Archive for novembre 2010

COMUNICATO STAMPA

novembre 27, 2010

In relazione alle notizie di stampa riguardanti la concessione in affitto a Forza Nuova di un palazzo del Comune di Milano in Corso Buenos Aires, il Comitato per la Difesa e l’Attuazione della Costituzione di Merate (Lc) esprime sconcerto e indignazione. È infatti di dominio pubblico la natura fascistoide di questa associazione che si è distinta per le sue posizioni di estrema destra radicale e violenta. La città di Milano, medaglia d’oro della Resistenza al fascismo, non merita questo insulto. Come cittadini di un Paese che ha pagato un prezzo altissimo, per riconquistare libertà e diritti che il fascismo aveva abolito, chiediamo al Comune di Milano di annullare questa concessione, improvvidamente rilasciata in spregio allo spirito e alla lettera della Costituzione. Invitiamo le forze politiche di opposizione presenti nel Consiglio Comunale di Milano ad intervenire, sollecitando la partecipazione della cittadinanza di Milano e della Lombardia a iniziative pubbliche adeguate alla gravità del caso.

 

12 dic. 2010

Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha revocato l’assegnazione di uno spazio commerciale di circa 200 metri quadri in corso Buenos Aires e di proprietà comunale che il partito di Forza Nuova si era aggiudicato mediante una gara a evidenza pubblica per farne una propria sede.

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L’ITALIA DEL SOTTOSUOLO

novembre 18, 2010

REGGERE IL POTERE NON MALGRADO, MA GRAZIE AL CONFLITTO DI INTERESSE

di  BARBARA SPINELLI La Repubblica — 17 novembre 2010   pagine 1 e 30

 

Sono settimane ormai che l’annuncio è nell’aria: il governo Berlusconi sta finendo, anzi è già finito. Il suo regno, la sua epoca, sono morti. È sempre lì sul palcoscenico, come nelle opere liriche dove le regine ci mettono un sacco di tempo a fare quel che cantano, ma il sipario dovrà pur cadere. Anche i giornali stranieri assistono al funerale, nei modi con cui da sempre osservano l’Italia: il feeling, scrive l’Economist, la sensazione, è che la commedia sia finita. Burlesquoni è un brutto scherzo di ieri.

In realtà c’è poco da ridere, e il ventennio che abbiamo alle spalle è infinitamente più serio. Non siamo all’epilogo dei Pagliacci, e non basta un feeling per spodestare chi è sul trono non grazie a sentimenti ma a una macchina di guerra ben oleata. Per uscire dalla storia lunga che abbiamo vissuto – non 16 anni, ma un quarto di secolo che ha visto poteri nati antipolitici assumere poi il comando – bisogna, di questo potere, averne capito la forza, la stoffa, gli ingredienti. Non è un clown che si congeda, né l’antropologia dell’uomo solitario aiuta a capire. I misteri di un’opera sono nell’opera, non nell’autore, Proust lo sapeva: «Un libro è il prodotto di un io diverso da quello che manifestiamo nelle nostre abitudini, nella società, nei nostri vizi». Sicché è l’opera che va guardata in faccia, per liberarsene senza rompersi ancora una volta le ossa.

Chi vagheggia governi tecnici o elezioni subito, a sinistra, parla di regime ma ne sottovaluta le risorse, la penetrazione dei cervelli. Un regime fondato sull’antipolitica – o meglio sulla sostituzione della politica con poteri estranei o ostili alla politica, anche malavitosi – può esser superato solo da chi è stato detronizzato. Nessun tecnico potrà resuscitare le istituzioni offese. Può farlo solo la politica, e solo se essa si dà del tempo prima del voto.

Capire il regime vuol dire liberare quello che esso ha calpestato, e quindi non solo mutare la legge elettorale. Non è quest’ultima a rendere anomala l’Italia: se così fosse, basterebbe un gesto breve, secco. Quel che l’ha resa anomala è l’ascesa irresistibile di un uomo che fa politica come magnate mediatico. Berlusconi ha conquistato e retto il potere non malgrado il conflitto d’interessi, ma grazie ad esso. Il conflitto non è sabbia ma olio del suo ingranaggio, droga del suo carisma. La porcata più vera, anche se tabuizzata, è qui. La privatizzazione della politica e dei suoi simboli (non si governa più a Palazzo Chigi ma nel privato di Palazzo Grazioli) è divenuta la caratteristica dell’Italia.

