IL PERICOLO DELLE POLVERI ULTRAFINI

maggio 22, 2017

POSSONO DANNEGGIARE ANCHE I NASCITURI. BISOGNA CONTENERE OGNI FORMA DI COMBUSTIONE, SPECIE DEI RIFIUTI

dalle relazioni di Lelia Della Torre, medico, e di Carlo Sala, chimico, all’incontro del 10 maggio 2017 del Comitato Difesa Costituzione Merate

L’Italia detiene un triste primato: quello dei tumori infantili (0-14 anni). Si tratta di un numero fortunatamente basso (attorno a 175 casi per milione/anno, secondo i dati AIRTum, contro i 158 degli Stati Uniti e la media europea di 140) ma è in continuo aumento (attorno al 2% annuo) a ancor più (3,4%) per la prima infanzia (0-1 anno): freddi dati dietro cui c’è strazio e fallimento. Le cause di questa patologia sono poco conosciute (e forse anche poco studiate) ma il fatto che i neonati siano più colpiti fa pensare a qualcosa di precedente alla nascita. Esistono fondati sospetti che tra le cause più significative vada evidenziato l’inquinamento apportato dalle polveri ultrafini o nanoparticelle che hanno origine prevalentemente dalle combustioni; le dimensioni di alcune particelle vengono rappresentate nella figura seguente (dove µm significa micron, milionesimo di metro; per le nanoparticelle si passa alla scala inferiore dei nanometri, nm, miliardesimi):

 Nellultimo decennio è cresciuto decisamente linteresse per linalazione di particelle con dimensioni inferiori a 100 nm. È evidente che a dimensioni così basse è difficile rilevarle e ancor più trattenerle o filtrarle. Mentre la parte più grossolana delle particelle inalate (PM10 PM2,5 PM1) sono trattenute nei vari settori dellalbero respiratorio (vedi fig.), danneggiando primariamente il sistema respiratorio, le altre, di dimensione nanometrica, possono passare dagli alveoli polmonari direttamente al sangue. Da lì possono raggiungere tutti gli organi (dal cuore, al cervello, alla placenta) e, passando all’interno della cellula, possono alterare i meccanismi di risposta anticorpale e di riproduzione cellulare. Ovviamente questi inquinanti possono arrivarci anche dalla catena alimentare, dagli indumenti e altre fonti, oltre all’aria respirata, che però è la più significativa.

Epigenetica: per capire il significato di questo termine si può fare il caso di due gemelli omozigoti, che cioè, derivando dallo stesso ovulo, hanno identico DNA. Eppure tra loro ci sono differenze anche fisiche: queste si definiscono differenze epigenetiche, cioè acquisite al di là della genetica, che per loro è la stessa (epi è un termine greco che vuol dire al di là). Epigenetica è appunto lo studio di tutte quelle cose che la genetica non è in grado di spiegare. Negli ultimi decenni si è posta particolare attenzione a certe sostanze chimiche, presenti nel particolato sottile, che non sono mutagene, cioè non alterano direttamente la sequenza del DNA, possono però provocare danni epigenetici. Si tratta di modifiche a quel complesso di proteine che danno la forma tridimensionale alla struttura del DNA e così alterano la replicazione, attivano o silenziano in modo anomalo alcuni geni (ad esempio fino alla perdita di controllo e alla proliferazione di un tumore). I danni alla salute imputabili all’inquinamento per esposizione della popolazione anche a basse o bassissime dosi di sostanze chimiche si concretizzano in un aumento dei casi di:

tumori (soprattutto infantili); aterosclerosi e malattie cardiovascolari; malattie neurologiche (autismo, demenze, SLA, ecc..); reazioni allergiche ed intolleranze; sterilità, nati prematuri; obesità, diabete.

L’epidemiologia riesce ad individuare i danni dopo numerosi anni, anche decenni, dall’esposizione, ma non può individuare i danni epigenetici che si possono trasmettere a figli e nipoti, cioè alle generazioni future: sono quelli che destano maggiori preoccupazioni.

Combustioni. Le polveri ultrafini derivano essenzialmente dalle combustioni: non si dimentichi che sono combustioni anche quelle che avvengono nei motori a scoppio e non soltanto nel riscaldamento degli ambienti o nei roghi nelle campagne o nell’incendio dei boschi. In campo industriale si ricordano la produzione dell’acciaio, di altri metalli e leghe, del vetro, del cemento e inoltre le lavorazioni dei metalli a caldo e le saldature. Per quanto riguarda gli inceneritori dei rifiuti solidi urbani nella camera di combustione si formano, oltre all’anidride carbonica, ossido di carbonio, ossidi di azoto e di zolfo, acidi inorganici e molte altre sostanze; certamente influiscono sulla loro qualità e quantità diversi fattori, quali ad es. la temperatura della combustione e i materiali che la alimentano. Gli inquinanti che si formano sono numerosi e si trovano in fase gassosa; sono di particolare interesse gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), l policlorobifenili (PCB), le diossine (CDD), i metalli. Nello stesso tempo hanno origine particelle di polvere prevalentemente fini e nanoparticelle. Con una temperatura più elevata della fiamma si produce solitamente maggiore quantità di polveri fini. Le polveri che sfuggono all’abbattimento possono fare da trasportatori di inquinanti come IPA, PCB, metalli, tutti di grande interesse tossicologico.

Il principio di precauzione dovrebbe indurci a ridurre il più possibile l’esposizione ad ogni tipo di inquinante, ma soprattutto a evitare le combustioni che possono immettere nell’aria le polveri sottili e ultrasottili (oltre all’anidride carbonica, causa principale dell’effetto serra). Certe pratiche – peraltro assai diffuse e tradizionali – come la bruciatura di ramaglie o stoppie nelle nostre campagne o boschi, oggi non vanno assolutamente più consentite (anche per evitare incendi). In alternativa vanno promosse le pratiche di compostaggio, cippatura, recupero. Altrettanto severa dovrebbe essere da parte dei governanti la penalizzazione dell’uso di motori a scoppio, specie se per diletto: moto-cross, diporto ecc. Nel riscaldamento dovrebbero essere nettamente favorite le fonti che non richiedono combustioni termiche, come solare, eolico, geotermico, pompe di calore, pirolisi e, forse un domani, pile a combustibile o altro ancora. Per quanto riguarda i rifiuti, anche seguendo le indicazioni dell’UE, si tratta di attuare buone pratiche. I comuni che hanno organizzato la raccolta differenziata porta a porta (ad esempio Ponte alle Alpi/Belluno e Capannori/Lucca, ma anche in Lombardia nel vimercatese) hanno ottenuto importanti risparmi economici sia per i cittadini che per le amministrazioni, col riciclo e la raccolta differenziata (fino al 85%). Questi risultati sono stati ottenuti anche grazie ad una azione capillare di informazione/formazione dei cittadini tesa non solo ad una corretta raccolta ma anche ad una riduzione dei rifiuti, con campagne rivolte alla diffusione di: vuoti a rendere, agricoltura a Km 0, riduzione dell’“usa e getta”, riuso, ecc. Anche se il progresso tecnico ha consentito miglioramenti nel filtraggio dei fumi e nelle tecniche di incenerimento e in attesa che la scienza riesca meglio a conoscere come si forma e come opera nel nostro organismo il particolato ultrafine, i rischi per le generazioni future dovrebbero far prevalere il buon senso della precauzione.

