QUELL’IDEA DI ORDINE

giugno 14, 2018

CHE HA INQUINATO LA POLITICA EUROPEA: IDEA INCERTA E ARBITRARIA, PER COPRIRE INTERESSI PARTICOLARI

spunti tratti dalle conferenze-dibattiti organizzati dal Comitato Difesa Costituzione Merate nel maggio 2018 con i docenti: Nadia Garbellini, Marco Bersani e Giulio Cainelli

IL MODELLO ECONOMICO prevalentemente seguito ancora oggi in Germania è quello dell’ordoliberalismo (ordoliberismo se ci si limita al campo economico), più noto col nome di economia sociale di mercato. Il fatto è che il complesso di idee e di prassi portate dall’ordoliberismo tedesco sono diventate quelle seguite dall’intera Comunità Europea, compreso il nostro paese. Merita quindi soffermarsi sulla loro origine e natura per individuarne eventuali incongruenze. L’elaborazione di questo modello può essere fatta risalire agli sforzi compiuti nell’ambito del pensiero liberale per cercare rimedi alla grande crisi economica iniziata nel 1929. Questa aveva mostrato platealmente l’instabilità del liberismo e la sua incapacità di dare avvio alla ripresa senza esplicite iniziative da parte del settore pubblico. Contemporaneamente prendevano piede sempre più le idee keynesiane di interventi anticongiunturali dello stato. Il pensiero liberale era pertanto assediato e ovunque in difesa. In un incontro degli economisti di ispirazione liberale avvenuto nell’agosto 1938 a Parigi (uno dei pochi luoghi ancora liberi dai totalitarismi) emersero due linee di pensiero prevalenti: quella dei neoliberisti e quella degli ordoliberisti. Entrambi condividevano l’avversione viscerale verso le degenerazioni dell’interventismo statale da parte dei nascenti fascismi, nonché la convinzione sull’impossibilità di abolire il mercato, sostituendolo con una programmazione centralizzata; la motivazione principale addotta sta nella estrema difficoltà di disporre centralmente delle informazioni necessarie per un corretto funzionamento del mercato. Mentre però il mercato era considerato un dato “naturale” dai neoliberisti, gli ordoliberisti lo riconoscevano – giustamente – come una istituzione umana, quindi fragile, modificabile e controllabile.

CONFORMITÀ. Gli ordoliberisti si distinguevano dai neoliberisti anche perché, come dice il nome, avevano l’idea di ordine: possibile e perseguibile anche nel campo economico. Quindi lo stato che auspicavano non era uno stato debole, che lasci ogni spazio al mercato, ma uno stato forte che intervenga nell’economia, ma limitatamente all’eliminazione di ciò che non è conforme al modello ordoliberista: in primo luogo non è conforme la formazione di monopoli, oligopoli o rendite che alterino il funzionamento della libera concorrenza. Altre cose non conformi al modello: lo sciopero: meglio inserire i sindacati nella direzione aziendale, in modo di sciogliere alla radice le occasioni di contrasto; il debito (nella lingua tedesca questo termine significa anche colpa); il deficit di bilancio, escludendo quindi anche le politiche anticicliche keynesiane; l’inflazione (di cui i tedeschi hanno cattivo ricordo). Se applicate correttamente le regole del modello, si sarebbero avute le seguenti conseguenze teoriche: riduzione dei costi, grazie al progresso tecnico sollecitato dalla concorrenza; riduzione del profitto d’impresa; riduzione dei prezzi, a vantaggio dei consumatori. Un quadro deflazionistico, dunque, di cui si sono avute pessime esperienze, specie in Giappone.

LA SCUOLA DI FRIBURGO fu la principale culla di questo pensiero ordoliberista, di cui non si può non rilevare subito anche l’astrattezza. Fu elaborato in buona parte da pensatori, economisti e giuristi tedeschi non allineati con l’ideologia nazista, che dovettero nascondersi o emigrare, molti dei quali cristiani praticanti. Questo ultimo aspetto è importante per comprendere la loro visione organicistica della società. Molti autori nella storia hanno assimilato la società ad un organismo vivente, ma forse la teorizzazione più incisiva è quella di Paolo di Tarso, che descrive la chiesa come un corpo di cui Cristo è la testa e i cristiani le membra. È forse questa immagine che ha maggiormente spinto quei pensatori tedeschi a elaborare l’idea di ordine nella società civile ed economica. La loro rivista principale è stata Ordo (ordine in latino), fondata all’inizio del terribile conflitto. E su quelle idee si sono ritrovati alla fine della guerra quelli rientrati, assetati di pace contro la guerra, di libertà contro la dittatura e di ordine contro le convulsioni belliche. Ma se l’idea di ordine può essere accettabile in una realtà spirituale come la chiesa paolina, non può certo essere applicata tout court alla società civile, se non forse come ideale da perseguire nel lungo termine. Nella moderna società prevale la competizione e il conflitto: anche in sociologia il paradigma scientifico è passato dall’ordine al conflitto, nessuno più ritiene sostenibile l’ordine. Non va nascosto però che questa visione organicistica, non atomistica, degli ordoliberisti – terza importante differenza rispetto ai neoliberisti – ha avuto il grande pregio di vedere favorevolmente gli enti intermedi e la decentralizzazione degli ambiti sociali, politici ed economici della vita.

NATURA. Dietro l’idea di ordine vi è certamente anche quella di natura, cui spesso viene fatto riferimento da quegli autori. Norberto Bobbio parlando di natura afferma che «è uno dei termini più ambigui in cui sia dato imbattersi nella storia della filosofia» (nello scritto Giusnaturalismo e positivismo giuridico), sottolineando come fra gli stessi autori appartenenti alla scuola del diritto naturale regni incertezza nell’individuare il senso della natura. Conclude che «se uno degli ideali di una società giuridicamente costituita è la certezza, una convivenza fondata sui princìpi del diritto naturale è quella in cui regna la massima incertezza. Se caratteristica di un regime tirannico è l’arbitrio, quello retto dal diritto naturale è il più tirannico, perché questo gran libro della natura non fornisce criteri generali di valutazione, ma ognuno lo legge a modo suo». Discorso analogo vale, ovviamente, per l’economia con le incerte e arbitrarie idee di ordine e natura.

IN DEFINITIVA ci ha pensato l’evoluzione stessa della società a rendere obsoleto il discorso liberista. Anche nella versione attenuata e per certi aspetti pregevole dell’ordoliberismo, non è stato possibile porre freno alla crescita patologica del mercato: ha varcato ogni confine nazionale e ogni dimensioni della libera concorrenza. Poche multinazionali oggi dominano i mercati e comandano persino sulla politica. Grazie anche ai progressi strepitosi nel campo delle tlc sono stati svuotali di contenuto molti enti intermedi, alla faccia degli auspici ordoliberali. La vittoria del mercato è andata al di la di quanto auspicato dai liberisti. Le ricchezze si concentrano sempre più nelle mani di pochissime persone, mentre si allargano a macchia d’olio povertà, migrazioni, disoccupazione. Restano gravissimi problemi ecologici globali che vanno affrontati urgentemente, anzitutto dai responsabili politici del mondo: è davvero ingenuo pensare che possano essere risolti dalle multinazionali alla ricerca del profitto selvaggio. Quello che più preoccupa è che il vecchio liberismo negli ultimi decenni ha cambiato natura, ha esteso la logica mercatistica a tutti gli ambiti della vita, spesso inquinandoli dall’interno; ignorando ovviamente l’esiguità delle sue basi scientifiche cui sopra si è fatto cenno.

