TERZA REPUBBLICA CERCASI

luglio 25, 2017

FIDUCIA NEI PARTITI E NEI LEADER IN CALO. DESIDERIO DI DEMOCRAZIA DIRETTA

di Michele Ainis La repubblica 24-7-2017 pp.1 e 25

Siamo viandanti, pellegrini. Siamo un popolo in cammino, verso una terra promessa di cui ci è noto unicamente il nome: Terza Repubblica. Miraggio semantico che risuona di continuo nei nostri conversari, ora perché l’uno ti sprona ad accelerare il passo, ora perché l’altro t’avvisa che quella terra è già sotto i tuoi piedi, ne hai oltrepassato i confini senza riconoscerla, senza farci caso. Tu nel frattempo esiti, scantoni. Ti senti spaesato, non sai più chi sei, non sai dove ti trovi. Come definire questo paesaggio glabro che ti circonda in lungo e in largo? È il secondo tempo della Seconda Repubblica, quella battezzata all’alba degli anni Novanta? È il profilo incerto della Terza? O è forse l’eterno ritorno della Prima, come parrebbero attestare le faglie che dividono in partiti e partitini il Parlamento, come altresì confermerebbe la rivincita del proporzionale, dopo vent’anni di maggioritario duro e puro?

Palingenesi mancata. Nel dubbio, chiedi soccorso ai libri, ascolti la voce degli esperti. Bisognerebbe metterli d’accordo, però, almeno sulle date. Giacché un volumetto di Mauro Calise ne celebrava la nascita già nel 2006, un altro di Davide Giacalone posticipava il lieto evento al 2010, mentre nel 2014 Perry Anderson dichiarava che l’Italia è incinta della Terza Repubblica, ma chissà poi se il parto avrà successo, chissà quando potremo guardare in faccia la creatura. Risposta corale: quando ci investirà con la sua luce la Grande Riforma, palingenesi delle nostre istituzioni. E infatti nel 2016 l’approvazione del ddl Boschi fu salutata con parole unanimi, anzi con una doppia parola: Terza Repubblica. Sempre l’anno scorso, tuttavia, un referendum gettò quella riforma nel cestino dei rifiuti, sicché adesso non sappiamo più cosa pensare. Significa che l’Italia è balzata nella Quarta Repubblica senza passare per la Terza? Non avremmo tutti questi grattacapi se numerassimo le repubbliche attraverso la successione delle Carte costituzionali, come in Francia, dove ne contano cinque. O se ci regolassimo in base all’alternanza fra monarchia e repubblica, come in Spagna, dove il regno di Felipe VI ha due repubbliche alle spalle. Ma noi no, noi abbiamo escogitato un sistema più tortuoso, più intricato: ci sbarazziamo delle nostre vecchie repubbliche senza troni né assemblee costituenti, mettendo in fila le diverse Costituzioni «materiali» che s’avvicendano a dettare le regole del gioco. Siccome però la Costituzione materiale è un fantasma che non si può toccare, leggere, emendare, ciascuno conta a modo suo, e in ultimo finiamo un po’ tutti a dare i numeri, senza strumenti per comprendere la realtà politica e civile.

Dai partiti al leader. C’è allora una notizia da annunciare agli astanti: la Terza Repubblica è già qui, e lotta insieme a noi. Sennonché per riconoscerne i tratti dobbiamo sostituire gli occhiali che inforchiamo sul naso. Quegli occhiali guardano al sistema dei partiti, senza mettere a fuoco i cittadini. E dunque, Prima Repubblica: legge elettorale proporzionale, multipartitismo. Seconda Repubblica: maggioritario, bipolarismo. Giusto, però anche sbagliato. Perché al centro di ogni sistema democratico c’è pur sempre l’elettore, c’è la delega in bianco che quest’ultimo firma nei riguardi dell’eletto. Durante la Prima Repubblica (1948-1993) la nostra delega finiva nelle tasche del partito: votavamo la Dc, non Andreotti o Moro. C’era una sorta di fiducia collettiva nei partiti politici, e i partiti avevano la propria casa comune in Parlamento, che di conseguenza incarnava il baricentro delle istituzioni. Poi, nella Seconda Repubblica, la fiducia è diventata un afflato individuale verso il leader: votavamo Prodi o Berlusconi, non la sigla (mutevole come uno spot pubblicitario) che ne accompagnava il nome sulla scheda elettorale. Da qui il primato del governo sulle assemblee legislative, da qui un presidenzialismo di fatto, benché mai trasposto in norma scritta. E adesso?

Dalla fiducia alla sfiducia. Abbiamo i partiti in gran dispetto, ma non ci innamoriamo più di nessun leader, o se succede dura lo spazio d’una notte, com’è accaduto con Virginia Raggi a Roma. Perché questo è il tempo del disincanto, del ritiro della delega. Ne è prova la volubilità del corpo elettorale, ne è prova l’astensionismo che monta come un fiume in piena. Però dietro questo sentimento negativo c’è un’energia che reclama istituzioni in grado di raccoglierla, d’incanalarla. C’è una domanda di democrazia diretta, un desiderio di decidere senza filtri, senza investiture. È in crisi la delega, non la politica. Ma nella Terza Repubblica quest’ultima spetta ai cittadini.

michele.ainis@uniroma3.it

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DIBATTITO SU RENZI A LA REPUBBLICA

luglio 21, 2017

L’ODIO PER RENZI E IL LUTTO DELLA SINISTRA

L’ETEROGENEITÀ INASSIMILABILE VISSUTA COME USURPAZIONE. MANCATA ELABORAZIONE DEL LUTTO

di Massimo Recalcati, La repubblica 17-7-2017, pag.23

Quale è il peccato commesso da Matteo Renzi per aver attirato su di sé un odio così intenso? È un odio pre-politico o politico quello che lo ha così duramente investito? È l’indice di un tramonto irreversibile della sua leadership? È fondato sulla valutazione obbiettiva dei contenuti della sua azione di governo e di segretario del Pd oppure risponde a logiche più arcaiche, più viscerali, più pulsionali? Prendiamo in considerazione in particolare l’odio della sinistra che è il vero nodo della questione. Una prima considerazione generale: fa parte del suo Dna e della sua storia, anche di quella più recente, scatenare l’odio nei confronti di coloro che, dichiarandosi militanti di sinistra, osano introdurre dei cambiamenti che rischiano di minare alla base la sua identità ideologica. L’accusa di essere un rinnegato o un traditore in questi casi scatta come la salivazione condizionata nel cane di Pavlov. La storia ci offre una miriade di esempi, antichi e più recenti. La dichiarazione di voto favorevole al Referendum del 4 dicembre è assimilabile, per chi sente di appartenere al mondo della sinistra, a un vero e proprio outing con tutti i fatali effetti di discriminazione che esso comporta. Un intellettuale lucido verso il quale provo solo stima come Tomaso Montanari esigeva eloquentemente che Pisapia facesse autocritica per aver votato Sì al fine di risultare credibile nel suo sforzo di rifondazione di un nuovo campo della sinistra.

Malattia della sinistra. Ma possibile che ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto politico di Renzi sia sbagliato? Che ogni sua opzione sia divenuta contraria al bene del Paese e a quella del suo stesso partito? Non è un po’ sospetto? Matteo Renzi viene identificato non come la cura, ma come la malattia della sinistra. Una infezione, un batterio, una anomalia genetica di fronte alla quale anche i dispositivi democratici che regolano la vita del Pd e che, di fatto, ratificano ogni volta la sua leadership sembrano inadeguati. La convinzione resta inscalfibile: nemmeno l’accoppiamento con un uomo chiaramente di sinistra come Martina, scelto da Renzi come suo vice, la sposta di un solo millimetro.

Usurpazione. Proviamo a riflettere brevemente sulle origini del sentimento dell’odio. L’odio investe l’altro in quanto eterogeneo e inassimilabile. Renzi per la “sinistra sinistra” è l’incarnazione maligna di una eterogeneità che resiste ad ogni assimilazione. Le sue origini culturali e antropologiche sono differenti da quelle del vecchio gruppo dirigente del Pci che è migrato nel Pd. Un’altra cultura, un’altra sensibilità, ma anche un’altra generazione. Il fatto che questo “eterogeneo inassimilabile” sia divenuto, attraverso il legittimo voto delle primarie, il segretario del maggiore partito della sinistra italiana non è stato vissuto come il segno di un arricchimento, di una contaminazione propulsiva, di un superamento degli steccati ideologici, ma come una vera e propria usurpazione. Per questo è insistente — se non drammaticamente compulsivo — l’invito alla discussione interna sulla linea del segretario; invito chiaramente sintomatico che denuncia, a mio giudizio, proprio quel fantasma di usurpazione relativo ad una eterogeneità giudicata, appunto, originariamente e ideologicamente illegittima. Non solo bisogna infinitamente discutere sulla linea del segretario — non solo oggi che il partito è in difficoltà, ma, occorre ricordarlo, sin da quando Renzi ha acquisito legittimamente il suo incarico — , ma si deve continuare a discutere sino a quando questa eterogeneità scandalosa sarà espulsa o ridotta a una posizione minoritaria…

La vera ragione di tutto questo odio è la difficoltà della vecchia sinistra di. Più schiettamente: Renzi è colpevole di avere messo la sinistra di fronte al suo cadavere. Anziché fare il lutto della sua identità ideologica essa preferisce — come spesso accade — imputare all’eterogeneo la colpa della sua morte (già avvenuta). È un fenomeno che ricorda il rito tribale di alcune popolazioni dell’Africa nera riportato da Franco Fornari nel suo celebre Psicoanalisi della guerra: di fronte alla morte insensata di un bambino, la tribù afflitta anziché incamminarsi verso la via dolorosa dell’elaborazione del lutto preferisce attribuirne la responsabilità alla popolazione confinante e ai malefici del suo sciamano dichiarandole guerra.

Renzi sciamano? L’odio che lo investe vorrebbe coprire la fine di una concezione del mondo che ha nutrito l’interpretazione della storia per tutto il Novecento: la lotta di classe, una concezione etica dello Stato, l’identificazione del liberalismo e dei sui principi come Male, la gerarchia immobile del partito, la prevalenza della Causa universale sulle relazioni di cura particolari, una differenziazione paranoide del mondo in forze del Bene e in forze del Male, l’inclinazione populista e incestuosa della cosiddetta democrazia diretta, la riduzione delle politiche sociali a un maternage assistenzialista, il sospetto verso le manifestazioni della singolarità in tutte le sue forme, un paternalismo insopportabile che cancella le nuove generazioni. La morte irreversibile di questo paradigma imporrebbe un lavoro del lutto estremamente impegnativo. Molto più facile allora imputare al carattere spurio, meticcio, eterogeneo, sciamanico di Matteo Renzi la crisi del Pd e della sinistra in generale che affrontare questo immane e, in realtà, inaggirabile compito.

