Archive for febbraio 2011

ATTACCO ALLO STATO

febbraio 24, 2011

DA UNA DELLE MASSIME CARICHE DELLO STATO L’ESEMPIO DI INSOFFERENZA VERSO LE REGOLE E LO STATO STESSO

di CARLO GALLI La Repubblica, 11 febbraio 2011  pagg. 1 e 35   sezione: prima pagina

È guerra contro lo Stato.  Non si può diversamente interpretare l’impressionante escalation di cui ieri Berlusconi si è reso protagonista, alzando il livello dello scontro fino a un punto di non ritorno. Che questa sia per lui, con ogni evidenza, la partita finale è chiaro da espressioni estreme come «golpe morale contro di me», come «inchieste degne della Ddr», come «l’ultimo giudice è il popolo». Così, ancora una volta, Berlusconi afferma la propria superiorità carismatica e populistica contro l’ordinamento, contro le leggi. Il Princeps legibus solutus nella sua versione contemporanea gioca il popolo contro lo Stato. Il suo popolo, naturalmente: una potente astrazione, confezionata dal suo potere mediatico, una sua proprietà patrimoniale che non ha nulla a che fare col popolo di una moderna democrazia. Che non è massa ma cittadinanza, che non è visceralità prepolitica ma appartenenza consapevole a un destino comune in una rigorosa forma istituzionale. Del resto, «fare causa allo Stato» è stata un’altra recentissima manifestazione del furore di Berlusconi. C’è in essa un significato tecnico: per i magistrati, la responsabilità civile è indiretta, e chi è da loro ingiustamente danneggiato viene in realtà risarcito non dai singoli responsabili ma dallo Stato. Norma che l’attuale governo vuole modificare, con ovvii intenti intimidatori. Ma che intanto è vigente. Ad essa, in quanto perseguitato, Berlusconi si potrà appellare, come ogni cittadino.

 

Ma c’è anche un significato simbolico.  Da questo punto di vista, non si tratta solo di una strategia processuale, ma, ancora una volta, di una esplicita dichiarazione di guerra contro il vero nemico politico e culturale di Berlusconi: lo Stato. Non questo o quel potere o ordine, non i magistrati comunisti, non i partiti avversari. No. Il nemico è lo Stato in quanto tale, in quanto organizzazione di potere sovrano e rappresentativo, impersonale, fondato sull’uguaglianza davanti e alla legge e internamente articolato attraverso equilibri e limitazioni che hanno lo scopo di evitare il predominio di un potere o di una funzione sulle altre. Il prodotto sofisticato, forte e fragile, di alcuni secoli di sviluppo politico europeo, e del sapere di filosofi e giuristi.

 

La partita adesso è chiara:  un uomo contro lo Stato, un potere personale contro il potere impersonale, la rappresentanza per incorporazione contro la rappresentanza per elezione, il destino di uno contro il destino di un Paese, il dominio contro la legalità. È una guerra civile simbolica, spirituale e morale, che l’Uno – e i suoi numerosi fedeli e seguaci, interessati o estasiati o rassegnati che siano, ma che in ogni caso hanno scritto quel nome sulle loro bandiere – combatte contro i Molti; che un presente desideroso di futuro (sempre più precario) combatte contro la tradizione storica e la legittimità democratica del nostro Paese. È la guerra di un tipo umano contro l’altro: della superba individualità, sprezzante di regole e persone, chiusa in una solitudine affollata di cortigiani e di scaltri profittatori, contro il rispetto delle regole, contro l’interazione nello spazio pubblico condiviso, contro la cittadinanza, contro la decenza come attributo minimo delle relazioni umane e politiche. La guerra dei proclami e delle arringhe furibonde contro i ragionamenti, contro gli argomenti.

