QUELL’IDEA DI ORDINE

giugno 14, 2018

CHE HA INQUINATO LA POLITICA EUROPEA: IDEA INCERTA E ARBITRARIA, PER COPRIRE INTERESSI PARTICOLARI

spunti tratti dalle conferenze-dibattiti organizzati dal Comitato Difesa Costituzione Merate nel maggio 2018 con i docenti: Nadia Garbellini, Marco Bersani e Giulio Cainelli

IL MODELLO ECONOMICO prevalentemente seguito ancora oggi in Germania è quello dell’ordoliberalismo (ordoliberismo se ci si limita al campo economico), più noto col nome di economia sociale di mercato. Il fatto è che il complesso di idee e di prassi portate dall’ordoliberismo tedesco sono diventate quelle seguite dall’intera Comunità Europea, compreso il nostro paese. Merita quindi soffermarsi sulla loro origine e natura per individuarne eventuali incongruenze. L’elaborazione di questo modello può essere fatta risalire agli sforzi compiuti nell’ambito del pensiero liberale per cercare rimedi alla grande crisi economica iniziata nel 1929. Questa aveva mostrato platealmente l’instabilità del liberismo e la sua incapacità di dare avvio alla ripresa senza esplicite iniziative da parte del settore pubblico. Contemporaneamente prendevano piede sempre più le idee keynesiane di interventi anticongiunturali dello stato. Il pensiero liberale era pertanto assediato e ovunque in difesa. In un incontro degli economisti di ispirazione liberale avvenuto nell’agosto 1938 a Parigi (uno dei pochi luoghi ancora liberi dai totalitarismi) emersero due linee di pensiero prevalenti: quella dei neoliberisti e quella degli ordoliberisti. Entrambi condividevano l’avversione viscerale verso le degenerazioni dell’interventismo statale da parte dei nascenti fascismi, nonché la convinzione sull’impossibilità di abolire il mercato, sostituendolo con una programmazione centralizzata; la motivazione principale addotta sta nella estrema difficoltà di disporre centralmente delle informazioni necessarie per un corretto funzionamento del mercato. Mentre però il mercato era considerato un dato “naturale” dai neoliberisti, gli ordoliberisti lo riconoscevano – giustamente – come una istituzione umana, quindi fragile, modificabile e controllabile.

CONFORMITÀ. Gli ordoliberisti si distinguevano dai neoliberisti anche perché, come dice il nome, avevano l’idea di ordine: possibile e perseguibile anche nel campo economico. Quindi lo stato che auspicavano non era uno stato debole, che lasci ogni spazio al mercato, ma uno stato forte che intervenga nell’economia, ma limitatamente all’eliminazione di ciò che non è conforme al modello ordoliberista: in primo luogo non è conforme la formazione di monopoli, oligopoli o rendite che alterino il funzionamento della libera concorrenza. Altre cose non conformi al modello: lo sciopero: meglio inserire i sindacati nella direzione aziendale, in modo di sciogliere alla radice le occasioni di contrasto; il debito (nella lingua tedesca questo termine significa anche colpa); il deficit di bilancio, escludendo quindi anche le politiche anticicliche keynesiane; l’inflazione (di cui i tedeschi hanno cattivo ricordo). Se applicate correttamente le regole del modello, si sarebbero avute le seguenti conseguenze teoriche: riduzione dei costi, grazie al progresso tecnico sollecitato dalla concorrenza; riduzione del profitto d’impresa; riduzione dei prezzi, a vantaggio dei consumatori. Un quadro deflazionistico, dunque, di cui si sono avute pessime esperienze, specie in Giappone.

LA SCUOLA DI FRIBURGO fu la principale culla di questo pensiero ordoliberista, di cui non si può non rilevare subito anche l’astrattezza. Fu elaborato in buona parte da pensatori, economisti e giuristi tedeschi non allineati con l’ideologia nazista, che dovettero nascondersi o emigrare, molti dei quali cristiani praticanti. Questo ultimo aspetto è importante per comprendere la loro visione organicistica della società. Molti autori nella storia hanno assimilato la società ad un organismo vivente, ma forse la teorizzazione più incisiva è quella di Paolo di Tarso, che descrive la chiesa come un corpo di cui Cristo è la testa e i cristiani le membra. È forse questa immagine che ha maggiormente spinto quei pensatori tedeschi a elaborare l’idea di ordine nella società civile ed economica. La loro rivista principale è stata Ordo (ordine in latino), fondata all’inizio del terribile conflitto. E su quelle idee si sono ritrovati alla fine della guerra quelli rientrati, assetati di pace contro la guerra, di libertà contro la dittatura e di ordine contro le convulsioni belliche. Ma se l’idea di ordine può essere accettabile in una realtà spirituale come la chiesa paolina, non può certo essere applicata tout court alla società civile, se non forse come ideale da perseguire nel lungo termine. Nella moderna società prevale la competizione e il conflitto: anche in sociologia il paradigma scientifico è passato dall’ordine al conflitto, nessuno più ritiene sostenibile l’ordine. Non va nascosto però che questa visione organicistica, non atomistica, degli ordoliberisti – terza importante differenza rispetto ai neoliberisti – ha avuto il grande pregio di vedere favorevolmente gli enti intermedi e la decentralizzazione degli ambiti sociali, politici ed economici della vita.

NATURA. Dietro l’idea di ordine vi è certamente anche quella di natura, cui spesso viene fatto riferimento da quegli autori. Norberto Bobbio parlando di natura afferma che «è uno dei termini più ambigui in cui sia dato imbattersi nella storia della filosofia» (nello scritto Giusnaturalismo e positivismo giuridico), sottolineando come fra gli stessi autori appartenenti alla scuola del diritto naturale regni incertezza nell’individuare il senso della natura. Conclude che «se uno degli ideali di una società giuridicamente costituita è la certezza, una convivenza fondata sui princìpi del diritto naturale è quella in cui regna la massima incertezza. Se caratteristica di un regime tirannico è l’arbitrio, quello retto dal diritto naturale è il più tirannico, perché questo gran libro della natura non fornisce criteri generali di valutazione, ma ognuno lo legge a modo suo». Discorso analogo vale, ovviamente, per l’economia con le incerte e arbitrarie idee di ordine e natura.

IN DEFINITIVA ci ha pensato l’evoluzione stessa della società a rendere obsoleto il discorso liberista. Anche nella versione attenuata e per certi aspetti pregevole dell’ordoliberismo, non è stato possibile porre freno alla crescita patologica del mercato: ha varcato ogni confine nazionale e ogni dimensioni della libera concorrenza. Poche multinazionali oggi dominano i mercati e comandano persino sulla politica. Grazie anche ai progressi strepitosi nel campo delle tlc sono stati svuotali di contenuto molti enti intermedi, alla faccia degli auspici ordoliberali. La vittoria del mercato è andata al di la di quanto auspicato dai liberisti. Le ricchezze si concentrano sempre più nelle mani di pochissime persone, mentre si allargano a macchia d’olio povertà, migrazioni, disoccupazione. Restano gravissimi problemi ecologici globali che vanno affrontati urgentemente, anzitutto dai responsabili politici del mondo: è davvero ingenuo pensare che possano essere risolti dalle multinazionali alla ricerca del profitto selvaggio. Quello che più preoccupa è che il vecchio liberismo negli ultimi decenni ha cambiato natura, ha esteso la logica mercatistica a tutti gli ambiti della vita, spesso inquinandoli dall’interno; ignorando ovviamente l’esiguità delle sue basi scientifiche cui sopra si è fatto cenno.

