Archive for agosto 2010

LA POLITICA DELLA DICERIA

agosto 28, 2010

Di  NADIA URBINATI la Repubblica — 27 agosto 2010   pagina 34   sezione: COMMENTI

Chiacchere e calunnie.  Nella società dell’audience, le dicerie si sono conquistate un loro pubblico, molto corteggiato e alimentato. Se nelle monarchie assolute era sufficiente far circolare fra i pochi cortigiani una diceria contro un nemico designato, nella società mediatica le dicerie devono estendere il loro raggio d’azione per poter colpire nel segno. Benché l’effetto “sasso nello stagno” sia lo stesso, il fenomeno è oggi molto più pervasivo a causa del processo di auto-alimentazione della tecnologia informatica. Sembra che una delle ragioni che muove gli Internet addicted sia proprio il desiderio di sapere qualcosa in più degli altri per poter aggiungere qualcosa in più alla chiacchiera con gli amici. In questa atmosfera di bulimia della novità, diventa più difficile distinguere con chiarezza la chiacchiera, il gossip, dalla calunnia; e su questa oggettiva difficoltà i quotidiani italiani di questi giorni fanno le loro prime pagine, soprattutto il giornale che fa capo al presidente del Consiglio (è un fatto sorprendente in un paese democratico che il capo della maggioranza possieda, come famiglia, un quotidiano nazionale).

Cascate.  Ha scritto Cass Sunstein in On Rumors, recentemente tradotto da Feltrinelli col titolo Voci, gossip e false dicerie, che uno dei processi attraverso i quali le dicerie si diffondono è per “cascata”: se la maggior parte delle persone che conosciamo crede in una diceria, tendiamo a crederci anche noi perché «in mancanza di informazioni di prima mano accettiamo le opinioni degli altri»; se poi “gli altri” hanno le nostre stesse idee, allora questa diceria è naturalmente accreditata ai nostri occhi. Ci crediamo. Più siamo pregiudizialmente identificati con un’idea o un gruppo più siamo facili a credere a ciò che più conviene a quell’idea o a quel gruppo. Questo significa che in un paese politicamente polarizzato come l’Italia le dicerie hanno grande corso. È a questo presupposto che la fortuna politica di leader e candidati fa affidamento. Anche per una ragione semplice: perché, benché la rete ci dia l’illusione di avere il mondo tra le dita, è un fatto che le notizie non le produciamo noi direttamente ma le riceviamo già digerite, se così si può dire, confezionate in modo da conquistare la nostra fiducia (ma meglio sarebbe dire credulità) o, più semplicemente, approfittare della nostra propensione a credere in ciò che non possiamo provare. «Una cascata ha luogo quando capiscuola, leader, promuovono certe affermazioni e comportamenti, e altre persone li seguono. In economia le dicerie possono alimentare una bolla speculativa»; in politica possono far nascere emozioni di repulsione o innamoramento per un leader, oppure la paura per un fenomeno (per esempio l’immigrazione). Quel che è peggio, possono alimentare discredito per la politica e lo Stato (il detto “sono tutti ladri”). L’effetto “cascata” è così forte – e chi lo alimenta sa che è forte e scommette su questo – da far sì che l’esito di una diceria che si afferma in questo modo finisce per rendere inefficace ogni informazione che possa correggerla o negarla.

Il problema è che la diceria vive della stessa aria di cui vive la democrazia: la libertà di parola. Una democrazia non può esistere se i suoi cittadini non godono della libertà di dire quello che pensano, anche quando quello che pensano non è corretto. Il codice non si occupa delle dicerie, ma consente la denuncia per colpire una diceria che si fa affermazione falsa fatta con malevolenza (questa è la calunnia), ovvero per danneggiare la reputazione di qualcuno o qualche cosa. Nel nostro codice il delitto di calunnia è stato collocato tra i delitti contro l’amministrazione della giustizia perché considerato reato in grado di offendere non solo la rispettabilità del soggetto calunniato ma anche il regolare svolgimento dell’amministrazione della giustizia da parte dello Stato.

Ma la diceria non è né può essere reato,  non è né può essere trattato come la calunnia. Nel caso della diceria, quindi, occorre fare affidamento sul civismo e la responsabilità degli operatori dell’informazione. Non è un caso che per i cattolici l’affermazione diffamante sia un peccato anche quando non violi alcuna legge civile. I credenti sopperiscono con il timore della punizione divina al silenzio della legge civile. Chi si rifà a un’etica laica usa argomenti come il senso del rispetto per gli altri – scriveva Cicerone che il rispetto e la sincerità sono la condizione senza la quale non si dà amicizia, aggiungendo che in una repubblica la cittadinanza è una forma di amicizia. Comunque sia, dove non c’è dolo e proprio perché la libertà di parola è sacra in un governo libero, occorre saper trovare ragioni di autocontrollo negli individui. La questione morale implicata nella diceria è delicata anche perché, pur supponendo che la persona che ne è vittima riesca a provare che quella voce non corrisponde al vero, il suo nome può tuttavia restare associato a quella diceria per molto tempo nella memoria della gente. Aggiungiamo che quando la persona ricopre incarichi istituzionali, ad essere compromessa è anche, anzi soprattutto, l’istituzione. Il persistente richiamo del presidente della Repubblica a tenere fuori le istituzioni dal “gioco al massacro” che si sta consumando in questi giorni, è ispirato da questa consapevolezza.