 

È una guerra asimmetrica,  in cui c’è chi attacca e chi fa solo il proprio dovere – e per questo è nemico, è eversivo – ; in cui c’è chi ha dalla propria parte il potere – ogni potere: quello politico, quello economico, quello mediatico -,e chi ha solo la legge e un’idea di politica: un’idea che non è un’opinione che ne vale un’altra, perché è quell’idea di uomo, di società, di Stato che è scritta nella Costituzione. Ma è asimmetrica anche perché è dichiarata solo da una parte, che si finge vittima e così può attaccare senza freno l’idea stessa che esista un ordine civile, ovvero che non tutta la collettività sia al servizio di una singola volontà di potenza, sia disponibile per un potere senza limiti. Che esistano ragioni – non metafisiche ma legali, non misteriose ma costituzionali – che trascendono l’individuo. È difficile restare neutrali in questa guerra, cavarsela con un colpo al cerchio e uno alla botte, o con le distinzioni fra pubblico e privato, che sono negate proprio da chi dovrebbe beneficiarne: da Berlusconi, che per primo rifiuta di rispondere da privato davanti alla giustizia e dà alle proprie vicende una ovvia e macroscopica dimensione pubblica.

 

L’effetto distruttivo di questa guerra è sotto gli occhi di tutti: dal vertice del potere esecutivo giunge un messaggio di rivolta contro lo Stato, una rivendicazione di rabbiosa eccezionalità che si oppone alla normalità istituzionale. Tutto il ribellismo italico, faticosamente arginato dalla nostra recente storia democratica, viene così legittimato; tutto il disprezzo per la legge che alberga nel cuore di tanti italiani trova giustificazione, trionfa platealmente da uno dei più alti seggi della Repubblica; tutto il “particolare” si vendica finalmente dell’universale. Vite intere di insegnanti e di genitori spese a trasmettere ai giovani virtù umane e civiche sono vanificate da questo autorevolissimo e visibilissimo esempio di anarchia istituzionale, da questo aperto rifiuto del potere comune, in nome del potere personale. Da questa guerra civile simbolica non uscirà che un futuro di rovine; tranne che qualche “azionista”, qualche “puritano”, qualche “giacobino”, non riesca a trovare il cuore degli italiani, a spingerli ad avere pietà di se stessi, a convincerli che possono avere davanti a sé un avvenire più degno. –

 

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LA BANDIERA DELLA DIGNITÀ

febbraio 16, 2011

LA MANIFESTAZIONE DELLE DONNE INDICA UNA VERA MAGGIORANZA CHE NON SI ESPRIME IN PARLAMENTO

di STEFANO RODOTÀ  La Repubblica 15 febbraio 2011  pagg. 1 e 33

È tempo di liberarsi dello spirito minoritario che, malgrado tutto, continua a lambire anche qualche parte della stessa opposizione. È questa l’indicazione (la lezione?) che viene dai molti luoghi che da molti mesi vedono la presenza costante di centinaia di migliaia di persone che, con continuità e passione, rivendicano libertà e diritti: un fenomeno che non può essere capito con gli schemi, invecchiati, del “risveglio della società civile” o di qualche partito “a vocazione maggioritaria”. Non sono fiammate destinate a spegnersi, esasperazioni d’un giorno, generiche contrapposizioni tra Piazza e Palazzo. Non sono frammenti di società, grumi di interesse. È un movimento costante che accompagna ormai la politica italiana, e a questa indica le vie per ritrovare un senso. È l’opposto delle maggioranze “silenziose” che si consegnano, passive, in mani altrui. Donne, lavoratori, studenti, mondo della cultura si sono mossi guidati da un sentimento comune, che unifica iniziative solo nelle apparenze diverse. Questo sentimento si chiama dignità. Dignità nel lavoro, che non può essere riconsegnato al potere autocratico di nessun padrone. Dignità nel costruire liberamente la propria personalità, che ha il suo fondamento nell’accesso alla conoscenza, nella produzione del sapere critico. Dignità d’ogni persona, che dal pensiero delle donne ha ricevuto un respiro che permette di guardare al mondo con una profondità prima assente.