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IL RITORNO DEL PARTITO

novembre 7, 2018

I PARTITI DI MASSA SONO ANCORA IL MODO MIGLIORE PER SFIDARE I POTENTI DA PARTE DI CHI NON HA POTERE

Scheda tratta dal testo di Paolo Gerbaudo apparso sulla rivista americana Jacobin e tradotta a questo indirizzo: https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/13618-paolo-gerbaudo-il-ritorno-del-partito.html?utm_source=newsletter_733&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete

LA RECENTE RIPRESA in occidente sia di vecchi partiti, come quello laburista in Gran Bretagna, sia di quelli nuovi, come la France Insoumise o Podemos in Spagna, consentono di ipotizzare un ritorno di fiducia nel partito come strumento privilegiato della lotta politica. Questa fiducia si era indebolita a causa di molteplici fattori che sinteticamente possiamo indicare attraverso alcune idee chiave, come: globalizzazione, finanziarizzazione, teorie post-moderne sulla “fine della storia”, crollo delle identità di classe, morfologia orizzontale della rete (contrapposta all’esigenza organizzativa verticale dei partiti per il raggiungimento di un obiettivo comune). Tutto ciò ha portato persino a celebrare la transizione dagli stati-nazione all’impero globale (basato sulla finanza e l’economia), allargando quindi la dimensione della lotta necessaria.

IL FORTE SENTIMENTO ANTI-PARTITO ha origini lontane. Il nazismo e lo stalinismo hanno dimostrato fino a che punto il partito ha potuto trasformarsi in una crudele macchina incline alla manipolazione dei suoi membri e all’obbligo dell’obbedienza incondizionata. Ma questa critica giustificata si innestava su un antico rancore liberale nei confronti del partito politico, che invece di porsi al servizio degli interessi generali della società civile, aveva finito per difendere gli interessi ristretti di una fazione. Importanti pensatori sono arrivati a sostenere che “una setta o una partito sono eleganti incognite volte a salvare l’uomo dal cruccio di dover pensare” (Emerson), anticipando la prassi (esaltata da noi specie nel periodo berlusconiano) secondo cui “invece di pensare, ci si schiera semplicemente: a favore o contro. Una tale scelta sostituisce l’attività della mente.” (Simone Weil).

IN EPOCHE NEOLIBERALI la preoccupazione per la libertà individuale è tornata ad essere esaltata con la celebrazione dello spirito imprenditoriale e della spontaneità di forze di mercato deregolamentate, facendo sembrare qualsiasi forma di organizzazione collettiva come una sorta di impedimento illegittimo. Hayek, il più importante filosofo neoliberale del “pensiero unico”, è noto per aver negato fiducia nei confronti dell’ordine costruito (taxis), confidando invece nell’ordine spontaneo (kosmos) della società, modellato sul presunto libero scambio del mercato. Il partito politico, come lo Stato, viene dunque rappresentato come una sorta di grigio e burocratico Leviatano che minaccia la libertà, l’espressione autentica, la tolleranza, e il dialogo. Purtroppo, questo pensiero unico è stato assorbito inconsapevolmente anche da molti movimenti antiautoritari emersi con le proteste studentesche del 1968, che hanno fatto proprie le denunce dei neoliberali nei confronti delle organizzazioni collettive e della loro burocrazia, nel nome dell’autonomia e della libera espressione personale. Così, paradossalmente, oggi gran parte del disprezzo popolare nei confronti del partito politico è conseguenza proprio dell’ideologia neoliberale, nonché del modo in cui negli anni Novanta e Duemila questa ideologia ha facilitato la trasformazione dei vecchi partiti di massa dell’epoca industriale in nuovi “partiti liquidi”, progettati come i “partiti professionali/elettorali” americani. Questi partiti, il cui cinismo è stato ben illustrato da serie TV come House of Cards e The Thick of It, hanno sostituito i vecchi burocrati con giornalisti di regime, e i quadri del partito hanno lasciato spazio a consulenti di sondaggi e di comunicazione.

LA RINASCITA DEL PARTITO, messa in luce negli ultimi anni da autori come Jodi Dean, è il riflesso del fondamentale bisogno politico della forma partitica, specialmente in tempi di crisi economica e di crescente disuguaglianza. Il partito politico è la struttura organizzativa attraverso la quale le classi popolari possono unirsi per sfidare la concentrazione di potere che caratterizza gli straricchi oligopoli economici; si tratta, quindi, di sfidare gli stessi attori che hanno sfruttato la crisi finanziaria per imporre un impressionante trasferimento di ricchezze nelle loro stesse mani. Anni di neoliberalismo hanno convinto molti che i loro bisogni materiali potevano essere soddisfatti grazie al proprio sforzo individuale, allo spirito imprenditoriale, alla competizione, al presunto sistema meritocratico. Ma il fatto che il capitalismo finanziario abbia fallito nel creare benessere economico, ha indotto molti a pensare che l’unico modo per promuovere i propri interessi sia quello di unirsi ancora una volta in un’associazione politica organizzata.

UNITÀ DI CLASSE. Questa reazione quasi istintiva alla difficoltà economica serve a dimostrare il ruolo permanente del partito, così come i mezzi attraverso cui un’unità di classe può realizzare una volontà collettiva per diventare una forza politica. Questa idea, infatti, è stata per lungo tempo discussa all’interno della tradizione marxista. Il partito di avanguardia leninista e il partito di massa socialdemocratico hanno fornito diverse soluzioni per affrontare questa missione. Tuttavia, entrambe le soluzioni alla fine hanno messo in atto un’immensa burocrazia per adempiere al compito descritto da Gramsci: “centralizzare, organizzare e disciplinare” la massa dei sostenitori. Robert Michels, uno dei pionieri della teoria del partito moderno, ha attaccato questa crescente burocrazia, considerandola la fonte della “legge ferrea dell’oligarchia”. Ma, ciononostante, riteneva che la sua progressiva affermazione riflettesse una necessità fondamentale dell’organizzazione di massa. “L’organizzazione, essendo basata sul principio del minimo sforzo, ossia sul massimo risparmio di energia, è l’arma del più debole contro il più forte.” Il partito quindi opera come un “aggregato strutturale” che fornisce ai suoi membri il modo per amalgamare le forze e sconfiggere l’isolamento – che, come ha sottolineato Nicos Poulantzas, altrimenti caratterizzerebbe la vita dei lavoratori, costantemente disorganizzati dalla politica del “divide et impera” portata avanti dal capitale e dallo Stato.

ARMA DEI POVERI. Sebbene la classe media si sia ramificata in molte direzioni (ad esempio, le divisioni tra capitale commerciale, industriale e finanziario), è molto più agevolata ad unirsi perché, oltre ad essere poco numerosa, possiede zone chiave per l’aggregazione sociale, come porti, golf resort, logge massoniche, Rotary club… In risposta a questa intensa opposizione, i partiti politici costituirebbero sostanzialmente le “armi dei poveri”. Come ha scritto il sociologo americano Anson D. Morse, ci sono i mezzi per “unificare le moltitudini”, unendo forze che altrimenti andrebbero disperse e portandole ad avere il solo obiettivo di sfidare con credibilità la concentrazione del potere economico. È proprio questo il motivo per cui sono sempre stati disprezzati dalle élite liberali, ma è anche la ragione per cui sono stati avvicinati con sospetto dal piccolo borghese, il quale, come affermava il sociologo francese Maurice Duverger, ha paura di essere inquadrato in strutture imposte e di perdere l’autonomia.

ECONOMIA DIGITALE. Oggi, siamo di fronte ad un’economia digitale che sta dividendo ed isolando i lavoratori tramite l’outsourcing [appalto all’esterno di funzioni o servizi], la riduzione del personale, la supervisione algoritmica da remoto – visibile, ad esempio, in aziende come Uber e Amazon. In questo nuovo contesto, la necessità che il partito operi come un “aggregato strutturale”, riunendo il potere di molti individui isolati, è di fondamentale importanza. Ciò è particolarmente vero dal momento che mentre i partiti sono chiaramente e nuovamente in crescita, come viene evidenziato dal moltiplicarsi delle adesioni, non si può dire di certo la stessa cosa per quanto riguarda i sindacati e altre forme tradizionali di organizzazione popolare. Nell’epoca post-crisi, i partiti politici devono sicuramente porsi l’obiettivo della rappresentanza politica, di cui si sente di nuovo evidentemente bisogno. Inoltre, devono anche compensare il fallimento comparativo di altre forme di rappresentanza sociale, per dar voce agli interessi dei lavoratori e richiedere concessioni ai datori di lavoro.

