Archive for aprile 2011

BERLUSCONI E LE EMOZIONI DEGLI ITALIANI

aprile 29, 2011

HA PAURA DEI REFERENDUM, DELLE BOMBE A TRIPOLI, DEL RIFIUTO DEL NUCLEARE, E POI L’ETERNA PAURA DI UNA GIUSTIZIA NORMALE. VOTANDO, GLI ELETTORI DELEGITTIMERANNO IL PARLAMENTO DEI TRASFORMISTI

28-04-2011

di Gianfranco Pasquino

Quando si farà il calcolo del tempo  effettivamente dedicato da Berlusconi all’attività di governo nell’ultimo anno e mezzo, si vedrà, ne sono convinto, che, al netto del bunga bunga, non è stato più di un terzo di quello disponibile per lui, com’è noto, lavoratore indefesso. Vale a dire che l’elaborazione e la discussione con ministri e parlamentari dei disegni di legge di origine governativa concernenti le famose riforme liberali e il rilancio dell’economia sono state limitate, frettolose ed episodiche. Il massimo che il governo possa vantare (sic) è la riforma dell’università che, tutta o quasi, dipende adesso dai disegni di legge attuativi. In verità, in attesa della riforma “epocale” della giustizia, il governo ha varato due provvedimenti tanto importanti quanto controversi: uno riguardante la gestione dell’acqua, potenzialmente la sua privatizzazione, l’altro il rilancio dell’energia nucleare e quindi la costruzione di nuove centrali. Su entrambe le leggi in materia pendono due referendum, in aggiunta a quello sul legittimo impedimento.

Per scongiurare  il pericolo reale che venga conseguito il quorum e che, di conseguenza, tutt’e tre le leggi siano abrogate, il governo ha scelto l’ultima data possibile (i referendum debbono tenersi fra il 15 aprile e il 15 giugno di un anno nel quale non si svolgano elezioni politiche nazionali) ovvero domenica 12 giugno. Al fine di evitare la sovrapposizione con le elezioni amministrative, che avrebbero certamente dato un aiutino ai referendari in termini di partecipazione al voto, il non risparmioso governo farà sobbarcare a tutti una spesa aggiuntiva di due-tre cento milioni di Euro. La situazione sembrava risolta quando si è verificato il dramma della centrale nucleare giapponese di Fukushima. La curva di attenzione e di preoccupazione degli italiani si è impennata e le chances del governo e di Berlusconi di evitare una pesante sconfitta alle urne sono crollate.

Curiosamente,  il capo del governo, che è anche il leader massimo del Partito dell’Amore, ha iniziato una campagna di delegittimazione delle emozioni degli italiani. Secondo lui, razionalmente, gli italiani sarebbero a favore del nucleare. Purtroppo, sostengono anche i molti corifei di Berlusconi, si fanno travolgere dalle emozioni, in primis, non l’amore per il nucleare e i suoi proponenti, ma la paura di conseguenze imprevedibili per loro e i loro cari. Con qualche colpo di decreto, Berlusconi ha “smontato” la sua legge sul ritorno al/rilancio del nucleare, rendendo probabilmente non più proponibile il referendum. Subito dopo, nel suo totale candore, non ha potuto trattenersi dal dichiarare apertis verbis che la rinuncia è temporanea e che fra un anno o due ritorneranno i provvedimenti necessari a dotare il paese di una ampia, sperabilmente solida, rete di centrali nucleari. Spetta adesso agli organi giudiziari competenti valutare se i decreti del governo annullano il referendum. La questione è oggettivamente controversa, ma conforta (sic) sentire che alcuni, in verità, i soliti, giuristi cerchiobottisti, offrono argomenti a favore di Berlusconi. Qui interessano i punti politici che mi paiono essere due.

