Archive for maggio 2011

LA PRIVATIZZAZIONE DI UN PATRIMONIO

maggio 27, 2011

PROVVEDIMENTI EVERSIVI CONTRO AMBIENTE E COSTITUZIONE

di   SALVATORE SETTIS  La Repubblica,  25 maggio 2011 —   pagina 23   sezione: CULTURA

Contro ambiente e Costituzione.  Contrabbandata fra le «Disposizioni urgenti per l’economia» del decreto-legge 70 del 13 maggio, prosegue l’escalation del governo contro la tutela del paesaggio e dell’ambiente, contro la Costituzione che ne è (o dovrebbe essere) garanzia suprema. La cannibalizzazione del territorio non si limita alle disposizioni “ammazza coste” che di fatto consegnano ai privati ampie e preziose porzioni di territorio che appartengono a noi tutti. Nel decreto c’è di più, e di peggio. Per esempio, l’articolo 4 porta a 70 anni la soglia «per la presunzione di interesse culturale degli immobili pubblici», che fu fissata a 50 anni dalla legge Nasi del 1902 e tale è rimasta fino al Codice Urbani del 2004. Che cosa può voler dire una differenza di vent’anni? Semplice: un edificio del 1943 come il Palazzo della Civiltà del Lavoro a Roma-Eur (il “Colosseo quadrato”), oggi presuntivamente di interesse culturale, con la nuova norma diventa disponibile per alienazioni, cartolarizzazioni, ristrutturazioni. Edifici degli anni Cinquanta potrebbero essere privatizzati senza verifiche dal “tana-libera-tutto” del nuovo decreto.

Federalismo demaniale.  Ci vuol poco a fiutare dietro questa norma l’ombra sinistra del “federalismo demaniale”, che consegna a regioni e comuni le proprietà del demanio nazionale (cioè di noi tutti), invitando gli enti locali a “valorizzare” chiese e palazzi, cioè a venderli, anzi (come già si sta vedendo) a svenderli, privatizzando al ribasso. E infatti il comma 16 dello stesso articolo agita la bandiera del federalismo demaniale per coprire con una spolveratina di zucchero un altro boccone avvelenato. Il limite per la verifica di interesse culturale viene portato a settant’anni non solo per gli immobili pubblici, ma anche per quelli degli enti ecclesiastici ed assimilati (come il Pio Albergo Trivulzio), con conseguente certa dispersione degli arredi. Si aprono così le danze di ulteriori affari per gli amici degli amici, incrementando festeggiamenti e brindisi nelle botteghe di mercanti pronti al saccheggio.

Come scusante  di altre privatizzazioni si invocò in passato la pubblica vigilanza su edifici di interesse culturale, poiché una norma già presente nella legge Bottai del 1939 e ripresa dal Codice Urbani (articolo 59) prescrive che il proprietario debba comunicare al Ministero «ogni atto che ne trasmetta in tutto o in parte la detenzione». Niente paura, il governo ha pensato anche a questo: questa norma viene semplicemente soppressa (art. 4, c. 16, nr. 4 del decreto), cestinando la fastidiosa ipotesi che le Soprintendenze, sapendo chi ha in mano un immobile storico, possano verificarne la conservazione. Potremo così sventrare impunemente palazzi del Seicento, trasformare chiese in discoteche e conventi in supermercati o condominii, senza che nessuno ci metta il naso. Già depotenziata per l’assenza di risorse e il calo di personale, la pubblica amministrazione della tutela viene in tal modo inceppata rendendo di fatto impossibile ogni vigilanza.

Tutela del paesaggio.  Il punto più basso del decreto-legge è però un altro. Nello stesso art. 4 c. 16, e sempre «per riconoscere massima attuazione al federalismo demaniale», il decreto introduce una “semplificazione” che capovolge la lettera e il senso del Codice Urbani su un punto di capitale importanza, la tutela del paesaggio. Secondo il Codice (art. 146, c. 5), il parere del Soprintendente sulle autorizzazioni paesaggistiche è “vincolante” in prima applicazione, ma diventa solo “obbligatorio” una volta che i vincoli paesistici siano stati incorporati negli strumenti urbanistici e di piano. Applicando al parere del Soprintendente il silenzio-assenso, il decreto cancella anche questa salvaguardia. Viene così calpestato il principio (sempre affermato dalla legge 241 del 1990 ad oggi) secondo cui il silenzio-assenso non può mai riguardare beni e interessi di valore costituzionale primario come il patrimonio storico-artistico e il paesaggio. Principio riaffermato dalla Corte Costituzionale, secondo cui in materia ambientale e paesaggistica «il silenzio dell’Amministrazione preposta non può aver valore di assenso» (sentenze 26 del 1996 e 404 del 1997).

Natura eversiva.  La nuova norma, se non fermata in tempo, avrebbe natura eversiva, poiché capovolge la gerarchia fra un principio fondamentale della Costituzione (art. 9: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione») e la libertà d’impresa che l’art. 41 garantisce purché non sia «in contrasto con l’utilità sociale», nel nostro caso rappresentata dalla conoscenza, tutela e fruizione pubblica del patrimonio culturale e del paesaggio. Si darebbe così per approvata la modifica dell’art. 41 periodicamente sbandierata dal governo e appoggiata da Confindustria, ma neppur discussa dalle Camere, secondo cui «gli interventi regolatori dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali che riguardano le attività economiche e sociali si informano al controllo ex post ». In questa proposta di controllo postumo, che equivarrebbe di fatto all’azzeramento di ogni controllo, è la radice del silenzio-assenso elevato a principio assoluto: in una Costituzione immaginaria, non nella Carta vigente, la sola a cui dobbiamo rigorosa fedeltà.

Scardinare i principi  della tutela e dell’utilità sociale è una bomba a orologeria sganciata sulla Costituzione, in cui questi principi sono saldamente ancorati a una sapiente architettura di valori. Si legano al forte richiamo al «pieno sviluppo della personalità umana» (art. 3), coi connessi valori di libertà e di eguaglianza dei cittadini; si legano ai «diritti inviolabili dell’uomo» connessi alle «formazioni sociali dove si svolge la sua personalità» e ai «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2). La convergenza fra tutela del paesaggio (art. 9) e diritto alla salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art. 32) ha inoltre fondato la tutela dell’ambiente come valore costituzionale primario. In questo sistema di valori a difesa del cittadino, la priorità dell’interesse pubblico non cancella, ma limita i diritti della proprietà privata.

Le cosiddette “disposizioni urgenti per l’economia”  non sono pensate in beneficio del Paese, ma di pochi affaristi pronti a spartirsi il bottino, sperperando un portafoglio proprietario, quello dei beni pubblici (come le coste e le spiagge) e degli immobili pubblici, ma anche dei paesaggi e dei monumenti soggetti a tutela, devastato da uno sgangherato “federalismo demaniale”. Esso non è, come ha detto il presidente del Veneto Zaia, la «restituzione ai legittimi proprietari» di beni indebitamente sottratti da uno Stato-ladrone. Legittimi proprietari dei beni demaniali e dei beni pubblici (come l’acqua su cui siamo chiamati ora a votare) sono tutti gli italiani, “ladro”è semmai chi ci borseggia inscenando lo spezzatino del federalismo, in nome del quale nascono anche le norme più dirompenti del recente decreto-legge. Prima che esso venga convertito in legge, c’è tempo e modo di porvi rimedio.

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APPELLO PER IL REFERENDUM SUL NUCLEARE

maggio 25, 2011

L’emendamento governativo all’art.5 della legge di conversione del decreto-legge n.34 del 2011, approvato col voto di fiducia della Camera del 24 maggio, rivela in maniera palese l’intento del legislatore, del resto apertamente dichiarato dal Presidente del Consiglio e dai principali esponenti della maggioranza, di impedire lo svolgimento del referendum abrogativo contro l’istallazione in Italia di centrali nucleari, già fissato per il 12 e il 13 giugno.

E’ pur vero che tale emendamento prevede l’abrogazione delle norme sottoposte a referendum. Tuttavia esso esprime, nel suo primo comma, la chiara volontà non già di abbandonare, come propongono i quesiti referendari, bensì di sospendere la “definizione ed attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”, in attesa e “al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, mediante il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare”.

Tale volontà è confermata dal comma 8^ dell’emendamento, che prevede che “entro dodici mesi dall’entrata in vigore” della legge sarà adottato un piano energetico nazionale che non esclude affatto, ma implicitamente include l’opzione nucleare, in evidente contrasto con la proposta referendaria. Fu proprio con riferimento a un simile contrasto che la Corte Costituzionale, con la sentenza n.69 del 1978, decise che, qualora una nuova disciplina legislativa, pur abrogando “le singole disposizioni cui si riferisce il referendum”, non ne modifichi “i principi ispiratori” e “i contenuti normativi essenziali”, allora “il referendum si effettui sulle nuove disposizioni legislative”.

