Archive for ottobre 2010

IL VERO OBBIETTIVO: AZZOPPARE I PM

ottobre 23, 2010

UNA PROPOSTA GOVERNATIVA CHE NON RISOLVE I PROBLEMI DELLA GIUSTIZIA ITALIANA

di  GIUSEPPE D’AVANZO La Repubblica — 22 ottobre 2010   pagine 1 e 43

 

La riforma della giustizia è una favola buona per gli ingenui. Nei tre striminziti fogli che il ministro della Giustizia porta in giro, al Quirinale, Montecitorio, Palazzo Madama, Palazzo dei Marescialli, non c’è alcuna traccia di riforma. Nessuna correzione di ciò che è oggi storto. Nessuna cura delle criticità del sistema. “Riforma” è un eufemismo. Consente all’Eletto di manipolare la Costituzione per rendere innocuo il pubblico ministero, la bestia nera. Il sedicente rinnovamento della giustizia non è altro che questo: l’assalto all’autonomia e all’indipendenza delle procure; il tentativo di fare del pubblico ministero non un “potere” né un “ordine” ma “un ufficio” – sarà così definito – che rappresenta nel processo le fonti di prova raccolte dalle polizie dipendenti da una mano governativa che, a sua volta, deciderà con il ministro di Giustizia “le priorità” nell’esercizio dell’azione penale. Addio articolo 112 della Carta: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Liquidato l’articolo 109: “L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”.

 

C’è anche altro nel programma del governo:  la separazione delle carriere; lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura e l’aumento della quota delle presenze politiche; il principio di responsabilità di giudici e pm; l’Alta Corte di disciplina; l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione; le eccezioni al principio di inamovibilità. Ma l’intero profilo della “riforma” non perde mai d’occhio l’azione penale obbligatoria e ha un unico focus: il pubblico ministero indipendente, che si immagina debba essere diretto per vie oblique dal governo. Sono idee che non restituiranno alcuna efficacia, alcun equilibrio, alcuna ragionevolezza all’amministrazione della giustizia.

 

Di ben altro c’è bisogno,  come da anni ripetono gli addetti. Il catalogo delle necessità è noto. Revisione delle ottocentesche circoscrizioni giudiziarie (sono 165, potrebbero diventare 60). Riduzione dei tribunali (sono oggi 1.292). Introduzione della posta elettronica per l’esecuzione delle notifiche (cinquemila cancellieri ne consegnano brevi manu agli avvocati 28 milioni ogni anno). Depenalizzazione dei reati minori per riservare il processo penale- molto costoso – alle questioni di maggiore allarme sociale. Rinnovamento della professione forense: «Più avvocati, più cause» e gli avvocati in Italia sono 230mila, 290 ogni 100 mila abitanti, contro 4.503 magistrati giudicanti in un rapporto avvocato/giudice strabiliante che demolisce il processo civile. Limitazione del ricorso in Cassazione (30 mila sentenze l’anno). E soprattutto la riforma di un processo penale che ibrida tutti i difetti dei possibili modelli (inquisitorio, accusatorio) trasformandolo in un gioco dell’oca interminabile e incoerente. Oggi gli atti dell’indagine non valgono per il dibattimento (in coerenza con la logica del processo accusatorio) però le garanzie del dibattimento sono state estese alle indagini preliminari (in contraddizione con la logica accusatoria). Così l’indagine – e non il processo – è un dibattimento anticipato mentre il rinvio a giudizio, più che essere una valutazione della necessità di un dibattimento, è diventato una sentenza sull’istruttoria (sul lavoro del pubblico ministero). Il processo ne è soffocato.

 

La sovrabbondanza di assillanti formalismi lo disintegrano in una rosa di microprocessi. Giudizio sull’inazione (archiviazione). Giudizio sui tempi dell’azione. Giudizio sulle modalità dell’azione (misure cautelari). Giudizio sulla completezza delle indagini e sul fondamento dell’azione (udienza preliminare). Un processo, in cui ogni atto può generare un microprocesso, che richiede avvisi, notifiche, discussioni, deliberazioni e consente ripetute impugnazioni, non potrà avere mai una «ragionevole durata». Figurarsi se può essere «breve» come vuole, soltanto per amore di se stesso, Silvio Berlusconi. Non lo sarà neanche domani con la sedicente “riforma” che lo conserva labirintico, obeso, avvizzito e lunghissimo, ma vuole addomesticarlo riducendo all’impotenza un pubblico ministero che – si ipotizza nei tre foglietti di Alfano – potrebbe anche essere “elettivo” con la nomina di magistrati onorari alle funzioni di accusatore.

 

Ci toccherà vedere pubblici ministeri con il fazzolettone verde alla Lega al collo o, nel Mezzogiorno, pubblici ministeri imposti dalle mafie? Probabilmente no. Questa riforma non si farà mai e d’altronde riscrivendo un paio di articoli della Costituzione non si trasforma il pubblico ministero in un burocrate al servizio del governo perché “la Carta non è fatta di norme disarticolate come atomi separati. È un sistema con nessi interni” (Franco Cordero). Alla fine questa favoletta della “riforma della giustizia” servirà soltanto ad avvelenare ancora di più un clima politico già attossicato; ad alzare la posta per rendere “male minore” il via libera all’impunità del premier; a distrarre l’opinione pubblica dai clamorosi fallimenti del governo; a preparare la piattaforma della campagna elettorale del 2011. Ancora una volta e come sempre, necessità dell’Eletto e non degli elettori.

Per riflettere:

-trasformare il Pubblico ministero in ufficio;

-stravolti due articoli della Costituzione;

-si sommano i difetti del processo accusatorio e inquisitorio;

-restano formalismi e incoerenze, altro che processo breve;

-proposta che avvelena il clima politico;

-nell’interesse dell’Eletto, non degli elettori.


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UNA NORMA EVERSIVA

ottobre 22, 2010

NON SI POSSONO MODIFICARE I PRINCIPI FONDAMENTALI DEL COSTITUZIONALISMO

Di  ALESSANDRO PACE da  La Repubblica — 21 ottobre 2010   pagine 1 e 39

Partendo dall’errata idea che le leggi costituzionali siano equiordinate (cioè abbiano pari dignità istituzionale, ndr) alla Costituzione, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato un emendamento al disegno di legge 2180: «Al di fuori dei casi previsti dagli articoli 90 e 96 della Costituzione, i processi nei confronti del Presidente della Repubblica o del Presidente del Consiglio dei ministri, anche relativi a fatti antecedenti l’assunzione della carica, possono essere sospesi con deliberazione parlamentare secondo le disposizioni della presente legge costituzionale». Sbagliano però, tutti quelli che hanno votato l’emendamento in questione, se ritengono di poter sottrarre una siffatta disposizione alle censure di costituzionalità per il solo fatto che essa verrebbe approvata con la speciale procedura prevista dall’articolo 138 della Costituzione. Sbagliano perché le leggi costituzionali e di revisione costituzionale hanno il solo scopo – già chiaramente percepito dai filosofi politici del XVIII secolo – di integrare e di garantire la Costituzione “nel tempo” sia allo scopo di adeguarne pacificamente e gradualmente il contenuto alle nuove domande sociali sia per evitare modifiche effettuate violentemente o troppo frequenti.

