di rovesciarsi nel suo contrario. Ora c’è bisogno di vuoto e di silenzio. Di lasciar fare al governo, di non essere disturbati.

Prova di maturità.  Emerge così in piena luce il valore miseramente strumentale di quell’idea di popolo e di volontà popolare che abbiamo sentito tante volte invocare dal presidente del Consiglio durante la sua carriera. Non era nemmeno questo la sua democrazia. Il popolo va bene fin quando dice sì. Se entra il crisi il consenso, se qualcosa si è spezzato, allora meglio rinviare, aggirare, provare a confondere i giochi. Quel che conta non è la democrazia, ma il potere, la sua conservazione, il suo prolungamento, a qualunque costo. Quel che sta accadendo è dunque una ragione in più per andare a votare. Perché anche il popolo della destra non diserti il voto, e faccia sentire la sua opinione. Sarebbe una grande prova di maturità. Ogni giorno appare sempre più chiaro che siamo alla fine di un lungo ciclo. Forse la transizione italiana sta davvero finendo. Il voto di giugno può essere un altro passo nella giusta direzione. –

 

 

LA PORTA STRETTA DELLA SINISTRA

giugno 5, 2011

IL PD COME VINCITORE “OSCURATO” DELLE ELEZIONI PERCHÉ PERNO DI UN’ALTERNATIVA. DEVE DIALOGARE CON LA SINISTRA CON PROPOSTE NON OSTILI AL MONDO ECONOMICO

di  MIGUEL GOTOR  La Repubblica 4 giugno 2011  pagg. 1 e 31

Gli esiti di queste elezioni  lasciano intravedere l’esistenza di un passaggio stretto, ma percorribile, verso una nuova fase della politica italiana. Al netto della propaganda e delle forzature interpretative i risultati sono chiari e assegnano al Pd una responsabilità imprevista e uno spazio di agibilità politica inedito, alimentati non dai desideri o dalle speranze, ma dai nuovi equilibri usciti dalle urne, i soli che contano per davvero. Si è avuto uno “sconfitto mascherato“, ossia il terzismo attendista, formato da quanti auspicavano la contemporanea dissoluzione dei due poli e l’apertura di uno spazio al centro che raccogliesse contemporaneamente le due frane tanto agognate: quella di Berlusconi e quella dei democratici. E di conseguenza c’è stato anche un “vincitore oscurato“, il Pd, che vede accresciuto il suo ruolo di perno di una possibile alternativa all’attuale blocco di potere: dai suoi voti, ossia dal suo consenso popolare, volenti o nolenti, bisogna passare.

Quali sono i processi di fondo  che caratterizzano gli albori di questa originale fase politica e perché, se il vecchio sole tramonta, il nuovo fatica a nascere? Anzitutto, si riceve la conferma che, nonostante le difficoltà, il bipolarismo resiste. Non si è aperto uno spazio per soluzioni terzopoliste autonome e non per colpa di questa legge elettorale, ma perché c’è un’antica e radicata tendenza italiana al bipolarismo multipartitico che costituisce, insieme con il potere di ricatto delle forze medio-piccole, un tratto distintivo del sistema politico nazionale. Il Terzo polo deve ripensare la sua strategia poiché rischia di essere meno condizionante di quanto avrebbe voluto e i suoi elettori hanno dimostrato che, se vedono un’alternativa credibile a Berlusconi, sono disposti a votarla, anche se collocata dentro il fronte progressista.

In secondo luogo, l’astensionismo, soprattutto nelle città principali, è forte e sarebbe sbagliato trascurare questo dato. L’impressione è che un 20% dell’elettorato abbia scelto di restare a guardare e che un polo sia prevalso sull’altro, come spesso accade, soprattutto in quanto è riuscito a portare la sua parte a votare. Si tratta di un blocco dormiente, prevalentemente moderato, con tanti elettori che in passato hanno scelto Berlusconi e che ora si sono astenuti in attesa di una nuova proposta politica o perché non ancora convinti dal valore equilibratore del Pd. Certo, gli assenti hanno sempre torto, ma non bisogna pensare che lo saranno ancora o per sempre, altrimenti il risveglio, soprattutto in caso di elezioni politiche, potrebbe rivelarsi amaro.

