REFERENDUM

agosto 26, 2016

LE RAGIONI DEL NO

di Alessandro Pace  la Repubblica  21-8-2016, pag. 24

Tre motivi.  Caro direttore, in una lettera [in calce] pubblicata il 18 agosto Luigi Berlinguer ha dichiarato che voterà per il Sì al referendum costituzionale in quanto questo riguarderebbe 1)”soprattutto il superamento dell’obsoleto e ormai ingombrante bicameralismo paritario di casa nostra, oltre all’abolizione delle Province e (finalmente) del Cnel”; 2) che il voto per il No gli parrebbe “dettato da un’insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi, di levarselo di torno”; 3) infine che la “parola d’ordine” dei sostenitori del No sarebbe che la “Costituzione non si tocca”. Le ragioni del No del Comitato di centrosinistra, che ho l‘onore di presiedere, non risiedono né nella difesa del bicameralismo paritario, ormai condiviso da pochi; né nella rilevanza costituzionale delle Province, la cui abolizione è stata ritenuta legittima dalla Corte costituzionale; né infine nella sopravvivenza del Cnel, da gran tempo divenuto uno “zombi”.

Le ragioni sono ben altre.  1)-La grave violazione del principio sancito dall’articolo 1 della nostra Costituzione, secondo il quale “la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare” (così la sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale), laddove, con la riforma Boschi, la conseguenza sarebbe che tutte le leggi, ivi comprese quelle costituzionali, non verrebbero più approvate da rappresentanti eletti dal popolo.

-La mistificante enunciazione del Senato “rappresentante delle autonomie territoriali”, che non solo continuerebbe ad essere organo dello Stato centrale, ma non gli verrebbe concesso, nonostante quell’enunciato, di legiferare su materie di interesse regionale, con la conseguenza che le Regioni verrebbero discutibilmente degradate a livello “prevalentemente amministrativo”.

-La composizione irrazionale del Senato, i cui componenti dovrebbero nel contempo svolgere la funzione di consigliere regionale o di sindaco, cosa che non consentirebbe loro di adempiere puntualmente le funzioni connesse ad entrambe le cariche, con la conseguenza di rendere oltre tutto difficile il rispetto dei brevi termini previsti per il Senato nei procedimenti legislativi diversi da quello bicamerale.

-L’irrazionalità del compito del Senato di eleggere due dei cinque giudici costituzionali, col rischio di creare una logica corporativa all’interno della Corte costituzionale.

-L’irrazionalità di conferire al presidente della Repubblica il potere di nominare cinque senatori a vita per la stessa durata della carica presidenziale: un numero tutt’altro che irrilevante in un Senato composto da soli 100 componenti.

-L’irrazionalità di riconoscere ai senatori, ancorché part-time, l’immunità penale per tutti i reati comuni da loro commessi.

-La complicazione (e non la semplificazione) del procedimento legislativo, che passerebbe dagli attuali tre procedimenti (procedimento legislativo normale, procedimento di conversione dei decreti legge, leggi costituzionali) ad almeno otto procedimenti formalmente differenziati, col rischio di illegittimità costituzionale delle leggi per vizi procedurali.

-Infine, l’inesistenza di seri contropoteri politici nei confronti del governo sostenuto dal gruppo parlamentare più votato, che grazie all’Italicum otterrebbe, col solo 25 per cento dei voti, ben 340 seggi alla Camera dei deputati e il cui leader godrebbe di un’investitura democratica quasi-diretta.

2) Botta a Renzi.  Ancorché ci sarebbe assai altro da aggiungere, passo al secondo punto. L'”insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi” certamente caratterizza una parte ragguardevole dei sostenitori del Comitato per il No di centrodestra. Non già il Comitato per il No di centrosinistra, che ha da subito avvertito il rischio della personalizzazione del referendum, esplicitamente voluta e manifestata da Matteo Renzi nella conferenza di fine anno del 29 dicembre 2015. La personalizzazione del referendum costituzionale, voluta da Renzi — prima disvoluta e poi rivoluta — è servita spregiudicatamente a terrorizzare sia i mercati finanziari sia i “ben pensanti”. Ma non solo. Consente, nel contempo, di porre in secondo piano sia l’inconsistenza delle ragioni favorevoli al Sì, sia le gravi ragioni di merito, sopra elencate, che razionalmente dovrebbero indurre i cittadini a votare No.

3) Quali modifiche.  Passo infine al terzo punto. Per quanto io abbia potuto constatare nei dibattiti interni al direttivo del nostro Comitato per il No, la “Costituzione non si tocca” non costituisce la “parola d’ordine” dei sostenitori del No di centrosinistra tranne rarissime eccezioni. Tanto meno costituisce la “parola d’ordine” dei sostenitori del No di centrodestra (si pensi alla riforma Berlusconi del 2006!). Beninteso, anch’io ho sempre sostenuto che la modifica della seconda parte della Costituzione (articoli 55-139) implicherebbe delle conseguenze sulla tenuta della prima parte (articoli 1-54). Ebbene, a parte il fatto che la riforma Boschi, eliminando l’elettività diretta del Senato, viola addirittura uno dei principi supremi della Costituzione posto nell’articolo 1, ritenuto immodificabile dalla Corte costituzionale… A parte ciò, c’è modifica e modifica della seconda parte della Costituzione.

Senato delle autonomie.  Esprimendomi solo a titolo personale, ritengo infatti ammissibile ed anzi opportuno il superamento del bicameralismo paritario, il conferimento alla sola Camera dei deputati del rapporto fiduciario col governo, l’equilibrata diminuzione dei parlamentari sia nell’una che nell’altra Camera, la trasformazione del Senato in maniera tale che le istituzioni regionali possano effettivamente esprimersi. È infatti importante che gli elettori sappiano che non siamo i sostenitori del mero status quo.

L’autore è il presidente del Comitato per il No al referendum costituzionale

REFERENDUM, VOTO SÌ MALGRADO MATTEO RENZI

di Luigi Berlinguer  La Repubblica 18 agosto 2016  pag.26

Caro direttore, il referendum costituzionale è partito, ora bisogna votare. Io sono decisamente convinto: voto Sì (malgrado Matteo Renzi). Nell’affrontare seriamente il merito della questione bisogna però sgombrare il campo da una pregiudiziale: il referendum costituzionale deve restare assolutamente distinto dalle sorti del governo. È essenziale tenere la Costituzione fuori dallo scontro politico e dagli interessi partitici. È stato un errore del premier collegare l’avvenire dell’esecutivo al risultato referendario. Le due cose non sono correlate né devono esserlo. Trovo però ancor più discutibile l’affermazione delle opposizioni “votiamo No per mandare a casa Renzi”. Si tratta di una inaccettabile strumentalizzazione partitica della questione costituzionale.

Andiamo all’essenziale: il referendum riguarda soprattutto il superamento dell’obsoleto e ormai ingombrante bicameralismo paritario di casa nostra, oltre all’abolizione delle province e (finalmente!) del Consiglio dell’economia e del lavoro (Cnel). Non mi si venga a dire che due Camere uguali rafforzano il controllo parlamentare sul governo: la mia lunga esperienza in Parlamento mi dice l’esatto contrario. Le inutili ed estenuanti procedure, non solo raddoppiate ma spesso moltiplicate, stemperano l’incisività dell’azione parlamentare.

Contrappesi.  Se c’è veramente una tendenza autoritaria nell’attuale governo essa non può essere dimostrata a sufficienza fondandosi su un certo cipiglio arrogante (è un po’ vero…) del presidente del Consiglio. Ma fa sorridere ricercare la soluzione dell’equilibrio fra governo e Parlamento su questa strada. Questo è eventualmente problema da affrontare ricercandone le possibili soluzioni nei contrappesi, che da noi esistono e vanno nel caso lubrificati e rafforzati. Ora, continuare a tenerci, col No anti-Renzi, il Senato paritario sembra davvero singolare. Siamo sinceri: il voto No mi pare dettato da un’insopprimibile voglia matta di dare una botta a Renzi, di levarselo di torno. Invocherei un po’ più di rispetto davanti alla solennità di una revisione costituzionale. E un po’ più di considerazione rispetto al fatto che quasi tutti i Paesi evoluti non hanno alcun bicameralismo paritario. Al contrario, se ora prevarrà il Sì rafforzeremo all’estero l’immagine di un’Italia che marcia risoluta e fa le riforme. Mi pare invece necessario, per ragioni politiche ma anche tecniche, riaffrontare la legge elettorale.

Fedeltà all’impianto.  Il vero nodo politico-culturale del referendum è però anche un altro. Investe la parola d’ordine “La Costituzione non si tocca!”. In questi decenni essa è stata la frontiera indiscussa soprattutto dei progressisti, ma non solo. Si è costruita una vera e propria “mentalità politica”, quasi un (comprensibile) tabù per le forze progressiste: salvaguardare così la nostra civiltà giuridica. Questa idea ha vinto. Eppure, guarda caso, in questi anni il testo costituzionale del ‘48 è stato ritoccato più volte, in meglio. È l’ispirazione profonda della Costituzione che non si è voluta toccare; ma il testo si può ritoccare ove necessario. Così è accaduto, senza alcuna conseguenza eversiva. Fedeltà all’impianto non significa infatti adesione fideistica, acritica, quasi “coranica”; significa adesione convinta perché laica, razionale, capace di cogliere anche le sue (poche) debolezze ed attuali inadeguatezze.