I sottoscritti auspicano perciò che l’Ufficio per il referendum presso la Corte di Cassazione, sulla base dell’accertamento dell’evidente contrasto tra i principi ispiratori dell’emendamento approvato e l’intento dei proponenti del referendum, voglia trasferire il quesito referendario sul primo e sull’ottavo comma di tale emendamento, così consentendo agli elettori di pronunziarsi contro la pervicace volontà del legislatore di non abbandonare il programma nucleare.

 I Comitati Dossetti per la Costituzione, 25 maggio 2011

RICOMINCIO DA QUATTRO

maggio 15, 2011

GRANDE IMPORTANZA DI VOTARE PER INVERTIRE LA DERIVA MANIPOLATORIA E RISTABILIRE UNA DINAMICA DEMOCRATICA

di Raniero La Valle*

Ci sono quattro referendum per cui andare a votare il 12 e 13 giugno. Due sono per rivendicare la libertà dell’acqua. La libertà dell’acqua consiste nel fatto che essa non sia di proprietà di nessuno; è un dono di Dio, e come tale è celebrata in tutti i modi nella veglia della notte di Pasqua; in ogni caso, anche per coloro che non si fanno emozionare da Dio, essa è una pertinenza della terra, e come tale è un bene comune, il che vuol dire che appartiene di diritto all’intera umanità, e perciò a ciascun uomo e a ciascuna donna, e anzi ad ogni vivente, perché è la condizione della vita. Di conseguenza non si può privatizzare, cioè dare in proprietà a nessuno, e nessuno se la può vendere, per il semplice fatto che non è una merce. I due referendum abrogativi tendono ad eliminare, con la vittoria del “sì”, le norme che col pretesto di regolare la distribuzione dell’acqua (che dalle mani pubbliche si intende sia trasferita a mani private) di fatto attribuiscono l’esclusività della gestione dell’acqua alle imprese private, pur senza attribuirne loro la proprietà; e perciò i privatizzatori, che ci sono in tutti i partiti, anche a sinistra, gridano che la proprietà dell’acqua non è in discussione e che pertanto i referendum sarebbero pretestuosi e andrebbero disertati. Ma l’esclusività è precisamente un connotato della proprietà, e perciò chi ha l’esclusività della distribuzione, di fatto ha la proprietà di ciò che distribuisce e commercia, e perciò sfrutta come privato un bene pubblico, un bene comune.

Un altro referendum chiede un terzo “sì” per abrogare il piano del governo per la costruzione delle centrali nucleari e più in generale per lo sfruttamento dell’energia nucleare in Italia, a cui già una volta il popolo aveva opposto il suo rifiuto. Il governo teme moltissimo questo referendum perché è molto popolare, tutti sanno di Chernobyl e di Fukushima, e quindi teme che il sì contro la reintroduzione del nucleare sarebbe plebiscitario. Perciò il governo è ricorso al trucco (questo è un governo senza verità) di abrogare lui stesso le norme sottoposte al giudizio popolare, norme che in ogni momento potrebbe ripristinare, in modo da fare cadere il referendum, a cui in tal modo verrebbe sottratto l’oggetto. Lo scopo del governo è di ottenere che non più spinti dall’urgenza di opporsi al nucleare, gli elettori non vadano a votare neanche per gli altri tre referendum, facendo così mancare il quorum necessario (la metà più uno degli elettori) perché i referendum abbiano efficacia.

Questo trucco  però può essere sventato perché, secondo una sentenza della Corte Costituzionale (meno male che c’è ancora) il quesito dovrebbe essere trasferito su altre parti dello stesso provvedimento: in questo caso sulle altre norme del piano energetico nazionale non soppresse dal governo e suscettibili di dare l’avvio a una ripresa del programma nucleare. Questo trasferimento dovrebbe essere operato dalla Cassazione, ma non sappiamo come andrà a finire perché mentre scriviamo la manovra manipolatrice del governo è ancora in corso e la Corte non ne è stata ancora investita.

La vera posta in gioco.  Ma perché il governo vuole, come già una volta sperò Craxi, che “gli italiani vadano al mare” e non vadano a votare? Perché vuole avere le mani libere sull’acqua (se tutto il pubblico è trattato come privato, perché non dovrebbe essere privata anche l’acqua?) e perché non vuole che abbia successo il quarto referendum, quello che abrogando il cosiddetto “legittimo impedimento” inventato da Alfano e già parzialmente dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale, costringerebbe Berlusconi a mettersi “a disposizione della giustizia” per rispondere dei numerosi e gravi reati di cui è imputato. Ma proprio perché la vera posta in gioco del 12 e 13 giugno, al di là del merito dei quesiti, è il fatto stesso che i referendum possano svolgersi e andare a buon fine, è supremo interesse della Repubblica che i cittadini vadano a votare e che il popolo sovrano esprima la sua voce.

Grande importanza.  In tempi normali, quando la Repubblica fosse salvaguardata, la Costituzione non fosse sotto attacco, il Parlamento fosse degno di stima e non ridotto alle pratiche di un calcio-mercato e la democrazia della rappresentanza funzionasse come vero veicolo della volontà popolare, i referendum, che sono una forma abbastanza eccezionale di democrazia diretta, non sarebbero così importanti. Ma oggi nei referendum ha finito per rifugiarsi quanto ancora resta di autentica dinamica democratica nel rapporto tra le istituzioni e i cittadini; e come sono importanti i test elettorali amministrativi anche in poche città, perché vi si esprime il vero umore degli elettori, così sono decisivi i referendum per tenere aperto il varco della democrazia e permettere che si riapra un percorso perché essa torni a fiorire e a essere vera. E se in questi ultimi tempi molte delle ricchezze politiche e civili che avevamo conquistato le abbiamo perdute, non c’è da scoraggiarsi, possiamo ricominciare da quattro.

*Fonte: http://comitatidossetti.wordpress.com/2011/05/13/ricomincio-da-quattro/

LA LOGICA DEL PADRONE

maggio 14, 2011

CRESCENTE INSOFFERENZA VERSO CHI AFFERMA IL SENSO DELLE ISTITUZIONI

di  STEFANO RODOTÀ  La Repubblica  11 maggio 2011 —   pagg. 1 e 31

La democrazia si ferma alle porte dell’impresa.  Le mosse di Berlusconi sono da tempo prevedibili, perché appartengono ad una logica che egli ha trasferito nel mondo della politica senza mai farsi contagiare dal “senso delle istituzioni”. Non può sorprendere, quindi, l’ultimo suo proclama: «Dobbiamo cambiare la composizione della Corte costituzionale, dobbiamo cambiare i poteri del Presidente della Repubblica e, come avviene in tutti i governi occidentali, attribuire più poteri al governo del Presidente del Consiglio». Proprio le ultime parole sono rivelatrici. Scompare il “Governo della Repubblica”, di cui parla l’articolo 92 della Costituzione. Al suo posto viene insediato il “Governo del Presidente del Consiglio”, una formula che esprime la logica proprietaria dalla quale Berlusconi non ha mai voluto separarsi. L’imprenditore è fedele alle sue origini, e nel suo modo d’agire si ritrova la vecchia e di nuovo vitale formula secondo la quale “la democrazia si ferma alle porte dell’impresa”. Governare è esercizio di potere assoluto. Chi si presenta come un intralcio lungo questo cammino deve essere eliminato.

Due sole garanzie.  Prevedibile o no, l’ultima accelerazione inquieta, assomiglia ad un assalto finale. Gli ostacoli li conosciamo. Magistratura a parte, nell’ultima fase della storia della Repubblica le garanzie si sono concentrate in due istituzioni, il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Ma questo non dipende da una impropria volontà di potenza. Discende da un progressivo indebolirsi del sistema dei controlli, dei pesi e contrappesi che caratterizzano l’architettura costituzionale e dei quali non ci si è preoccupati quando è cominciata la stagione delle “spallate”, delle manipolazioni delle leggi elettorali, del bipolarismo ad ogni costo, della “governabilità” senza aggettivi. Troppi apprendisti stregoni hanno lastricato la strada che oggi Berlusconi si ritiene legittimato a percorrere senza scrupoli. Così, nel deserto istituzionale, le funzioni di garanzia, ineliminabili in democrazia, si sono rifugiate nelle due istituzioni che il Presidente del Consiglio ha ieri pubblicamente rifiutato.