L’esistenza di questo blocco sommerso  e ancora da convincere interroga la funzione nazionale e costituente del Pd a cui ora viene chiesto di elaborare una piattaforma politica non solo in grado di vincere le elezioni, ma anche di governare il Paese. Per riuscirvi il Pd deve continuare a occupare il centro delle opposizioni a Berlusconi (Fini/Casini da un lato, Vendola/Di Pietro dall’altro) proponendo un’alleanza per la ricostruzione materiale e civile dell’Italia che tenga insieme progressisti e moderati. Non una santa alleanza antiberlusconiana, ma un progetto costituzionale, repubblicano e riformatore – moderato e progressista nelle sue componenti interne come sempre è avvenuto nei momenti fecondi di sviluppo della storia italiana – che sia capace di rispondere ai bisogni inevasi dal lungo ciclo di governo berlusconiano sul terreno della crescita economica, della politica fiscale e della dignità nazionale. Perché qui è il punto: Berlusconi ha governato soltanto 6 mesi nel decennio 1991-2001, ma ben 8 anni su 10 in quello successivo e dunque porta oggi tutto intero sulle spalle il peso della sua sconfitta come forza dirigente. Bisogna però riconoscere che egli ha rappresentato una delle possibili risposte a una serie di nodi antichi nel nostro Paese che non dipendevano da lui e che non si scioglieranno come per incanto con la sua eventuale sconfitta.

Sull’onda dell’euforia il Pd  non deve ripetere un errore già commesso dal Pds nel 1993: questo Paese, nella sua lunga e tribolata storia, non è stato mai governato secondo una logica frontista, puntando su un’autosufficienza progressista. Non a caso il successo del Pd è stato oscurato esaltando la forza della sinistra radicale oltre ogni dato di realtà: si vorrebbe spingere Bersani a bordo ring, tutto schiacciato a sinistra dentro una sfida per la leadership con Vendola e Di Pietro in una nobile corsa a chi ama di più i rom o i fratelli musulmani e si sente per grazia ricevuta migliore dell’altra Italia, per definizione gretta e volgare. In questo modo si vuole aprire in vitro uno spazio al centro in cui una nuova proposta potrebbe raccogliere gli esiti del berlusconismo senza Berlusconi strutturandoli dentro un quadro neo-moderato e di segno centrista. Per evitarlo è necessario che Bersani continui a dialogare con le forze che lo incalzano a sinistra e che hanno il merito di mobilitare un elettorato altrimenti non votante, senza però rinunciare a definire una proposta che parli al mondo imprenditoriale, finanziario, culturale che oggi non si sente più rappresentato da Berlusconi, appartiene al campo moderato, ma sa di non poter vincere con il Terzo polo e basta.

Il percorso che si apre davanti è stretto  e dispendioso, ma è l’unico pagante come queste elezioni hanno cominciato a rivelare. Bersani ha il passo del maratoneta e ora ha ottenuto un rifornimento di consensi persino inaspettato, che deve però saper gestire perché la competizione è ancora lunga. Peraltro nessuno mai ha pensato che la soluzione dell’equazione italiana, andare oltre il berlusconismo senza cadere in un nuovo populismo di segno progressista, fosse una gara da sprinter: servono, piuttosto, durata, spirito di sacrificio e temperamento fino all’ultima curva e oltre.

LE CITTÀ LIBERATE, LA LIBERAZIONE È VICINA

giugno 4, 2011

BERLUSCONI HA CHIESTO UN VOTO CONTRO IL CONCILIO VATICANO II, GLI HANNO MERAVIGLIOSAMENTE RISPOSTO IL CARDINALE TETTAMANZI E LA CHIESA AMBROSIANA. E LA GENTE HA CAPITO

02-06-2011

di Raniero La Valle

Liberazione.  “Alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. L’antica parola profetica è quella che meglio esprime il senso di ciò che è avvenuto il 30 maggio, con i risultati della consultazione elettorale da Milano a Napoli, da Trieste a Cagliari, da Mantova ad Arcore. Si tratta forse di una parola sproporzionata rispetto a un evento politico, di per sé normale in una democrazia, nel quale non era in gioco il futuro del mondo, ma semplicemente la scelta di amministratori pro tempore di città e province? No, non è sproporzionata se proprio in questi termini sia Pisapia che De Magistris hanno definito il significato della loro vittoria: “Abbiamo liberato Milano”, “Napoli si è liberata, trasformando la sua indignazione in liberazione”; e non è inappropriata questa parola se la liberazione di una città non è principalmente quella dai nemici, ma è dalle culture che la corrompono, che la inducono all’egoismo e all’odio, che ne frantumano l’unità mettendo gli uni contro gli altri, che ne eccitano l’intolleranza e ne alimentano le paure. Non è eccessiva questa parola se si pensa che la liberazione è anche da se stessi, dalle chiusure dentro i propri interessi particolari, dall’acquiescenza ai poteri di turno, dalle troppo facilmente credute menzogne.