Parlare di cultura morale significa spostare l’attenzione dal fatto all’intenzione. Ora, che ruolo ha l’intenzione del perpetrante in questo gioco al massacro che è la diceria? Molta, poiché, spiega ancora Sunstein, le dicerie si diffondono e si propagano perché chi le mette in circolo conosce molto bene i meccanismi di diffusione e gli effetti. Per questa ragione la responsabilità morale di chi opera nell’informazione – di chi confeziona le notizie dalle quali nascono le credenze – è grande anche, anzi soprattutto, quando non ci siano risvolti penali. Che i cittadini debbano essere esposti a notizie veritiere, ci ammonisce costantemente Gustavo Zagrebelsky, che le informazioni che riceviamo (naturalmente insieme a giudizi e quindi tinte di opinioni e preferenze) siano equilibrate, che si sappia e si voglia fare distinzione tra mezzi di informazione e mezzi di propaganda: tutto questo si appoggia su null’altro che il senso di una responsabile libertà democratica, che non è una libertà da stato di natura, né è fatta per danneggiare gli altri e le istituzioni. –

Annunci

LA COSTITUZIONE, IL QUIRINALE E LE REGOLE CHE VANNO RISPETTATE

agosto 23, 2010

Opinioni (legittime) e principi (da salvare)

Di STAJANO CORRADO  Corriere della sera 22-08-2010

INDICE POLITICA ITALIANA

agosto 23, 2010

 

I politici e i pannolini hanno qualcosa in comune… hanno bisogno di essere cambiati spesso… e per lo stesso motivo!

 

Terza Repubblica cercasi  Ainis

Dibattito su Renzi  Recalcati, Esposito, Crainz, Montanari, Felice

Il gesto più utile che Renzi può fare  Folli

L’umanità sul Titanic della stupidità  Albanese

Un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza  Falcone e Montanari

I delusi del lavoro  Diamanti e Ceccarini

Draghi e il capitale umano  De Martin

La rivincita del proporzionale  Ainis

A chi appartiene la legge elettorale  Zagrebelsky

Educare alla coscienza costituzionale  Monaco

Legislatura, quattro salvagenti  Ainis

I partiti della Costituzione e i populismi  Pertici e Urbinati

Il populismo del potere  Mauro

Avanti tutta verso il passato  Diamanti

5 La vittoria come fine della politica e la società divisa tra vincitori e sconfitti  La Valle

Lo stato sia tutto, le regioni niente e uno solo decida la guerra  La Valle

Spegnere la politica e non opporsi al potere  La Valle

Superamento della democrazia parlamentare  La Valle

La verità del referendum  La Valle

Cattolici-e-costituzione  La Valle

Cinque superstati, le regioni speciali  Ainis

Se il referendum spacca il paese  Rodotà

Benaltrismo

Referendum: pubblicità o ragione?

