Archive for giugno 2010

QUARTO ANNIVERSARIO VITTORIA REFERENDARIA

giugno 26, 2010

RETE DEI COMITATI PER LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE

COMUNICATO STAMPA

Il 25 e 26 giugno di quattro anni fa gli Italiani e le Italiane, con un referendum di portata storica, respinsero a larga maggioranza il tentativo della coalizione Bossi-Berlusconi di stravolgere la nostra Costituzione.

L’esito del voto dimostrò che su questo tema venne clamorosamente superato lo stretto ambito partitico, avvicinandosi a quello spirito unitario che aveva animato la lotta di Liberazione e i primi anni del dopoguerra.

Purtroppo dobbiamo oggi prendere atto che quella grande manifestazione di volontà civile è stata più volte ignorata e si cerca anzi di attribuire alla Costituzione la responsabilità di una crisi che ha invece origine, oltre che nel mancato controllo della finanza internazionale, nella anomalia, tutta italiana, della concentrazione nelle stesse mani del potere economico, politico e mediatico.

Di fronte alla ripresa dei tentativi di cancellare con modifiche costituzionali e con leggi ordinarie i fondamenti della nostra democrazia (ultima grottesca provocazione l’attacco all’art 41 sulla libertà d’impresa e i suoi limiti) non possiamo che ribadire che oggi non è possibile avviare nessun tipo di confronto tendente a definire modifiche della Costituzione con forze politiche il cui obiettivo è cancellare il sistema di garanzie e di controlli democratici che ne è alla base per instaurare un regime presidenzialista fondato sul populismo e sulla sistematica disinformazione della opinione pubblica.

Chiediamo pertanto ai partiti, ai sindacati, alle associazioni e ai singoli cittadini democratici di ricordare l’esito del referendum del 2006 e di pretenderne in tutte le sedi e le circostanze il rispetto.

La Rete dei Comitati per la difesa della Costituzione ( Coord – Comitato di Firenze – pr, Circolo ARCI , via delle Porte Nuove n. 33 – Tel 3357112697 – Fax 055/588820 .-xlademocrazia@libero.it)

26 giugno 2010

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CHI SVUOTA LA COSTITUZIONE

giugno 22, 2010

Di Stefano Rodotà

da: La Repubblica — 21 giugno 2010   pagina 1

In questa stagione torbida le prove di decostituzionalizzazione si susseguono e si infittiscono. Per la prima volta nella storia della Repubblica un governo vuole modificare un articolo della parte iniziale della Costituzione, l’articolo 41. Una norma contigua, l’articolo 40 che disciplina il fondamentale diritto di sciopero, viene messo concretamente in discussione dal documento della Fiat riguardante i lavoratori di Pomigliano d’Arco.

Non a caso dall’attuale maggioranza si è affermato perentoriamente che è venuto il momento di cambiare lo stesso articolo 1, considerandosi anacronistico che si parli di «una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Ancora il Governo propone di modificare l’articolo 118, altri ritengono che si deve porre mano all’articolo 81 e si è addirittura pubblicamente sostenuto che si debba ammettere il referendum sulle leggi tributarie, escluso dall’articolo 75.

In questo clima si dice apertamente che deve cadere il tabù della prima parte della Costituzione, e che è tempo di cambiarne persino i principi fondamentali. Ho parlato di decostituzionalizzazione, e non di modifiche, perché siamo di fronte a tentativi dichiarati di liberarsi della Costituzione. Sembra così giungere a compimento un vecchio progetto, che attraversa tutta la storia della Repubblica e che finora era stato sventato. Il caso dell’articolo 41 illustra bene lo stato delle cose. In questi giorni sono state ricordate la genesi e la portata della norma: storia nota, consegnata da anni a studi impeccabili, che smentiscono sia la tesi di una sua ascendenza comunista, sia quella dell’impossibilità di introdurre regole più flessibili per le imprese senza modificare quell’articolo. L’ignoranza della storia sta divenendo una sua continua falsificazione.