Furbesca truffa.  Primo, il referendum abrogativo continua ad essere, nonostante tutto, uno strumento a disposizione dei cittadini per opporsi a quanto di sgradito governo e Parlamento fanno. Con i loro comportamenti, governo e Parlamento dimostrano da sempre di volere evitare le pronunce popolari, quantomeno, furbescamente e truffaldinamente, svuotarne la possibilità, operando con tutti i mezzi per rendere irraggiungibile il quorum. Una riflessione su questi sviluppi e sui rimedi si impone a chi abbia a cuore la democrazia dei cittadini. Il secondo punto è che, in realtà, Berlusconi è ossessionato esclusivamente dai suoi problemi. Quello che conta di più per lui non è il rilancio del nucleare che, peraltro, comporterebbe non poche opportunità di affari anche per le sue aziende, certamente per i suoi amici. Conta che il quorum non venga raggiunto affinchè la legge sul legittimo impedimento rimanga viva e operante. Tranne il piacevole e rilassante, bunga bunga, condotto con decoro e eleganza, tutto il resto, ovvero l’attività di governo, viene dopo, molto dopo, in subordine. Anzi, deve aspettare una consistente infornata di abili vice-ministri e sottosegretari gioiosamente provenienti dalle affamate fila dei Responsabili.

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/berlusconi-l%E2%80%99impedito-vuole-smontare-le-emozioni-e-le-motivazioni-degli-italiani/

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IL NICHILISMO AL POTERE

aprile 23, 2011

PORRE FINE ALLA CATENA DI INVERSIONI CONCETTUALI E DI EVERSIONI CATEGORIALI

di CARLO GALLI  La Repubblica 14 aprile 2011, pagg. 1 e 37

Rovesciamento della realtà.  Ieri la Camera – tra le proteste di una cittadinanza che si sente tradita dal Palazzo – ha approvato una legge vergognosa, l’ennesimo provvedimento ad personam per salvare Berlusconi dai suoi processi e farne un soggetto superiore alla Legge. Se, secondo il premier, è ‘surreale’ la sua presenza, da imputato, in tribunale, va detto che davvero davanti alla giustizia emerge con chiarezza il rapporto peculiare che il Cavaliere instaura fra politica e realtà. Che certo è surreale, ma in senso opposto a quello che egli propone: nel senso, cioè, che per il premier la politica è la decostruzione della realtà, il rovesciamento della sua architettura. E nel provvedimento sulla ‘prescrizione breve’, in questa misura di autodifesa distruttiva, si rendono evidenti le implicazioni più generali – e più fatali – dell’essenza nichilistica e paradossale della destra al governo, che si concentra nella persona di Berlusconi. Quell’essenza si presenta con una serie impressionante di inversioni delle logiche politiche di una moderna democrazia, di rovesciamenti dei suoi apparati concettuali.

1) In primo luogo, come sempre, del rapporto fra pubblico e privato: il Parlamento, il luogo per eccellenza della politica, in cui la ‘pubblicità’ prende forma, che viene posto al lavoro, a testa bassa, con sprezzo della verità e della giustizia, al servizio e al soccorso della singola persona del premier – per salvarlo da pendenze giudiziarie nate dal suo passato di imprenditore – è la più umiliante icona di questo processo perverso. Che si ripete, senza sostanziali variazioni concettuali, dal caso Ruby – in cui il vecchio e per certi versi nobile armamentario della ragion di Stato è stato mobilitato spudoratamente per rendere ‘politica’, e quindi ministeriale (e pertanto non giudicabile da un tribunale ordinario), una vicenda tutta privata – al caso Mills; e che verrà iterato, non v’è dubbio, ad ogni futura occasione.

2) Discende da ciò l’inversione tra norma e interesse particolare: la prima, anziché essere una costante, è una variabile di trascurabile importanza, infinitamente plasmabile, suscettibile di innumerevoli interpretazioni e manomissioni; la costante, la stella polare del sistema pubblico, la rocciosa consistenza dello Stato, il baricentro della politica, è invece la privatezza della vita, della libertà e degli affari (economici e sentimentali) di un singolo. Il liberalismo per una persona sola, il cui peso sovrasta quello della universalità dei cittadini, come si mostra plasticamente nella scandalosa proporzione di 15.000 a uno: la misura dei processi estinti, delle giustizie negate, dei torti accettati e ribaditi, perché uno si salvi. Non vale sostenere che quel numero è poca cosa, a fronte della quantità di reati (più del decuplo) che vanno in prescrizione ‘naturalmente’ – per la ‘fisiologica’ patologia della nostra giustizia – : questi, oltre che una macchia sul nostro Paese, sono una statistica, un prodotto casuale di un malfunzionamento generale, mentre quei 15.000 sono consapevolmente aggiunti al caso, sono calcolati come ‘perdite collaterali’ giustificate – come in una guerra – dal fatto che si sta difendendo un obiettivo vitale.