Difenderla e migliorarla.  Che la nostra Costituzione sia tra le più belle del mondo, non equivale a dire che sia oggi perfetta. Vi sono norme e procedure dettate dalla cultura del momento, superate oggi da una nuova cultura. Sarebbe sbagliato ritenerla inviolabile in toto. Perciò l’occasione di questo referendum è un fatto straordinario di democrazia. Sollecitare oggi il popolo, direttamente, significa poter far maturare un’adesione popolare non solo di fedeltà, ma di consapevolezza razionale, lucida e soprattutto laica, non fideista: un fattore di altissima valenza democratica e morale. La Costituzione va difesa e migliorata. È un prodotto di uomini, è frutto di un patto tra le varie componenti della popolazione, del mondo politico, tra il Parlamento ed il popolo, e come tale è naturale poterlo insieme consolidare, anche migliorandolo, adeguandolo.

Alcuni esempi:   costituenti degli anni Quaranta non mi sembra fossero campioni di femminismo, lasciatemelo dire, specie rispetto a come è maturata successivamente la grande conquista delle pari opportunità per le donne. Altro esempio: l’art. 34 Cost., parlando di istruzione, non coglie la grande rivoluzione novecentesca della “scuola per tutti e dell’istruzione come “diritto fondamentale per tutti“. Questa grande conquista non era sufficientemente presente nella cultura educativa dominante di allora, per cui la Costituzione si limita a prospettare solo l’opportunità di far raggiungere gli alti gradi dell’istruzione solo ad una parte dei ragazzi, i “capaci e meritevoli”. Per cui chi non ce la fa, vada a lavorare! Ma l’idea che guida oggi i progressisti è ben diversa: l’istruzione e la scolarizzazione fino ai 19 anni è un “diritto fondamentale di tutti”. La formulazione del ‘48 risulta pertanto arretrata, inadeguata.

Crescita democratica.  Cito infatti solo alcuni esempi per ribadire che nella Costituzione si trovano spazi che — allo scopo di difenderla e migliorarla — si possono o si devono modificare. Il dibattito in merito al referendum costituzionale è pertanto un’occasione preziosa per consolidare nel nostro popolo un processo di crescita politico-intellettuale dell’idea moderna di democrazia; non di una democrazia elargita, ma di una democrazia partecipata e conquistata. Un’idea rigorosa ma aperta e laica di Costituzione. Un’occasione per rafforzare l’affetto per la nostra Carta e insieme la lucidità laica di volerla migliorare. Molto bella l’affermazione di Roberto Benigni, che — interrogato sul voto — ha risposto: «Col cuore voto No, voto Sì con la testa», riaffermando icasticamente tutto l’amore che dobbiamo alla nostra grande Carta col cuore. E insieme tutta la lucidità politica con la testa per migliorarla, con il Sì.

L’autore è giurista ed ex ministro della Pubblica istruzione

IL VENTO POPULISTA CHE SOFFIA SUL MONDO

agosto 16, 2016

POTREBBE ARRIVARE ANCHE DA NOI, COME REAZIONE A DIVARIO SOCIALE, CRISI, INOCCUPAZIONE

di Luca Ricolfi – fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-08-14/il-vento-populista-che-soffia-mondo-140352.shtml?uuid=ADFyBt5    14 Agosto 2016

Definizione.  Di populismo e di partiti populisti si è ricominciato a parlare, in Europa, circa 30 anni fa, allorché Jean Marie Le Pen, un deputato che proveniva dal movimento di Poujade, scosse la Francia con i successi del suo Front National, capace di raccogliere l’11,2% del consenso dell’elettorato francese alle elezioni europee del 1984. Da allora i partiti populisti o descritti come tali si sono moltiplicati sulla scena europea, attecchendo nelle realtà più diverse, dal felice e civilissimo nord scandinavo giù giù fino ai paesi mediterranei, dai paesi dell’Europa occidentale a quelli dell’Europa orientale. Così il populismo è diventato uno dei fenomeni più attentamente monitorati dai media e uno dei temi più aspramente dibattuti dagli studiosi di scienza politica. Quello del populismo, tuttavia, rimane uno dei grandi puzzle irrisolti delle scienze sociali. Non vi è accordo, infatti, né sulla definizione del fenomeno (che cosa è il populismo?) né sulla sua spiegazione (perché si è diffuso il populismo?). Alcuni studiosi si ostinano a riservare l’etichetta populista ai soli movimenti di destra, con la curiosa conseguenza per cui l’italiano Movimento Cinque Stelle non sarebbe populista. Altri usano il termine in modo più ampio, fino ad includervi i movimenti radicali anti-austerity, tipo Podemos (Spagna) o Syriza (Grecia). Altri vedono tratti populisti ogniqualvolta il “racconto” di un partito o movimento poggia sulla contrapposizione fra la grande maggioranza del popolo e l’establishment politico-finanziario.

Crescita.  Una sola cosa appare relativamente certa: comunque decidiamo di fissare i confini del populismo, sta il fatto che le sue manifestazioni si sono moltiplicate negli ultimi anni. Nel Parlamento europeo, ad esempio, il peso dei partiti nettamente euro-critici o euro-scettici è quasi raddoppiato fra il 2009 e il 2014, passando dal 16,1 al 28,1%. E il peso dei partiti classici, di destra, sinistra e centro, è sceso, per la prima volta da quando esiste il Parlamento Europeo, sotto la soglia del 70%. Ma il segno più chiaro della forza delle istanze populiste lo hanno dato due eventi successivi alle elezioni del 2014, entrambi avvenuti pochi mesi fa. Alle elezioni presidenziali austriache (maggio 2016) la metà dei cittadini ha scelto il candidato populista Norbert Hofer, proveniente dal medesimo partito di Haider, di orientamenti xenofobi e nazionalisti. Le elezioni saranno ripetute a ottobre a causa delle molte irregolarità riscontrate ma, comunque vadano, resta il fatto che metà degli austriaci non ha avuto problemi a votare un candidato come Hofer, e nessuno dei due grandi partiti tradizionali austriaci (socialisti e popolari) è riuscito ad arrivare al ballottaggio (lo sfidante di Hofer è stato espresso dal piccolo partito dei Verdi). L’altro evento che ha mostrato plasticamente la forza del vento populista è stato il referendum britannico sulla permanenza in Europa. La vittoria della Brexit ha mostrato in modo inoppugnabile che anche in un paese di tradizioni liberali, anzi in un paese che è stato la culla del liberalismo, le istanze nazionaliste e xenofobe possono oggi avere un seguito straordinario, impensabile anche solo qualche anno fa.

Perché?  Qui i pareri si dividono. Le risposte più frequenti richiamano l’attenzione sulle due debolezze fondamentali della Ue: la sua incapacità di governare la crisi economica, la sua incapacità di fronteggiare l’ondata migratoria. La prima spiegazione è la più gettonata a sinistra, e punta il dito contro le politiche di austerità; la seconda è la più gettonata a destra, e punta il dito contro le politiche di accoglienza. Così, comunque la si rigiri, resta il fatto che sul banco degli accusati salgono l’Europa, le sue istituzioni (Commissione e Consiglio), la sua Banca Centrale. Questa lettura dell’esplosione dei movimenti populisti non è del tutto priva di fondamento. L’analisi statistica, sempre difficilissima quando si hanno a disposizione poche osservazioni (i paesi dell’Unione), fornisce un certo supporto a questa lettura. Se, ad esempio, come indicatore di forza dei movimenti populisti prendiamo l’aumento del consenso ai raggruppamenti anti-Europa nel Parlamento Europeo fra il 2009 e il 2014, effettivamente troviamo che il cocktail “gravità della crisi + paura dello straniero” risulta una determinante fondamentale dell’avanzata dei movimenti populisti. Vista con queste lenti, la marea populista appare, innanzitutto, figlia della crisi, delle politiche di austerità, e più in generale delle inadeguatezze delle élite che governano l’Europa.

Svizzera e Norvegia.  E tuttavia ci sono molte cose che, in questa spiegazione, non funzionano. La prima è che il populismo è cominciato a proliferare in Europa fin dalla metà degli anni ’80, ossia più di 20 anni prima della crisi. La seconda è che i movimenti populisti, sia prima sia durante la crisi, hanno riportato grandi successi in due paesi, la Svizzera e la Norvegia, che sono sempre rimasti al di fuori dell’Unione Europea. Il Partito del Progresso norvegese, una formazione nettamente xenofoba, è nato nel 1973, e alle elezioni nazionali del 2005 è diventato la seconda forza politica del paese. Quanto alla Svizzera, un partito come l’UDC (Unione Democratica di Centro) è diventato una forza populista da almeno un quarto di secolo, ossia dai tempi (1992) della campagna contro l’adesione allo spazio economico europeo. Svizzera e Norvegia sono del tutto libere dal detestato giogo europeo, sia in materia economico-sociale sia in materia di immigrazione. Dopo il piccolo Lussemburgo, sono i due paesi più ricchi del mondo occidentale. La crisi li ha appena sfiorati e l’Europa non ha interferito. Almeno lì, il populismo deve avere altre radici.

USA.  Ma la prova regina dell’inadeguatezza delle spiegazioni che considerano l’Europa e le sue classi dirigenti responsabili uniche, o principali, dell’avanzata dei movimenti populisti sta oltre Oceano, negli Stati Uniti d’America. Lì c’è un candidato alla Presidenza, Donald Trump, che incontra le simpatie di vasti settori dell’opinione pubblica (al punto che nessuno ne esclude la sua elezione a Presidente), e sul cui populismo nessuno ha dubbi. Che ci azzecca l’Europa con il successo di Trump? Che cosa c’entrano le politiche di austerità, visto che Obama ha fatto tutto il contrario, inondando l’economia americana di dollari e (quasi) raddoppiando il debito pubblico? Se si vuole capire il populismo, anche quello europeo, sono queste le domande cui si deve provare a rispondere. Perché se riusciamo a capire che cosa sta succedendo in America, probabilmente riusciremo a capire meglio anche che cosa sta succedendo o potrebbe succedere a casa nostra.