STRUTTURA MINIMALE. Tutto sommato, non dovrebbe sorprendere che in tempi segnati da una grottesca disuguaglianza sociale e da un individualismo incontrollato, il partito politico stia tornando a vendicarsi. Evidentemente, il “principe ipermoderno” (per distinguerlo dal “moderno principe” descritto da Gramsci) è molto diverso dal partito burocratico dell’era industriale, sebbene abbia tentato in modo simile di costruire spazi di partecipazione di massa. Come si è notato bene nelle nuove formazioni come Podemos e France Insoumise, le organizzazioni politiche in ascesa spesso hanno una struttura centrale di comando molto minimale e rapida, paragonabile allo “slanciato” modello operativo delle imprese start-up dell’economia digitale. Queste formazioni potrebbero etichettarsi come “movimenti”, per via delle associazioni negative ancora evocate dal partito politico nella sinistra. Ma, in fin dei conti, sono a tutti gli effetti partiti politici. Si possono intendere come tentativi di innovare la forma partitica e renderla adatta alle circostanze attuali, in cui la vita sociale quotidiana è decisamente differente rispetto alle condizioni dell’epoca industriale in cui si era affermato il partito di massa. Questi nuovi partiti si stanno progressivamente affermando in un contesto in cui le filiali locali, i quadri, e il complesso sistema di delegazione tipica dei partiti socialisti tradizionali e comunisti, sono divenuti in gran parte inefficaci.

DEMOCRAZIA ONLINE. Gli attivisti stanno tentando di indirizzare questa sfida utilizzando vari strumenti digitali, tra cui piattaforme online partecipative, basata sul sistema OMOV (“one man, one vote”), in cui tutti gli utenti registrati sono invitati a partecipare alle decisioni online. Come descrivo in The Digital Party: Political Organisation and Online Democracy, vi è un dibattito acceso per cui, all’interno e al di fuori di queste formazioni, ci si chiede se il passaggio dalla “democrazia delegata” ad una democrazia diretta online sia effettivamente un miglioramento. E, infatti, alcune di queste organizzazioni si stanno allontanando dalla “legge ferrea dell’oligarchia” denunciata da Michels, solo per poi scontrarsi con un “plebiscitarianismo” digitale ugualmente problematico, accompagnato da una guida carismatica – una sorta di iperleadership che sta al di sopra.

AGGREGARE E TRASFORMARE. Tuttavia, questa trasformazione a livello organizzativo dovrebbe essere accolta come un audace tentativo di far rivivere la forma partitica. Ciò è particolarmente vero in un’epoca in cui vi è forte urgenza di aggregare le classi popolari in un attore politico comune, se si vuole dare una scrollata all’equilibrio di forze che propende decisamente a favore delle élite economiche. Fare appello a questo obiettivo strategico farà sollevare domande spinose sul potere e sull’organizzazione interna a cui, per troppo tempo, gli attivisti di sinistra si sono sottratti. Contrariamente a ciò che alcuni hanno affermato all’alba del nuovo millennio, non c’è modo di “cambiare il mondo senza prendere il potere”. E non c’è modo di prendere il potere e cambiare il mondo senza ricostruire e trasformare i partiti politici.

INCONTRO CON DUCCIO FACCHINI

ottobre 21, 2018

COMITATO MERATESE PER LA DIFESA E L’ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE

IMMIGRAZIONE: A LAMPEDUSA IN NOTTATA ALTRI 310 CLANDESTINI

Le migrazioni di massa di questi ultimi decenni ci pongono numerosi interrogativi:

1. perché i migranti lasciano le loro terre?
2. perché usano questi barconi mettendo in pericolo la loro vita?
3. la loro presenza fa aumentare furti, rapine, stupri e rende i nostri paesi meno sicuri?
4. saremo in grado di accoglierli tutti senza impoverirci?
5. è giusto fermarli in Libia e negli altri paesi del nord Africa?
6. cosa significa “aiutiamoli a casa loro”?

Riflettiamo insieme su questi temi così complessi con

DUCCIO FACCHINI
giornalista di Altreconomia, autore del recente libro
“ALLA DERIVA”
“I migranti, le rotte del Mediterraneo, le ONG: il naufragio della politica che nega i diritti per fabbricare consenso”

GIOVEDÌ 25 OTTOBRE 2018

Ore 21 Sala Civica viale Lombardia 14 MERATE

Ingresso libero

Abbondante documentazione sulle migrazioni è reperibile anche nel sito del Comitato: https://cdcm.wordpress.com nella voce dell’indice: “MULTICULTURALISMO E MIGRAZIONI

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INCONTRO CON DUCCIO FACCHINI

ottobre 18, 2018

COMITATO MERATESE PER LA DIFESA E L’ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE

IMMIGRAZIONE: A LAMPEDUSA IN NOTTATA ALTRI 310 CLANDESTINI

Le migrazioni di massa di questi ultimi decenni ci pongono numerosi interrogativi:

1. perché i migranti lasciano le loro terre?
2. perché usano questi barconi mettendo in pericolo la loro vita?
3. la loro presenza fa aumentare furti, rapine, stupri e rende i nostri paesi meno sicuri?
4. saremo in grado di accoglierli tutti senza impoverirci?
5. è giusto fermarli in Libia e negli altri paesi del nord Africa?
6. cosa significa “aiutiamoli a casa loro”?

Riflettiamo insieme su questi temi così complessi con

DUCCIO FACCHINI
giornalista di Altreconomia, autore del recente libro
“ALLA DERIVA”
“I migranti, le rotte del Mediterraneo, le ONG: il naufragio della politica che nega i diritti per fabbricare consenso”

GIOVEDÌ 25 OTTOBRE 2018

Ore 21 Sala Civica viale Lombardia 14 MERATE

Ingresso libero

Abbondante documentazione sulle migrazioni è reperibile anche nel sito del Comitato: https://cdcm.wordpress.com nella voce dell’indice: “MULTICULTURALISMO E MIGRAZIONI

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ALCUNI SPUNTI SUL TEMA DELLE MIGRAZIONI

ottobre 18, 2018

 

di Lelia Della Torre del Comitato Difesa e attuazione della Costituzione Merate

1. Cause complesse. Il nomadismo ha caratterizzato l’umanità per gran parte della sua esistenza (attorno a 200mila anni). Solo da una decina di migliaia d’anni ha preso piede la stanzialità, con i suoi correlati di proprietà, confini, guerra, ma anche civiltà. Forse per questo l’uomo ha connaturata l’esigenza di spostarsi e il relativo diritto merita di essere considerato un diritto fondamentale. Tuttavia oggi la realtà è molto diversa. La dinamica demografica ha subìto negli ultimi due secoli un’espansione esponenziale mai avutasi in precedenza, peraltro con un forte squilibrio tra paesi ricchi e poveri. L’altissima natalità nei paesi poveri fa prevedere che il fenomeno migratorio sarà nel mondo sempre più accentuato e inevitabile. La sua gestione non è quindi da lasciare all’emotività del momento, ma da programmare razionalmente con l’accordo tra paesi di arrivo e di destinazione – anche perché può essere di reciproco vantaggio. Per comprendere la complessità e la diversificazione delle cause possiamo partire da alcuni esempi concreti.
L’accordo nordamericano di libero commercio (Nafta, 1994) ha consentito a Usa e Canada di inondare il mercato messicano con prodotti agricoli a basso prezzo (grazie anche alle sovvenzioni statali). Questo ha fatto crollare la produzione agricola messicana e milioni di contadini sono rimasti senza lavoro. Si è ingrossato così il bacino di mano d’opera a basso costo, che è stata impiegata poi negli stabilimenti di proprietà Usa posti al confine in territorio messicano, nei quali i salari sono molto bassi ed i diritti sindacali inesistenti. Da allora sono iniziate le migrazioni in massa dal Messico verso gli Usa ed il tentativo di porvi freno con l’erezione del muro che Trump vorrebbe completare su tutti i 3000km del confine.
Altri esempi di sfruttamento possono essere visti in Africa: è ricchissima di materie prime tradizionali (oro, platino, diamanti, petrolio, cacao, caffè…) ma anche di quelle indispensabili per i nostri telefonini e strumenti moderni, come il coltan. Queste risorse sono sfruttate dal colonialismo europeo vecchio e nuovo facendo leva su élite africane al potere, facilmente corruttibili. In Costa d’Avorio società francesi controllano il grosso della commercializzazione del cacao, di cui il paese è il primo produttore mondiale: ai piccoli coltivatori resta appena il 5% del valore del prodotto finale, tanto che la maggior parte vive in povertà. Le armi che nei paesi africani vengono usate per le guerre non sono prodotte di certo in Africa ma vengono dall’Europa, Usa, Russia, ecc.. I cambiamenti climatici che provocano siccità e desertificazione di enormi territori africani sono pure il prodotto di stili di vita opulenti, non certo africani. La causa principale delle migrazioni va cercata, in definitiva, nello sfruttamento del mondo ricco su quello povero. È logico pertanto che il mondo ricco si faccia carico della loro accoglienza.

