Archive for luglio 2010

IL BAVAGLIO SUL PENSIERO

luglio 31, 2010

di STEFANO RODOTÀ

La Repubblica — 26 luglio 2010   pagine 1 e 22

Settimana decisiva per la sorte della legge bavaglio e per la cittadinanza politica di chi osa parlare di questione morale. Negli ultimi giorni, infatti, i due temi si sono strettamente intrecciati, rendendo ancor più evidente che il fine della legge è quello di creare il silenzio intorno alla corruzione e che l’occasione politica sembra propizia per imporre il silenzio agli oppositori interni di Berlusconi. Dal bavaglio a magistratura e informazione si vuol passare al bavaglio personale: chi tocca il tema della moralità pubblica sarà fuori dal Pdl? Bavaglio selettivo, per altro. Tremonti può dire alcune parole e Granata no? Questione di fiducia sulla legge e eliminazione del dissenso nel partito padronale come via per la normalizzazione? La verità è che la vicenda del disegno di legge sulle intercettazioni assomiglia sempre di più ad una guerriglia infinita, ad un terreno di cui si è appena sminato un tratto e già vi sono altre insidie e trappole da schivare. Si rischia così di offuscare anche il risultato positivo dell’opposizione condotta in sede parlamentare e avviata da un’opinione pubblica determinata, e di logorare lo stesso Parlamento proprio nel momento in cui sembra aver ritrovato vitalità, uscendo dalla marginalità nella quale era stato confinato. Infatti, la “ripulitura” del disegno di legge, l’opera di “riduzione del danno” si sono fermate quando si è chiesto di eliminare una norma che, cancellando l’articolo 13 di una legge che porta il nome di Giovanni Falcone, rende più difficile il ricorso alle intercettazioni proprio in casi come quello della cosiddetta P3, della “squallida consorteria” contro la quale il Presidente della Repubblica ha chiesto alla magistratura di andare fino in fondo. Attenzione. Per affrontare una questione che inquieta i cittadini, perché rivela gli abissi d’immoralità nei quali siamo piombati, non si stanno invocando norme di emergenza. Si chiede soltanto che le regole esistenti non vengano indebolite proprio nel momento in cui si rivelano più necessarie.

L’espressione “questione morale” è tornata all’onore delle cronache, ed è bene che sia così, anche se troppi se ne erano liberati con un’alzata di spalle e oggi dovrebbero riflettere pubblicamente sull’errore commesso, che certamente ha contribuito ad infiacchire uno spirito pubblico già debole e a fornire una sorta di lasciapassare o alibi a faccendieri e cricche d’ogni genere, liberati dal triste sguardo dei moralisti. Oggi, però, parlare di questione morale è descrizione inadeguata alla realtà che abbiamo di fronte. Nell’indifferenza pubblica, la questione morale è divenuta questione criminale nel senso tecnico dell’espressione. La via difficile della ricostruzione d’una moralità civile, di un’etica pubblica, passa dunque attraverso l’accertamento puntuale e rigoroso delle responsabilità da parte della magistratura. Giustizialismo? Nessuno vuol negare a indagati e imputati tutte le garanzie. Ma garanzia è cosa assai diversa da impunità assicurata attraverso la manipolazione delle norme.

Questa nuova sfaccettatura della discussione mostra come la definizione di “legge bavaglio” continui a corrispondere alla realtà dei fatti. Sta emergendo con chiarezza una strategia volta a dividere, o almeno indebolire, il fronte degli oppositori. Le concessioni riguardanti la pubblicazione delle notizie e la responsabilità degli editori possono indurre qualche pezzo del sistema dell’informazione, insolitamente compatto nell’opporsi al disegno di legge, a dire che il risultato è stato raggiunto e che non è più necessario stare in trincea. Ma vi sono molte buone ragioni per ritenere che questa sia una conclusione almeno frettolosa. Gli emendamenti approvati sono davvero solo una riduzione di un enorme danno, non una soluzione rassicurante, per limiti e ambiguità che ancora permangono. Resta inammissibile la penalizzazione dei blog, che rivela a un tempo volontà repressiva e scarsa conoscenza del mondo che si vuole regolare. E le limitazioni all’attività investigativa dei magistrati finiscono con l’incidere sulla stessa libertà d’informazione: se alcune modalità d’indagine sono inammissibili o particolarmente difficili, si dissecca la fonte delle notizie, l’opinione pubblica perde il diritto di conoscere per valutare chi ha responsabilità pubbliche e maneggia pubblico denaro. I diversi aspetti della critica alla legge bavaglio, dunque, continuano a rimanere legati. E proprio questa sorta di scorporo della questione informativa, questa parziale disponibilità verso l’informazione accompagnata da una sostanziale rigidità verso la magistratura rivelano che la limitazione dei poteri di quest’ultima rimane l’obiettivo irrinunciabile. Una rete di protezione deve continuare ad avvolgere corruzione e pratiche di malaffare. L’oscurità, non la trasparenza, deve divenire il contrassegno del sistema istituzionale (non a caso, proprio in questi stessi giorni, si discute di rendere più stringente il segreto di Stato).