 

In contrasto col principio costituzionale di eguaglianza. Il disegno di legge costituzionale n. 2180 ha invece un contenuto “eversivo” della Costituzione. Infatti, qualora tale legge fosse definitivamente approvata, essa sarebbe una legge (in forma costituzionale) “in rottura della Costituzione”, che, ancorché ammissibile in via di principio, come insegnava Carlo Esposito – un liberale autentico ed uno dei maggiori costituzionalisti italiani del secolo XX – , non sarebbe però mai ammissibile qualora provvedesse “nel caso singolo” per restringere la libertà di singoli individui o per incidere sullo status dei ministri o del Presidente della Repubblica. E non sarebbe ammissibile anche perché tale legge, disponendo la temporanea immunità processuale per i reati comuni (extrafunzionali) del Presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio, contrasterebbe col principio costituzionale di eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, che la Corte costituzionale ha fatto rientrare nel novero dei “principi supremi dell’ordinamento”, come tali immodificabili anche in forza di una legge costituzionale.

 

Elemento di chiarificazione. Ebbene, che il disegno di legge n. 2180 contenga una “norma singolare” di favore per l’attuale Presidente del Consiglio – un privilegio in flagrante violazione del principio costituzionale d’eguaglianza – deriva dal fatto notorio che l’unico beneficiario della sospensione dei processi penali «anche relativi a fatti antecedenti l’assunzione della carica» è, dei due “beneficati”, il solo Presidente del Consiglio, non esistendo alcun processo penale a carico dell’attuale Presidente della Repubblica. Tuttavia ciò costituisce un elemento di chiarificazione nel dibattito pubblico e in un eventuale giudizio di legittimità costituzionale. Essendo stati via via eliminati ora l’una ora l’altra delle cinque alte cariche inizialmente beneficate dal Lodo Schifani (il presidente della Corte costituzionale “scartato” dal Lodo Alfano, i presidenti delle Camere “scartati” dalla legge sul legittimo impedimento, il Presidente della Repubblica “scartato” anch’esso dalla legge sul legittimo impedimento a beneficio dei ministri ma ora “riapparso”, al posto dei ministri, nel disegno di legge n. 2180), non si potrà più sostenere, neanche con riferimento alla titolarità della presidenza del Consiglio dei ministri, che questa carica implichi di per sé un impedimento temporaneo tale da giustificare aprioristicamente l’assenza del premier nei processi penali a suo carico per reati comuni. E ciò, non solo perché questo unicum già di per sé appare strano, ma anche perché l’interim del ministero dello Sviluppo economico, durato ben cinque mesi, ha dimostrato inequivocabilmente – e a fortiori – che la presenza del premier in qualche udienza è agevolmente compatibile con le sue funzioni, dal momento che il loro disbrigo si è, nei fatti, rivelato compatibile con i ben più gravosi impegni connessi al lungo interim.

 

Gioco a nascondino. Un’ultima notazione. Nella quarta puntata di questo deplorevole gioco “a nascondino” del premier – che sarebbe addirittura risibile se non coinvolgesse, a livello internazionale, la serietà delle nostre istituzioni e non preoccupasse per i possibili ulteriori più gravi abusi – è stato nuovamente coinvolto anche il Presidente della Repubblica, dopo essere stato lasciato “fuori” dalla legge sul legittimo impedimento. Ebbene, questa spregiudicatezza legislativa è assolutamente deprecabile non solo perché non si trattano le istituzioni costituzionali come se fossero carte da gioco, ma anche per quel rispetto che si deve alla persona del Presidente della Repubblica, che andrebbe preliminarmente sentito per esprimere ufficialmente il suo parere su una modifica costituzionale che lo coinvolge. Tanto più che l’Assemblea costituente, il 24 ottobre 1947, si espresse esplicitamente in senso contrario negando l’immunità processuale del Capo dello Stato per i reati comuni. –

 

I TEA PARTY ALL’ITALIANA

ottobre 21, 2010

NUOVA FORMA DI POPULISMO IMPORTABILE DAGLI USA

di NADIA URBINATI La Repubblica  19 ottobre 2010   pag. 49   sez. Commenti

Crisi.  Se si sottoponesse il Paese a un check-up (e i media e i giornali che si occupano di informazione lo stanno facendo) emergerebbe uno stato grave di astenia quando non di declino: le istituzioni sono sottoposte a un logorio pressante che dura da anni mentre la società è lasciata a se stessa ad affrontare una delle crisi economiche più gravi e di lunga durata del dopo-guerra. Uno scenario che dovrebbe grandemente impensierire chi governa, se non per senso di responsabilità (una moneta rarissima) almeno per un ragionevole calcolo elettorale, pensando cioè a come restare in sella. Il capo del Pdl e della maggioranza si è in effetti reso conto di non vivere nel paese di Pangloss dove tutto va per il meglio.

 

La verità,  che piace sempre poco a chi ama il potere incontrastato, deve essere trapelata tra le file dei suoi collaboratori se è vero che il leader ha parlato di stato di “balcanizzazione” del suo partito e si è trovato di fronte a dati molto preoccupanti sulla caduta di consenso alla sua persona. Certo, non è lo stato del paese che lo preoccupa direttamente, tuttavia l’attenzione per la salute della maggioranza è una forma indiretta di interesse. Data questa attenzione ci si aspetterebbe che la strategia di riconquista del consenso prevedesse interventi sulle “cose”, uno straccio di idea su come affrontare questa crisi in modo che i sacrifici siano distribuiti in proporzione ai redditi, e su quale sia il punto di riferimento da seguire per risollevare l’economia del paese. E invece, il tycoon risfodera la sua strategia originaria, quella che lo ha caratterizzato fin dai tempi della sua “discesa in campo”: ideare nuove forme di aggressività ideologica, creare a latere del suo partito delle casematte che abbiano mano libera di dire e fare quello che un partito che sta a Palazzo Chigi non può dire e fare.

 

Tea party contro il nemico. Berlusconi non crea nulla di nuovo, ma adatta al suo caso quello che è stato creato altrove. Nelle strategie politiche il copyright non esiste e nemmeno la pirateria, come ovvio, perché in questo campo le iniziative sono vincenti proprio perché possono essere estese dovunque, diventare una matrice di successo. I Tea Party sono la nuova fonte di ispirazione del populismo di targa meneghina. Un populismo nuovo quello ideato dai fondamentalisti repubblicani americani, perché si identifica non con un leader, ma con un nemico. Il nemico dei Tea Party è il Barack Obama ancor prima del Partito democratico; il loro scopo è di portare i loro candidati in Congresso in numero sufficiente per riuscire a radicalizzare la lotta politica contro la Casa Bianca e bloccare ogni proposta di riforma che viene dalla Casa Bianca. La strategia è quella del sabotaggio, la tattica è quella della guerriglia.