2. Perché usano i barconi mettendo a rischio la loro vita? Pagare i trafficanti di esseri umani e gli scafisti costa di più di un biglietto aereo o navale. Per i migranti non è possibile emigrare legalmente da venti anni, da quando l’Europa ha chiuso le frontiere esterne ed aperto quelle interne. Dal 2014 ad oggi sono morti e dispersi nel Mediterraneo quasi 14.000 persone:
3.283 nel 2014
3.783 nel 2015
5.143 nel 2016
4.155 dal 01/01/17 al 15/07/17
1.258 dal 16/07/17 al 30/04/18
Gli sbarchi in Italia sono diminuiti drasticamente dopo i provvedimenti varati dal ministro Minniti (governo Gentiloni). Tra settembre 2015 e aprile 2018 sono sbarcati in Italia 350.000 persone e l’UE ha previsto il ricollocamento di sole 35.000. Quanto alle risorse economiche gli aiuti UE ammontano ad un misero 2% delle spese affrontate in media dall’Italia (fonte ISPI Istituto per gli studi di politica internazionale).

3. La loro presenza fa aumentare furti, rapine, stupri e rende i nostri paesi meno sicuri? Non sembra! gli stranieri dal 1991 al 2017 sono aumentati del 530% passando da 800.000 a 5.000.000 mentre gli omicidi sono calati dell’85% passando da 2391 a 348; anche gli altri reati gravi come rapine e violenze sono rimasti stabili o diminuiti. Gli stranieri in carcere sono circa 1/3 dei detenuti ma lo sono di solito per reati minori (difesi da avvocati d’ufficio).

4. Saremo in grado di accoglierli tutti senza impoverirci? L’Italia non è invasa dai migranti. I 5 milioni rappresentano l’8% della popolazione; altri paesi europei hanno accolto un numero ben maggiore: l’Austria 14%, Belgio 11%, Germania 10%, Spagna 9%, Regno Unito 8%. Allora perché trovano spazio le idee di invasione e sostituzione etnica? L’impoverimento che in Italia ha colpito le classi medio-basse è dovuto semmai alle politiche di austerità: disoccupazione, lavoro precario, facilità di licenziamento, costi sempre maggiori della scuola, della sanità, dei trasporti ecc.. Secondo Carlo Freccero “I migranti non risiedono in via Montenapoleone e non portano via lavoro agli amministratori delegati. E’ il popolo che porta il peso dell’immigrazione con la perdita di valore del lavoro manuale. La svalutazione del lavoro in questi anni di ordoliberalismo e di euro è stata possibile anche grazie all’esercito di riserva costituito dai migranti. E’ logico che le élite economiche siano favorevoli all’immigrazione. Le libera dall’incombenza di delocalizzare dove c’è disperazione, portando la disperazione direttamente qui”. Il fatto è tanto più vero con gli immigrati irregolari, sia quelli che non sono stati accolti e rimpatriati sia quelli che hanno perso il lavoro regolare e che dopo un anno senza impiego perdono, in base alla legge Bossi-Fini, il permesso di soggiorno: risulta così un vero e proprio esercito di riserva. I dati ISTAT stimano che gli stranieri non comunitari che lavorano irregolarmente sono più di mezzo milione. Quindi le norme restrittive sull’ingresso dei migranti favoriscono il lavoro nero! Inoltre le politiche sull’immigrazione di tutti i governi negli ultimi anni centrate solo sul contenimento e sulla gestione dell’emergenza hanno alimentato nella popolazione spinte di discriminazione e rifiuto. I centri di accoglienza spesso senza competenze e controllo hanno rappresentato un business per le cooperative di gestione e un problema per i migranti condannati a non fare nulla in giro per piazze e stazioni ferroviarie, quando non schiavizzati nei campi a raccogliere frutta e verdura. Solamente se non si lascia solo chi è più fragile ed in difficoltà attuando politiche economiche e sociali sarà possibile coniugare l’accoglienza aprendo canali di emigrazione regolare, la sicurezza urbana e la legalità.

5. E’ giusto fermarli in Libia e negli altri stati del Nord Africa? La prigionia nei campi libici è stata descritta da migranti di diversa nazionalità come una esperienza terribile: torture, violenze sessuali, morti di compagni, estorsioni alle famiglie di origine. Così i soldi UE al Niger sembrano impiegati solo perché la polizia fermi i migranti alla frontiera con la Libia costringendoli a percorsi ancora più difficili e pericolosi. Pensare poi di far fare le domande di asilo in paesi terzi rappresenta un grave attacco al diritto di asilo perché l’esame della domanda avviene in condizioni e contesti non controllabili. E’ vero, con i provvedimenti di Minniti sono diminuiti gli sbarchi ed anche i morti in mare: occhio non vede cuore non duole!

6. Cosa significa “aiutiamoli a casa loro”? Salvatore Settis: “nulla può arrestare le folle che premono ai confini sud degli Usa, nulla può arrestare la marea di popoli che da oltre il Mediterraneo guarda verso l’Europa. E’ urgente una strategia di lungo periodo e dovrebbe includere la possibilità (non l’obbligo) di trovare lavoro a casa propria perché c’è una causa di fondo che non si elimina con interventi di breve periodo ed è l’enorme squilibrio economico tra le varie parti del mondo. La crisi dei migranti è in realtà la crisi di un sistema economico e sociale insostenibile. Ma altrettanto urgente e necessaria è una strategia di accoglienza sui tempi brevi, rivolta ai nostri fratelli che migrano proprio come i nostri nonni cento anni fa.”

Dovendo sognare in grande, perché non sogniamo un domani in cui i diversi territori si contenderanno gli immigrati per fruire dei loro apprezzati servizi?

LA BATTAGLIA CONTRO I MIGRANTI

settembre 30, 2018

LA LINEA DURA DEL GOVERNO CONTRO GLI SBARCHI HA LE SUE RAGIONEVOLI ORIGINI ED È AMPIAMENTE CONDIVISA MA NON FORNISCE NÉ UNA SOLUZIONE ALLA TRAGEDIA UMANITARIA NÉ UNA PROSPETTIVA PRATICABILE PER L’ITALIA. QUALCHE DATO E QUALCHE FATTO.

di Pippo Ranci, docente emerito di economia, Università Cattolica – 18 sett.2018

LA POLITICA DEL GOVERNO italiano uscito dalle elezioni del 4 marzo 2018 è stata dominata dalla campagna per respingere l’immigrazione, che ha messo in ombra ogni altro argomento. Il governo ha adottato una linea dura contro gli sbarchi accompagnata da una comunicazione molto vistosa. Probabilmente a questa azione è dovuto l’aumento dei consensi: la maggioranza che governa oggi l’Italia è uscita dalle elezioni del 4 marzo con il 51% e a settembre gode di una popolarità del 60%; all’interno della maggioranza, mentre il Movimento 5Stelle arretra, la Lega di Salvini ha raddoppiato i consensi passando dal 17% al 33%. Il problema riguarda soprattutto gli sbarchi nei porti italiani da imbarcazioni cariche, spesso stracariche, di migranti provenienti dal lato Sud del Mediterraneo.