Architettura costituzionale.  Quello che si manifesta attraverso l’attacco alla magistratura, infatti, è proprio il tentativo tenace di alterare quell’”architettura costituzionale” che il presidente del Consiglio ha una volta ancora pubblicamente accusato d’essere all’origine dell’impossibilità sua di governare il Paese. Una volta di più, quindi, dobbiamo ripetere che lo infastidisce la stessa democrazia, che vuol dire governo in pubblico, pesi e contrappesi, poteri separati e bilanciati. Tutti intralci sulla strada di un autocrate che si ritiene investito d’un potere finale e assoluto di decisione in virtù d’una interpretazione dell’investitura elettorale come mandato in bianco, che renderebbe irrilevanti le altre istituzioni e inammissibili i controlli. Ecco, allora, il rifiuto del controllo parlamentare, occasione di lungaggini, di alterazione della volontà del sovrano; del controllo di legalità, con la magistratura che pretende di impedire l’abbandono delle regole, di indagare i mostruosi connubi tra politica e affari, di mettere a nudo i comportamenti della magistratura deviata; e del controllo di costituzionalità, che impone di fare i conti proprio con l’odiata Costituzione, da Berlusconi definita un “ferrovecchio cattocomunista” in piena continuità con il leggiadro linguaggio dell’era craxiana.

Storia nota, mille volte raccontata? Anche se così fosse, non sarebbe una buona ragione per rassegnarsi, per tacere, perché proprio la ripetizione ci ricorda che vi è un pericolo che bisogna continuare a fronteggiare, divenuto più grave dopo che le ultime vicende hanno rivelato non solo illeciti personali, ma l’annidarsi all’interno delle istituzioni di persone e gruppi che hanno diffuso nell’intero sistema l’uso disinvolto e privatistico del potere. Si comprendono, allora, l’attenzione vigile, la severità dei richiamo costante del Presidente della Repubblica a principi e regole che sono il fondamento della democrazia repubblicana. Nulla è più lontano da un “presidenzialismo strisciante”, né si può guardare agli interventi di Giorgio Napolitano come fonte di un conflitto. Non vi è un contrapporsi del Presidente della Repubblica al presidente del Consiglio. Vi è chi indica e segue la retta via costituzionale, e chi ogni giorno con atti e parole mostra di volerla abbandonare. –

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LA MANOVRA UCCIDE IL NOSTRO PAESAGGIO

luglio 13, 2010

Di  SALVATORE SETTIS, La Repubblica, 12 luglio 2010, pagine 1 e 24

La “manovra” del governo che in nome del federalismo mette in ginocchio le Regioni, e senza affrontare i nodi della corruzione e dell’evasione fiscale taglia selvaggiamente sanità, ricerca, scuola sta facendo un’altra vittima: il nostro paesaggio. Un’ecatombe annunciata già nel decreto-legge, che prevedeva (come ho scritto il 31 maggio in queste pagine) una forma aggressiva di silenzio-assenso sulle autorizzazioni paesaggistiche, annullando di fatto le garanzie del Codice dei Beni Culturali (varato nel 2004 da un governo Berlusconi). In sede di conversione in legge, com’era prevedibile, la sbandierata necessità di un voto di fiducia si traduce anche su questo tema in licenza di uccidere, che prenderà posto nel maxi-emendamento “omnibus”.

La Commissione Bilancio al Senato ha emendato, su proposta del presidente Azzollini (Pdl), l’art. 49 della “manovra” (ddl 2228), prevedendo di declassare la d.i.a. (dichiarazione di inizio attività) in s.c.i.a (“segnalazione certificata di inizio attività”), di fatto un’autocertificazione a cura dell’impresa o di un tecnico di sua fiducia, che elude ogni successivo controllo («l’attività oggetto della segnalazione può essere iniziata alla data della presentazione della segnalazione»). Si annienta in tal modo il sistema vigente invitando a edificare, anche in zone vincolate, senza alcuna autorizzazione, e lasciando alle pubbliche amministrazioni solo l’opzione di tentare un blocco dei lavori, purché entro 30 giorni o «in presenza di un danno grave e irreparabile per il patrimonio artistico, l’ambiente, la salute», e comunque sempre negoziando con l’impresa committente (e autocertificante).