Bibliografia indicativa: Relazione Burgio: https://youtu.be/a1Ffvp6mSHA; Comune di Genova, Compostiamoci bene, manuale di 84 pagine di Federico Valerio; Comune di Vedelago Tv http://www.centroriciclo.org; www.comunivirtuosi.org; http://www.menorifiuti.org

SALUTE E ALIMENTAZIONE

maggio 20, 2017

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…» (art.32 Cost.)

«…Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: …tutela della salute; alimentazione…» (art.117 Cost.)

Il pericolo delle polveri ultrafini  Della Torre, Sala

La differenza tra mangiare e stare a tavola  Recalcati

Sobrietà: istruzioni per l’uso

Pane quotidiano un diritto di tutti  Bianchi

Cibo, fondamentale regolatore della salute

Il tempo e la salute  Corbellini

Le buone notizie che non piacciono al potere  Giorgi

Aiuta l’intestino con cibi crudi o liquidi  Rossi

Capacità di adattamento e di autogestione

Prevenire alla radice  Giorgi

Prendersi cura di sè  Sermoneta

Effetti benefici del digiuno limitato  Giorgi

Quei microbi che ci governano  Rosier

Sintesi di epidemiologia alimentare

Cibo: meglio all’antica?

Agricoltura biologica contro la fame  Holt Gimenez

Salute dell’uomo e salute del pianeta

Funzione strategica di cibo e foreste

Pancia e cervello  Bottaccioli

I DELUSI DEL LAVORO

maggio 8, 2017

LA FLESSIBILITÀ NON HA VINTO, TORNA LA RICHIESTA DEL POSTO FISSO. ALCUNI RISULTATI DEL SONDAGGIO DEMOS-COOP

di ILVO DIAMANTI e LUIGI CECCARINI, La Repubblica 29-4-2017, pp.2 e 3

Il “lavoro” rimane un riferimento importante per la nostra società. Così la “Festa del lavoro” del Primo maggio suscita sempre grande consenso. Lo conferma il sondaggio condotto, nei giorni scorsi, dall’Osservatorio sul Capitale sociale di Demos-Coop per Repubblica. Più di due italiani su tre ritengono, infatti, che “celebrare” il Primo Maggio abbia ancora senso. È un sentimento diffuso in tutta la popolazione. Senza chiare “esclusioni” ideologiche. E quindi anche fra gli elettori di centro-destra e di destra. Celebrare il lavoro, a questi italiani, appare tanto più significativo perché si tratta di una risorsa sempre più scarsa e dequalificata. Una larga parte degli intervistati, oltre 7 su 10, afferma di non aver percepito la ripresa. Secondo loro, l’occupazione non è mai ripartita. E se le statistiche dicono cose diverse, loro non se ne sono accorti. Semmai, pensano che si sia allargato il lavoro “nero”. E, ancor più, il lavoro “precario”. Ne sono convinti 3 italiani su 4. D’altra parte non c’è fiducia nella politica e nelle politiche. Nei risultati delle leggi approvate negli ultimi anni. Meno di 1 italiano su 10 pensa che il Jobs Act abbia prodotto effetti. Mentre l’abolizione dei voucher ha convinto quasi tutti gli intervistati. Ma del contrario: allargherà ancor più il lavoro nero e precario. Il “reddito di inclusione sociale”, invece, per ora, lo conoscono in pochi. Così, il lavoro resta un riferimento importante, per gli italiani. Almeno, per gran parte di essi. Che celebreranno il Primo Maggio con un sentimento di “attesa”.

L’attesa che il lavoro ritorni. D’altronde, si assiste a un mutamento sensibile dei progetti, professionali e di vita, tra gli italiani, rispetto agli ultimi anni. In particolare, ritorna, con forza, la richiesta del “posto fisso”, soprattutto nel settore pubblico. Checco Zalone lo aveva colto – e narrato – con efficacia, nel suo film “Quo vado?”, un anno e mezzo fa. Oggi quell’intuizione appare confermata dai dati di questo sondaggio. Che, a differenza del film di Zalone, non sono divertenti. L’indagine di Demos-Coop, infatti, ci racconta come, nell’ultimo anno, il clima d’opinione intorno alle professioni libere e liberali si sia sensibilmente raffreddato. La quota di persone che, per sé e i propri figli, vorrebbero un’attività in proprio o da libero professionista, infatti, è in calo. Di qualche punto. Mentre l’unica vera “ripresa” convinta, nell’ambito del lavoro e dei “lavori”, riguarda, appunto, il “posto fisso”. Sottolineato dalla crescente importanza attribuita agli Enti Pubblici. Tanto delegittimati (per non dire disprezzati), come soggetti e come istituzioni, quanto apprezzati, come sbocchi professionali. Si ripropone, dunque, uno scenario noto, in un passato recente. Quando il grado di attrazione di “un” lavoro, coincideva con il suo livello di “sicurezza”. Intesa come “stabilità” e “continuità”. Mentre la “flessibilità” piaceva agli imprenditori – e ai politici “liberisti”. Ma non ai lavoratori. Per questa ragione è significativo il sostegno espresso, nel sondaggio Demos-coop, all’ipotesi di ripristinare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, abrogando le modifiche apportate dal Jobs Act del governo Renzi. Questa proposta, avanzata dalla Cgil, come quesito da sottoporre a referendum, era stata bocciata dalla Corte costituzionale, lo scorso gennaio. Ma oggi, nel sondaggio, ottiene il consenso di 7 italiani su 10. È un indice ulteriore del livello di sfiducia e di incertezza che pervade la società nei confronti del lavoro. Soprattutto e tanto più, negli ultimi anni.