 

Manifestazione senza schemi. Proprio da questo sguardo più largo sono nate le condizioni per una manifestazione che non si è chiusa in nessuno schema. Le donne che l’hanno promossa, le donne che con il loro sapere ne hanno accompagnato la preparazione senza rimanere prigioniere di alcuni stereotipi della stessa cultura femminista, hanno colto lo spirito del tempo, dimostrando quanta fecondità vi sia ancora in quella cultura, dove l’intreccio tra libertà, dignità, relazione è capace di generare opportunità non alla portata della tradizionale cultura politica. È qui la radice dello straordinario successo di domenica, della consapevolezza d’essere di fronte ad una opportunità che non poteva essere perduta e che ha spinto tanti uomini ad essere presenti e tante donne a non cedere alla tentazione di rifiutarli, perché non s’era di fronte ad una generica “solidarietà” o alla pretesa di impadronirsi della parola altrui.

 

Faziosità. Chi è rimasto prigioniero di se stesso, delle proprie ossessioni, è il Presidente dal consiglio, al quale era offerta una straordinaria opportunità per rimanere silenzioso, una volta tanto rispettoso degli altri. E invece altro non ha saputo trovare che le parole logore della polemica aggressiva, testimonianza eloquente della sua incapacità di comprendere i fenomeni sociali fuori di una rozza logica del potere. La vera faziosità è quella sua e di chi lo circonda, privi come sono di qualsiasi strumento culturale e quindi sempre più votati al rifiuto d’ogni dimensione argomentativa. Dignità, per loro, è parola senza senso, parte d’una lingua che sono incapaci di parlare. Nelle diverse manifestazioni, invece, si coglie la sintonia con le dinamiche che segnano questi anni.

 

Dall’eguaglianza alla dignità. Le grandi ricerche di Luis Dumont ci hanno aiutato nel cogliere il passaggio dall’homo hierarchicus all’homo aequalis. Ma nei tempi recenti quel cammino si è allungato, ha visto comparire i tratti l’homo dignus, e proprio la dignità segna sempre più esplicitamente l’inizio del millennio, costituisce il punto d’avvio, il fondamento di costituzioni e carte dei diritti. Sul terreno dei principi questo è il vero lascito del costituzionalismo dell’ultima fase. Se la “rivoluzione dell’eguaglianza” era stato il connotato della modernità, la “rivoluzione della dignità” segna un tempo nuovo, è figlia del Novecento tragico, apre l’era della “costituzionalizzazione” della persona e dei nuovi rapporti che la legano all’innovazione scientifica e tecnologica. “Per vivere – ci ha ricordato Primo Levi – occorre un’identità, ossia una dignità”. Solo da qui, dalla radice dell’umanità, può riprendere il cammino dei diritti.

 

Ossessione identitaria. E proprio la forza unificante della dignità ci allontana da una costruzione dell’identità oppositiva, escludente, violenta, che ha giustamente spinto Francesco Remotti a scrivere contro quell’”ossessione identitaria” che non solo nel nostro paese sta avvelenando la convivenza civile. La dignità sociale, quella di cui ci parla l’articolo3 della Costituzione, è invece costruzione di legami sociali, è anche la dignità dell’altro, dunque qualcosa che unifica e non divide, e che così produce rispetto e eguaglianza. Le manifestazioni di questi tempi, e quella di domenica con evidenza particolare, rivendicano il diritto a “un’esistenza libera e dignitosa“. Sono le parole che leggiamo nell’articolo 36 della Costituzione che descrivono una condizione umana e sottolineano il nesso che lega inscindibilmente libertà e dignità.