 

Dubbi e dicerie. I Tea Party hanno una caratteristica che si presta bene a fare quello che il giornale della famiglia Berlusconi ha dimostrato di saper fare bene: disseminare dubbi senza mai tirare fuori le prove, lasciare che il dubbio si diffonda perché non c’è nulla di più difficile da scalfire di una diceria dilagante. La diceria ha il potere di diventare “un fatto” senza uno straccio di prova. È sufficiente farla circolare in forma di dubbio: l’esito verrà da sé. I blog dei Tea Party hanno disseminato vari assurdi dubbi sul Presidente Obama: per esempio, che non sia americano, che sia musulmano, e che sia (ultima invenzione) l’esponente di un movimento mondiale di anti-colonialismo venuto dal Kenya a rappresentare tutti i movimenti post-coloniali della terra (e pensare che gli Stati Uniti sono stati i primi anti-colonialisti della storia moderna!).

 

Populismo delle casematte. Le incongruenze e le assurdità sono la moneta corrente di questa nuova forma di populismo delle casematte, un populismo che si dirama dalla periferia, che è localistico per radicamento e inafferrabile poiché è da nessuna parte e dovunque, proprio come i bloggers. L’elemento unitario è nel nemico, non in un leader: è questa la grande novità dei Tea Party. Una novità pericolosa per la democrazia perché è evidente che questa strategia della diceria disseminata è fatta per creare forme identitarie di consenso, forme quasi religiose di identificazione con una causa – quella contro. Per chi è parte di questo progetto la fede viene prima della ragione e non c’è possibilità di compromesso sulle opinioni: «Obama è musulmano», e su questo non c’è proprio nulla da discutere.

 

Immaginiamo che cosa potrebbe voler dire usare questa strategia per ridare ossigeno al consenso del premier. Potrebbe voler dire competere con il suo alleato più fedele, la Lega, su temi di grande presa diretta sul “popolo”. Perché si tratterebbe di mettere in atto una politica di rastrellamento di consensi ritagliata su un bacino di persone che è simile a quello della Lega almeno per la disposizione alla credulità e al fideismo, due condizioni senza le quali non si ha politica identitaria. A latere del Pdl, sempre più un partito di incardinati nelle istituzioni e quindi “conservatori” per necessità di sopravvivenza, i Tea Party del premier sarebbero come casematte fondamentaliste, capaci di infiltrare dicerie, usare un linguaggio di attacco, praticare ripulsa per ogni forma anche blanda di ragionamento ragionato con lo scopo di mobilitare consensi.

 

Democrazia di mobilitazione potrebbe essere il termine rappresentativo di questa nuova strategia politica. In un pubblico abituato alle masticazioni delle informazioni ad usum Caesaris, i Tea Party modello Berlusconi potrebbero trovare un facile radicamento. Ci si deve dunque aspettare il peggio: più radicalismo, più polarizzazione ideologica (ma di un’ideologia senza la nobiltà delle idee). Un populismo che si diramerà da centri di diffusione locali e periferici e quindi più facilmente manipolabile da un centro nemmeno tanto occulto. –

 

 

Per riflettere;

-distrarre l’attenzione dalla crisi montante;

-per riconquistare il consenso calante;

-nuove forme di aggressività ideologica;

-creare casematte con mano libera;

-sabotare la Casa Bianca con la tattica della guerriglia;

-giocando su credulità, fideismo, accuse infondate.


PACE – GUERRA

ottobre 20, 2010

La mia verità sul referendum  La Valle

Breve storia della violenza  Giorgi

Pace e Resistenza  Cadalanu

Democrazia e difesa  Peyretti

L’irresistibile attrazione del vecchio  La Valle

Non esiste violenza naturale nell’uomo  Giorgi

Reinvenzione del fascismo  Galtung

2 Giugno: un’altra festa è possibile  Lotti

Manifesto di Giustizia e libertà

Dalla competizione alla cooperazione (Martirani)

La vendetta afgana La Valle

Guerra in Afghanistan: missione di pace? Nogaro

Vent’anni dopo il muro abbattuto Stefani

Violenza del potere e forza della non violenza

Scuola, educazione militare Anfossi

E il fucile entrò a scuola Merlo

DOSSIER GUERRA IN LIBIA

LA VENDETTA AFGANA

ottobre 20, 2010

SENZA IL RAPIDO RITIRO NON PUÒ NASCERE IL MONDO PIÙ CREDIBILE PROMESSO DA OBAMA

di Raniero La Valle*

 

Frutto avvelenato. L’Afghanistan è l’ultimo – ma non ultimo – frutto avvelenato che si è lasciato dietro il fallimento del “nuovo secolo americano”: un secolo che, nella visione parossistica di Bush e della destra americana, irresponsabilmente sostenuta dai Blair e dai Berlusconi europei, avrebbe dovuto fare degli Stati Uniti il sovrano del mondo, del dollaro il metro di misura dell’universo, del sistema neoliberista l’unico regime economico e politico consentito, e degli “Stati canaglia” un deserto. Questa politica ha devastato l’economia mondiale, ha diffuso la povertà perfino tra i ricchi e reso più miserabili i poveri, ha distrutto l’Iraq, ha compromesso le prospettive di pace in Medio Oriente e ha impantanato gli eserciti occidentali in Afghanistan.

Empio disegno.  Se noi stiamo in Afghanistan a morire, ci stiamo per questo; ma non moriamo solo noi, ma anche sono morti quasi 2000 soldati della coalizione, e 40.000 afghani tra militari e civili, mentre centinaia di reduci americani ed inglesi si sono suicidati, come denuncia un appello lanciato dall’ex vescovo di Caserta mons. Nogaro (Guerra in Afghanistan: missione di pace?). Se siamo lì in quel contagio di morte, ci stiamo non perché abbiamo fatto una scelta di valori (mettendo in campo per esempio la Costituzione italiana), ma perché, senza scelta, ci siamo messi al servizio di quell’empio disegno. Poi, quando tornano nelle bare, un vescovo militare dice a quei ragazzi uccisi che erano “profeti del bene comune, decisi a pagare di persona per ciò in cui hanno creduto e per cui hanno vissuto”, e che lo stavano facendo “nella consapevolezza di una strategia chiara e armonica”; ma non è vero, né per la coscienza di ciò che essi stavano facendo (in realtà “lavoravano”), né per la chiarezza della strategia, di cui l’unica cosa chiara è che non si sa come uscirne.

Neanche Obama lo sa; perché è più facile entrare in una guerra che uscirne. Quando ci si entra garriscono i gagliardetti e la stampa incita al rapido massacro; ma quando se ne esce si porta a casa una sconfitta, e la colpa di un’inutile strage. Finché Obama non sa come uscirne (e ne avrebbe bisogno, per fedeltà alla sua stessa immagine), non lo sappiamo neanche noi, e non saranno certo quei giganti del pensiero che sono i nostri governanti e ministri a indicare la via. La cosa più ingegnosa pensata dal ministro La Russa è di mettere le bombe sugli aerei per impedire che saltino in aria gli automezzi a terra, che sarebbe come bombardare Palermo per impedire che ammazzino Falcone sull’autostrada di Capaci.