ESCALATION DI RANCORI TUTTI NE HANNO COLPA. RAGIONARE O È FINITA

CLASSI SOCIALI POLVERIZZATE E VINCOLI ECONOMICI HANNO MESSO IN CRISI LA SINISTRA

di Roberto Esposito La repubblica 18-7-2017 pag.11

Rancore personale. Nel suo articolo di ieri Massimo Recalcati coglie un punto nevralgico del cerchio in cui si è chiusa, senza saperne uscire, la sinistra italiana. Forse si potrebbe aggiungere che il “giglio magico” di Renzi non è solo destinatario, ma anche soggetto di questa dinamica. Come dimenticare i “ciaone” di scherno che sono venuti dal suo gruppo rispetto ai nemici in difficoltà. E anche nei recenti scambi al veleno tra Renzi, D’Alema e Letta non si può dire che il “fuoco amico” sia venuto solo da una parte. Detto questo, l’analisi di Recalcati descrive un fenomeno che va assumendo carattere antropologico – lo sprofondare delle passioni politiche nel gorgo del risentimento. Si tratta del passaggio repentino dell’odio dal piano privato a quello pubblico. Il rancore personale non solo come contenuto, ma come forma della politica.

Liquidazione. Recalcati riconduce tale esplosione di passioni negative alla difficoltà della sinistra tradizionale a elaborare il lutto per la perdita della propria ideologia. Anziché guardare dentro di sé, essa proietta il male su colui che l’ha emarginata, mettendone a nudo limiti e ritardi. Certo, Renzi ha favorito con i suoi atteggiamenti questa tendenza. Essa è stata in buona parte cercata da chi ha posto la liquidazione del vecchio gruppo dirigente del Pd al primo posto della propria strategia. Una volta scatenato, l’odio politico entra in una sorta di circuito in cui non è più riconoscibile chi ha fatto la prima mossa. Ma alla fine non importa neanche tanto. Il problema è quello di ricondurre tale conflitto, pre-politico o post-politico, nei canali della dialettica politica. Senza immaginare di poterlo azzerare in una concordia di facciata ormai impossibile. E neanche necessariamente auspicabile.

La disaffezione degli elettori non nasce solo da una battaglia politica degenerata in rivalità personale. Nasce anche dalla scarsa visibilità di prospettive politiche differenti. Perché, al netto dei risentimenti personali, non sempre è chiaro quello che distingue le due, o tre, sinistre sul piano delle idee e dei programmi. E su di questi che è necessario spostare l’attenzione, se non si vuole ridurre l’analisi alla sfera della psicopatologia politica. Certo gli elementi soggettivi non vanno sottovalutati. Nella stagione dei partiti personali essi contano e come. Ma vanno situati in un quadro oggettivo che li spiega e li riduce.

Le difficoltà della sinistra sono riconducibili da un lato ai vincoli economici che i governi hanno sottoscritto riducendo drasticamente i propri margini di scelta; dall’altro alla polverizzazione di quelle che un tempo si chiamavano classi sociali, oggi frantumate in un pulviscolo di interessi individuali che stentano a costruire un fronte politico comune. L’intreccio di questi due fattori – che sta disgregando i corpi intermedi come partiti e sindacati – ha messo alle corde la democrazia rappresentativa, danneggiando soprattutto la sinistra. Mentre le destre e i movimenti populisti si muovono a loro agio in un regime postdemocratico, le sinistre sono sempre più in difficoltà. Non avendo più un fronte esterno – di classe – esse sono portate a ricostruirlo al proprio interno, dando luogo ai fenomeni patologici di cui sopra. Per sottrarsi a questa deriva – di cui l’odio personale è solo la manifestazione più visibile – le sinistre devono mettere in campo progetti chiari di intervento sulle cause reali della crisi. Per esempio scegliendo tra una politica di detassazione generalizzata e una politica di investimenti pubblici sostenuta da una tassazione mirata a ridurre davvero le disuguaglianze. Solo in questo modo i conflitti politici acquisteranno un senso comprensibile dagli elettori.

BUONE ALCUNE RIFORME MA LA NARRAZIONE ALLA LUNGA HA DELUSO

LA SPERANZA È STATA DISATTESA, I VECCHI METODI DELLA POLITICA SI SONO RIPRESENTATI

di Guido Crainz La repubblica 18-7-2017 pag.11

Dopo il 4 dicembre. Si possono condividere almeno in parte (o in gran parte) le critiche di Massimo Recalcati agli oppositori di Renzi ma forse la domanda di fondo non è «perché Renzi ha attirato su di sé un odio tanto intenso?» quanto «perché la sua stagione è sostanzialmente terminata?». Perché l'”odio” nei suoi confronti non è più ristretto a una sinistra ideologica, rancorosa e residuale ma si è esteso a larga parte di quella stessa società che pur aveva guardato con fiducia alla sua proposta? È una domanda ineludibile dopo il responso del 4 dicembre, che Renzi aveva irresponsabilmente trasformato in un referendum su se stesso. Da allora è impossibile negarlo: le speranze che la sua leadership aveva inizialmente alimentato si sono progressivamente trasformate in una diffusa ostilità sociale e culturale, prima ancora che politica. E non è difficile comprenderne le ragioni, o almeno alcune di esse. Nel suo irrompere sulla scena Renzi si era impegnato a «cambiare il Pd e a cambiare la politica» e su questa base aveva conquistato la stragrande maggioranza del partito e poi il 41% alle elezioni europee del 2014: risultato di grande rilievo, perché dopo molti anni il centrosinistra non perdeva più elettori ma ne conquistava di nuovi.

Ridava fiducia nella politica e nel riformismo in un Paese sempre più disorientato ed esasperato. Purtroppo quella speranza è stata disattesa, i vecchi metodi della politica si sono ripresentati e al tempo stesso – nel privilegiamento dell’azione di governo – il Pd è stato abbandonato a se stesso. Anche per questo dopo quattro anni di “rinnovamento” il suo gruppo dirigente è ancor più ristretto di prima e visibilmente logorato (anche senza considerare qui diaspore e scissioni, odi e rancori). E nelle differenti realtà il panorama non è diverso: questo confermano le recenti sconfitte alle elezioni amministrative, legate anche all’incapacità di proporre una classe dirigente all’altezza della situazione. Su questo era doveroso riflettere dopo la dura sconfitta del 4 dicembre, in un lavoro di lunga lena capace di coinvolgere l’idea stessa di politica.

Ottimismo disatteso. Cosa significa ad esempio far crescere nuove leve, su quali saperi deve incentrarsi la formazione dei quadri dirigenti di un partito riformatore (tema che pur è stato messo all’ordine del giorno)? Su quali etiche e su quali visioni di futuro? È un nodo centrale, e proprio perché – come ha scritto bene Recalcati – gran parte delle culture politiche del passato sono oggi inservibili o vanno profondamente ripensate. Si pensi al welfare, asse fondativo delle nostre democrazie, così come si è definito nell'”età dell’oro” dell’Occidente: come rimodellarlo, ampliandolo e non restringendolo, quando quella fase si è esaurita da decenni e in uno scenario segnato del lungo protrarsi della crisi internazionale del 2007-2008? In questo quadro la “narrazione” astrattamente ottimistica di Renzi ha cozzato con la realtà e con il diffuso sentire di un paese logorato e duramente provato. Lo ha ulteriormente inasprito. Altre questioni si sono poi aggiunte, e si pensi alla sproporzione fra le molte riforme messe in cantiere o approvate (alcune sicuramente positive, come quella sulla pubblica amministrazione) e le grandi difficoltà nel tradurle in pratica. È sufficiente evocare resistenze corporative e burocratiche o non vi è stata anche una “incompetenza riformatrice” cui porre rimedio? Domande come queste non possono essere eluse, a mio avviso, in un panorama politico in cui non sono visibili alternative realmente credibili, cantieri di riflessione stimolanti e convincenti. E in cui è in gioco la sopravvivenza stessa di una sinistra riformista.

SOLO CONTRO TUTTI MATTEO È VITTIMA DI UNO SCHEMA

LA CONTINUA SOLLECITAZIONE ALL’AMORE VERSO IL CAPO NON REGGE SENZA PROVE D’AMORE

di Tomaso Montanari La repubblica 18-7-2017 pag.11

Seduzione della folla. Non so se giovi mettere la politica sul lettino dell’analista, specie se l’analista non è estraneo al gioco politico. In ogni caso, se si cerca la ragione della diffusa insofferenza verso Matteo Renzi, la risposta è: Matteo Renzi. Lungo tutta la sua carriera politica, Renzi non ha lavorato a costruire una comunità, ma a drammatizzare il rapporto tra un capo e la folla. Non con la parola razionale, l’argomentazione, ma con la seduzione dello storytelling, cioè di un marketing capace di vendere al pubblico una scatola il cui unico contenuto era Renzi stesso. «Un rullo compressore lanciato su società e politica per spianare qualsiasi ostacolo», secondo un’efficace definizione di Stefano Rodotà.

Una ultrapersonalizzazione che sostituiva alle istituzioni e ai corpi intermedi la consorteria fiduciaria del capo, il famoso giglio magico. Un ritorno all’antico regime, al tanto vagheggiato Rinascimento: non al dittatore, e nemmeno all’amministratore delegato berlusconiano, ma al principe e alla corte. Qualcuno ricorderà la massima impresa mediatica del Renzi sindaco: la risibile ricerca della inesistente Battaglia di Anghiari di Leonardo in Palazzo Vecchio. La narrazione opponeva un giovane sindaco che parlava di «sogni», ai «professoroni della storia dell’arte», con la loro incapacità di «essere stupiti dal mistero». E quando Roberto Saviano puntò il dito contro il conflitto di interessi del ministro Boschi nell’affaire Banca Etruria, Renzi rispose teatralizzando l’amore e l’odio: «Siamo gli unici che vogliono bene all’Italia, contro il disfattismo e il nichilismo, contro chi sfoga la sua frustrazione nelle polemiche».