Sfiduciare Napoletano.  Mai, però, il tiro era stato alzato tanto in alto, per colpire deliberatamente il Presidente della Repubblica. Malumori, reazioni violente lasciate trapelare, senza tuttavia trasformare in conflitto aperto una relazione difficile. Cautele ormai abbandonate. Così com’è, il Presidente della Repubblica non è più accettabile. Questo, a chiare lettere, ha detto ieri Berlusconi. Le ragioni di questa mossa sono nitide. Inaccettabile, per chi si nutre di sondaggi, la fiducia crescente riposta dai cittadini in Giorgio Napolitano. Inammissibile il quotidiano rivelare le lacerazioni del tessuto istituzionale per chi vuole manipolarle impunemente. Oltraggiosa la pretesa di custodire la legalità costituzionale per chi vuole trasformare l’investitura popolare in un “lodo” che lo pone al disopra delle leggi. Berlusconi sa benissimo che una riforma costituzionale che azzoppi in un colpo solo Presidente della Repubblica e Corte costituzionale esige tempi lunghi. Ma non gli importa. Nel momento in cui dice esplicitamente che i poteri del Presidente della Repubblica devono essere ridotti, lascia intendere che sono male utilizzati. Invita così ad una pubblica “sfiducia” a Giorgio Napolitano, facendo divenire asse della sua politica il copione che già l’informazione di rito berlusconiano aveva cominciato a scrivere. Vuole demolire l’immagine del Presidente super partes, mostrarlo non come un garante, ma come l’espressione di una parte.

Idealità contro populismo.  Napolitano parla anche perché troppi sono silenziosi, o ridotti al silenzio. Ma la voce delle istituzioni non può spegnersi. Da esperto della comunicazione, Berlusconi è inquieto perché sa che quella non è una voce che parla nel deserto, ma trova ascolto perché dice verità e così concentra sulla Presidenza della Repubblica l’attenzione dei cittadini consapevoli della gravità di una situazione che Berlusconi e i suoi gabellano come il migliore dei mondi. Una relazione non populista con i cittadini insidia lo stesso modo d’essere di Berlusconi. Ma questo manifestarsi d’una opinione critica diffusa appare monco, perché rivela gli inaccettabili silenzi di una cultura alla quale non si chiede di essere militante, bensì d’essere parte di una difficile discussione pubblica, di testimoniare almeno quelle “ingenue idealità etiche” alle quali, contro il realismo politico, si richiamava nel 1929 Benedetto Croce votando contro il Concordato. –

LA DIGNITA’ ISTITUZIONALE

maggio 9, 2011

INTERVENTI DI NAPOLITANO PER LA DIFESA ATTIVA DELLA COSTITUZIONE, SALVANDO LA CENTRALITÀ DEL PARLAMENTO

di  CARLO GALLI   La Repubblica  07 maggio 2011 — pagg. 1 e 35

Difesa attiva della Costituzione.  Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è dimostrato ancora una volta l’autentico custode della Costituzione e delle regole, ovvero dell’interpretazione parlamentare – l’unica che la Carta consente – della politica italiana. Con l’osservare che i nuovi sottosegretari appartengono a un gruppo politico che non esisteva al momento delle elezioni, che quindi il premier deve presentarsi in Aula a riferirne, e che i presidenti delle Camere possono considerare se il Parlamento debba rilegittimare col voto di fiducia quello che a tutti gli effetti è un nuovo governo, il Capo dello Stato esercita la difesa attiva, non meramente notarile, della Costituzione. Difesa che consiste più o meno in questo ragionamento: se è vero che parecchi parlamentari – sulla base del principio costituzionale del mandato libero e dell’indipendenza dell’eletto dagli elettori – hanno maturato l’intimo convincimento di uscire dai partiti nelle cui liste sono stati eletti, lo possono certamente fare. Ma se danno vita a un nuovo gruppo parlamentare, e se ora questo gruppo, dopo avere ripetutamente votato insieme alla maggioranza, entra a far parte del governo, allora sarebbe necessario che il Parlamento tornasse a votare la fiducia al governo. Che è nuovo non perché ci sia stata una crisi formale, ma perché è politicamente non solo sorretto da una nuova maggioranza ma composto da nuovi partiti.

Ideologia antiparlamentare.  I numeri per il voto, se ci sarà, presumibilmente si troveranno: a questo, del resto, servono i Responsabili, che appunto così si guadagnano la ricompensa ministeriale. Ma il valore politico del gesto di Napolitano si misura in opposizione – implicita ma evidentissima – alla vera ideologia politica che anima Berlusconi. Che da sempre, oltre che ostile ai magistrati e alle istituzioni di garanzia come la Corte Costituzionale, è anti-parlamentare – si ricordino le proposte di ridurre il voto ai soli capigruppo, nonché la polemica ininterrotta verso “il teatrino della politica” – , ed è tutta spostata verso il rafforzamento dei poteri del governo e soprattutto verso la dimensione elettorale, interpretata in senso populistico-plebiscitario. Ovvero, per Berlusconi le elezioni sono il momento della verità in cui un popolo – spaccato in due dalla sua propaganda – si conta, e conferisce al Capo eletto (l’Unto del Signore) tutto il potere, facendone il dominus delle istituzioni. Cioè non solo del governo – come se si fosse eletto direttamente il premier – ma anche del Parlamento: che in quest’ottica è uno spazio subalterno, di servizio, perché la “vera” espressione della sovranità non sono per Berlusconi i parlamentari ma colui che – come individuo singolo – è risultato vincitore delle elezioni. Il Parlamento, semmai, è una “spoglia”, un insieme di “posti” con cui, a spese dei contribuenti, si compensano i seguaci (che una legge pessima vuole siano blindati in una lista decisa dal Capo).

Nessuna centralità del Parlamento,  quindi, ma solo supremazia (sovranità) del leader vittorioso. La centralità del Parlamento – di cui l’indipendenza dell’eletto è il cuore, poiché quella indipendenza significa che il baricentro della politica è nell’istituzione-Parlamento e non negli interessi sociali in grado di far eleggere questo o quello – è sempre stata respinta da Berlusconi, che alla mediazione preferisce l’immediatezza, alla discussione la decisione. Solo in un caso quella centralità – con l’indipendenza del parlamentare che ne consegue – è stata difesa: cioè nella fase in cui si è proceduto al “recupero” dei parlamentari per ricostituire la maggioranza, vulnerata dall’uscita di Fini e dei suoi. A quel punto, a giustificare i molti movimenti di molti parlamentari, si è fatto sentire un debole accenno al mandato libero e ai valori istituzionalmente fondanti del liberalismo: accenno incongruo, spaesato, strumentale al libero dispiegarsi della vera idea e della vera pratica del potere che ha Berlusconi: il dominio incontrastato, con ogni mezzo, per affermare la propria volontà. Si diceva “mandato libero” e si doveva intendere “compravendita” – almeno con le cariche nel governo che ora, a riprova, vengono elargite.

Dignità.  Il capo dello Stato ha quindi fatto quello che era in suo potere per ridare dignità alle istituzioni, ovvero per ribadire che il Parlamento non è nella disponibilità del premier, non è lo spazio delle sue scorribande indisturbate; che è soggetto e non oggetto della politica. Che quindi il Parlamento deve prendersi la responsabilità dei responsabili, non limitarsi a registrarne l’ascesa agli ambìti posti di sottosegretari. Vedremo se altri si prenderanno a cuore quella dignità, che è anche la dignità di tutti i cittadini. –

3. PER UNA CULTURA DEMOCRATICA

maggio 3, 2011

QUATTRO AMBITI PRIORITARI PER INVERTIRE LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA IN ITALIA

di Filippo Pizzolato*

Siamo partiti dal presupposto che il nostro Paese conosca una crisi profonda che coinvolge e stravolge categorie portanti del costituzionalismo. Questo stravolgimento è sintomo di un malessere diffuso che investe tanto la sfera del potere e di chi lo detiene, quanto quella della cosiddetta società civile che in questo potere si rispecchia. Procedere nella direzione del recupero dei valori del costituzionalismo richiede allora di individuare e indagare anche quei tratti della nostra cultura civile che alimentano il degrado delle istituzioni.