Non si leggono gli atti dell’Assemblea costituente né la giurisprudenza costituzionale, si inventano inesistenti “vuoti” costituzionali, che dovrebbero essere colmati con le parole “mercato” e “concorrenza”, necessarie perché l’Italia si allinei all’Europa e all’ultima generazione di costituzioni. Un’altra falsificazione. La concorrenza non figura più tra i principi di base del Trattato europeo di Lisbona: piaccia o no, questo è il risultato di una iniziativa di Sarkozy, che l’ha confinata in uno dei tanti protocolli che accompagnano il Trattato.

Tutte le costituzioni europee prevedono il diritto dei poteri pubblici di regolare il funzionamento del mercato e quando questa parola compare, come nella costituzione spagnola, la si accompagna con la previsione esplicita del potere dello Stato di sottoporla a pianificazione. E ricordo per l’ennesima volta quel che è scritto nella costituzione tedesca: “La proprietà impone obblighi. Il suo uso deve al tempo stesso servire al bene della collettività” (art. 14); “la proprietà terriera, le ricchezze naturali e i mezzi di produzione possono essere trasferiti, ai fini della socializzazione, alla collettività o essere sottoposti a altre forme di economia collettiva mediante una legge che determini il modo e la misura dell’indennizzo”).

Peraltro, bisogna pure ricordare che l’articolo 41 si apre con le parole “l’iniziativa economica privata è libera”, che sono una evidente descrizione del mercato. Diventa così evidente il carattere strumentale e ideologico dell’operazione che si sta conducendo intorno all’articolo 41. Si addita questa norma come un ostacolo per fornire alla maggioranza un alibi per la sua perdurante incapacità di dare regole ragionevoli e per giustificare spallate pubbliche o private.

Si cerca un collante per una maggioranza a pezzi, e si apre un inquietante scenario. Se la modifica costituzionale andrà in porto, sarà inevitabile un referendum su di essa e i costumi ormai noti del Presidente del consiglio lo indurranno a esasperare i toni, a gridare che si deve scegliere tra libertà e collettivismo, a evocare tutti i possibili “spiriti animali”, facendo sempre più terra bruciata, spazzando via ogni ragionevolezza, immergendoci sempre più profondamente nella regressione culturale.

Di questa regressione cogliamo ogni giorno i segni. Si ripropone una identificazione tra mercato e libertà che ignora persino la polemica che divise Croce e Einaudi, e che ci riporterebbe ai tempi in cui Adolphe Thiers, nel 1831, scriveva che “alla proprietà non possono darsi giudici migliori di essa stessa”. Si cade in contraddizione proponendo modifiche dell’articolo 41 insieme alla rievocazione dell’economia sociale di mercato. Si ignora una realtà nella quale la crisi finanziaria ha provocato autocritiche anche da parte di sacerdoti del mercato come Richard Posner. Si trascura proprio la planetaria discussione in corso sulle regole del mercato. E così non ci si accorge che proprio lì, nell’articolo 41, si trovano le indicazioni per collocare l’azione economica dei privati nella sua giusta dimensione, subordinandola agli ineludibili principi di dignità, libertà e sicurezza e riconoscendo che il mercato non è uno spazio separato della società. O siamo tornati a Margaret Thatcher e al suo “la società non esiste”?

Sui rischi dell’altra modifica annunciata dal Governo, quella dell’articolo 118, ha già richiamato l’attenzione Salvatore Settis. L’intenzione di sottrarsi alle lungaggini nella materia urbanistica, in nome dell’efficienza, può portarci a travolgere le garanzie necessarie per la tutela del territorio e del paesaggio, di cui parla esplicitamente l’articolo 9 della Costituzione, che così verrebbe fortemente depotenziato. Ma può il bisogno di efficienza travolgere ogni garanzia? È quello che dobbiamo chiederci davanti a quella forma di decostituzionalizzazione di fonte privata rappresentata dalla limitazione del diritto di sciopero contenuta nel documento della Fiat.