Questa norma è destinata a devastare il sistema, non a migliorarlo. Essa calpesta il principio (sempre confermato dalla legge 241 del 1990 ad oggi) secondo cui i meccanismi di accelerazione come il silenzio-assenso o la d. i. a. non possono mai riguardare beni e interessi di valore costituzionale primario come il patrimonio storico-artistico e il paesaggio. Principio riaffermato dalla Corte Costituzionale, secondo cui in materia ambientale e paesaggistica «il silenzio dell’Amministrazione preposta non può aver valore di assenso» (sentenze 26 del 1996 e 404 del 1997). La nuova norma, se non fermata in tempo, avrebbe natura francamente eversiva: essa non solo capovolge la gerarchia fra un principio fondamentale della Costituzione (art. 9: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione») e la libertà d’impresa di cui all’articolo 41, ma dà per approvata una modifica dell’articolo 41 che le Camere non hanno ancora discusso.

È’solo di un mese fa l’ipotesi Tremonti-Confindustria di modificare l’articolo 41 della Costituzione, che oggi garantisce la libertà d’impresa purché non sia «in contrasto con l’utilità sociale»: secondo la proposta di modifica «gli interventi regolatori dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali che riguardano le attività economiche e sociali si informano al controllo ex post ». In questa proposta di controllo postumo, che equivarrebbe di fatto all’azzeramento di ogni controllo, è la radice del silenzioassenso elevato a principio assoluto, della metamorfosi della d.i.a. in s.c.i.a.: in una Costituzione immaginaria, non nella Carta vigente.

Nell’emendamento che il voto di fiducia intende imporre brutalmente al Paese, la libertà d’impresa viene sovraordinata al pubblico interesse, e viene cestinato l’articolo 9 che prescrive la tutela del paesaggio legandola a un sistema di valori incentrato sull’utilità sociale, la dignità della persona umana (art. 3), i limiti imposti alla proprietà privata «allo scopo di assicurarne la funzione sociale» (art. 42). Il pubblico bene viene calpestato, la tutela messa in sottordine rispetto all’unico diritto sovrano, quello di fare impresa a qualunque costo, anche inondando il territorio di cemento e di brutture, anche proseguendo lo spietato consumo di suolo già in corso (13 ettari al giorno cementificati nella sola Lombardia).

Al di sopra del paesaggio, che è bene comune di tutti, vien posta la fatturazione delle imprese, la cui pretesa autoresponsabilità spodesta tutti i poteri delle pubbliche amministrazioni. I controlli ex post, secondo i dettami di un “nuovo” articolo 41 della Costituzione di Lorsignori (opposta a quella vigente), occasionali e a campione, sarebbero del tutto inutili una volta arrecato il danno. Sulla base di semplici autocertificazioni, migliaia di pale eoliche devasteranno sull’istante anche i paesaggi più pregevoli, anche dove siano in corso azioni di tutela sinora efficaci, come è nel Molise ad opera della benemerita Direzione regionale dei Beni culturali: basterà una s.c.i.a. per rendere irriconoscibili l’antica città sannita di Sepino o il monte Caraceno, importante area archeologica, boschiva e paesaggistica con vista sul parco nazionale d’Abruzzo. Basterà una s.c.i.a. per evitare anche in futuro ogni controllo antisismico, preparando di fatto disastri futuri, pur di costruire (sempre mediante s.c.i.a.) “città nuove”. Del resto, secondo il deputato Pdl Giorgio Stracquadanio, «L’Aquila era una città che stava morendo indipendentemente dal terremoto, e il terremoto ne ha certificato la morte civile; il Governo avrebbe voluto fare una nuova università, una Harvard italiana, e ci è stato detto che volevamo cementificare». Menzogne come questa risuonano impunemente nell’aula di Montecitorio; una perversa Costituzione-fantasma, e non quella vera, detta l’azione di governo. Se non si corre velocemente ai ripari, muore il bene comune, muore l’etica della Costituzione, muore la legalità, la storia e l’identità del Paese.

UN PAESE SENZA POLITICA

luglio 12, 2010

di Ernesto Galli della Loggia
Il corriere della sera  07 luglio 2010 (ultima modifica: 09 luglio 2010)

Quale sia davvero lo spirito del Paese dubito che possano dircelo i sondaggi. Meglio ascoltare se stessi e dare retta a quello che si avverte dentro e specialmente intorno a noi. C’è una sensazione che domina su tutte le altre, se non sbaglio: la sensazione che sono finiti i tempi felici. Fino a qualche tempo fa il Paese, pur con tutte le sue contraddizioni, appariva comunque orientato ad una visione positiva del proprio futuro. Aveva dei punti di riferimento sicuri. A cominciare da quelli fuori dei propri confini.

L’Occidente di cui facevamo parte era il luogo della libertà e della ricchezza, e ogni anno avevamo un po’ di più tanto dell’una che dell’altra. In entrambi i casi stando al riparo di una sicurezza collaudata e senza costi. Oggi ci sembra di scorgere quotidianamente i sintomi che non è più così. L’Occidente, l’Europa stessa, stanno pian piano svanendo. E con loro svanisce la sensazione di forza, quasi d’invincibilità, che per tanto tempo essi hanno incarnato. Compaiono al loro posto nuovi giganti mondiali che però avvertiamo lontanissimi da noi. Indifferenti ai modi nostri e alle nostre esigenze. E di nuovo, dopo decenni che non accadeva, soldati italiani muoiono combattendo in remote contrade, di nuovo senza molte speranze di vittoria.