a) L’adulazione del potere.  Mentre il costituzionalismo si basa sulla prudente diffidenza verso il potere, in Italia sembra che l’atteggiamento prevalente sia diventato l’adulazione dello stesso. Nel clima diffuso di ammirazione per il potere, è facile scambiare il successo e la visibilità con la ragione. Questo atteggiamento culturale è ben documentato nel film Videocracy[1], interessante per il parallelo che suggerisce tra potere politico e potere mediatico. Ciò che avvicina i due ambiti è la concezione del potere come mezzo che permette all’individuo di uscire dal gregge, dall’anonimato oscuro. Non stupisce allora che in Italia (ma il fenomeno ha una dimensione più ampia) l’uomo di potere sia uomo di televisione. Non solo la diffidenza verso il potere e l’attenzione al suo contenimento, mediante l’applicazione della tecnica della separazione dei poteri, hanno lasciato il campo all’adulazione, ma in questo stesso passaggio, come è naturale, tende a evaporare o comunque a risultare screditato il senso dell’uguaglianza, considerata una condizione infelice da cui uscire. Separazione dei poteri e uguaglianza, uniti dalla crisi, sono però, come si è detto, pilastri portanti e insostituibili di un costituzionalismo di tipo democratico…

b) La televisione.  È inoltre assai difficile che una democrazia possa prosperare entro un sistema in cui la televisione occupa un posto troppo importante nella trasmissione di modelli culturali e nella formazione dell’opinione e del consenso politici. Questo limite vale a prescindere dalla concreta contingenza del sistema nostrano di comunicazione, e cioè dalla ben nota aggravante rappresentata dall’esistenza di una posizione dominante sul mercato televisivo e dal conseguente conflitto di interessi. Un peso sproporzionato della comunicazione televisiva nella formazione dell’opinione pubblica rappresenta, in quanto tale, un elemento di indebolimento della democrazia, perché essa non può vivere di un rapporto tra potere e individuo così sbilanciato come quello che caratterizza il mezzo televisivo. La comunicazione televisiva fa uso di uno strumento a forte potenziale di suggestione, come è quello delle immagini, cui pare naturale riconoscere un contenuto veritativo insindacabile. La difficoltà di un confronto comunitario con il contenuto del messaggio televisivo, unitamente alla condizione individuale e privata del telespettatore, che è normalmente “sorpreso” dalla comunicazione televisiva mentre è in casa da solo, determinano l’ambiguità democratica del mezzo.

La debolezza della stampa  e la preponderanza della televisione (per di più povera di pluralismo) sono sintomi di una democrazia in cui è carente lo spazio pubblico del confronto e del discernimento critico. Lo stile investigativo del giornalismo è apertamente avversato dalla classe politica. E se pure pensiamo a come è normalmente strutturata la pagina politica dei nostri telegiornali, con la insignificante successione di dichiarazioni-spot dei portavoce dei partiti, non si fatica a capire che non potrà mai derivarne alcuna maturazione politica.

c) La legge elettorale italiana.  L’assenza di confronto politico interno ed esterno al sistema dei partiti è favorita dalla attuale legge elettorale, che, come si è detto, escludendo la possibilità delle preferenze, inibisce il confronto e la partecipazione. Ciò che, dal punto di vista del candidato, risulta determinante ai fini dell’elezione non è il numero di voti procacciati singolarmente, ma la posizione assegnata dal partito nella lista, con la conseguenza, chiaramente viziosa per la democrazia, che gli eletti sono grati e conseguentemente rispondono solo al partito e non agli elettori. I candidati non hanno nemmeno l’interesse a rendersi visibili e a instaurare un rapporto personale con gli elettori. Nella campagna elettorale per il Parlamento, i volti dei candidati sono assenti dal materiale pubblicitario, dove campeggiano il simbolo del partito e il nome e il viso del leader che, a livello nazionale, incarna il partito e, nelle sue aspirazioni, l’intero popolo. Per questa via, anche uno strumento tecnico, come è la legge elettorale, incide sulla mentalità e sulla cultura politica, alimentandone le distorsioni.

d) I fondamenti di una cultura della Costituzione.  Non pare in conclusione eccessivo affermare che viviamo in una democrazia malata e che la malattia della democrazia coinvolge necessariamente la Costituzione. Se la vita politica si regge su di una cultura incentrata sull’individuo e su un meccanismo di identificazione – individuale, appunto – tra il cittadino e il potere, non può esserci spazio per nessuna costituzione. E tuttavia la via dell’identificazione immediata con il potere è ingannevole e perdente: il potere, se non gli si pongono argini e contrappesi che lo inchiodino alle proprie responsabilità, prima o poi farà valere tutto il peso della strutturale distanza di cui gode.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Costituzione: sottrarre la democrazia all’arbitrio del potere, in “Aggiornamenti sociali”, 09-10/2010, pp. 579-580


[1] Videocracy. Basta apparire, di Erik Gandini, Svezia 2009, documentario, 85’.

2. LA SOVRANITÀ POPOLARE NELLA COSTITUZIONE ITALIANA

maggio 3, 2011

RECUPERARE L’ARTICOLAZIONE CIVILE E SOCIALE PER GARANTIRE PLURALISMO, SUSSIDIARIETÀ E DEMOCRAZIA ANCHE NEI PARTITI

di Filippo Pizzolato*

La nostra Costituzione, all’art. 1, afferma il principio controverso di sovranità popolare. Per comprenderne il senso occorre anzi tutto riflettere su chi o cosa sia il popolo. Certamente ognuno può dire: «io sono del popolo», ma al tempo stesso deve riconoscere che: «io non sono il popolo». La lingua italiana esprime l’idea di «popolo» con un termine che, in quanto singolare, può alimentare ambigue suggestioni. In inglese, e non a caso, popolo (people) è concettualizzato già a livello linguistico come realtà plurale. Non si tratta di una mera curiosità linguistica, ma di una considerazione che ci apre a riflettere sul rischio di deriva totalitaria che corrono i regimi democratici quando si accrediti la pretesa che il popolo sia un soggetto identificabile, che ci sia cioè un volere del popolo e che qualcuno lo possa incarnare, facendolo naturalmente coincidere con il proprio. Quando qualcuno può affermare «io sono il popolo» senza suscitare reazioni particolari, il sistema è già avviato sul sentiero rovinoso del totalitarismo. Si accetta infatti di ridurre il popolo a un’entità semplice e, conseguentemente, si colloca chi dissente al di fuori del popolo stesso o addirittura, ma il passo è breve, il dissenso diventa una malattia da estirpare.

Volere del popolo.  Affermare il principio della sovranità popolare significa allora, in un sistema di democrazia costituzionale, proprio escludere che vi sia qualcuno che possa identificarsi con il popolo. Nella nostra Costituzione questa conclusione può essere tratta anche dalla XII disposizione transitoria, quella che vieta la ricostituzione del partito fascista. Questa norma colpisce certo un bersaglio politico che, all’indomani della fine della dittatura fascista e della guerra, era ben individuabile, ma vi è implicito il divieto più strutturale rivolto ad ogni partito che abbia una vocazione totalitaria, che si ritenga cioè esaustivo del volere del popolo. Nelle democrazie contemporanee, il rischio si presenta anche in una forma attenuata ma subdola, e cioè nella retorica del partito governante, che poi, per semplificare ulteriormente, diventa il partito del governante, con l’esito finale di avere un uomo solo che, seppur a tempo, esaurisce tutto il popolo.

 

Pluralità di espressione del popolo.  Quando dunque la nostra Costituzione attribuisce la sovranità al popolo, nega che il popolo possa essere da chicchessia identificato. La sovranità appartiene al popolo proprio perché nessun individuo o potere possano appropriarsene. Il popolo si esprime infatti nella pluralità di poteri che la Costituzione organizza, ma anche in forme più diffuse e meno mediate, attraverso cioè l’esercizio delle libertà riconosciute ai cittadini. E non mi riferisco soltanto ai diritti politici, che sono le libertà più immediatamente collegate alla partecipazione alla vita politica (referendum, diritto di voto): la sovranità popolare si esprime infatti anche attraverso gli spazi di autonomia, individuale e sociale, che sono garantiti ai cittadini per l’esercizio e lo svolgimento delle loro sfere di libertà. Le libertà esercitate e intrecciate contribuiscono infatti a disegnare, per via etica, linee di organizzazione della vita civile del popolo sovrano. Il popolo esercita sovranità quando vive nella vita dei cittadini e soprattutto nelle forme della loro relazione e organizzazione.