Nuovo muro? La guerra in Afghanistan si ammanta delle sovrastrutture ideologiche e perfino dei conforti religiosi che le Chiese sono solite offrire a tutte le guerre (fino a che non si convertano). Ma l’Afghanistan è più di una guerra: è una vendetta in forma di guerra, per lo stupro subito dall’America l’11 settembre, e non c’è mai lucidità nella vendetta. Ancora di più, l’Afghanistan è il macigno che il vecchio mondo, imperialista e violento, ha messo di traverso per impedire che si faccia strada un altro mondo di accoglienza reciproca, di corresponsabilità e di pace. È il manufatto con cui l’Occidente libero ha rimpiazzato il muro di Berlino eretto dall’Oriente malvagio, per ottenere gli stessi risultati di un mondo dominato e diviso.

Condizione di un nuovo inizio.  Il ritiro dall’Afghanistan non è perciò solo la fine di una vendetta (che di per sé non avrebbe bisogno di nessun altra motivazione), ma è anche la condizione di un nuovo inizio, la svolta necessaria per rendere pensabile un mondo diverso, e per rendere credibile ogni altra alternativa. È chiaro ad esempio che Obama non può chiedere ad Israele di ritirarsi dai territori occupati e di dare fiducia ai palestinesi, se non si fida degli afghani e ne presidia il territorio. Coloni gli uni, coloni gli altri; buoni ad alzare muri gli uni, a stabilire barriere gli altri, pronti a demonizzare i propri nemici gli uni, a considerarli tutti terroristi gli altri.

Guerra perpetua a bassa intensità.  L’Afghanistan è il simbolo di un tempo in cui non si sa più fare la guerra, e non si sa fare la pace, non si sa più dominare, e non si sa cooperare, non si sanno più dire le bugie, ma non si osa ancora dire la verità. Senza chiudere il buco nero dell’Afghanistan, l’America non potrà uscire dall’era di Bush, Obama non potrà governare, la storia resterà rattrappita; e la guerra perpetua, come modello del rapporto tra i potenti ed i deboli, non potrà avere fine: una guerra a bassa intensità, abbastanza bassa da poter essere detta “missione di pace”; almeno, finché si riesca a controllarla.

*fonte: http://domani.arcoiris.tv/noi-eredi-di-bush-quel-%E2%80%9Ccaro-amico-george%E2%80%9D-la-trappola-insanguinata-dell%E2%80%99afghanistan/

Per riflettere:

-frutto avvelenato della destra americana;

-contagio di morte, anche successiva;

-empio disegno;

-la guerra è sempre una sconfitta;

-vendetta in forma di guerra per l’11 settembre;

-non c’è mai lucidità nella vendetta;

-muro contro un nuovo mondo di accoglienza e pace;

-guerra perpetua a bassa intensità.


PER UNA CULTURA DELLA COSTITUZIONE

ottobre 14, 2010

dall’intervento del prof. Valerio Onida alla settimana estiva di Motta 2010*.

a) QUATTRO PRINCIPI DEL COSTITUZIONALISMO UNIVERSALE

I principi di fondo del costituzionalismo universale riguardano sostanzialmente la concezione dell’uomo e della società, prima ancora dell’applicazione all’organizzazione statuale. Possono essere considerati un frutto prezioso della modernità; hanno trovato l’iniziale concretizzazione nella prima costituzione della storia, quella americana del 1787. Sono sintetizzabili nei seguenti 4 punti principali.

 

1. Uguaglianza di tutti gli uomini:  viene presentata dalla Costituzione americana come una verità evidente di per sé che “tutti gli uomini sono stati creati uguali dal loro creatore”. Se pure a quei tempi non era ancora stata del tutto debellata quella istituzione che nega alla radice l’uguaglianza tra gli uomini: la schiavitù. Oggi non più concepibile nell’ambito della legalità. Senza eguaglianza non può esserci costituzione. Si può discutere sulla degenerazione dell’uguaglianza in egualitarismo, sull’importanza del merito, ecc., ma se si nega il principio di uguaglianza si toglie un pilastro fondamentale del costituzionalismo.

2. Riconoscimento dei diritti umani:  anche questo è evidente, se pure è vero che ogni diritto incontra dei limiti, almeno nei diritti degli altri. La privacy e il diritto all’informazione, ad es., sono due diritti che vanno entrambi rispettati. Se ci sono stati eccessi nella libertà di stampa, la soluzione non può essere quella di abolirla (si farebbe crollare un altro pilastro), ma solo di farne rispettare i limiti. La Dichiarazione universale dei diritti umani, emessa nel 1948, contemporaneamente all’istituzione dell’ONU e alla Costituzione italiana, assume da questo punto di vista un grande valore teorico e pratico, un importante fattore di unità (se si prescinde dalle motivazioni). Ma non può essere considerata una conquista una tantum: richiede una continua attività di osservazione e adeguamento, così come per ogni altra conquista democratica.

3. Dovere inderogabile della solidarietà:  è il collante che tiene insieme la società. Il fatto che nell’attuale società globalizzata aumentino gli squilibri e le distanze, cioè che questo principio venga nei fatti contraddetto, non autorizza ad affermare che sia un principio superato. Anche questo infatti è un pilastro fondamentale del costituzionalismo universale. Il quale sarebbe leso, ad es. se il cosiddetto federalismo fiscale abolisse il dovere di solidarietà delle regioni ricche verso quelle povere.

4. Giustizia come fine dell’azione pubblica:  c’è oggi la tendenza a demonizzare tutto ciò che attiene alla politica, esaltando invece il privato. Il risultato è la disaffezione generalizzata nei confronti del settore pubblico, la deresponsabilizzazione verso l’alterità, la crescita a dismisura delle differenze sociali. Anche questo pilastro viene spesso dimenticato e disatteso nella realtà, confermando come sia difficile mantenere la rotta verso il costituzionalismo e la democrazia, in una società, come la nostra, plasmata dalla spettacolarizzazione e dal consumismo.

 

 

b) QUATTRO MOMENTI NELLA STORIA DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

 

I principi sopra indicati possono illuminare la storia della Costituzione italiana. La nostra è una delle più moderne nel mondo, perché risente delle tensioni ideali dell’immediato dopoguerra, in linea con la Dichiarazione universale dei diritti umani e del progetto di pace universale insito nell’istituzione dell’ONU. I quattro momenti individuabili nel percorso della nostra Costituzione non hanno pretese scientifiche, ma soltanto di semplificazione didattica.