In casa nostra i giorni e la vita dei tempi felici volevano dire una rete antica e tutto sommato affidabile di istituzioni che ne erano i punti fermi: la scuola, una banca, un ufficio postale, il municipio, il sindacato. Tutte cose che esistono ancora, naturalmente, ma senza più il senso, la certezza e l’autorevolezza di una volta. Non sappiamo bene perché, ma sentiamo che è così. La Chiesa e la famiglia stesse—questi due pilastri all’apparenza indistruttibili della soggettività e insieme delle collettività italiane — sono alle prese con forze corrosive che ne stanno alterando il profilo sociale e attutendone la voce. Insieme è finita — drammaticamente finita per sempre, ci dicono—la speranza di un lavoro ragionevolmente sicuro nel tempo.

Una fase decisiva di come l’Italia è diventata moderna, l’industrializzazione, sembra ormai giunta ad un compimento: interi settori produttivi sono scomparsi nell’ultimo ventennio mentre non si contano gli impianti, le fabbriche del Paese passati in mani straniere nel disinteresse generale. Ai fini del Pil forse non conta, ma a quelli dell’immaginario e del sentimento sì. È come se stesse cambiando sotto i nostri occhi la moralità di fondo del Paese e al medesimo tempo il valore del nostro stare insieme. Il moltiplicarsi senza freno dei casi di corruzione pubblica, di malversazione, di sperperi, non fa altro che rafforzare questo senso di un cambiamento che sa piuttosto di disgregazione. E per parlare di cose che sono simbolo di molte altre: da quanto tempo un libro, un film, un’architettura, una rappresentazione, insomma una cosa nuova pensata o fatta in Italia, non fa parlare di sé il mondo? Siamo dunque un Paese in declino? Meglio non dirlo. E forse non è neppure vero se si guarda a certi dati pure fondamentali. Ma senza dubbio siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia. E sente di affrontare questo passaggio senza guida, abbandonato agli eventi, al giorno per giorno. Nessuno è in grado di dirgli qualcosa circa il futuro che lo aspetta, che ci aspetta. Nessuno vuole o sa parlare alla sua mente e al suo cuore. Nessuno è capace di indicargli una via e una speranza. Ma che cos’è questo se non il compito della politica? Ecco allora il vero cuore duro della nostra crisi.

Manca la politica.  Ciò di cui l’Italia è oggi drammaticamente e specialmente priva è la politica. Non riusciamo a farci una ragione del presente e a vedere come affrontare il futuro perché ci manca la politica. La quale nella sua accezione più vera non significa altro che un progetto per la «città», un’idea del suo destino. Il discorso cade irrimediabilmente su chi soprattutto ha rappresentato la politica in tutti questi anni: su Berlusconi. Sarebbe sbagliato prima che ingiusto dire che egli non ha fatto, non ha realizzato nulla. Ma ciò che pure ha fatto, i cambiamenti tutto sommato positivi che egli ha contribuito a introdurre, i tentativi riformatori che pure ha cercato di mettere in opera, hanno mancato tutti su un punto decisivo. Berlusconi non è mai riuscito a iscriverli in un discorso generale rivolto a tutto il Paese, un discorso che fosse capace di parlare al suo animo, di comunicargli quel senso della sfida e quell’esigenza di mobilitazione che i tempi difficili richiedevano e richiedono. Se aveva un’idea d’Italia, di certo non si è mai curato di trasmetterla con qualche efficacia agli italiani. Egli è rimasto fino in fondo l’uomo di una parte, convinto forse che in ciò, alla fin fine, consistesse il suo vero ascendente sul proprio elettorato.

Uomo della non-politica.  E così, più che espressione della politica in senso alto o dell’«antipolitica», come hanno sempre detto i suoi detrattori, alla fine egli si è ridotto ad essere (o ad apparire, il che è lo stesso) null’altro che l’uomo della non-politica. In numerosa compagnia, ahimè. La sua ormai lunga egemonia sul sistema politico, infatti, ha corrisposto alla — e si spiega con la — crisi perdurante e l’afasia politica di tutti i suoi oppositori. I quali mostrano di sapere solo parlare ossessivamente di lui e contro di lui, ma al di là di qualche banale genericità a base di «bisogna questo» e «bisogna quest’altro» — e naturalmente senza mai spiegare come o a spese di chi — non sanno andare. Sicché ormai il Paese ascolta anche l’opposizione nella più totale indifferenza, con un’alzata di spalle. Neppure da lei gli viene il racconto di qualche verità sgradevole, l’indicazione di una via difficile, una proposta nuova e ardita. Eppure nell’intimo della sua coscienza l’Italia avverte che questo solo sarebbe il modo per sperare di fare i conti con il mondo nuovo e aspro in cui essa è ormai entrata. Per farlo essa sarebbe anche disposta ad accettare medicine amare, se solo qualcuno gliene spiegasse però il senso e la necessità: se qualcuno le sapesse parlare di politica. Invece, come i malati avviati a una sorte rassegnata e infelice, essa si vede prescrivere solo degli zuccherosi placebo a base di nulla.