 

Libertà e dignità. Più avanti, quando l’articolo 41 esclude che l’iniziativa economica privata possa svolgersi in contrasto con sicurezza, libertà e dignità umana, di nuovo questi due principi appaiono inscindibili, e si può comprendere, allora, quale lacerazione provocherebbe nel tessuto costituzionale la minacciata riforma di quell’articolo, un vero “sbrego”, come amava definire le sue idee di riforma costituzionale la franchezza cinica di Gianfranco Miglio. Intorno alla dignità, dunque, si delinea un nuovo rapporto tra principi, che vede la dignità dialogare con inedita efficacia con libertà e eguaglianza. Questa, peraltro, è la via segnata dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Qui, dopo aver sottolineato nel Preambolo che l’Unione “pone la persona al centro della sua azione”, la Carta si apre con una affermazione inequivocabile: “La dignità umana è inviolabile”. Proprio questo quadro di principi costituisce il contesto all’interno del quale i diversi movimenti si sono concretamente mossi, individuando così quella che deve essere considerata la vera agenda politica, la piattaforma comune delle forze di opposizione. Diritti delle persone, lavoro, conoscenza non si presentano come astrazioni. Ciascuna di quelle parole rinvia non solo a bisogni concreti, ma individua ormai pure forze davvero “politiche”, che si presentano con evidenza sempre maggiore come soggetti attivi perché quei bisogni possano essere soddisfatti.

 

La vera maggioranza. Viene così rovesciato lo schema dell’antipolitica, e si pone il problema della capacità dei diversi gruppi di opposizione di trovare legami veri con questa realtà. I segnali venuti finora sono deboli, troppo spesso sopraffatti dalle eterne logiche oligarchiche, dagli egoismi identitari di ciascun partito o gruppo politico. Si lamenta che ai problemi reali non si dia il giusto risalto. Ma chi è responsabile di tutto questo? Non quelli che con quei problemi si sono identificati, sì che oggi la responsabilità di farli entrare nel modo corretto nell’agenda politica ufficiale dipende dalla capacità dei partiti di trovare il giusto rapporto con i movimenti presenti nella società, di essere per loro interlocutori credibili. Torna così la questione iniziale, perché proprio questo è il cammino da seguire per abbandonare ogni spirito minoritario e ridare vigore ad una vera politica di opposizione. Le manifestazioni di questi mesi, infatti, dovrebbero essere valutate partendo anche da un dato che tutte le analisi serie sottolineano continuamente, e cioè che Berlusconi non ha il consenso della maggioranza degli italiani, non avendo mai superato il 37%. Il bagno di realtà di domenica, che ne accompagna tanti altri, dovrebbe indurre a volgere lo sguardo verso la vera maggioranza, perché solo così un vero cambiamento è possibile.

PRESIDENTE NAPOLITANO

febbraio 3, 2011

Quattro consigli (solo consigli) per il Quirinale: La Valle: si denunci la distruzione dell’ordine costituzionale; Pasquino: usi lo strumento dei messaggi alle Camere; Spadon: la chiave forse nel recupero della storia istituzionale; Lenzi: alla ricerca della centralità parlamentare perduta

PRESIDENTE NAPOLITANO, ECCO COME SALVARE L’ITALIA DALLA CATASTROFE ANNUNCIATA

03-02-2011

di Raniero La Valle, Gianfranco Pasquino, Gino Spadon e Riccardo Lenzi

 

Denunciare la distruzione dell’Ordine Costituzionale
di Raniero La Valle

Non si può dire in astratto che cosa potrebbe fare il presidente della Repubblica, in una condizione di grave emergenza come la nostra. Certo, dandosene seri motivi, ha i poteri di sciogliere le Camere, pur con un governo non dimissionario: ma con la menzogna al potere e la destra eversiva che c’è, difficilmente sfuggirebbe all’accusa di abuso di potere se non addirittura di “golpe”.

Quello che il presidente della Repubblica deve fare è di rivendicare il suo ruolo di rappresentante dell’unità nazionale e dell’unità dei distinti poteri e delle diverse funzioni dello Stato: il potere esecutivo che deriva dalle sue nomine, il potere legislativo condizionato dalle sue autorizzazioni e promulgazioni, la magistratura, di cui presiede il Consiglio Superiore, le Forze Armate di cui ha il comando, presiedendo anche il Consiglio Supremo di Difesa. Rompendo l’unità dell’ordinamento, sottraendosi come imputato al controllo di legalità, mettendo il governo contro l’ordine giudiziario e lanciando i ministri nell’esercizio delle loro funzioni contro il presidente della Camera, Berlusconi rompe anche l’unità rappresentata dal presidente della Repubblica e dunque obiettivamente si pone in alternativa a lui.