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USO IMPROPRIO DEL DEBITO PUBBLICO

giugno 14, 2018

LA TRAPPOLA DEL DEBITO DAL CIRCOLO VIRTUOSO AL CIRCOLO VIZIOSO

spunti tratti dalle conferenze-dibattiti organizzati dal Comitato Difesa Costituzione Merate nel maggio 2018 con i docenti: Nadia Garbellini, Marco Bersani e Giulio Cainelli

“LO SHOCK serve a far diventare politicamente inevitabile quello che è socialmente inaccettabile”; lo sosteneva il grande Milton Friedman, premio Nobel 1976 per l’economia, fondatore del pensiero monetarista e della scuola di Cicago, forte sostenitore di quel liberismo che si impose con l’avvento al potere di Reagan e della Tatcher, ispirando in seguito la politica economica mondiale. Si potrebbe subito notare una grossa contraddizione tra il ricorso agli shock e il lassez-faire liberista. Ma forse questa non è l’unica incongruenza di quel pensiero. In ogni caso uno di questi shock, molto utilizzato nel nostro paese è quello del debito pubblico. In valore assoluto il nostro debito (2,3 mila miliardi di euro a fine 2017, corrispondenti a circa 2,8 mila mld dollari) è superato soltanto dagli USA (20 mila mld dollari), Giappone (11,5) e Cina (5 circa). Ai fini dello shock serve ancor più il rapporto debito/PIL, cioè la percentuale del debito rispetto alla capacità del paese di produrre reddito: preoccupa specie quando il reddito non cresce, come nel caso italiano. Il rapporto debito/PIL è giunto in Italia al 132%: produciamo più debito che reddito. Nel mondo siamo dietro solo al Giappone (240%) e alla Grecia (180%).

GESTIRE LA MONETA. Cos’hanno USA, Giappone e Cina rispetto a noi per non destare allarme su un debito così elevato? Hanno anzitutto la possibilità di gestire la propria moneta, mentre da noi tale possibilità è passata, dopo l’unione monetaria, alla BCE (Banca centrale europea). La propria moneta può essere moltiplicata a volontà (entro il limite ovvio di non cadere nell’inflazione galoppante) e pertanto può essere usata anche per ridurre il debito. È per questo che ogni paese moderno è sempre ricorso a un debito pubblico consistente, senza particolari preoccupazioni nè alcun bisogno di azzerarlo, come sarebbe invece normale per un debito privato. Il debito pubblico infatti può diventare elemento di un circolo virtuoso per generare reddito e benessere (attraverso il meccanismo che gli economisti chiamano moltiplicatore) grazie alla spesa pubblica, anche in deficit. Lungi dallo scaricare il debito sulle generazioni future, un debito pubblico virtuoso e controllato crea benessere anche per le generazioni a venire: un’eredità positiva grazie al debito.

UN CAPPIO ATTORNO AL COLLO. I problemi si complicano quando un paese dalle dimensioni consistenti, come il nostro, non può più controllare direttamente la moneta, avendo lasciato accrescere il debito in modo eccessivo. Il nostro debito è “esploso” soprattutto negli anni ‘80 e nella prima metà del successivo decennio, dopo il “divorzio” tra Banca d’Italia e ministero del Tesoro, avvenuto tramite una semplice lettera del ministro Andreatta, con cui si affrancava la Banca stessa dall’obbligo di acquistare i titoli di stato emessi e non venduti sul mercato. Non essendoci più questo obbligo i titoli di stato potevano essere collocati solo rendendoli più attraenti, cioè con un più alto tasso di interesse. Questo però fa gonfiare la spesa per il servizio del debito, spesa che varia oggi attorno ai 70-90 mld di euro, la terza voce più rilevante del bilancio dello stato, dopo la previdenza e la sanità. Come fa il nostro stato a pagare questi interessi? Si indebita ulteriormente. L’immagine del cappio attorno al collo che si stringe sempre più è quella propria per descrivere la situazione in cui è caduto il nostro paese: forte debito che continua a crescere su sé stesso in un circolo vizioso. Altri fattori che rischiano di aggravare la situazione debitoria del nostro paese stanno nella sua incertezza politica, nell’introduzione del Fiscal Compact che inasprirà l’austerità, nell’aumento dell’IVA e dei tassi di interesse conseguenti alla fine del Quantitative Easing (con l’acquisto di titoli pubblici da parte della BCE) e infine nell’accettazione della proposta (dei “falchi” europei) di limitare alle banche nazionali il possesso di titoli pubblici del proprio paese, o che questi non siano più considerati privi di rischio. In tal caso le banche nazionali sarebbero costrette a svendere molte decine di miliardi di debito pubblico italiano.

STRATEGIE. Per uscire dal circolo vizioso del debito italiano sono necessari provvedimenti radicali e certo non indolori. Le proposte sono molteplici: una strategia spesso invocata è quella di fare in modo che il debito pubblico italiano torni ad essere detenuto da entità private o pubbliche, ma italiane. Così è per il Giappone, che si può concedere, senza alcun allarme, un debito più di 4 volte il nostro, in percentuale quasi il doppio del nostro. Il debito italiano è invece nelle mani per più di un terzo della grande finanza internazionale, che potrebbe speculare al ribasso, mandando in fallimento il nostro paese. Ecco la ripartizione percentuale dei creditori del nostro debito pubblico:

operatori stranieri 36
assicurazioni e fondi di investimento 23
banche nazionali e fondi monetari 18
Banca d’Italia 18
famiglie italiane e piccoli risparmiatori 5

Sarebbe necessario ridurre la quota straniera, aumentando queste ultime voci; cosa non impossibile, se si pensa che la ricchezza finanziaria delle sole famiglie italiane supera i 4 mila mld di euro: il doppio del nostro debito pubblico. Si potrebbe inoltre concordare, con i grossi detentori del debito, le vie (soprattutto incentivi fiscali e finanziari) della sua riduzione, allentandone gradualmente il cappio. Chi si oppone a questa soluzione o alle molte altre che vengono avanzate? Anzitutto la grande finanza internazionale. Si dice che un creditore usurario teme tanto la morte del debitore quanto la cessazione del debito – che gli consente guadagni ripetuti nel tempo. Così la finanza internazionale è la prima interessata al mantenimento del debito pubblico italiano. Taluni sostengono che le scelte elettorali recenti verso i populisti siano in buona misura motivate dalla convinzione che l’establishment politico italiano tenga più agli interessi della grande finanza che a quelli dei concittadini.

IN DEFINITIVA, il debito pubblico italiano viene usato dai media e dall’establishment prevalentemente per colpevolizzare i cittadini: vivono o hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, tolgono risorse alle generazioni future e così via. Una contraddizione del capitalismo è che accanto a questa colpevolizzazione, i media siano pieni di suggestioni pubblicitarie al consumo, nelle quali la colpa (di consumare) diventa un merito. Dai brevi cenni sopra riportati si vede che il debito italiano è un problema, ma certo non irresolubile: la proposte sono numerose, da vagliare e approfondire. Quello che è da mettere in rilievo è uno dei motivi principali che hanno portato il debito dal circolo virtuoso a quello vizioso: lo stesso liberismo, importato dall’Europa, con la folle convinzione che solo il privato è efficiente, che lo stato non deve intervenire, che i mercati si regolano da soli. Così, con molte banche, sono stati privatizzati enti, come le Poste e la Cassa depositi e prestiti, che svolgevano preziose funzioni di raccolta del risparmio minuto, di calmiere sugli interessi per i prestiti ai comuni, ecc. In tal modo, oltre a sottrarre allo stato le sue insostituibili funzioni di guida allo sviluppo economico e al controllo anticongiunturale, si è reso il nostro paese più esposto alla speculazione finanziaria internazionale, rendendo sempre più urgente un intervento radicale per tornare a rendere virtuoso il circolo del nostro debito.

COME CAPIRE IL POPULISMO PER BATTERLO

maggio 30, 2018

INUTILE LITANIA DI CONTUMELIE SENZA LA COSTRUZIONE DI UN’ALTERNATIVA POPOLARE SUPERANDO LE DIVISIONI DEL PASSATO
di Nadia Urbinati, la Repubblica 14 maggio 2018

ALTERNATIVA POPOLARE. Nell’intervista rilasciata a Repubblica, Maurizio Martina afferma: «Di fronte alla nascita del governo più a destra della storia recente, è giusto dirsi che non basteranno gli anatemi: dobbiamo costruire un’alternativa popolare alla saldatura tra Lega e M5S superando le divisioni del passato, allargando ad energie nuove, ribadendo il nostro ruolo da protagonisti nel campo progressista». Sono ottime e opportune parole. Martina propone di rompere questa dannosa e inutile litania di contumelie contro il populismo, una parola così ambigua da essere piegata alle convenienze di chi la usa, giustificando la faciloneria e l’indolenza mentale. La Spd, che versa in una crisi non celabile anche se meno dirompente di quella degli altri partiti fratelli, ha avviato un programma di studi sui nuovi movimenti che vanno sotto il nome di populismo. I socialdemocratici tedeschi sono un partito, e questa loro identità la si vede ed è apprezzata proprio nei casi di crisi, ovvero quando si tratta di trovare risorse, umane e culturali, per riaprire le finestre sul mondo.