PENSIERO LIBERALE E POTERE BERLUSCONIANO

luglio 12, 2010

di MASSIMO L. SALVADORI    da  La Repubblica — 11 novembre 2009   pagina 52,   sezione: commenti

Fin dagli albori del pensiero politico occidentale la riflessione sulla natura del potere ha ruotato intorno alle distinzioni relative a che questo sia detenuto da uno o da pochi o dai molti, abbia un carattere immoderato o moderato, sia concentrato al punto da divenire al limite dispotico oppure articolato e soggetto a controlli e contrappesi. E tutte le forme di governo si sono divise in assolutistiche e in variamente antiassolutistiche. Orbene, la specificità delle prime, nelle loro versioni tanto antiche quanto moderne, è di rendere impossibile ogni balance of power all’interno della macchina di governo e di tendere a impedire qualsiasi opposizione. La nascita del liberalismo è legata insieme agli eventi che nell’Inghilterra del Seicento posero fine alla monarchia assoluta e al pensiero dei due massimi maestri delle teorie antiassolutistiche, Locke e Montesquieu: l’uno affermò che i regimi liberi poggiano sulle istituzioni rappresentative, sulla piena espressione delle libertà politiche e civili e sul primato del potere legislativo su quello esecutivo; l’altro che la difesa della libertà poggia sulla divisione e sull’equilibrio dei poteri ponendo ad architrave il principio secondo cui «perché non si possa abusare del potere, bisogna che il potere freni il potere».

Nuove forme di assolutismo. Toccò ad una nuova generazione di pensatori liberali, ai Constant, Tocqueville, John Stuart Mill, levare l’allarme sul fatto che l’attacco all’equilibrio dei poteri poteva venire non soltanto dal vecchio assolutismo, ma anche vuoi da democrazie in cui la maggioranza invoca il diritto di restringere o annullare con un approccio illiberale i diritti delle minoranze, vuoi da leader che, avvoltisi nella bandiera della popolarità, usano degli strumenti offerti dalla democrazia per realizzare una sempre maggiore concentrazione di poteri fino ad esiti autoritari. La prima degenerazione dava luogo alla «tirannide della maggioranza», la seconda al neocesarismo. Tocqueville e Mill e in seguito Max Weber indagarono poi su un’altra componente del moderno assolutismo: quella derivante dal sommarsi del potere economico, politico e ideologico. Fu Weber a parlare in proposito del costituirsi in un simile caso di una «gabbia d’acciaio» da cui le libertà degli individui e dei gruppi sarebbero risultate sempre più soffocate. Egli, al pari di Tocqueville e Mill, aveva legato il sorgere della gabbia d’acciaio anzitutto all’avvento al potere di una dittatura socialistica collettivistica e statolatrica, ma al tempo stesso sottolineato con forza che essa poteva ben venire anche dal versante opposto, ovvero dalla plutocrazia.

Oggi in Italia.  Siffatta premessa non vuole essere un astratto excursus dottrinario, ma un richiamo alle categorie di giudizio che consentono di concretamente ragionare sul processo in atto da noi. È di non molto tempo fa l’articolo di un noto giornalista in cui si sosteneva che in Italia non si dà un «regime», perché vi sono pur sempre il Parlamento, il pluralismo politico, dell’informazione, ecc. Due osservazioni al riguardo. La prima concerne un uso improprio del linguaggio, che è andato diffondendosi, per cui il termine regime viene reso sinonimo di sistema autoritario o addirittura di dittatura, laddove esso è di per sé neutro e non altro significa se non forma di governo, ordinamento politico, il quale per qualificarsi richiede aggettivi come autoritario, liberale, democratico, dittatoriale, e via dicendo. La seconda riguarda la sostanza di ciò che implica il concludere che, se in Italia non vi è un “regime” (inteso secondo la prima deformante accezione), allora la democrazia resta viva e vegeta. Si tratta in questo caso di un aut aut concettuale rigido, che preclude la comprensione di ciò che sta avvenendo nel nostro paese, dove si fanno ogni giorno più evidenti le molteplici pericolose restrizioni che la strategia del presidente del Consiglio ha già imposto e intende ulteriormente imporre al nostro sistema politico e istituzionale; il quale, se non hai tratti di un regime organicamente autoritario, presenta però quelli di una democrazia minacciata proprio nei suoi fondamenti liberali da chi in maniera assordante pure pretende di essere il corifeo e il difensore dei valori e dei principi liberali.