Controtendenza. Tuttavia, alcuni segnali muovono in direzione diversa. Espressi, però da chi ha un lavoro. Ne indichiamo due, fra gli altri. Il primo: le aspettative nel futuro. Cresce, infatti, la quota di lavoratori che scommettono su una situazione personale migliore, “nei prossimi 2-3 anni”. Oggi è circa il 30%. Tuttavia, quasi un lavoratore su due ritiene che la propria condizione non cambierà. E per il 18% potrebbe, perfino, peggiorare. L’altro segnale in controtendenza riguarda la soddisfazione del lavoro svolto. Molto elevata, per il 55% del campione intervistato da Demos-Coop. Ma, comunque, più che sufficiente, per un altro 27%. Solo il 18% degli italiani, in definitiva, si ritiene insoddisfatto del lavoro svolto. Tuttavia, il problema riguarda “gli altri”. La componente “esclusa” dal mercato del lavoro. A questo proposito è interessante il tratto generazionale che impronta l’insoddisfazione. Particolarmente marcata fra i “giovani-adulti”.

Giovani-adulti. Coloro che hanno fra 25 e 34 anni. Nati fra i primi anni 80 e 90. Le fasce “anziane” dei Millennials. Ancora “giovani” e non ancora “adulti”. In una società nella quale la giovinezza si prolunga sempre più, ma riflette dipendenza, rinvio dell’autonomia. I “giovani-adulti”: non riescono ad affrancarsi dalla famiglia (non conviene), né a mettersi davvero in proprio. Oggi, si sentono più precari di alcuni anni fa. Sicuri che, se mai riuscissero a raggiungere la pensione, questa non basterebbe per vivere. A loro, il lavoro appare un’esperienza meno soddisfacente rispetto agli altri. Anche perché, più degli altri, ne sono esclusi. Per questo, come gran parte della popolazione, ritengono che i giovani, per fare carriera, se ne debbano andare dall’Italia. E molti di essi se ne vanno davvero. Spesso non ritornano. La loro “insoddisfazione”, peraltro, si è espressa anche politicamente, quando hanno bocciato, in massa, il referendum costituzionale. I giovani-adulti: sono lo specchio di una società che invecchia senza accettarlo. Una società di finti-giovani.

SOLO L’8% SALVA IL JOBS ACT; SENZA VOUCHER PIÙ “NERO”

LE MISURE DEGLI ULTIMI DUE GOVERNI NON CONVINCONO I CITTADINI

Identità. Il lavoro costituisce un aspetto essenziale nella prospettiva delle persone. Per guadagnare e vivere, ma anche per la propria identità. Avere un lavoro o non averlo si riflette poi sulla famiglia e sul suo futuro. Ma il lavoro è anche un aspetto centrale per il sistema Paese. Per questo le politiche che riguardano il lavoro sono fondamentali per lo sviluppo. L’Osservatorio Demos-Coop ha rilevato gli orientamenti dei cittadini su alcune misure di intervento in tema di lavoro prodotte dagli ultimi governi. Il Jobs Act promosso da Renzi è il contenitore principale di una serie di azioni. Un cittadino su tre ritiene che è ancora troppo presto per vederne gli effetti (32%). Il 16% pensa che non abbia cambiato la situazione del mercato del lavoro. Il 32% valuta negativamente il Jobs Act; avrebbe avuto l’effetto di peggiorare il contesto lavorativo. È una minoranza (8%) a ritenere che tale riforma abbia portato dei miglioramenti.

Alternanza scuola-lavoro. Anche azioni più specifiche, come l’alternanza scuola-lavoro, non trovano un particolare consenso nell’opinione pubblica. Tale esperienza educativa, istituita dalla Buona Scuola, che prevede per gli studenti dell’ultimo triennio degli istituti superiori la possibilità di inserirsi in un ambiente lavorativo – per un periodo determinato e obbligatorio – è conosciuta anzitutto da quanti ne sono direttamente coinvolti: chi opera nelle strutture ospitanti, gli studenti e le loro famiglie. A ritenere che abbia migliorato lo scambio tra mondo della scuola e quello del lavoro è il 24% degli intervistati. L’ha peggiorato per il 28%. Due casi su dieci, circa, ritengono sia ancora troppo presto per esprimere giudizi. Anche il governo Gentiloni è intervenuto su questioni legate al lavoro e al centro del dibattito pubblico. Due sono le azioni considerate nel sondaggio: l’abolizione dei voucher e l’istituzione del reddito di inclusione.

Voucher. Il primo intervento doveva essere oggetto di un referendum, promosso dalla Cgil, il 28 Maggio, ma è stato per ora cancellato. Due italiani su tre (65%) pensano che l’abolizione dei voucher finirà per incrementare il lavoro nero. Mentre le misure di protezione sociale previste dal reddito di inclusione, per disoccupati e famiglie in povertà, appare sconosciuto a quasi metà dei cittadini. L’altra metà si divide in parti quasi uguali tra valutazioni positive (28%) e negative (25%). Guardando al futuro, l’84% degli italiani ritiene che i giovani avranno pensioni con cui sarà difficile vivere. In definitiva, la ricerca, condotta alla vigilia delle celebrazioni del 1° Maggio, mette in evidenza un sentimento composito, che intreccia preoccupazione, attendismo e (voglia di) speranza rispetto ad un’occupazione che stenta a ripartire. Le politiche di questi anni, al momento, nella percezione dei cittadini, non sembrano avere avuto effetti di particolare rilievo. Forse anche per questo il ripristino dell’art. 18, con il suo significato di tutela del lavoro, appare largamente condiviso tra i cittadini.

LE LEGGI MAI FATTE SULLA DEMOCRAZIA NEI PARTITI

maggio 1, 2017

IL VUOTO NORMATIVO È FRODE ALLA COSTITUZIONE E BENZINA PER L’ANTIPOLITICA

di Michele Ainis la Repubblica 22 aprile 2017 pp.1 e 31

Autoriforma. La legge elettorale (forse) la faranno. A spizzichi e bocconi, giusto per risparmiarsi l’onta di un’elezione regolata dalla Consulta (doppia sentenza sul Porcellum e sull’Italicum), anziché dal Parlamento. Però non è detto, magari va in malora anche questa pia intenzione. Come tutti gli altri progetti di riforma nei quali il riformatore coincideva con il riformato. È il paradosso di Ernst Fraenkel (1898-1975): quanto più un sistema politico si rivela inefficiente, quanto più ha perciò bisogno di riforme, tanto meno ci riesce, giacché una buona riforma ne comproverebbe viceversa l’efficienza. Dunque le riforme sono possibili se inutili, impossibili quando necessarie. Ne è testimonianza la XVII legislatura, che s’avvia mestamente al capolinea. Senza gloria, dopo cotanta boria. E dopo aver tradito la sua promessa fondativa: l’autoriforma del sistema politico. Niente da fare, e non per colpa del referendum di dicembre. Difatti la riforma costituzionale non metteva a dieta il corpaccione dei partiti; ne rinnovava casomai il mobilio, l’ambiente istituzionale che li ospita. Ma una nuova politica — più trasparente e responsabile — avrebbe bisogno di nuovi partiti. Quindi di regole stringenti sulla loro democrazia interna, nonché sui soggetti che li affiancano nel governo della polis.

