Archive for gennaio 2011

Appello di Libertà e Giustizia per le dimissioni di Berlusconi

gennaio 22, 2011

link per aderire all’appello:  http://www.libertaegiustizia.it/2011/01/20/resignation-firma-lappello-di-leg/

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UN NOME DA ROSSORE

gennaio 22, 2011

LA VERGOGNA DI ESSERE ITALIANI E LA CORRESPONSABILITÀ DELLE GERARCHIE ECCLESIASTICHE

di PIERO STEFANI*

In una sera di maggio del 1915 un poeta vate, rivolgendosi alla folla accalcata in una piazza di Roma, così si esprimeva: «Su la nostra dignità umana, sulla dignità di ognuno, su la fronte di ognuno, su la mia, su la vostra, su quella dei vostri figli, su quella dei non nati, sta la minaccia di un marchio servile. Chiamarsi Italiano sarà nome da rossore …». Con queste, e altre ancor più veementi, parole un «grande» della letteratura italiana, Gabriele d’Annunzio, portava a compimento un esercizio di retorica che fingeva di premere sul governo al fine di prendere una decisione in effetti già assunta: l’ingresso in campo dell’Italia affianco dell’Intesa. Non fu una scelta di cui gloriarsi.

L’Italia di Berlusconi. In tutt’altro contesto, oggi si impongono con implacabile attualità, a patto di trascriverle al presente, alcune di quelle parole: «chiamarsi italiano è un nome da rossore». La vera ragione non è quella, pur reale, dell’immagine che si diffonde nel mondo legata agli inqualificabili comportamenti personali del presidente del consiglio. Lì, certo, ci sono ad abundantiam motivi di coprire le proprie guance di rubyno e tuttavia lo snodo fondamentale si trova altrove. Il vero motivo di vergogna che tutti ci accomuna è che, all’incirca da vent’anni, in Italia non si può fare a meno di riferirsi, in un modo o in un altro, a Berlusconi. Vi è un dato oggettivo: da quasi quattro lustri il Cavaliere è divenuto il perno su cui ruota l’intera vita nazionale.

Rigenerazione traumatica. Non siamo in una classica dittatura, le gigantografie di Berlusconi non appaiono agli angoli delle strade o sui palazzi istituzionali, nelle scuole o nei tribunali. Si tratterrebbe di un procedimento arcaico. Il fatto cruciale è che tutto il linguaggio della comunicazione, in modo diretto o indiretto, non riesce a ignorarlo o come persona o come stile di comportamento avversato e/o introiettato. Berlusconi si è impossessato dell’anima del paese. Questo è il vero motivo di incancellabile rossore. Essere all’opposizione politica è un rantolo di dignità, ma non sposta il baricentro della questione. Non ci si può dimenticare di lui. È lui che comanda il gioco. Prima o poi perderà; ma il torneo sarà sempre intitolato a lui anche dopo di lui. Lo sarà fino a quando non ci sarà una vera svolta. Giunti a questo punto, la rigenerazione dovrà, per forza, passare attraverso una fase traumatica, proprio come avvenne per l’altro ventennio: prospettiva realistica, ma non augurabile, i prezzi da pagare saranno infatti enormi.

Paese legale omogeneo a quello reale. Tutto è così. Quando ci si imbatte in forze positive impegnate nel sociale, nella concreta applicazione dei diritti, nell’elaborazione culturale seria, allora sorge, inevitabile, un interrogativo: come è possibile che un paese che ha queste potenzialità abbia una vita e un’immagine pubbliche così degradate? A parti rovesciate, la stessa conclusione va tratta quando ci si imbatte in comportamenti e stili di vita volgari, egoistici, narcisistici e dissipatori pervarsivamente presenti tra noi. In tal caso si è obbligati a constatare quanta terribile omogeneità ci sia tra il «paese reale» e quello legale. Se si contemplano le opere d’arte del passato o si è avvinti dalla grande musica e letteratura dell’Italia di un tempo, ci si chiede come è possibile che una civiltà capace di aver prodotto quelle realtà si sia ridotta così. Se si è di fronte alla liturgia pubblica dei picchetti di onore, delle toghe, delle deposizioni di corone di alloro, delle solenni sedute inaugurali, delle celebrazioni e degli anniversari sorge, inevitabile, un senso di smarrimento constatando la vuotezza di quella ritualità di fronte al vero volto dell’Italia. Su questo declivio si potrebbe continuare, fino a giungere alla minuscola esemplificazione costituita da queste righe, anch’esse prigioniere di quello spettro che si aggira tra noi e dentro di noi.