Era lo stesso schema poi adottato per il referendum, contro i costituzionalisti del No: il rapporto diretto con la gente e la demonizzazione dei portatori di senso critico. Ma la continua sollecitazione all’amore verso il capo non può reggere a lungo senza concrete prove d’amore. Se il rullo compressore non funziona, la fascinazione si trasforma presto in diffidenza, poi in ostilità. Renzi è passato molto velocemente dalla Provincia, al Comune a Palazzo Chigi. E quando lì è stato evidente che le promesse mancate, le insufficienze di governo, la mancanza di visione, l’incapacità di creare una squadra e di tenere in piedi una comunità minavano la credibilità dello storytelling, il rimedio è stato la scommessa del referendum. Lo schema più amato da Renzi: lui solo contro tutti, appellandosi alla folla. È finita come sappiamo: tutta la personalizzazione renziana ha cambiato segno in poche ore, dall’amore al suo contrario. L’apprendista stregone è stato travolto dalla forza evocata. E il mancato ritiro dalla politica, solennemente promesso, ha infine trasformato un dramma nell’eterna commedia italiana.

Riflessione di merito. Ora l’errore più grave sarebbe seguire lo stesso schema. E cioè pensare che, finito Renzi, la Sinistra italiana possa ricominciare dal 2014. Quando è evidente che il futuro non può essere il ritorno alla classe dirigente che, con la sua catena di errori e debolezze, ha aperto la strada all’avventurismo personale renziano. Per questo la mia richiesta a Giuliano Pisapia di discutere senza remore la sua scelta di votare sì al referendum non mira (come suggerisce Recalcati) a una nuova personalizzazione, stavolta in negativo: ma, anzi, vuole aprire una seria riflessione di merito. Quella riforma puntava sulla centralità dell’esecutivo a spese della rappresentanza, sulla figura del capo, su un restringimento degli spazi della critica: è ancora questa la direzione? È questa la via più adatta per combattere la diseguaglianza che sfigura il paese? Lasciamo i capi al loro destino, riprendiamo ad occuparci della comunità.

QUEL LIBRO CHE RIVELA LE CARENZE DEL SEGRETARIO

AVANTI” DENOTA SUPERFICIALITÀ, EGOTISMO, SCARSE STRATEGIE E ATTENZIONI AI POVERI

di Emanuele Felice La Repubblica 25-7-2017 pag. 27

Per capire Matteo Renzi e la sua parabola, e anche l’ostilità che lo circonda, basta prendere il suo libro. Colpisce la superficialità, nella forma e nei contenuti. Renzi ha voluto pubblicare un best seller adatto all’uomo della strada, una continuazione su carta dei suoi tweet e dei talk show? Eppure dichiara in apertura di averlo scritto proprio per raccontarsi «in modo meno superficiale, più profondo, riflettuto». Per offrire di sé un’immagine diversa da quella che appare dalla cronaca mediatica di tutti i giorni. Strano: le due immagini coincidono perfettamente. «Arrivo a Bruxelles sbadigliando come sempre: in genere le riunioni sono noiosissime», è solo una perla fra le tante. E poi abbondano gli aggettivi enfatici («straordinario », «storico», «poderoso»), mentre i temi anche più complessi si trovano abbozzati e liquidati con disinvolta approssimazione. Dobbiamo dedurne che Renzi è davvero così, come appare. E di certo il libro se l’è scritto da solo. Insomma in quanto a spessore intellettuale (e letterario) l’ex premier non è Churchill. Ma nemmeno Togliatti, Berlinguer, Amato, Prodi, o Veltroni. E in fondo nemmeno Craxi, titolo a parte (Avanti). Questo però non è, in sé, il problema maggiore. Il mondo è complesso e un leader non può avere tutte le risposte, tantomeno in anticipo. Certo deve studiare i dossier, e accettare di appassionarsi a riunioni «noiosissime», ma in linea di massima non c’è bisogno di un grande intellettuale per guidare le redini dello Stato.

Tre doti. A un leader si richiedono però tre doti: carisma, capacità di fare squadra e una chiara visione. Il punto è che a Renzi mancano, oggi, proprio queste tre caratteristiche. E il suo libro lo conferma drammaticamente. Forse il carisma era una volta il suo punto forte. Oggi però l’impressione è che Renzi stia antipatico, a prescindere, alla grande maggioranza degli italiani. Qualunque cosa faccia o dica, a torto o a ragione. E ben al di là dei confini della sinistra. Di questa antipatia a pelle una delle cause è certo il suo ego, ipertrofico sembrerebbe. Ora sappiamo che non è una costruzione dei media ostili: trasudano di egotismo anche le pagine di Avanti. Tanto che pure i tentativi di schermirsi si rivelano subito per quello che sono, goffe accentuazioni di falsa modestia.

Squadra. In quanto alla capacità di circondarsi delle persone giuste, e alla costruzione della classe dirigente, può darsi che Renzi sia un po’ migliorato negli ultimi tempi. Con l’esperienza si impara. Peccato che con Avanti siano tornati alla ribalta gli aspetti della sua leadership più divisivi (si veda l’assurda polemica con Enrico Letta). E peccato che proprio la sua scelta «di squadra» forse più azzeccata e importante — Gentiloni a Palazzo Chigi — per contrasto stia facendo risaltare quanto, invece, il governo precedente fosse incapace di includere e valorizzare, al punto da finire assediato in un fortino di fedelissimi. Sia chiaro, molte polemiche di cui Renzi è stato vittima erano strumentali o esagerate. Ma pure dal suo campo le note stonate non sono mancate, abbondavano anzi. Se poteva esserci un’occasione per fare almeno un po’ di autocritica, è stata persa. L’analisi di Massimo Recalcati coglie quindi solo un lato del problema. L’altro è dato dal carattere e dall’atteggiamento di Renzi. Si prenda, per un confronto, quanto ha scritto Tony Blair su questo giornale a proposito di Corbyn, e si veda la differenza.

Strategia. Ma forse le falle più serie si aprono nella visione strategica. Sono proprio le idee, specie quelle di politica economica e sociale. Le tre nuove parole d’ordine, «lavoro, casa, mamme», al di là del fatto che messe così in fila fanno un po’ sorridere, contengono alcuni spunti interessanti, benché citati molto frettolosamente: sull’innovazione per le imprese manifatturiere, le zone fiscali di vantaggio per il Mezzogiorno, le smart cities o la lotta al dissesto idrogeologico. Altri però sono alquanto opinabili: favorire le famiglie numerose, ad esempio, assieme alla retorica dell’«aiutiamoli a casa loro» delinea un’idea di futuro che è tipica della destra conservatrice. Per inciso, sull’aiutiamoli a casa loro sappia Renzi (e pure Salvini) che se i paesi poverissimi dell’Africa diventano un po’ meno poveri — come tutti auspichiamo — il risultato immediato sarà l’aumento dell’emigrazione verso la ricca Europa: con un’alta fertilità, molti useranno le poche risorse in più esattamente per cercare di emigrare, da una situazione che comunque rimane molto peggiore della nostra. Sono proprio le nozioni di base della storia economica mondiale. Se le studiassero, i nostri leader demagoghi o aspiranti tali.

Povertà. E vi sono carenze programmatiche ancora più gravi. Primo, Renzi praticamente ignora la questione sociale che si è spalancata in Italia negli ultimi dieci anni, e derubrica tutti i possibili rimedi alla voce assistenzialismo. Non parla di povertà, cosa ben strana per un leader di sinistra (persino in ciò si differenzia da Blair). Secondo, anche a volerlo prendere per un modernizzatore di centro a la Macron, l’ex premier sembra avere ormai gettato la spugna su un nodo tuttora cruciale per l’Italia, e su cui in passato aveva puntato molto (anche se male): la riforma delle istituzioni e dell’assetto amministrativo. Rimasto scottato, ha rinunciato alla parte più ambiziosa del suo progetto. Terzo, e come comprova anche la vicenda del fiscal compact, sull’Europa Renzi continua a muoversi nella logica intergovernativa che tanti danni ha recato, inevitabilmente, all’Unione. Non crede nell’Europa federale, il grande tema invece centrale per la politica liberale e progressista; al più si limita a richiami retorici ai valori comuni. Privo di questi tre elementi, il suo appare un programma raccogliticcio che pesca dalla sinistra alla destra secondo gli umori dell’elettorato, privo di quello slancio che ci si aspetterebbe dal leader di un grande partito riformista d’Europa (non più il maggiore, anche se non sembra essersene accorto). E forse l’assenza di questi riferimenti contribuisce a isolarlo ancora di più dalle forze vitali — sociali, imprenditoriali, culturali — che pure ci sono nel Paese, e con le quali avrebbe bisogno di ricostruire un legame.

IL GESTO PIÙ UTILE CHE RENZI PUÒ FARE

luglio 1, 2017

LA RINUNCIA A CANDIDARSI NE FAREBBE UN POLITICO CHE SA PENSARE ALL’INTERESSE GENERALE, QUANDO NECESSARIO

di STEFANO FOLLI La Repubblica 29 Giu. 2017 pag. 31

Errori commessi. Spiegare le disavventure della politica come effetto di congiure e complotti è sempre segno di grave debolezza. Un modo per rifiutare la realtà quando questa risulta spiacevole. S’intende, i complotti talvolta esistono, ma sono efficaci se rivolti verso obiettivi circoscritti: ad esempio annichilire un avversario o tagliare le gambe a un candidato sgradito. Ne abbiamo avuto qualche esempio nella politica italiana degli anni recenti. Servono a poco, invece, quando c’è da approfondire le cause di una sconfitta. O riconsiderare una strategia sbagliata. Nel Pd la tensione interna è palpabile, ma non ha ancora dato luogo a un esame critico degli errori commessi nell’ultimo anno. Da quando la campagna sul referendum costituzionale — un momento non privo di solennità che richiedeva il massimo rispetto per il cittadino chiamato a esprimersi sulla Carta fondamentale — si trasformò nella battaglia personale di un uomo, Renzi, contro il resto del mondo. La mancata analisi di quella disfatta è all’origine della crisi che attraversa oggi il Pd. In mezzo ci sono tre passaggi solo in apparenza privi di nesso: la scissione; le primarie che hanno di nuovo consacrato Renzi segretario del partito; e le elezioni comunali, in cui il leader della formazione più importante è rimasto sempre silente e di fatto indifferente agli esiti del voto.