Colpa di Obama?  A me pare che, ridotta ai suoi minimi termini, la storia sia questa. Fino al 2008, anno della elezione di Obama ma anche anno del fallimento di Lehman Brothers, nonostante gli economisti progressisti (alla Stiglitz) si fossero sforzati in tutti i modi di convincere gli americani che la crescita del reddito pro-capite della famiglia media si fosse ormai arrestata, e che solo l’1% degli straricchi fosse riuscito ad arricchirsi ancora di più, la gente non credeva a questo genere di diagnosi. E non ci credeva per il buon motivo che alla stagnazione del potere di acquisto si accompagnava una spettacolare corsa del valore degli immobili, che rendeva credibili speranze e illusioni della “società di proprietari”, ovvero l’idea – cara ai repubblicani di Bush figlio – che tutti potessero diventare possessori di ricchezza. Poi è arrivata la crisi, che ha fatto intendere agli americani che quelle erano appunto illusioni. Ma con la crisi è arrivato anche Obama, con il suo carico di promesse, solo in parte mantenute. Ed ecco che, a questo punto della storia, si fa avanti un signore – il suo nome è Trump, Donald Trump – che racconta un’altra storia. Trump dice che dal 2000 il reddito della famiglia americana media è addirittura diminuito. E chi c’era negli ultimi anni? Obama… Dunque è tempo di voltare pagina, per riaccendere la speranza. Paradossale: solo ora che le usa Trump, le diagnosi catastrofistiche degli economisti progressisti, a suo tempo rivolte al cattivo Bush (e prima ancora Reagan), vengono prese sul serio dagli elettori americani. Che però le mettono in carico a Obama, ossia non a chi ha governato negli ultimi 15, 20, o 30 anni (più o meno metà per uno: democratici e repubblicani), ma all’ultimo della serie, l’uscente Obama.

Insicurezza e concorrenza nel lavoro.  La storia però non è tutta qui. C’è anche il capitolo del politicamente scorretto. A metà degli americani il politicamente corretto dei benpensanti liberal, alla Hillary Clinton, è venuto a noia. Preferiscono il politicamente scorretto di Donald Trump (e di Clint Eastwood). Perché? Che cosa è successo? Due cose, a quel che riesco a capire. La prima è che la globalizzazione ha lasciato indietro un sacco di gente, soprattutto nelle periferie e nelle campagne, in America come in Europa. La seconda è che, soprattutto in America, ma anche in diversi civilissimi paesi del Nord Europa, il politicamente corretto si è spinto un po’ troppo in là. Talora ha oltrepassato la barriera del ridicolo. Quasi sempre ha oltrepassato quella del senso comune, del sentire della gente normale, che fatica a sbarcare il lunario, e i costi dell’accoglienza li paga in prima persona sotto forma di insicurezza e concorrenza sul mercato del lavoro. Le due cose insieme, una globalizzazione che beneficia alcuni ma impoverisce altri, un’élite che si compiace dei propri buoni sentimenti e letteralmente non vede i drammi di chi è stato spazzato via dalla mondializzazione, hanno creato un mix esplosivo. Finché c’era la crescita, il gioco era a somma positiva: potevi anche pensare che i miglioramenti del vicino non fossero, necessariamente, peggioramenti tuoi.

Ora il gioco rischia di essere a somma zero:  se qualcuno va avanti, dev’esserci per forza qualcun altro che va indietro. La gente lo ha capito, ma non perché qualche evento straordinario lo abbia suggerito, ma per il mero scorrere del tempo. Quindici anni non sono bastati a sconfiggere il terrorismo islamico (Torri gemelle, 2001), 10 anni non sono bastati a uscire dalla crisi (mutui subprime, 2007). Di qui la tentazione di ridurre l’interdipendenza con il resto del mondo, che l’isolazionismo di Trump intercetta perfettamente. Di qui, anche, il fastidio per la cultura liberal e progressista, magistralmente impersonata da Hillary Clinton. Chi è baciato dai benefici della globalizzazione, soprattutto i ceti istruiti e metropolitani che vivono sulle due coste americane, possono a buon diritto baloccarsi con i problemi post-materialisti e post-moderni dei diritti civili, dei matrimoni gay, dell’integrazione delle minoranze, dell’accoglienza degli immigrati, della discriminazione linguistica. Ma per chi ha capito solo ora di non avere futuro, per gli abitanti del profondo sud e dell’America interna, il divario fra i loro problemi e quelli che soli paiono interessare le élite e i “ceti medi riflessivi” (copyright Paul Ginsborg) è diventato troppo ampio. O troppo doloroso. Per questo non inorridiscono di fronte a Trump.

 

LA FRAGILITÀ DELL’ITALICUM

agosto 11, 2016

NON FAVORISCE IL CONTATTO TRA ELETTI ED ELETTORI, QUINDI AGGRAVA IL PROBLEMA ATTUALE: ANTIPOLITICA E POPULISMO

di Piero Ignazi   La repubblica  10 agosto 2016  pp.1 e 25

Rappresentanza.  Sembrava che il dibattito sulle riforme istituzionali, e soprattutto sulla nuova legge elettorale, si fosse avviato su binari più pacati e dialogici, quando ecco irrompere la scomunica del ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi: chi dissente votando No al referendum non rispetta il Parlamento. Peccato, perché ragioni per rimettere mano all’Italicum ce ne sarebbero. Ricapitolando: Renzi ha dismesso toni ultimativi. Seppure a giorni alterni, il premier sembra disponibile a modifiche, e i critici avanzano proposte concrete invece di gridare al golpe. Un buon sistema elettorale deve tener in conto molte esigenze tra le quali rappresentanza e governabilità sono le principali. La prima deve assicurare una presenza nelle istituzioni alle molteplici voci della società. Schiacciarle o ridurle al silenzio genera tensioni nel sistema. All‘inizio del Novecento, proprio per evitare questo rischio, che avrebbe condotto alla radicalizzazione di componenti minori, venne introdotto in tutta Europa, Gran Bretagna esclusa, il sistema proporzionale. Il merito di questo sistema è la riproduzione fotografica delle forze in campo, la trasposizione nelle assemblee legislative delle diversità esistenti. Il limite maggiore sta nella frammentazione della rappresentanza e nella conseguente difficoltà di formare maggioranze omogenee di governo. Per contrastare l’instabilità governativa sono stati proposti interventi correttivi alla proporzionale, dalla clausola di sbarramento adottata in Germania, all’aumento del numero dei collegi elettorali in Spagna. Tutti correttivi interni alla logica proporzionale.

Governabilità.  Per cambiare logica, e privilegiare la governabilità, bisogna adottare sistemi maggioritari, sistemi che comprimono la rappresentanza proprio al fine di favorire pochi, grandi partiti che possano assicurare la governabilità. Non c’e quindi un ” buon sistema” in astratto. Ci sono sistemi che privilegiano un aspetto o l’altro. È una questione di scelta. Ma la scelta deve essere rigorosa. L’Italicum, invece, è rimasto a mezza strada. È nato per favorire la governabilità ma mantiene un impianto proporzionale. Inoltre è appesantito da altri difetti, dai capilista iper-ubiqui che si possono presentare in 10 collegi contemporaneamente, alla reintroduzione delle preferenze, fino al bonus per il vincitore, un vero vulnus al principio di rappresentanza. Giustamente, la nuova legge elettorale è stata equiparata ad una versione riveduta e (s)corretta del famigerato Porcellum. Ma il vero problema dell’Italicum è che punta a risolvere un problema — la governabilità — buttando a mare non tanto la rappresentanza “fotografica”, quella che garantisce qualche seggio a tutti, quanto il rapporto rappresentante-rappresentato. La vera questione della rappresentanza, oggi in Italia, riguarda infatti la perdita di contatto tra elettori ed eletti. Questo è il deficit maggiore della democrazia italiana. In altri termini, di cosa dobbiamo preoccuparci per il buon funzionamento delle istituzioni: di possibili governi di coalizione e delle difficoltà legate alla necessità di mediare, o del montare dell’antipolitica? Guardiamoci in giro in Europa.

I governi di coalizione  sono la norma in tutte le democrazie con una sola eccezione, la Gran Bretagna, peraltro reduce anch’essa da cinque anni di inedito governo di coalizione tra conservatori-liberal-democratici. Sono tutte governate così male le democrazie rette da governi di coalizione? Sono tutte terreno di coltura dell’antipolitica? Sembra proprio di no. È vero che l’instabilità governativa della “prima repubblica” (e anche della seconda) ha lasciato un trauma profondo. Ma il premio di maggioranza non garantisce governi stabili. Non li ha garantiti all’epoca del Porcellum, e non li garantisce adesso con l’Italicum. La conflittualità che prima si svolgeva tra i partiti, ora, con l’Italicum, si trasferisce all’interno del partito. È una pia illusione pensare che il partito uscito vincitore dal ballottaggio sia poi unito e coeso come — e dietro — un sol uomo. Non è mai successo in Gran Bretagna, non si vede perché dovrebbe accadere in Italia. La sfida cruciale di oggi riguarda l’antipolitica e il suo correlato populismo. Questi sono i nemici più pericolosi per le istituzioni. L’Italicum aggrava il problema invece di risolverlo perché annulla ogni rapporto diretto tra elettori ed eletti. Solo un sistema con collegi uninominali, dove i cittadini scelgono il “loro” rappresentante può aiutare a ricucire il tessuto strappato della rappresentanza. Ripensare la legge elettorale avendo presente il vero assillo delle democrazie contemporanee — l’alienazione politica e il montare del populismo — e il rimedio più efficace — riannodare il filo della “buona rappresentanza” — è un’opera di saggezza, non un segno di debolezza.