ANTI CASTA. Nella sua storia, che è parte della storia della democrazia, il populismo ha dimostrato che in alcuni casi, ovvero dove ci sono istituzioni democratiche (come negli Stati Uniti di fine Ottocento), la sua protesta può riuscire a scuotere l’ordine socio-politico, a rimescolare le carte e riportare in alto quelli che sono stati spinti in basso. Vi è nell’anti-establishment populista una coniugazione radicale di un principio che è democratico. Infatti la dialettica opposizione/maggioranza sulla quale vivono le democrazie presume il discorso contro l’establishment, usato dai partiti di opposizione quando aspirano a conquistare la maggioranza. Quel che la democrazia rappresentativa non presume, è ritenere, come molti populisti radicali fanno, che l’establishment corrisponda a una classe definita ancora prima della competizione, che sia cioé una “casta” ex ante e immobile.

FONDAMENTI. Ecco perché ogni ricerca che voglia capire questo tempo di movimenti populisti deve ritornare alle categorie fondamentali della democrazia: all’eguaglianza, che è di opportunità e di dignità; alla libertà, che non è goduta dagli identici ma da tutti coloro che vivono sotto un ordinamento giuridico, siano essi connazionali o non. Tra i fondamenti, vi sono anche quelle istituzioni di limitazione del potere, l’autonomia della magistratura, per esempio, o degli apparati dello Stato e della banca centrale. Dal 1945 in Italia tutto questo prende il nome di democrazia costituzionale. Tornare ai fondamenti quindi, ma avendo cura di portare lo sguardo oltre le procedure e le istituzioni, poiché la democrazia fa promesse di auto-governo, di dignità sociale, di eguaglianza e di miglioramento economico. Queste promesse, anche se mai completamente realizzate, devono farci comprendere appieno che un partito democratico o di sinistra non può concentrare la sua azione ai diritti civili; esso non è un partito liberale. A Martina come a tutti coloro che dentro e fuori il Pd sentono la responsabilità della loro sconfitta per reagire ad essa, dovremmo suggerire di abbracciare in toto l’Articolo 3 della nostra Costituzione, ricchissimo di implicazioni e complesso. Già questo sarebbe un buon indizio di determinazione alla rinascita.

CONFERENZE-DIBATTITI PUBBLICI SU DEBITO E FISCO

maggio 3, 2018

COMITATO MERATESE PER LA DIFESA E
L’ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE

Ogni anno diminuiscono le spese e gli investimenti per la
scuola, la sanità, la manutenzione del verde e delle strade,
il trasporto pubblico, la cultura.
Perché siamo arrivati a questa situazione?
Ci sono alternative alle politiche di austerità e di
privatizzazione dei beni comuni?
A questi temi sono dedicate due serate:

lunedì 7 maggio 2018
DEBITO E FISCO ALLA LUCE DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI
Dott. MARCO BERSANI fondatore di ATTAC Italia
Dott.ssa NADIA GARBELLINI economista Università Pavia

venerdì 18 maggio 2018
GLOBALIZZAZIONE, NEOLIBERALISMO, POLITICHE ECONOMICHE
Prof. GIULIO CAINELLI economista Università Padova

le registrazioni audio possono essere richieste a questo indirizzo: luigidecarlini@gmail.com

Ore 21 Sala Civica viale Lombardia 14 MERATE
Ingresso libero

DEBITO E FISCO ALLA LUCE DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI

Da tempo siamo subissati da messaggi del tipo:

• Abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi.
• Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato.
• Agevolare i licenziamenti crea occupazione.
• La funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi. .
• Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità.
• E’ la globalizzazione che impone la moderazione salariale
• La crescita è un obiettivo continuo aldilà di qualsiasi problema di risorse e di impatto ecologico
• Lo stato deve lasciare assolutamente libero il capitale
• Ogni persona deve far fronte al proprio destino con i propri mezzi assumendosi i propri rischi.

Pensatori neoliberali sono all’opera per convincere, per fabbricare un consenso collettivo, sulla necessità di rendere il lavoro flessibile, di ridurre il costo del lavoro, di tagliare lo stato sociale, di privatizzare ferrovie, trasporti pubblici locali, scuola pubblica, università, telecomunicazioni, sanità. Tramite Tv e giornali viene esercitata una egemonia culturale e si afferma il pensiero unico neoliberista: “non ci sono alternative”.

Queste idee vengono ogni giorno presentate come l’essenza della modernità ovvero del mondo che è cambiato ma finora non ce n’eravamo accorti.

Ma è davvero così? In realtà si può constatare:
– una gigantesca evasione fiscale
– una diffusa economia in nero
– sussidi occulti alle banche
– debolezza della ricerca, degrado della scuola e “fuga dei cervelli”
– corruzione della vita politica

Cosa dice la nostra Costituzione in merito?

– art. 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono pari davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.
– art.4: la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
– art.35: la Repubblica tutela il lavoro e cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.
– art.36: il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa… il lavoratore ha diritto al riposo settimanale ed a ferie annuali retribuite e non può rinunziarvi.
– art.38: i lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia, disoccupazione involontaria.
– art.41: l’iniziativa privata.. non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
– art.53: Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

IL CENTROSINISTRA PD-M5S CHE RENZI NON VUOLE

marzo 19, 2018

SEMPLIFICAZIONI CHE PRESCINDONO DALLA REALTÀ: COGLIERE L’OPPORTUNITÀ DI RILANCIARE I VALORI DELLA SINISTRA

di Franco Monaco, Il Manifesto 16-3-2018

Onanismo politico. È tutto uno strologare dei più diversi scenari. In realtà, siamo ancora inchiodati a un impasse. Dovrebbe essere chiaro che Mattarella, a norma di Costituzione, può affidare l’incarico di formare un governo solo a chi gli fornirà la garanzia di riuscire a mettere insieme una maggioranza e che, allo stato, nessuno lo può fare. Neppure i “vincitori” delle elezioni. Politicamente si può parlare di vincitori a 5Stelle, primo partito, e Lega, con un leader e una leadership del centrodestra, la “coalizione” più votata. Pur con un distinguo: la brutta legge elettorale non contempla vere coalizioni politiche ma precari e opportunistici accordi elettorali. E già si manifestano visibili contrasti tra Lega e FI. In questo quadro, a dominanza proporzionale e in una democrazia tuttora parlamentare, è lì, nelle Camere, che si formano le maggioranze di governo, attraverso confronti, negoziati, mediazioni, compromessi. Compresi quelli che, ostinatamente e solennemente, in campagna elettorale ci si è affannati ad escludere. Ora siamo, scusate, all’onanismo politico.
Speculari semplificazioni. Di Maio e Salvini rivendicano la guida del governo, non disponendo della maggioranza parlamentare necessaria. Speculare e altrettanto sterile è la posizione del Pd, che immagina di liquidare la questione con la sbrigativa formula “gli elettori ci hanno consegnato all’opposizione”. La si rappresenta come espressione di una virtuosa coerenza. In realtà, tale posizione ha più il sapore dell’arroccamento se non del boicottaggio a quale che sia possibile soluzione di governo ed è originata da fattori meno nobili. Il primo: Renzi che, come è chiaro, non ha intenzione alcuna di mollare la presa sul Pd nonostante la disfatta, è stato prontissimo a posizionare il partito sul no a ogni intesa e persino a ogni confronto con i “vincitori”. Posizione comoda e certo popolare presso elettori e militanti sconfitti, avviliti e certo refrattari a dialogare con gli avversari. E i timidi competitor interni di Renzi si mostrano subalterni e quasi in ostaggio, non osando sfidare l’ex leader portando il partito su una posizione meno sterile e arroccata. Una posizione impegnativa sulla quale il partito, appunto, va condotto, come compete a una vera classe dirigente.
Alternativi alla destra. Il secondo fattore meno nobile ha a che fare con il profilo e il posizionamento politico del Pd forgiato dal corso renziano. Decisamente diverso da quello nel solco dell’Ulivo, nitidamente di centrosinistra e alternativo alla destra. Solo così si spiega la sua pratica neutralità/equidistanza tra Di Maio e Salvini, la tesi davvero grossolana e infondata secondo la quale la loro offerta politico-programmatica sarebbe la medesima. Quattro soli esempi: come non osservare che il revisionismo certo improvvisato (e dunque da vagliare dentro un confronto) di Di Maio sull’europeismo non trova riscontro alcuno in Salvini; che il reddito di cittadinanza (da discutere anche per misura e coperture) risponde a una ispirazione opposta (di sinistra) a quella della flat tax; che il profilo dei ministri economici indicati dai 5 stelle (di nuovo da negoziare) è decisamente keynesiano; che milioni di ex elettori Pd sono migrati verso i 5 stelle.
Tre opportunità. Non si tratta di immaginare un governo organico M5S-PD, ma di avviare un serrato confronto dall’esito non scritto. Insomma di andare a vedere le carte di Di Maio, al quale compete di prendere una chiara, esplicita iniziativa negoziale. Un Pd che riflettesse davvero sulle ragioni della sua cocente sconfitta e della emorragia di voti verso i 5 stelle non dovrebbe rifugiarsi sull’Aventino, ma semmai cogliere tre opportunità: quella di costringere i competitor grillini a declinare finalmente le loro generalità politiche ponendo fine alla loro comoda rendita di posizione da “partito pigliatutto”; di restituire a se stesso il profilo originario di partito di sinistra di governo dopo il deragliamento renziano; di raccogliere non a parole l’appello di Mattarella a che un po’ tutti si assumano le proprie responsabilità. Sarebbe paradossale che non lo facesse il partito di Mattarella che si proclama, più di altri, partito rispettoso delle istituzioni. Dunque, non solo un rischio, ma anche opportunità. Come in tutte le sfide. Del resto, per il Pd qual è l’alternativa? Lo sterile arroccamento, anticamera di un inesorabile declino o l’azzardo di nuove elezioni-ballottaggio tra Di Maio e Salvini, che sanzionerebbe la propria marginalità.