La mia verità sul referendum  La Valle

Referendum: le ragioni del no e quelle del si  Pace e Berlinguer

La fragilità dell’Italicum  Ignazi

Riforma costituzionale: le ragioni del rifiuto

La scuola paritaria è un bene comune  Melloni

Coalizione sociale  Rodotà

Il peso degli antieuropeisti  Urbinati

No F 35  Appello

Questione democratica  documento ANPI

L’irresistibile attrazione del vecchio  La Valle

Appello contro la riforma del Senato

Italicum, 10 ragioni per dire no   Zaccaria

Appello dei giuristi contro l’Italicum

Il sisma che porta il pd nel socialismo europeo  Ignazi

Corruzione, come toglierci la maglia nera  Micossi

Il declino del ceto medio e la deriva populista  Ignazi

La nuova destra dei camaleonti  Spinelli

Gli anticorpi perduti della società  italiana  Sylos Labini

I debiti della Germania  Gallino

La Costituzione non si tocca  Colombo

L’esame di coscienza che non ci sarà  Valli

Appello di Zanotelli su armi e politica

Quindici tesi sull’Italia  Settis

Manifesto di Giustizia e libertà

Profezia coraggio intelligenza

Le ricette della Grillonomics  Mania

Riflettendo sul dopo elezioni  Onida

Il populismo in parlamento  Urbinati

Il diritto alla politica  Prosperi

Il grande deserto dei diritti  Rodotà

Moderatamente europeo  Spinelli

L’armonia perduta della concertazione   Urbinati

La Costituzione tradita   Manzella

Dopo Berlusconi sarà possibile ricostruire la democrazia?  La Valle

Monti, servitore di due padroni  Marzo

Il venir meno di una cattiva fiducia   Stefani

Ritorno alla politica  La Valle

Liberali coccodrilli  Pasquino

Basta capi carismatici  Valentini

Da forza Italia a povera Italia, Berlusconi finisce così  La Valle

Una vittoria che viene da lontano  Rodotà

La cultura del divismo  Marzano

Finisce la stagione della docilità  Urbinati

Balzelli introdotti dal governo del fare

La profezia dell’Economist  Ruffolo

La virtù contagiosa del dissenso  Urbinati

Centralità al parlamento  Manzella

Il rifiuto delle urne  Schiavone

La porta stretta della sinistra   Gotor

Le città liberate  La Valle

L’obbedienza che avvelena   Galli della Loggia

La privatizzazione di un patrimonio    Settis

Ricomincio da quattro   La Valle

Il moderatismo aggressivo   Stefani

La logica del padrone   Rodotà

Il disegno populista Galli

Berlusconi e le emozioni degli italiani Pasquino

Il Cavaliere-mamma che coccola gli italiani Ceccarelli

Nikilismo al potere   Galli

La bandiera della dignità Rodotà

Presidente Napolitano

Sopravvive il berlusconismo La Valle

L’Italia del sottosuolo Spinelli

Antropologia del Cavaliere Rodotà

Cambiare la legge elettorale La Valle

I tea party all’italiana Urbinati

L’Italia da salvare Zagrebelsky

Il re in maschera di personcina perbene La Valle

Nel tramonto (tragico e farsesco) di Berlusconi La Valle

Un paese senza politica Galli della Loggia

La paura di votare non conviene al Pd Diamanti

La politica dell’antistato Urbinati

Cesarismo democratico Urbinati

Alternativa al regime: uniamoci ora De Magistris

Il centrosinistra scomparso Crainz

La solitudine del cavaliere Manzella

Si, il cavaliere è politicamente solo Bondi

Pensiero liberale e potere berlusconiano Salvadori

Chi fa politica non invochi la privacyUrbinati

L’eversione quotidiana Rodotà

Berlusconi deve dare una risposta a NapolitanoScalfari

Il sovrano senza leggeLerner

Commento Peyretti su lodo Alfano

Perché è incostituzionale l’inchiesta sui magistrati Pace

SPECIALE REFERENDUM 2011

INDICE ETICA PUBBLICA

agosto 22, 2010

Il gesto più utile che Renzi può fare  Folli

Il capitale improduttivo  Perrotta

Il pericolo della verità vigilata  Urbinati

Con Trump e la politica in pezzi teniamo ferma la garanzia della Costituzione  La Valle

 I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma  La Valle

Titolo 5° non costituzionale  La Valle

5 La vittoria come fine della politica e la società divisa tra vincitori e sconfitti  La Valle

Lo stato sia tutto, le regioni niente e uno solo decida la guerra  La Valle

Spegnere la politica e non opporsi al potere  La Valle

Superamento della democrazia parlamentare  La Valle

La verità del referendum  La Valle

Cattolici-e-costituzione  La Valle

Benaltrismo

Ordoliberalismo  Galli

L’idra dalle sette teste  Zanotelli

Cambiare modello di sviluppo  Drago

Riforma costituzionale: le ragioni del rifiuto

La democrazia senza morale  Rodotà

Perché internet ha bisogno di nuove regole  Rodotà

Con tutti i perseguitati  Sequeri

Gli effetti collaterali della corruzione  Urbinati

Una nuova politica costituzionale  Rodotà

Il sisma che porta il pd nel socialismo europeo  Ignazi

Il tempo della grande trasformazione  Boff

Corruzione, come toglierci la maglia nera  Micossi

I sottofondi del caos  Spinelli

Quel patto da rifondare  Ciliberto

L’esame di coscienza che non ci sarà  Valli

E’ una crisi della libertà  Magatti

2 Giugno: un’altra festa è possibile  Lotti

Appello di Zanotelli su armi e politica

Superare le diseguaglianze  Urbinati

L’armonia perduta della concertazione   Urbinati

Il superuomo-adolescente che piace al potere

La politica non è una tecnica  Peyretti

Ritorno alla politica  La Valle

Lettera esemplare di un amministratore

Le tre “i” che hanno perduto Berlusconi   La Valle

La questione morale  De Monticelli

Prevarrà l’etica sull’economia?