Deriva plebiscitaria.  Ebbene, usiamo le categorie fornite dai classici del pensiero liberale per ragionare sulla natura del potere berlusconiano. Esse ci dicono che le istituzioni liberali entrano in zona rossa quando si determina una concentrazione del potere politico ed economico; quando la formazione di un’opinione pubblica consapevole e autonoma viene limitata e pesantemente condizionata da un dilagante controllo dei mezzi di informazione; quando un potere dello Stato entra in conflitto permanente con un altro potere; quando la maggioranza parlamentare mira a costituirsi in rappresentanza monopolistica della volontà popolare. E, usando queste categorie, possiamo comprendere ciò a cui siamo di fronte. Berlusconi come singolo assomma un’imponente quota del potere economico, politico e dell’informazione; una simile abnorme attribuzione di poteri, in costante crescendo e che non ha riscontri in nessun altro paese occidentale, poggia su una maggioranza parlamentare che guarda ai problemi del paese costantemente preoccupata di tutelare gli interessi personali di varia natura del capo del governo; questi si serve delle proprie televisioni private, dei quotidiani e periodici che a lui rispondono, della parte delle reti televisive pubbliche su cui è in grado di imprimere il proprio marchio per via politica, al fine di condurre campagne scandalistiche contro politici, magistrati, esponenti delle istituzioni, giornali e giornalisti «nemici»: si pensi solo ai più recenti casi dell’ex direttore dell’Avvenire, del giudice Misiano e di Corrado Augias. Abbiamo a che fare non con un sistema in cui potere frena potere, ma con un accumulo di poteri di stampo illiberale il quale altera gli equilibri; con una deriva di tipo plebiscitario che punta in maniera ormai sistematica alla delegittimazione del potere giudiziario, della Corte costituzionale, del ruolo di garanzia rappresentato dal Presidente della Repubblica; con la teoria che l’unico potere ad essere legittimato è quello del capo del potere esecutivo in quanto il solo espressione diretta della vox populi: un potere che ora mira apertamente a cambiare la Costituzione così da acquisire il completo primato. Locke, Montesquieu, Mill, Weber: tutti messi in soffitta. Il paese si trova in un momento storico decisivo. La maggioranza parlamentare è chiamata a fare la conta di quanti non siano disposti a seguire Berlusconi nell’avventura finale in cui egli la trascina, l’opposizione a dar prova di quale pasta sia fatta, l’intero popolo a mostrare ai confratelli popoli d’Europa se intende continuare a soggiacere a uno stato di cose che, se ancora non lo ha chiuso nella weberiana gabbia d’acciaio, certo lo fa già vivere in una condizione che evidenzia una vera e propria immaturità politica e civile.

DIRITTO DI RESISTENZA

luglio 12, 2010
Questa è la lungimirante proposta fatta il 21 novembre 1946 dall’On. Giuseppe Dossetti, Membro della Commissione per la Costituzione, affinchè l’Art. 50 Cost. fosse completato introducendo il Diritto di Resistenza, così da lui formulato:
“LA RESISTENZA INDIVIDUALE E COLLETTIVA AGLI ATTI DEI POTERI PUBBLICI, CHE VIOLINO LE LIBERTA’ FONDAMENTALI E I DIRITTI GARANTITI DALLA PRESENTE COSTITUZIONE, E’ DIRITTO E DOVERE DI OGNI CITTADINO”

CHI FA POLITICA NON INVOCHI LA PRIVACY

luglio 10, 2010

di NADIA URBINATI

la Repubblica — 07 luglio 2010   pagina 54   sezione: CULTURA

Delle coppie concettuali analizzate nella serie Le parole della politica (ciclo di incontri a Roma organizzati da Laterza in collaborazione con la Repubblica e la Provincia di Roma), quella di “pubblico e privato” è senza dubbio la più peculiarmente moderna e forse anche la più complessa. Si tratta di una relazione, più che di un dualismo; una relazione che non ha mai cessato di essere oggetto di interpretazione e discussione a partire da quando, con le rivoluzioni costituzionali del Sei-Settecento, le comunità politiche si sono date criteri regolativi per dirimere contenziosi tra i loro membri e risolvere pacificamente le tensioni tra il potere costituito e i cittadini. Le carte dei diritti individuali, proprio nel momento in cui definivano i beni da proteggere – la libertà di religione, di proprietà, di parola, di un giusto processo – ponevano limiti all’intervento dello stato mentre regolavano la libertà dell’individuo (correlando i diritti agli obblighi); stabilivano non soltanto una sfera di vita privata libera dall’interferenza della legge, ma inoltre imponevano allo stato l’onere della prova per ogni decisione che poteva limitare quei diritti.