Proviamo allora a esaminare i passati decenni, oltre l’avventura iniziata nel ‘94. L’avventura è il risultato di un’opera vasta, finanziata torbidamente e cominciata con l’idea di una nuova pòlis, un’altra civiltà. Un progetto – è Confalonieri a dirlo – che «ha contribuito a cambiare il clima grigio e penitenziale degli anni ‘70, ed è stato un elemento di liberazione. Ha portato più America e più consumi, più allegria e meno bigottismo». Più America, consumi, allegria: la civiltà-modello per l’Italia divenne Milano2, una gated community abitata da consumatori ansiosi di proteggersi dal brutto mondo esterno, di sentirsi più liberi che cittadini. E al suo centro una televisione a circuito chiuso, che intrattenendo distrae, occulta, manipola: nel ‘74 si chiama Milano-2, diverrà l’impero Mediaset. Quando andrà al potere, il Cavaliere controllerà tutte le reti: le personali e le pubbliche.

Tutto questo non è senza conseguenze: cadendo, il Premier non lascia dietro di sé una società sbriciolata. Il paese in briciole è stato da principio sua forza, sua linfa. Non si tratta di profittare di subitanei sbriciolamenti, ma di far capire agli italiani che su questo sfaldamento Berlusconi ha edificato la sua politica. Che su questo ha costruito: sul maciullamento delle menti, non sull’individualismo. Su un’Italia che somiglia all’Uomo del sottosuolo di Dostojevski: un’Italia che rifiuta di vedere la realtà; che «segue i propri capricci prendendoli per interessi»; che giudica intollerabile che 2+2 faccia 4. Un’Italia che «vive un freddo e disperato stato di mezza disperazione e mezza fede, contenta di rintanarsi nel sottosuolo». Un’Italia arrabbiata contro chiunque vorrebbe illuminarla (la stampa, o Marchionne, o i magistrati) così come l’America arrabbiata del Tea Party il cui ossessivo bersaglio è la stampa indipendente.

Correggendo solo la legge elettorale si banalizza la patologia. Altre misure s’impongono, che permettano agli italiani di comprendere quanto sono stati intossicati. Esse riguardano il controllo di Berlusconi sull’informazione e il conflitto d’interessi. La profonda diffidenza verso una società bene informata (per Kant è l’essenza dei Lumi) caratterizza il suo regime. «Non leggete i giornali!» – «Non guardate certi programmi Tv!»: ripete. Gli italiani devono restare nel sottosuolo, eternamente incattiviti. Altro che allegria. È sulla loro parte oscura, triste, che scommette. Qualsiasi governo che non si proponga di portar luce, di riequilibrare il mercato dell’informazione, fallirà.

Per questo è importante un governo di alleanza costituzionale che raggiusti le istituzioni prima del voto, e un ruolo prioritario è riservato non solo a Fini ma alle opposizioni. Fini farà cadere il Premier ma l’intransigenza sul conflitto d’interessi spetta alla sinistra, nonostante gli ostacoli esistenti nel suo stesso seno. Del regime, infatti, il Pd non è incolpevole. Fu lui a consolidarlo con un patto preciso: la conquista di suoi spazi nella Rai, in cambio del potere mediatico del Cavaliere. Tutti hanno rovinato la tv, pur sapendo che il 69,3 per cento degli italiani decide come votare guardandola (dati Censis).

A partire dal momento in cui fu data a Berlusconi l’assicurazione che l’impero non sarebbe stato toccato, si è rinunciato a considerare anomali la sua ascesa, il conflitto d’interessi. E i responsabili sono tanti, a sinistra, cominciando da D’Alema quando assicurò, visitando Mediaset nel ‘96: «Non ci sarà nessun Day After, avremo la serenità per trovare intese. Mediaset è un patrimonio di tutta l’Italia». La verità l’ha detta Luciano Violante, il giorno che si discusse la legge Frattini sul conflitto d’interessi alla Camera, il 28-2-02: «L’on. Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena – non adesso, nel ‘94 quando ci fu il cambio di governo – che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l’on. Letta… Voi ci avete accusato nonostante non avessimo fatto la legge sul conflitto d’interessi e dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni… Durante i governi di centrosinistra il fatturato Mediaset è aumentato di 25 volte!». Il programma dell’Ulivo promise di eliminare conflitto e duopolio tv, nel ‘96. Non successe nulla. Nel luglio ‘96, la legge Maccanico ignorò la sentenza della Consulta (Fininvest deve scendere da tre a due tv). Lo stesso dicasi per l’indipendenza Rai. È il centrosinistra che blocca, nell’ultimo governo Prodi, i piani che la sganciano dal potere partitico. A luglio Bersani ha presentato un disegno di legge che chiede alla politica di «fare un passo indietro». Non è detto che nel Pd tutti lo sostengano. Una BBC italiana è invisa a tanti.