Quello che il presidente della Repubblica può fare è di mandare a norma dell’art. 87 della Costituzione un messaggio alle Camere, non esortativo (il tempo delle esortazioni è scaduto), ma di grave denuncia di questa distruzione dell’ordine costituzionale, enunciando dettagliatamente gli assalti che esso ha subito, e chiedendo al Parlamento di porvi fine cessando di dare copertura con la fiducia alla difesa spasmodica di un uomo solo, sostenuto dalla falange dei suoi fedelissimi. In forza della fiducia di cui gode, il capo dello Stato può fare appello al Parlamento e al Paese perché al disopra degli interessi personali e del potere di un singolo esponente politico, sia difesa l’unità e assicurata la salvezza della Repubblica.

Messaggio alle Camere
di Gianfranco Pasquino

Caro Presidente,

vorrei chiarire a molti, ma anche a me stesso, il difficile compito che stai svolgendo. Mai come nei quattro turbolenti anni del tuo mandato, la tua carica si è rivelata centrale nel circuito istituzionale. Il ruolo della Presidenza della Repubblica, che alcuni costituzionalisti considerano ambiguo, è, invece, definito con sufficiente chiarezza: la rappresentanza dell’unità nazionale. A mio parere, questa rappresentanza si esprime nei rapporti con le altre istituzioni: governo, Parlamento, magistratura, in special modo, nel mantenere gli equilibri e le sfere di autonomia.

Del governo, non puoi che valutare con distacco e senza interferenze l’operato, anche rifiutandoti di autorizzarlo a presentare determinati disegni di legge. Quanto al Parlamento, puoi bloccare la promulgazione di alcune leggi e di alcuni decreti. Presiedi il Consiglio Superiore della Magistratura. Dunque, puoi parlare alto e forte sia contro gli attacchi ai magistrati sia a favore di una giustizia più efficiente e più “giusta”. La tua rappresentanza dell’unità nazionale ti consente anche di esprimerti ripetutamente sotto forma di dichiarazioni da tempo definite “moral suasion”. Se la scena politica fosse popolata da gentildonne e gentiluomini, la persuasione morale, ovvero, la tua predicazione civile, sarebbe sufficiente indirizzare verso comportamenti rispettosi della Costituzioni e improntati ad una rigorosa etica della politica.

Disponi, infine, di uno strumento più incisivo che consiste nell’inviare messaggi alle Camere. Siamo consapevoli che qualsiasi messaggio rischia di essere ignorato dai destinatari che insistano a perseguire i loro interessi politico-personali. Forse, però, se esiste un giudice a Berlino, è anche possibile che esista un’opinione pubblica in Italia. Un tuo messaggio, adeguatamente interpretato dagli opinion-leader, può influenzare il dibattito politico e, persino, i comportamenti di alcuni protagonisti. Probabilmente, è venuto il tempo di un tuo autorevole messaggio nel quale immagino e consiglio che tu suggerisca non quale stile di vita si attaglia ai governanti e ai rappresentanti (la valutazione è compito degli elettori), ma, che i conflitti fra le istituzioni debbono essere limitati e tenuti bassi, che nuove elezioni sono indispensabili qualora la maggioranza di governo non sia più tale o, semplicemente, non riesca più ad essere funzionante e operativa, che chi vuole davvero consentire al popolo di esercitare la sua sovranità ha l’obbligo di riformare la legge elettorale seguendo, per evitare pasticci all’italiana, un modello già esistente in Europa.

Magari non basterà, ma la tua voce autorevole avrà indicato percorsi istituzionali e democratici per evidenziare le alternative e costruire il futuro, nell’unità nazionale.