L’articolo 40 della Costituzione, infatti, prevede che le modalità del diritto di sciopero possano essere regolate solo dalla legge. Siamo di fronte a un diritto indisponibile, necessario perché la democrazia non si fermi “ai cancelli della fabbrica” e che, se pure venisse negato in un solo caso, perderebbe la sua universalità e potrebbe essere negato in ogni altra situazione. Per contrastare gli abusi, se provati, esistono altre vie e altri strumenti.

La lotta per i diritti,  dunque, riguarda ormai anche l’ambito dell’economia, si aggiunge alle rivendicazioni riguardanti il diritto della persona di governare liberamente la propria vita ed alla opposizione contro la legge bavaglio. Queste non sono iniziative figlie di una “egemonia borghese” da respingere in nome dei diritti del lavoro. Sul terreno costituzionale l’indebolimento pure di un solo diritto ha effetti negativi su tutti gli altri. La decostituzionalizzazione deve essere fermata perché sta accompagnando la decomposizione del paese, le dà forma, la legittima. Ma, proprio perché violentemente aggredita, la Costituzione sta generando anticorpi sociali che la difendono in forme nuove e efficaci, che hanno messo in difficoltà gli aggressori, come dimostra la vicenda della legge bavaglio. Insistiamo.

DISOBBEDIRE, PER LA DEMOCRAZIA

giugno 14, 2010

di NADIA URBINATI in: la Repubblica — 12 giugno 2010   pagina 1 e 29   sezione: PRIMA PAGINA

Questa legge va fermata «nell’interesse della democrazia, che deve garantire il controllo di legalità, e che deve assicurare trasparenza di informazione. Non c’è compromesso possibile su questioni di principio, che riguardano i diritti dei cittadini, i doveri dello Stato». Le parole di Ezio Mauro su Repubblica ripropongono il tema della disobbedienza civile, ovvero il limite oltre il quale obbedire può contribuire a riconoscere una legge ingiusta. E lo ripropongono in un momento nel quale la democrazia costituzionale è a rischio poiché chi ha ottenuto la maggioranza per governare sta accampando pretesti per cambiare le regole: per governare secondo le proprie regole, per i propri desideri e interessi. L’Italia si trova di fronte a un bivio e la proposta di legge bavaglio è una tappa decisiva verso una pericolosissima fase anticostituzionale. Che cosa fare per impedire una nuova stagione liberticida?E prima ancora, come comportarsi di fronte a questa legge, se venisse approvata dal Parlamento?

Contraddizione.  Se questa legge passasse, molti cittadini si troverebbero fatalmente a dover decidere se rispettare la legge o rispettare la verità, se obbedire alla maggioranza o alla costituzione, poiché chiaramente la contraddizione tra le due è ormai aperta. Come ci ha fatto comprendere il presidente del Consiglio, la costituzione è un impaccio del quale lui vuole liberarsi; un impaccio come la libertà di stampa e l’autonomia della magistratura. Ma quando una decisione politica mette legge e verità, legge e Costituzione in contraddizione tra di loro, è la libertà di tutti a rischio. È su questo semplice ragionamento che si basa la disobbedienza civile, un’azione che è possibile solo dove la politica è sotto lo scrutinio permanente e pubblico dei cittadini e condotta nei limiti della costituzione.

È negli Stati Uniti che si è sviluppata la più ricca e completa teoria della disobbedienza civile: prima contro la schiavitù, poi contro la coscrizione obbligatoria per la guerra del Vietnam. La cornice ideale l’hanno tracciata David Henry Thoreau e Martin Luther King, i quali presero la strada della disobbedienza civile consapevoli che la loro scelta avrebbe comportato la repressione, ma senza per questo desistere. La disobbedienza è «civile» appunto perché fatta rispettando le leggi, perché chi disobbedisce accetta le conseguenze punitive previste. Non è dunque la legge che la disobbedienza civile rifiuta e contesta, ma una specifica decisione di una specifica maggioranza. La quale, quando provoca una reazione così radicale da parte dei cittadini, è davvero contro la legge, fuori della legge.