Se davvero si vuol uscire dall’anomalia, è all’idea di Sylos Labini che urge tornare: all’ineleggibilità di chi è titolare di una concessione pubblica, secondo la legge del 30 marzo ‘57. D’altronde non fu Sylos a dire che l’ineleggibilità è la sola soluzione. Il primo fu Confalonieri, il 25-6-2000 in un’intervista a Curzio Maltese sulla Repubblica. Sostiene Confalonieri che l’Italia, non essendo l’Inghilterra della Magna Charta, non può permettersi di applicare le proprie leggi. Forse perché il paese è sprezzato molto. Forse perché c’è chi lo ritiene incapace di uscire dal sottosuolo, dopo una generazione. –

 

RADICI IDEOLOGICHE DELLA CRISI ECONOMICA*

novembre 10, 2010

DALLO SDOGANAMENTO DELL’AVIDITÀ, AL TRIONFO DELL’IMBECILLITÀ SPECULATIVA

Non esiste il caso, perché il caso è la Provvidenza degli imbecilli, e la Giustizia vuole che gli imbecilli non abbiano Provvidenza. Léon Bloy

Nuova destra americana.  «Accetta il fatto che il conseguimento della tua felicità sia il solo scopo morale della tua vita […]. A fondamento e protezione della tua autostima, impara a trattare come cannibale chiunque ti chieda aiuto [sic!]» (pag. 120). Questa citazione è tratta dal testo fondativo del Movimento Oggettivista – uno dei punti di riferimento della nuova destra americana – cui appartiene anche Alan Greespan, l’influente presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006. Tesi centrale del movimento è che l’avidità è il meccanismo principale che regola l’ordine sociale ed è buona in sé, per cui ogni tentativo di contenerla è un male. Non è certo un’idea nuova, avendo precedenti nel vecchio pensiero di Mandeville e in tutta la teoria liberista, oggi predominante. Questa, partendo dall’assunto antropologico dell’homo economicus, uomo appunto avido ed egoista, giunge alla conclusione che si raggiunge meglio il fine dell’economia, l’aumento della ricchezza, affidandosi al mercato libero, cioè senza vincoli, incentivi o controlli governativi. Questo è sostanzialmente il pensiero unico della globalizzazione, ovunque diffuso generosamente dai media, ormai da decenni. Si tratta di una vera e propria ideologia del mercato, secondo la quale il mercato ha sempre ragione e ogni branca dell’economia va sottoposta al solo giudizio del mercato: anche la finanza.

 

Finanza speculativa.  Già nel suo etimo, finanza indica una finalizzazione: al consumo o agli investimenti. Oggi, con la globalizzazione, la finanza è diventata sempre più autoreferenziale – diviene fine a sé e in sé. Si “investe” in borsa, così come si gioca al lotto. Non ha più spazio la parola saggezza, o ciò che diceva Galbraith: «è bene che ogni tanto i soldi vengano separati dagli imbecilli». “Ed è bene che così avvenga, perché sono molti gli innocenti che pagano per la hybris degli imbecilli di cui parla Léon Bloy” (pag. 117). La miccia iniziale dell’attuale crisi economica è stata la speculazione finanziaria, resa possibile da strumenti e prodotti finanziari mai visti in precedenza, che rendono persino difficile la valutazione del rischio. Mai infatti il valore di un prodotto finanziario complesso dovrebbe eccedere il valore della sua componente più debole, così come la forza di una catena è quella del suo anello più debole. Ma alla base dell’euforia finanziaria c’è stata una «bolla mentale», un senso di onnipotenza, che ha toccato non solo gli addetti ai lavori, ma anche autorità politiche, centri mediatici e persino ambienti universitari e di ricerca.