Vuoti normativi. Invece restiamo orfani di qualsivoglia legge sui partiti, sulle primarie dei partiti, sulle fondazioni dei partiti. Nessuna riforma delle indennità parlamentari o del conflitto d’interessi. E un vuoto normativo largo quanto una voragine sui sindacati come sulle lobby. Questa lacuna è anzitutto una frode alla Costituzione. Che esige la legge sulla democrazia sindacale (articolo 39), e al contempo evoca la disciplina legislativa dei partiti (articolo 49). In quel testo riecheggia infatti la domanda che Calamandrei sollevò in Assemblea costituente: come può respirare una democrazia, se i suoi attori principali non sono a loro volta democratici? Non a caso il primo progetto di legge sui partiti venne depositato da don Sturzo nella I legislatura. E non a caso la legge c’è in Germania come in Spagna, in Austria, in Grecia, nel Regno Unito e via elencando. In Italia, viceversa, i signori delle regole non hanno mai accettato alcuna regola. Recependo soltanto, a denti stretti, il decreto Letta (n. 149 del 2013), che istituì il finanziamento dei partiti attraverso il 2 per mille, purché il loro statuto fosse di stampo democratico.

Impegni traditi. In secondo luogo, il vuoto di regole mette a nudo una promessa mancata, un impegno tradito. Rispetto ai sindacati, nel marzo 2015 Renzi annunciò il battesimo della legge sulla rappresentanza. Quando? Presto, prestissimo, anzi domani. Rispetto ai partiti, l’8 giugno 2016 la Camera approvò un testo unificato di 21 proposte di legge, trasmettendolo al Senato; giace ancora lì, dormiente, in attesa che un principe azzurro lo risvegli. Come peraltro la legge sul conflitto d’interessi, bloccata in I commissione dal febbraio 2016. O come la legge sulle lobby, un altro fantasma del nostro ordinamento, con 55 progetti di legge inceneriti l’uno dopo l’altro. Eppure negli Usa il Lobbying Act risale al 1946, e viene aggiornato di continuo. Eppure in Europa, dagli anni Duemila in poi, altri 10 Paesi si sono dotati d’una legge, infoltendo una compagnia già numerosa.

Democrazia opaca. Ma l’Italia, evidentemente, fa eccezione. E fra i nostri costumi eccezionali si registra l’esordio, da quando è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti, di 65 fondazioni politiche, che raccolgono quattrini in gran segreto. Senza uno straccio di legge che le renda trasparenti, nemmeno in questo caso. D’altronde non c’è una buona legge sull’anagrafe patrimoniale degli eletti (il ddl Ichino, depositato all’alba della legislatura, è desaparecido), né circa la loro anagrafe “pubblica”, su cui i radicali insistono dal 2008. E non c’è nessuna legge sulle primarie di partito, con la conseguenza che ciascuno fa come gli pare (i candidati del Pd scelti con le primarie, alle prossime elezioni nei capoluoghi di Provincia, saranno 4 su 25). Insomma, zero tagliato. Però, diciamolo: questa pagella va in tasca soprattutto alla maggioranza di governo, prima artefice dei fatti, dei misfatti e dei non fatti della XVII legislatura. Offre perciò benzina all’antipolitica, come se ce ne fosse bisogno. Rende opaca la nostra vita democratica. Attizza baruffe sulle regole, una volta sulla proprietà del simbolo (Scelta civica), un’altra volta sul dissenso interno (dal Pd ai 5 Stelle). Infine trasforma i giudici in altrettanti legislatori. Com’è successo a Genova sulla candidatura Cassimatis, decisa in tribunale applicando ai partiti lo statuto delle associazioni non riconosciute. Appunto: non riconosciute. Né dal diritto, né — ormai — dai cittadini.

michele.ainis@uniroma3.it

DRAGHI E IL CAPITALE UMANO CHE MANCA ALL’ITALIA

aprile 2, 2017

ABBIAMO PUNTATO SULLA PRECARIZZAZIONE TRASCURANDO LA RICERCA. COSÌ ABBIAMO ACCUMULATO UNO SPAVENTOSO RITARDO RISPETTO AGLI ALTRI PAESI

di Juan Carlos De Martin, La repubblica 15 marzo 2017, pag.29

Produttività. Il discorso di Mario Draghi a Francoforte (13-3-2017) dovrebbe venir letto con grande attenzione dai politici italiani, e in primo luogo dal premier Gentiloni, dal ministro per lo Sviluppo economico Calenda e dalla ministra dell’Istruzione e università Fedeli. Nel contesto, infatti, di una conferenza organizzata dalla Banca centrale europea e dal Mit, il governatore ha parlato dei fattori che favoriscono la crescita della produttività, crescita senza la quale economie avanzate come l’Italia rischiano un impoverimento sempre più grave. Ebbene, non è fuori luogo dire che le osservazioni di Draghi contraddicono nettamente almeno dieci anni di politiche — italiane, ma non solo italiane — relativamente a istruzione, formazione, rapporti di lavoro e sostegno pubblico alla ricerca. Il governatore, infatti, ha innanzitutto rimarcato l’importanza ai fini della produttività di avere lavoratori qualificati, il cosiddetto capitale umano: tanto è maggiore il capitale umano, infatti, quanto è maggiore la capacità di assorbire nuove tecnologie.

Stabilità e management. Ma Draghi è andato oltre affermando: «Il capitale umano include non soltanto l’istruzione formale, ma anche la formazione nelle aziende e la sicurezza del posto di lavoro. Le aziende con un’alta percentuale di lavoratori precari hanno prestazioni inferiori in termini di innovazione». Istruzione, inoltre, che non deve limitarsi ai giovani, ma rimanere accessibile — sempre secondo Draghi — lungo tutto l’arco della vita, in modo da permettere ai lavoratori di acquisire, quando necessario o opportuno, nuove competenze in settori più produttivi. Draghi si è poi soffermato sulla abilità dei manager, ritenendola cruciale per l’adozione efficace di nuove tecnologie e per la produttività delle aziende. Infine, ha sottolineato la forte correlazione tra la capacità innovativa di un Paese e il sostegno pubblico alla ricerca, in particolare quella di base. Draghi — è chiaro — stava parlando della realtà europea nel suo complesso; ma è irresistibile il sospetto che stesse dedicando un pensiero particolare all’Italia. Il nostro Paese, infatti, relativamente ai punti sopra ricordati o è caratterizzato da ritardi storici che non ha fatto nulla per colmare o, addirittura, ha scientemente perseguito obiettivi opposti a quelli auspicati dal governatore.