Il modello «tirannico» (in senso classico) di chi governa la cosa pubblica in base al proprio interesse privato si è capovolto fino a far sì che anche il privato di ciascuno sia impregnato da un diuturno confronto con quello stile pubblico. Quando ci si alza la mattina, si è coperti da un rossore contraddistinto da tratti depressivi: non ce ne liberiamo, siamo ancora qui, non riusciamo a coagulare forze per uscirne. Nell’orizzonte italico vi è un altro rosso, quello cardinalizio. Anch’esso è ormai segno di vergogna. Quando il primo ventennio aveva imboccato la strada dello sfacelo, ci fu qualche sussulto; è il caso degli ultimi mesi di pontificato di Pio XI. Tuttavia neppure allora ci fu una seria messa in discussione dello scoperto appoggio che si era dato in precedenza. Né avvenne alcuna franca ammissione di aver sbagliato. La statura culturale di papa Ratti è imparagonabile a quella di un Bertone, di un Ruini o dell’evanescente Bagnasco. Da lui ci si poteva, forse, aspettare qualcosa, dagli odierni cardinali non è dato attendere nulla e i loro tardivi distinguo non fanno che rendere più intensa la porpora presente sui loro abiti e sulle nostre guance. Semplicemente essi non sono all’altezza di comprendere il dramma del nostro paese in quanto ne sono parzialmente corresponsabili.

*Fonte: http://pierostefani.myblog.it/ Pensiero n. 324


I SEGRETI DI WIKILEAKS SONO SEGRETI DI PULCINELLA?

gennaio 14, 2011

SMASCHERANO LA SFIDUCIA CHE I POTENTI NUTRONO VERSO DI NOI, POPOLI SATELLITI

14-01-2011

di Raniero La Valle

Governi e ministri di mezzo mondo negano e minimizzano i rapporti dei funzionati Usa quasi sempre sprezzanti a proposito dei paesi “amici”. Un modo di rispondere è cambiare la diplomazia e bonificare i poteri

L’avvenimento che ha sconvolto l’ordine costituito sulla fine dell’anno 2010 è stato la pubblicazione sui siti web e sui giornali di tutti i Paesi dei documenti riservati e segreti della diplomazia americana; sono documenti che raccontano la cultura, le paure, i giudizi, i pregiudizi, le fonti che sono all’origine delle decisioni politiche che attraverso il frullatore del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca sono diventati il governo americano del mondo.

Lasciamo stare il dibattito sulla legittimità della provvista e della pubblicazione di questi testi, sulla qualità e novità delle informazioni che vi sono veicolate, sulla libertà di stampa, sui reati piccoli e grandi di cui il responsabile di WikiLeaks, Assange, avrebbe compiuto e sulla eccentricità del suo arresto e della sua provvisoria detenzione in un carcere di Londra sotto l’imputazione di tutt’altre colpe. Tutto questo è cronaca. Ma, al di là della cronaca, quello che è avvenuto investe la grande storia, e potrebbe avere un impatto durevole su di essa. Quello che è avvenuto è che le nuove tecnologie, giunte alla portata di tutti e bucando ogni possibile difesa di segreti e di archivi, hanno operato la più grande spoliazione del potere vigente che mai si ricordi. Il re è nudo, il potere è stato svelato nei suoi pensieri e nelle sue pulsioni, al netto della menzogna e dell’ipocrisia di cui solitamente si riveste e con cui si presenta in società. Il potere senza la cipria del “politicamente corretto”, ma invece altamente scorretto, inconfessabile.