 

Nelle due grandi crisi del capitalismo moderno, quella del 1929 e quella odierna, “l’avidità e il successo individuale sono stati eretti a ideale collettivo, all’ideale impossibile che ciascuno può stare meglio degli altri” (pag. 118), ed è innegabile la responsabilità degli economisti, dato che i loro lavori scientifici diffondono un certo modo di pensare e vengono presi a riferimento dal decisore politico. Si ha così “un’alternanza sistematica di avidità e panico. Né vale opporre a tale affermazione l’argomento secondo cui il panico sarebbe conseguenza di comportamenti irrazionali da parte degli operatori. Perché il panico è nient’altro che un’euforia con il segno meno davanti; dunque se l’euforia è razionale, anche il panico lo è” (pagg. 117-118). “Mai prima d’ora «l’amore per il denaro» – per usare l’espressione di Keynes – aveva condotto il sistema capitalistico a eccessi quali le remunerazioni astronomiche dei manager slegate da ogni riferimento alla loro produttività; l’aumento scandaloso delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito; il degrado ambientale; il passaggio dalla concezione dell’impresa come associazione a quella come merce, che in quanto tale può essere comprata e venduta in qualsiasi momento; la generazione di rendite finanziarie stratosferiche che contribuiscono al deprezzamento del futuro. Alla luce di questi fatti, è palese come l’avidità e la cupidigia siano diventati i beni patrimoniali più tossici della finanza mondiale” (pag. 120).

 

In definitiva sembra che si possa trarre da questi brevi cenni alcune indicazioni. Anzitutto di non perdere mai equilibrio e buon senso. Non si può non prendere le distanze dalle teorie liberiste, quando consentono gli eccessi sopra elencati e portano a crisi della gravità di quella presente. Sembra giunto il momento di rivedere le ipotesi di base, su cui sono state costruite. Come quella dell’homo economicus, che ha sdoganato il comportamento avido ed egoista, chiudendo gli occhi sulla psicologia e moralità degli operatori. Ma vanno pure rimessi in discussione metodi e obiettivi dell’economia; ad es.: è sempre accettabile l’obiettivo della massimizzazione della ricchezza materiale o non è il caso di pensare anche alla crescita umana delle persone? Sembra che l’economia si sia concentrata sulla perfezione degli strumenti, senza guardare né le basi di partenza né i risultati finali cui portano. In altri termini è necessaria una profonda revisione del paradigma dell’economia. In secondo luogo sembra indispensabile una revisione della politica. Non ci siamo accorti che la democrazia sta degenerando in plutocrazia, dove i ricchi hanno molti più voti dei poveri. La crisi è anche dovuta agli squilibri sociali e alla distorsione delle informazioni. Da ultimo non si può non ricordare che la speculazione – nella finanza o altrove – non può essere considerata attività produttiva perché si guadagna ciò che altri perdono. È quindi in gran parte parassitaria e dovrebbe essere contrastata da una politica seria, che ricominci a pensare al bene comune. Senza sperare che questo derivi automaticamente dal mercato “libero”.

*tratto da: Stefano Zamagni, Avarizia, la passione dell’avere, il Mulino, Bologna 2009.

Per riflettere:

-tesi del movimento oggettivista sull’avidità;

-aumento della ricchezza come fine dell’economia;

-il pensiero unico della globalizzazione;

-ideologia del mercato;

-ruolo della finanza speculativa;

-la bolla mentale alla base dell’euforia finanziaria;

-influsso pratico e politico delle idee economiche;

-alternanza sistematica di avidità e panico;

-squilibri sociali e ambientali conseguenti al liberismo;

-le rendite contribuiscono a deprezzare il futuro;

-rivedere ipotesi e metodi dell’economia;

-combattere la speculazione;

-pensare attivamente al bene comune.


ANTROPOLOGIA DEL CAVALIERE

novembre 9, 2010

di STEFANO RODOTÀ La Repubblica — 05 novembre 2010   pagine 1 e 43

Implacabili,  si sono via via accumulati nel tempo (si approssima il ventennio) i materiali che ora ci presentano a tutto tondo la figura di chi ha dato il tono a questa fase: Silvio Berlusconi. Con una sorta di irresistibile perentorietà sono sempre più manifesti i tratti di una personalità in qualche modo emblematica di come oggi ci si possa affacciare sulla scena pubblica, conquistarla, segnarne i caratteri. Nasce da qui una nuova antropologia, che non è soltanto la somma e l’esibizione di antichi vizi italiani. Ma è anche l’effetto di un loro impastarsi con la post-modernità del sistema mediatico, con la cancellazione della distinzione tra sfera pubblica e sfera privata, con la personalizzazione estrema della politica.