 

1. Costituzione conquistata. Dopo l’entusiasmo per la fine della guerra e la libertà riconquistata con la caduta del regime fascista, fu il momento della progettualità, in un clima di forti tensioni ideali. Ma il dopoguerra italiano è stato caratterizzato anche da profonde divisioni: ideologiche, politiche, programmatiche, persino linguistiche (l’unificazione linguistica avverrà successivamente, grazie alla tv). Ebbene, oltre ad essere stata una conquista dal basso, sognata fin dai tempi del Risorgimento (lo Statuto albertino era stato una concessione dall’alto, non una conquista popolare), la Costituzione repubblicana è stata un potente fattore di unità. Il terreno comune infatti è stato trovato negli ideali e nei principi di fondo del costituzionalismo universale, sopra indicati.

2. Costituzione congelata.  Tuttavia dopo la promulgazione della costituzione non si sono visti subito cambiamenti radicali. Se non un corpo estraneo, come qualcuno ha detto, la costituzione era, quanto meno, non omogenea alla struttura sociale e giuridica del Paese. Le leggi erano quasi tutte quelle del periodo fascista o precedenti, non c’erano ancora le regioni, mancava la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura, il referendum e gli altri istituti previsti. Pertanto si può parlare – sempre in termini semplificati – di una seconda fase di congelamento della costituzione.

3. Costituzione gradualmente attuata.  Sostenuta inizialmente dalle sole élites culturali, la costituzione diventa sempre più patrimonio comune, condiviso da tutti. Ciò non vuol dire che mancassero divisioni e difficoltà nei vari partiti, in particolare sulla attuazione più o meno rapida della stessa costituzione. Ciò che è importante segnalare è che non c’era – come si vorrebbe oggi – un partito favorevole e uno contrario alla costituzione. Tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione, facevano riferimento alla stessa costituzione. Era dunque quel fattore di unità che merita di essere. Una riprova può essere vista negli anni “di piombo”. Pur con un attacco senza precedenti alla legalità e alle istituzioni, il faro comune a tutti gli schieramenti era e restava la costituzione repubblicana.

4. Costituzione contestata.  È significativo che proprio quando la costituzione repubblicana è giunta al culmine del lungo processo di interiorizzazione e assimilazione, con l’attuazione di tutte le istituzioni previste, è cominciata la sua contestazione. Non sui principi, si è detto, ma solo nella parte ordinamentale. Le procedure e gli ordinamenti sono troppo complessi e frenano il processo decisionale. Avanza il mito del decisionismo, secondo il quale è necessaria la concentrazione del potere decisionale, l’alleggerimento di lacci e laccioli che frenano l’iniziativa. Al contempo si affermano prassi degenerative nei confronti della costituzione. Si è fatto ad es. largo ricorso alla decretazione d’urgenza nella comune prassi governativa – sia di destra che di sinistra – anche nei casi obiettivamente non urgenti; fino al 1996, quando una sentenza della Corte costituzionale bloccò tale prassi, nonostante le proteste. Il meccanismo costituzionale ormai funzionava. Poi si sono trovate altre scorciatoie, come il voto di fiducia. Va notato che con queste prassi di aggiramento, la costituzione comincia a non essere più il terreno comune, quel fattore di unità che era stato in precedenza. Taluni sostengono che essendosi degenerato il sistema politico che l’aveva fatta, anche la costituzione va rifatta. Quando si dice che la nostra è una costituzione comunista o catto-comunista, se ne rinnega l’essenza, cioè di essere la base comune. Da fattore di unità diventa fattore di scontro. Infine ci sono state palesi violazioni della costituzione: esonerare dalla legge penale le più alte cariche dello stato con legge ordinaria è un’evidente violazione del principio di eguaglianza. Lo si può fare, ma solo con legge costituzionale.

 

Rischio culturale.  A ben vedere si può comprendere come l’attuale attacco alla costituzione sia di tipo nuovo e intrigante, giocato in prevalenza a livello di opinione pubblica mediatica: la costituzione denigrata come ferrovecchio, di altri tempi, non più adatta ai nostri giorni. Non importa che la costituzione italiana sia tra le più avanzate al mondo, in linea con le acquisizioni del costituzionalismo universale. Può essere violata da chi ha saputo raccogliere i voti popolari – se pure approfittando di leggi elettorali ad hoc e di un evidente monopolio informativo. Analogamente si cerca di denigrare la magistratura (o una sua parte), subordinandola al potere esecutivo, con altra violazione del principio costituzionale di divisione dei poteri statuali.

 

In definitiva,  dicendo di voler modificare soltanto gli aspetti ordinamentali della seconda parte della costituzione, in realtà vengono contraddetti anche principi fondamentali della prima parte. Questo attacco dovrà essere respinto agendo sui diversi piani politici, culturali, educativi, presentando il complesso di valori e ideali da cui sono scaturite la nostra e le altrui costituzioni: la base comune da cui ogni moderna civiltà non potrà mai prescindere.

 

*[testo non rivisto dal relatore]

Per riflettere: a)

-per quali aspetti si può dire che tutti gli uomini sono stati creati uguali dal loro creatore?

-la schiavitù oggi non è più concepibile nell’ambito della legalità;

-ogni uomo ha uguali diritti;

-ma ogni diritto incontra dei limiti;

-come nel caso del diritto all’informazione e alla privacy;

-grande valore teorico e pratico della Dichiarazione universale dei diritti umani;

-oggi si parla poco di solidarietà;

-giustizia come fine dell’azione pubblica;

-esaltazione del privato;

b)

-la costituzione conquistata e l’entusiasmo del dopoguerra;

-principi e ideali del costituzionalismo universale come terreno comune;

-fattore di unità;

-costituzione congelata;

-leggi e strutture erano ancora quelle precedenti;

-graduale attuazione e assimilazione;

-al culmine del processo comincia la contestazione;

-non sui principi, ma sulla complessità di applicazione;

-il mito del decisionismo;

-prassi degenerative bipartisan;

-palesi violazioni costituzionali nell’esonero delle alte cariche dalla legge penale;

-rischio culturale: denigrazione della costituzione a livello di opinione pubblica;

-si recidono le radici dell’organizzazione sociale.


L’ITALIA DA SALVARE

ottobre 13, 2010


SE NEL PAESE VINCONO LE VIRTÙ DEMOCRATICHE

di GUSTAVO ZAGREBELSKY La Repubblica — 12 ottobre 2010   pagina 57   sezione: CULTURA

Nei primi decenni dell’Ottocento, la domanda era: «Si può fare l’Italia?»; oggi, alle soglie dei 150 anni dell’Unità, è diventata: «La si può salvare?» L’una domanda era dettata da speranza, l’altra da disperanza. Nella spazio aperto tra queste due parole c’è il dramma del nostro Paese. Nel suo nuovo libro, Salviamo l’Italia (Einaudi, Vele, pagg.134, euro 10), Paul Ginsborg ragiona sulla condizione della nostra vita nazionale mettendo costantemente a confronto, come in contrappunto, gli italiani del tempo che è il nostro con i patrioti del Risorgimento, il loro pensiero, la loro azione. Nel dispiegarsi delle sue argomentazioni, gli accadimenti di oggi, che possono sembrarci difficoltà nuove e insormontabili, visti nel lungo periodo risultano lievi increspature nella continuità d’una storia dalle radici profonde. Dunque: nervi saldi e senso di responsabilità; niente catastrofismi, sterili piagnistei o inutili invettive.