Istruzione. Partiamo dai ritardi: i manager e i dirigenti italiani sono tra i meno istruiti d’Europa. Come dichiarava Andrea Cammelli, direttore del consorzio interuniversitario Alma-Laurea, a questo giornale nel 2013: «I dati Eurostat segnalano che nel 2010 ben il 37% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea a 15 e il 7% della Germania». E guardando alla laurea, i manager con laurea o titolo superiore, in Italia, risultano il 15% della categoria, rispetto a oltre il 40% della media Ue. Davvero ci aspettiamo che una classe dirigente così carente dal punto di vista dell’istruzione possa affrontare le sfide poste dalle nuove tecnologie? Che cosa vogliamo fare in proposito? Passando dai manager all’insieme dei lavoratori, quanti sanno che l’Italia, tra i 36 Paesi più avanzati (quelli appartenenti all’Ocse), ha la percentuale di laureati più bassa in assoluto, a pari merito con la Turchia e un po’ peggio del Messico? Davvero vogliamo sperare di affrontare la società e l’economia del domani senza lavoratori — e cittadini — istruiti? Lavoratori che, tra l’altro, non possono ancora fare affidamento su nessun sistema serio di istruzione permanente. In direzione opposta a quella indicata da Draghi siamo poi andati in tema di stabilità del posto di lavoro: dal cosiddetto pacchetto Treu in avanti, infatti, abbiamo ripetutamente favorito la precarizzazione dei posti di lavoro, indebolendo la capacità delle aziende italiane di affrontare le complesse sfide poste dalla tecnologia.

Ricerca. Infine, il sostegno pubblico alla ricerca, in Italia già il più basso in assoluto tra i Paesi Ocse, in questi anni è ulteriormente diminuito col risultato di provocare una gravissima contrazione del sistema universitario italiano, decresciuto del 20% in appena otto anni — un fatto senza precedenti nella storia repubblicana. Già sapevamo che precariato, bassi livelli di istruzione anche tra manager e dirigenti, infimi investimenti pubblici in ricerca e un’università sull’orlo del collasso erano una miscela in grado di garantire solo una cosa: il declino del Paese. Ora però è una delle voci più ascoltate in assoluto a dirci che dobbiamo urgentemente invertire la rotta, prima che sia troppo tardi. Che il governo approfitti di questi mesi per varare alcune politiche mirate — ma consistenti — che rimettano la conoscenza al cuore delle priorità di questo Paese.

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016

marzo 24, 2017

ARTICOLI DI RANIERO LA VALLE

Indice con parole-chiave

Con Trump e la politica in pezzi teniamo ferma la garanzia della Costituzione  dubbio consentito,principio di precauzione,lutto opacizzato dalla guerra,fame angoscia fuga,esiti non voluti,apprendisti stregoni,basta un no

I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma  sovranità ai mercati,fiducia distrutta,premierato mascherato,centralismo statale,uno solo dichiara guerra,Senato dei popoli

Titolo 5° non costituzionale  globalizzazione e guerra,incompatibile col mercato,antipolitica,incostituzionalità sostanziale,ripristino della guerra,valori supremi

La vittoria come fine della politica e la società divisa tra vincitori e sconfitti   contrapposizione,vittoria al centro,divisione tra vincitori e vinti,nuova morale politica,vittoria rimanda al potere,vincere per dividere,governare per unire,vittoriocrazia

Lo stato sia tutto, le regioni niente e uno solo decida la guerra   riconciliazione nella giustizia,guerra mondiale a pezzi,guerra per procura,guerra tra grandi potenze,autonomia ripudiata,stato unico legislatore,senato sterilizzato,guerra per interessi,modello di difesa,momento delicato,capitalismo in armi

Spegnere la politica e non opporsi al potere   rinforzare la politica,età della misericordia,potere centralizzato,tormento sociale,si può cambiare,nostra responsabilità,ridurre i politici,guardare ai giovani,servizio civile,senato dei popoli

Superamento della democrazia parlamentare   cercare la verità,verità e potere,guerre per bugia,bicameralismo paritario,camera alta rovesciata,continuità del regno,sabotaggio delle autonomie,roulette russa del paese,senato depotenziato,processo di restaurazione,sovranità ai mercati,Islam come nemico

La verità del referendum   capitalismo aggressivo,schiavitù del mercato globale,verità nascoste,limitazione del potere,3 indizi di un giallo,guerra come delitto fondatore,Islam e sud come nemici,guerra istituzionalizzata

Cattolici-e-costituzione/   argomenti pietosi,parlamento unanime,utile seconda lettura,uccidere senza odio,libertà religiosa,fine della cristianità,laicità dello stato,forza sovversiva,pluralismo e proporzionalità

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PERCHÈ DIRE NO

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A5 ITALICUM

COMUNICATO STAMPA

A CHI APPARTIENE LA LEGGE ELETTORALE

febbraio 8, 2017

GLI ELETTORI POSSONO ESSERE MANIPOLATI. LA GOVERNABILITÀ APPARTIENE AI GOVERNANTI

di Gustavo Zagrebelsky La Repubblica 7 febbraio 2017, pp. 1 e 27

Leggi che “fanno” gli elettori. Gli elettori non esistono in natura. Sono il prodotto delle leggi e dei sistemi elettorali. Neanche le parole degli elettori, i loro voti, sono un dato naturale. Dipendono dagli artifici in cui sono inseriti e conteggiati per produrre un risultato. Il voto può essere rispettato, maneggiato, manipolato, reso vano e, perfino, orientato verso esiti desiderati da coloro che fanno e disfanno le leggi elettorali: leggi “performative” che non regolano ma creano il loro oggetto. Non si sta parlando di cose come brogli o corruzione. Si sta parlando degli effetti di ogni legge il cui compito sia trasformare i voti in seggi. In quella trasformazione stanno tutte le possibilità appena dette. Si comprende così il significato dell’affermazione iniziale: gli elettori sono l’effetto delle leggi elettorali. Queste, per così dire, “fanno l’elettore”, lo rispettano o lo usano; sono neutrali o sono faziose; sono sincere o sono mentitorie. Trasformano l’elettore da una realtà virtuale in una realtà concreta, ed è forse questa la ragione sottintesa che ha indotto la Corte costituzionale ad ammettere il ricorso contro le ultime leggi elettorali, indipendentemente dalla loro applicazione: producono un effetto concreto immediato, quando entrano in vigore.