 

Una volta di più,  l’Italia come inquietante laboratorio, luogo di anticipazione e sperimentazione di modelli? È già avvenuto con Mussolini, che aveva sedotto anche le opinioni pubbliche di paesi democratici con la sua grinta. Oggi quelle opinioni pubbliche assistono sbigottite e, ahimè, divertite alla via italiana al “buon governo”. Aveva ragione il vecchio Marx quando diceva che i fatti e i personaggi della storia «si presentano, per così dire, due volte: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa». Solo che si tratta di una farsa che ci attira il dileggio degli stranieri, e fa ridere ben poco gli italiani. E quelle parole, ricordiamolo, erano poste quasi in epigrafe di quel classico delle disavventure della democrazia che è “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, l’altro Bonaparte, non quel Napoleone al quale Berlusconi ebbe l’ardire di paragonarsi, annunciando per sé un luminoso futuro da legislatore. Qui l’antropologia si tinge di megalomania, quella delle autorappresentazioni come salvatore del mondo, come consigliere indispensabile d’ogni capo di stato o di governo nel quale abbia la ventura d’imbattersi.

 

Innovazione? Chi incitava a cogliere nel berlusconismo i tratti dell’innovazione, oggi dovrebbe riflettere non tanto sulle modernizzazioni autoritarie del secolo passato, ma piuttosto sul modo di questa nuovissima modernizzazione all’italiana. Senza dubbio Berlusconi seppe cogliere la Repubblica nel momento della sua massima crisi e si pose come “federatore” delle forze che potevano opporsi al centro sinistra. Ma, indubbio maestro nelle campagne elettorali, non è stato capace di trasformarsi in uomo di governo. Sì che oggi non solo la sua federazione si sbriciola, ma si ritrova con Fini come avversario e Bossi come padrone. Il fedele Fedele Confalonieri ne invoca ora costumi morigerati e lo incita a tornare alle origini. Impresa impossibile, perché proprio l’intreccio di troppi vizi privati e di nessuna virtù pubblica è all’origine della sua fortuna. Così, le due “modernizzazioni”, quella craxiana e quella berlusconiana sembrano avere lo stesso esito – una eredità di macerie. Ma se vittima di Craxi fu solo il Partito socialista, oggi rischia d’esserlo la stessa democrazia italiana. In realtà, Berlusconi ha portato a compimento quella mutazione genetica intravista da Enrico Berlinguer al tempo del craxismo trionfante, e che ora s’incarna in una nuova prepotente antropologia che tende a trasfondere una autobiografia personale nell’autobiografia di una nazione.

 

Se non ha governato,  certamente Berlusconi ha trasformato il paese. Lo ha fatto con l’uso delle sue televisioni che facevano intenzionalmente regredire i telespettatori a fanciulli incolti; che li degradavano non a consumatori, ma a “consumati” dalla pubblicità (come scrive Benjamin Barber); che li consegnavano ad una informazione manipolata. Quando è “sceso in campo”, aveva già pronto il suo elettorato, frutto di una trasformazione in cui già si potevano cogliere i tratti del populismo berlusconiano: l’appello diretto ai cittadini che, convocati in piazza, venivano aizzati contro il nemico o ossessivamente chiamati a rispondere “sì” a qualsiasi domanda; la riduzione delle persone a “carne da sondaggio”; le donne neppure oggetto rispettabile, ma pura carne da guardare (le premonitrici ragazze di Drive In) o di cui impadronirsi. Non l’”amore per le donne”, ma le donne come suo personalissimo “logo”.

 

Il tratto possessivo di questa antropologia politica è evidente. Il potere come esercizio di qualsiasi pulsione, con una brama proprietaria che non tollera limiti. La bulimia di volersi impadronire di tutto e lo sbalordimento che lo coglie quando accade che gli si chiede di rispettare qualche regola, di sottoporsi a qualche controllo. Proprietario di tutto. Delle istituzioni. Delle persone che lo circondano, fedeli o traditori. Della stessa verità, che modifica a suo piacimento. Il senso dello Stato democratico è perduto, al suo posto troviamo lo Stato patrimoniale dove le risorse pubbliche sono nella piena disponibilità del sovrano. Uno Stato personale, dove vige la volontà del principe sciolto dalle leggi. E qui si coglie un altro tratto originario di questa antropologia. Quella dell’imprenditore, per il quale la democrazia si arresta ai cancelli della fabbrica. Quella del capo azienda, che seleziona le segretarie “di bella presenza”.

