Archive for dicembre 2010

L’UNIVERSITÀ E IL MITO MERITOCRATICO

dicembre 23, 2010
 

di  Guglielmo Forges Davanzati*

Sulla cosiddetta riforma dell’Università, è bene sgombrare il campo da un equivoco: il suo reale obiettivo non è introdurre criteri di valutazione che premino il merito, bensì operare un depotenziamento del sistema formativo pubblico che non ha precedenti nella storia recente del Paese[1]. Depotenziamento che è già, in parte, passato attraverso la legge 33/2008, con la quale si è provveduto a sottrarre al sistema universitario pubblico circa un miliardo e mezzo di euro, per il biennio 2010-2011, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di molti Atenei. I fondi recuperabili con la Legge di stabilità non serviranno a ripianare i bilanci degli Atenei italiani, ma, nella migliore delle ipotesi, ad arginare le proteste degli attuali ricercatori in ruolo, che hanno consentito – negli anni passati – la sopravvivenza di corsi di studio, svolgendo attività didattica non retribuita, e ai quali il Ministero offre oggi in cambio la messa ad esaurimento del loro ruolo. Peraltro – e non si tratta di un aspetto marginale – la riduzione dei finanziamenti è ‘lineare’, ovvero non tiene conto delle variabili di contesto (PIL procapite, tassi di disoccupazione) e, dunque, grava maggiormente sulle Università meridionali. La delegittimazione mediatica del sistema universitario pubblico (che regge sulla duplice retorica dei professori ‘baroni’ e ‘fannulloni’) sostiene questo disegno[2].

Sebbene nessuno possa negare che casi, anche frequenti, di nepotismo negli Atenei italiani esistano, occorre sottolineare che l’intervento legislativo non contiene misure che pongano argini a questi problemi[3]. Queste misure sono demandate a regolamenti che il Ministero dovrà emanare successivamente all’approvazione della Legge, e alcune sono di difficilissima attuazione (si pensi alla previsione, di cui all’attuale stesura del DDL Gelmini, di commissioni concorsuali nelle quali uno dei componenti deve essere un docente strutturato in una Università dell’area OCSE). Misure ulteriori che si aggiungono agli oltre 1.500 provvedimenti che hanno riguardato l’Università nell’ultimo decennio. Difficile, poi, immaginare che il merito venga premiato con la precarizzazione del ruolo di ricercatore. Nella stesura attuale del disegno di Legge, si prevede che i ricercatori verranno assunti con contratti a tempo determinato triennali, rinnovabili, ai quali può far seguito la prosecuzione dell’attività di ricerca solo in caso di definitiva stabilizzazione: il che, con il taglio dei finanziamenti, è un’ipotesi piuttosto ardua[4].

E’ del tutto evidente che questo dispositivo non ha nulla a che fare con il merito e, semmai, può produrre danni rilevanti, generando esiti esattamente opposti a quelli che si dichiara voler ottenere: accentuare la ‘fuga di cervelli’, già in atto, e reclutare ricercatori qualitativamente inferiori a quelli che si potrebbero assumere con contratti a tempo indeterminato e stipendi più alti. L’esito esattamente opposto a quello che i sostenitori della riforma dichiarano di voler ottenere.

Il DDL Gelmini, come è noto, è apertamente sostenuto da Confindustria, ed è di fatto pensato dal Ministero dell’Economia. Per comprendere le ragioni del sostegno imprenditoriale alla riforma è opportuno partire da alcuni dati.

L’ultimo Rapporto Almalaurea certifica che fra i 27 paesi dell’Unione Europea, il finanziamento pubblico in istruzione superiore italiano è più elevato solo di quello della Bulgaria. Il quadro non migliora nel settore strategico della Ricerca e Sviluppo al quale l’Italia ha destinato l’1,2% del PIL nel 2007, risultando così ultimo fra i Paesi più avanzati. A fronte del sottofinanziamento della ricerca, si rileva che le pubblicazioni dei ricercatori italiani – per quantità e qualità – sono classificate fra le prime dieci al mondo[5]. Aumenta sensibilmente la disoccupazione rispetto allo scorso anno, e non solo fra i laureati triennali. La disoccupazione cresce anche fra i laureati magistrali, dal 14 al 21%. Infine cresce anche fra i c.d. specialistici a ciclo unico (laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza), dal 9 al 15%. Una tendenza questa che si registra indipendentemente dal percorso di studio (anche fra i laureati tradizionalmente caratterizzati da un più favorevole posizionamento sul mercato del lavoro, come gli ingegneri) e dalla sede degli studi e che si estende anche ai laureati a tre ed a cinque anni dal conseguimento del titolo. Diminuisce il lavoro stabile e le retribuzioni medie, a un anno dalla laurea, si assestano attorno a 1.100 euro ad un anno dalla laurea. Ciononostante, la condizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei diplomati di scuola secondaria superiore. Nell’intero arco della vita lavorativa, i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore rispetto ai diplomati (78,5 contro 67%). Viene confermato che la retribuzione premia i titoli di studio superiori: nell’intervallo compreso fra i 25 e i 64 anni di età, essa risulta più elevata del 55% rispetto a quella percepita dai diplomati di scuola secondaria superiore. Si tratta di un differenziale retributivo in linea con quanto rilevato in Germania, Regno Unito e Francia.