RIFORMA COSTITUZIONALE: LE RAGIONI DEL RIFIUTO

aprile 7, 2016

LA SOCIETÀ DEL FUTURO NON PUÒ PRESCINDERE DA UNO SVILUPPO PIÙ UMANO, VERA ALTERNATIVA ALLO SQUILIBRIO DEI POTERI

Regole democratiche. Non mancano gli aspetti positivi nelle riforme costituzionale ed elettorale del governo Renzi: c’è uno sforzo di rendere più semplice, più efficiente e meno costosa la vita politica del nostro Paese; sono previste norme positive, come la riduzione dei decreti-legge, la promessa di riordinare (e plausibilmente favorire) i referendum, ecc. Tuttavia prevalgono preoccupazioni e rischi. Un rischio deriva dall’abnorme premio di maggioranza previsto dall’Italicum (ben più grande di quello della famigerata “legge truffa” del 1953!). Grazie ad esso i deputati di un solo partito potrebbero essere sufficienti per prendere provvedimenti aberranti, come, ad es. dichiarare una guerra, tagliare le pensioni o limitare i poteri della magistratura (potere giudiziario). I padri costituenti uscivano dal ventennio fascista, nel quale avevano toccato con mano cosa vuol dire cedere alla retorica populistica e chiudere gli occhi di fronte a violazioni delle regole democratiche. Così hanno preso precauzioni per evitare altri rischi di degenerazioni autoritarie, creando organi di controllo e di contro-potere. Questa pluralità di organismi da alcuni è considerata causa della lentezza e inefficienza della vita politica italiana, anche se sappiamo che le vere cause sono altre, dipendenti anzitutto da potenti interessi particolari (come quelli petroliferi) spesso in contrasto con gli interessi generali della collettività.

Equilibrio dei poteri. Nella nuova architettura costituzionale sembra evidente lo sforzo di rafforzare il governo, cioè il potere esecutivo, rispetto agli altri poteri dello Stato (legislativo e giudiziario). Viene così alterata la regola base di ogni democrazia, consistente nella divisione, indipendenza ed equilibrio tra i poteri. Ricordiamo che l’avvento dei fascismi nel secolo scorso è da ascrivere, più che all’ossessione dei ceti abbienti contro il disordine e l’attacco alla proprietà privata, alla indifferenza dell’opinione pubblica di fronte alla violazione dei diritti e della prassi democratica. Si è così consegnato lo Stato al “salvatore della patria”, all’ “uomo della provvidenza”, solo al comando. Il potere esecutivo ha assorbito gli altri poteri dello Stato. I tragici esiti li conosciamo.

Complessità e semplificazione. Un trucco ancora oggi adottato da populisti e demagoghi è la sovra-semplificazione della realtà, cioè prendere in considerazione pochi aspetti soltanto, trascurando quella complessità che connota sempre ogni realtà umana (vedi PUBBLICITÀ E SEMPLIFICAZIONE MEDIATICA). Così ad es. l’abolizione pura e semplice di alcuni organismi costituzionali, come le Province e il Senato, potrebbe lasciare inattuate certe funzioni pubbliche che si rivelano sempre più necessarie (basti pensare all’ambito ecologico, educativo, sanitario, cooperazione, volontariato…). Con la riforma del Senato viene esaltato il previsto risparmio di 50 milioni di Euro/anno, ma non si dice che esso è appena un decimillesimo della spesa per la Pubblica Amministrazione, né che si potrebbe risparmiare assai di più riducendo corruzione ed evasione fiscale – entrambe tacitamente tollerate dalla classe politica. Sono alcuni esempi di semplificazione demagogica.

Scorrettezze. Una riforma costituzionale è molto più impegnativa di una legge ordinaria perché deve durare nel tempo; oltre che rispondere alle nuove esigenze, deve essere gradita a larghe maggioranze nel parlamento e nell’opinione pubblica. Necessita quindi di tempi adeguati di elaborazione e maturazione. Inoltre dovrebbe nascere dall’interno del parlamento (potere legislativo) e non da un potere esterno ad esso, come il governo (potere esecutivo). Sembra dunque di dover denunciare una scorrettezza anche di metodo, se si hanno presenti le continue e reiterate sollecitazioni governative per forzare il Parlamento al dibattito con scadenze e “ghigliottine”. Altrettanto scorretta la promessa di dimissioni se il referendum respinge la riforma: gli elettori devono scegliere in base al contenuto della legge e non per la simpatia o antipatia di una persona.

Decentramento. Con la riforma costituzionale del titolo V del 2001 poteva essere avviato un processo di decentramento in grado di valorizzare l’autonomia regionale. Il processo si è poi arenato per la mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione, con l’inasprirsi del contenzioso con le regioni e la mancata costruzione di efficienti strumenti di cooperazione fra centro e periferia. Un altro ostacolo è costituito dall’eccessiva differenza nelle dimensioni delle regioni e degli enti locali, che andrebbero riequilibrate. Con la nuova riforma del governo Renzi l’assetto regionale uscirebbe fortemente indebolito, dato che alle Regioni viene tolto quasi ogni spazio di competenza legislativa: un passo indietro nel decentramento del potere, forse ancora in nome di una semplificazione che non rispetta complessità e democrazia.

La nostra proposta. Sono questi alcuni degli aspetti che ci spingono a valutare negativamente il progetto governativo. Ma forse più importante ancora è ciò che manca. A nostro avviso queste proposte non tengono conto delle nuove esigenze nella società, quindi non sono proiettate nel futuro. Mentre nell’ultimo trentennio (dopo Reagan e la Thatcher) è prevalsa la convinzione che il mercato fosse in grado di risolvere tutti i nostri problemi, oggi un ripensamento è imposto da diversi eventi quali: la crisi climatica, sempre più evidente e grave; la crisi economica, iniziata nove anni fa senza che ancora se ne veda l’esito; i crescenti flussi migratori, che mettono in discussione istituzioni di grande vantaggio, come l’Unione europea; persino lo stesso dilagare del terrorismo suicida, di cui non si vogliono cercare le cause profonde. L’attuale modello di sviluppo – basato sul perseguimento del profitto, l’onnipotenza della finanza, l’uso strumentale dell’uomo e la conseguente violenza – crea squilibri sempre più stridenti e provocanti. Oltre alla distruzione della natura, con terrorismo e guerre c’è pure la distruzione diretta dell’uomo.

Un diverso sviluppo non può che rivalutare l’uomo rispetto all’economia, perseguire lo sviluppo umano prima di quello economico. La convinzione diffusa è che il primo sia una conseguenza del secondo – unico quindi da perseguire – mentre è sempre più evidente e dimostrato che quello umano è oggi fondamentale premessa anche dello sviluppo economico. Lo sviluppo umano non può che passare attraverso la rivalutazione degli aspetti immateriali della vita – quelli più propriamente umani (conoscenza anzitutto)Ad essi si addice la cooperazione, piuttosto che la competizione. Il consumo non distrugge i beni immateriali, che quindi non inquinano. Queste peculiarità implicano la loro prevalente gratuità (vedi Immateriale e gratuito) e l’interessamento non solo individualistico, ma comunitario. Ecco che uno sviluppo alternativo non può prescindere da questa triade: beni comuni, immaterialità, gratuità. In particolare la società – ma anche ciascuno di noi – è chiamata ad una conversione ecologica. Consiste, con drastica sintesi, nel ridurre i consumi prevalentemente materiali (auto, energia, lusso, cibo…) e accrescere i consumi (o investimenti?) immateriali (cultura, salute, scienza e tecnica, ambiente, grandi infrastrutture per l’immateriale, come la banda larga, invece delle grandi opere, partecipazionedisinteressata, ovviamente – alla vita politica e ai beni comuni…). È ridicolo pensare che questa evoluzione, specie la gratuità e la partecipazione, possa nascere dal mercato e dal perseguimento del profitto: deve essere programmata e diffusa dalla volontà politica. È quindi necessario il ribaltamento dellattuale tendenza – culturale prima ancora che economica – verso la privatizzazione e il ritiro del settore pubblico. Sul fatto che una così radicale modifica debba o no essere recepita a livello costituzionale, autorevoli opinioni ritengono che lo sviluppo umano sia già incluso in nuce nella nostra Costituzione (articoli 1, 2, 3, 4, 11 e altri ancora). Tuttavia dovrebbe essere richiamato esplicitamente, anche perché lo sviluppo umano potrebbe essere perseguito come il più sostanziale contro-potere nelle istituzioni del 21° secolo. Di tutto ciò non si vede traccia nelle proposte governative, anzi certi segnali, come l’aumento del numero di firme da raccogliere per le leggi di iniziativa popolare, vanno in senso opposto. Sembra che si voglia dare più potere al potere, togliendolo ai cittadini.

4. UNA FASE COSTITUENTE URGENTE, MA… PER L’EUROPA

marzo 10, 2016

ANCHE PER GOVERNARE FINANZA E AMBIENTE È NECESSARIO UN NUOVO PROTAGONISMO POLITICO DELL’EUROPA

di Filippo Pizzolato*

Nuove forme del potere. Come altro criterio di discernimento delle riforme costituzionali si è suggerita l’analisi delle nuove dimensioni di potere cui si debba opporre una nuova — sensata — stagione di costituzionalismo. Ne indichiamo due: il potere finanziario e quello ambientale. Il primo, che sta ora mostrando conseguenze assai temibili a partire dagli Stati Uniti d’America, è il potere cieco e irresponsabile della finanza che si muove su circuiti inafferrabili dal singolo Stato ed estranei alle logiche democratiche. Il secondo è il potere che la nostra generazione (e quelle precedenti) sta esercitando sulle generazioni future, compromettendo condizioni di esistenza dignitose o anche solo vivibili: alludiamo alla gravissima crisi ambientale, della cui importanza il nostro sistema partitico sembra non aver preso ancora consapevolezza. Per fortuna, mentre in Italia il dibattito è nuovamente rimasto prigioniero della modellistica elettorale (il classico elefante che ha partorito il «porcellino»), in Europa altri Governi si attrezzano per affrontare le cause e le conseguenze della crisi ambientale e del declino economico.