Le primarie dovevano restituire al Pd una salda leadership, dopo che Renzi aveva disatteso la promessa di ritirarsi dalla vita pubblica in caso di insuccesso al referendum. In pratica hanno suggellato il partito personale in un rapporto carismatico fra il leader e i suoi fedeli elettori. Gli altri, dirigenti e capi-corrente, sono una sovrastruttura destinata prima o poi a essere spazzata via (si veda la direzione composta da giovani militanti). Di conseguenza le elezioni amministrative sono apparse un accadimento minore sulla via dell’unica prospettiva che conta: le elezioni politiche da celebrare il prima possibile, così da affrettare il ritorno a Palazzo Chigi. In che modo? Attraverso quale percorso, considerando che non si prevede un vincitore sicuro e, anzi, i sondaggi delineano un Parlamento ingovernabile (“impiccato”, dicono gli inglesi)? Qui entra in gioco la straordinaria fiducia in se stesso di Renzi, il suo volontarismo. Se un milione e ottocentomila italiani mi hanno votato nelle primarie — ecco più o meno il ragionamento — cosa impedisce di credere che in proporzione una massa di italiani mi voterà alle politiche, consegnandomi una vittoria che gli scettici escludono e che invece è a portata di mano? A patto ovviamente di liberarmi di lacci e laccioli, cioè di tutti i notabili vecchi e nuovi. Anche se accampati all’esterno come il più insidioso di tutti: Romano Prodi.

Rischi notevoli. Questo spiega perché il magro bottino di domenica viene presentato come una mezza vittoria. Se la realtà non piace, meglio rimuoverla. E laddove la sconfitta non si può celare, va attribuita alla congiura dei nemici interni. «Non bisogna cambiare le decisioni del partito, bisogna cambiare il popolo» diceva Brecht in un famoso paradosso. In questo caso, gli elettori di Genova e delle altre città vanno messi fra parentesi perché disturbano, sono un ostacolo lungo il cammino che conduce alla grande sfida finale. Uno contro tutti, come sempre. Se questa è la scelta, i rischi sono notevoli. Gli stessi che si corrono puntando tutto su un numero alla “roulette”. Attendiamoci frizioni sempre più aspre. Quando un personaggio compassato come Franceschini o una figura storica come Veltroni lanciano l’allarme, vuol dire che è stato superato il livello di guardia. Il capo è stato plebiscitato dalle primarie, ma i dirigenti e i quadri intermedi sono disorientati e stanno perdendo la fiducia in lui.

È una contraddizione esplosiva che Renzi può sanare con una semplice mossa: rinunciando a candidarsi a Palazzo Chigi. Del resto, rinuncerebbe a qualcosa che in ogni caso è irrealizzabile. Quasi nessuno crede che possa essere lui il premier in grado di creare una coalizione: servirebbe una tendenza alla mediazione che non fa parte del bagaglio renziano. Inoltre, in un sistema proporzionale il presidente del Consiglio lo sceglie Mattarella. E a Palazzo Chigi oggi c’è un uomo, Gentiloni, che si fa apprezzare anche all’estero per il suo equilibrio. Un simile gesto, da parte di Renzi, restituirebbe pace al partito. Toglierebbe dal tavolo l’impressione che si sta giocando solo una spietata lotta di potere. E farebbe di Renzi un politico che sa pensare anche all’interesse generale, quando è necessario.

L’UMANITÀ SUL TITANIC DELLA STUPIDITÀ

giugno 16, 2017

L’AFRICA COME OGGETTO DELLA MIOPE DEPREDAZIONE OCCIDENTALE E LE MENZOGNE POPULISTE

dalla relazione di Giulio Albanese dal titolo: “Sud del mondo e nuove colonizzazioni” tenuta al Corso di formazione alla politica dei Circoli Dossetti il 16 aprile 2016, fonte: http://www.circolidossetti.it/giulio-albanese-centro-bene-comune-tempo-crisi/#albanese

La stupidità umana è stata definita dallo storico dell’economia Carlo Cipolla come il comportamento di chi provoca danni ad altri, senza trarne alcun beneficio per sé o addirittura subendone perdite. All’opposto è definito intelligente il comportamento che provoca vantaggi sia agli altri che a sé stessi. Incrociando queste due alternative si hanno altri due casi intermedi: il comportamento predatorio, di chi provoca danni ad altri per trarne vantaggi, e quello sprovveduto di chi danneggia sé stesso avvantaggiando gli altri. Una conseguenza della stupidità è il non saper cogliere la differenza tra complesso e complicato: quest’ultimo termine implica una logica, che consente di dipanare la matassa; invece nella complessità – connotazione più significativa della società moderna – manca una logica o ne coesistono diverse. Di fronte alla complessità pertanto occorre pazienza, umiltà e intelligenza per cogliere come evolverà, evitando le semplificazioni banalizzanti. La stupidità umana, annota Cipolla, è molto più diffusa di quanto non si pensi, per diverse ragioni: per ignoranza innanzitutto, ma anche perché gli stupidi sono portati più degli altri ad imitarsi ed aggregarsi. Invece gli intelligenti si dividono subito tra guelfi e ghibellini, essendo spesso affetti da autoreferenzialità. Così la stupidità, conclude Cipolla, rappresenta il pericolo di gran lunga maggiore per l’umanità, superiore anche a quello della predazione, delle mafie, delle guerre ecc. In un periodo di dilagante populismo, non è chi non veda l’interesse dell’intuizione di questo studioso italo-americano, che ci ha lasciato nel 2000.

Il fenomeno migratorio è forse quello che più si attaglia alla stupidità populista: guardiamo il dito invece della luna. Le migrazioni sono sempre avvenute, nella storia e nella preistoria, forse anche per la naturale tendenza dell’uomo a scoprire qualcosa di nuovo. Ma le grandi migrazioni storiche, come la calata dei barbari ai tempi dei Romani, sono preciso indicatore di un malessere in patria: siccità, fame, guerre, sfruttamenti… L’incapacità delle classi dirigenti romane a comprendere queste motivazioni reali fu la vera causa del fallimento romano. Forse quella situazione si sta ripetendo oggi da noi, col flusso dall’Africa, tanto sbandierato come pericolo dai populisti, senza voler vedere cosa avviene in realtà, cosa c’è dietro l’apparenza, né i vantaggi che potremmo trarne.

Speculazione. Chi ha avuto occasione di viaggiare in Africa (ad es. in Etiopia) ha potuto imbattersi in campi sterminati biondeggianti di grano, orzo ecc. Contemporaneamente il governo annunciava il pericolo di carestia. Come mai? Semplice. Il cereale viene raccolto, ceduto alle multinazionali dell’agrobusiness a cifre irrisorie, al ribasso, per consentire agli Stati di pagare gli interessi del debito. Il raccolto viene così sottratto al mercato e conservato in enormi silos, a ciascuno dei quali è associato un future, cioè un titolo finanziario, che comporta la vendita futura ad un prezzo prefissato. Il titolo poi è soggetto a contrattazione, nella borsa di Cicago o altre, e varrà tanto più quanto più è alta la domanda (cioè la fame). Ecco, c’è la tendenza a sottrarre derrate alimentari e far crescere la fame nella popolazione per lucrare maggiori guadagni speculativi: un comportamento a dir poco criminale da parte delle multinazionali dell’agrobusiness.

Il coltan è un altro caso esemplare di sfruttamento occidentale, specie in Sierra Leone e in Congo. Il coltan o rutilio è una lega naturale di columbio e tantalio: si tratta di metalli con qualità eccezionali di superconduzione, di resistenza alle variazioni di temperatura ecc. che li rendono indispensabili nelle moderne tecnologie aerospaziali, microprocessori, computer, smartphone, orologi e persino nella tecnologia militare (in sostituzione dell’uranio impoverito data la capacità di penetrazione). Sulla spinta della forte richiesta, il loro prezzo è arrivato a superare persino quello del platino. La raccolta del minerale è effettuata da giovani africani che grattano il terreno tutto il giorno per ricevere la sera la paga di ben ottanta centesimi di euro al giorno!

La logica predatoria dell’occidente in Africa può essere scoperta in mille altre situazioni. È emblematica quella della Repubblica Centrafricana. È un paese ricco di tante materie prime, petrolio, uranio, diamanti, oro. Ha una superficie due volte la Francia con una popolazione di soli 4 milioni e mezzo di abitanti. Se i centrafricani potessero godere della ricchezza del loro paese sarebbero più ricchi degli abitanti del Canton Ticino e invece sono un fanalino di coda a livello mondiale. Come per molti altri paesi africani i presidenti non sono espressione degli interessi del popolo, ma di interessi delle potenze occidentali. La prassi è la corruzione dei presidenti, che consentono l’accesso alle risorse del paese africano. Alcuni anni fa il presidente centrafricano Bozizé, dopo aver cercato invano di ottenere maggiori royalties da Sarkozy prima e da Hollande poi, accettò la ben più vantaggiosa offerta della Cina. Il giorno prima della firma dell’accordo è scoppiata la ribellione dei Seleka, che lo ha deposto. Si sono demonizzati i Seleka come jihadisti, criminali; ma non è stato detto che al loro interno vi erano mercenari francesi della legione straniera. Analogamente è inutile che Hollande piangesse le vittime di Charlie Hebdo o del venerdì nero del Bataclan, perchè il suo governo con quei criminali ci andava a braccetto (dieci giorni prima degli attentati di Parigi è andato a Riad a firmare accordi con le petro-monarchie).

La massoneria è un ulteriore fattore di complessità e di confusione. Ad essa aderiscono quasi tutti i presidenti dei paesi africani, così come quelli francesi e di altri paesi. Mentre fino a ieri c’erano in Africa logge massoniche di obbedienza occidentale, quindi legate alle logge francesi, inglesi, americane, oggi stanno nascendo le logge autoctone che sono deiste (anche islamiche), quindi non più esoteriche; interloquiscono con cinesi, wahabiti e salafiti.

In definitiva, abbiamo dato qualche flash sul malessere africano che genera le tanto deprecate migrazioni: sono essenzialmente dovute alla predazione occidentale, altro che “aiutiamoli a casa loro”: dobbiamo semplicemente derubarli meno! Ma se è vero quello che sostiene Cipolla, questa depredazione non è il massimo del danno: quello maggiore deriva dalla stupidità di chi fa male contemporaneamente a sé stesso e agli altri. Un esempio macroscopico potrebbe essere la guerra: forse un tempo il bottino poteva in parte compensare le perdite, ma pensarlo valido ancora oggi è solo di menti malate. Altri esempi recenti potrebbero essere la Brexit o l’elezione di Trump, entrambe determinate da spinte irrazionali e demagogiche. Bisogna specificare che l’intuizione di Cipolla non comporta alcun giudizio morale, ma è soltanto una costatazione di fatto: chi ha votato per la Brexit o per Trump può avere tutte le ragioni soggettive di questo mondo, ma il giudizio obbiettivo dei posteri difficilmente potrà valutare positivamente quelle scelte. Da questo punto di vista forse Cipolla ha davvero ragione: il massimo del danno deriva dalla stupidità. Resta a ciascuno di noi il compito di cercare di ridurre la stupidità umana. Da parte nostra, di operatori della comunicazione, cerchiamo di seguire la “regola della minigonna”: abbastanza corta da suscitare interesse, abbastanza lunga da coprire l’essenziale, con uno spacco che evoca ulteriori approfondimenti e non erudita ma, soprattutto, aderente alla vita. Buona comunicazione a tutti!