 

Il caso Ruby è la sintesi, l’epitome, la rivelazione definitiva di tutto questo. Senza freni, Berlusconi si rivolge ai corpi dello Stato come se fossero cosa propria. Si fa gestore della vita delle persone incurante d’ogni regola. Si manifesta come rappresentante di una borghesia compra dora, che ritiene di potersi impadronire di tutto ciò che è alla sua portata. È qui la ragione del suo successo, la nuova antropologia dell’italiano che non trova riscontro nelle descrizioni di Giulio Bollati o nell’antitaliano di Giuseppe Prezzolini? Ma si fa pure strada la consapevolezza che un limite sia stato varcato, che non si possa più accettare ogni prepotenza. Ecco, dunque, giungere in soccorso quelli che gli costruiscono una giustificatrice genealogia erotica di statisti, evocando Cavour e Kennedy (non mi pare sia stato ricordato il presidente della Repubblica francese Félix Faure, morto in un salone dell’Eliseo vittima delle cure di una antesignana di Monica Lewinski: lo aggiungo io, a buon peso). Altri dicono che in Italia così fan tutti, prevaricando, chiamando prefetti e questori. Attraverso la giustificazione di Berlusconi si intravede una autoassoluzione di massa. E invece no, è tempo di finirla con queste miserabili descrizioni del carattere degli italiani, e cominciare a cercare quello che un tempo si chiamava un “riscatto”. –

 

CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE

novembre 8, 2010

VUOL DIRE SALVARE LA DEMOCRAZIA

È un dovere urgente, impossibile trascurarlo per evitare che l’Italia non si chiuda in una società arrogante e violenta costruita in questi ultimi vent’anni dai picconatori e dagli innovatori, da Cossiga alla bicamerale. La riforma della legge deve servire a riprendere in mano l’unità del Paese

08-11-2010

di Raniero La Valle

Il cambiamento della legge elettorale non è più ormai solo una questione di funzionamento o non funzionamento del sistema, e perfino nemmeno una questione di salvezza o perdita della democrazia. È la prima e forse l’unica cosa che oggi possiamo fare perché l’Italia non si chiuda a lungo termine nel sigillo di una società arrogante incolta e violenta, quale è stata costruita in questi ultimi vent’anni dai picconatori e dagli innovatori da Cossiga alla Bicamerale a Berlusconi. Il bipolarismo maggioritario che ha messo i figli contro i padri e i poveri contro gli stranieri, ha reso popolare una cultura che congiunge ignoranza e violenza, e che ormai esce perfino dai tombini della Metropolitana.

Se la violenza magmatica che attraversa oggi tutti gli strati sociali dovesse trovare le vie di un minimo di strutturazione e di guida, gli esiti sarebbero tragici. Può un sistema politico essere causa di questo? Sì, perché se è la società a generare lo Stato, è vero – contro tutte le teorie di Stato Minimo – che lo Stato dà forma alla società. Il conflitto eretto come ideale e modello del rapporto politico è pedagogia, instaurazione e moltiplicazione del conflitto in tutti i rapporti della vita sociale. Una riforma della legge elettorale deve riprendere in mano l’unità dell’Italia. È tutto il popolo che deve salvare il Paese, l’elettorato non deve essere falcidiato dalle soglie di sbarramento, i seggi devono corrispondere proporzionalmente ai voti e senza premi di maggioranza che diano tutto il potere alla maggiore minoranza senza neanche la garanzia di una soglia minima di suffragi. E allora il presidente del Consiglio avrà sopra di sé non Dio, ma il Parlamento, e un mandato popolare ogni giorno rinnovato non in TV ma nella partecipazione politica.

Il potere non permetterà questa riforma.  Allora occorre fare con quello che c’è: la legge Calderoli. Si possono togliere le unghie al “porcellum”. La legge Calderoli è infatti una legge rigorosamente proporzionale che, a seggi già distribuiti e assegnati, toglie un gran numero di seggi a chi non ha vinto per trasferirli pari pari nel bottino del vincitore, fino ai fatidici 340 deputati alla Camera e 55 per cento regione per regione al Senato. Occorre togliere la materia del furto: se tutti i partiti che vogliono riprendere il cammino democratico si collegano tra loro, come la legge prevede, tutti insieme conseguiranno un risultato molto superiore al 55 per cento, dopo di che i seggi saranno tra loro ripartiti in modo corrispondente alla forza di ciascuno.

Sarà poi nell’ambito delle forze più omogenee che si faranno le più ristrette coalizioni di governo, e i cosiddetti “radicali”, potranno starne fuori. Ciò comporta un’operazione di bonifica di uno degli aspetti più incostituzionali della legge attuale: essa richiede la designazione di un capo della coalizione da parte dei partiti collegati, intendendo (senza dirlo) che esso sia il capo del governo. Ma basta distinguere capo della coalizione e candidato alla presidenza del Consiglio, per permettere la più larga alleanza elettorale di partiti anche diversi tra loro, con a capo una personalità autorevole e di alto profilo, lasciando a ciascun gruppo di partiti più omogenei la proposta di una propria candidatura alla guida del governo. E saranno gli elettori a decidere.