Costruire un soggetto politico europeo. Crediamo sia scontato affermare che un argine a queste manifestazioni di potere possa essere elevato solo da una nuova — più ampia — dimensione di governo democratico, e precisamente da un ordine sopranazionale ancora da edificare. A questo esito non si arriverà magicamente, ma per graduale avvicinamento. Un contributo fondamentale — la mission tanto invocata! — è atteso dalla vecchia Europa. È insita nel suo modello di sviluppo sostenibile quell’idea del governo dell’economia a cui dobbiamo aggrapparci di fronte ai fallimenti degli automatismi liberistici. Né gli Stati Uniti, né i nuovi protagonisti dell’economia internazionale (per es. i Paesi emergenti dell’area asiatica) paiono avere, per motivi diversi, le risorse o l’interesse per assolvere a questo compito di guida. E allora la costruzione di un soggetto politico europeo, democratico e autorevole, diventa, a ben vedere, la posta in gioco più urgente e importante di un sano spirito costituente. Una risposta ancora parziale a questa sfida è stato il Trattato europeo, firmato a Lisbona nel dicembre 2007 e entrato in vigore due anni dopo. L’Unione Europea, allargatasi a 27 Stati membri, è imbrigliata da procedure decisionali inadeguate alla complessità dei problemi, soprattutto perché sempre esposte agli egoismi ed ai ricatti magari di pochi Governi nazionali. Le stesse istituzioni decisionali esprimono ancora in modo preponderante le ragioni di Stato, mentre fatica ad emergere un progetto politico di scala comunitaria che richiederebbe un ulteriore e più coraggioso rafforzamento del potere decisionale del Parlamento europeo.

Sarebbe un contributo meritorio quello che l’Italia e la sua classe politica potrebbero fornire se solo accantonassero ambizioni o giochi costituenti interni (che sempre più hanno l’odore stantio dell’auto-assoluzione dinnanzi al declino) e si facessero promotori, insieme ad altri Paesi, del necessario e urgente rilancio del ruolo politico dell’Unione Europea. Un ruolo fondamentale, sia per dare espressione all’unità e stringere i vincoli di solidarietà che avvincono i popoli europei, sia per fornire allo spazio internazionale un essenziale elemento di equilibrio e di saggezza per la sfida dell’organizzazione di rapporti, economici e politici, equi e della preservazione di un ambiente accogliente anche per chi oggi non c’è. A questo progetto la Costituzione non frappone ostacoli, anzi, sulla base del suo personalismo «comunitario» lo incoraggia e invoca, profeticamente, sin dal lontano 1948.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Per i sessant’anni della Costituzione, in “Aggiornamenti sociali”, 6/2008 pp. 419-420

3 RIAPERTURA DELLO SPAZIO PUBBLICO

marzo 10, 2016

CULTURA DEI DOVERI, CITTADINANZA, RIFORMA DEI PARTITI, COME CRITERI GUIDA PER LE RIFORME COSTITUZIONALI

di Filippo Pizzolato*

La crisi è fuori dalla Costituzione. È stato sopra indicato il nucleo portante della Costituzione italiana. Gli elementi di valutazione e le proposte di riforma devono partire coerentemente dalla verifica di quali sono stati i punti di «strozzatura» che hanno reso i due canali poco o per nulla fluidi. Oppure, la riflessione può muovere dall’analisi di quali siano le nuove dimensioni di potere che schiacciano la libertà, sovvertono un retto ordine di relazioni e interpellano la Costituzione. Se questi sono i punti d’approccio corretti, si scoprirà che la crisi della Costituzione giace in gran parte fuori dalla Costituzione stessa e non passa, almeno in via principale, per sue modifiche formali.

Le strozzature legate al primo canale (personalismo) sono principalmente — ma non solo — di ordine culturale. Lo smarrimento della dimensione del «noi» nella vita associata è frutto dei processi economici e culturali che si sono ricordati in premessa e contro cui la riforma della Costituzione nulla potrebbe (ammesso che non li voglia piuttosto assecondare). La nostra Costituzione chiede molto alla libertà e cioè che diventi fattore di costruzione della società e non della sua distruzione o disgregazione, inseguendo impulsi egoistici. Essa si alimenta di una cultura dei doveri e dunque di un’educazione alla cittadinanza. All’angustia degli orizzonti culturali ed esistenziali si deve rispondere con la rivitalizzazione delle comunità. Anche le scelte politiche possono contribuire, in positivo o negativo. Ci limitiamo a due esempi, relativi alla scuola e all’organizzazione dello Stato sociale.

a) La scuola pubblica sembra soccombere di fronte alle accuse di burocratismo e di inefficienza; si reclama l’introduzione di una concorrenza che garantisca la libertà di scelta educativa. È innegabile l’importanza del pluralismo educativo; riteniamo però che questo debba articolarsi nella centralità della scuola pubblica perché essa stessa è, per definizione, luogo di un pluralismo educativo interno e irripetibile. Essa, soprattutto quando sa innervarsi armonicamente e osmoticamente in un territorio, è laboratorio prezioso e imprescindibile di convivenza sociale, palestra di costruzione di un ethos inedito. Nelle aule di scuola, soprattutto elementare e media, si preparano le condizioni di una nuova coesione sociale, perché «si vive» nei fatti quotidiani il cosiddetto «meticciato» culturale. La fatica della scuola pubblica va compresa e accompagnata, più che giudicata, perché essa si sobbarca un lavoro «sporco» che nessun’altra istituzione potrebbe fare con altrettanta sistematicità. Rinunciare a questo contributo sociale di edificazione della cittadinanza, o infiacchirne le energie, mi pare un grave errore strategico.

b) Nell’organizzazione dello Stato sociale i compiti di cura delle fragilità umane sono stati caricati sul solo apparato autoritativo, con conseguente deresponsabilizzazione del corpo sociale e formazione di una cesura tra libertà (privata) e solidarietà (pubblica), che fa assumere a quest’ultima il volto poco amichevole del potere e del fisco. A ciò si leghi la diffusa e, almeno in certa misura, giustificata denuncia dell’iniquità dello sforzo redistributivo imponente compiuto dallo Stato, che ha seguito priorità condizionate da privilegi corporativi e dallo scandalo dell’evasione fiscale che ha inquinato l’accesso ai servizi selettivi. Su questo punto, la consapevolezza pare raggiunta e in vari settori i servizi alla persona sono ormai riorganizzati secondo una logica di rete che valorizza e promuove il ruolo pubblico delle solidarietà orizzontali. Le scelte della politica possono insomma favorire gli spazi e i luoghi in cui si cerca faticosamente di comporre la complessità sociale, evitando di procurare alla società nuove conflittualità o di soffiare sulle esistenti per fini di consenso.

Le strozzature del secondo canale (sussidiarietà) possono avere cause e risposte principalmente istituzionali. Il percorso che conduce dalle formazioni sociali alle istituzioni politiche è quanto mai accidentato e tormentato, obliquo e opaco. La responsabilità del sistema partitico è, su questo punto, innegabile. Lo si comprende bene se si pensa all’introversione che ha caratterizzato la parabola dei nostri partiti. Essi per loro natura sono formazioni sociali, luogo in cui la libertà di partecipazione politica si fa concorso alla determinazione della politica nazionale. Essi sono pertanto la formazione sociale più strutturalmente proiettata sulla sfera istituzionale. Proprio per questo, l’art. 49 della Costituzione esigeva molto dai partiti e cioè che operassero con «metodo democratico». Questa locuzione non è semplicemente riferita al rispetto delle regole democratiche verso i competitor, ma anche e soprattutto all’esigenza fondamentale che i partiti siano, essi stessi in primis, luogo di partecipazione aperta e, appunto, democratica.

La chiusura oligarchica e corporativa dei partiti, tutti rappresi nella sfera del potere, ha determinato un’autoreferenzialità (o «stagnazione») del sistema politico-istituzionale che, anziché aprirsi alle (e raccordarsi con le) espressioni della società, ha «colonizzato» il sociale, spesso immettendovi semi di divisione o mantenendovi clientele assistite per fini di consenso. L’acqua è insomma defluita in senso contrario, torbida o avvelenata, dalle istituzioni verso la società, attraverso i partiti. Fatalmente, le istituzioni stagnanti hanno cessato, come invece dovrebbero, di raffigurare e incarnare («rappresentare») il legame sociale, per assumere, agli occhi di individui solitari e disperati, il volto ostile di un potere annoverato tra le cause dei propri problemi.

Le stesse prerogative della classe politica, anziché condizioni di un buon svolgimento delle funzioni istituzionali, sono percepite ormai come privilegi inaccettabili, segnale di una lontananza che si acuisce tra i cittadini e i partiti, ben espressa dal diffondersi di termini come «casta» e di tentazioni come il «grillismo». Non ci pare giusto, né onesto liquidare la questione dei costi della politica come forma di qualunquismo, trascurandone la (per lo più simbolica ma) importante funzione di occasione di testimonianza da parte del sistema politico di una sobrietà ormai urgente a tutti i livelli. Se lo status di chi sta dentro le stanze del potere diverge troppo dalla condizione del cittadino, la democrazia va in sofferenza e matura un senso di rancore verso le istituzioni che apre la porta — come la storia insegna — alle peggiori dittature.