Thoreau nel 1846 rifiutò di pagare le tasse al governo federale per non contribuire a finanziare una guerra ingiustificata, quella contro il Messico, e una legislazione che sosteneva la schiavitù degli stati del Sud. Spiegò il suo gesto in una lezione al locale liceo pubblico di Concord, nel Massachusetts, che divenne il testo canonico della disobbedienza civile: se la coscienza del cittadino onesto è il sovrano ultimo della democrazia, quando la legge votata da una maggioranza la viola gravemente, la disobbedienza è un atto dovuto a se stessi, un dovere di onestà. Più politica ma non meno radicale la posizione che tenne Luther King, un secolo dopo, questa volta contro la segregazione razziale imposta da decisioni ingiuste. Il leader del movimento americano per i diritti civili scrisse dalla prigione di Birmingham, Alabama, un memorabile discorso-sermone nel quale, affidandosi ad autori religiosi e laici, da San Tommaso a Thomas Jefferson, giustificò la disobbedienza ad una decisione ingiusta con l’argomento che quest’ultima viola il patto fondamentale che tiene insieme la società civile e si mette, lei non i disobbedienti, fuori della legge. Anche per Luther King come per Thoreau, disobbedire era un dovere del cittadino se obbedire significava lasciare che la legge fondamentale venisse calpestata.

Disobbedire voleva dire non solo conservare la propria dignità di cittadini ma anche difendere lo spirito e la lettera della Costituzione. Al dispotismo della maggioranza si risponde riconoscendo obbedienza alla norma fondamentale. Questo principio fu ribadito da John Rawls negli anni della guerra in Vietnam. Rawls, in un saggio memorabile nel quale dettò una specie di statuto della disobbedienza civile, spiegò che questa è l’ultima ratio, una scelta che è fatta dai cittadini singoli e che viene dopo che tutti i passi politici per impedire l’approvazione di una legge sono andati a vuoto: dall’opposizione parlamentare, alle manifestazioni dell’opinione pubblica, al controllo di costituzionalità degli organi competenti. Alla fine, se tutto ció non ha sortito effetto, non resta che la responsabilità di chi individualmente si trova nella condizione di dover decidere se obbedire o no a quella legge.

Emergenza democratica.  La disobbedienza civile è per questo un segnale fortissimo di emergenza democratica perché con essa i cittadini si mettono individualmente nelle mani della legge proprio quando la disobbediscono: facendosi disobbedienti restano soli davanti al potere coercitivo dello Stato. Questa estrema ratio, quando necessaria, è una denuncia della situazione di incostituzionalità nella quale si trova a operare la maggioranza con la sua smania dispotica di liberarsi dalle regole. «Vogliamo arrivare a un nuovo sistema in cui non si debbano chiedere più permessi, autorizzazioni, concessioni o licenze», ha detto il Premier, definendo i controlli previsti dalla Carta «una pratica da Stato totalitario, da Stato padrone che percepisce i cittadini come sudditi».

Legge liberticida.  Ma è lui, è una maggioranza che si vuole incoronare sovrana che ci farebbe sudditi e servi se passasse questa pericolosa politica anticostituzionale, se passasse questa legge bavaglio: la madre di tutte le leggi liberticide. Silenziare le opinioni, spegnere la mente dei cittadini rendendoli bambini idioti davanti a una televisione che commercia il nulla: è questa l’Italia che il nostro Premier ha costruito in questi anni, un serraglio di docili sudditi che egli chiama popolo della libertà. Dove si fermerà questo incalzante assalto alle nostre libertà fondamentali? –