UNA FELICE DISCONTINUITÀ

marzo 13, 2018

DIAGNOSI E PROSPETTIVE DOPO LE ELEZIONI DEL 4 MARZO: LAVORARE ANZITUTTO SULL’EUROPA. DOVERE DI COLLABORARE ANCHE PER LA SINISTRA SCONFITTA

di Raniero La Valle fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2018/03/una-felice-discontinuita.html

2 Italie. Il voto del 4 marzo, raffigurato nella cartina colorata trasmessa quella sera in TV, ha mostrato due Italie: l’Italia del Nord, identificata dalla maggioranza di centrodestra a trazione leghista, e l’Italia del Sud, identificata dalla maggioranza 5 stelle, ben radicata e rappresentata anche nel Nord. Diciamo subito che noi amiamo tutte e due le Italie, come un’Italia sola; che questo è un amore fatto di stima e ricco di speranza, e che nell’analisi di ciò che l’Italia ha fatto il 4 marzo cercheremo di dare ragione di questo illeso amore e di questa robusta speranza. L’elettorato ha espresso un voto che ha sorpreso, da nessuno sondato e immaginato così. È stato un voto che in molti ha suscitato dolore, sgomento, in qualcuno addirittura indignazione e paura. Per rispetto di questi sentimenti occorre escludere qualsiasi trionfalismo e guardarsi da ogni giudizio saccente, manicheo, bianco o nero, tutto bene o tutto male. Però si possono cogliere alcune positività non indifferenti di questo voto.
1) partecipazione. Prima di tutto è venuto meno il demone di un crescente astensionismo. Gli italiani non hanno licenziato con disprezzo la politica. Qui i poteri opprimenti non hanno ancora vinto. La democrazia continua, la Costituzione è salva. I giovani hanno votato. Anzi sono stati decisivi. Con entusiasmo lo hanno fatto quelli che, per l’età, votavano la prima volta. Incoscienti, certo, perché non sanno il passato, ma nuovi, ansiosi di futuro.
2) discontinuità. In secondo luogo le elezioni del 4 marzo hanno introdotto nella vita politica italiana una netta discontinuità. Naturalmente non sempre la discontinuità è positiva, perché il dopo può essere peggiore del prima. Tutti i conservatori la pensano così. Però senza discontinuità il nuovo non accade e la storia è finita. La discontinuità è la soglia attraverso cui può fare irruzione l’inedito, l’insperato, può scoccare il tempo propizio, può giungere l’occasione che va colta, può passare quello che gli antichi chiamavano il kairόs, con le ali ai piedi, da afferrare prima che scompaia. È la cesura che interrompe quello che Walter Benjamin nella sua filosofia della storia chiamava il tempo “omogeneo e vuoto”; e la politica italiana aveva bisogno di questa discontinuità, perché il suo tempo stancamente ripetitivo non solo era vuoto, non solo era sordo a qualsiasi parola nuova, come per esempio quella della critica di sistema di papa Francesco, ma di discesa in discesa stava arrivando a un punto di caduta, rischiosissimo, e la gente stava male. Ora dunque si tratta di prendere in mano la discontinuità, non subirla, e volgerla al meglio.
3) fuori Berlusconi e Renzi. In terzo luogo l’elettorato ha sbrigato alcune pratiche che la politica professionale stentava a chiudere. Una è stata quella della interminabile uscita di scena di Berlusconi: mentre il sistema mediatico lo dava per risorto e futuro deus ex machina della nuova legislatura, l’elettorato ha chiuso la partita. La stessa cosa ha fatto con Renzi, ponendo fine alla sua azione di impossessamento e di progressiva decostruzione di un partito così importante per la democrazia italiana come il Partito Democratico. Naturalmente ci sono i sussulti della fine che rendono drammatica questa transizione, ma l’esito sembra segnato.
4) basta secessione. In quarto luogo c’è un cessato pericolo che il voto del 4 marzo certifica e sancisce. Non c’è più il fantasma della secessione della Padania. È vero che la Lega è passata dal 4 al 17 per cento, (restando pur sempre una minoranza contenuta) ma questo è il prezzo del fatto che essa da partito locale e secessionista del Nord è passato ad essere partito nazionale e unitario anche al Sud, e se proprio non può fare a meno di giuramenti, è meglio che giuri sulla Costituzione e sul Vangelo piuttosto che sul Dio Po e sulle sue ampolle. Siamo sempre al livello pagano del sacramento del potere, ma almeno siamo più tranquilli riguardo alla nazione.
5) basta fascismo. C’è infine un dato molto confortante: non esiste quella ondata di riflusso al fascismo che era stata avvistata e temuta. Casa Pound ha ottenuto un risultato minimo, e la bandiera alzata su tutti gli spalti della lotta agli immigrati non si può accreditare sommariamente al razzismo e alla xenofobia. Essa è ascrivibile piuttosto alla sindrome dell’egoismo, “noi per primi”, “Prima gli italiani”, “mors tua vita mea”, che è poi la logica della politica intesa come difesa dei propri interessi e non del bene comune, della politica identificata col bipolarismo amico-nemico, ed è poi l’etica egemone del capitalismo come competizione, concorrenza, meritocrazia, scarti ed esuberi. L’egoismo non è razzismo, perché è negazione dell’altro, senza badare alla sua pelle, il razzismo semmai ne è un corollario nella situazione data; la destra stessa non si può dire xenofoba, perché non ha affatto paura degli stranieri (e anzi li sfrutta), semplicemente è contro di loro, non li vuole a tavola, non li vuole a traversare il mare, perciò è antixenita, più che xenofoba. La vera questione è che il fascismo va combattuto a monte, prima ancora che diventi tale.
Due vincitori, due sconfitti. Quanto al merito dei risultati elettorali, ci sono due vincitori e due sconfitti. Come da tutti è stato riconosciuto, I due vincitori sono il Movimento Cinque Stelle e la Lega di Salvini, con un’importante differenza però: il Movimento 5 stelle ha vinto nel Paese, la Lega ha vinto all’interno della coalizione di centro-destra, perciò non possono vantare gli stessi diritti. I due sconfitti sono il Partito Democratico e la sinistra di Liberi e Uguali. C’è ora il problema del Parlamento che deve dare la fiducia a un governo. Non essendoci una maggioranza assoluta, i partiti presenti in Parlamento hanno non la facoltà, ma il dovere di concorrere a formare una tale maggioranza. Perciò Moro, che veniva dall’anticomunismo (inteso allora come lotta al peggiore estremismo) persuase il suo gruppo parlamentare alla Camera di unire i suoi voti con quelli del partito comunista e lo fece con una straordinaria onestà, cultura e senso dello Stato, e con la forza di una dedizione morale che egli sapeva potesse giungere fino a costargli la vita. Ora, per costruire una maggioranza che permetta un governo Cinque Stelle, i giochi sono aperti, e questo è del tutto legittimo. Ma non sono consentite bugie e attentati suicidi.