La sussidiarietà — altro principio della nostra Costituzione, variamente invocato nel dibattito politico attuale — è proprio anzitutto il riconoscimento della necessità che, rispetto al potere politico, esista uno spazio vitale di autonomia della società. Può infatti prendere corpo anche un totalitarismo sedicente democratico, quando cioè si pensi che conti solo la libertà politica e che questa possa assorbire le altre manifestazioni di libertà e di autonomia. Se l’unica libertà che la democrazia tutela è quella politica, quella cioè in primis di scegliere chi governa o di partecipare a qualche referendum, allora all’azione politica è permesso di «cannibalizzare» le altre sfere di libertà. La libertà politica è uno spazio vitale e qualificante di partecipazione democratica, ma deve preservare e anzi promuovere le dimensioni partecipative che la precedono o che la affiancano e puntellano: la libertà civile, individuale e sociale, organizzata, e perfino la libertà economica.

Articolazione plurale.  Se la libertà politica esautora le altre forme di libertà, quando un sistema di governo cade, la società risulta così indebolita che non rimane più niente, come è accaduto in Unione Sovietica: caduto il regime, non esisteva più nemmeno un’articolazione solida dei rapporti sociali che potesse accompagnare o ammortizzare la transizione. È dunque fondamentale per una democrazia che i rapporti sociali sappiano esprimere, attraverso la cultura e l’ethos, una capacità di autonomia. Dire che la sovranità appartiene al popolo significa allora affermare che il popolo è una realtà plurale, strutturata in formazioni sociali, e complessa, cui la cultura e l’etica garantiscono una certa autonomia. Se ben si guarda, gran parte dei principi costituzionali riconosce linee di articolazione plurale (e federale) del popolo: in formazioni sociali (art. 2), in comunità territoriali (art. 5) e linguistiche (art. 6), in confessioni religiose (artt. 7 e 8). E di queste linee di articolazione plurale nemmeno lo Stato è il “contenitore” ultimo, in quanto la Repubblica si apre a una dimensione sovranazionale (artt. 10 e 11).

Federalismo.  In questa chiave di lettura mi sembra che possa essere utilmente inquadrata anche la questione del federalismo, di cui da tanto ormai si parla nel nostro Paese. L’evoluzione in senso federale può infatti rappresentare un fattore di passaggio verso una più complessa articolazione del quadro e della partecipazione politici, quando esprima il riconoscimento che il popolo è sì uno, ma in quanto “sintesi” (e coesistenza) di collettività territoriali che vivono in spirito di solidarietà e in unità, come afferma l’art. 5 della Costituzione: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principî ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento». Si coglie invece una contraddizione sospetta, se non addirittura un po’ di schizofrenia, quando la richiesta di federalismo si accompagna disinvoltamente all’idea, prima criticata, di democrazia che si esaurisce nell’affidamento a un leader, per quanto eletto dal popolo.

Personalismo.  La natura strutturalmente plurale del popolo, articolato in formazioni sociali, è la prospettiva propria del personalismo. Solo se non è una massa informe di individui, destinati a rapportarsi con il potere in condizione di fatale fragilità, il popolo può esprimere un’identità, pur sempre plurale, frutto delle relazioni intessute dalle – e nelle – formazioni sociali intermedie. Attraverso questo tessuto fitto di relazioni l’individuo diventa cittadino, capace di un rapporto sensato ed equilibrato con la sfera pubblica. Questa consapevolezza avvicina il principio personalistico all’istanza liberale. Come ha annotato Alexis de Tocqueville due secoli fa, una democrazia è solida e vitale se tra l’individuo e il potere si frappone una membrana ricca di formazioni sociali, al cui interno possono trovare ospitalità il percorso di maturazione civile e il confronto fra le persone necessari per discernere criticamente l’azione della classe politica.

Indebolimento del tessuto sociale.  Dalle considerazioni svolte, viene naturale collegare la debolezza della cultura democratica italiana all’indebolimento del tessuto civile e sociale del Paese. L’indebolimento delle associazioni attive sul territorio (sindacati, circoli ACLI – associazioni cristiana lavoratori italiani – o ARCI – associazione ricreativa culturale italiana, ecc…), senza adeguato ricambio, non pare compensato dall’inedita capacità di mobilitazione, pur utile, che la rete telematica favorisce. In particolare, in stato di abbandono versa la formazione specificamente politica. I partiti hanno conosciuto una storia di scuole di politica, sostanzialmente esaurita; nelle parrocchie si è sempre fatto fatica a parlare di politica, perché si temeva di offrire lo spettacolo, giudicato sconveniente, della divisione dei cattolici. La trasformazione in atto comporta un costo per la tenuta democratica, perché quanto più si trova dinanzi individui isolati, tanto più il potere tende a farsi spregiudicato e irresponsabile.

Il partito non può rappresentare l’unico canale  della partecipazione politica, sia perché si è rivelato un canale angusto, in cui non entra che una piccola parte dei cittadini, sia perché tende a divenire strumento di occlusione degli altri canali di partecipazione. Questo è almeno quanto è accaduto in Italia: i partiti hanno occupato, sfibrandole, altre importanti forme di partecipazione politica (il sindacato, la stampa, ecc…), per cui non possiamo contare in Italia su di un dibattito politico che non sia mediato (e strozzato) dal sistema partitico. Sembra quasi che non si sia saputo concepire altra forma di pluralismo che la lottizzazione. È essenziale invece che i canali della partecipazione politica siano plurali e liberi, anche indipendenti dal sistema partitico; e ancor più che i partiti stessi tornino alla loro funzione “regina” di veicolo di democrazia. Per questo, è essenziale che si diano un’organizzazione interna di tipo democratico. L’art. 49 della Costituzione afferma che la ragione dell’esistenza dei partiti è di permettere ai cittadini di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Modalità di coinvolgimento (almeno) degli iscritti, quali ad esempio le elezioni primarie, non dovrebbero configurarsi come una concessione bonaria degli apparati di partito, ma come una via obbligata di selezione delle candidature.

Legge elettorale.  Si tratta di un punto che è reso ancora più cruciale dalla legge elettorale attualmente in vigore per il Parlamento, secondo la quale non è più possibile nemmeno all’elettore esprimere preferenze. La via di uscita, talora indicata, della fondazione di nuovi partiti da parte degli esclusi non convince appieno, sia perché conduce alla esasperata e disorientante frammentazione dell’offerta politica, sia perché accetta surrettiziamente l’idea che il partito possa essere lo strumento di una qualche consorteria o, peggio, di un padrone.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Costituzione: sottrarre la democrazia all’arbitrio del potere, in “Aggiornamenti sociali”, 09-10/2010 pp. 575-579


1. DEMOCRAZIA E PRINCIPI COSTITUZIONALI

maggio 3, 2011

LA COSTITUZIONE COME FORMA DI LIMITAZIONE DEL POTERE

di Filippo Pizzolato*

Contrapposizioni.  Nel nostro Paese viviamo un tempo che appare segnato dall’insofferenza per regole e procedure e da una nuova stagione di contrapposizione tra legalità formale e principio di legittimità. Il consenso popolare, fonte della legittimazione a decidere, viene infatti brandito come pretesa di immunità dal rispetto della legalità formale e, ancor più, dalle limitazioni opposte dai contropoteri previsti dalla Costituzione (magistratura, Corte costituzionale, Presidente della Repubblica). Senza voler cedere a suggestioni e pur ammettendo le differenze del caso, si possono cogliere echi di vicende già vissute, che appartengono a periodi bui della storia italiana ed europea. Se questo richiamo dovesse servire anche solo come suggerimento di tenere alto il livello dell’attenzione critica, non giungerebbe invano. Allorquando venga fatta coincidere con il processo di investitura elettorale di chi governa, la democrazia rischia di apparire in contrapposizione con la costituzione, posto che l’essenza di quest’ultima è quella di essere forma di limitazione del potere. Per questo, preservare la costituzione è interesse specifico di chi al potere è soggetto e che, per questo, cerca garanzie rispetto all’azione dei governanti. Peraltro, a ben vedere, poiché lo sviluppo della vita democratica contempla, come fisiologica, l’eventualità che chi è oggi al potere possa un giorno ritrovarsi dalla parte opposta, la fissazione di garanzie e di limiti è interesse di tutti i cittadini. Il punto di vista meno sospetto per giudicare la validità della costituzione è allora quello di chi non è al potere, e non quello di chi governa e reclama meno vincoli per la propria azione.