PERCHÉ TUTTI QUESTI SBARCHI. Ne abbiamo avuto un anticipo nel 1991, ventisette anni fa, quando l’Albania era in crisi: in un solo giorno, il 7 marzo, 27mila persone sbarcarono a Brindisi, l’8 agosto 20mila a Bari. Poi, anche con aiuti italiani, l’Albania si è risollevata e l’emergenza è finita. Gli sbarchi sono stati in media 25mila all’anno tra il 1997 ed il 2012. Poi sono schizzati verso l’alto, con una progressione che è sembrata inarrestabile, fino a 181mila nel 2016 secondo l’autorevole istituto ISMU (130mila nel dato ufficiale del Ministero). L’origine è l’emergenza mondiale creata dalle guerre o violente repressioni in Afghanistan, in Myanmar, in Irak, in Siria e prima ancora in Libano e Palestina, in Ucraina, nel Sudan del Sud, in Eritrea, in Libia. Il numero continua a crescere. Le persone costrette a una migrazione forzata e tutelate dall’Agenzia mondiale per i rifugiati (UNHCR) hanno raggiunto la cifra record di 71,4 milioni.

VANNO NEI PAESI POVERI. L’84% dei migranti forzati sono accolti in paesi in via di sviluppo, e di questi il 26% nei paesi più poveri in assoluto. L’Unione Europea ne accoglie meno del 10%. Un milione e mezzo la Germania, un altro milione equamente ripartito tra Francia, Italia e la piccola Svezia, che ha tanti abitanti quanto la Lombardia. Il resto sono briciole. Le principali rotte d’ingresso in Europa sono due.
1) Quella orientale che attraversa i Balcani ha messo in allarme l’Ungheria, che ha alzato una barriera di filo spinato. L’Unione europea ha stipulato un accordo con la Turchia, che blocca il flusso verso l’Europa e ospita 4 milioni di rifugiati. In cambio ha ricevuto finora circa 6 miliardi di euro per i costi dell’accoglienza ma anche per lo sviluppo economico e probabilmente anche per l’armamento.
2) Quella meridionale che ha il punto di raccolta in Libia, dove dal 2011 il territorio è controllato da diversi eserciti e bande armate e il potere dello stato non c’è. Qui i profughi arrivano attraverso il deserto o dal mare e puntano all’Europa, naturalmente approdando in Italia. Rispetto alla massa di disperati che preme, un flusso della dimensione di cento o duecentomila arrivi all’anno è il minimo che ci si può aspettare.

PER NOI SONO TROPPI. Dal lato del paese che lo riceve, l’Italia, l’afflusso crea problemi gravi. L’identificazione è lunga e difficile, si tratta di persone prive di documenti, che parlano lingue diverse. Le strutture sono insufficienti. I migranti appena arrivati vengono lasciati lì e presto se ne vanno, molti proseguono per altri paesi d’Europa, molti si fermano in Italia senza un permesso legale. Le forze dell’ordine ne perdono il controllo. Sono troppi. Eppure l’Europa ha una grande popolazione di immigrati, tra cui molti provenienti da paesi poveri, che in maggioranza lavorano, svolgendo spesso mansioni indispensabili ma sgradite ai locali. Il Italia ci sono 5,1 milioni di residenti stranieri più oltre mezzo milione di stranieri naturalizzati italiani, più gli irregolari stimati in 300mila. Molti tra quelli che sbarcano in Italia vogliono solo raggiungere altri paesi europei al di là delle Alpi, dove hanno parenti o conoscenti o contano di trovare lavoro.

PER L’INTEGRAZIONE. Quel “troppi” dunque non è riferito a un’impossibilità complessiva ma all’insufficienza dell’organizzazione di accoglienza, di inserimento nel lavoro, di integrazione nella società. Ma la reazione più immediata ed emotiva è semplicemente il rigetto. Il rigetto di una politica “buonista” che, mentre una valanga di profughi è in arrivo, sembra preoccupata solo di accogliere senza preoccuparsi del loro numero e delle nostre deboli strutture. Il rigetto di un gioco truccato in cui i trafficanti incassano i soldi e buttano a mare i profughi sapendo che qualcuno li salverà. E anche la generale difficoltà ad accettare il diverso, il fastidio quotidiano di fronte all’accattonaggio e alla piccola criminalità: una reazione che investe indistintamente africani, nomadi europei, rumeni e albanesi, e trova sbocco nel respingere quelli che si possono ancora respingere.

CAOS IN LIBIA. L’impennata degli sbarchi dal 2013 in poi è direttamente connessa con il caos in Libia. Le migliaia di profughi concentrati sulla costa libica sono facile preda di trafficanti senza scrupoli. Abbiamo conosciuto storie di sofferenza incredibile e altrettanto incredibile crudeltà. L’organizzazione di questo sfruttamento è cresciuta, estesa dai paesi d’origine al trasporto verso la Libia fino al controllo in Italia per il pagamento del pedaggio imposto. I naufragi sono stati messi in conto, se non proprio programmati, contando sul salvataggio ad opera di navi commerciali di passaggio, della marina militare italiana, di navi fatte affluire da organizzazioni nonprofit (ONG, organizzazioni non governative) nell’intento di soccorrere gli infelici indifesi. Il sistema dei soccorsi ha avuto l’effetto non voluto di facilitare gli affari dei trafficanti.

LE REGOLE EUROPEE. All’arrivo bisognerebbe anzitutto distinguere i profughi, che hanno diritto d’asilo, da tutti gli altri che non hanno questo diritto. Ma ha senso accogliere chi soffre per una persecuzione politica e respingere che si trova in uguale sofferenza per una siccità devastante? o chi disperatamente cerca una possibilità di sopravvivere alla miseria e portar via la famiglia dal degrado fisico e morale della baraccopoli? Per regolare l’afflusso dei profughi l’Unione europea si è data una regola con la Convenzione di Dublino (1990 e successivi aggiornamenti fino all’ultima edizione del 2013). Per evitare che i richiedenti asilo facciano tante domande quanti sono gli Stati membri dell’Unione, la regola è che sia competente il paese d’ingresso. Non si prevedeva allora un’ondata come questa, concentrata in un solo Paese, che non riesce a fare il lavoro per tutti gli altri. Il sistema ha vari difetti e soprattutto quello di non regolare e di non re-distribuire tra i paesi membri l’onda degli ingressi. Le trattative per la riforma del sistema di Dublino si trascinano da anni, ed evidentemente molti Stati hanno interesse a non farne niente. Le istituzioni dell’Europa svolgono un lavoro prezioso. Ma la volontà di stare e progredire assieme si è indebolita. Criticare e lamentarsi è un gioco facile e seduce molti. L’Europa ha perso coesione.

INQUIETUDINE. Il 3 ottobre 2013 una nave carica di migranti eritrei affonda a poche miglia da Lampedusa. Muoiono in 368 e forse di più. È evidente che bisogna fare qualcosa, mentre altri naufragi seguono. Il governo italiano (presidente Enrico Letta) organizza il pattugliamento del mare tra Italia e Libia operato da Marina e Aviazione italiane per prevenire altre tragedie: è l’Operazione Mare Nostrum. La Commissione europea fornisce un limitato sostegno in denaro, i paesi europei richiesti dal governo italiano non aiutano, salvo la Slovenia. Trascorso il primo anno il governo (presidente Renzi) decide di non continuare ad assumersi l’onere e l’operazione passa all’Agenzia europea Frontex, già esistente, con sede in Polonia. Tra 2014 e 2016 il sistema non funziona bene, viene criticato, non riesce a impedire che il traffico di esseri umani continui a crescere. Le cronache e le immagini diffuse alimentano compassione, rabbia o paura. È evidente che così non si può continuare e l’opinione pubblica si divide sempre più su che cosa si debba fare.