Quanto alle bugie, è falso che l’elettorato abbia collocato il Partito Democratico all’opposizione. Gli elettori votano sempre con l’intenzione che i loro rappresentanti abbiano parte nella direzione del Paese. Se il Partito Democratico decide a priori di stare all’opposizione, non per adempierne il mandato ma in realtà per vendicarsi del corpo elettorale, lo fa per volontà sua, rovesciando la sua stessa tradizione, e anche le tradizioni da cui proviene che si potrebbero far risalire addirittura fino al 1919. È falso poi che l’Italia sia tutta divisa tra due estremismi, con la sola eccezione della piccola isola rimasta moderata del PD. Imputare la propria sconfitta a un elettorato fattosi d’improvviso insensato ed estremista, ha lo stesso fondamento dell’invettiva di Saragat che imputava al “destino cinico e baro” la sconfitta del PSDI.
Suicidi. È però un attentato alla Repubblica dire: “poiché ci sono due estremismi, che facciano loro il governo, se ne sono capaci”. Infatti è il tentativo, per il proprio supposto tornaconto futuro, di indurre a un’alleanza e a un governo degli opposti estremismi, che è precisamente ciò che dall’inizio della Repubblica tutti i politici e gli statisti hanno strenuamente cercato di impedire. È infine un suicidio ritirarsi sull’Aventino, con il proprio gruppo di parlamentari fedeli. Ma è un suicidio come quello di Andreas Lubitz, il pilota tedesco dell’Airbus che il 26 marzo 2015 si schiantò volontariamente contro una montagna delle Alpi francesi, con la deliberata volontà di distruggere l’aereo insieme con le 149 persone che erano a bordo.
La sinistra non può vincere. Ma al di là delle conseguenze più prossime, il vero monito e il vero know how o insegnamento che viene da queste elezioni, è legato alla sconfitta della sinistra. La sconfitta di Liberi e Uguali è più significativa nel lungo periodo di quella del PD. Quella del PD infatti non ha una lettura univoca, essendo stata soprattutto una sconfitta della sua leadership. Ma quella di Liberi e Uguali è proprio una sconfitta della sinistra: veniva da una speranza delusa, ma pur sempre promettente come quella del Brancaccio; godeva del lascito di conoscenze proveniente da sinistre già sperimentate; aveva un gruppo promotore e dirigente di leaders di prestigio e di antica militanza, oltre che di giovani e di donne portatori di freschezza e novità, aveva una proposta politica dirimente come quella della creazione di nuovo lavoro, di “lavoro vero e buono”: eppure ha fallito. E se questa sconfitta si mette insieme alla costante che da un po’ di tempo si è stabilita in Europa della sconfitta di tutte le sue sinistre, dalla socialdemocrazia tedesca al Labour inglese ai socialisti francesi, agli spagnoli ecc. si vede che qui c’è un problema nuovo: la sinistra non vince perché non può vincere, non può vincere più.
Globalizzazione da modificare. E a quanto pare nemmeno in America o in India. Gli analisti pronti all’uso dicono che la sinistra perde perché non ha saputo adeguarsi alla nuova realtà della globalizzazione. È verissimo, ma non ha saputo farlo perché la globalizzazione non è una nuova condizione di natura, come pretende il pensiero unico, ma è il frutto di una scelta economica e politica, che ha vinto e ha chiuso il gioco, gettando la sinistra fuori dal campo. Si tratta cioè di un ordinamento artificiale, fatto da mano d’uomo, che semplicemente non prevede alternative al regime unico del neoliberismo e della finanza globale. I regimi costituzionali, come quello italiano, escludevano per legge il fascismo ma ammettevano che si potesse lottare politicamente per una scelta liberale o socialista, e pertanto le sinistre erano legittimate e potevano perfino vincere. Il regime vigente esclude per legge il socialismo e perfino il new deal; ovvero esclude politiche pubbliche o “aiuti di Stato” che intervengano nel mercato privatistico, e ne correggano gli esiti anche perversi. Queste leggi, spesso implicite, della globalizzazione, in Europa hanno trovato la loro traduzione in diritto positivo nei Trattati dell’Unione Europea, che è poi il mercato unico europeo. Qui, se la sovranità viene attribuita alla Mano invisibile del Mercato, è chiaro che si tratta di una sovranità assoluta, perché ciò che è invisibile non si può controllare o correggere, e tutte le cose che sono scritte in secoli di dottrine sociali o di dichiarazioni universali di diritti o di Costituzioni democratiche (i fini sociali dell’economia, la rimozione degli ostacoli allo sviluppo delle persone, i diritti universali, la tutela della vita e della dignità degli esseri umani) non si possono fare perché dal nuovo diritto europeo e globale sono considerate “infrazioni”. Perciò chi dice qualunquisticamente che non c’è più né destra né sinistra, dice il vero ma a metà, perché la destra c’è ed è l’unica ammessa. Sicché se la sinistra continua a pensare che il problema principale è come salvare se stessa e durare, e non quello di cambiare le cose, non può che essere anch’essa di destra.
Lavorare sull’Europa. La conclusione, che ci porta oltre il 4 marzo, è che sarebbe reazionario e regressivo postulare uscite grintose dalla globalizzazione, dall’Europa o dall’euro. Il compito dell’ora è però quello di rimettere in discussione le forme e le leggi della globalizzazione (in gran parte prodotte dalle stesse “sinistre”), e in concreto cercare di mettere in piedi una grande alleanza di opinioni e di forze democratiche europee per una revisione dei Trattati europei, per ridare legittimità al pluralismo delle politiche economiche e sociali e al ruolo della sfera pubblica nell’orientamento e nel sollevamento dell’economia reale: che vuol dire persone, famiglie, destini.