L’autoriforma del sistema partitico, che dovrebbe tradursi anche in una legge che imponga requisiti minimi essenziali (derogabili solo in melius) di apertura e democraticità, è allora — con ogni evidenza — la prima vera riforma (ma di attuazione) costituzionale, da cui dipende la liberazione della democrazia dalle occlusioni sedimentate che ha conosciuto e che la rendono opaca. I partiti devono essere spazio democratico, nella decisione e nella selezione delle candidature, devono promuovere dialogo e confronto sistematico con i cittadini, ma anche — nel rispetto dei ruoli diversi — con le altre formazioni sociali. Le riforme urgenti sono quelle che riaprono lo spazio pubblico, che riportano nei partiti e nelle istituzioni l’ossigeno della partecipazione dei cittadini, singoli e associati, e riattivano la trasparenza delle scelte e dei comportamenti.

La selezione delle cariche e delle candidature sono state un banco di prova eloquente della superficialità di molti dei movimenti di riforma che, apparentemente, agitano il sistema politico (nella quasi assoluta invarianza della classe politica!). I partiti fanno a gara nel mostrarsi sensibili a spinte palingenetiche dal basso, ma si sono confezionati e sigillati una legislazione elettorale che non consente al cittadino neppure di preferire il proprio candidato. In quest’ottica, ma solo in questa, sono percorribili e sensate altre riforme, anche costituzionali. Ma se questa grande autoriforma (e per questo assai improbabile, se non «incalzata») del sistema partitico non si realizza, o, come già successo, viene erroneamente fatta coincidere con la riforma della legge elettorale, il resto rischia di essere un convulso e vuoto riformismo, una gattopardesca mascherata. Il valzer delle leggi elettorali conferma l’imprescindibilità della premessa.

La riforma del bicameralismo è certo un tema serio e meritevole di essere affrontato. Una rappresentanza integralmente mediata dal sistema partitico appare oggi inidonea a portare nel Parlamento le (in sé fragili) identità sociali collettive. Già i nostri Costituenti più avveduti erano avvertiti del rischio e pensavano a una seconda Camera delle formazioni sociali. Oggi la riforma del bicameralismo può utilmente percorrere la via di un autentico Senato federale, se la seconda Camera diviene espressiva di entità capaci di esprimere posizioni non schiacciate su quelle partitiche centrali. Altrimenti anche il Senato delle Regioni e delle autonomie non sarà il luogo di una rappresentanza di identità territoriali, ma una sede in cui, semplicemente rimescolate, si confrontano e riproducono le stesse contrapposizioni della prima camera. Anche la riorganizzazione del livello politico su base autonomistica, o federale — che già in parte si è compiuta — non può rispondere a contraddittorie (rispetto al personalismo, che valorizza la logica relazionale) volontà di isolamento o di chiusura, ma alla logica, opposta, di aderire in modo più pieno ai plurali tessuti sociali di riferimento e accompagnarli all’apertura ed alla partecipazione alle sorti di una comunità più ampia di persone.

Numero degli eletti. In vista del medesimo obiettivo della riapertura delle istituzioni si può lavorare anche sulla riduzione del numero e dei privilegi degli eletti, introducendo più rigorose regole di incompatibilità e di ineleggibilità su cui siano chiamati a vigilare e giudicare soggetti terzi (rispetto alle Camere stesse). Occorrerebbe anche agire sui regolamenti parlamentari, vera e propria zona franca e talora grigia dell’ordinamento. Si deve valutare seriamente l’ipotesi di estendere su di essi il controllo della Corte costituzionale in ordine al rispetto della Costituzione e, insieme, di consentirne l’utilizzo quale parametro di giudizio della legittimità costituzionalità delle procedure parlamentari.

Sul tema della forma di governo, scartata come inaccettabile la semplificazione del cosiddetto Sindaco d’Italia — che in realtà è più sospensione della democrazia, che sua presa in carico —, si può razionalizzare e stabilizzare il Governo con meccanismi quali la sfiducia costruttiva, che non stravolgono l’impianto parlamentare della nostra Repubblica. Laddove si tratti di modificare la Costituzione, è però necessario, prima di ogni altro passaggio, riformare l’art. 138, impedendo che si possa procedere alla revisione costituzionale con la maggioranza assoluta, ma solo con quella dei 2/3 dei parlamentari. E ogni altra proposta di modifica deve comunque reggere al criterio discretivo fondamentale, quello di aprire lo spazio pubblico, non di rinserrarlo o di esaurirlo nella competizione tra élite o leader.

Democrazia non è solo elezione del capo. Personalmente riteniamo semplificante l’alternativa per cui la questione delle democrazie contemporanee sarebbe non più quella di rendere possibile una, ormai impensabile, partecipazione politica diretta, ma di garantire la selezione dei governanti. Chi ritiene riducibile la democrazia all’elezione del «capo» ignora che anche la selezione della classe politica diventa impossibile e vuota se non si realizza entro uno spazio pubblico di confronto vitale e indipendente, che è l’unico idoneo a formare nel popolo discernimento e criteri di giudizio. E questo spazio pubblico è anche vettore di una partecipazione popolare autentica, che non sia cioè limitata ai ruoli intermittenti di spettatore televisivo e di elettore, perché animata dalle formazioni sociali, luogo della formazione anche politica dell’individuo.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Per i sessant’anni della Costituzione, in “Aggiornamenti sociali”, 6/2008 pp. 415-419

2. UNA COSTITUZIONE VECCHIA?

marzo 10, 2016

PERSONALISMO E SUSSIDIARIETÀ CONTRO LE DEBOLEZZE UMANE

di Filippo Pizzolato*

Nata dalla catastrofe. È indubbio che la Costituzione rechi in sé ben visibile la traccia del periodo in cui è stata scritta. L’errore sta però nel trarre la semplicistica deduzione che, per ciò stesso, sarebbe un testo ingiallito e vecchio. Quello che superficialmente appare un elemento di debolezza, è in realtà la forza della Costituzione perché ne rinsalda le radici che affondano nella gravità di un periodo che, pur e proprio per tragicità, fu straordinario, naturaliter costituente e che dunque non può e non deve essere dimenticato. La Costituzione nasce dalla catastrofe della seconda guerra mondiale. Lo ha ricordato in modo lucido, con la credibilità di un testimone diretto, Giuseppe Dossetti, quando ha sostenuto che «nel 1946, certi eventi di proporzioni immani erano ancora troppo presenti alla coscienza esperienziale per non vincere, almeno in sensibile misura, sulle concezioni di parte e le esplicitazioni, anche quelle cruente, delle ideologie contrapposte»: insomma la guerra mondiale fu un evento in sé particolare, da cui scaturiva però «uno spirito universale e in certo modo transtemporale»1.

Debolezza umana. Da questi eventi, così come dallo sterminio razziale, si levò universale l’invocazione morale “mai più!” che è spirito costituente. Dinnanzi a quello spettacolo di morte, la scrittura delle regole non poteva che porre al centro la condizione umana, autenticamente universale, di debolezza. È questo osservatorio, del dolore e della fragilità, e non lo sguardo angusto del potere, che offre una guida saggia al Costituente. Non a caso, da quel tempo, particolare ma universale, trae spinta l’onu (1945) e prende avvio il cammino dell’integrazione europea, con la ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio, costituita nel 1951), perché nella creazione di questi mercati unici Francia e Germania, nemici in guerra, unitamente ad altri Paesi tra cui l’Italia, riponevano la speranza della costruzione di condizioni solide, perché fattuali, di una pace duratura.

Due canali. La nostra Costituzione è imbevuta di quello spirito costituente e lo cristallizza in norme e principi. La mediazione realizzata nell’Assemblea Costituente fa della Costituzione un testo profondamente e coerentemente ispirato, non un «baule» in cui ogni componente ideologica abbia riposto alla rinfusa il suo progetto e nemmeno un esercizio di contrattazione spartitoria. Qual è dunque questa ispirazione comune e coerente? La si può esprimere ricorrendo all’immagine dei «due canali», necessari per rendere la democrazia vitale e non arida: il primo — denominato «personalismo» — è quello che collega l’individuo all’altro da sé, per mezzo delle formazioni sociali; il secondo — denominato «sussidiarietà» — collega la società alle istituzioni politiche (alla Repubblica).

Il personalismo obietta radicalmente a ogni forma di totalitarismo che l’individuo non può essere asservito o strumentalizzato a nulla, perché ha una dignità incomprimibile e assoluta; all’individualismo obietta però che l’uomo conquista socialmente la sua identità, perché costruisce la sua personalità nella relazione con l’altro da sé («le formazioni sociali ove si svolge la sua personalità», come recita l’art. 2 Cost.). La libertà, l’uguaglianza (e l’autonomia) scaturiscono, per l’individuo, da una storia concreta di relazioni, che prende avvio, per la persona, da un’accoglienza ricevuta entro formazioni sociali le quali si prendono cura della sua strutturale debolezza e ne accompagnano lo svolgimento della personalità.