Che cosa sono le leggi elettorali abusive? Si può trasformare la domanda in quest’altra: di chi sono le leggi elettorali? La risposta, in teoria, è ovvia: le leggi elettorali, tra tutte le leggi, sono quelle che più d’ogni altra appartengono ai cittadini; e meno di tutte le altre, ai governanti. Le leggi elettorali abusive sono quelle fatte dai governanti come se interessassero, come se appartenessero, a loro. Guardiamo ora ciò che è accaduto e che accade. Le si fanno (o si cerca di farle) col fiato corto, guardando all’interesse immediato dei partiti. Così, esse diventano strumenti di lotta politica orientata dai sondaggi. C’è da stupirsi, allora, se all’accanimento nelle sedi del potere dove le si elaborano corrisponda l’indifferenza indispettita di grande parte di cittadini elettori che assistono alle giravolte, alle contraddizioni, alle furbizie e alle infinite improvvisate complicazioni che si svolgono sopra la loro testa? Si comprende poco o niente della riforma, ma si capisce benissimo d’essere trattati come merce, come possibile “bottino”, e non come soggetti della democrazia. La giustizia elettorale, qualunque cosa significhi, è sostituita dagli interessi.

I partiti giocano molto della loro credibilità in questa partita. Esiste un documento della Commissione di Venezia (autorevole consesso che formula giudizi sullo stato della democrazia nei Paesi europei), adottato dal Consiglio d’Europa nel 2003, intitolato “codice delle buone pratiche in materia elettorale”. È un richiamo alla responsabilità e lealtà nei confronti degli elettori. Vi si legge che «la stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato e non capirle, specialmente se presentano un carattere complesso. A tal punto che potrebbe, a torto o a ragione, pensare che il diritto elettorale sia uno strumento che coloro che esercitano il potere manovrano a proprio favore, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio. Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione, o dovrebbero essere legittimati a livello costituzionale o ad un livello superiore a quello della legge ordinaria».

Censurabilità. Queste proposizioni, di per sé, non hanno forza di legge. Tuttavia, esse integrano l’articolo 3 del Protocollo n. 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: diritto a elezioni libere ed eque. Questo sì ha forza di legge. Sulla sua base la Corte di Strasburgo ha giudicato una legge della Bulgaria contraria al principio di neutralità della legge elettorale (Ekoglasnost contro Bulgaria, n.30386/05). Si trattava d’una legge adottata in prossimità delle elezioni che penalizzava un partito politico a favore degli altri. Attenzione a non incorrere, anche noi, nella medesima censura. In Italia, l’abitudine di cambiare le regole del gioco a pochi mesi dalle elezioni è prassi che pare normale. Così è accaduto nel 1923-4 con la “legge Acerbo”; nel 1953 con la “legge-truffa”; nel 1993-4 con la “legge Mattarella”; nel 2005-6 con la “legge Calderoli”. La stessa cosa potrebbe avvenire oggi con una legge modificativa del cosiddetto Italicum a seguito della recente sentenza della Corte costituzionale. Il sospetto che questa modifica sia inficiata da ragioni di convenienza politica, in queste circostanze, è più che un sospetto.

Leggi nell’attesa”. Si dice: siamo tuttavia in uno stato di necessità; abbiamo due leggi elettorali diverse per la Camera e il Senato; se non le si rende omogenee ci potrebbero essere maggioranze diverse; la “ingovernabilità” incombe su di noi. Dunque, occorre una nuova legge elettorale. Fino a che non la si sarà fatta non si vota (magari anche dopo il 2018?). Questa situazione non è caduta dal cielo. È il risultato di decisioni assurde, volute da insipienti e arroganti. Erano sicuri dell’esito del referendum che avrebbe eliminato l’elezione diretta del nuovo Senato. L’Italicum che vale solo per la Camera è stato approvato “nella (fiduciosa) attesa” della riforma costituzionale. Accanto alle leggi comuni, retroattive, transitorie, interpretative, ecc., abbiamo inventato le “leggi nell’attesa…”). Ma gli indovini possono fallire, tanto più facilmente quanto più si affidano a previsioni e presunzioni che riguardano altri da loro, nel nostro caso gli elettori del 4 dicembre. Ora devono uscire dall’impasse dove essi stessi si sono cacciati, coinvolgendo la Corte costituzionale (su cui un discorso a parte dovrà essere fatto) e colpevolizzando gli elettori che hanno mandata delusa la loro “attesa”.

Proporzionale. Indipendentemente da astratte desiderabilità, c’è un solo modo per non incorrere nell’accusa d’una legge dell’ultim’ora a vantaggio degli uni e a danno degli altri, con possibili conseguenze di fronte alla Corte di Strasburgo: una legge proporzionale, con sbarramenti al basso ma senza premi all’alto. Del resto, il proporzionale è l’unico sistema imparziale in un contesto politico non bipolare come è l’attuale. Nell’incertezza su chi potrebbe prevalere schiacciando i soccombenti (sia il Pd, il Movimento 5 stelle o la coalizione di destra) è, alla fine, nell’interesse di tutti. Finirà presumibilmente così. È difficile ammetterlo e dirlo, perché sembra di voler ritornare indietro nel tempo. Ma occorre pur riconoscere che il progetto di portare in Italia il bipartitismo o il bipolarismo è fallito. Qualunque premio (che sarebbe più corretto chiamare “di minoranza”: il premio di maggioranza era quello del ’53, che avrebbe operato a favore di chi avesse ottenuto la maggioranza dei voti) è un rischio per tutti e, in un sistema tri — o multipolare, sebbene sia stato salvato dalla Corte costituzionale, altererebbe la rappresentanza in modo incompatibile con la democrazia rappresentativa.

E la “governabilità”? Governare è dei governanti. Sono loro a dover garantire la governabilità e non c’è nessun marchingegno elettorale che può garantirla in carenza di senso di responsabilità, come dovremmo sapere noi in Italia senza possibilità di sbagliarci. Occorreranno coalizioni e compromessi? È probabile. Ma le coalizioni e i compromessi non sono affatto cose negative, sono anzi nell’essenza della democrazia pluralista: dipende da chi le e li fa, in vista di quali obbiettivi e a quali condizioni. Non sono necessariamente “inciuci”, per usare il nostro squallido linguaggio. Del resto, ogni sistema elettorale non proporzionale applicato in contesti non bipartitici o almeno bipolari, mette in moto accordi e patteggiamenti tra interessi più o meno limpidi prima delle elezioni, per di più ignoti agli elettori, necessari “per vincere”. Se questi si dovessero fare dopo le elezioni “per governare”, la loro sede potrebbe e dovrebbe essere quella pubblica, il Parlamento. Che cosa, delle due, è meglio?