Quando manca la coscienza  Spinelli

Fuga dalla libertà  Zagrebelsky

Un ventennio di degrado morale  Ottone

Il mostro di Al Qaeda   Spinelli

Roccia o farfalla? Zuccaro

Sul disastro antropologico Meic Sardegna

Ribellatevi all’apatia Urbinati

I cattolici tedeschi e il biotestamento Prosperi

CEI, troppo tardi Monaco

Autenticità

Un nome da rossore Stefani

Nascita della dottrina sociale della Chiesa

Divaricazione tra dottrina  sociale e teoria economica

E’ l’ora che l’economia non trascuri più l’etica

La morale “fai da te” Famiglia cristiana

Alcune radici lontane dell’etica liberista

Un mondo per pochi?

La politica della diceria Urbinati

Etica pubblica e costituzione

Perché etica e ricerca devono saper dialogare Coda

L’Italia da salvare Zagrebelsky

Articolo 41:  scelta di civiltà La Valle

CRISI DELLA DEMOCRAZIA

agosto 22, 2010

 

 

Tra imbecilli che vogliono cambiare tutto e mascalzoni che non vogliono cambiare nulla, come è difficile scegliere!  (Gesualdo Bufalino)

Terza Repubblica cercasi  Ainis

Un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza  Falcone e Montanari

A chi appartiene la legge elettorale  Zagrebelsky

La rivincita del proporzionale  Ainis

Il pericolo della verità vigilata  Urbinati

I partiti della Costituzione e i populismi  Pertici e Urbinati

Quanto conta la voce dei cittadini  Rodotà

Non disperdiamo il patrimonio del no  Viroli

 I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma  La Valle

Titolo 5° non costituzionale  La Valle

Con Trump e la politica in pezzi teniamo ferma la garanzia della Costituzione  La Valle

È un problema di coscienza

Se il referendum spacca il paese  Rodotà

Benaltrismo

Il vento populista che soffia sul mondo  Ricolfi

La mia verità sul referendum  La Valle

Riforma costituzionale: le ragioni del rifiuto

Coalizione sociale  Rodotà

Perché internet ha bisogno di nuove regole  Rodotà

La Costituzione e il governo stile executive  Zagrebelsky

La democrazia illiberale che contagia l’Europa  Urbinati

L’irresistibile attrazione del vecchio  La Valle

Una nuova politica costituzionale  Rodotà

Italicum, 10 ragioni per dire no   Zaccaria

Appello della Rete per la Costituzione contro l’Italicum

I sottofondi del caos  Spinelli

Quel patto da rifondare  Ciliberto

La nuova destra dei camaleonti  Spinelli

Gli anticorpi perduti della società italiana  Sylos Labini

La Costituzione non si tocca  Colombo

Reinvenzione del fascismo  Galtung

Come spiegare la cittadinanza attiva ai politici

Quindici tesi sull’Italia  Settis

Manifesto di Giustizia e libertà

Il tempo delle retecrazia  Spinelli

Il diritto alla politica  Prosperi

Il grande deserto dei diritti  Rodotà

Superare le diseguaglianze  Urbinati

Legge elettorale: perchè conviene il doppio turno  Ignazi

La politica non è una tecnica  Peyretti

Rifondare i partiti per riformare la politica

Le tre “i” che hanno perduto Berlusconi   La Valle

Un ventennio di degrado morale  Ottone

Perchè andiamo in piazza Rodotà

Unità e costituzione Manzella

Contro la crisi della democrazia alzare l’asticella

Introdurre principi democratici nell’economia e nell’informazione

La democrazia non si eredita

Quali fondamenta per la democrazia?

La pubblicità che ha ucciso la democrazia

Semplificazione del linguaggio, appiattimento del pensiero

Cesarismo democratico Urbinati

Disobbedire, per la democrazia Urbinati

La Costituzione in mano al popolo e ai partiti  Comitati Dossetti

Il sovrano senza legge  Lerner

L’educazione civica e l’occasione perduta  Scoppola

Milano tra elezioni e loro mancanza   Stefani

La democrazia italiana alla sfida dell’equità   Giovagnoli

INDICE VIOLAZIONI ALLA COSTITUZIONE

agosto 22, 2010

Le leggi mai fatte sulla democrazia nei partiti  Ainis

 I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma  La Valle

Titolo 5° non costituzionale  La Valle

Con Trump e la politica in pezzi teniamo ferma la garanzia della Costituzione  La Valle