La libertà individuale, nell’ottica personalistica adottata dalla Costituzione, è chiamata pertanto a mantenere e anzi a promuovere quel contesto relazionale (sociale, economico, ambientale) orientato al bene comune da cui essa stessa è generata e resa possibile. Essa è inseparabile dalla responsabilità e dalla solidarietà, che l’art. 2 fa oggetto di dovere inderogabile: se infatti quella della fragilità è esperienza umana universale, la cura del debole è sic et simpliciter cura dell’uomo. Fuori da questo orizzonte di solidarietà, la libertà rischia di degenerare in privilegio o potere, perché indebolisce il tessuto sociale da cui pure essa è originata, anziché partecipare alla sua costruzione. Ben si comprende, nel quadro tracciato dai principi costituzionali, la scelta di porre il lavoro a fondamento della Repubblica (art. 1): non perché — come si dice non senza grossolanità — fosse necessario pagare un tributo ai comunisti in Assemblea Costituente, ma perché esso esprime l’archetipo di una libertà che si «gioca» e si realizza nella costruzione della città, che si dispiega nella solidarietà. Il primo canale serve dunque a fluidificare l’interazione delle sfere individuali di autonomia e libertà, destinate altrimenti ad elidersi o a sopraffarsi l’un l’altra, e ne garantisce un alveo accogliente e armonico.

Sussidiarietà. Il secondo canale (il principio di sussidiarietà) conduce la libertà, già mantenuta entro l’alveo solidaristico, a farsi istituzione, facendo assumere rilevanza pubblica alle formazioni sociali. Il sistema delle formazioni sociali, che è la trama del tessuto sociale, su cui solo può innestarsi l’ordito giuridico, svolge funzioni di interesse generale, che vanno riconosciute e incentivate senza assorbire nella sfera dell’autorità ciò che nella libertà, ancorché disciplinata, ha trovato soluzione. L’insegnamento giunge ancora dall’esperienza del totalitarismo, che è l’antitesi della sussidiarietà: esso persegue un disegno di distruzione del legame sociale e di disarticolazione dei gangli del tessuto relazionale per sostituirli secondo schemi artificiosi, dettati dall’autorità politica e funzionali al regime.

La «statizzazione» dei rapporti sociali comporta, oltre che un sacrificio di libertà, che la caduta di un regime politico trascina con sé anche l’organizzazione sociale (com’è stato drammaticamente asseverato dal crollo dell’ex urss), privata delle sue autonome risorse. È vitale che la società mantenga una sua autonomia (non separazione!), perché si costituisca un tessuto di rapporti sociali resistente agli strappi di regime. Ma è anche vitale che su questo corpo sociale si innesti il compito delle istituzioni politiche che è quello, da un lato, di correggere ripiegamenti corporativistici dei livelli sociali intermedi, riportandoli a una solidarietà più ampia, e, dall’altro, di iscrivere e ordinare i bisogni individuali in un progetto di convivenza che garantisca a tutti condizioni di dignità.

Compito della Repubblica è, come recita l’art. 3, comma 2, Cost., garantire quelle condizioni sociali, materiali e spirituali, che rendono possibile il pieno sviluppo della persona e la sua effettiva partecipazione alla vita sociale, politica ed economica. L’apparato istituzionale è sostegno del ruolo pubblico delle formazioni sociali — come ad esempio del ruolo educativo della famiglia, della funzione di tutela del sindacato, ecc. — e creazione di un luogo di composizione sintetica degli interessi parziali, secondo un progetto di convivenza. Perché esso funzioni, occorre però che questo luogo istituzionale non sia uno «stagno» chiuso e sbarrato al flusso vitale delle relazioni, ma che sia approdo della ricchezza dell’articolazione del corpo sociale. Il primato del Parlamento doveva essere il centro di questo luogo istituzionale, per il tramite dell’organizzazione dei partiti, che, in quanto «giano bifronte» — formazioni sociali ma già direttamente e strutturalmente coinvolte nello spazio pubblico — avrebbero dovuto essere vettori naturali delle istanze sociali entro lo spazio istituzionale. I partiti hanno la «cittadinanza» del sociale e delle istituzioni politiche e dunque sono un vettore essenziale per far dialogare i due sistemi.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Per i sessant’anni della Costituzione, in “Aggiornamenti sociali”, 6/2008 pp. 413-415

1 Dossetti G., «La Costituzione italiana. Il valore di un patrimonio», in Aggiornamenti Sociali, 6 (2006), 521.

1. COSTITUZIONE SOTTO PRESSIONE

marzo 9, 2016

INDIVIDUALISMO E BENESSERE HANNO APPANNATO I VALORI IDEALI DA CUI È NATA LA COSTITUZIONE

di Filippo Pizzolato*

Operazione di retroguardia? L’affaccendarsi confuso attorno alle riforme costituzionali, il succedersi di tentativi di modifiche, benché per lo più falliti, hanno dato corpo al mito di una Costituzione da riscrivere, perché inadatta a reggere l’età della globalizzazione, di Internet, ecc. Si versa pertanto in un continuo, strascicato, momento costituente, con ineluttabile, conseguente, banalizzazione della Costituzione. Vero è che nell’estate del 2006 un progetto di revisione integrale della seconda parte della Costituzione è stato bocciato dal corpo elettorale, ma, di fronte al continuo parlare di riforme e a una vena demistificatoria e revisionista che gioca a indebolire le residue fondamenta di senso (o «miti fondativi») — Resistenza, antifascismo, Costituzione — di una Repubblica sempre più liquida e sbriciolata, «tenere alta» la tensione risulta difficile. La difesa della Costituzione, nel tempo in cui il «riformismo» assurge a valore, è screditata come operazione di retroguardia.

Imbrigliare il potere. Quando il ritmo delle riforme tentate segue quello dell’alternarsi dei Governi, forte è il sospetto che si tratti di operazioni di potere alla cui logica congiunturale tutto, anche la Costituzione, si vorrebbe piegare. Ma la Costituzione è strumento creato per imbrigliare e orientare il potere. La difesa della Costituzione deve dunque essere responsabilità assunta in proprio dalla cultura e dalla società civile; affidarla al potere significa mettere la proverbiale faina a guardia del pollaio. Un errore altrettanto grave sarebbe quello di ritenere acquisite le conquiste che essa ha suggellato. Nessun principio, nemmeno quello che ci appare più elementare e scontato, sopravvive a lungo se non è incarnato e continuamente vivificato dalla testimonianza, più ancora che dalle parole, degli uomini di ogni tempo.

Angustia etica. E tuttavia il dibattito sociale e politico nel nostro Paese appare fortemente schiacciato sulla congiuntura e dunque inadeguato a sostenere il «respiro» dei valori costituzionali. Sicuramente lo è il sistema partitico il cui orizzonte, abbandonata la dimensione del progetto o dell’ideologia, è ristretto a quello della legislatura; ma lo sono anche i cittadini quando reagiscono visceralmente ai temi della politica e vi si collocano nella posizione, tipica del consumatore di beni voluttuari, dell’«io-qui-adesso». Questa angustia etica non si addice al cittadino della democrazia, per il quale è essenziale sentirsi parte di un «noi», e ancor meno al cittadino di una democrazia costituzionale, che è chiamato a sentirsi parte di una «storia» di quel «noi», a riconoscersi debitore di un «passato», a cui si deve, non solo idealmente, la libertà, e responsabile di un «futuro», a cui si deve garantire possibilità di vita degna.

Beni che dividono. Questo smarrimento di senso rischia perfino di ingenerare l’impressione rassegnata di essere di fronte a una decadenza, per così dire, «biologica» di civiltà. Certo è che questo tempo appare, per il diritto e ancor più per il diritto costituzionale, particolarmente difficile. Non solo perché il diritto è stato costruito, soprattutto a partire dal positivismo sette-ottocentesco, più sullo Stato — la cui forza appare declinante — che sulla società, ma anche per ragioni di tipo culturale. Non intendo su questi fattori dilungarmi, essendo processi largamente esplorati e noti. Voglio solo richiamare il diffuso individualismo, frutto forse del primato, nel sistema dei valori sociali, dell’economico, che rende l’accumulazione di ricchezza e di notorietà i misuratori infallibili della realizzazione individuale. Ricchezza e fama sono per natura beni che dividono, solleticano invidia ed egoismo sociale. Il tessuto di una comunità si lacera quando questi sentimenti dilagano. E certamente il diritto soffre perché la società è diventata più disgregata, avendo perso i collanti naturali. Anche quell’omogeneità veicolata in passato da fattori di carattere etnico, di nazionalità e lingua, ha ceduto il passo a una mescolanza, ricca e complessa, di popoli e culture. In questo contesto, trovare regole condivise appare operazione ardua, e tuttavia sempre necessaria, ed il diritto propone il suo volto meno amato, quello dell’imposizione, del potere.

*professore di Diritto pubblico nell’Università di Milano-Bicocca. Tratto da: Per i sessant’anni della Costituzione, in “Aggiornamenti sociali”, 6/2008 pp. 411-413

UTOPIA

gennaio 9, 2016

QUELL’ISOLA CHE NON C’È DIVENTA LA MADRE DI TUTTE LE COSTITUZIONI: NON UNA FUGA NEL SOGNO, MA UN MODELLO A CUI ISPIRARSI

di Nadia URBINATI, La repubblica 8 gennaio 2016 pag.34

Thomas More creò “Utopia” cinquecento anni fa, nel 1516, in età matura e mentre si stava avviando a una brillante carriera politica che lo avrebbe portato a essere cancelliere di Enrico VIII. Il divorzio del re segnò la rottura dell’Inghilterra con la Chiesa di Roma e la fine della carriera e della vita del cardinale cattolico More, giustiziato il 6 luglio del 1535 (santificato da Pio XI nel 1935 e proclamato da Giovanni Paolo II protettore dei politici). “Utopia” é il capolavoro di questo grande umanista cristiano che Erasmo da Rotterdam descrisse come un credente ansioso di una fede verace e nemica di ogni superstizione, e che i bolscevichi immortalarono in un monumento posto davanti al Cremlino accanto a quello di Tommaso Campanella. Prima opera che porta questo nome, Utopia non é un libro semplice e sulle intenzioni del suo autore (che riconobbe la schiavitù e la subordinazione delle donne) gli studiosi non si trovano ancora d’accordo. Certamente, si trattò di un progetto che rifletteva le condizioni storiche dell’Inghilterra del tempo, afflitta dall’intolleranza religiosa (alle soglie della Riforma protestante) ma prima ancora dalla miseria delle classi povere e dall’opulenza di un’oligarchia abituata al privilegio di rapina.