Nucleo essenziale di garanzie.  Che rapporto ci deve essere tra costituzione e democrazia? Si tratta di un legame imprescindibile o si può pensare a una democrazia senza costituzione? La tesi che si cercherà di fondare e motivare è che l’unica vera democrazia pensabile è quella costituzionale, sicché tra i due termini – democrazia e costituzione – non solo non v’è opposizione, bensì simbiosi. Naturalmente poi la democrazia non vive solo delle scelte fondamentali, di lungo respiro, che sono consacrate nella costituzione. Questa fissa la cornice dei principi irrinunciabili e fondativi della convivenza in cui si riconosce l’identità di una collettività. La costituzione contiene cioè un nucleo essenziale di garanzie. L’art. 16 della dichiarazione rivoluzionaria francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 ha sancito, con formulazione felicemente icastica, che “un popolo, che non riconosce i diritti dell’uomo e non attua la divisione dei poteri, non ha costituzione”. Nell’ambito di queste garanzie fondamentali, fissate dalla costituzione, si può svolgere e scorre la vita politica ordinaria. Da un lato, quindi, una costituzione non può essere una camicia di forza, perché deve rendere possibile lo svolgimento vitale e l’evoluzione della vita sociale e politica, sicché ne fa cattivo uso chi la utilizzi per “costringere” entro maglie troppo rigide il dibattito politico; dall’altro, nel suo essere una cornice accogliente del pluralismo, la costituzione è però limite che non può essere varcato, proprio per permettere quello svolgimento autenticamente plurale della vita sociale e politica cui è strumentale.

 

Uguaglianza.  Un’opinione molto diffusa, anche a livello popolare, tende a identificare la democrazia con la regola della decisione a maggioranza. Non si può negare che la maggioranza sia un criterio con cui il funzionamento democratico delle istituzioni perviene a decisione: ma perché la democrazia privilegia questo criterio? La risposta non appare più, nella cultura istituzionale, affatto scontata; eppure è proprio affrontando tale questione che si possono riscoprire le indefettibili basi costituzionali della democrazia. Anzitutto, va detto che l’accettazione della decisione a maggioranza è possibile solo per chi creda nell’uguaglianza delle persone. Si decide a maggioranza quando è chiaro che tutti sono sostanzialmente uguali, così che non vi sono criteri oggettivamente riconoscibili per sostenere che il giudizio di uno sia migliore di quello di un altro. Si ripete infatti spesso che in democrazia i voti si contano e non si pesano. E così l’uguaglianza tra i cittadini, un classico principio costituzionale, è un primo elemento fondativo della regola della maggioranza e della democrazia. Se dunque la maggioranza non rispetta l’uguaglianza, mina le basi su cui è costruita la propria legittimazione a decidere.

Libertà.  L’esercizio del criterio di maggioranza, per cui i voti dei cittadini, uguali in dignità, si contano e non si pesano, postula che ci sia qualcosa su cui deliberare e che si debba sapere per che cosa si voti. Questa ovvia considerazione ci serve per dire che la votazione richiede, per una necessità logica, la preventiva formulazione e presentazione delle alternative da sottoporre al voto. E ciò, a propria volta, esige che tutti i cittadini siano effettivamente titolari della libertà di esprimere il proprio pensiero — altro diritto costituzionale fondamentale — e di partecipare così al dibattito che conduce alla formulazione delle alternative e infine al voto. Anche nei regimi dittatoriali si tengono elezioni e votazioni, ma queste assumono un significato vuoto e farsesco proprio perché, tra l’altro, mancano il tempo e lo spazio preventivi di confronto e di elaborazione di alternative. Servono dunque libertà di manifestazione del pensiero, ma anche di riunione e di associazione, perché, unendosi, il cittadino possa dare più forza alle proprie idee; libertà personale, domiciliare, di corrispondenza e di movimento; perfino la libertà dal bisogno essenziale per non subire quel condizionamento economico che vizia in origine il consenso. E così via, fino a dimostrare che i diritti costituzionali (non solo i diritti politici, ma anche le libertà civili e i diritti sociali) sono componente essenziale della democrazia e ne dispiegano condizioni di funzionamento.

Limiti al principio di maggioranza.  Percorrendo questa via, si giunge nuovamente a concludere che la decisione a maggioranza non è il criterio originario e fondativo della democrazia, in quanto il ricorso a quella regola implica che se ne accettino tutti i presupposti logici, ovvero appunto il riconoscimento e la creazione dell’uguaglianza e della pari libertà delle persone. Si arriva così a concepire la base — costitutiva e costituzionale — su cui debbono poggiare una sana democrazia e, con questa, la legittimazione di chi esercita il potere. Privata di questo fondamento, la regola della decisione a maggioranza esplode sotto il peso delle proprie contraddizioni interne. Se intesa come il governo del 51% sul restante 49%, la democrazia finisce paradossalmente con l’imprigionare, per tutto il periodo tra un’elezione e l’altra, perfino quel 51% nella sua prima decisione! Essenza e funzione della costituzione sono allora, per così dire, quelle di “ricordare” a ogni maggioranza che il suo potere non è mai originario, ma trae fondamento e insieme limite dai principi che la costituzione stessa esprime e pone al riparo dall’arbitrio di ogni possibile maggioranza.

La lezione della storia.  Per chi non si convinca di un discorso teorico sui fondamenti e limiti del criterio di maggioranza, sarà pure da richiamare la lezione importante della storia. Sono ben noti infatti casi, anche recenti, di leader politici, acclamati dalla folla, che, avendo costruito il proprio potere su un rapporto diretto ma ambiguo con il popolo, hanno preso decisioni di cui oggi non ci capacitiamo o di cui ci si dovrebbe vergognare. Può apparire perfino banale (ma mai inutile) ricordare che lo Stato totalitario è un fenomeno del secolo scorso e del cuore della civiltà europea. Le peggiori dittature del Novecento hanno potuto contare su un ambiguo ma largo consenso popolare, giunto fino ad una identificazione tra le masse e il loro vigoroso duce. La folla acclamante e il culto della personalità, tipici dei regimi totalitari, sono certo anche il frutto di un clima di terrore che inibisce ogni manifestazione di dissenso, ma questo accade una volta che il regime si sia imposto. È nel graduale processo di cedimento verso l’ascesa del regime che si manifesta la responsabilità di un popolo che smarrisce la coscienza critica e si affida fideisticamente a un leader che promette miracoli e prosperità. La costituzione è come un parapetto che cerca di fermare questa discesa verso l’orrore, visto che perfino la maggioranza può impazzire e, siccome il potere tende per sua natura a commettere abusi[1], la costituzione esiste per arginare perfino il potere di un’ipotetica maggioranza virtuosa.

Semplificazione pericolosa.  Come ha ricordato in alcuni suoi recenti interventi l’ex Presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelski, «la Costituzione è una regola che un popolo si dà quando è sobrio per rispettarla quando è ubriaco». Già il semplice ragionamento condotto sulle basi costituzionali della democrazia lascia intuire come quest’ultima si appoggi necessariamente su condizioni molto esigenti. Chi presenta la democrazia in forma troppo semplificata, le rende un cattivo e non innocuo servizio. Sicuramente esistono meccanismi molto più semplici per decidere. La democrazia è un sistema complesso, anzitutto perché ha la pretesa di istituire un ordine fondato sulla libertà e che mantenga il più possibile la pluralità delle espressioni dell’esperienza umana.

Modelli di Stato di diritto.  L’idea di democrazia costituzionale che abbiamo ricavato non forma un modello chiuso e rigido, ma può naturalmente essere articolata secondo interpretazioni storiche legittimamente diverse. In Francia, ad esempio, la democrazia si è tradizionalmente declinata secondo l’idea della centralità della legge. La stessa dichiarazione dei diritti del 1789 affida alla legge, espressione della volontà generale, la definizione del contenuto specifico e dei limiti dei diritti stessi. Il sistema francese mostra così di nutrire grande fiducia nel legislatore, perché ne ritiene l’azione espressiva della volontà generale. Nella democraticità della composizione del legislatore risiedono dunque le principali garanzie dell’ordinamento. Gli Stati Uniti si sono affidati a un modello diverso, quello presidenziale, che sentiamo oggi spesso invocato come soluzione ai problemi di instabilità e di inefficacia decisionale che attanagliano i governi in Italia. In realtà, il presidenzialismo americano non è un sistema studiato per rafforzare un unico potere, come talvolta si sostiene, probabilmente per insufficiente conoscenza dei meccanismi istituzionali, bensì è la traduzione più fedele della preoccupazione (tramutatasi quasi in ossessione) per la separazione dei poteri. Negli USA il vertice dell’esecutivo, cioè il presidente, è eletto direttamente dai cittadini perché la cultura costituzionale che quel sistema ispira e alimenta diffida a tal punto del potere da non aver mai creduto alla retorica della bontà del Parlamento, per quanto eletto dal popolo. Al Parlamento, pertanto, quel modello istituzionale affianca un presidente, ugualmente eletto dal popolo, in modo che l’un potere possa limitare o bilanciare l’altro.