VERSO UNA NUOVA CULTURA DEL LAVORO?

giugno 16, 2017

PRIMA ANCORA CHE UN DIRITTO IL LAVORO È UN BISOGNO, INDISPENSABILE NELLA FORMAZIONE DELLA PERSONA. LO STATO NON DEVE EROGARE UMILIANTI SUSSIDI, MA PREDISPORRE ATTIVITÀ VOLTE ANZITUTTO ALL’APPRENDIMENTO

Spunti dal saggio di Stefano Zamagni: Libertà del lavoro e giustizia del lavoro, Quaderni di economia del lavoro n. 105, 2016, Franco Angeli, pp.59-79

Il male radicale risiede nella volontà perversa di rendere gli uomini superflui” (Hannah Arendt)

Parlando di lavoro è bene aver presenti alcune grandi tendenze in atto:

1) Dalla produzione alla finanza. Da tempo ormai, da quando si è introdotto il taylorismo e la produzione in serie, il baricentro dell’economia si è spostato dalla produzione al consumo: diventa necessario vendere, convincere all’acquisto i consumatori – che si rivelano così più significativi degli stessi produttori. Nell’azienda diventa più importante chi sa fare pubblicità e vendere rispetto a chi sa produrre bene. Oggi questa tendenza si è ulteriormente spostata verso la finanza, che, specie con la speculazione, consente ad alcuni guadagni strepitosi senza lavorare. La finanza speculativa sarebbe diventata, secondo alcuni, il primum movens della creazione di ricchezza: un’opinione davvero strana, se si pensa che nella speculazione quanto guadagnato da qualcuno è perso da qualcun altro. Così il lavoro è andato sempre più appannandosi nella nostra cultura, si sono dimenticati i valori che rivestiva in tempi precedenti e il significato profondo che assume nella vita delle persone. Qualità e natura del lavoro erano state a lungo approfondite, anche perché per secoli l’umanità si era attenuta all’idea che il lavoro fosse all’origine della creazione di ogni ricchezza, e così pure i primi economisti (come Adam Smith nella sua opera fondamentale: La ricchezza delle nazioni).

2) Dal lavoro come posto al lavoro come opera. A partire dalla rivoluzione commerciale del 11° secolo si afferma gradualmente l’idea del lavoro artigianale, che realizza l’unità tra attività e conoscenza, tra processo produttivo e mestiere – termine quest’ultimo che rinvia a maestria. Con l’avvento della rivoluzione industriale prima e il fordismo-taylorismo poi, invece del mestiere avanza l’idea di mansione (insieme di attività parcellizzate), che a sua volta allude al posto di lavoro: dove si svolgono queste mansioni. È ben noto però che ne sono derivate diverse forme di sfruttamento e alienazione, che ponevano l’esigenza di liberarsi da questo tipo di lavoro – il tempo libero, appunto, è quello liberato dal lavoro (peraltro oggi una piccola frazione, circa 1/3, del tempo totale). In ogni caso, i posti di lavoro oggi vanno drammaticamente diminuendo a favore di altre forme di collaborazione (e spesso di sfruttamento). Quelli che un tempo erano contratti atipici rischiano di diventare tipici.

3) Dalla libertà nel lavoro alla libertà del lavoro. Quest’ultima può essere definita come la libertà di scegliere quelle attività che sono in grado di arricchire la mente e il cuore di chi le svolge. Seguendo pertanto gusti e attitudini personali. Si tratta in sostanza di una domanda di qualità della vita, che non va ricercata dopo il lavoro, come avveniva in precedenza, ma nel lavoro, perché l‘essere umano incontra la sua umanità mentre lavora. Di qui l’urgenza di cominciare ad elaborare un concetto di lavoro che per un verso vada oltre l’ipertrofia lavorativa tipica dei tempi nostri (il lavoro che riempie un vuoto antropologico crescente) e per l’altro verso valga a declinare l’idea di libertà del lavoro. In molti casi questo potrebbe essere considerato come un obiettivo utopico, ma vedremo che non è impossibile renderlo raggiungibile, anche perché dipende in parte dalle nostre scelte di consumatori.

4) Dai beni economici ai beni relazionali. La teoria economica ha quasi totalmente ignorato i beni relazionali, quelli cioè che discendono dai rapporti interpersonali e riguardano una domanda di attenzione, di cura, di servizio, di partecipazione. Sono la fonte principale della felicità umana (famiglia, amici…), mentre l’economia ha concentrato l’attenzione sul possesso o la disponibilità dei beni di mercato e sulla loro “utilità”. Di recente è stata riscoperta l’importanza della relazionalità anche nell’economia, ad es. nella capacità di fare squadra, nella possibilità di evitare certe situazioni distruttrici di ricchezza, come le formazioni monopolistiche derivanti dalla competizione posizionale: si verifica questo caso quando – anche per motivi extra-economici, come il prestigio – si considera il competitore un nemico da eliminare (atteggiamenti aggressivi tipo mors tua vita mea, ovvero homo homini lupus). Meglio sarebbe la convivenza pacifica, dalla quale possono anche derivare stimoli reciproci al miglioramento. L’antidoto alla posizionalità è appunto la relazionalità. Ha anche un ruolo fondamentale nell’educazione. Non potrà mai essere affidato a una macchina lo sviluppo della relazionalità. Inoltre è un bene che, come altri beni immateriali, con l’uso si accresce (mentre quelli di mercato si esauriscono).

Beni comuni. Qui si aprono prospettive ampie e inaspettate: si può intravvedere la possibilità di uscire dalla tradizionale economia della scarsità (il prezzo ne è l’indicatore) per passare a una inedita economia dell’abbondanza. Non però di beni economici e materiali (emblematico è il cibo, che a livello di quantità e qualità oggi raggiunto è diventato la causa prima delle nostre malattie “del benessere”) ma abbondanza di beni relazionali e di beni comuni. Questi ultimi sono i beni che appartengono a una collettività, in contrapposizione ai beni privati, che appartengono ai singoli. Sono diventati importanti specie in relazione a recenti preoccupazioni, come riscaldamento globale, perdita di biodiversità, degrado di ecosistemi unici, tutti beni comuni che appartengono all’intera umanità. Ma sono assai significativi anche quelli che appartengono a una comunità più ristretta, come l’equilibrio idrogeologico delle nostre montagne, il valore estetico e culturale dei borghi appenninici distrutti dal recente terremoto, ecc. Se noi consumatori attribuissimo più valore ai beni comuni e a quelli relazionali, si aprirebbero anche grandi possibilità di lavoro e crescita umana.

Il lavoro è un bisogno insopprimibile della persona. Sessant’anni fa, ai tempi della grande crisi, Keynes giudicava la disoccupazione di massa in una società ricca una vergognosa assurdità, che è possibile eliminare. Oggi la ricchezza materiale è cresciuta assai ed è ancor più vergognoso che non ci si preoccupi di chi non lavora, in attesa forse di una improbabile “magia” (o ideologia) del mercato. La disoccupazione è uno spreco umano prima che economico. È anche il terreno su cui attecchisce la mala pianta della corruzione e delle mafie. Quello che più spaventa è il livello raggiunto nel nostro paese dai NEET (not in education, employment or training) cioè di coloro che non trovando lavoro, non studiano né lo cercano, preparandosi: hanno perso ogni fiducia nel futuro. Nella media italiana la loro quota sui giovani (15-29 anni) è poco superiore a un quarto, ma nel Mezzogiorno supera nettamente la metà. Quello che va detto è che il lavoro – prima che una utilità economica e un diritto sancito dalla nostra Costituzione – è un bisogno, indispensabile per lo sviluppo della persona e la costruzione della propria identità, come spiegano gli psicologi. Con il lavoro si impara a conoscere sé stessi e a realizzare il piano di vita. Se è vero che “facendo si impara” ancor più vero è che “si disimpara non facendo”.

In definitiva. Il grande economista Keynes, forse la mente più feconda tra gli economisti del secolo scorso, sosteneva che, per assurdo, pur di non avere disoccupazione, lo Stato dovrebbe finanziare lavori inutili, come quello di scavare fosse e poi richiuderle. Oggi, nell’era dell’informatica e dell’automazione che elimina posti di lavoro, un discorso simile non perde la sua validità di fondo: non si tratta certo di fare attività fisiche, eseguite forse meglio dalle macchine, ma attività mentali per conoscere le macchine stesse, ma soprattutto il contesto umano, sociale, politico, ambientale… con le più diverse possibilità di inserimento lavorativo, che devono poter essere offerte a chiunque ai diversi livelli. Oggi il problema occupazionale è aggravato dal fatto che con la globalizzazione si impone ovunque la competitività, mentre in precedenza si potevano trovare spazi protetti che facevano da spugna per l’occupazione. Ma ciò che più importa è l’atteggiamento culturale con cui si guarda al problema del lavoro: l’uomo è molto più di una macchina, e dovrà essere valorizzato in lui tutto ciò che una macchina non potrà mai dare: relazionalità, creatività, partecipazione e altri valori umani.

IL LAVORO NELLA COSTITUZIONE ITALIANA

giugno 15, 2017

RUOLO CENTRALE. MA INATTUATO. INATTUABILE?

A cura di Stefano Briganti del Comitato Difesa Costituzione Merate

Democrazia e lavoro: due parole che possono costituire la chiave di lettura di tutta la Costituzione e la cultura dei padri costituenti. Uscivano dalla spaventosa tragedia della guerra mondiale e dal ventennio di ottuso autoritarismo fascista, basato su apparenze, demagogia, populismo, propaganda o, meglio, pubblicità istituzionale. Erano animati da forti idealità, decisi a superare queste brutture, evitando che si ripetessero nel futuro. Il clima era quello della ricostruzione: attivo, operativo. In economia erano comunemente accettate le idee keynesiane che assegnano allo Stato il compito di guidare la ricostruzione e la ripresa economica. Era ovvia la scelta della centralità al lavoro, come suggello della riconquistata democrazia. Anche in economia il lavoro godeva di una centralità che oggi vorrebbe essere scalzata da finanza e speculazione, ma che è da riscoprire (v. Riscoprire la centralità del lavoro).

La centralità del lavoro nella nostra Costituzione del 1948 appare subito dalle sue primissime parole: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (art.1). Riemerge anche in altri articoli tra i primi 12, quelli denominati col titolo di “Principi fondamentali”:

– “Tutti i cittadini hanno pari dignità… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (art.3)

– “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art.4).