Nel caso italiano, il migliore posizionamento dei laureati nel mercato del lavoro discende dal fatto che – essendo l’Italia fra i Paesi OCSE quello con minore mobilità sociale – i laureati provengono, di norma, da famiglie più ricche rispetto ai non laureati e, conseguentemente, potendo disporre di redditi non da lavoro, hanno maggior potere contrattuale. La riduzione dei finanziamenti pubblici, inducendo gli Atenei ad aumentare le tasse universitarie, non può che produrre un duplice effetto negativo. In primo luogo, e in linea generale, l’aumento della tassazione rende più difficile la mobilità sociale, dal momento che un numero minore di giovani potrà permettersi di pagarle. In secondo luogo, questa misura si renderà necessaria nei casi nei quali la decurtazione dei finanziamenti pubblici non è compensata da finanziamenti privati. Il che riguarda la gran parte degli Atenei meridionali, con la conseguenza che il sottofinanziamento del sistema universitario pubblico penalizzerà soprattutto i giovani meridionali. In sostanza, il provvedimento incide negativamente sulla (già bassa) mobilità sociale italiana ed è oggettivamente redistribuivo a danno del Mezzogiorno. Ed è un provvedimento che non solo non agisce sul merito dei ricercatori, ma finisce per penalizzare gli studenti meritevoli con basso reddito.

A ciò si può aggiungere che, da oltre un decennio, è in atto un significativo processo di accentuazione dell’overeducation, ovvero di ‘eccesso di istruzione’ rispetto alla domanda di lavoro qualificato espressa dalle imprese. Acquisita la laurea, si svolgono attività non adeguate alle competenze acquisite o, soprattutto nel caso del Mezzogiorno, si emigra. L’eccesso di offerta di lavoro qualificato dipende essenzialmente dalla bassa propensione all’innovazione da parte delle imprese italiane, a sua volta imputabile in primis alle piccole dimensioni aziendali e – dato non irrilevante – al fatto che solo il 14% dei nostri imprenditori è in possesso di laurea[6]. E’ chiaro che in un Paese nel quale non si produce innovazione – se non per rare eccezioni – il finanziamento della ricerca scientifica è solo un costo, al quale le nostre imprese neppure riescono a far fronte reclutando dall’estero manodopera qualificata. E’ una buona ragione, sul fronte confindustriale, per dare sostegno e impulso alla politica dei tagli all’istruzione, continuando a perseguire una modalità di competizione basata sulla compressione dei costi (e dei salari, in primis)[7].

[1] La valutazione della ricerca è demandata all’ANVUR, agenzia costituita nel 2006 mai resa operativa. In ogni caso, il DDL Gelmini stabilisce un dispositivo premiale per la produttività scientifica nella misura massima del 10% del fondo di funzionamento ordinario
[2] Occorre rilevare che il DDL Gelmini non solo non incide su questo problema, semmai lo accentua. Se per “baroni” si intendono i professori di I fascia, le nuove disposizioni normative – in quanto attribuiscono loro la gran parte del potere di decisione sulla governance degli Atenei e sul reclutamento – rendono l’Università italiana più gerarchizzata e, dunque, potenzialmente più “baronale”.
[3] La previsione di un codice etico può fare ben poco a riguardo, anche in considerazione del fatto che la gran parte delle Università italiane negli ultimi anni si sono dotate di codici etici. Può fare ben poco perché un codice etico indica ciò che non occorrerebbe fare, ma non contiene misure di sanzionamento di comportamenti eticamente censurabili.
[4] A ciò si aggiunge che la disposizione di blocco degli scatti stipendiali (resi ora triennali) penalizza maggiormente coloro che, in Università, percepiscono gli stipendi più bassi, ovvero proprio i ricercatori (a tempo indeterminato, con ruolo ad esaurimento) e a tempo determinato, a legislazione vigente.
[5] Cfr. http://www.chim.unipr.it/riforma.pdf
[6] E’ quanto risulta dall’ultimo censimento Almalaurea. Si veda http://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione08/premessa2.shtml
[7] Per una trattazione più ampia di questo aspetto, si rinvia al mio L’Università che piace a Confindustria, su questa rivista.