3) Dunque, l’inversione di gerarchia tra l’interesse generale – che vuole sia fatta giustizia – e l’interesse particolare dell’imputato, che è di salvarsi dalla condanna (nel procedimento, com’è diritto di chiunque; ma anche dal procedimento, com’è privilegio esclusivo di chi, mentre è imputato, può cambiare le leggi a proprio vantaggio) ne produce un’altra, ancora più grave: quella fra pace e guerra. Assistiamo infatti, e non da ora, al combinato disposto di due poteri, il legislativo e l’esecutivo, che anziché dedicarsi alla costruzione della giustizia e della pace interna – fondata sull’uguaglianza davanti alla legge e sull’efficienza della macchina giudiziaria – muovono guerra alla magistratura e all’ordinamento, ne cercano le falle non per porvi rimedio ma per trasformarle in comode e legali vie di fuga per un imputato; che, insomma per migliorare l’efficienza di un sistema (il mitico ‘processo europeo’) non lo potenziano ma fanno in modo che funzioni ancora peggio; che, anziché costruire, distruggono. E per di più – ultima beffa, ultima inversione – questa guerra d’attacco viene presentata come legittima difesa dalle ‘aggressioni’, politicamente motivate, della magistratura; come se all’imputato Berlusconi mancassero i mezzi per difendersi dentro le norme e le procedure, e, se ne è il caso, per trionfare sui giudici, svergognandoli per le loro trame.

Ma l’aperta sconsacrazione della politica, del primato dell’universale, viene proclamata dal cuore stesso della maggioranza, che nei suoi principali esponenti non resiste alla tentazione di affermare il proprio nichilismo, ammettendo che in effetti l’obiettivo di tutto questo lavorìo è di sottrarre Berlusconi alla ‘persecuzione giudiziaria’, di non farlo processare nè nelle aule nè nelle piazze (un’improvvida citazione da Aldo Moro). Ora, se la stessa destra rende palese la catena d’inversioni concettuali e di eversioni categoriali che ha costruito, c’è solo da augurarsi che le prossime elezioni (a partire dalle vicinissime amministrative) diano il segnale che la maggioranza dei cittadini di questo Paese vuole invece, democraticamente, far uscire la politica dal gorgo che si avvita su di una persona sola, che risucchia e deforma lo spazio politico. E – contrapponendo al nichilismo la realta’, all’eccezione la legalità – vuole por fine a una manomissione dello spirito pubblico, a una distruzione del concetto stesso di ‘pubblicità’, che è divenuta la disperante normalità di un’Italia umiliata.

ARTICOLO 41: SCELTA DI CIVILTÀ

aprile 4, 2011

UN PROGETTO GOVERNATIVO A FAVORE DI MONOPOLI E SPECULAZIONE

di Raniero La Valle in “Rocca”, n. 4 – 2011, rubrica “Resistenza e pace”

Il sovversivismo delle classi dirigenti, a suo tempo diagnosticato nella analisi gramsciana, si attua oggi nell’attacco portato all’integrità e unità dell’ordinamento dello Stato. In questo senso l’azione del governo ancora in carica, anche se si è fermata un attimo prima di mobilitare la piazza contro i magistrati, si pone in obiettivo contrasto anche con il Quirinale. Il presidente della Repubblica ha infatti un ruolo peculiare come rappresentante dell’unità nazionale e garante dell’unità dei distinti poteri e delle diverse funzioni dello Stato: del potere esecutivo, che deriva dalla nomina che a lui compete del presidente del consiglio e dei ministri; del potere legislativo, condizionato dalle sue firme di autorizzazione e di promulgazione delle leggi; della magistratura, di cui presiede il Consiglio Superiore; delle Forze Armate di cui ha il comando, presiedendo anche il Consiglio Supremo di Difesa.