Sebbene la Costituzione affermi soltanto, all’ultimo articolo, il 139, che “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”, l’opinione prevalente nella giurisprudenza è che tutti i Principi fondamentali contenuti nei primi 12 articoli – a maggior ragione quelli sul lavoro, dato il valore fondante – non possano in nessun caso essere modificati.

Crescita dei lavoratori. Il ruolo fondante del lavoro riemerge ancora nel titolo terzo della Carta, riguardante i Rapporti economici, almeno in questi altri punti:

– “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.

Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.

Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro” (art.35).

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi” (art.36).

– “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia, disoccupazione involontaria” (art.38).

– “L’iniziativa economica privata … non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art.41).

Difficoltà. Come si vede c’è nella Costituzione una buona “piattaforma” di tutela e valorizzazione del lavoro nel nostro paese. Tuttavia nella storia successiva non sono mancate difficoltà che l’hanno in parte paralizzata, provenienti anzitutto da due ambiti: l’economia con le sue crisi e l’Europa con i suoi dettami. Nell’economia è entrato in crisi negli anni ’70 il modello keynesiano, sulla spinta di fenomeni mondiali, come la crisi dell’energia e di altre materie prime, nonché il verificarsi di fenomeni inediti, come la stagflazione. Così il pensiero liberista – sempre forte perché sostenuto dalle classi dominanti – ha ripreso vigore e si è imposto nel mondo cavalcando altri fenomeni radicali come la globalizzazione e la finanziarizzazione. Sono stati spostati altrove posti di lavoro e occasioni di investimento, indebolendo a fondo le capacità contrattuali dei lavoratori. Si aggiunga poi la grande crisi che ha frenato l’economia mondiale dopo il 2008, colpendo in particolare i paesi meno preparati, come il nostro. Anche nell’Europa è prevalsa l’ideologia liberista (si veda ad es. Ordoliberalismo) che rifugge dall’indebitamento e dalle politiche keynesiane di piena occupazione. Le conseguenze sono state evidenti: l’Europa (e ancor più il nostro paese) ha sofferto la crisi assai più degli Stati Uniti, che invece hanno adottato politiche economiche espansive.

La contraddizione tra il nostro dettato costituzionale e le imposizioni dell’Europa è stata rilevata dagli studiosi più acuti. Raniero La Valle vede il tentativo (fallito) di cambiare la Costituzione lavorista del ’48 come un adeguamento alla logica mercatistica dell’attuale Europa, sostituendo la sovranità dei mercati a quella del popolo (si veda ad es. La verità del referendum). “La piena occupazione non è un’opzione facoltativa, una variabile dipendente dalle scelte ideologiche dei governanti, è un obbligo costituzionale, è ciò che la Repubblica, secondo la Costituzione, non può non fare.” (I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma).

In definitiva, difendere e valorizzare il lavoro con l’obbiettivo primario e possibile della piena occupazione, significa riscoprire uno dei valori più profondi che i nostri padri costituenti hanno perseguito per uscire dal disastro bellico e fascista. Oggi i poteri dominanti – che controllano gran parte dei media e dell’opinione pubblica – sono ancora strettamente legati al pensiero liberista e degradano il lavoro alla stregua di qualsiasi altro mezzo di produzione – da sostituire con le macchine non appena la tecnologia lo consenta. Noi del Comitato difesa e attuazione della Costituzione Merate riteniamo che valori come quelli del binomio democrazia e lavoro siano tutt’altro che superati. Al contrario sono da riscoprire anche per superare le attuali difficoltà. Accogliamo l’invito del prof. Viroli a custodire il patrimonio di valori della Costituzione e mettiamo a disposizione competenze e materiale didattico accumulati in un decennio di attività per chiunque ne faccia richiesta.

3) IL PEGGIORAMENTO DEL CONTESTO LAVORATIVO

giugno 15, 2017

DALLA LEGGE BIAGI (2003) AL JOBS ACT (2015) IL LAVORO SEMPRE PIÙ PRECARIZZATO E INDEBOLITO NELLA LOGICA LIBERISTA, SENZA UNA STRATEGIA DI RISCATTO

di Stefano Briganti e Lelia Della Torre (del Comitato Difesa Costituzione Merate)

Flessibilità. Il sistema produttivo italiano si è adattato prontamente alle difficoltà economiche provenienti dall’esterno, agendo in particolare su due fronti: il primo a breve termine con la richiesta di allineare il costo del lavoro (costo fino ad allora fisso in virtù dei contratti nazionali e dello statuto del lavoratori) alla variabilità e alle fluttuazioni della produzione; il secondo fronte è invece quello di delocalizzare parte o tutta la produzione in paesi con costo più basso di manodopera, purché non priva di qualifiche e specializzazioni. La flessibilità di produzione del sistema industriale era indicata come una delle motivazioni principali del disegno di legge n. 848 presentato in Senato nel 2001 e qui approvato il 25 settembre 2002. Un mese dopo, il 30 ottobre, la Camera lo modificava rinviandolo al Senato che quindi lo approvava definitivamente il 5 febbraio 2003.

Legge Biagi. La legge così approvata si basava sul «disegno riformatore del mercato del lavoro in Italia contenuto nel Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità» redatto da un gruppo di lavoro coordinato da Maurizio Sacconi e Marco Biagi. Quest’ultimo poi nel 2002 fu ucciso proprio per tale Libro Bianco; pertanto la legge in questione è conosciuta come Legge Biagi. Essa introdusse diverse novità e nuove tipologie di contratti di lavoro. L’intento del legislatore era basato sul presupposto secondo cui la flessibilità in ingresso nel mercato del lavoro è il mezzo migliore, nella attuale congiuntura economica, per agevolare la creazione di nuovi posti di lavoro e inoltre che la rigidità del sistema crea spesso alti tassi di disoccupazione. Il contratto tipico e più discusso, figlio della Legge Biagi, era il Contratto di Collaborazione a Progetto (Co.Co.Pro.).

Il Co.Co.Pro. Secondo taluni questo contratto nella pratica comportò l’abolizione sostanziale di diversi diritti per il lavoratore, distinguendo radicalmente i diritti di chi lavorava a tempo indeterminato con chi era Co.Co.Pro. Questa tipologia di contratto ha come termine il completamento del progetto contrattuale, ma ha operato una profonda modifica nei diritti del lavoratore a progetto: abolisce completamente le ferie, la malattia, i permessi, la maternità (in questo caso può concludere il contratto ed esservi licenziamento al rientro); persino i versamenti pensionistici non hanno lo stesso valore di un eguale lavoratore a tempo indeterminato. L’aspetto maggiormente discusso del contratto a progetto, è che viene definito lavoro non subordinato (si parla di lavoro parasubordinato), produttore di redditi che già dal 2001 erano assimilati fiscalmente ai redditi da lavoro dipendente. In sostanza si tratta di un sistema per eludere alcune tutele previste per i lavoratori dalla nostra Costituzione (titolo terzo), evadere oneri contributivi e non rispettare il minimo salariale sindacale previsto dal rapporto da lavoro dipendente. Si tratta dunque di una legge incompiuta che ha colpito in maniera massiccia i giovani: in particolare quelli che si sono affacciati al mondo del lavoro dopo il 2003. Sostanzialmente è stata ridotta la loro stabilità lavorativa ed eliminati i diritti sanciti dallo Statuto dei lavoratori e dai contratti collettivi.

Jobs act. Nel 2008 quando gli effetti della grande crisi stavano diffondendosi su tutto il sistema finanziario mondiale, l’Italia si trovò così ad avere già un mondo lavorativo in una buona misura “precarizzato” e privato dei riferimenti solidi che venivano dai Contratti Nazionali e dallo Statuto dei Lavoratori del 1970. Arriviamo sette anni dopo, nel 2015, con il Jobs Act di Matteo Renzi alla revisione dello Statuto dei Lavoratori con l’abolizione dell’Articolo 18 sulle tutele dei lavoratori circa il licenziamento, con la cancellazione di tutti i contratti di natura Co.Co.Pro e i contratti atipici evolutisi dopo il 2003, l’introduzione di un “Contratto a Tempo indeterminato a tutele crescenti” e il definitivo stravolgimento dell’applicabilità della Legge Biagi con l’introduzione (e utilizzo selvaggio) dei voucher.

Tutele crescenti? A dispetto del nome, il contratto in parola non introduce una nuova tipologia contrattuale, bensì un nuovo regime sanzionatorio per le ipotesi di licenziamento illegittimo, destinato a sostituire la disciplina prevista dall’art. 18 della Legge n. 300 del 1970 (Statuto dei Lavoratori). Rispetto alle tutele offerte dall’art. 18, la nuova disciplina restringe ulteriormente le ipotesi di reintegrazione del lavoratore, individuando nel pagamento di un’indennità risarcitoria la sanzione principale applicabile in caso di licenziamento illegittimo. A tal scopo vale la pena ricordare che la tutela speciale determinata dall’articolo 18 consentiva al dipendente licenziato illegittimamente, in sintesi, di essere reintegrato nel posto di lavoro o, su sua opzione, ad un’indennità sostituiva pari a 15 mensilità di retribuzione globale di fatto, fermo restando, in entrambi i casi, il diritto al risarcimento del danno. L’espressione “tutele crescenti” fa in particolare riferimento alle modalità di calcolo di detta indennità, il cui ammontare è parametrato all’anzianità di servizio maturata dal dipendente al momento del licenziamento.

Licenziamenti facili e rapidi. In base alla nuova disciplina, la reintegrazione non è più prevista per i licenziamenti illegittimi per mancanza di giusta causa o giustificato motivo e resta solo per:

  • i licenziamenti discriminatori;
  • i licenziamenti nulli per espressa previsione di legge;
  • i licenziamenti orali;
  • i licenziamenti in cui il giudice accerta il difetto di giustificazione per motivo consistente nella disabilità fisica o psichica del lavoratore;
  • i licenziamenti disciplinari in relazione ai quali sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore.

Il decreto si occupa anche dei dipendenti da aziende che non raggiungono le soglie numeriche richieste per l’applicazione dell’art. 18, introducendo un sistema che esclude la reintegrazione nell’ipotesi del licenziamento disciplinare dichiarato illegittimo per insussistenza del fatto materiale e prevede un’indennità risarcitoria dimezzata. Tra le novità introdotte dal decreto c’è anche una nuova procedura conciliativa, che ha l’obiettivo di rendere più rapida la definizione del contenzioso sul licenziamento, e che prevede l’immediato pagamento, da parte del datore di lavoro, di un indennizzo in una misura compresa tra 2 e 18 mensilità. Ancora sotto il profilo procedurale, il decreto stabilisce che ai nuovi assunti non si applica la preventiva procedura di conciliazione davanti alla Direzione territoriale del lavoro, introdotta dalla riforma del 2012 per le ipotesi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Questo ovviamente velocizza gli iter di licenziamento a discapito del lavoratore che non può avvalersi di una controparte che eventualmente lo tuteli (Direzione territoriale del lavoro) davanti al datore di lavoro nella procedura di risoluzione del rapporto di lavoro.