Scelte supreme.  Ma in che senso, al di là delle città “liberate”, queste elezioni annunciano che per l’Italia stessa la liberazione è vicina? La risposta sta nei grandi temi che sono stati coinvolti nella campagna elettorale. Perché non si è votato solo pro o contro Berlusconi (come peraltro lui stesso aveva chiesto), né solo per un sindaco o l’altro. Le scelte su cui è stato giocato il voto erano in un certo senso supreme; e se gli elettori avessero fatto le scelte peggiori, si sarebbe davvero potuto temere che l’Italia, nella sua identità, fosse perduta. Si è chiesto un voto la cui unica o principale motivazione fosse l’anticomunismo. L’essere, o essere definito, comunista, doveva bastare a motivare un rigetto. Questo funzionò nel 1948 e nei primi lustri della Repubblica (mai però per le elezioni locali) ma con ben altre motivazioni; e se avesse funzionato anche oggi, la regressione culturale e politica del Paese sarebbe apparsa spaventosa. Si è chiesto un voto contro i giudici, e proprio in quanto intenti alla funzione giudicante. Le Procure come le Brigate Rosse. Le procedure dei tribunali come esercizio di una dittatura dei giudici, di cui lamentarsi spettegolando confidenzialmente con Obama. Se questo appello fosse passato indenne per le urne, ne sarebbe risultata un’abiura da parte dei cittadini dello Stato di diritto.

Si è chiesto un voto contro  i Rom, contro gli immigrati, contro i musulmani, contro la moschea a Milano. La Chiesa ambrosiana ha stupendamente risposto a queste pretese di interdizione: se fossero passate, povero cristianesimo, altro che rimozione dei crocefissi dalle scuole! Nessuno, per un voto in più, ha fatto marcia indietro su questo terreno: la pluralità delle culture e delle fedi, la libertà religiosa e di culto, l’accoglienza soprattutto dei più svantaggiati, l’eguaglianza di tutti, cittadini e stranieri, sedentari e nomadi, cristiani e non cristiani, un’eguaglianza antropologica prima ancora che giuridica, sono state rivendicate con coraggio e verità. Se le discriminazioni, l’ostracismo, le arroganze identitarie della Lega fossero stati premiati dal voto, non solo avremmo visto l’Italia ripudiare i principi fondamentali della sua Costituzione, ma anche arretrare rispetto alle grandi acquisizioni del Concilio Vaticano II che ha portato la stessa Chiesa fuori dalle nostalgie di una religione di Stato e dalle secche dell’esclusivismo confessionale e dell’intolleranza religiosa. Si è chiesto ancora una volta un voto di scambio: il voto in cambio della cancellazione illegittima delle multe o della intoccabilità delle case abusive sottratte ad ogni regola edilizia. Se le urne avessero dato riscontro a queste promesse, la corruzione si sarebbe mostrata come la vera erede della politica in Italia.

La speranza contro il mercato.  Si è preteso che il lavoro non fosse un problema della città, quando la maggior parte dei cittadini e quasi tutti i giovani trovano nella disoccupazione, nel precariato, nello sfruttamento e nei progetti di vita negati, la contraddizione più radicale delle loro aspettative e dei loro sogni. Se le urne avessero avallato questa idea della città, indifferente alla povertà e al dolore dei suoi abitanti, ciò avrebbe significato l’ormai avvenuta rassegnazione della gente ad affidarsi al mercato come al solo padrone del suo destino. La risposta delle urne ha così rivelato che la società italiana non ha perso la sua anima, che è ancora capace di essere umana e gentile, giusta e accogliente, gelosa della Costituzione e non ignara del Vangelo. Così ha ridato ragione alla speranza. Di sicuro i poteri sconfitti, il leader umiliato, le politiche sconfessate cercheranno con ogni mezzo di resistere. Ma se questo è il Paese, si può pensare che la liberazione è vicina.

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/le-citta-liberate-la-liberazione-e-vicina/