 

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/cambiare-la-legge-elettorale-vuol-dire-salvare-la-democrazia/

 

IL FUTURO DEL LAVORO

novembre 5, 2010

di GIORGIO RUFFOLO, La Repubblica — 04 novembre 2010   pagina 35   sezione: Commenti

A metà del Ventesimo secolo il capitalismo occidentale sembrò vicino alla definitiva soluzione della questione sociale. Lo sviluppo economico non seguiva più il modello “marxiano” dello sfruttamento del lavoro; i salari potevano salire nella stessa misura dell’aumento della produttività senza intaccare i profitti, integrandosi nel meccanismo dello sviluppo e integrando i lavoratori nella struttura sociale. Questa combinazione virtuosa dipendeva da una condizione fondamentale: che i lavoratori disponessero di una loro organizzazione, il sindacato, tanto forte da sostenere i loro rapporti di forza con le imprese capitalistiche. Questa condizione è venuta meno con la liberalizzazione mondiale dei movimenti di capitale intervenuta verso la fine del secolo, e con la conseguente globalizzazione dell’economia. Le grandi imprese, libere di spostare i loro investimenti in tutto il mondo, sono in grado di “ricattare” i lavoratori dei vari paesi. Questo è il senso del brutale ma ineccepibile vangelo di Marchionne. La scomparsa della invisibile frontiera tra il capitalismo avanzato dell’Occidente e le economie sottosviluppate del resto del mondo ha risospinto il primo indietro nel tempo, riproponendo condizioni di divisione e di concorrenza tra i proletari di tutti i paesi. Sembra, oggi, che restino due vie: sottrarsi a questa concorrenza ricorrendo al protezionismo; o accettare per un tempo indefinito la pressione di quella concorrenza con una svalutazione del lavoro, che si manifesta nella flessibilità dei salari e nella precarizzazione dei contratti.

 

Una alternativa,  veramente, c’è: convertire il lavoro da attività più tradizionali, esposte alla concorrenza, ad attività più specializzate e “competenti”: un processo che è spontaneamente in corso: ma che è pur sempre condizionato nel tempo (la concorrenza “insegue”, spostandosi verso le attività più specializzate) e nello spazio (quel processo non può investire che settori limitati). C’è però un’altra alternativa, più vasta e radicale, che riguarda non il modo di produzione ma il modo di impiego delle risorse: il rapporto tra consumi privati e spesa sociale. È solo nell’ambito dei primi che agisce la concorrenza tra i produttori. In una società che destinasse ai telefonini la metà della spesa attuale e all’istruzione generale permanente il doppio (assumendo questi due tipi di beni come rappresentativi delle due categorie) il ricatto evangelico di Marchionne sarebbe molto meno efficace. Ciò comporterebbe ovviamente uno spostamento massiccio della tassazione dall’istruzione ai telefonini. Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle. Ma è proprio un programma così vasto, di riorientamento delle preferenze, delle scelte, dei valori, che dovrebbe costituire l’impegno politico, anzi, propriamente, la ragion d’essere di una sinistra che insegue oggi vanamente la “concretezza” della sua agenda irrisoria. –

 

 

QUANDO È L’ISTITUZIONE A VIOLARE TUTTE LE REGOLE

novembre 5, 2010

L’ABUSO DI POTERE  (7)

di NADIA URBINATI La Repubblica — 04 novembre 2010   pagine 1 e 44

Il potere senza abuso non ha fascino alcuno Paul Valéry

Del potere non si può fare a meno;  per questo, occorre limitarlo. Scriveva Hannah Arendt che il potere non ha bisogno di giustificazioni «in quanto è inerente a ogni comunitá politica». Ciò di cui ha bisogno è la legittimità. L’esercizio regolato e in pubblico del potere politico consente la limitazione che meglio si accorda con la legittimità e la libertà individuale, ovvero con i principi e la pratica della democrazia costituzionale. Arendt scriveva nel 1971, a commento di quanto l’opinione pubblica americana stava scoprendo, grazie alla stampa: uno schema di abuso sistematico di potere messo in atto dalla Casa Bianca per coprire il ruolo dei servizi segreti e del Dipartimento di Stato in Indocina e in Vietnam a partire dalla Seconda guerra mondiale. Arendt metteva a nudo la manipolazione delle informazioni, la menzogna scientemente orchestrata, la violazione della costituzione e dei diritti civili. Coprendosi dietro il pretesto di fare gli interessi nazionali, i leader americani si curavano invece di salvaguardare la loro immagine. Coprivano le loro reali intenzioni e azioni per essere creduti limpidi dal pubblico. Presumevano, dunque, che il potere politico fosse pubblico proprio mentre lo usavano come un fatto privato – per questo la loro azione doveva restare nascosta, perché impropria secondo le leggi, ovvero perché un abuso.