GOVERNO GENTILONI. All’inizio del 2017 il nuovo governo (presidente Gentiloni) cambia linea. Il ministro dell’interno Minniti guida la nuova politica per rafforzare la Guardia costiera libica e aiutarla a impedire le partenze. La Guardia costiera difende il suo controllo delle acque territoriali libiche, tiene lontane le navi delle ONG anche se i migranti affogano. Gli sbarchi rapidamente diminuiscono nel secondo semestre del 2017 e nel 2018, tornando al livello pre-crisi. Prima, per salvar ad ogni costo i migranti, si rischiava di fare un favore ai trafficanti. Ora, per rendere difficile la vita ai trafficanti, si rischia di accrescere i rischi e le sofferenze dei migranti, che nei centri di raccolta in Libia sono oggetto di spietati abusi e maltrattamenti. Minniti è violentemente accusato dal lato umanitario del mondo culturale e politico. Si difende dicendo che l’opinione pubblica italiana non avrebbe sopportato che crescessero ancora gli arrivi e i naufragi, con un rischio per la stessa democrazia. Gli danno dell’esagerato. Il governo Gentiloni cerca anche di frenare i flussi all’origine, avviando una collaborazione con i paesi a Sud della Libia per metterli in grado di controllare il loro territorio e sostenere lo sviluppo economico, cominciando con una missione militare-civile italiana nel Niger. Un’iniziativa che non può mostrare risultati immediati e che merita di potersi sviluppare nel tempo. Le elezioni del 4 marzo 2018 mostrano che le politiche tentate non hanno convinto l’elettorato.

IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO. Sulla questione dei migranti il cambiamento c’è stato davvero. Matteo Salvini, uomo forte della nuova maggioranza, ha voluto fare il ministro dell’interno e ha iniziato a farlo impedendo di sbarcare i migranti salvati da navi di ONG e anche da navi militari italiane. In almeno un caso è arrivato a tenerli di fatto sequestrati a bordo, suscitando quindi un interessamento della magistratura perché il sequestro di persona è un reato. Ha accusato le ONG di essere complici dei trafficanti di esseri umani. Ha usato espressioni sprezzanti nei confronti del sindaco di Riace, che ha dedicato vita e sacrifici all’integrazione degli immigrati. Suscitando grandi emozioni e contrasti, ha imposto la questione migranti all’attenzione degli Stati europei che così poco avevano fatto per aiutare l’Italia. Non è però riuscito a ottenere alcuna decisione per aggiornare il sistema Dublino. Ha ottenuto solo qualche disponibilità di altri paesi ad accogliere una parte dei migranti a bordo di navi ferme in un porto italiano, di volta in volta. Ha criticato la magistratura che fa il suo dovere, ha mostrato durezza nei confronti di persone indifese e poca cura per le regole di civiltà come il soccorso ai naufraghi. Ha così messo l’Italia, che avrebbe diritto a un sostegno forte, nella posizione dell’accusato.

E ORA? Mentre gli arrivi ufficialmente censiti sono crollati, il problema non è risolto. La Libia è in guerra civile e il numero dei rifugiati sta tra i 55mila registrati dall’UNHCR e le stime dieci volte superiori. Quel che si sa è che sono disperati, soggetti a stupri, rapimenti e torture, privi di una prospettiva che non sia quella di pagare gli scafisti e partire per l’Italia, a rischio di morire in mare. E infatti si segnala un traffico di piccole imbarcazioni veloci che sbarcano di notte migranti sulle spiagge italiane, schivando i porti. Non si vede una soluzione all’instabilità di molti paesi che alimentano i flussi, cosicché la pressione potrebbe aumentare. E infine il presidente turco Erdogan, che si trova in difficoltà economiche, non perde occasione per ripetere che l’Europa deve sostenerlo altrimenti lui rilascia i milioni di profughi che sta trattenendo: ma lui sta violando molti diritti umani, come si esce dal ricatto?

RINNOVARE L’EUROPA. Se la pressione dei migranti a entrare in Europa rimane e cresce, sarebbe necessaria una linea coerente e comune ai paesi europei, che punti a controllare l’intera catena del traffico di esseri umani e a organizzare un’accoglienza umana a un flusso programmato di ingressi. Invece la posizione che sta prevalendo in varie parti d’Europa, dall’Ungheria all’Austria alla Baviera (che è la maggiore regione della Germania) oltre che in Italia è di tollerare tutto purché i migranti non arrivino qui, cercare di mandar via quelli che arrivano, lasciare che i singoli paesi affacciati al Mediterraneo se la cavino da soli. I governanti europei che più nettamente rifiutano di condividere responsabilità nell’accoglienza dei migranti sono proprio quelli con sui si sta alleando Salvini. Se queste forze, che mostrano sfiducia nella costruzione dell’Europa, vinceranno le elezioni europee del maggio prossimo, che cosa dobbiamo aspettarci? Lavoreranno nell’istituzione perché si autodistrugga? Oppure riusciranno a far emergere una rinnovata idea di Europa? E quindi anche una rinnovata politica per governare le migrazioni? Hanno questa intenzione? Il governo italiano, da parte sua, poggia su di un’alleanza tra diversi e la linea Salvini non è condivisa da una parte importante del Movimento 5 Stelle. Facendo la voce grossa e mostrando il calo degli arrivi il consenso è aumentato, ma resta da vedere come l’occasione sarà utilizzata. Gli immigrati ci sono e crescono, anche per esigenza del sistema economico: l’integrazione va costruita. Anche i rifugiati continueranno ad arrivare: va messo a punto un sistema di accoglienza che garantisca un controllo efficace e umano. Il governo ha questa intenzione?
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USO IMPROPRIO DEL DEBITO PUBBLICO

giugno 14, 2018

LA TRAPPOLA DEL DEBITO DAL CIRCOLO VIRTUOSO AL CIRCOLO VIZIOSO

spunti tratti dalle conferenze-dibattiti organizzati dal Comitato Difesa Costituzione Merate nel maggio 2018 con i docenti: Nadia Garbellini, Marco Bersani e Giulio Cainelli

“LO SHOCK serve a far diventare politicamente inevitabile quello che è socialmente inaccettabile”; lo sosteneva il grande Milton Friedman, premio Nobel 1976 per l’economia, fondatore del pensiero monetarista e della scuola di Cicago, forte sostenitore di quel liberismo che si impose con l’avvento al potere di Reagan e della Tatcher, ispirando in seguito la politica economica mondiale. Si potrebbe subito notare una grossa contraddizione tra il ricorso agli shock e il lassez-faire liberista. Ma forse questa non è l’unica incongruenza di quel pensiero. In ogni caso uno di questi shock, molto utilizzato nel nostro paese è quello del debito pubblico. In valore assoluto il nostro debito (2,3 mila miliardi di euro a fine 2017, corrispondenti a circa 2,8 mila mld dollari) è superato soltanto dagli USA (20 mila mld dollari), Giappone (11,5) e Cina (5 circa). Ai fini dello shock serve ancor più il rapporto debito/PIL, cioè la percentuale del debito rispetto alla capacità del paese di produrre reddito: preoccupa specie quando il reddito non cresce, come nel caso italiano. Il rapporto debito/PIL è giunto in Italia al 132%: produciamo più debito che reddito. Nel mondo siamo dietro solo al Giappone (240%) e alla Grecia (180%).

GESTIRE LA MONETA. Cos’hanno USA, Giappone e Cina rispetto a noi per non destare allarme su un debito così elevato? Hanno anzitutto la possibilità di gestire la propria moneta, mentre da noi tale possibilità è passata, dopo l’unione monetaria, alla BCE (Banca centrale europea). La propria moneta può essere moltiplicata a volontà (entro il limite ovvio di non cadere nell’inflazione galoppante) e pertanto può essere usata anche per ridurre il debito. È per questo che ogni paese moderno è sempre ricorso a un debito pubblico consistente, senza particolari preoccupazioni nè alcun bisogno di azzerarlo, come sarebbe invece normale per un debito privato. Il debito pubblico infatti può diventare elemento di un circolo virtuoso per generare reddito e benessere (attraverso il meccanismo che gli economisti chiamano moltiplicatore) grazie alla spesa pubblica, anche in deficit. Lungi dallo scaricare il debito sulle generazioni future, un debito pubblico virtuoso e controllato crea benessere anche per le generazioni a venire: un’eredità positiva grazie al debito.