Dichiarare decaduto il governo Berlusconi
di Gino Spadon

Suggestivo l’articolo col quale Eugenio Scalfari s’interrogava sui poteri del Presidente della Repubblica. Difficilmente praticabili però, almeno a mio avviso,  i due percorsi che egli sembra prefigurare per togliere di mezzo, in maniera certo traumatica ma non anticostituzionale, l’attuale presidente del Consiglio. Il primo di questi percorsi prevede che il Presidente della Repubblica, preso atto del marasma in cui versa la nazione e dei gravi pericoli che essa corre a causa degli insanabili conflitti istituzionali, affidi a persona da lui scelta il compito di accertare l’esistenza di una maggioranza parlamentare a lui favorevole.

Percorso a mio avviso pressoché impraticabile visto che è ancora in carica un governo che gode della fiducia dei due rami del Parlamento. Il secondo percorso prevede, per scelta autonoma del Presidente della Repubblica, la nomina di un primo ministro che avrebbe il compito di presentarsi con un suo programma in Parlamento al fine di ottenerne la fiducia. Cammino anche questo impervio, benché esista un precedente risalente ai primi anni della Repubblica quando Luigi Einaudi, come nota lo stesso Scalfari, nominò presidente del Consiglio l’onorevole Pella senza che questi avesse una preliminare garanzia parlamentare. A me sembra meno complicata una terza via.

Il presidente Napolitano, nella sua veste di garante supremo della Costituzione dovrebbe rimuovere o dichiarare decaduto il primo ministro Silvio Berlusconi perché, nonostante il solenne giuramento prestato all’atto della sua nomina, egli ha tradito l’articolo 54 di detta costituzione che così statuisce: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di compierle con disciplina ed onore”.

Abbassare i toni ormai non basta
di Riccardo Lenzi

Dopo che per lungo tempo ogni sollecitazione (critica o costruttiva) al presidente della Repubblica è stata liquidata come “populismo” o “ignoranza della Costituzione”, oggi persino l’equilibratissimo Eugenio Scalfari osa fornire colti suggerimenti al popolarissimo Capo dello Stato. Fino a spingerlo, addirittura, a prendere in considerazione l’ipotesi di sfiduciare il governo a prescindere dalla maggioranza parlamentare. Nulla di scandaloso, nulla di anticostituzionale, per carità. Eppure…

Anche se l’attuale legge elettorale ha contribuito non poco alla progressiva demolizione della “centralità del Parlamento”, siamo sicuri che sia realisticamente sostenibile l’ipotesi di bypassare il voto del 14 dicembre che bocciò la sfiducia al governo? I precedenti rendono improbabile una simile forzatura. Il Presidente ha promulgato, firmandole, leggi come il lodo Alfano o lo scudo fiscale, rispondendo ai critici che rinviarle alle Camere sarebbe stato inutile, perché al secondo passaggio avrebbe dovuto firmarle comunque. Argomento poco convincente: il tempo in politica è oro. Anche l’attualità lo dimostra. Lo scorso novembre i piani alti delle istituzioni e della “opposizione” decisero di concedere al sultano di Arcore un mese di tempo prima di votare la sfiducia. Un aiuto insperato che ha reso possibile la tristemente nota campagna acquisti di parlamentari. Rinviare al Parlamento leggi in odore di anticostituzionalità, ritardandone l’approvazione, non è forse una modalità ineccepibile di svolgere il ruolo di garante della Costituzione?

L’invito del Presidente, oggi come ieri, è ad “abbassare i toni”. Siamo sicuri che basti abbassare il volume per uscire dalla cacofonia dell’attuale confronto politico? È populismo auspicare che, ogni tanto, si levino dal Colle poche parole, forti e chiare sebbene sussurrate, che diano un motivo di speranza a chi non si rassegna alla decostituzionalizzazione dell’Italia?

Ci sono momenti in cui i toni e la testa vanno alzati, prima che sia troppo tardi. Milioni di cittadine e cittadini che si oppongono all’applicazione del ‘piano di rinascita democratica’ di Licio Gelli & co non sono disposti ad abbassare né i toni né le orecchie.

 

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/caro-presidente-napolitano-ecco-come-salvare-l%E2%80%99italia-dalla-catastrofe-annunciata/#more-11100