APPELLO PER LA CONCENTRAZIONE DEL DIBATTITO ELETTORALE

febbraio 25, 2018

Alle candidate e ai candidati alle elezioni del 4 marzo
Alle elettrici e agli elettori del 4 marzo
Roma, 16 febbraio 2018
L’appassionato confronto sui valori e i dettati della Costituzione in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 – al quale abbiamo contribuito sostenendo il No – ha visto partecipare un imponente numero di elettrici e di elettori, pur con scelte difformi, a riprova che le grandi opzioni della politica sono percepite come proprie dai cittadini quando sono messi in grado di scegliere.
Per questo ci rivolgiamo a tutte le candidate e a tutti i candidati di buona volontà con questo accorato e rispettoso appello.
È necessario concentrare almeno quanto resta della campagna elettorale su alcuni obiettivi di fondo che per loro natura vanno oltre il periodo del prossimo mandato parlamentare e oltre i confini dell’Italia, in quanto decisivi dell’intero futuro. Su tali obiettivi non mancano accenni e proposte nel programma di alcuni partiti, ma essi appaiono del tutto oscurati e distorti nel dibattito pubblico rappresentato dagli attuali mezzi di informazione che perseguono altri interessi e logiche contingenti, onde è necessario farli venire alla luce e metterli al centro delle prossime decisioni politiche.
1. La prima questione è quella del lavoro retribuito, nella specifica forma della sua assenza e precarietà.
La mancanza di lavoro sta raggiungendo tali dimensioni di massa da rendere illusori i rimedi finora proposti. La riduzione al minimo di quella che una volta si chiamava “forza lavoro” a fronte dell’ingigantirsi degli altri mezzi di produzione è tale da alterare tutti gli equilibri dei rapporti economici politici e sociali.
In Italia infatti la Repubblica rischia di perdere il suo fondamento (art. 1 Cost.) e perciò la sua stabilità e la stessa sicurezza della sua durata; in Europa l’Unione economica e monetaria perde il primo dei tre obiettivi fondamentali per cui è stata costituita e via via potenziata, ossia “piena occupazione, progresso sociale e tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente” come prevede l’art. 3 del Trattato sull’Unione; nel mondo il sistema economico perde l’equilibrio dialettico tra capitale e lavoro, deprimendo fino a sopprimerlo il ruolo del fattore lavoro. La resa imposta a uno dei due protagonisti del relativo conflitto – il lavoro – non lo risolve, ma ne spegne la spinta propulsiva e spinge la polarizzazione delle diseguaglianze fino agli estremi di una pari ricchezza detenuta da una decina di uomini e da 3,6 miliardi di persone sulla terra.
La perdita di lavoro umano non è genericamente dovuta al progresso, ma è il frutto di scelte politiche ed economiche che hanno potuto avvalersi come mai fino ad ora dello sviluppo della tecnologia e dell’automazione; paradossalmente ciò ha finito per ritorcersi contro l’ortodossia e la funzionalità del Mercato, perché a esserne snaturato e viziato è stato proprio il meccanismo della concorrenza a causa degli squilibri nel costo del lavoro umano tra le imprese, le diverse aree produttive e gli Stati, messi in concorrenza tra loro nella corsa ad abbattere il ruolo del lavoro, fino alla minaccia del controllo elettronico dei lavoratori anziché delle macchine e dei processi produttivi. Le conseguenze della crisi scoppiata si fanno sentire pesantemente, il Pil dell’Italia è ancora inferiore del 6,5% sul 2008, l’attività industriale è calata oltre il 25% e secondo il prof. Giovannini mancano ancora un milione di unità-lavoro rispetto al 2008.
Per ristabilire gli equilibri e una giusta concorrenza è ora necessario puntare non solo ad impadronirsi delle tecnologie e del loro uso ma creare nuovo lavoro in settori finora considerati meno interessanti dal punto di vista del reddito, anche se più di recente anch’essi sono stati invasi dal mercato che ne distorce pesantemente l’utilizzo a fini di profitto. Questi interventi possono essere creati dall’unico soggetto in grado di farlo, cioè il soggetto pubblico, nelle sue varie articolazioni e competenze, sia in Italia che in Europa che a livello globale. Non si tratta solo di proporre una nuova fase dell’intervento dello Stato quanto di un più generale intervento pubblico, da sviluppare in modo coordinato tra le diverse sedi istituzionali. In particolare c’è da coprire l’enorme fabbisogno di lavoro umano per la conservazione e il miglioramento dell’ambiente, la riconversione ecologica delle strutture esistenti, la prevenzione delle calamità, la salute come bene primario universale, l’educazione, i nuovi servizi alle persone, in particolare all’infanzia e al crescente numero di anziani, ecc.; così è necessaria una strategia di riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro.
A tal fine l’Italia dovrebbe riaprire il capitolo dell’intervento pubblico nell’economia e riproporlo all’Europa, anche per una nuova interpretazione del Trattato europeo che deplora gli “aiuti di Stato”, che in realtà non sono aiuti ma la manifestazione stessa delle scelte della comunità politica sovrana come soggetto anche economico.
Come rivendicazione politica immediata dovrebbe assumersi pertanto un’abrogazione o rinegoziazione degli artt. 107-109 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (“Aiuti concessi dagli Stati”). In ogni caso, anche in assenza di modifiche, si dovrebbe ritenere verificata, per l’Italia ma anche per l’Europa impoverita, la clausola che secondo l’art. 107 reintegra a pieno titolo gli “aiuti di Stato” nel mercato interno europeo: la clausola cioè, prevista dall’art. 107, 3 del Trattato, che ci siano regioni “ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione”. Clausola innegabilmente adempiuta quando in Italia ci sono 5 milioni di persone che vivono “in povertà assoluta”, 18 milioni “a rischio di povertà e di esclusione”, e la disoccupazione è all’11 per cento con 3 milioni di disoccupati, tra cui il 37 per cento dei giovani.
Analoga rivendicazione, sia per l’Italia che per l’Europa, dovrebbe farsi per un nuovo approccio fiscale volto a finanziare questi interventi che, in coerenza con la progressività prevista dall’art 53 Cost. , alleggerisca il prelievo fiscale su lavoro e pensioni e lo estenda alla intera ricchezza prodotta e ai grandi patrimoni.
Allora diventerà nuovamente possibile dare effettività all’art. 3 della Costituzione.
2. La seconda questione riguarda il controllo e la regolazione delle attività e dei movimenti finanziari, compresa la tassazione della produzione e dei consumi nei Paesi in cui avvengono.
La dominanza del capitale finanziario, la sua libertà di movimento globale, il suo potere di ricatto verso gli Stati nazionali, l’assenza di controlli sui movimenti finanziari, la cui provenienza è fin troppo spesso illegale, l’uso speculativo dei capitali finanziari hanno creato uno squilibrio di fondo tra il ruolo ancora essenziale degli Stati e il capitale finanziario globalizzato.