*Fonte:http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/luniversita-e-il-mito-meritocratico/


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SOPRAVVIVE IL BERLUSCONISMO

dicembre 16, 2010

AFFARI TRAVESTITI DA PATRIOTTISMO

È l’eredità peggiore del governo in agonia. Berluscones da vendere e comprare; berluscones che sventolano il tricolore gridando “l’Italia siamo noi”. E il loro Cavaliere annuncia in parlamento il sogno di un governo senza “interferenze parlamentari”. Tornano le aule inutili e grigie di Mussolini

 

16-12-2010

di Raniero La Valle

I dolori non finiscono mai, così Berlusconi è ancora lì col suo governo, dopo la “due giorni” parlamentare giunta talmente in ritardo, dopo un mese dalla presentazione della mozione di sfiducia, e di favori fatti al presidente del Consiglio, da ribaltare il previsto risultato del voto. Quello che è avvenuto tra il 13 e il 14 dicembre in Parlamento dimostra che ormai il problema della salvezza della nostra Repubblica non è riducibile al superamento di Berlusconi, ma è legato al superamento del berlusconismo; la corruzione delle persone e delle idee infatti è scesa per i rami, e dai vertici del potere attraversando il Parlamento si diffonde nel Paese penetrando, in cerca di legittimazione, nel senso comune.

Lo sfondo è uno sfondo di violenza, che a Roma è venuta alla superficie nella guerriglia urbana provocata dai black bloc in coincidenza con il voto parlamentare. Ma almeno due volte gli attori principali della scena politica hanno sprigionato una violenza non meno pericolosa di quella dei black bloc. La prima si annidava nel discorso antiparlamentare del presidente del Consiglio, laddove egli sosteneva che un capo del governo eletto dal popolo non può che essere rimosso dal popolo: “se un governo non ha bene operato e deve lasciare”, deve essere il popolo infatti a deciderlo (a tempo debito, con le elezioni), mentre non avrebbero questa facoltà i Parlamenti che sono chiamati a “interpretare e rappresentare” la volontà popolare (espressasi nella nomina del capo del governo), non a “sostituirvisi”; il che vuol dire che per cinque anni il governo dovrebbe essere immune da qualsiasi interferenza parlamentare, con la conseguenza che la protesta contro un governo che “non opera bene” e che perciò dovrebbe “lasciare”, non potrebbe manifestarsi che attraverso gli operai che salgono sulle gru, i disoccupati che salgono sui tetti, gli studenti che occupano aeroporti e ferrovie, e black bloc che spaccano tutto. In tal modo l’insindacabilità e imperturbabilità dei governi sarebbe pagata con la collera e la violenza sociale.

La seconda violenza si è avuta quando, dopo l’esito favorevole del voto, la gioia incontenibile dei deputati della maggioranza si è manifestata con lo sventolio dei tricolori, che hanno pavesato di bianco rosso e verde metà dell’aula di Montecitorio. Qui la violenza stava nell’interpretare la propria vittoria come una vittoria dell’Italia, come se l’altra non fosse Italia, e anzi nel presentare la propria parte come l’unica qualificata a dirsi italiana. Ciò voleva dire mettere fuori l’altra metà (e anzi più) dell’Italia, radiarla dalla comunità nazionale, considerarla indegna di appartenervi; che se poi quest’altra Italia dovesse governare sarebbe, come aveva detto il premier, un “orrore”. Dunque la spaccatura radicale e violenta che questa politica infligge alla società italiana è di dividerla tra un’Italia che fa meraviglie e un’Italia che fa orrore. E come possono stare insieme sullo stesso territorio?

A questo punto è meglio che, al più presto, si vada alle elezioni, pensando però alla prossima legislatura non come la ripetizione e lo sviluppo dei mali passati, ma come una legislatura ricostruttiva e ricostituente, in cui si ricomponga l’unità del Paese, si ripristini l’idea del bene comune, si ristabilisca la stima fra le parti contrapposte e si facciano quelle riforme che possano dare uno sbocco efficace e mite alla ormai troppo lunga transizione italiana.

Per avere una legislatura così, non ci si può arrivare né con la riduzione della battaglia a due soli contendenti né con quella forzatura rappresentata dal premio di maggioranza previsto dalla legge Calderoli. Senonché la stessa legge Calderoli prevede e permette che un adeguato collegamento tecnico-istituzionale tra forze politiche diverse produca un risultato elettorale tale che vada al di là di quello per il quale è destinato a scattare il premio di maggioranza. In tal caso non si avrebbe alcuna manipolazione del voto in sede di attribuzione dei seggi, i quali sarebbero distribuiti tra tutti i partiti, dell’uno e dell’altro schieramento, secondo la reale forza di ciascuno in modo proporzionale. Ciò permetterebbe un momento di tregua nella durezza della contrapposizione politica, e la formazione di un Parlamento più capace di dialogo e più sereno, sia per fare una nuova legge elettorale, sia per decidere con più vasti e articolati consensi la strada che deve prendere il Paese. Quanto al governo esso sarebbe formato dalle forze che abbiano ricevuto i maggiori consensi, che siano più affini tra loro e abbiano la maggiore capacità di aggregazione.

È questa la proposta che i Comitati Dossetti per la Costituzione faranno a tutti i partiti in un convegno che si terrà a Bologna il 28 gennaio prossimo.

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/sopravvive-il-berlusconismo-affari-travestiti-da-patriottismo/