LA COSTITUZIONE IN MANO AL POPOLO E AI PARTITI

giugno 10, 2010

DALL’ASSEMBLEA DEI COMITATI DOSSETTI

Un evento abbastanza straordinario, anzi unico, si è prodotto venerdì a Bologna nella grande biblioteca del convento di San Domenico, appena sufficiente a contenere le 500 persone, di ogni provenienza, che vi hanno preso parte. Tutti i partiti dell’attuale opposizione, dal Partito Democratico all’Italia dei Valori all’UDC a Rifondazione comunista a Sinistra e Libertà, rappresentati al massimo livello, hanno accettato e sostenuto il confronto con le analisi, le istanze, i rimproveri, le attese espressi dai Comitati Dossetti per la Costituzione, sul tema della difesa, dell’attuazione e dello sviluppo della Costituzione repubblicana.

Evento unico per la presenza allo stesso tavolo di giuristi come Onida, Ferrajoli, Dogliani, Carlassare, e politici come Rosy Bindi, Paolo Ferrero, Anna Finocchiaro, Rocco Bottiglione, Leoluca Orlando, Pierluigi Castagnetti, Vittorio Prodi, Elettra Dejana. Unico per il rapporto stabilitosi tra una agguerrita rappresentanza di base, fatta di giuristi e popolo, e dirigenti di partiti disposti all’ascolto; un rapporto adulto, fuori di ogni diffamazione della politica, fuori sia da “servo encomio” che da “codardo oltraggio”.

Grazie a questo, la Costituzione ha vissuto la sua grande giornata, riportata al suo intero valore, come patto di convivenza ma anche come nuova antropologia in forma di diritto, nuova cultura, nuovo pensiero politico, svolta dalla guerra alla pace, assunzione come bene pubblico inestimabile di ogni persona umana, carta necessaria alla vita come era necessaria durante la guerra la carta del pane. Costituzione che oggi è sotto attacco da parte di falsi novatori e veri guastatori, che usano il potere acquistato per instaurare un potere incontrollabile, dissolvere i mille volti del popolo nella maschera di un capo, fare dello Stato un patrimonio personale assicurato dal populismo e quotato dai sondaggi, estirpare la rappresentanza, rendere ordinaria la illegalità, strutturale la corruzione, vano il pluralismo politico.

Una analisi non ideologica ma scientifica, come quella di cui sono capaci i giuristi, dice che a Costituzione ancora invariata tutto questo è già avvenuto ed è in corso. Di qui l’unanime consenso sul fatto che, salvo eventuali e circoscritti miglioramenti del sistema, questo meno che mai è il tempo della riforma costituzionale, che non potrebbe che formalizzare il degrado già esistente e trasformare le violazioni in norme; sicché non c’è alcun “tavolo delle riforme” a cui andarsi a sedere. Si è insistito invece, anche se qui con minore ascolto dei partiti, sulla necessità di mettere in Costituzione nuovi diritti, nuove garanzie, sciogliere i nodi della commistione tra pubblico e privato e del conflitto d’interessi, stabilire l’immodificabilità di principi e istituti fondamentali, costituzionalizzare il principio di proporzionalità nelle elezioni politiche.

Il Presidente dei Comitati, Raniero La Valle, ha rilevato che il costituzionalismo non solo critica e fronteggia il degrado della democrazia in Italia, ma anche il capitalismo selvaggio della cattiva globalizzazione e le politiche di dominio di Israele, manifestatesi da ultimo con la chiusura delle sponde di Gaza alla flotta pacifista.

Onida ha rilevato la profonda iniquità di due formule demagogiche, come quella del “non mettere le mani in tasca agli italiani”, che trasforma le tasse in furto, e quella di “trasferire la tassazione dalle persone alle cose”, che è il gran regalo ai ricchi di abolire ogni progressività delle imposte.