2) LA SVOLTA LIBERISTA: LIBERE VOLPI IN LIBERI POLLAI

giugno 15, 2017

BENEFICI SOLTANTO PER I POTERI FORTI

di Stefano Briganti e Lelia Della Torre (del Comitato Difesa Costituzione Merate)

Fatti traumatici. Le contestazioni studentesche del 1968 misero in evidenza la permanente subordinazione dei lavoratori (oltre che dei giovani), fino ad avanzare dubbi sulla validità dello sviluppo che si stava perseguendo: basato sul consumismo, la creazione di bisogni sempre più superflui, attraverso pubblicità e media. Uno sviluppo che talvolta si rivelava persino dannoso (si pensi agli incidenti o al consumismo alimentare) e che in ogni caso aveva una componente predatoria: venivano depredate le materie prime del terzo mondo, le loro risorse umane migliori (con la fuga dei cervelli), venivano compromessi gli equilibri climatici, ecc. Qualche anno dopo si ebbero altri fatti traumatici con le crisi dell’energia (da noi nel 1973 e poi ancora nel 1979). I produttori di petrolio avevano compreso che conveniva associarsi in un cartello, anziché restare in concorrenza tra di loro. Così, grazie a questa posizione monopolistica, i prezzi del petrolio (e a cascata delle altre fonti energetiche) si impennarono, creando vari turbamenti nelle economie occidentali.

Avvento del liberismo. Essendo ormai cessata la spinta propulsiva della ricostruzione post bellica, le economie occidentali entrarono in recessione. Si verificò anche un fenomeno inedito, che non era stato previsto da Keynes: la stag-flazione, cioè la presenza contemporanea di stagnazione e inflazione: due fenomeni che, secondo il pensiero keynesiano, dovrebbero essere incompatibili. Anche prendendo a pretesto questa incongruenza, il pensiero liberista – da sempre preferito dalle classi dominanti – fu rilanciato fortemente e si affermò quasi ovunque nel mondo: nelle università, nei media, in politica. I premi Nobel per l’economia andarono tutti a pensatori liberisti, restando esclusi quelli keynesiani (e ancor più quelli di ispirazione marxista). Per vincere le cattedre di economia si doveva (e ancor oggi si deve) pubblicare sulle riviste main stream, cioè liberiste; e si dà il caso di docenti di ispirazione keynesiana che l’hanno tenuta nascosta, manifestandola solo dopo aver conquistato la cattedra. L’avvento al potere della Thatcher e di Reagan, prima, e poi il crollo del “muro di Berlino” sancirono “definitivamente” la vittoria del liberismo, col conseguente abbandono delle politiche sociali e l’avvio di numerose privatizzazioni. Tra queste è da ricordare per il nostro paese in particolare la dismissione dell’IRI, smembrato e svenduto, che comportò oltretutto la perdita di un inestimabile patrimonio umano e tecnologico.

Pensiero unico. Col liberismo si fa strada la retorica per cui tutto ciò che è pubblico diventa oggetto di disprezzo, viene ammirato in modo acritico il mercato, che deve essere libero da lacci e lacciuoli, la crescita deve essere senza fine, ciò che conta in modo quasi ossessivo è la creazione della ricchezza aldilà di qualsiasi problema di risorse e di impatto ecologico. Si afferma il principio che il calcolo economico può dare i migliori risultati quando viene applicato ad ogni aspetto della società e dell’esistenza umana, lo Stato deve lasciare assolutamente libero il capitale, ogni persona deve far fronte al proprio destino con i propri mezzi assumendosi i propri rischi. Pensatori neoliberali sono all’opera per convincere, per fabbricare un consenso collettivo sulla necessità di rendere il lavoro flessibile, ridurne il costo, tagliare lo stato sociale, privatizzare ferrovie, trasporti pubblici locali, scuola pubblica, università, telecomunicazioni, sanità; persino l’acqua a dispetto del referendum 2011. Tramite Tv e giornali viene esercitata una egemonia culturale e si afferma il pensiero unico neoliberista, secondo il quale “non ci sono alternative”.

Prevale il potere economico. Le imprese, in teoria, dovrebbero fare quello che è loro concesso o incentivato dal quadro legislativo. La realtà è piuttosto l’inverso: sono le leggi ad essere fatte secondo i desideri delle imprese o, più in generale, del potere economico, anche attraverso l’opera dei lobbisti: solo a Bruxelles se ne contano ben 20.000, oltre a quelli che operano a livello nazionale. Si spiega così come la svolta liberista in realtà abbia portato all’affermazione di interessi particolari su quelli generali, consentendo ad es.:

  • alle banche di operare legalmente nel proprio interesse, impedendo alle autorità di sorveglianza di eccepire alcunché sul colossale volume di denaro fittizio messo in circolazione;
  • di abbassare l’aliquota sui redditi più elevati (passata in Italia dal 72% nei primi anni ‘80 al 43% di oggi);
  • forme diffuse di elusione ed evasione fiscale per i grossi capitali;
  • di tagliare i fondi per la scuola pubblica, l’università e la ricerca: investimenti a lungo termine che solo lo Stato può fare per il bene della collettività.

Il lavoro penalizzato. I top manager, essendo a conoscenza delle vicende che modificano i prezzi (specie nei mercati azionari), riescono ad attribuirsi remunerazioni esorbitanti (in media 300 volte la paga di un operaio, ma anche 1000 volte negli USA, mentre fino agli anni ‘80 i compensi raramente superavano le 40 volte). Di contro le altre forme di lavoro sono sempre più flessibili e precarie. Flessibili sono lavori a tempo determinato, a tempo parziale, lavori in affitto, lavori parasubordinati; la precarietà si manifesta nella insicurezza, instabilità, brevità. Richiedono alle persone di adattare ripetutamente l’organizzazione della propria esistenza alle esigenze produttive. Non consentono di accumulare alcuna significativa esperienza professionale. Non permettono di fare previsioni o progetti di vita. Sono spesso stressanti perché prevedono maggiori carichi di lavoro e minori pause. Il risultato finale di questa penalizzazione del lavoro può essere condensato in questo dato: nell’ultimo quarto del secolo scorso la quota salari sul PIL è crollata di più di 10 punti. Questa percentuale corrisponde a soldi che, invece che ai lavoratori, sono andati ad aumentare rendite e profitti, spesso parassitari.

In definitiva, come si vede, le volpi, cioè i poteri forti, prevalgono sempre più. Chi paga sono i polli, cioè noi, che spesso neppure ci accorgiamo… di essere spennati. E magari siamo anche liberisti!

1) LE CONQUISTE DEL “MIRACOLO ECONOMICO”

giugno 15, 2017

CONTRATTI DI LAVORO E STATUTO DEI LAVORATORI RESI POSSIBILI DALLA CONGIUNTURA FAVOREVOLE

di Stefano Briganti e Lelia Della Torre (del Comitato Difesa Costituzione Merate)

Stato sociale. Due sono i principali fattori oggettivi dello sviluppo sostenuto che ha beneficiato i paesi occidentali nel dopoguerra, cioè negli anni ‘50 e ‘60: la spinta fornita all’economia dalla ricostruzione dopo il disastro bellico e la disponibilità di materie prime a prezzi favorevoli, in particolare di energia, che l’Occidente pompava in abbondanza a costi irrisori dai paesi poveri. Molto importante è stato anche un fattore soggettivo o ideologico: aveva una forte considerazione l’idea keynesiana che lo Stato dovesse intervenire nell’economia per guidarne ripresa e sviluppo, nonché per attuare la redistribuzione dei redditi e delle ricchezze attraverso la progressività del sistema tributario. In questa logica era possibile il rafforzamento dei sindacati e dei partiti di sinistra, che sono spesso riusciti a conquistare il governo o a condizionarlo fortemente, come in Italia. Con la redistribuzione della ricchezza – in parte prodotta ed in parte depredata al terzo mondo – si è costruito quel capolavoro politico che è stato chiamato “lo Stato sociale”, nel quale i lavoratori avevano accesso a nuovi diritti “dalla culla alla bara” e contavano di più sul piano politico.

Il lavoro non è una merce (quindi non può essere gettato quando non serve più): questa è la solenne affermazione che già nel 1944 era stata fatta dall’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) nella “Dichiarazione di Filadelfia”, in cui inoltre si definivano diritti umani ed economici di base secondo il principio che «la povertà, ovunque esista, è pericolosa per la prosperità di tutti». Queste affermazioni sembrano a noi oggi piuttosto vane perché i rapporti di forza tra il datore di lavoro e il lavoratore, da sempre evidentemente a favore del primo (il lavoratore impegna il proprio essere, il datore il proprio avere), sono tornati squilibrati dopo le conquiste del ventennio post bellico, come si vedrà. Sempre al fine di contenere lo squilibrio di potere tra lavoratori e datori, va menzionato il diritto del lavoro, cioè quel complesso di norme che conferiscono dignità al lavoratore e lo fanno crescere.

I contratti nazionali furono tra le prime conquiste sindacali. In attuazione dell’art. 39 della Costituzione e per conseguire un migliore rapporto tra lavoro svolto e salari percepiti vennero stipulati i contratti nazionali per categorie di produzione (es. metalmeccanici, bancari, tessili, etc) che regolavano i salari minimi per tutti i lavoratori della categoria. I sindacati riuscirono anche a far inserire meccanismi per compensare i lavoratori contro la svalutazione della moneta, introducendo nel salario una parte legata alla inflazione (la scala mobile). Inoltre venivano definiti i diritti e i doveri dei lavoratori che dovevano essere rispettati dall’azienda verso i dipendenti e dai dipendenti verso l’azienda. Ecco ad es. il contenuto di un contratto collettivo di lavoro:

  1. Paga oraria definita e aggiornata in base agli indici ISTAT della inflazione e alla anzianità di lavoro

  2. Orario di lavoro definito: 40 ore a settimana con due giorni di riposo

  3. Modalità di erogazione e di retribuzione di ore lavorate in turni festivi e notturni

  4. Diritto alle ferie e assenze per malattia retribuite

  5. Assicurazione per incidenti sul lavoro.

Il lavoro a cottimo, veniva scoraggiato con i contratti nazionali. Si tratta di una modalità retributiva diffusissima ancora nel dopoguerra, secondo la quale il lavoratore viene pagato in base alla quantità di “prodotto” realizzato. Tipico esempio è nell’edilizia (per metro quadro lavorato) o nell’agricoltura (per peso di prodotto agricolo o per estensione di terreno lavorato). Spesso con il cottimo non c’è un tetto alle ore di lavoro e non sono previste ferie o malattie retribuite.

