RISCOPRIRE LA CENTRALITÀ DEL LAVORO

ORIGINE E ATTUALITÀ ECONOMICA DELL’ARTICOLO 1 DELLA COSTITUZIONE

Repubblica democratica fondata sul lavoro: questa è la ben nota dizione con cui inizia la nostra Costituzione, all’art. 1. Nel precedente Statuto albertino la citazione del lavoro era del tutto assente e in ogni caso non è molto frequente nelle costituzioni degli altri paesi. Oggi questa dizione è diventata persino oggetto di scherno: fondata sul lavoro.. precario o nero; sull’eventualità che domanda ed offerta di lavoro si incontrino; e quale lavoro? Anche quello non retribuito, ovviamente. Così – non senza qualche ragione – si è detto che in realtà il fondamento è su altre cose: capitale, privilegio, arbitrio, furbizia, arrivismo, clientelismo, familismo, malaffare, collusione e chi più ne ha più ne metta. Successivi articoli del testo repubblicano sono coerenti con la dizione del primo, in particolare l’art. 4, che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, imponendo di promuovere le condizioni che lo rendano effettivo. È indubbio che siamo di fronte ad affermazioni quasi totalmente disattese.

Ruolo del lavoro nell’economia.  Per comprendere come nacque la dizione è opportuno risalire al dibattito originario: fu sostenuta nell’assemblea costituente dai democristiani (in particolare da Fanfani) e dalla sinistra socialcomunista, non senza critiche e riserve specie da parte della componente liberale. Fu ricordata la forte quota di popolazione che non lavora (bambini, anziani, disabili..), l’ambiguità del termine lavoro che non deve essere quello degli schiavi, o dei lager o dei gulag. Si propose di sostituire con la dizione: fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro. Ma la proposta non fu accolta, prevalse la formulazione più “innovativa” di Fanfani, il quale era docente di storia economica all’università Cattolica. Per una migliore comprensione è opportuno aver presente quanto è avvenuto nell’economia e nella riflessione sull’economia stessa. È noto che nell’economia vi è stato, con la rivoluzione industriale, il passaggio da una fase mercantile o di scambio a una fase di produzione manifatturiera. Oggi, da qualche decennio siamo poi passati a una fase terziaria più complessa, in cui si possono individuare due componenti principali: una finanziaria, prevalentemente speculativa, e una tecnologica-informatica-immateriale.

Le riflessioni sull’economia hanno seguito con discontinuità questa evoluzione dell’economia reale. Nello sforzo di individuare il principale fattore di arricchimento (quello che può essere indicato come il paradigma dell’economia), i primi a operare il passaggio dagli scambi commerciali alla produzione sono stati gli economisti “classici”, già dal ‘700; per l’organicità delle loro riflessioni, sono infatti considerati i fondatori della scienza economica. Adam Smith ad es. assegnava al lavoro la misura del valore dei beni economici: se per produrre una tal cosa si impiega doppio tempo rispetto a un’altra cosa, il valore della prima sarà tendenzialmente doppio della seconda. È da sottolineare che questa dottrina, dopo gli sviluppi di David Ricardo, è stata recepita e ripresa anche da Marx, come base della sua elaborazione. Verso la metà del ‘800 però questa costruzione degli economisti classici fu abbandonata dai loro successori non marxisti. Preferirono non dare alcuna indicazione sul valore teorico (o naturale, o tendenziale) dei beni economici – attraverso cui si potrebbero evidenziare fenomeni speculativi o di rendita, non legati al lavoro – limitandosi ad una teoria soggettiva del valore, basata sull’utilità marginale dell’acquirente-consumatore (considerato sovrano). Così il paradigma della scienza economica tornò nuovamente sugli scambi, al di là dei fondamenti oggettivi e astraendo dalla realtà in evoluzione. Si confermò una fiducia incondizionata nel mercato, in un’ottica essenzialmente liberista: la valorizzazione del lavoro e la piena occupazione ne sarebbero stati la conseguenza “naturale”.

Le eleganti formulazioni (anche matematiche) dei neoclassici sono rimaste da allora la base teorica dell’orientamento prevalente tra gli economisti fino ai nostri giorni. Non lo cambiarono nemmeno la grande crisi del ’29, gli sforzi di Keynes per superarla con politiche attive di intervento, nonché le sue indicazioni per reimpostare dalla radice la scienza economica (ricuperando il paradigma della produzione, assumendo un’impostazione oggettiva anziché soggettiva, ponendo la necessaria attenzione all’occupazione e ai consumi..). Più di recente, con il crollo del muro di Berlino e la globalizzazione dell’economia, l’orientamento liberistico è diventato quasi un dogma, universalmente osservato. Nel frattempo le imprese, lungi dalla concorrenza atomistica ipotizzata dalle teorie liberiste, sono andate concentrandosi sempre più, superando i confini per diventare multinazionali. Attraverso il controllo dei media, si è capito che è possibile influire e persino determinare l’opinione pubblica, in particolare quella dei consumatori (oltre che degli elettori).