LA RIVINCITA DEL PROPORZIONALE

gennaio 27, 2017

LA SENTENZA DELLA CONSULTA RIEQUILIBRIA IL POTERE LEGISLATIVO E ALLINEA IL SISTEMA ELETTORALE PER ENTRAMBE LE CAMERE

di Michele Ainis, La repubblica 26-1-2017 pagg 1 e 28

Tre modifiche. Scomunicato da un comunicato. Finisce così la breve vita dell’Italicum, con una sentenza costituzionale non ancora scritta, però anticipata nelle sue conclusioni. Via il ballottaggio in una sola Camera, che d’altronde è un marchingegno assurdo, quando le Camere sono ancora due. Via i plurieletti che scegliendo il loro collegio d’elezione decidono altresì il destino dei non eletti. Un privilegio da signore feudale, più che da rappresentante popolare. E infine via la balla su cui si è esercitata in queste settimane la politica, ossia che la Consulta potesse scrivere una sentenza non autoapplicativa, lasciandoci orfani di qualsiasi legge elettorale. La legge c’è, sia pure amputata dei suoi tratti più essenziali. Possiamo votare anche prima dell’estate, come chiedono Renzi, Grillo, Salvini. Ma gli effetti della pronunzia costituzionale non investono soltanto il fronte dei partiti. Toccano le istituzioni, proiettandosi ben al di là di quest’ultima vicenda. E gli effetti principali sono almeno un paio.

Giudizio di costituzionalità. Primo: la Consulta. Bocciando l’Italicum, dopo averci liberato nel 2014 del Porcellum, afferma il suo protettorato sulle leggi elettorali. Curioso: era un’idea della riforma Boschi, benché all’epoca la Consulta non gradisse. In quel testo s’introduceva infatti un giudizio preventivo di costituzionalità su ogni nuova legge elettorale. Siccome l’Italicum non è mai stato applicato, questa sentenza suona come una rivincita della riforma costituzionale, nonostante il referendum che l’ha mandata al macero. Ma al tempo stesso suona come un effetto postumo dello stesso referendum. Perché l’Italicum era legato a filo doppio alla riforma: caduta l’una, cade l’altro. E perché il voto referendario ha trasmesso alla Consulta la forza politica d’intervenire sull’Italicum. Avremmo incassato lo stesso risultato con la riforma vigente, con Renzi trionfante? Non a caso l’udienza, già fissata il 4 ottobre, venne rinviata per aspettare il referendum. I giudici costituzionali hanno i piedi piantati sulla terra, mica sulla luna. Però quei piedi adesso calzano scarpe più grandi, più robuste. Con questa sentenza cambia infatti il nostro sistema di giustizia costituzionale, e di conseguenza cambia il ruolo della Corte. È, o meglio era, un sistema imperniato sulla “rilevanza” delle questioni di legittimità. Significa che la Consulta poteva esserne investita soltanto quando l’esperienza del diritto, la sua applicazione pratica, determinasse un dubbio di costituzionalità. Sennonché il Porcellum è stato usato in tre tornate elettorali, l’Italicum mai. Dunque la “rilevanza” non è più un requisito indispensabile. Mentre diventa sempre più centrale la Consulta, ormai in grado d’annullare leggi e leggine un minuto dopo la loro approvazione.

Rivincita del legislativo. Secondo: il Parlamento. Parrebbe in catalessi, a giudicare dall’inerzia sulla legge elettorale: dopo il referendum del 4 dicembre non vi ha dedicato nemmeno una seduta. Ma a risuscitarlo ha provveduto un tribunale, in Italia come in Inghilterra. Laggiù la Corte suprema ha bloccato le pretese del governo May, che intendeva decidere la Brexit senza neanche chiedere permesso alle assemblee parlamentari. E in Italia? Pure. Difatti è questo l’esito della sentenza costituzionale sull’Italicum: via il maggioritario, che negli ultimi vent’anni ha sancito l’egemonia del potere esecutivo sul legislativo; torna il proporzionale, dove accade l’opposto.

Allineamento del proporzionale. Certo, in teoria rimane il premio di maggioranza. In pratica, con tre poli più o meno equivalenti (destra, sinistra, 5 Stelle), sarà pressoché impossibile raggiungere il 40 per cento dei consensi, la percentuale che dà diritto al premio. Sicché alla Camera funzionerà un proporzionale, come al Senato. I due regimi elettorali si riallineano, e magari dalla legislatura prossima anche la Costituzione potrà allinearsi alla riforma. Giacché il proporzionale avrà molti difetti, ma resta il sistema più adeguato per una stagione costituente. D’altronde, dopo tanti insuccessi, questa è l’ultima speranza: allevare la terza Repubblica attraverso la legge elettorale della prima.

michele. ainis@ uniroma3. it

IL PERICOLO DELLA VERITÀ VIGILATA

gennaio 11, 2017

L’ESASPERAZIONE DELLA PAURA E LA PRETESA DI VERITÀ POSSONO PORTARE A INTOLLERANZA E OSCURANTISMO, MA LA DEMOCRAZIA NON TOLLERA IL CONTROLLO DELLE OPINIONI

di Nadia Urbinati, La repubblica, 2-1-2017, pp. 1 e 23

Esasperazione della paura. La politica dell’odio e la politica della verità sono due problemi, all’apparenza opposti ma in effetti speculari, che affaticano la vita civile delle società democratiche, avvelenando le relazioni pubbliche e, quel che è peggio, ostacolando la nostra capacità di comprendere, spiegare e correggere. Contro queste pulsioni assolute, sulle quali si è in parte soffermato il presidente della Repubblica, nessuna visione ragionata della politica sembra essere dotata di sufficiente forza di raffreddamento. L’odio per il diverso, per i diversi (non importa quanto e in che modo, se per ragioni religiose o di scelte sessuali o, perfino, per appartenenze politiche) è l’emozione che più deturpa in questo tempo segnato da una reazione massiccia contro le visioni ampie e gli ideali inclusivi. Un’emozione che crea solchi e innalza muri e che, soprattutto, vuole avvalersi dell’arma della ragione per essere giustificata, e non semplicemente sentita. Vilfredo Pareto sosteneva che gli esseri umani provano un sentimento di piacere nel dare alle loro azioni delle cause logiche che non hanno. È quel che sta succedendo in un un continente ridiventato vecchio all’improvviso, dove si assiste in molti, troppi, paesi alla rinascita addirittura delle filosofie della razza e all’interpretazione dei confini come muri che servono a proteggere i “comuni valori cristiani“, come se tutti fossero davvero cristiani allo stesso modo, come se le differenze interne ai singoli paesi e alle regioni d’Europa siano di colpo sparite o dimenticate. Unità nel nome dell’interesse nazionale ed europeo (una nuova palestra del nazionalismo) riaffermata come un argomento che giustifica l’esclusione (e l’espulsione). La paura del terrorismo, la paura di perdere o non trovare lavoro, la paura di vedere trasformate le nostre tradizioni: queste emozioni, tutt’altro che spontanee e innocenti, trovano una sponda impensabile in argomenti all’apparenza razionali, come quello che ci vuole far credere che i sentiment della repulsione e dell’intolleranza siano non solo giusti ma addirittura saggi.