La mia verità sul referendum  La Valle

Riforma costituzionale: le ragioni del rifiuto

Appello contro la riforma del Senato

Appello della Rete per la Costituzione contro l’Italicum

Appello dei giuristi contro l’Italicum

La grande riforma… per finta  Monaco

I custodi della Carta  Settis

La Costituzione non si tocca  Colombo

No al grimaldello contro la Costituzione  appello Comitati Dossetti

Manifesto di Giustizia e libertà

Appello di illustri giuristi

La Costituzione tradita  Manzella

Dopo Berlusconi sarà possibile ricostruire la democrazia?  La Valle

Da forza Italia a povera Italia, Berlusconi finisce così  La Valle

La privatizzazione di un patrimonio    Settis

La logica del padrone   Rodotà

La dignità istituzionale   Galli

L’indignazione necessaria Crainz

Una legge ad castam Giannini

Le procure sotto tutela Spinelli

Quando è l’istituzione a violare tutte le regole Urbinati

Il vero obiettivo: azzoppare i PM D’Avanzo

Una norma eversiva Pace

La politica dell’antistatoUrbinati

Se la crisi del Pdl viola la Costituzione Manzella

Chi svuota la CostituzioneRodotà

Nuovo allarme per la Costituzione Comitati Dossetti

Il progetto di riforma 2005 Wikipedia

Perché è incostituzionale l’inchiesta sui magistrati Pace

INDICE COSTITUZIONE ITALIANA

agosto 22, 2010

La rivincita del proporzionale  Ainis

Legislatura, quattro salvagenti  Ainis

I partiti della Costituzione e i populismi  Pertici e Urbinati

Il populismo del potere  Mauro

Quanto conta la voce dei cittadini  Rodotà

Non disperdiamo il patrimonio del no  Viroli

 I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma  La Valle

Titolo 5° non costituzionale  La Valle

Con Trump e la politica in pezzi teniamo ferma la garanzia della Costituzione  La Valle

Cinque superstati, le regioni speciali  Ainis

Referendum: pubblicità o ragione?

La mia verità sul referendum  La Valle

Referendum: le ragioni del no e quelle del si  Pace e Berlinguer

4 Una fase costituente urgente, ma… per l’Europa  Pizzolato

3 Riapertura dello spazio pubblico  Pizzolato

2 Una Costituzione vecchia?  Pizzolato

Costituzione sotto pressione  Pizzolato

Utopia  Urbinati

Questione democratica  documento ANPI

Riforma costituzionale, voce ai cittadini  Rodotà

La scuola al centro della politica costituzionale  Rodotà

No al grimaldello contro la Costituzione  appello Comitati Dossetti

Quindici tesi sull’Italia  Settis

Manifesto di Giustizia e libertà

Si può amare la nostra Costituzione?  Zagrebelsky

Legge elettorale: perchè conviene il doppio turno  Ignazi

Essere all’altezza  Galli

Per una cultura della Costituzione Onida

60 anni di sana e robusta costituzione

I principi fondamentali della Repubblica italiana Wikipedia

Il progetto di riforma 2005 Wikipedia

Riscoprire la centralità del lavoro

Chi svuota la CostituzioneRodotà

Quarto anniversario vittoria referendariaRete

Diritto di resistenza Dossetti

La Costituzione in mano al popolo e ai partitiComitati Dossetti

La costituzione, il Quirinale e le regole che vanno rispettate Stajano

Articolo 41:  scelta di civiltà La Valle

1.  Costituzione sotto pressione   Pizzolato

2. Una Costituzione vecchia?   Pizzolato

3. Riapertura dello spazio pubblico  Pizzolato

4.  Una fase costituente urgente, ma… per l’Europa    Pizzolato

1.  Democrazia e principi costituzionali  Pizzolato

2.  La sovranità popolare nella Costituzione italiana   Pizzolato

3.  Per una cultura democratica   Pizzolato

Centralità al parlamento  Manzella

INDICE COSTITUZIONALISMO

agosto 22, 2010

Terza Repubblica cercasi  Ainis

Le leggi mai fatte sulla democrazia nei partiti  Ainis

Educare alla coscienza costituzionale  Monaco

Utopia  Urbinati

La Costituzione e il governo stile executive  Zagrebelsky

Una nuova politica costituzionale  Rodotà

Verso una Costituzione di terza generazione?

L’armonia perduta della concertazione   Urbinati

Unità e costituzione Manzella

Per una cultura della Costituzione Onida

Origini universaliste del costituzionalismo

60 anni di sana e robusta costituzione

Sovranità parola da abolire

Vocazione universalista del costituzionalismo

La rivoluzione dell’eguaglianza Rodotà

L’antologia della cittadinanza  Dorso e Neppi

IMMATERIALE E GRATUITO

agosto 18, 2010

LINEE PER UNO SVILUPPO ALTERNATIVO

“Se abbiamo un uovo ciascuno e li scambiamo, alla fine avremo solo un uovo ciascuno. Se abbiamo un’idea ciascuno e le scambiamo, alla fine avremo tante idee ciascuno”.