Non basta invocare un ritorno del ruolo degli Stati che pure deve esserci, ad esempio sui bitcoin che sono l’ultima forma speculativo-finanziaria del tutto fuori controllo; purtroppo con grande ritardo si sta comprendendo che consentire lo sviluppo di questa forma di moneta porta alla crescita esponenziale di speculazioni e alla crescita di aree di economia fuori da ogni controllo. Malgrado la crisi scoppiata nel 2008 sia stata del tutto paragonabile a quella del 1929 gli interventi per evitarne il ripetersi non sono paragonabili a quelli adottati dopo la crisi del 1929, senza sottovalutare che perfino molti degli strumenti all’epoca adottati sono stati rimossi, lasciando campo libero ai movimenti speculativi e a comportamenti infedeli a danno dei risparmiatori, fino allo svilimento delle forme di controllo. Vanno rivisti i ruoli nel sistema del credito distinguendo tra credito per gli investimenti e banche di raccolta e uso del risparmio, così come vanno intensificati e resi cogenti strumenti e regole per il controllo dell’operato degli operatori bancari e finanziari, introducendo deterrenti adeguati a tutela del risparmio, contro amministratori e operazioni infedeli. Questo sulla base di precise regole di trasparenza e di uso del risparmio, comprese dissuasioni penali adeguate. Occorre rivedere a livello europeo e mondiale gli accordi che regolano, o meglio non regolano, i movimenti di capitali, sulla base del principio della reciprocità, di un controllo sull’adeguatezza dei comportamenti degli Stati nei controlli sulla base degli accordi. Occorre ripensare le politiche di governo dei debiti pubblici in modo solidale a livello europeo e puntare ad accordi a livello sovranazionale, anche nelle politiche fiscali nazionali oggi usate per la concorrenza tra Stati distorcendo la concorrenza tra imprese. La lotta all’elusione e all’evasione fiscale – cruciale e strategica per il nostro Paese – con un’azione sistematica di contrasto e di nuove normative va inquadrata in una decisa lotta ai paradisi fiscali e alla concorrenza fiscale tra gli Stati, nell’epoca del dominio del capitale finanziario, che è in larga misura all’origine dello squilibrio nei rapporti di forza a danno del lavoro reso sempre più mera merce, per di più sottovalutata. Per questo il sistema di regole e di controlli è indispensabile. L’accento non è più sulla libertà di scambio nel reciproco interesse, ma per evitare pratiche di dumping tra lavoratori e tra Stati occorrono regole e controlli severi sui movimenti e sui comportamenti dei capitali finanziari.
Di conseguenza diventerebbe possibile l’attuazione dell’articolo 41 della Costituzione.
3. La terza questione cruciale è quella della pace, oggi purtroppo negata da gran parte della politica nazionale e mondiale.
La pace è fin troppo negata dalla nostra politica nazionale, con il formale rovesciamento del ripudio costituzionale della guerra, da quando il nuovo Modello di Difesa italiano, sostituendosi nel 1991 al vecchio Modello concepito in funzione della difesa dei confini nazionali (la famosa “soglia di Gorizia), adottò la formula della “difesa avanzata” degli interessi esterni dell’Italia e dei suoi alleati. Tale difesa comprendeva anche quella degli interessi economici e sociali, ovunque fossero in gioco, “anche in zone non limitrofe”, a cominciare dall’area del Mediterraneo e del Medio Oriente, supponendo (già allora!) l’Islam come nemico dell’Occidente in analogia al conflitto arabo-israeliano che veniva ideologicamente interpretato come una “contrapposizione tra tutto il mondo arabo da un lato ed il nucleo etnico ebraico dall’altro”.
L’art 11 della Costituzione è contraddetto dalla politica nazionale quando si estende la formula della difesa fino all’invio di Forze Armate in Africa per intercettare le carovane di profughi nel deserto o per attivare la Marina libica alla caccia e alla cattura dei migranti nel Mediterraneo, fino alla negazione di ogni umanità nei campi profughi.
La pace è negata dalla politica nazionale quando l’Italia non approva, non firma e non ratifica il Trattato dell’ONU sull’interdizione delle armi nucleari, mentre rifornisce di armi Paesi che ne bombardano altri e primeggia nel mercato degli armamenti realizzando uno dei più alti avanzi commerciali del settore, svuotando di significato la legge nazionale che prevede trasparenza e precisi divieti in materia di commercio delle armi e un controllo delle transazioni finanziarie ad esse collegate. Il divieto dell’esportazione di armi in zone di guerra deve essere ripristinato, così il divieto della fabbricazione di mine e il divieto assoluto di produrre e usare armi all’uranio impoverito di cui si stanno scoprendo le tragiche conseguenze anche per la salute dei militari.
La pace è negata dalla politica internazionale quando Trump reintroduce nelle opzioni americane la risposta nucleare a offese “convenzionali” e perfino al terrorismo.
La pace è negata dalla politica internazionale quando l’ONU viene esclusa dal compito che dovrebbe svolgere di fronteggiare le minacce e le violazioni alla pace, le violazioni della sovranità e gli atti di aggressione. Nessun intervento di polizia internazionale o di interposizione fuori dai confini nazionali deve essere possibile senza una specifica decisione dell’Onu e il suo controllo. L’Onu pur con evidenti limiti è l’unica sede internazionale dotata di legittimità per azioni di polizia internazionale
La pace è negata dalla politica internazionale quando le Potenze nucleari respingono il bando delle armi nucleari, e quando Stati o sedicenti Stati alimentano la guerra mondiale diffusa già in atto e avallano e praticano politiche di genocidio.
L’Italia deve firmare e ratificare il Patto per l’abolizione delle armi nucleari approvato da 122 Paesi e firmato finora da 56 Paesi e ratificato da 4; che l’Italia non fornisca armi all’Arabia Saudita, al Kuwait, ad Israele e alla Libia; che respinga la richiesta degli Stati Uniti e della NATO di aumentare le sue spese militari fino al 2 per cento del prodotto interno lordo, che rappresenta da solo i due terzi di quanto l’Europa consente a uno Stato membro di indebitarsi al di sopra del PIL; che l’Italia si batta con gli altri Paesi europei e con la NATO per una riformulazione della filosofia delle alleanze militari dell’Occidente e per dare attuazione al capo VII della Carta dell’ONU che postula una forza di polizia internazionale comandata dai cinque Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, finora impedita dalla divisione del mondo in blocchi; che si riprenda la grande proposta avanzata ma non accolta alla fine della guerra fredda di “un mondo senza armi nucleari e non violento”. Un mondo, si può oggi aggiungere, sollecito verso la propria conservazione e salvaguardia anche fisica secondo le analisi e le sollecitazioni della intera comunità scientifica fatte proprie anche dalla stessa Enciclica “Laudato sì”.
Allora diventerà nuovamente possibile dare effettività all’art. 11 della Costituzione che riteniamo un principio fondamentale.
4. La quarta questione cruciale è quella del diritto di cittadinanza, nella specifica forma del suo disconoscimento a quanti, abitanti in uno Stato, non ne siano considerati cittadini.
È una questione che riguarda l’Italia ma che egualmente va posta dinnanzi all’Europa e all’intera comunità internazionale, perché oggi è questa la dimensione necessaria degli interventi.
La discriminazione di cittadinanza che sopravvive a tutte le altre discriminazioni che almeno in via di principio sono cadute (di sesso, di razza, di religione ecc.) deve ora essere superata attraverso politiche programmate e controllate di accoglienza, protezione e integrazione, mirate a realizzare lo ius migrandi già proclamato come diritto umano universale all’inizio della modernità, e a tradurlo gradualmente e con regole nella stabilità dello ius soli.
La realtà delle migrazioni è un prodotto irrecusabile della globalizzazione da noi voluta e perseguita. Non è possibile nasconderla, segregarla o reprimerla perché questo porta con sé in nuce il genocidio. La xenofobia è una nuova declinazione del fascismo, e il genocidio è il suo destino.
Nel mondo di oggi i muri non sono più verosimili. Quello delle migrazioni non è più pertanto un problema esterno degli Stati, ma un problema interno dell’unica Nazione umana e del suo ordinamento giuridico sulla terra, da affrontare con politiche e regole graduali, in grado di promuovere integrazione.
L’Italia per la sua posizione geopolitica, ma ancora di più per il suo DNA, deve essere all’avanguardia nell’avviare questo processo e nel rivendicarlo dagli altri, prima che la catastrofe avvenga.
In tali modi l’intera Costituzione e la nostra Repubblica, l’Unione europea e l’Ordinamento delle Nazioni Unite, unite dal diritto come base per affrontare i problemi diventeranno forza e garanzia della nostra stessa vita.
Proponiamo che al più presto si tenga una tavola rotonda per una prima ricognizione e discussione su questi temi con la partecipazione di quanti vorranno dare un contributo al loro approfondimento e agli sviluppi futuri.
 