Altre volte pubblicazione di documenti segreti e fuga di notizie avevano mostrato il volto ripugnante del potere, quale effettivamente era stato esercitato. La pubblicazione dei “Pentagon Papers” sulla guerra del Vietnam, mostrò come uno dei più grandi delitti della seconda metà del Novecento, corredato peraltro dalle motivazioni più nobili ed altruiste, quale fu appunto la guerra del Vietnam, era stato premeditato e architettato a partire da una bugia, cioè dal falso dell’attacco delle motovedette vietnamite alle navi americane nel golfo del Tonchino. Un’altra guerra idealizzata come santa crociata per i diritti umani, quella contro l’Iraq di Saddam, è finita nell’orrore delle torture svelate dai filmati di Abu Ghraib. Ma mai il potere era stato smascherato nella sua ordinaria meschinità e doppiezza, come nei 250 mila “files” pubblicati da WikiLeaks. Quello che scrivono gli ambasciatori nei loro rapporti a Washington saranno pure segreti di Pulcinella e notizie attinte dai giornali di opposizione, ma è un fatto che questi sono gli occhi con cui l’America, questo sovrano del mondo, guarda ai suoi interlocutori e giudica quello che accade nel processo di formazione delle sue decisioni politiche.

Per questo la diplomazia è sempre stata segreta, a partire dalle lettere che un famoso ambasciatore della Serenissima Repubblica di Venezia scriveva da Roma descrivendo il papato come un concentrato di “volere assoluto e dominio dispotico e monarchia spirituale di tutto il Christianesimo”; come segreti erano i rapporti dei Nunzi, nati nello stesso periodo, ad imitazione degli Stati, per quella simbiosi tra istituzioni statali ed ecclesiastiche da cui è nata la modernità, come racconta Paolo Prodi nel suo recente e prezioso “Il paradigma tridentino”. Ed è per questo che la diplomazia doveva restare segreta, sicché la sua attuale traduzione in spettacolo è stata considerata dal ministro Frattini il suo “8 settembre”.

Oggi sappiamo che questo segreto non è più possibile. Qualcuno ritiene ciò una catastrofe, noi la riteniamo una benedizione. Sempre che si reagisca nel modo giusto. Vi sono infatti due modi per rispondere a questa débacle del segreto diplomatico e politico. Uno è quello di rendere il segreto ancora più segreto, di armarlo di mezzi di contrasto, di complicare codici e cifrati, di punire i divulgatori, di fare del web il campo di battaglia di una nuova guerra come contro il terrorismo. Questa risposta è inutile e vecchia.

L’altro modo di rispondere è di cambiare la diplomazia e la politica, di bonificare il potere. Rendere il potere compatibile con la verità, sicché la verità non diventi una diffamazione per lui. Dio sa quanto ne avremmo bisogno in Italia (e qui gli americani hanno visto giusto). Occorre rompere il legame tra potere e menzogna, tra il politicamente corretto e i paludamenti dell’ipocrisia.

Bisogna pensare solo ciò di cui si possa rispondere agendo, scrivere solo ciò che un giorno possa essere pubblicato, dire solo ciò che non debba rimanere occulto, ma possa essere gridato sui tetti. Complici la tecnologia, Internet, i siti, gli hackers, l’intelligenza laica, può perfino darsi che l’esercizio del potere debba essere piegato alla norma evangelica: “Il vostro parlare sia sì sì, no no; il di più viene dal maligno”.

 

Fonte:  http://domani.arcoiris.tv/i-segreti-di-wikileaks-sono-segreti-di-pulcinella-smascherano-la-sfiducia-che-i-potenti-nutrono-verso-di-noi-popoli-satelliti/#more-10942