Rosy Bindi ha chiesto che il dialogo continui, ha affermato “l’inderogabile fedeltà” del suo partito alla Costituzione, ha sostenuto che per salvare la centralità del Parlamento occorre un nuovo equilibrio tra esecutivo e legislativo e rendere più efficienti i processi decisionali; Orlando ha rivendicato la funzione dell’opposizione, Buttiglione  ha severamente criticato il bipolarismo, trovando in ciò il pieno consenso di Ferrero, ed ha patrocinato un sistema elettorale alla tedesca, Anna Finocchiaro ha denunciato il rischio di una ulteriore modifica peggiorativa dei regolamenti parlamentari, da cui il Parlamento riceverebbe il colpo di grazia, Elettra Dejana ha messo in guardia sul maggior rischio di futuri eventuali referendum costituzionali.

Paolo Ferrero ha dimostrato come il bipolarismo rappresenti il vero attacco alla Costituzione; esso infatti espelle dalla politica la possibilità dell’alternativa, ciò che va benissimo per chi non vuole cambiare, ma allontana dalle istituzioni e dalle urne chi avverte la necessità di nuove condizioni di vita e nuove politiche. Il bipolarismo porta con sé la scomparsa della sinistra, stretta tra l’impossibilità di sottrarsi al dovere di unirsi agli altri per battere le destre, e l’impossibilità di partecipare a governi dai quali ai suoi elettori non ci sarebbe alcun ritorno in termini di cambiamento. Di qui la proposta di un “patto repubblicano” che vada dal PD all’UDC a Rifondazione al solo fine di difendere la Costituzione e cambiare la legge elettorale, ma senza alcuna implicazione programmatica di altra natura. L’obiezione a questo scenario, suggerita anche dalla Finocchiaro, è che tuttavia è pur necessario governare. Tra queste due esigenze c’è spazio però per un approfondimento e per un incontro. Da un lato la difesa della Costituzione, se è politica, offre a un accordo elettorale materia ben più ricca che non quella limitata a una semplice convergenza difensiva;  dall’altro sono sempre possibili due livelli di alleanza, uno di maggioranza e l’altro di governo, ciò che i Comitati Dossetti chiamano “costellazione democratica”.

In ogni caso questo è uno dei varchi lasciati aperti dall’assemblea di Bologna; attraverso questo varco può passare forse la salvezza della Costituzione e della Repubblica.

LA LEZIONE DI TOCQUEVILLE

giugno 6, 2010

Di Nadia Urbinati

da La Repubblica – 04 giugno 2010   pagina 1   sezione: prima pagina

La libertà di stampa è una di quelle libertà per le quali non può esistere una via intermedia tra massima libertà e dispotismo. Lo aveva capito quasi due secoli fa Alexis de Tocqueville, il quale, da critico diagnostico della trasformazione democratica delle società moderne, non si faceva scrupolo a confessare la sua ambigua attitudine nei confronti di questa libertà. Una libertà che diceva di amare non perché un bene in sé ma perché un mezzo che impedisce cose veramente indesiderabili come l’impunità, l’abuso di potere e le tentazioni assolutistiche di chi governa. Proprio perché ogni tentativo di regolare la libertà di stampa si risolverebbe invariabilmente in uno sbilanciamento di potere a favore di chi regola, meglio, molto meglio una libertà senza limiti.

Quale limite? Del resto, chi può decidere su quale sia il limite giusto? E poi, chi controllerà colui che decide sul limite? Per questa ragione, Tocqueville osservava che se i governanti fossero coerenti con la loro proposta di limitare la libertà di stampa per impedirne un uso licenzioso ed esagerato, dovrebbero accettare di sottomettere le loro azioni ai tribunali, di essere monitorati dai giudici in ogni loro atto. Se non amano il tribunale dell’opinione dovrebbero preferire il tribunale vero. Ma questo, oltre che essere irrealistico, comporterebbe se attuato un allungamento della catena di impedimenti fino al punto da asfissiare l’intera società sotto una cappa di controllori e censori. A meno di non ripristinare l’assolutismo di età pre-moderna – un vero assurdo.