UN CAPPIO ATTORNO AL COLLO. I problemi si complicano quando un paese dalle dimensioni consistenti, come il nostro, non può più controllare direttamente la moneta, avendo lasciato accrescere il debito in modo eccessivo. Il nostro debito è “esploso” soprattutto negli anni ‘80 e nella prima metà del successivo decennio, dopo il “divorzio” tra Banca d’Italia e ministero del Tesoro, avvenuto tramite una semplice lettera del ministro Andreatta, con cui si affrancava la Banca stessa dall’obbligo di acquistare i titoli di stato emessi e non venduti sul mercato. Non essendoci più questo obbligo i titoli di stato potevano essere collocati solo rendendoli più attraenti, cioè con un più alto tasso di interesse. Questo però fa gonfiare la spesa per il servizio del debito, spesa che varia oggi attorno ai 70-90 mld di euro, la terza voce più rilevante del bilancio dello stato, dopo la previdenza e la sanità. Come fa il nostro stato a pagare questi interessi? Si indebita ulteriormente. L’immagine del cappio attorno al collo che si stringe sempre più è quella propria per descrivere la situazione in cui è caduto il nostro paese: forte debito che continua a crescere su sé stesso in un circolo vizioso. Altri fattori che rischiano di aggravare la situazione debitoria del nostro paese stanno nella sua incertezza politica, nell’introduzione del Fiscal Compact che inasprirà l’austerità, nell’aumento dell’IVA e dei tassi di interesse conseguenti alla fine del Quantitative Easing (con l’acquisto di titoli pubblici da parte della BCE) e infine nell’accettazione della proposta (dei “falchi” europei) di limitare alle banche nazionali il possesso di titoli pubblici del proprio paese, o che questi non siano più considerati privi di rischio. In tal caso le banche nazionali sarebbero costrette a svendere molte decine di miliardi di debito pubblico italiano.

STRATEGIE. Per uscire dal circolo vizioso del debito italiano sono necessari provvedimenti radicali e certo non indolori. Le proposte sono molteplici: una strategia spesso invocata è quella di fare in modo che il debito pubblico italiano torni ad essere detenuto da entità private o pubbliche, ma italiane. Così è per il Giappone, che si può concedere, senza alcun allarme, un debito più di 4 volte il nostro, in percentuale quasi il doppio del nostro. Il debito italiano è invece nelle mani per più di un terzo della grande finanza internazionale, che potrebbe speculare al ribasso, mandando in fallimento il nostro paese. Ecco la ripartizione percentuale dei creditori del nostro debito pubblico:

operatori stranieri 36
assicurazioni e fondi di investimento 23
banche nazionali e fondi monetari 18
Banca d’Italia 18
famiglie italiane e piccoli risparmiatori 5

Sarebbe necessario ridurre la quota straniera, aumentando queste ultime voci; cosa non impossibile, se si pensa che la ricchezza finanziaria delle sole famiglie italiane supera i 4 mila mld di euro: il doppio del nostro debito pubblico. Si potrebbe inoltre concordare, con i grossi detentori del debito, le vie (soprattutto incentivi fiscali e finanziari) della sua riduzione, allentandone gradualmente il cappio. Chi si oppone a questa soluzione o alle molte altre che vengono avanzate? Anzitutto la grande finanza internazionale. Si dice che un creditore usurario teme tanto la morte del debitore quanto la cessazione del debito – che gli consente guadagni ripetuti nel tempo. Così la finanza internazionale è la prima interessata al mantenimento del debito pubblico italiano. Taluni sostengono che le scelte elettorali recenti verso i populisti siano in buona misura motivate dalla convinzione che l’establishment politico italiano tenga più agli interessi della grande finanza che a quelli dei concittadini.

IN DEFINITIVA, il debito pubblico italiano viene usato dai media e dall’establishment prevalentemente per colpevolizzare i cittadini: vivono o hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, tolgono risorse alle generazioni future e così via. Una contraddizione del capitalismo è che accanto a questa colpevolizzazione, i media siano pieni di suggestioni pubblicitarie al consumo, nelle quali la colpa (di consumare) diventa un merito. Dai brevi cenni sopra riportati si vede che il debito italiano è un problema, ma certo non irresolubile: la proposte sono numerose, da vagliare e approfondire. Quello che è da mettere in rilievo è uno dei motivi principali che hanno portato il debito dal circolo virtuoso a quello vizioso: lo stesso liberismo, importato dall’Europa, con la folle convinzione che solo il privato è efficiente, che lo stato non deve intervenire, che i mercati si regolano da soli. Così, con molte banche, sono stati privatizzati enti, come le Poste e la Cassa depositi e prestiti, che svolgevano preziose funzioni di raccolta del risparmio minuto, di calmiere sugli interessi per i prestiti ai comuni, ecc. In tal modo, oltre a sottrarre allo stato le sue insostituibili funzioni di guida allo sviluppo economico e al controllo anticongiunturale, si è reso il nostro paese più esposto alla speculazione finanziaria internazionale, rendendo sempre più urgente un intervento radicale per tornare a rendere virtuoso il circolo del nostro debito.

COME CAPIRE IL POPULISMO PER BATTERLO

maggio 30, 2018

INUTILE LITANIA DI CONTUMELIE SENZA LA COSTRUZIONE DI UN’ALTERNATIVA POPOLARE SUPERANDO LE DIVISIONI DEL PASSATO
di Nadia Urbinati, la Repubblica 14 maggio 2018

ALTERNATIVA POPOLARE. Nell’intervista rilasciata a Repubblica, Maurizio Martina afferma: «Di fronte alla nascita del governo più a destra della storia recente, è giusto dirsi che non basteranno gli anatemi: dobbiamo costruire un’alternativa popolare alla saldatura tra Lega e M5S superando le divisioni del passato, allargando ad energie nuove, ribadendo il nostro ruolo da protagonisti nel campo progressista». Sono ottime e opportune parole. Martina propone di rompere questa dannosa e inutile litania di contumelie contro il populismo, una parola così ambigua da essere piegata alle convenienze di chi la usa, giustificando la faciloneria e l’indolenza mentale. La Spd, che versa in una crisi non celabile anche se meno dirompente di quella degli altri partiti fratelli, ha avviato un programma di studi sui nuovi movimenti che vanno sotto il nome di populismo. I socialdemocratici tedeschi sono un partito, e questa loro identità la si vede ed è apprezzata proprio nei casi di crisi, ovvero quando si tratta di trovare risorse, umane e culturali, per riaprire le finestre sul mondo.

ANTI CASTA. Nella sua storia, che è parte della storia della democrazia, il populismo ha dimostrato che in alcuni casi, ovvero dove ci sono istituzioni democratiche (come negli Stati Uniti di fine Ottocento), la sua protesta può riuscire a scuotere l’ordine socio-politico, a rimescolare le carte e riportare in alto quelli che sono stati spinti in basso. Vi è nell’anti-establishment populista una coniugazione radicale di un principio che è democratico. Infatti la dialettica opposizione/maggioranza sulla quale vivono le democrazie presume il discorso contro l’establishment, usato dai partiti di opposizione quando aspirano a conquistare la maggioranza. Quel che la democrazia rappresentativa non presume, è ritenere, come molti populisti radicali fanno, che l’establishment corrisponda a una classe definita ancora prima della competizione, che sia cioé una “casta” ex ante e immobile.

FONDAMENTI. Ecco perché ogni ricerca che voglia capire questo tempo di movimenti populisti deve ritornare alle categorie fondamentali della democrazia: all’eguaglianza, che è di opportunità e di dignità; alla libertà, che non è goduta dagli identici ma da tutti coloro che vivono sotto un ordinamento giuridico, siano essi connazionali o non. Tra i fondamenti, vi sono anche quelle istituzioni di limitazione del potere, l’autonomia della magistratura, per esempio, o degli apparati dello Stato e della banca centrale. Dal 1945 in Italia tutto questo prende il nome di democrazia costituzionale. Tornare ai fondamenti quindi, ma avendo cura di portare lo sguardo oltre le procedure e le istituzioni, poiché la democrazia fa promesse di auto-governo, di dignità sociale, di eguaglianza e di miglioramento economico. Queste promesse, anche se mai completamente realizzate, devono farci comprendere appieno che un partito democratico o di sinistra non può concentrare la sua azione ai diritti civili; esso non è un partito liberale. A Martina come a tutti coloro che dentro e fuori il Pd sentono la responsabilità della loro sconfitta per reagire ad essa, dovremmo suggerire di abbracciare in toto l’Articolo 3 della nostra Costituzione, ricchissimo di implicazioni e complesso. Già questo sarebbe un buon indizio di determinazione alla rinascita.