Questo antico detto della saggezza orientale indica una superiorità dei beni immateriali, come le idee, rispetto a quelli materiali. Peccato che le idee non si mangino; consentono però di scoprire le vie per procurarsi il cibo e magari anche quelle per alimentarsi meglio. In ogni caso questa superiorità dell’immateriale è stata presa sul serio anche dal moderno capitalismo, trasformandola in fonte di guadagno. Si ricorda, fra i tanti, il caso di Bill Gates, diventato trentenne l’uomo più ricco del mondo vendendo software, che, appunto, è un bene essenzialmente immateriale. I vantaggi dei beni immateriali sono di tutto rilievo: non vengono distrutti dal consumo e non lasciano né scarti né rifiuti: quindi non inquinano (se non talvolta le menti, come vedremo). Inoltre chi li vende non se ne priva (come avviene invece per i beni materiali) e così può venderli un numero illimitato di volte. Il costo di produzione ha un valore finito, mentre le vendite (e i relativi guadagni) possono avere un valore illimitato. Ecco la scoperta di Bill Gates: l’immateriale può essere una miniera inesauribile di profitti – peraltro non sempre eticamente giustificabili. Ovviamente devono esserci alcune condizioni, tra cui anzitutto la tutela giuridica di software e brevetti da parte dello Stato. Questo purtroppo non è difficile, perché, se in Italia la situazione ha raggiunto dimensioni paradossali, ovunque nel mondo si possono segnalare crescenti legami tra potere economico e potere politico, più specificamente una crescente dipendenza della politica dall’economia.

Ricchi e poveri.  Nonostante gli eccezionali progressi economici di grandi paesi come Cina e India, la Fao informa che dopo l’attuale crisi economica il numero di affamati nel mondo è schizzato sopra il miliardo: un sesto della popolazione mondiale. All’estremo opposto il piccolo numero di super ricchi non accenna a indebolirsi. Uno squilibrio che per dimensione ed estensione nel mondo è forse peggiore di quello denunciato da Marx ai suoi tempi. Tra le cause di questo squilibrio non sembra secondario lo scambio tra beni materiali e beni immateriali: questi ultimi da parte dei paesi ricchi, i primi da quelli poveri. In certo senso questa “divisione del lavoro” c’è sempre stata anche a livello individuale: alle classi superiori le professioni, prevalentemente immateriali, alle altre le attività materiali. Analogamente ai paesi avanzati le produzioni tecnologiche, agli altri le materie prime. Ed è superfluo ricordare lo scambio “ineguale” tra le prime e le seconde. Questa primaria fonte di sfruttamento viene spesso denunciata, ma poche proposte in positivo sono avanzate, in particolare per mettere in pratica il detto orientale anche da parte del mondo povero: vedere cioè se anche i poveri possono puntare sull’immateriale. Cerchiamo allora di selezionare il positivo e il negativo dell’immateriale.

Due facce dell’immateriale.  È importante distinguere nel vasto ambito dell’immateriale, una componente “virtuosa”, consistente nell’apporto di nuove conoscenze, ricerca, innovazione, progresso scientifico, umano…, e una faccia “viziosa”, basata invece su pubblicità, convinzione indotta, colonizzazione delle menti, tentativo di confondere forma e sostanza, apparenza e realtà, fino all’uso sistematico della menzogna e della violenza psicologica. Mentre la prima componente rende attivi e partecipi, con accrescimento di scambi e conoscenze, stimolo alla creatività, alla ricerca, all’iniziativa…, la seconda rende passivi, dipendenti, incapaci di iniziativa e di autonomia. La pubblicità va pure combattuta perché esalta il denaro rispetto ai valori umani, uccide il senso critico, orienta l’interesse verso i privilegiati, dimenticando la solidarietà verso gli esclusi. Le diverse forme di convinzione indotta – che passano non soltanto dalla pubblicità, ma forse ancor più dai modelli di comportamento diffusi dai media – possono avere effetti devastanti anche sul piano umano, specie dove più carente è il senso critico (tra i giovani, tra i poveri…): nascondono forse la forma di violenza oggi più pericolosa per l’umanità: quella psicologica. La distinzione tra le due componenti di immateriale è quindi la base per progettare uno sviluppo diverso da quello che stiamo vivendo. Si tratterà di ostacolare le forme negative con tassazione, divieti, attenuazione della tutela giuridica ai brevetti…, favorendo invece quelle positive, anzitutto con ciò che più si addice all’immateriale, la gratuità.

La gratuità. È recente la scoperta della sua importanza anche in un campo da cui era stata pressoché bandita ormai da un paio di secoli: quella della scienza economica. La gratuità investe importati settori della vita umana (basti pensare a famiglia, arte, amicizia, volontariato…): prescindendone si chiudono gli occhi su importanti fette della realtà, ci si allontana dal vero, anche dell’economia. Si può affermare che senza gratuità non esiste sviluppo umano, tanto meno la semplice umanità. L’attuale sviluppo capitalistico-consumista è stato invece caratterizzato dallo sforzo di rendere oneroso ciò che prima era gratuito (come l’acqua), restringendo al contempo lo spazio dei beni comuni “a titolarità diffusa”. Tra questi primeggiano i beni immateriali positivi, anzitutto le conoscenze, che potrebbero costituire il nerbo di una politica economica alternativa, assieme allo sforzo di allargare l’area del gratuito.