Pesi e contrappesi.  Come si vede, la logica del presidenzialismo non contraddice affatto il rapporto che si è delineato fra costituzione e democrazia, ma tenta di incerarlo attraverso un sistema di pesi e contrappesi. Non a caso, il sistema si completa con l’autorevolezza e il rispetto che circondano l’azione dei giudici e con una articolazione federale dello Stato che rappresenta un’ulteriore linea, su basi territoriali, di demarcazione e divisione del potere. Quest’ultima riflessione ci suggerisce quanto sia viziato il dibattito politico italiano quando invoca il presidenzialismo come mezzo per uscire da una crisi di governabilità. Viene il sospetto che il presidenzialismo cui si aspira non sia quello nord-americano, ma quello di talune esperienze sud-americane, che storicamente non ha offerto performances democratiche…

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Costituzione: sottrarre la democrazia all’arbitrio del potere, in “Aggiornamenti sociali”, 09-10/2010 pp. 571-575


[1] È l’eterno monito di C. Montesquieu, De l’esprit des lois (1748), Capitolo IV del Libro XI.

4. UNA FASE COSTITUENTE URGENTE, MA… PER L’EUROPA

maggio 3, 2011

ANCHE PER GOVERNARE FINANZA E AMBIENTE È NECESSARIO UN NUOVO PROTAGONISMO POLITICO DELL’EUROPA

di Filippo Pizzolato*

 

Nuove forme del potere.  Come altro criterio di discernimento delle riforme costituzionali si è suggerita l’analisi delle nuove dimensioni di potere cui si debba opporre una nuova — sensata — stagione di costituzionalismo. Ne indichiamo due: il potere finanziario e quello ambientale. Il primo, che sta ora mostrando conseguenze assai temibili a partire dagli Stati Uniti d’America, è il potere cieco e irresponsabile della finanza che si muove su circuiti inafferrabili dal singolo Stato ed estranei alle logiche democratiche. Il secondo è il potere che la nostra generazione (e quelle precedenti) sta esercitando sulle generazioni future, compromettendo condizioni di esistenza dignitose o anche solo vivibili: alludiamo alla gravissima crisi ambientale, della cui importanza il nostro sistema partitico sembra non aver preso ancora consapevolezza. Per fortuna, mentre in Italia il dibattito è nuovamente rimasto prigioniero della modellistica elettorale (il classico elefante che ha partorito il «porcellino»), in Europa altri Governi si attrezzano per affrontare le cause e le conseguenze della crisi ambientale e del declino economico.

Costruire un soggetto politico europeo.  Crediamo sia scontato affermare che un argine a queste manifestazioni di potere possa essere elevato solo da una nuova — più ampia — dimensione di governo democratico, e precisamente da un ordine sopranazionale ancora da edificare. A questo esito non si arriverà magicamente, ma per graduale avvicinamento. Un contributo fondamentale — la mission tanto invocata! — è atteso dalla vecchia Europa. È insita nel suo modello di sviluppo sostenibile quell’idea del governo dell’economia a cui dobbiamo aggrapparci di fronte ai fallimenti degli automatismi liberistici. Né gli Stati Uniti, né i nuovi protagonisti dell’economia internazionale (per es. i Paesi emergenti dell’area asiatica) paiono avere, per motivi diversi, le risorse o l’interesse per assolvere a questo compito di guida. E allora la costruzione di un soggetto politico europeo, democratico e autorevole, diventa, a ben vedere, la posta in gioco più urgente e importante di un sano spirito costituente. Una risposta ancora parziale a questa sfida è stato il Trattato europeo, firmato a Lisbona nel dicembre 2007 e entrato in vigore due anni dopo. L’Unione Europea, allargatasi a 27 Stati membri, è imbrigliata da procedure decisionali inadeguate alla complessità dei problemi, soprattutto perché sempre esposte agli egoismi ed ai ricatti magari di pochi Governi nazionali. Le stesse istituzioni decisionali esprimono ancora in modo preponderante le ragioni di Stato, mentre fatica ad emergere un progetto politico di scala comunitaria che richiederebbe un ulteriore e più coraggioso rafforzamento del potere decisionale del Parlamento europeo.

Sarebbe un contributo meritorio  quello che l’Italia e la sua classe politica potrebbero fornire se solo accantonassero ambizioni o giochi costituenti interni (che sempre più hanno l’odore stantio dell’auto-assoluzione dinnanzi al declino) e si facessero promotori, insieme ad altri Paesi, del necessario e urgente rilancio del ruolo politico dell’Unione Europea. Un ruolo fondamentale, sia per dare espressione all’unità e stringere i vincoli di solidarietà che avvincono i popoli europei, sia per fornire allo spazio internazionale un essenziale elemento di equilibrio e di saggezza per la sfida dell’organizzazione di rapporti, economici e politici, equi e della preservazione di un ambiente accogliente anche per chi oggi non c’è. A questo progetto la Costituzione non frappone ostacoli, anzi, sulla base del suo personalismo «comunitario» lo incoraggia e invoca, profeticamente, sin dal lontano 1948.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Per i sessant’anni della Costituzione, in “Aggiornamenti sociali”, 6/2008 pp. 419-420


3. RIAPERTURA DELLO SPAZIO PUBBLICO

maggio 3, 2011

CULTURA DEI DOVERI, CITTADINANZA, RIFORMA DEI PARTITI, COME CRITERI GUIDA PER LE RIFORME COSTITUZIONALI

di Filippo Pizzolato*

La crisi è fuori dalla Costituzione.  È stato sopra indicato il nucleo portante della Costituzione italiana. Gli elementi di valutazione e le proposte di riforma devono partire coerentemente dalla verifica di quali sono stati i punti di «strozzatura» che hanno reso i due canali poco o per nulla fluidi. Oppure, la riflessione può muovere dall’analisi di quali siano le nuove dimensioni di potere che schiacciano la libertà, sovvertono un retto ordine di relazioni e interpellano la Costituzione. Se questi sono i punti d’approccio corretti, si scoprirà che la crisi della Costituzione giace in gran parte fuori dalla Costituzione stessa e non passa, almeno in via principale, per sue modifiche formali.

Le strozzature  legate al primo canale (personalismo) sono principalmente — ma non solo — di ordine culturale. Lo smarrimento della dimensione del «noi» nella vita associata è frutto dei processi economici e culturali che si sono ricordati in premessa e contro cui la riforma della Costituzione nulla potrebbe (ammesso che non li voglia piuttosto assecondare). La nostra Costituzione chiede molto alla libertà e cioè che diventi fattore di costruzione della società e non della sua distruzione o disgregazione, inseguendo impulsi egoistici. Essa si alimenta di una cultura dei doveri e dunque di un’educazione alla cittadinanza. All’angustia degli orizzonti culturali ed esistenziali si deve rispondere con la rivitalizzazione delle comunità. Anche le scelte politiche possono contribuire, in positivo o negativo. Ci limitiamo a due esempi, relativi alla scuola e all’organizzazione dello Stato sociale.

a) La scuola pubblica  sembra soccombere di fronte alle accuse di burocratismo e di inefficienza; si reclama l’introduzione di una concorrenza che garantisca la libertà di scelta educativa. È innegabile l’importanza del pluralismo educativo; riteniamo però che questo debba articolarsi nella centralità della scuola pubblica perché essa stessa è, per definizione, luogo di un pluralismo educativo interno e irripetibile. Essa, soprattutto quando sa innervarsi armonicamente e osmoticamente in un territorio, è laboratorio prezioso e imprescindibile di convivenza sociale, palestra di costruzione di un ethos inedito. Nelle aule di scuola, soprattutto elementare e media, si preparano le condizioni di una nuova coesione sociale, perché «si vive» nei fatti quotidiani il cosiddetto «meticciato» culturale. La fatica della scuola pubblica va compresa e accompagnata, più che giudicata, perché essa si sobbarca un lavoro «sporco» che nessun’altra istituzione potrebbe fare con altrettanta sistematicità. Rinunciare a questo contributo sociale di edificazione della cittadinanza, o infiacchirne le energie, mi pare un grave errore strategico.

b) Nell’organizzazione dello Stato sociale  i compiti di cura delle fragilità umane sono stati caricati sul solo apparato autoritativo, con conseguente deresponsabilizzazione del corpo sociale e formazione di una cesura tra libertà (privata) e solidarietà (pubblica), che fa assumere a quest’ultima il volto poco amichevole del potere e del fisco. A ciò si leghi la diffusa e, almeno in certa misura, giustificata denuncia dell’iniquità dello sforzo redistributivo imponente compiuto dallo Stato, che ha seguito priorità condizionate da privilegi corporativi e dallo scandalo dell’evasione fiscale che ha inquinato l’accesso ai servizi selettivi. Su questo punto, la consapevolezza pare raggiunta e in vari settori i servizi alla persona sono ormai riorganizzati secondo una logica di rete che valorizza e promuove il ruolo pubblico delle solidarietà orizzontali. Le scelte della politica possono insomma favorire gli spazi e i luoghi in cui si cerca faticosamente di comporre la complessità sociale, evitando di procurare alla società nuove conflittualità o di soffiare sulle esistenti per fini di consenso.