Domanda manipolata. Parlare di libero mercato e di sovranità del consumatore in questa situazione è davvero azzardato: il mercato in realtà è controllato – dal lato della domanda, oltre ovviamente a quello dell’offerta – dai grossi poteri economici, dalle multinazionali e dai loro manager. Chi può conoscere in anticipo i dati economici delle grandi concentrazioni finanziarie ha ulteriori possibilità di guadagni speculativi. Nella più recente fase del capitalismo, specie con la “finanziarizzazione”, è prevalso il gioco speculativo: anziché investire nella produzione, si preferisce operare su valute, titoli, derivati delle più disparate forme, contando di lucrare sulle variazioni di prezzo, senza lavorare. In proposito però vanno ricordate due cose: 1) i giochi speculativi sono di solito “a somma zero”: quanto guadagnato da qualcuno viene cioè perso da altri; 2) i grandi operatori, potendo influire sul mercato, hanno molte più probabilità di guadagnare, a scapito dei piccoli. Con prezzi crescenti la speculazione e l’indebitamento sembravano diventati il nuovo motore dell’economia. Quando però è scoppiata la bolla, prima immobiliare e poi finanziaria, quando la crisi economica si è estesa a tutto il mondo, si è manifestata chiaramente l’inconsistenza, il vicolo cieco di questo percorso speculativo.

Sul banco degli accusati. Gli economisti appartenenti al main stream liberista (la grande maggioranza) si arrampicano sui vetri per non riconoscere la loro incapacità di prevedere e fronteggiare la crisi, o di individuare per tempo gli errori madornali compiuti dal “mercato”; invocano che il futuro non può mai essere conosciuto, che non poteva essere previsto il fallimento di grandi istituti finanziari senza interventi governativi e altro ancora. Ma nelle loro analisi insoddisfacenti si possono rilevare carenze metodologiche, mentre il liberismo ad ogni costo, che professano, può nascondere scelte ideologiche o, più banalmente, la convenienza dei poteri economici prevalenti.

Tra le poche voci dissenzienti,  va segnalata la scuola economica dell’università Cattolica. Dopo Fanfani vi è stata una sorta di associazione intellettuale dei suoi economisti con la scuola di Cambridge, quella di Keynes. Un libro recente del prof. L. Pasinetti, Keynes e i Keynesiani di Cambridge. Una ‘rivoluzione in economia’ da portare a compimento, Roma: Laterza, 2010,, ripercorre il racconto delle vicende connesse col pensiero di Keynes e dei suoi successori, nell’impari sforzo di opporsi al main stream liberista. Anche da questo suggestivo racconto si può giungere a una conclusione di tutto rilievo. L’ulteriore sviluppo della società ed anche dell’economia, non potrà certo discendere da posizioni di rendita o da giochi speculativi. Questi vanno fortemente contrastati, nella misura in cui tolgono risorse agli investimenti e al lavoro produttivo, accentuando gli squilibri sociali. Lo sviluppo potrà derivare solo dal lavoro e dalle attività di impresa, specie da quelli del campo tecnologico e immateriale. In questo contesto la qualità del lavoro risulta essenziale; pertanto, anche dal punto di vista economico, viene ad assumere un ruolo cruciale l’apprendimento personale, attraverso processi formativi e la partecipazione attiva all’evolversi della realtà. L’apprendimento, come sottolineato da Sen, è un aspetto fondamentale dello sviluppo umano di tutti i cittadini per tutta la vita. Solo questo tipo di sviluppo potrà proteggere ad es. contro le adulazioni occulte della pubblicità o dei demagoghi populisti, potrà fare aprire gli occhi sulla gravità del problema ecologico, sui danni del consumismo materiale, sull’impossibilità di perseguire indefinitamente l’attuale modello.

L’attenzione al lavoro,  in definitiva, è il fattore determinante per uscire dalle secche della crisi e avere crescita sostenibile. Oggi, come non mai, va garantita a tutti un’attività che consenta la sopravvivenza economica, garantendo in ogni caso l’apprendimento di nuove capacità. La disoccupazione è perdita netta, per sempre, sia per il singolo che per la società. Anche l’occupazione precaria può sfociare facilmente in disoccupazione. Vanno evitate al di sopra di ogni considerazione economica, se è vero che l’economia deve servire l’uomo e non viceversa. Inoltre il lavoro deve essere valorizzato in ogni sua forma. È difficile attendersi dal mercato, spinto unicamente dal profitto, una evoluzione in questo senso. Le evoluzioni sociali, come anche le innovazioni tecnologiche (ad es. in campo energetico o dei trasporti) devono essere in certo senso “imposte” al mercato dalla politica e da una società civile che sappia essere soggetto attivo, anziché oggetto di manipolazione. I brevi cenni sopra riportati bastano per mostrare quanto l’idea di fondare la repubblica sul lavoro sia stata moderna e preveggente. Il quadro complessivo della nostra costituzione appare valido e attuale, in grado di porre freno alle crisi e agli imbarbarimenti in corso. Si tratta di attuare la costituzione, prima e piuttosto che cambiarla.

Per riflettere:

-fondata sul lavoro o su altro?

-diritto al lavoro disatteso;

-il dibattito all’Assemblea costituente sull’art.1;

-il paradigma dell’economia dagli scambi commerciali alla produzione;

-Smith e la teoria del valore-lavoro;

-abbandonata dai neo-classici a metà ‘800, per un pregiudizio liberista;

-l’impostazione soggettiva del valore;

-la continua concentrazione delle imprese e il controllo dei media;

-la domanda manipolata;

-finanziarizzazione e guadagni speculativi tolgono l’incentivo a investire;

-così aumenta la disoccupazione;

-la scuola economica della Cattolica dopo Fanfani;

-la qualità del lavoro;

-importanza cruciale dell’apprendimento personale;

-da garantire a tutti, anche per uscire dalla crisi economica.


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