Cultura e autogoverno. Utopia non disegna però un sogno d’evasione nella terra dell’abbondanza. Racconta una società in sintonia con l’etica dei moderni, dove il lavoro è onorato, anche se nessuno è costretto alla stessa mansione per tutta la vita; dove si rispetta un tempo lavorativo di sei ore giornaliere affinché ognuno abbia il tempo dello svago e possa coltivare rapporti affettivi e sociali, l’arte e la scienza. In Utopia, la legge è uguale per tutti; la giustizia segue un dosaggio di oneri e di onori misurato secondo il servizio reso alla società, non l’appartenenza a un ceto o una classe; la vita pubblica aborre la retorica perchè menzognera; e infine, il popolo non è una platea addomesticata da retori e da legulei. Nelle città federate di Utopia si promuovono la cultura, la letteratura e l’arte; sono abolite le sofisticherie teologiche e metafisiche, si educano i giovani secondo i principi del metodo sperimentale, il più adatto a un popolo che si autogoverna e ha il potere ultimo delle decisioni; i cittadini delegano l’amministrazione a magistrati che sono scrupolosamente controllati; le amicizie e le parentele sono bandite da ogni relazione pubblica.

Natura e ragione. L’utopia non è propriamente un luogo di evasione dal presente, ma un esercizio di immaginazione che denuncia il disordine della società esistente e mostra i principi a partire dai quali è possibile correggerlo. L’isola che non c’è di More illustra le norme del ben vivere collettivo e privato secondo un ideale che appartiene alla natura umana come un dover essere che la ragione indica – non un assurdo, non un disegno che sta fuori della nostra portata. L’utopia è, in questo senso, la matrice delle costituzioni moderne, delle leggi che i popoli scrivono nella loro fase creatrice, quando emergono da grandi sofferenze e sanno ragionare per grandi visioni, pensando non a quel che conviene a loro in quel momento e alla loro generazione, ma a quel che farà dignitoso il paese per le generazioni a venire.

Matrice utopica. Insieme al cinquecentesimo anniversario dell’Utopia di More, nel 2016 si celebrerà anche il settantesimo anniversario della nostra Repubblica, la matrice utopica della nostra società. L’Assemblea che si insediò dopo il 2 giugno 1946 segnò il carattere della nostra Costituzione, nata dalla lotta partigiana e guidata da partiti politici, da cittadini, cioè, con diverse idee politiche e capaci di convenire pur dissentendo. La capacità di immaginare il futuro è innervata nel presente, come un punto di riferimento senza il quale non ci è possibile fare scelte. L’utopia è una creazione esemplare di questa capacità. Un luogo che non c’è del quale non si può fare a meno.

COALIZIONE SOCIALE

marzo 16, 2015

L’INIZIATIVA SINDACALE POTREBBE ESSERE L’OCCASIONE PER MOBILITARE LE NUOVE CLASSI PENALIZZATE, SUPERANDO LOGICHE PARALIZZANTI

di Stefano Rodotà, La Repubblica, 15-3-2015, pag.26

Distacco dei cittadini. Entrata nell’uso, l’espressione “coalizione sociale” è stata ieri ufficializzata da Maurizio Landini. Come, e perchè, si cerca una nuova forma dell’azione politica collettiva? Negli ultimi tempi si è delineato un rapporto tra Stato e società, o piuttosto tra governo e società, segnato da un forte riduzionismo, dove l’unico soggetto sociale ritenuto interlocutore legittimo è l’impresa. Versione casereccia della ben nota affermazione di Margaret Thatcher secondo la quale la società non esiste, esistono solo gli individui. Individui atomizzati separati tra loro: ieri, considerati “carne da sondaggio”, oggi sbrigativamente ridotti a carne da tweet o da slide. Spingendo un po’ più in là questa analisi, non è arbitrario registrare un ritorno a quello che Massimo Severo Giannini, nella sua ricostruzione delle vicende storiche italiane, aveva definito uno “Stato monoclasse”, oggi dominato dalla dimensione economica e dalla riduzione del governo a “governance” [basata solo sugli interessi in gioco, ndr]. Stato e società si separano? Quale che sia la risposta, è nei fatti un distacco profondo dei cittadini da partiti e istituzioni, testimoniato dal crescere e consolidarsi dell’astensione elettorale.

Ma la società non scompare, né accetta la delegittimazione indotta dall’indirizzo politico del governo. Esprime pulsioni che ridisegnano il sistema dei partiti in senso populista o di democrazia plebiscitaria. Al tempo stesso, però, manifesta forme di organizzazione e di azione ben diverse, reagisce alla messa in opera di meccanismi di esclusione come quelli fondati sulla riduzione dei diritti e comincia così a colmare quel deficit di rappresentanza che investe la società nel suo insieme, e che viene aggravato dall’insieme delle riforme costituzionali e elettorali attualmente in discussione. Proprio la questione della rappresentanza ci avvicina al cuore del problema. Quando si dice che vi è una folla di cittadini che non è o non si sente rappresentata, in realtà si constata che dalla discussione pubblica e dalla decisione politica sono assenti non tanto interessi specifici, quanto piuttosto riferimenti forti a principi fondativi. Una ricognizione paziente in questa direzione porta ad individuare i nessi che legano i grandi principi costituzionali alla concretezza dei temi che sono davanti a noi: tutela dei diritti sociali, partecipazione, riconoscimento dei nuovi diritti civili, considerazione dei beni in relazione alla loro essenzialità per la soddisfazione di bisogni sociali e culturali, rafforzamento dei legami sociali attraverso la pratica della solidarietà, necessità di agire nella dimensione sovranazionale e internazionale in maniera coerente con queste indicazioni.

Sono principi e temi di sinistra? A quella storia certamente appartengono, e la rinnovata attenzione per la società finisce così con il fare corpo con la necessità di garantire non una qualsiasi sopravvivenza ad una astratta identità di sinistra, ma a quell’insieme di principi ormai sbiaditi o abbandonati nella pratica di governo non solo italiana. Ma, ci si chiede, esiste un’area a sinistra del Pd dove potrebbe insediarsi una nuova forza politica? Il limite di questa impostazione sta nel riportare ogni questione all’interno del funzionamento del sistema dei partiti, identificando politica e partito e banalizzando tutto intorno alla domanda se tizio o caio stia per fondare un nuovo partito. Proprio la possibilità di un’altra politica viene oggi descritta parlando di una coalizione sociale — espressione che può avere diversi significati, ma che oggi individua un progetto concreto di collaborazione organizzata di molti soggetti attivi nella società, legati ai principi appena ricordati. Si parla di Libera e della Fiom, di Emergency e dei Comitati per l’acqua pubblica e i beni comuni, di Libertà e Giustizia, delle reti degli studenti, dei gruppi attivi sul tema del reddito di cittadinanza e altri ancora.

Mettere in comune queste esperienze, senza pretese di unificazioni artificiali, significa creare una massa critica politicamente rilevante, con capacità di attrazione, o di confronto, anche verso altre iniziative sociali su un terreno distinto da quello dei partiti, prigionieri di logiche personalistiche e oligarchiche. E saremmo di fronte ad una discontinuità importante anche rispetto ai tentativi perdenti affidati ad improvvisate liste elettorali o a scimmiottature di esperienze straniere. La fretta, la subordinazione alle occasioni elettorali, costituiscono la vera insidia sulla via della costruzione della coalizione sociale. Una riunione dei diversi soggetti prima ricordati, e non solo, dovrebbe definire le modalità di lavoro comune e i temi sui quali impegnarsi con azioni concrete, sorrette da un rinnovamento culturale. Solo dopo questo diverso radicamento sociale, culturale e politico verrebbe legittimamente il tempo di una discussione generale sulla rappresentanza e, se così si vuole chiamarla, sulla leadership.

Discontinuità. Ma si dice che una vera coalizione sociale può nascere solo da una mobilitazione che crei un soggetto storico del cambiamento che abbia lo stesso ruolo che borghesia e classe operaia hanno avuto nella modernità. Si guarda allora alle nuove classi “esplosive” dei precari, migranti, occupanti, indignati, lavoro dipendente, ceto medio impoverito. Riferimenti significativi, ma che ancora non indicano la via verso un nuovo soggetto storico e, comunque, non possono destituire di significato altre forme di coalizione sociale. Altri, invece, partono dall’attualità più stringente e spostano l’attenzione dalla coalizione sociale alla creazione di un soggetto unico della sinistra. Questione non nuova, con la quale si sono cimentati tanti spezzoni della sinistra con esiti finora insignificanti. L’ostacolo sta nel fatto che i diversi gruppi sono prigionieri di logiche paralizzanti: la sopravvivenza, ad esempio per Rifondazione comunista; l’appartenenza, per Sel e la variegata galassia delle minoranze del Pd. Una situazione che si trascina da tempo, che non può pretendere il monopolio delle iniziative a sinistra e che, anzi, potrebbe avvantaggiarsi da una discontinuità che obbligherebbe ad abbandonare gli schemi attuali. La coalizione sociale può essere proprio questo. Un risveglio, un benefico ritorno di una politica forte e organizzata.

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PAESAGGIO INDONESIANO


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