CONFERENZE-DIBATTITI PUBBLICI SU DEBITO E FISCO

maggio 3, 2018

COMITATO MERATESE PER LA DIFESA E
L’ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE

Ogni anno diminuiscono le spese e gli investimenti per la
scuola, la sanità, la manutenzione del verde e delle strade,
il trasporto pubblico, la cultura.
Perché siamo arrivati a questa situazione?
Ci sono alternative alle politiche di austerità e di
privatizzazione dei beni comuni?
A questi temi sono dedicate due serate:

lunedì 7 maggio 2018
DEBITO E FISCO ALLA LUCE DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI
Dott. MARCO BERSANI fondatore di ATTAC Italia
Dott.ssa NADIA GARBELLINI economista Università Pavia

venerdì 18 maggio 2018
GLOBALIZZAZIONE, NEOLIBERALISMO, POLITICHE ECONOMICHE
Prof. GIULIO CAINELLI economista Università Padova

le registrazioni audio possono essere richieste a questo indirizzo: luigidecarlini@gmail.com

Ore 21 Sala Civica viale Lombardia 14 MERATE
Ingresso libero

DEBITO E FISCO ALLA LUCE DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI

Da tempo siamo subissati da messaggi del tipo:

• Abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi.
• Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato.
• Agevolare i licenziamenti crea occupazione.
• La funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi. .
• Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità.
• E’ la globalizzazione che impone la moderazione salariale
• La crescita è un obiettivo continuo aldilà di qualsiasi problema di risorse e di impatto ecologico
• Lo stato deve lasciare assolutamente libero il capitale
• Ogni persona deve far fronte al proprio destino con i propri mezzi assumendosi i propri rischi.

Pensatori neoliberali sono all’opera per convincere, per fabbricare un consenso collettivo, sulla necessità di rendere il lavoro flessibile, di ridurre il costo del lavoro, di tagliare lo stato sociale, di privatizzare ferrovie, trasporti pubblici locali, scuola pubblica, università, telecomunicazioni, sanità. Tramite Tv e giornali viene esercitata una egemonia culturale e si afferma il pensiero unico neoliberista: “non ci sono alternative”.

Queste idee vengono ogni giorno presentate come l’essenza della modernità ovvero del mondo che è cambiato ma finora non ce n’eravamo accorti.

Ma è davvero così? In realtà si può constatare:
– una gigantesca evasione fiscale
– una diffusa economia in nero
– sussidi occulti alle banche
– debolezza della ricerca, degrado della scuola e “fuga dei cervelli”
– corruzione della vita politica

Cosa dice la nostra Costituzione in merito?

– art. 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono pari davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.
– art.4: la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
– art.35: la Repubblica tutela il lavoro e cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.
– art.36: il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa… il lavoratore ha diritto al riposo settimanale ed a ferie annuali retribuite e non può rinunziarvi.
– art.38: i lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia, disoccupazione involontaria.
– art.41: l’iniziativa privata.. non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
– art.53: Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

IL CENTROSINISTRA PD-M5S CHE RENZI NON VUOLE

marzo 19, 2018

SEMPLIFICAZIONI CHE PRESCINDONO DALLA REALTÀ: COGLIERE L’OPPORTUNITÀ DI RILANCIARE I VALORI DELLA SINISTRA

di Franco Monaco, Il Manifesto 16-3-2018

Onanismo politico. È tutto uno strologare dei più diversi scenari. In realtà, siamo ancora inchiodati a un impasse. Dovrebbe essere chiaro che Mattarella, a norma di Costituzione, può affidare l’incarico di formare un governo solo a chi gli fornirà la garanzia di riuscire a mettere insieme una maggioranza e che, allo stato, nessuno lo può fare. Neppure i “vincitori” delle elezioni. Politicamente si può parlare di vincitori a 5Stelle, primo partito, e Lega, con un leader e una leadership del centrodestra, la “coalizione” più votata. Pur con un distinguo: la brutta legge elettorale non contempla vere coalizioni politiche ma precari e opportunistici accordi elettorali. E già si manifestano visibili contrasti tra Lega e FI. In questo quadro, a dominanza proporzionale e in una democrazia tuttora parlamentare, è lì, nelle Camere, che si formano le maggioranze di governo, attraverso confronti, negoziati, mediazioni, compromessi. Compresi quelli che, ostinatamente e solennemente, in campagna elettorale ci si è affannati ad escludere. Ora siamo, scusate, all’onanismo politico.
Speculari semplificazioni. Di Maio e Salvini rivendicano la guida del governo, non disponendo della maggioranza parlamentare necessaria. Speculare e altrettanto sterile è la posizione del Pd, che immagina di liquidare la questione con la sbrigativa formula “gli elettori ci hanno consegnato all’opposizione”. La si rappresenta come espressione di una virtuosa coerenza. In realtà, tale posizione ha più il sapore dell’arroccamento se non del boicottaggio a quale che sia possibile soluzione di governo ed è originata da fattori meno nobili. Il primo: Renzi che, come è chiaro, non ha intenzione alcuna di mollare la presa sul Pd nonostante la disfatta, è stato prontissimo a posizionare il partito sul no a ogni intesa e persino a ogni confronto con i “vincitori”. Posizione comoda e certo popolare presso elettori e militanti sconfitti, avviliti e certo refrattari a dialogare con gli avversari. E i timidi competitor interni di Renzi si mostrano subalterni e quasi in ostaggio, non osando sfidare l’ex leader portando il partito su una posizione meno sterile e arroccata. Una posizione impegnativa sulla quale il partito, appunto, va condotto, come compete a una vera classe dirigente.
Alternativi alla destra. Il secondo fattore meno nobile ha a che fare con il profilo e il posizionamento politico del Pd forgiato dal corso renziano. Decisamente diverso da quello nel solco dell’Ulivo, nitidamente di centrosinistra e alternativo alla destra. Solo così si spiega la sua pratica neutralità/equidistanza tra Di Maio e Salvini, la tesi davvero grossolana e infondata secondo la quale la loro offerta politico-programmatica sarebbe la medesima. Quattro soli esempi: come non osservare che il revisionismo certo improvvisato (e dunque da vagliare dentro un confronto) di Di Maio sull’europeismo non trova riscontro alcuno in Salvini; che il reddito di cittadinanza (da discutere anche per misura e coperture) risponde a una ispirazione opposta (di sinistra) a quella della flat tax; che il profilo dei ministri economici indicati dai 5 stelle (di nuovo da negoziare) è decisamente keynesiano; che milioni di ex elettori Pd sono migrati verso i 5 stelle.
Tre opportunità. Non si tratta di immaginare un governo organico M5S-PD, ma di avviare un serrato confronto dall’esito non scritto. Insomma di andare a vedere le carte di Di Maio, al quale compete di prendere una chiara, esplicita iniziativa negoziale. Un Pd che riflettesse davvero sulle ragioni della sua cocente sconfitta e della emorragia di voti verso i 5 stelle non dovrebbe rifugiarsi sull’Aventino, ma semmai cogliere tre opportunità: quella di costringere i competitor grillini a declinare finalmente le loro generalità politiche ponendo fine alla loro comoda rendita di posizione da “partito pigliatutto”; di restituire a se stesso il profilo originario di partito di sinistra di governo dopo il deragliamento renziano; di raccogliere non a parole l’appello di Mattarella a che un po’ tutti si assumano le proprie responsabilità. Sarebbe paradossale che non lo facesse il partito di Mattarella che si proclama, più di altri, partito rispettoso delle istituzioni. Dunque, non solo un rischio, ma anche opportunità. Come in tutte le sfide. Del resto, per il Pd qual è l’alternativa? Lo sterile arroccamento, anticamera di un inesorabile declino o l’azzardo di nuove elezioni-ballottaggio tra Di Maio e Salvini, che sanzionerebbe la propria marginalità.