Esasperazione della verità. Dall’altra parte si fa strada, in apparente opposizione, l’idea che la distinzione tra verità e falsità sia tanto chiara e autoevidente da poter invocare la legge per mettere ordine, per discriminare tra le opinioni vere e quelle post-vere (o false), quasi ignorando che le opinioni non possono mai essere giudicate secondo la logica epistemica. Insidiosa non meno della politica dell’esasperazione della paura, la politica dell’esasperazione della verità non può che preoccupare, anch’essa è una forma di razionalizzazione di un’emozione che rabbuia la mente, quella dell’ignoto, del non sapere, per esempio, come governare l’informazione e la comunicazione nell’età della rivoluzione informatica. Non si dovrebbe dimenticare che se l’invenzione della stampa nel Cinquecento ha aperto le porte al liberalismo politico e alla democrazia, ha anche suggerito l’invenzione di nuove strategie di repressione, come il rogo dei libri (oltre che dei loro autori), l’ostruzione violenta delle opinioni o, in tempi a noi più vicini, la creazione via propaganda del consenso unanime per rendere il dissenso un assurdo castigabile.

Oscurantismo. In nome della verità, anche la più vera, si possono creare mostri oscurantisti. Scriveva Alexis de Tocqueville, che la libertà di stampa è una di quelle libertà che non viene senza costi, perché per rendere conto del lavoro del potere essa si insinua nel privato esponendo la vita privata delle persone all’occhio del pubblico. E tuttavia, nonostante le possibili non-verità che questa libertà può generare, si è abbondantemente dimostrato difficilissimo assoggettarla, in quanto l’autorità finirebbe per essere censoria in una maniera intollerabile. L’accusa contro l’abuso di Internet, uno strumento orizzontale di comunicazione che consente a ciascuno di noi di commentare e fare opinione fuori dei tracciati deontologici del giornalismo professionale, non può non impensierire. Certo, la democrazia vuole pubblicità e trasparenza, non menzogna. Tuttavia crediamo davvero che essa possa sopportare autorità che vigilino sulla verità (o la post-verità) quando si tratta di opinioni, non di verità scientifiche? La politica della verità vigilata è preoccupante.

Virtù pubbliche. Non ci sono ricette sicure e certe per queste forme mai invecchiate di insicurezza e di intolleranza, sfide che mettono alla prova non tanto i cittadini (che di potere non ne hanno molto fuori dell’urna) ma in primo luogo chi accetta di essere investito del compito della rappresentanza politica e chi opera nella settore dell’informazione. Non è fuori luogo il richiamo alla responsabilità da parte di coloro che esercitano la politica e contribuiscono a creare l’opinione. La democrazia non sopporta né le politiche dell’odio né quelle della verità, ma neppure le azioni repressive che dovrebbero scongiurarle. Ha bisogno, in questi casi in modo particolare, di cittadini, di politici e di giornalisti capaci di virtù pubblica, di far affidamento al senso del limite e dell’autolimitazione. Non è stata ancora escogitata una forma migliore per governare le emozioni senza pretendere di estirparle, una medicina che ucciderebbe il malato nell’illusione di guarirlo.

EDUCARE ALLA COSCIENZA COSTITUZIONALE

dicembre 31, 2016

DOPO IL REFERENDUM, PER RICUCIRE LE LACERAZIONI, RIPARTIRE DAI GIOVANI

di Franco Monaco, deputato pd, Avvenire, mercoledì 28 dicembre 2016

Lato positivo. Con il referendum alla spalle, sine ira ac studio, si può convenire che la impropria politicizzazione della contesa ha concorso a esasperarne e ad alterarne il senso. Ciononostante, in uno spirito di pacificazione nazionale, merita rimarcare il lato positivo di un confronto che, al netto di tali forzature, ha concorso a fare della nostra Costituzione un oggetto di conoscenza e di discussione. Io ho sostenuto le ragioni del No. Ma dissento dall’idea, coltivata da qualche comitato del No, di sopravvivere all’appuntamento referendario, di immaginare una propria proiezione politica. Sarebbe un errore e una contraddizione. Proprio il No ben motivato si ispirava a una idea della Costituzione come patto di convivenza, come la Regola comune nel quadro della quale possano e debbano convivere tutte le parti e tutti gli indirizzi politici. Di qui il dissenso di metodo, prima che di merito, su una grande riforma espressione di una contingente maggioranza di governo.

Coscienza costituzionale. Intendiamoci: la massima che mi ha guidato e che ho cercato di argomentare era condensata nello slogan nonbastaunNo. Mi spiego: quale che fosse il giudizio di merito sulla riforma, quale che fosse l’esito del referendum su di essa, su politici, uomini di cultura, educatori incombe ora il compito di coltivare e promuovere la «coscienza costituzionale». Essa, notava con finezza il vecchio Giuseppe Dossetti, è concetto ancor più pregnante e impegnativo di quello più noto proposto da Jurgen Habermas di «patriottismo costituzionale». Trattasi dell’appropriazione personale e collettiva del senso/valore della Legge fondamentale (così amano definirla i tedeschi) intesa come patrimonio di princìpi e di regole che presiedono alla vita dentro la «casa comune» che è la Repubblica.

Giovani. Dunque, dopo il tempo dei politici e dei costituzionalisti, è il tempo degli uomini di cultura e delle agenzie educative. Ha fatto bene Luciano Corradini (‘Avvenire’ di venerdì 16 dicembre 2016) a ricordare che una dimenticata legge dello Stato impegna la scuola a promuovere «conoscenze e competenze» relative a cittadinanza e Costituzione. Dalle rilevazioni risulta che, tra i giovani, il No ha registrato una larga maggioranza. È verosimile che le ragioni siano soprattutto attinenti al loro disagio, a una condizione di precarietà e di incertezza circa il loro futuro, assai più che al merito della riforma. Resta il fatto che, specie nei loro confronti, si richieda di svolgere un’azione di lunga lena per instillare quella coscienza costituzionale della quale si diceva. Mi sovviene l’accorato appello ai giovani che proprio Dossetti levò nel 1994: «Vorrei dire ai giovani: non abbiate prevenzioni rispetto alla Costituzione del 1948 solo perché opera di una generazione ormai trascorsa (…). Non lasciatevi influenzare da seduttori fin troppo interessati non a cambiare la Costituzione, ma a rifiutare ogni regola (…) e non lasciatevi influenzare da un rumore confuso di fondo che accompagna l’attuale dialogo nazionale. Perché semmai è proprio nei momenti di confusione e di transizione indistinta che le Costituzioni adempiono alla loro più vera funzione: cioè quella di essere per tutti punto di riferimento e chiarimento. Cercate quindi di conoscerla, di comprenderne in profondità i princìpi fondanti e quindi di farvela amica e compagna di strada». Parole da meditare con l’intento di ricucire le lacerazioni di ieri e di porre le basi per rinsaldare il patto di convivenza che ci tiene insieme oggi e domani.