Lotte sindacali. I contratti venivano rivisti e aggiornati periodicamente tra le rappresentanze di lavoratori (i sindacati) e le rappresentanze delle aziende (Confindustria). Tali revisioni erano spesso oggetto di lotte lunghe e aspre tra le parti: i lavoratori manifestavano compatti per le loro ragioni con scioperi o con altre azioni di protesta. Talvolta si ebbero reazioni estreme, come nel caso degli 11 morti a Portella delle Ginestre nel 1947 (da qualcuno considerata la prima strage di Stato). Altre volte si raggiunsero dimensioni epiche come nell’autunno “caldo” del 1969, con la discesa in campo di oltre cinque milioni di lavoratori tra industria, agricoltura e trasporti.

Lo statuto dei lavoratori (legge n.300 del 1970) può essere considerato il coronamento delle conquiste sindacali del dopoguerra. La disposizione più significativa è quella del famoso art.18: fa riferimento alla reintegrazione nel posto di lavoro (o l’indennità sostitutiva) in caso di licenziamento illegittimo (ovvero effettuato senza comunicazione dei motivi, ingiustificato o discriminatorio). Nonostante l’opposizione dei sindacati, la norma è stata attenuata o pressoché eliminata prima nel 2012 con la riforma del lavoro Fornero durante il governo Monti e poi con il Jobs Act del governo Renzi. Fino agli anni ‘90 le aziende assumevano principalmente con gli schemi di riferimento dei Contratti nazionali e dello Statuto dei lavoratori del 1970.

In definitiva lo scenario qui sommariamente tracciato ha garantito dal dopoguerra fino ad oggi che la generazione successiva potesse godere di un maggior benessere della generazione precedente. Ovvero i padri, con il loro lavoro, facevano sì che i figli potessero accedere a livelli di lavoro superiori ai propri e perciò ad un migliore benessere. Oggi però questa prospettiva sembra definitivamente invertita (v. Più poveri dei genitori Rampini) anche a livello globale: le nuove generazioni plausibilmente avranno a disposizione minori quantità di beni materiali (anche per i limiti che il riscaldamento globale impone alla crescita economica). Potranno però compensare la carenza materiale con la rivendicazione di maggiori conoscenze e altri beni immateriali.

UN’ALLEANZA POPOLARE PER LA DEMOCRAZIA E L’UGUAGLIANZA

giugno 8, 2017

MOTIVAZIONI DELLA CONVOCAZIONE PER IL 18 GIUGNO A ROMA

di Anna Falcone e Tomaso Montanari, Il Manifesto 06.06.2017

È necessario uno spazio politico nuovo, ci vuole una sinistra unita e una sola, grande lista di cittadinanza aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati. Siamo di fronte ad una decisione urgente. Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di prospettive. La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da fame.

La diseguaglianza è la grande questione del nostro tempo. L’infelicità collettiva generata dal fatto che pochi lucrano su risorse e beni comuni in modo da rendere infelici tutti gli altri. La scandalosa realtà di questo mondo è un’economia che uccide: queste parole radicali – queste parole di verità – non sono parole pronunciate da un leader politico della sinistra, ma da Papa Francesco. La domanda è: «E’ pensabile trasporre questa verità in un programma politico coraggioso e innovativo»? Noi pensiamo che non ci sia altra scelta. E pensiamo che il primo passo di una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa condizione e riconquistare diritti e dignità. Per far questo è necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a contare. Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il Partito Democratico – purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista – e il Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la giustizia sociale.

Una Sinistra unita ci vuole, dunque, in un progetto condiviso e in una sola lista. Una grande lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile. Un progetto capace di dare una risposta al popolo che il 4 dicembre scorso è andato in massa a votare “No” al referendum costituzionale, perché in quella Costituzione si riconosce e da lì vorrebbe ripartire per attuarla e non limitarsi più a difenderla. Per troppi anni ci siamo sentiti dire che la partita si vinceva al centro, che era indispensabile una vocazione maggioritaria e che il punto era andare al governo. Da anni contempliamo i risultati: una classe politica che si diceva di sinistra è andata al governo per realizzare politiche di destra. Ne portiamo sulla pelle le conseguenze, e non vogliamo che torni al potere per completare il lavoro.

Serve dunque una rottura e, con essa, un nuovo inizio: un progetto politico che aspiri a dare rappresentanza agli italiani e soluzioni innovative alla crisi in atto, un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione. Un progetto che parta dai programmi, non dalle leadership e metta al centro il diritto al lavoro, il diritto a una remunerazione equa o a un reddito di dignità, il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione. Un progetto che costruisca il futuro sull’economia della conoscenza e su un modello di economia sostenibile, non sul profitto, non sull’egemonia dei mercati sui diritti e sulla vita delle persone. Un progetto che dia priorità all’ambiente, al patrimonio culturale, a scuola, università e ricerca: non alla finanza; che affronti i problemi di bilancio contrastando evasione ed elusione fiscale, e promuovendo equità e progressività fiscale: non austerità e politiche recessive. Un simile progetto, e una lista unitaria, non si costruiscono dall’alto, ma dal basso. Con un processo di partecipazione aperto, che parta dalle liste civiche già presenti su tutto il territorio nazionale, e che si apra ai cittadini, per decidere insieme, con metodo democratico, programmi e candidati.

La Costituzione. Crediamo, del resto, che il cuore di questo programma sia già scritto nei principi fondamentali della Costituzione, e specialmente nel più importante:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3).

È su questa piattaforma politica, civica e di sinistra, che vogliamo costruire una nuova rappresentanza. È con questo programma che vogliamo chiamare le italiane e gli italiani a votare.

Giustizia e uguaglianza. Vogliamo che sia chiaro fin da ora: noi non ci stiamo candidando a guidarla. Anzi, non ci stiamo candidando a nulla: anche perché le candidature devono essere scelte dagli elettori. Ma in un momento in cui gli schemi della politica italiana sembrano sul punto di ripetersi immutabili, e immutabilmente incapaci di generare giustizia ed eguaglianza, sentiamo – a titolo personale, e senza coinvolgere nessuna delle associazioni o dei comitati di cui facciamo parte – la responsabilità di fare questa proposta. L’unica adeguata a questo momento cruciale. Perché una sinistra di popolo non può che rinascere dal popolo. Invitiamo a riunirsi a Roma il prossimo 18 giugno tutti coloro che si riconoscono in questi valori, e vogliono avviare insieme questo processo.

L’AGGIUNTA NONVIOLENTA: LA SINISTRA RIPARTA DALLE POLITICHE ATTIVE DI PACE

di Mao Valpiana e Pasquale Pugliese del Movimento Nonviolento

≈  Commento 07 Giu 2017

Tra i diversi appelli che circolano in questi giorni, quello di Anna Falcone e Tomaso Montanari che propone un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza, e lancia l’assemblea del 18 giugno a Roma per una sinistra unita, contiene elementi condivisibili, che possono essere terreno comune per coltivare e far crescere valori ed esperienze plurali con una prospettiva politica originale. Ringraziamo Anna e Tomaso per il lavoro fatto. Tuttavia riteniamo che anche questo appello abbia bisogna di un’aggiunta. Che è tanto un’aggiunta preliminare, una pregiudiziale costitutiva che dà sostanza e fisionomia a tutta la proposta, quanto un punto programmatico fondativo e preliminare a tutti gli altri.

È l’aggiunta nonviolenta, senza la quale sarebbe forte il rischio di ricadere in schemi già visti, percorsi già fatti, errori già commessi. Nonviolenza come orizzonte e come metodo di lavoro. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e che ripudia la guerra. Sono il primo e l’undicesimo principio fondamentale della Costituzione: gli assi portanti della nostra democrazia. Eppure, il nostro Paese è in Europa ultimo per l’occupazione giovanile e primo per l’aumento delle spese militari. Siamo di fronte al più grande riarmo del Paese dai tempi della seconda guerra mondiale (+85% in spesa pubblica per armamenti) e di fronte alla moltiplicazione per sei dell’export di armi negli ultimi due anni (che alimentano guerre che generano terrorismo e producono profughi). Negli ultimi 10 anni la spesa pubblica militare del nostro Paese è aumentata del 21% a fronte di continui tagli alla spesa sociale. Nel 2017 saranno sacrificati sull’altare della guerra altri 23,3 miliardi di euro, pari a 64 milioni al giorno, l’ 1,4% del prodotto interno lordo che il governo si è impegnato a portare al 2% e non rinuncia all’acquisto degli 80 cacciabombardieri F35, a capacità nucleare, per un’ulteriore spesa complessiva di 14 miliardi di euro.

Tutto questo è follia. L’urgenza assoluta è quella di una inversione di questa tendenza. Il disarmo, la riconversione sociale delle spese militari, la riconversione civile dell’industria bellica, così come la costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta, devono essere il segno distintivo di un nuova politica. L’opposizione integrale alla guerra, e alla sua preparazione (qui ed ora), è la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso, di una nuova socialità. La sinistra, per essere tale, ha bisogno di mettere al proprio centro politiche attive di pace. Riproponiamo dunque l’appello di Carlo Cassola: “O la sinistra fa dell’impegno per la pace il terreno decisivo dello scontro tra civiltà e barbarie o rimane di destra anche se si proclama di sinistra”. Mai queste parole furono così attuali quanto oggi.

Democrazia e uguaglianza sono incompatibili con la preparazione della guerra. Per questo l’unità della sinistra è una valore solo se si sostanzia come unità attorno alla politica di pace (cioè un “pacifismo concreto”, come diceva Alexander Langer, che aiuti “il settore Ricerca e sviluppo della nonviolenza a fare grandi passi avanti”). E’ con questo spirito che saremo ben contenti di portare un contributo al programma costruttivo di una sinistra aperta, inclusiva, solidale, accogliente. La prima sfida, a partire già dal 18 giugno, sarà quella di applicare davvero il metodo della nonviolenza a partire da se stessi, dalla capacità di dialogo e di stare insieme andando oltre gli steccati, senza compilare elenchi di buoni e cattivi, nell’esclusivo interesse comune e di un Paese che altrimenti rischia di perdersi.