 

L’abuso di potere è un fatto gravissimo perché distrugge una comunità politica trasformando i cittadini in sudditi, facendone oggetto di raggiro, mettendoli nella condizione di non sapere e quindi di non poter giudicare con competenza, lasciando chi governa nella straordinaria libertà di fare ciò che vuole. L’abuso mina alla radice la fiducia senza la quale non si danno relazioni politiche in una società fondata sul diritto. Il liberalismo ha colto al meglio questo problema, poiché ha da un lato assunto che il potere è necessario, e dall’altro che il suo esercizio stimola negli uomini la propensione a non averne mai abbastanza e quindi ad abusarne. Il potere alimenta la passione per il potere con un’escalation fatale verso il monopolio. Le costituzioni moderne partono tutte dalla premessa che ci si debba sempre attendere la violazione e l’abuso da parte di chi esercita il potere e per questo istituzionalizzano le funzioni pubbliche e stringono il potere politico dentro norme rigide e chiare. Da questa concezione liberale ha preso forma l’idea che l’unica legittimità che il potere politico può acquisire è quella che viene dal rispetto delle garanzie di libertà individuale e, quindi, dalla limitazione e dal controllo del potere (limitazione nella durata e nell’intensità grazie alle elezioni, ai controlli di costituzionalità e alla divisione dei poteri) attraverso vincoli che chi governa non può manomettere. Violare i limiti che la difesa di questa libertà impone equivale a mettersi fuori della legge (un fatto di sedizione che indusse John Locke a giustificare la disobbedienza e la ribellione, aggiungendo con toni sconsolati che purtroppo i popoli hanno più capacità a subire gli abusi che a ribellarsi ad essi). Il potere che opera d’arbitrio non è più potere politico, quindi, ma é dominio assoluto e dunque nuda forza che fa di chi lo subisce un servo a tutti gli effetti. La differenza fra dominio e governo sta tutta qui.

 

Le riflessioni di Hannah Arendt si adattano come un guanto a ciò che sta avvenendo nel nostro paese. Il fatto che invece di una guerra ingiusta ci siano in ballo relazioni erotiche con minorenni e giovani donne non cambia la natura dell’arbitrio. Semmai la rende più sordida e avvilente. Ma anche nel caso italiano la manipolazione, la confezione ad arte dei fatti, e il nascondimento sono le armi usate da un governo, che, ci ha spiegato Giuseppe D’Avanzo, ha istituito un “tavolo di crisi” per riscrivere “la verità del premier sulla telefonata in questura”. Al nascondimento del vero si è aggiunto lo stravolgimento studiato dei fatti (con risvolti che mettono l’Italia in pessima luce nelle relazioni internazionali) perché nella telefonata fatta per convincere a rilasciare la minorenne si è detto che la ragazza era la nipote del presidente egiziano Mubarak. Il presidente del Consiglio italiano usa la sua autorità di garante dell’interesse nazionale per coprire una sua azione illecita. Abuso a tutto tondo, e inoltre presa in giro del proprio Stato e coinvolgimento mendace di uno Stato straniero.

 

In una democrazia costituzionale il Presidente del Consiglio e i ministri (il potere esecutivo) ricevono legittimità dal patto fondativo che detta le regole della loro designazione e della loro durata e, se necessario, della loro destituzione per la possibilità di essere sottoposti alla giustizia ordinaria “per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni” in seguito all’autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati (Art. 96, il quale nella formulazione originaria del 1947, poi sottoposta a revisione nel 1989, era molto più severo e prevedeva la possibilitá della messa in “stato d’accusa”, una formula simile all’impeachment americano). Queste regole e questi limiti definiscono quello politico come agire pubblico, stabilendo che esso appartiene alla comunità politica e non a chi lo esercita, il quale non può sostituire il suo personale giudizio su come relazionarsi alle istituzioni a quello definito dalla legge, dalla quale egli dipende. L’abuso blocca proprio la dimensione pubblica del potere rendendone l’esercizio un fatto tutto privato; è a questo punto che il potere si fa nuda forza, discrezione nella mani di chi lo maneggia, come strumento di privilegio. Il governante che viola le norme che regolano il suo operato si impossessa del potere e lo piega ai suoi interessi. –