Antidoto allo scetticismo. Alla fatidica domanda se l’Italia si può salvare, Ginsborg risponde risolutamente di sì, accompagnando il suo entusiasmo con un pizzico d’anglosassone, auto-ironica presa di distanza, perché «bisogna diffidare dei neofiti: hanno spesso la tendenza a entusiasmarsi troppo». Ginsborg è un illustre storico inglese che ha dedicato gran parte dei suoi studi alla storia italiana. A differenza di molti di noi, che tanto più conoscono il proprio Paese, tanto meno lo amano, lui ha seguito un percorso opposto, che l’ha indotto a chiedere la cittadinanza italiana. All’amico stupito che gli chiedeva: «Ma chi te l’ha fatto fare, e proprio ora, poi», un altro ha risposto ironicamente per lui: «Così potrai dire assieme a tutti noi altri: “mi vergogno di essere italiano”». Al contrario, il libro vuole essere un antidoto allo scetticismo che – inutile negarlo – di questi tempi portiamo dentro di noi. Per molti versi è una dichiarazione d’amore all’Italia che non sarebbe stata stonata sulle labbra di quei viaggiatori dal Nord Europa che nei secoli scorsi scendevano da noi per il Grand Tour, alla scoperta della civiltà attraverso le meraviglie del nostro Paese. Del resto, fin dalle prime pagine, l’autore stigmatizza, con le parole di Carlo Cattaneo, «quel vizio tutto italiano di dir male del suo paese». Un vizio che il patriota milanese attribuiva a «una escandescenza di amor patrio», la stessa “escandescenza” che anche il neocittadino italiano Ginsborg è autorizzato a provare ma, nel suo caso, non per “dir male” e neppure per “dir bene” a priori ma per accostarsi al nostro Paese con atteggiamento di seria partecipazione ai suoi tanti problemi.

Identità italiana. Quando ci poniamo una domanda come quella del libro: se e come “salvare l’Italia”, dobbiamo essere consapevoli che non siamo parlando di qualcosa come uno spazio fisico, contenitore di esseri umani. L’Italia, così intesa, esisterà sempre e indipendentemente da noi. La domanda sarebbe insensata. Ha senso, invece, rispetto a ciò che oggi si esprime con la parola “identità”. La domanda è se si possa salvare l’identità italiana. Ma la “identità” non è per nulla un dato oggettivo, il carattere “così com’è” di un popolo, tanto più di un popolo come il nostro, dalla storia plurimillenaria e composita, ricca di esperienze e contraddizioni, di molte luci e molte ombre. Non è una fotografia. È una proiezione nella quale mettiamo molto di noi stessi e delle nostre visioni, come accade tutte le volte in cui ragioniamo di un oggetto spirituale, non sperimenta(bi)le. «Gli Etiopi dicono che i loro dèi sono camusi e neri, i Traci che hanno gli occhi azzurri e i capelli rossi», osservava Senofane di Colofone. Così è anche per quella divinità terrena che è la patria, che ognuno s’immagina ornata di tutte le qualità ch’egli stesso onora. Per questo, i discorsi sull’identità (pensiamo, come esempio, all’identità europea), invece di creare unità di sentimenti e proponimenti, si risolvono in controversie. Ciò che piace agli uni, dispiace ad altri. È identità italiana l’Accademia nazionale dei Lincei o il centurione che staziona, sotto il Colosseo, per farsi fotografare con i turisti? Un Leopardi definisce per qualche aspetto la nostra identità? Dipende. Si potrebbe perfino dire che la contraddice, che il suo pessimismo cosmico è il contrario della spensieratezza e della leggerezza tipiche del nostro modo di vivere.

Virtù da salvare. Salvare l’Italia è dunque salvare la nostra idea di Italia, quella in cui proiettiamo tutto ciò che di bello, di buono e di giusto vi è secondo noi; al contrario, è sconfiggere ciò che di brutto, di cattivo e d’ingiusto vi si oppone. È dunque una battaglia. Il libro di Ginsborg è un libro combattente. Quali sono le virtù italiane da salvare? Innanzitutto, la tradizione delle libertà comunali, concepite in modo aperto al mondo, secondo lo spirito che animava l’amor di patria risorgimentale e che Ginsborg ritrova nella vocazione europeista di uno Spinelli o di un Rossi. Vi è poi la “saggezza riflessiva” e moderata dei ceti medi, di cui viene sottolineata la capacità di mobilitazione per obiettivi altruistici e civili. Infine, virtù di tutte le altre virtù, la mitezza del popolo italiano che sa temperare nella benevolenza anche gli attriti e i conflitti che, in altri contesti, si risolverebbero in tragedie. La mitezza, intesa come abitudine al confronto civile, rispetto, spirito d’accoglienza è la base della democrazia. Dunque, l’Italia da salvare è quella delle virtù democratiche.

Ragioni di disperazione.  Davanti a queste ragioni di speranza e di possibile salvezza si ergono le ragioni di disperazione: l’acceso familismo, il machiavellismo, il clientelismo organizzato come sistema di potere, una certa permanente vocazione al ruere in servitium (precipitarsi ad asservirsi); un sistema politico sbilanciato dall’evanescenza delle opposizioni; una classe politica fiacca di fronte all’invadenza della Chiesa cattolica; la “supplenza” che questa esercita rispetto a quella; la criminalità che dilaga a ogni livello, da quella dei colletti bianchi a quella delle mafie; le disuguaglianze sociali e territoriali. Sono tutti fenomeni radicati nella nostra storia, dal Risorgimento a oggi, che il libro documenta ampiamente.