Il potere pubblico è separato e dovrebbe restare libero dai poteri attivi nella sfera privata in senso lato, come quello socio-economico e quello religioso o culturale (art. 3 della Costituzione). Lo stato moderno segna la fine del patrimonialismo liberando la funzione pubblica dal possesso; segna l’emancipazione del potere di fare le leggi da tutti i poteri parziali. Pubblico denota allora generalità, legge eguale per tutti; il suo opposto è parzialità, decreto d’arbitrio della volontà di qualcuno o di una parte. Esso è naturalmente identificabile con democratico. Infatti, nella democrazia, l’agire politico è pubblico in due sensi dei quali il secondo è peculiare solo a questa forma di governo: perché volto ad occuparsi di problemi che direttamente o indirettamente riguardano e condizionano tutti; e perché deve essere reso pubblico o giustificato e aperto al pubblico, esposto sempre al giudizio dei cittadini, ai quali spettano due poteri, quello di autorizzare con il voto e quello di giudicare e controllare perpetuamente, prima o dopo aver votato. Per ripetere le parole di Norberto Bobbio, quello democratico è un “governo pubblico in pubblico”.

Nella coppia/distinzione “pubblico e privato” si riflette dunque la rivoluzione democratica e liberale nella sua interezza: il rovesciamento della piramide del potere; e il principio della giustificazione e della pubblicità del potere. Storicamente, questa rivoluzione ha iniziato il suo cammino nell’Europa dell’età della Riforma, con le guerre di religione e le lotte che accompagnarono il processo di emancipazione del potere temporale da quello spirituale. Da quelle vicende sanguinose emersero due grandi principi di libertà: quello di religione e quello di coscienza. Con il primo, si giunse a delimitare uno spazio esterno nel quale i fedeli potevano esercitare il loro culto (tolleranza di religioni diverse da quella riconosciuta dal sovrano); con il secondo, si affermò il principio di non interferenza da parte di nessuna autorità – religiosa o politica- nella scelta di fede degli individui (libertà di coscienza). Se la prima fu un’azione volta a preservare la pace sociale, la seconda fu invece una dichiarazione di sovranità della coscienza, un fatto che avrebbe avuto effetti straordinari sulla natura e i limiti del potere, non soltanto religioso e non soltanto in relazione alla questione religiosa.

La trasformazione che i diritti civili hanno portato nella politica non può essere appieno compresa se non si tiene conto del fatto che i diritti hanno umanizzato la politica perché l’hanno costretta a fare i conti con la dimensione morale (che è tra l’altro una dimensione di giudizio peculiarmente privata). La politica come nascondimento, come manipolazione o come menzogna è un fatto che non può ricevere giustificazione normativa in un universo che ha il suo centro nei diritti individuali e nell’ingiunzione al potere di rendere pubblici i suoi atti. Una prima importante conseguenza di questa interpretazione è che nella società democratica c’è una comunicazione continua e sempre aperta fra il momento politico e quello morale. Quando i liberali classici avanzarono la distinzione tra le sfere di vita -quella economica e politica, quella privata e pubblica, quella religiosa e civile, quella morale e legale – presumevano che alla base di questa distinzione ci fosse una sostanziale condivisione da parte di tutti i membri della comunità di un codice di comportamento che viveva nel quotidiano e nel senso comune e che contemplava il rispetto e la dignità della persona.

Pertanto,  la distinzione tra pubblico e privato non consiste in un dualismo schizofrenico e non contempla individui doppi come il Dr. Jekyll e Mr. Hyde (un fenomeno che si manifesta semmai quando c’è corruzione o doppiezza, due condizioni che confliggono chiaramente con la sincerità e la pubblicità). Presume invece persone che sappiano valutare le conseguenze delle loro azioni; e che coloro che per libera scelta competono per le funzioni pubbliche siano trattati dalla legge come individui pubblici, non privati, affinché i loro atti restino visibili ai cittadini, oltre che soggetti alla legge. L’esercizio del potere quando il potere è pubblico e democratico non genera privilegio, ma semmai comporta più dovere e responsabilità. Chi esercita più potere non ha dunque più libertà privata; ne ha meno – non è un caso che la partecipazione alla vita pubblica nelle democrazie sia volontaria.

L’EVERSIONE QUOTIDIANA

luglio 1, 2010

Di STEFANO RODOTÀ La Repubblica — 28 giugno 2010   pagg. 1 e 26

I fatti di questo periodo obbligano a concludere che l’attuale fase politica e istituzionale deve essere pure definita come quella dell’”eversione quotidiana”. Questo nuovo dato di realtà può essere colto se si riflette su una domanda che molti hanno fatto negli ultimi tempi: vi è una differenza tra il tempo di Mani pulite e la nuova ondata corruttiva che è davanti ai nostri occhi? Questa differenza esiste, ed è profonda. Non siamo soltanto di fronte al prepotente ritorno di una corruzione alla quale l’azione giudiziaria aveva cercato di porre un argine. E che aveva sostanzialmente le sue radici in un bisogno della politica di “approvvigionarsi” di risorse finanziarie, con ovvie contiguità con il mondo degli affari e arricchimenti privati che accompagnavano il flusso di denaro verso i partiti.