Rompendo l’unità dell’ordinamento, sottraendosi come imputato al controllo di legalità, mettendo il governo contro l’ordine giudiziario e lanciando i ministri nell’esercizio delle loro funzioni contro il presidente della Camera, Berlusconi rompe anche l’unità rappresentata dal presidente della Repubblica e dunque obiettivamente si pone in alternativa a lui. La prova estrema di questa volontà di disgregazione del sistema sta nella volontà, dichiarata dal governo, di cambiare l’art. 41 della Costituzione, con il falso argomento di dare maggiore libertà all’impresa privata, che dall’art. 41 non è affatto coartata e che a Pomigliano come a Mirafiori ha dimostrato di essere fin troppo libera di fare quello che vuole.

L’art. 41 è quello che sancisce la “costituzione economica” del Paese: né liberismo assoluto, né pianificazione centralizzata. In questo sapiente articolo della Costituzione c’è una scelta di civiltà. Se è stata presentata come una scelta di civiltà quella tra liberalismo e comunismo, altrettanto è una scelta di civiltà quella tra un liberismo selvaggio, inteso solo al profitto privato, e un’economia memore della sua dimensione sociale. Questa scelta di civiltà si fece all’assemblea costituente: il suo presupposto furono la rinuncia dei comunisti, espressa dallo stesso Togliatti, di postulare un’economia pianificata, e il rifiuto dei democristiani, dei socialdemocratici e degli altri partiti laici di un capitalismo puro alla von Hayek. Cosa c’è da rimproverare all’art. 41? Esso richiede che l’attività economica non si svolga “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”; ma al di qua di questi confini essa è libera di determinare i propri fini; era molto più esigente e vincolante il testo che era stato proposto all’Assemblea dalla Commissione dei 75 presieduta da Ruini, il quale imponeva un dover essere all’attività economica: doveva “tendere a provvedere i mezzi necessari ai bisogni individuali ed al benessere collettivo”.

Contro i monopoli. Con questa formulazione la ricerca del puro profitto privato sarebbe stata illegittima e sarebbero state costituzionalmente precluse le speculazioni finanziarie: della globalizzazione quale è oggi non si sarebbe nemmeno potuto parlare, e perfino delle televisioni di Mediaset ci si sarebbe potuto chiedere se siano necessarie ai bisogni individuali e al benessere collettivo. L’assemblea costituente votò invece la sobria e netta affermazione della libertà dell’iniziativa economica privata, le pose il limite di non causare nocività sociale, e quando si trattò di prevedere un intervento pubblico perché essa “fosse indirizzata e coordinata a fini sociali”, rinunziò a usare la parola “piani” (che avrebbe potuto alludere a una pianificazione centralizzata) e grazie a un accordo tra il democristiano Taviani e il socialdemocratico Arata, usò la dizione “programmi e controlli opportuni” che sarebbe stato compito della legge determinare ai fini di assicurarne l’utilità sociale; e, essendo caduta la specifica norma antimonopolistica proposta da Einaudi, fu inclusa in questa attività del legislatore il compito di contrastare i monopoli.

Destinazione sociale. La lotta per abbattere l’art. 41 non è dunque rivolta né a rivendicare una libertà già esistente, né a impedire una pianificazione oppressiva; serve semplicemente a cancellare ogni significato e destinazione sociale dell’attività economica, e a consegnarla, nella migliore delle ipotesi, al mercato, e nella peggiore delle ipotesi alla speculazione, allo sfruttamento e all’usura. L’art. 41 non è solo uno dei 139 articoli della Costituzione; ne è l’architrave, al pari dell’art. 1 che fonda la Repubblica sul lavoro. Tutto l’edificio dei diritti umani fondamentali poggia su di essi; tolti quegli articoli, il resto crolla; ma crolla anche la nostra appartenenza a una comunità internazionale di diritto, e crolla anche la nostra cittadinanza europea, se l’Europa ha un ruolo da svolgere per forzare la globalizzazione a fini umani, per fondare dignità e diritti, per promuovere un’economia sociale di mercato.