Organizzarsi per far prevalere le virtù. Di fronte a questo elenco, come possiamo guardare con fiducia alle virtù? Come parlare di mitezza in una «Repubblica dei dossier»? Di spirito federativo, quando abbiamo a che fare con cose come la «Repubblica dei Padani»? Di civismo “riflessivo” del ceto medio davanti al diffuso egoismo sempre più piccolo-borghese e al diffondersi di xenofobia e intolleranza? Le virtù saranno in grado di prevalere? Caro Paul, questa è la domanda, e la risposta è nell’invito a organizzarsi, a diffondere consapevolezza e ad agire affinché i caratteri positivi abbiano a prevalere su quelli negativi, invito che è il filo conduttore, nemmeno troppo nascosto, del tuo libro. Un invito consegnato alle future celebrazioni dell’Unità d’Italia, affinché non si riducano a vuote ed elusive rievocazioni. –

PERCHÉ È INCOSTITUZIONALE L’INCHIESTA SUI MAGISTRATI

ottobre 8, 2010

di  ALESSANDRO PACE,   La Repubblica — 07 ottobre 2010   pagina 43   sezione: COMMENTI

Farneticazioni.  Il proposito del Presidente Berlusconi di chiedere l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui pubblici ministeri «famigerati», enunciato domenica scorsa in chiusura della festa nazionale del Pdl a Milano, non ha il benché minimo fondamento costituzionale ed urta, anzi, contro due fondamentali principi del nostro ordinamento. Il primo è che l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta compete in esclusiva alle singole Camere, tant’è vero che su di essa il Governo non può porre la questione di fiducia (art. 116 comma 4 regolamento Camera). Il secondo è che il nostro sistema costituzionale presuppone una parità tra i poteri dello Stato e, quindi, tra gli organi che tali poteri esprimono, tant’è vero che la Corte costituzionale ha il compito di dirimere gli eventuali conflitti derivanti da reciproche menomazioni (art. 134 della Costituzione). Conseguentemente, come sarebbe farneticante che una Camera istituisse una commissione d’inchiesta sul funzionamento dell’altra Camera o che le Camere istituissero una commissione d’inchiesta sul funzionamento della Presidenza della Repubblica, è altrettanto farneticante il proposito di istituire una commissione d’inchiesta su singoli magistrati e, quindi, indirettamente, sulle modalità di esercizio del potere giudiziario sia giudicante che requirente.

 

Recita l’art. 82 della nostra Costituzione: «Ciascuna Camera può disporre inchieste su materie di pubblico interesse. A tale scopo nomina fra i propri componenti una commissione formata in modo da rispecchiare la proporzione dei vari gruppi. La commissione d’inchiesta procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria». L’ultima frase ci fa comprendere tutta l’importanza delle inchieste parlamentari. Diversamente dalle inchieste che possono essere istituite dal Governo, dalla pubblica amministrazione e, al suo interno, dalla stessa magistratura, le inchieste istituite dalle singole Camere o dalle due Camere con una legge (oppure con un atto bicamerale non legislativo) possono giovarsi del massimo dei poteri istituzionali riconosciuti dal nostro ordinamento, e cioè dei poteri che, in quel dato momento storico, spettano al magistrato (civile, penale, amministrativo, contabile) nello svolgimento delle sue funzioni (principio del così detto «parallelismo»). Non però i «poteri di giudizio», che spettano al giudice e solo al giudice, ma i «poteri istruttori» che competono al giudice per la ricerca della verità, tra cui ad esempio, il potere di disporre perquisizioni e intercettazioni telefoniche (ma sempre con gli stessi limiti che incombono sui magistrati).

 

Tutto questo potere – che, come detto, costituisce il massimo riconosciuto dal nostro ordinamento -, mentre può essere utilizzato per accertare le disfunzioni del nostro sistema che incidano direttamente o indirettamente sul bilancio dello Stato (ed in questo senso costituisce materia di «pubblico interesse» un’inchiesta sulle carenze dell’organizzazione giudiziaria, pienamente ammissibile), non può invece essere utilizzato per criminalizzare o perseguire singoli magistrati, come vorrebbe Berlusconi. L’accertamento delle responsabilità «giuridiche» individuali è infatti compito dei giudici che «sono soggetti soltanto alla legge» (art. 101 comma 2 della Costituzione); non è compito del Parlamento e della politica (che, per definizione, è partigiana). Infine, non costituisce «materia di pubblico interesse», nel significato che a tale locuzione è attribuito dal primo comma dell’art. 82 della Costituzione, un’inchiesta che, in aggiunta alle leggi ad personam finora votate (il lodo Schifani, il lodo Alfano, la legge sul legittimo impedimento ecc.), serva per impedire la celebrazione dei processi a carico del Presidente del Consiglio per i reati comuni a lui contestati. –

IL RE IN MASCHERA DA PERSONCINA PERBENE

ottobre 5, 2010

di Raniero La Valle

Come racconta Elias Canetti, in Cina tutti ridevano quando l’imperatore rideva, tutti erano tristi se l’imperatore era triste, soprattutto i mandarini, tutori del suo potere. In Italia l’impero sta crollando e i mandarini del Cavaliere non ridono più

Prima di lasciare la scena, il re vi compare mascherato, nell’estremo tentativo di salvare il suo potere. È questo che ha fatto Berlusconi nelle giornate parlamentari del 29 e 30 settembre, che hanno segnato la sua sconfitta perché hanno dimostrato che ormai l’opposizione non è più solo dei gruppi di minoranza, ma di due gruppi della stessa maggioranza – i finiani e i siciliani di Lombardo – che lo tengono in pugno, gli hanno dato una fiducia condizionata e lo hanno umiliato con durissimi discorsi di demolizione e di critica.

Con quale maschera il presidente del Consiglio si è travisato per non cadere dal trono? Anzitutto si è presentato come una personcina per bene, conciliante e pronto al dialogo con i suoi e con i loro, nascondendo che “i loro” li aveva sempre trattati con odio apostrofandoli come antitaliani e comunisti, e “i suoi” li aveva cacciati dal partito e contro colui che aveva alle sue spalle aveva aizzato i suoi bravi che attraverso i giornali e i dossiers distruggessero lui e la sua famiglia.

Poi si è messo la maschera dello statista democratico intento notte e giorno a difendere le prerogative del Parlamento (questo era il discorso “alto”), lui che in Parlamento non ci va mai (per non perdere tempo) che lo ha espropriato del suo ruolo con i voti di fiducia e i decreti legge, e nel discorso di Yaroslav in Russia del 10 settembre ha detto ai dirigenti internazionali sbigottiti che le Camere sono il vero difetto del sistema messo su dai costituenti italiani, perché il governo non può fare “immediatamente” quello che vuole, ma “deve far passare tutta la sua attività attraverso l’approvazione delle Camere”.

Il re nudo ha poi messo la maschera del leader che media le dialettiche interne al suo partito, con un leggero rimprovero se vanno un po’ oltre il segno, mentre a Yaroslav aveva bollato i dissidenti come mestieranti della politica che volevano farsi la loro “piccola azienda”, e aveva dato assicurazioni al suo amico russo e al coreano che in Italia non stava succedendo nulla e il governo sarebbe andato avanti, illeso e incurante di queste piccole beghe del teatrino della politica.

Il re soccombente ha poi messo la maschera di chi va col cappello in mano a chiedere i voti di tutti, senza comprare i voti di nessuno, quando aveva disperatamente cercato di rendere superflui i voti di Fini e di Bocchino, e aveva lanciato la campagna acquisti per raggiungere la fatidica quota di 316 deputati “autosufficienti”; qui si è molto polemizzato su questa immoralità che porta in Parlamento e nella politica il calcio-mercato; ma si è fatto un torto al calcio e al mercato perché almeno lì non si compra chiunque, ma solo chi ha qualche talento nel giocare a pallone, mentre qui si comprano anche i brocchi, alla sola condizione che dicano sì.