L’impossibilità di trovare una giusta limitazione per legge della libertà di stampa sta nel fatto che nei governi che si fondano sull’opinione, come sono quelli rappresentativi e costituzionali, non è possibile sfuggire all’opinione, la quale deve pur formarsi in qualche modo ed essere libera di fluire. È per questa ragione che l’azione del premier contro i due tribunali – la stampa e la magistratura – è in qualche modo anacronistica e assurda. Lo è per questa semplice ragione: nonostante la sua persistente passione censoria, egli vive di pubblico e non può restare celato agli occhi di chi è deputato a preferirlo e perfino amarlo. Il suo desiderio più grande è quindi quello non tanto o semplicemente di mettere il bavaglio alla stampa, ma invece quello di esaltare una forma soltanto di opinione, quella che non fa conoscere ma fa invece ammirare, preferire, amare. Egli vuole quindi l’impossibile: vivere di pubblico senza pubblico.

Poiché il pubblico è formato proprio attraverso diverse opinioni (questo è vero anche quando il pubblico è fatto di consumatori, e l’opinione è pubblicitaria, poiché in fondo anche di dentifrici ce ne sono di vari tipi sul mercato). Ma il premier vuole creare il suo pubblico e vuole che questo solo goda di libera circolazione: questa è l’ambizione assurda dell’assolutismo dispotico nell’ era dei media. Come ha scritto Ezio Mauro a commento dell’attacco in diretta che il premier ha lanciato contro chi aveva ricordato le sue passate dichiarazioni di sostegno agli evasori fiscali (Massimo Giannini) e contro chi aveva mostrato con i dati un suo calo nei consensi (Ipsos e Pagnoncelli), egli vuole «impedire ai giornali di raccontare la verità» per distribuire invece «un’unica verità di Stato».

I monarchi assoluti dell’età pre-moderna non avevano a che fare con il pubblico: il decidere liberamente (fuori dai vincoli dell’opinione e del voto) li rendeva, se possibile, meno esposti alla menzogna e se menzogna c’era era all’interno della cerchia di potere nella quale vivevano. Arcana imperii era il nome della politica fatta a porte chiuse in un sistema di potere nel quale non c’era nessun obbligo a tenerle aperte. Ma con l’avvento della politica del consenso – in primis della designazione elettorale dei governanti – questa condizione di libertà ha perso giustificazione e, soprattutto, si è rivelata impossibile. Infatti, per il leader, l’essere scelto, sostenuto, e perfino amato è possibile solo se acquista o si crea un’immagine pubblica, un’immagine che esca dal palazzo e circoli liberamente. La condanna del leader con ambizioni assolutisiche nell’era democratica è quella di non poter più aspirare al potere assoluto mentre i mezzi di cui dispone – la stampa e l’opinione – alimentano enormemente questa sua aspirazione.

Ecco quindi il paradosso del quale siamo testimoni (e vittime) in Italia: un leader che è stato creato dai media e che per restare al potere deve poter contare sulla pubblicità di quell’immagine vincente, e per tanto su un sostegno acritico dei media stessi. La premessa non detta di questo paradosso è che la verità sarebbe fatale a quell’immagine, e deve per tanto restare celata alla vista e all’udito. Ecco allora che la limitazione della libertà di stampa deve per forza essere più di questo per poter funzionare: deve coinvolgere non soltanto il momento della divulgazione delle opinioni scomode, ma anche quello del reperimento delle informazioni sulle quali quelle opinioni si basano (deve cioè mettere in discussione entrambi i tribunali). Aveva ragione Tocqueville: nella sfera della libertà di stampa non si dà né può darsi una via mediana tra massima libertà e dispotismo, perché una volta imboccata la strada della censura un limite tira l’altro senza che si riesca a vederne la fine.