Oggi le cose sono diverse,  e il caso Brancher, ultimo tra i tanti, lo illustra nel modo più eloquente. Si è nominato un ministro soltanto per provvederlo di uno “scudo istituzionale”, che potesse sottrarlo all’accertamento delle sue eventuali responsabilità penali. Ecco il cambiamento. Mentre i comportamenti del passato rimanevano comunque nell’area dell’illegalità, ora si costruisce una “legalità speciale” che serve a far rientrare in un’area lecita quel che dovrebbe invece rimanerne fuori. Si distorce così il significato del ricorso alla legge, non più garanzia ma scappatoia. E all’ombra di questa legge distorta si pratica l’eversione quotidiana, uno stillicidio di comportamenti che stravolgono il funzionamento delle istituzioni e dell’intera vita pubblica.

Certo, si è evitata almeno la conseguenza più scandalosa dell’affare Brancher, il ricorso al legittimo impedimento per sottrarsi al processo, grazie alle proteste dell’opinione pubblica e di una parte del mondo politico, accompagnate in modo decisivo dai potenti anticorpi istituzionali prodotti dall’azione del Presidente della Repubblica. Ma proprio l’intera ricostruzione dei fatti rivela altri aspetti inquietanti, che mettono radicalmente in dubbio la possibilità che Brancher rimanga al suo posto di ministro. Inoltre, questo caso non è isolato, né rappresenta una eccezione, visto che trova la sua origine in una delle più clamorose leggi fatte per la persona di Silvio Berlusconi, appunto quella sul legittimo impedimento.

Ma il fondamento della nuova eversione non è qui soltanto, come testimonia tutto quello che è emerso intorno alla protezione civile, alle grandi opere, alla gestione di vere o presunte emergenze, alla privatizzazione del pubblico perseguita attraverso la creazione di società per azioni. Le vicende scandalose non sono l’effetto esclusivo di “deviazioni” personali. Sono rese possibili proprio dall’esistenza massiccia di una legalità speciale, di leggi congegnate per far crescere l’opacità dei comportamenti pubblici, oltre che di ordinanze sottratte a ogni controllo, che hanno sconvolto il sistema delle fonti del diritto, che hanno creato sacche di oscurità e di arbitrio, denunciate istituzionalmente nelle ultime settimane in particolare dalla Corte dei conti e dall’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici.

Dalla lotta alla corruzione si è passati alla manipolazione istituzionale, che ha come fine proprio quello di legittimare formalmente comportamenti che ogni giorno cancellano ogni confine tra pubblico e privato, che fanno apparire superflua la moralità pubblica, che consentono tranquille e stupefacenti ammissioni di uso privato del potere da parte di personalità pubbliche. È questa l’eversione quotidiana, che corrompe istituzioni e costume, e così fa venir meno quella fiducia dei cittadini che è un carburante indispensabile per il buon funzionamento della macchina democratica. Mentre ai tempi di Mani pulite si tentava almeno di bonificare il terreno sul quale era fiorita la corruzione, oggi invece il terreno istituzionale viene pazientemente concimato perché comportamenti nella sostanza illeciti possano essere praticati legittimamente e alla luce del sole. Proprio la trasparenza impudica, che sfida con la sua esibizione legalità e rispetto dei cittadini, attribuisce a queste vicende un carattere eversivo.

È così nato un nuovo “mostruoso connubio” tra politica, amministrazione e affari che fa impallidire quello denunciato nel 1880 da Silvio Spaventa, del quale vale la pena di citare alcune parole. «La protezione giuridica e la protezione civile, chiamando così tutti gli altri beni che i cittadini hanno diritto di chiedere allo Stato, oltre alla tutela del diritto, dev’essere intera, eguale, imparziale, accessibile a tutti, anche sotto un governo di parte . L’amministrazione dev’essere secondo la legge e non secondo l’arbitrio e l’interesse di partito; e la legge deve essere applicata a tutti con giustizia ed equanimità verso tutti». La maggior gravità della situazione di oggi, rispetto ai tempi di Spaventa e di Mani pulite, sta nel fatto che l’eversione quotidiana fa sì che neppure la legge possa essere invocata, non avendo la funzione di perseguire giustizia e eguaglianza, ma quella, opposta, di offrire impunità e privilegio. È evidente che con l’eversione quotidiana la democrazia non può convivere. E troppi guasti italiani derivano sempre di più dal fatto che questa convivenza è durata troppo a lungo.