Le strozzature del secondo canale  (sussidiarietà) possono avere cause e risposte principalmente istituzionali. Il percorso che conduce dalle formazioni sociali alle istituzioni politiche è quanto mai accidentato e tormentato, obliquo e opaco. La responsabilità del sistema partitico è, su questo punto, innegabile. Lo si comprende bene se si pensa all’introversione che ha caratterizzato la parabola dei nostri partiti. Essi per loro natura sono formazioni sociali, luogo in cui la libertà di partecipazione politica si fa concorso alla determinazione della politica nazionale. Essi sono pertanto la formazione sociale più strutturalmente proiettata sulla sfera istituzionale. Proprio per questo, l’art. 49 della Costituzione esigeva molto dai partiti e cioè che operassero con «metodo democratico». Questa locuzione non è semplicemente riferita al rispetto delle regole democratiche verso i competitor, ma anche e soprattutto all’esigenza fondamentale che i partiti siano, essi stessi in primis, luogo di partecipazione aperta e, appunto, democratica.

La chiusura oligarchica e corporativa dei partiti,  tutti rappresi nella sfera del potere, ha determinato un’autoreferenzialità (o «stagnazione») del sistema politico-istituzionale che, anziché aprirsi alle (e raccordarsi con le) espressioni della società, ha «colonizzato» il sociale, spesso immettendovi semi di divisione o mantenendovi clientele assistite per fini di consenso. L’acqua è insomma defluita in senso contrario, torbida o avvelenata, dalle istituzioni verso la società, attraverso i partiti. Fatalmente, le istituzioni stagnanti hanno cessato, come invece dovrebbero, di raffigurare e incarnare («rappresentare») il legame sociale, per assumere, agli occhi di individui solitari e disperati, il volto ostile di un potere annoverato tra le cause dei propri problemi.

Le stesse prerogative  della classe politica, anziché condizioni di un buon svolgimento delle funzioni istituzionali, sono percepite ormai come privilegi inaccettabili, segnale di una lontananza che si acuisce tra i cittadini e i partiti, ben espressa dal diffondersi di termini come «casta» e di tentazioni come il «grillismo». Non ci pare giusto, né onesto liquidare la questione dei costi della politica come forma di qualunquismo, trascurandone la (per lo più simbolica ma) importante funzione di occasione di testimonianza da parte del sistema politico di una sobrietà ormai urgente a tutti i livelli. Se lo status di chi sta dentro le stanze del potere diverge troppo dalla condizione del cittadino, la democrazia va in sofferenza e matura un senso di rancore verso le istituzioni che apre la porta — come la storia insegna — alle peggiori dittature.

L’autoriforma del sistema partitico,  che dovrebbe tradursi anche in una legge che imponga requisiti minimi essenziali (derogabili solo in melius) di apertura e democraticità, è allora — con ogni evidenza — la prima vera riforma (ma di attuazione) costituzionale, da cui dipende la liberazione della democrazia dalle occlusioni sedimentate che ha conosciuto e che la rendono opaca. I partiti devono essere spazio democratico, nella decisione e nella selezione delle candidature, devono promuovere dialogo e confronto sistematico con i cittadini, ma anche — nel rispetto dei ruoli diversi — con le altre formazioni sociali. Le riforme urgenti sono quelle che riaprono lo spazio pubblico, che riportano nei partiti e nelle istituzioni l’ossigeno della partecipazione dei cittadini, singoli e associati, e riattivano la trasparenza delle scelte e dei comportamenti.

La selezione delle cariche e delle candidature sono state un banco di prova eloquente della superficialità di molti dei movimenti di riforma che, apparentemente, agitano il sistema politico (nella quasi assoluta invarianza della classe politica!). I partiti fanno a gara nel mostrarsi sensibili a spinte palingenetiche dal basso, ma si sono confezionati e sigillati una legislazione elettorale che non consente al cittadino neppure di preferire il proprio candidato. In quest’ottica, ma solo in questa, sono percorribili e sensate altre riforme, anche costituzionali. Ma se questa grande autoriforma (e per questo assai improbabile, se non «incalzata») del sistema partitico non si realizza, o, come già successo, viene erroneamente fatta coincidere con la riforma della legge elettorale, il resto rischia di essere un convulso e vuoto riformismo, una gattopardesca mascherata. Il valzer delle leggi elettorali conferma l’imprescindibilità della premessa.

La riforma del bicameralismo  è certo un tema serio e meritevole di essere affrontato. Una rappresentanza integralmente mediata dal sistema partitico appare oggi inidonea a portare nel Parlamento le (in sé fragili) identità sociali collettive. Già i nostri Costituenti più avveduti erano avvertiti del rischio e pensavano a una seconda Camera delle formazioni sociali. Oggi la riforma del bicameralismo può utilmente percorrere la via di un autentico Senato federale, se la seconda Camera diviene espressiva di entità capaci di esprimere posizioni non schiacciate su quelle partitiche centrali. Altrimenti anche il Senato delle Regioni e delle autonomie non sarà il luogo di una rappresentanza di identità territoriali, ma una sede in cui, semplicemente rimescolate, si confrontano e riproducono le stesse contrapposizioni della prima camera. Anche la riorganizzazione del livello politico su base autonomistica, o federale — che già in parte si è compiuta — non può rispondere a contraddittorie (rispetto al personalismo, che valorizza la logica relazionale) volontà di isolamento o di chiusura, ma alla logica, opposta, di aderire in modo più pieno ai plurali tessuti sociali di riferimento e accompagnarli all’apertura ed alla partecipazione alle sorti di una comunità più ampia di persone.

Numero degli eletti.  In vista del medesimo obiettivo della riapertura delle istituzioni si può lavorare anche sulla riduzione del numero e dei privilegi degli eletti, introducendo più rigorose regole di incompatibilità e di ineleggibilità su cui siano chiamati a vigilare e giudicare soggetti terzi (rispetto alle Camere stesse). Occorrerebbe anche agire sui regolamenti parlamentari, vera e propria zona franca e talora grigia dell’ordinamento. Si deve valutare seriamente l’ipotesi di estendere su di essi il controllo della Corte costituzionale in ordine al rispetto della Costituzione e, insieme, di consentirne l’utilizzo quale parametro di giudizio della legittimità costituzionalità delle procedure parlamentari.

Sul tema della forma di governo,  scartata come inaccettabile la semplificazione del cosiddetto Sindaco d’Italia — che in realtà è più sospensione della democrazia, che sua presa in carico —, si può razionalizzare e stabilizzare il Governo con meccanismi quali la sfiducia costruttiva, che non stravolgono l’impianto parlamentare della nostra Repubblica. Laddove si tratti di modificare la Costituzione, è però necessario, prima di ogni altro passaggio, riformare l’art. 138, impedendo che si possa procedere alla revisione costituzionale con la maggioranza assoluta, ma solo con quella dei 2/3 dei parlamentari. E ogni altra proposta di modifica deve comunque reggere al criterio discretivo fondamentale, quello di aprire lo spazio pubblico, non di rinserrarlo o di esaurirlo nella competizione tra élite o leader.

Democrazia non è solo elezione del capo.  Personalmente riteniamo semplificante l’alternativa per cui la questione delle democrazie contemporanee sarebbe non più quella di rendere possibile una, ormai impensabile, partecipazione politica diretta, ma di garantire la selezione dei governanti. Chi ritiene riducibile la democrazia all’elezione del «capo» ignora che anche la selezione della classe politica diventa impossibile e vuota se non si realizza entro uno spazio pubblico di confronto vitale e indipendente, che è l’unico idoneo a formare nel popolo discernimento e criteri di giudizio. E questo spazio pubblico è anche vettore di una partecipazione popolare autentica, che non sia cioè limitata ai ruoli intermittenti di spettatore televisivo e di elettore, perché animata dalle formazioni sociali, luogo della formazione anche politica dell’individuo.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Per i sessant’anni della Costituzione, in “Aggiornamenti sociali”, 6/2008 pp. 415-419