Tutte queste maschere sono cadute. E l’ultima maschera caduta al re talismano, è quella della sua popolarità, fonte di ogni potere. Questa popolarità aveva fatto di lui il modello da imitare, che egli poteva modificare a suo piacere. Come racconta Elias Canetti in Massa e potere in Cina quando l’imperatore rideva, tutti ridevano, anche i mandarini ridevano, e se l’imperatore era triste i mandarini si facevano mesti in volto: “si poteva pensare che i loro volti fossero fatti di piume e che l’imperatore potesse a suo piacimento toccarle e metterle in movimento”: maschera il re e maschere i sudditi.

Anche da noi Berlusconi rideva e i suoi appassionati ridevano e dicevano meno male che Silvio c’è. Ma ora anche questa maschera è caduta, la popolarità (il “gradimento”, come dice lui) è precipitata nei sondaggi e non c’è più passione per lui. Alla Camera mentre i discorsi degli oppositori facevano scintille (e quello di Di Pietro addirittura fulmini e saette), i discorsi degli apologeti erano piatti e noiosi, tanto che quando parlava Cicchitto perfino Berlusconi dormiva; e a Palazzo Madama, per disdegno, i senatori a vita non hanno neanche votato.

Dunque questa è una pagina da chiudere al più presto. Non è più neanche questione dei punti programmatici del governo, difesa della vita (per i cattolici) e ponte sullo Stretto (per le mafie), compressione della domanda interna (per la Banca europea) e centrali nucleari (per l’industria); è questione di una dignità da restaurare. È quella che l’Italia ha perduto, sia all’interno, come figura pubblica della comunità nazionale, avvilita nel degrado etico che neanche la CEI vuole più sopportare (“la pazienza è finita”, non solo per la Confindustria), sia all’estero per il discredito guadagnato con il resto del mondo. Senza dignità non c’è più né destra né sinistra, non c’è politica e non c’è Paese. Perché la destra e la sinistra, la politica e il Paese possano tornare ad esistere, è dalla dignità che bisogna ripartire.

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/il-re-in-maschera-da-personcina-perbene


ELENCO COMPLETO DEL MATERIALE

ottobre 5, 2010

Da forza Italia a povera Italia, Berlusconi finisce così  La Valle   La cultura del divismo  Marzano  Centralità al parlamento  Manzella   Essere all’altezza  Galli   Il rifiuto delle urne  Schiavone   La porta stretta della sinistra   Gotor   Le città liberate  La Valle   L’obbedienza che avvelena   Galli della Loggia    La privatizzazione di un patrimonio    Settis   Ricomincio da quattro   La Valle   La logica del padrone   Rodotà   La dignità istituzionale   Galli   3.  Per una cultura democratica   Pizzolato  2.  La sovranità popolare nella Costituzione italiana   Pizzolato   1.  Democrazia e principi costituzionali  Pizzolato Una fase costituente urgente, ma… per l’Europa  Pizzolato   3 Riapertura dello spazio pubblico Pizzolato   2. Una Costituzione vecchia?  Pizzolato  1. Costituzione sotto pressione  Pizzolato   Berlusconi e le emozioni degli italiani Pasquino   Articolo 41:  scelta di civiltà   La Valle Nikilismo al potere   Galli Ribellatevi all’apatia Urbinati Il disegno populista Galli Unità e costituzione Manzella Il Cavaliere-mamma che coccola gli italiani Ceccarelli Crocefisso: un Paese a laicità limitata Saraceno L’indignazione necessaria Crainz Una legge ad castam Giannini In difesa della scuola pubblica Calamandrei Le procure sotto tutela Spinelli La bandiera della dignità Rodotà Presidente Napolitano Un nome da rossore Stefani I segreti di wikileaks sono segreti di Pulcinella? La Valle Università e mito meritocratico Forges Davanzati L’Italia del sottosuolo Spinelli Radici ideologiche della crisi economica Antropologia del Cavaliere Rodotà Cambiare la legge elettorale La Valle Il futuro del lavoro Ruffolo Quando è l’istituzione a violare tutte le regole Urbinati Il vero obiettivo: azzoppare i PM D’Avanzo Una norma eversiva Pace I tea party all’italiana Urbinati La vendetta afgana La Valle Per una cultura della Costituzione Onida L’Italia da salvare Zagrebelsky Perché è incostituzionale l’inchiesta sui magistrati Pace Il re in maschera di personcina perbene La Valle La terza crisi dell’Europa Touraine Se l’Europa caccia i rom Urbinati 10 consigli per difenderci dall’informazione che imbroglia Chomsky L’Europa meticcia non può rifiutare i rom Le Goff Così si uccide la scuola pubblica Saraceno Scuola, educazione militare Anfossi E il fucile entrò a scuola Merlo L’educazione civica e l’occasione perduta Scoppola La rivoluzione dell’eguaglianza Rodotà Il mercato è chi fa marketing La pubblicità che ha ucciso la democrazia Semplificazione del linguaggio, appiattimento del pensiero Se il mondo perde il senso del bene comune Rodotà La lezione di Tocqueville Urbinati Servilismo mafioso e cumulo dei poteri Alternativa al regime: uniamoci oraDe Magistris Se la crisi del Pdl viola la Costituzione Manzella Immateriale e gratuito La politica dell’antistato Urbinati Nel tramonto (tragico e farsesco) di Berlusconi La Valle La politica della diceria Urbinati La costituzione, il Quirinale e le regole che vanno rispettate Stajano Cesarismo democratico Urbinati La neolingua del potere D’Avanzo Non si vive di soli format Bondi La politica e i format di successo Brunetta Il mondo facile della politica format Serra La seduzione al potere Niola Quando la politica diventa un format Berselli La paura di votare non conviene al Pd Diamanti Il centrosinistra scomparso Crainz La morale “fai da te” Famiglia cristiana Si, il cavaliere è politicamente solo Bondi La solitudine del cavaliere Manzella Il bavaglio sul pensiero Rodotà La manovra uccide il nostro paesaggio Settis Un paese senza politica Galli della Loggia Pensiero liberale e potere berlusconiano Salvadori Diritto di resistenza Dossetti Chi fa politica non invochi la privacy Urbinati L’eversione quotidiana Rodotà Quarto anniversario vittoria referendaria Rete Chi svuota la Costituzione Rodotà Disobbedire, per la democrazia Urbinati La Costituzione in mano al popolo e ai partiti Comitati Dossetti Nuovo allarme per la Costituzione Comitati Dossetti 2 Giugno, festa della Repubblica e della Costituzione Onida e Zagrebelsky Berlusconi deve dare una risposta a Napolitano Scalfari Il sovrano senza legge Lerner La costituzione immateriale Sartori Proposta di Raniero La Valle Commento Peyretti su lodo Alfano Il progetto di riforma 2005 Wikipedia Sovranità parola da abolire Riscoprire la centralità del lavoro Etica pubblica e costituzione I principi fondamentali della Repubblica italiana Wikipedia Origini universaliste del costituzionalismo

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