Un nuovo “tradimento dei chierici”? Come e forse più di altri periodi della storia siamo nella situazione in cui chi possiede le conoscenze le utilizza per sfruttare e dominare i poveri. Potranno questi difendersi e progettare anche loro uno sviluppo basato sull’immateriale? Difficilmente potranno competere sul piano strettamente tecnologico, nonostante i recenti progressi dei grandi paesi asiatici. Potrebbe essere più a portata di mano puntare a realizzare uno sviluppo più umano, aprendo a immateriale e gratuito. Per fortuna molti sono nelle tradizioni i beni immateriali disponibili gratuitamente o con poca spesa – quindi alla portata di tutti – in grado di favorire lo sviluppo umano, anche se spesso restano nascosti. I paesi poveri dovranno ancor più degli altri cercare anzitutto di difendersi dalla pubblicità e dagli stili di vita consumistici indotti dai media. Utopia? Sono ovvie le difficoltà a contrapporsi al grande potere economico multinazionale, specie da parte di piccoli Paesi non integrati in una comunità economica. Ma su certi temi come pubblicità, brevetti, educazione, possono esercitare ancora una certa autonomia. L’alternativa è lasciare andare le cose come vanno: secondo i calcoli del Global Footprint Network stiamo consumando più di quanto le risorse del pianeta Terra lo consentono, indebitando le generazioni future. Oggi sarebbe necessario un pianeta e mezzo per essere alla pari. Se tutti gli abitanti del mondo consumassero come noi italiani sarebbero necessari quasi 2 pianeti (1,72 per la precisione); se poi tutti vivessero come gli statunitensi ci vorrebbero 4 pianeti! Non sembra utopia cercare un’alternativa a questo modello di sviluppo. Un’altra difficoltà che potrebbero trovare i paesi del terzo mondo ad abbracciare uno sviluppo più immateriale e umano è la mancanza di esempi. E qui c’è una grave responsabilità di noi ricchi occidentali, che possediamo le conoscenze (nuovi chierici). Anziché intraprendere vie virtuose, ci lasciamo abbindolare da una televisione alienante e – di fronte al miliardo di affamati – letteralmente oscena.

Per riflettere:

-perché si può parlare di superiorità dell’immateriale;

-sul piano individuale e su quello collettivo;

-condizioni perché possa diventare fonte di profitto;

dipendenza della politica dall’economia;

-un miliardo di affamati nel mondo;

-si accentua la polarizzazione tra ricchi e poveri;

-due facce dell’immateriale;

-la pubblicità rende passivi e dipendenti;

-importanza della gratuità nella vita umana, anche economica;

-senza gratuità non c’è umanità;

-oggi si tende a rendere oneroso ciò che prima era gratuito;

-e a contenere i beni comuni;

-è possibile invertire la tendenza?

-l’alternativa è il disastro sociale e ambientale;

-responsabilità del mondo ricco di non dare esempi di sviluppo alternativo.


IL MERCATO È CHI FA MARKETING

agosto 16, 2010

PERCHÉ NON SI SENTONO VOCI ALTERNATIVE AL LIBERISMO?

Un congruo periodo dopo la “rivoluzione liberale” di Reagan e della Thatcher, molti si aspettavano che il pendolo del mondo tornasse su posizioni più sociali e solidali. Invece a trent’anni di distanza, nonostante qualche speranza dopo l’elezione dell’afro-americano Obama, nonostante la grande crisi in cui siamo caduti, non sembra di poter scorgere nel mondo un deciso superamento del liberismo – che certamente è una causa non secondaria della crisi stessa. Si vorrebbe qui riflettere su un aspetto, spesso dimenticato, che peraltro ha la qualità di negare la teoria economica su cui si appoggia la validità dello stesso liberismo. Si tratta delle attività di pubblicità e marketing, oggi pacificamente accettate come qualcosa che “fa ormai parte della nostra vita”. Ebbene hanno la specifica funzione di modificare le scelte dei consumatori, orientandoli verso i prodotti reclamizzati. In tal modo però cadono due ipotesi alla base della teoria liberista: quella della libera concorrenza (perché la pubblicità crea potere di mercato) e quella della indipendenza tra domanda e offerta (perché la domanda viene influenzata dal produttore-reclamizzante-offerente, talvolta fino al punto di creare nuovi bisogni indotti).

Quanto in profondità possano incidere i singoli messaggi pubblicitari e i meta-messaggi da essi derivanti, è stato da tempo dimostrato dagli studiosi. La cultura dell’avere, oggi imperante, è la risultante di tanti messaggi che promettono di poter raggiungere la felicità attraverso il denaro e gli acquisti, anziché la coltivazione di più corretti rapporti interpersonali. Le conseguenze della cultura dell’avere e dell’individualismo potrebbero essere tragiche, ma ancora più forse lo sono quelle della cultura della dipendenza, che deriva dalla spinta ad affidarsi ad altri, al mercato, a sostanze, per risolvere i propri problemi (anche esistenziali). Il marketing ha saputo da tempo trovare strumenti di convinzione ben più profondi e incisivi della pubblicità. Gli stili di vita sono imposti da filmati, romanzi, immagini, notizie, così come vengono vagliate e proposte quotidianamente dai media. Ecco perché il controllo dei media – anzitutto di quelli “passivizzanti” come la televisione – è così ambìto dai poteri economici e politici: consente di conquistare e mantenere un potere reale sull’opinione di tutti noi. Se si può trasmettere una cultura dell’avere o della dipendenza, ancor più facile sarà convincere che “il mercato”, composto dagli stessi consumatori, fa sempre le scelte migliori e ha sempre ragione – tesi di fondo del liberismo.

Ma cos’è il mercato? Se è vero quanto sopra sostenuto, che il mercato è influenzato dai media, si può concludere che dietro il mercato non ci sia altro che gli stessi poteri che dominano l’economia e la politica, e ovviamente anche i media stessi. Del resto è del tutto plausibile che le scelte del mercato vengano sostenute come le migliori possibili… da chi le ha determinate. Nel campo politico questo processo diventa populismo: far credere che le scelte autocratiche siano effettuate dallo stesso popolo. Nel campo economico in più c’è la globalizzazione delle informazioni e della finanza. La speculazione finanziaria consente guadagni strepitosi a chi ha fiuto, appoggi, fortuna, ma soprattutto molto denaro, così da poter incidere sul mercato. Ecco perchè, chi è più ricco e dispone delle informazioni che contano, ha maggiori probabilità di moltiplicare la propria ricchezza. Da qui il sempre più stridente squilibrio nella distribuzione mondiale della ricchezza, tra pochi straricchi e una base di affamati. Questi ultimi, informa la FAO, in seguito alla crisi, sono aumentati di 100 milioni nell’ultimo anno. Così ha superato il miliardo il numero delle persone che nel mondo soffrono la fame.

Compiti della politica.  Volendo riflettere ulteriormente sul mercato, bisogna riconoscere che questo miliardo di affamati non costituisce certo un mercato interessante per il potere. Il quale fa altre scelte. Preferisce, ad es. continuare a tenere suv che fanno 4 km con un litro. Non ci siamo dimenticati la politica dei Bush, quella che affermava “coraggiosamente” che il tenore di vita degli americani non si tocca, mettendo al di sopra di tutto gli interessi supremi… dei petrolieri. Le alternative e le innovazioni non gradite vengono accuratamente acquisite e accantonate. Poi si tira fuori la teoria liberista e si dice che queste sono le scelte del mercato sovrano. L’attenzione ai più poveri, alle innovazioni utili come le energie rinnovabili o il risparmio energetico, la tutela dell’ambiente e della salute sono altrettanti esempi di cose necessarie che il mercato non fa: le deve fare la politica, anche con incentivi per accendere l’interesse del mercato stesso, là dove manca.

In definitiva,  chi si attendeva un risveglio di socialità e democrazia trent’anni dopo l’intelligente ed efficace rivoluzione liberale di Reagan e Thatcher ha forse sottovalutato la capacità dell’ideologia liberista di prolungare sé stessa, anzitutto grazie al controllo dei media. L’ “one way” liberista è ormai un dogma proposto da quasi tutti i grandi media mondiali. Solo il contatto con certe realtà sgradevoli – fame, ambiente, guerre, immigrazione, squilibri, crisi economica… – può scuotere le coscienze e opporci alla mentalità corrente. L’educazione potrebbe essere il luogo privilegiato per far prendere le distanze dalla cultura dominante, ma c’è il tentativo di ricondurre anch’essa alla logica economicista e normalizzatrice dell’ “one way”. Coloro che vi si oppongono possono dividersi, oltre che sulla rispettiva importanza da attribuire ai temi sopra elencati, anche sulle motivazioni: politiche, religiose, etiche, ecc. Mai come oggi è necessario superare ogni divisione e sollecitare un sussulto di coscienza per opporsi all’imbarbarimento soffuso che altrimenti ci spetta.

Per riflettere:

-pubblicità e marketing contraddicono i principi della libera concorrenza;

-cultura dell’avere e della dipendenza ne sono la conseguenza remota;

-gli stili di vita sono imposti dai media, controllati a loro volta dai poteri economici e politici;

-è ovvio che chi impone le scelte al mercato sostenga che il mercato fa le scelte migliori;

-la politica dovrebbe orientare il mercato verso l’interesse generale anziché quelli particolari.