Francesco Baicchi, Leonardo Becheri, Mauro Beschi, Carmen Campesi, Sergio Caserta, Riccardo De Vito, Mario Dogliani, Luciano Favaro,Nino Ferraiuolo, Luigi Ferrajoli,Umberto Franchi, Domenico Gallo, Sandro Giacomelli, Alfiero Grandi, Raniero La Valle, Maria Longo, Sara Malaspina, Silvia Manderino, Tomaso Montanari, Alessandro Pace, Giovanni Palombarini, Pancho Pardi, Livio Pepino, Maria Ricciardi, Giovanni Russo Spena, Mauro Sentimenti, Giuseppe Sunser, Giulia Veniai, Massimo Villone, Vincenzo Vita

LA DIALETTICA AMICO-NEMICO E LA POLITICA ITALIANA

febbraio 15, 2018

PRATICHE ARCAICHE SOTTO LA PRETESA DI SEMPLIFICAZIONE E MODERNITÀ. RIVEDERE LE LEGGI PER FAVORIRE L’AGGREGAZIONE

riflessioni tratte da questo testo di Raniero La Valle

Il nazismo ha potuto affermarsi negli anni 1930 in Germania, grazie anche a un fattore spesso dimenticato: l’umiliazione inflitta al paese dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale, con penalità economiche pressoché impossibili a pagarsi e con accuse morali come l’attribuzione della intera colpa della guerra alla sola Germania. Era la logica della contrapposizione amico-nemico, che porta all’ideologia della vittoria. E’ questa l’ideologia del potere incontrollato, l’ideologia di Cesare: “veni, vidi, vici” (venni, vidi, vinsi); è l’ideologia di Brenno contro i Romani: “vae victis” (guai ai vinti). In altri termini, chi vince prende tutto; per chi perde, invece, nulla. Il grande filosofo politico Carl Schmitt, nazista convinto (è stato anche presidente dell’Unione dei giuristi nazionalsocialisti), individuava nella dialettica amico-nemico il criterio costitutivo della politica. La vittoria sul nemico è pertanto il suo naturale e necessario obiettivo.
La lezione della storia è stata recepita dagli americani, che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, si guardarono bene dall’umiliare gli sconfitti europei, aiutandone invece la ricostruzione e la ripresa economico-sociale, specie col piano Marshall. Grazie ad esso e grazie all’idea keynesiana, allora dominante, dell’intervento dello Stato in economia, per promuoverne lo sviluppo, l’Europa e il mondo poterono godere nel ventennio post-bellico, di una crescita economica e, soprattutto, di un progresso sociale, quale forse mai si è verificato nella storia. Tuttavia, nonostante la fine ingloriosa del nazismo e la condanna della storia, la vecchia logica amico-nemico ha ancora profonda diffusione. Un riflesso può essere colto ad es. nella pratica, del resto non sempre negativa, dello spoils system, secondo la quale chi vince le elezioni può assegnare i compiti più significativi del potere burocratico a persone di sua fiducia.
I politici italiani sembrano ancora molto tentati da questa idea barbarica della contrapposizione amico-nemico. Sono numerosi ad es. quelli che si accaniscono contro i migranti, descrivendoli come nemici da combattere. Altri hanno propugnato la revisione della Costituzione in senso autoritario e accentratore, con la pretesa di “semplificare” le procedure della democrazia, rendendola magari più disponibile alle esigenze di profitto dell’imperante potere economico multinazionale. Aumentando i poteri del primo ministro si stavano ricalcando i passi che nel secolo scorso portarono all’avvento del nazismo in Germania. Gli italiani hanno dato prova di maturità politica respingendo questa alterazione della nostra Carta costituzionale. Nella quale c’è tutto il contrario della dialettica amico-nemico.
La Costituzione Italiana coltiva il progetto di una società di liberi e di eguali, in cui non ci siano sconfitti e perciò nessuno sia considerato nemico. La riforma costituzionale respinta dagli italiani il 4-12-2016, insieme alla legge elettorale che l’accompagnava, assumeva precisamente la vittoria come criterio supremo della politica, e disegnava un progetto di società divisa in vincitori e vinti. Era questo infatti l’obiettivo più ambizioso dei riformatori, continuamente riproposto nel facile slogan secondo cui la sera delle elezioni si deve sapere chi ha vinto e chi, invece, è rimasto sconfitto, dovendolo necessariamente rimanere per cinque anni, fino alle successive elezioni. La proposta referendaria spostava l’accento da una società in cui non ci sono sconfitti (e in cui anzi è compito della Repubblica rimuovere le cause, anche di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, ne fanno degli sconfitti) a una società arcaica di vincitori e di vinti. Rimane al contrario l’esigenza di dare completa attuazione a questo e ad altri progetti contenuti nella nostra Carta, che ne fanno uno dei documenti più moderni e validi del mondo.
In definitiva. Non è chi non veda l’importanza dell’atteggiamento ostile o amichevole verso gli altri, in politica, come nella vita di ciascuno di noi. Questo atteggiamento dipende anzitutto dall’educazione ricevuta in famiglia, ma anche da quella imparata a scuola. Dipende pure dalle leggi, che possono essere improntate alla fiducia o al sospetto verso il prossimo. Si può ritenere che la civiltà comporti il passaggio dall’”homo homini lupus” all’uomo che si può fidare degli altri. Se ciò è vero la nostra Costituzione è davvero proiettata verso il futuro. Invece la proposta bocciata dagli italiani era – nel suo orientamento di fondo – un ritorno al passato. Non che mancasse di aspetti positivi: il monocameralismo, ad es., può essere accettabile. Forse sarebbe bene riaprire una nuova sessione costituzionale per recepire gli aspetti positivi e soprattutto per modificare la legislazione alla luce del superamento della dialettica amico-nemico. In concreto le leggi dovrebbero spingere verso l’accordo fra le persone e i gruppi. Una legge elettorale proporzionale, a questo fine, è molto preferibile ad una maggioritaria (evitando peraltro l’aberrazione che ha portato al potere Trump, nonostante avesse raccolto milioni di voti in meno dell’avversaria). Una revisione costituzionale dovrebbe anche costituzionalizzare la legge elettorale, almeno nei suoi tratti essenziali, perché è ridicolo di fronte al mondo che in Italia ogni maggioranza possa crearsi una nuova legge elettorale a proprio uso e consumo.

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER L’EUROPA: CARL SCHMITT

febbraio 7, 2018

FORTI PREOCCUPAZIONI PER LE TROPPE SOMIGLIANZE TRA L’ATTUALE SITUAZIONE E GLI EVENTI CHE PORTARONO AL NAZISMO

di Roberto Esposito la Repubblica 1-2-2018

Legalità e legittimità. La traduzione del saggio di Carl Schmitt su Legalità e legittimità, curata e introdotta magistralmente da Carlo Galli per il Mulino, presenta più di un motivo di interesse. Pubblicato nel 1932, subito dopo le ultime elezioni tedesche, prelude al collasso della Repubblica di Weimar e alla vittoria nazista. Se non si può dire che prepari la svolta totalitaria — pure accettata di buon grado dall’autore l’anno successivo — coglie tutti gli elementi della crisi che avrebbe portato al crollo della democrazia in Germania. Il tramonto dello Stato legislativo apre un varco nell’ordinamento che spezza l’equilibrio costituzionale tra legalità e legittimità, norma e decisione, diritto e politica.

Democrazia plebiscitaria. Schmitt, almeno in linea di principio, non contrappone i due termini. Anzi tenta di articolarli, collocando il potere costituente nella volontà del popolo tedesco. In questo modo resta all’interno del quadro democratico, ma lo spinge all’estremo limite arrivando a richiedere un Custode della Costituzione capace di incarnare la volontà popolare. Ciò che in sostanza Schmitt propone è una democrazia plebiscitaria che modifichi in senso autoritario il regime di Weimar. Il secondo motivo di interesse è l’attitudine camaleontica dell’autore a “ripulire” a ritroso la propria storia, ampiamente compromessa col nazismo. Nella postfazione, scritta nel 1958, Schmitt individua in Legalità e legittimità il «tentativo disperato di salvare» la Costituzione di Weimar dall’attacco concentrico delle forze antisistema di destra e sinistra.

Potere non bilanciato. Ora è vero che Schmitt non fuoriesce formalmente dalla cornice costituzionale. Ma schierandosi per un rafforzamento senza bilanciamento dei poteri del presidente, apre la strada allo strappo del 1933, quando si passa dalla possibile dittatura commissaria di Hindemburg alla reale dittatura sovrana di Hitler: la legge sul conferimento dei pieni poteri e l’abrogazione dei partiti sono l’esito controfattuale del tragico tentativo di stabilizzare la Repubblica, lacerandone il tessuto istituzionale. Eppure l’interesse del saggio di Schmitt non è circoscrivibile a una vicenda storica fortunatamente chiusa. Nonostante la distanza che ci separa, sono troppi gli echi che risuonano in queste pagine. A cos’altro richiamano la crisi di legalità e il deficit di legittimità, l’impotenza del Parlamento e il conflitto dei partiti, le forzature della costituzione e il rischio di ingovernabilità, se non alle ferite delle nostre democrazie?

 

DIBATTITO ELETTORALE E VALORI DELLA COSTITUZIONE

gennaio 30, 2018

APPELLO AD ELETTORI E CANDIDATI

NON PROMESSE DEMAGOGICHE MA CONCRETI PROGETTI PER AFFRONTARE I GRANDI PROBLEMI E COLMARE IL DEFICIT DI IMPRENDITORIALITÀ PUBBLICA: ALCUNI ESEMPI

Contributo del Comitato Difesa e attuazione della Costituzione Merate

Può dirci ancora qualcosa la Costituzione italiana in questo convulso momento elettorale, a 70 anni dalla sua promulgazione? È noto che negli ultimi decenni la Carta ha subito forti attacchi, sorretti da ragioni talvolta pretestuose, come il “mito” della governabilità, le “esigenze” della globalizzazione, dell’economia, ecc. Tuttavia i valori che hanno animato i Padri costituenti nei momenti costruttivi del primo dopoguerra, facendone una delle costituzioni più moderne e innovative del mondo, dovrebbero anche costituire un faro per guidarci nella difficile scelta elettorale. Possiamo prendere in considerazione alcuni punti su cui si svolge il dibattito pre-elettorale e confrontarli con quanto afferma la Costituzione.

GUERRA. Se vuoi la pace prepara la guerra”: questo ben noto detto degli antichi romani, pur essendo contestabile già a quei tempi (perché presuppone erroneamente un mondo di soli “homines hominibus lupi”), ai nostri giorni, con la minaccia nucleare, è diventata una vera e propria pazzia (mad = mutua distruzione assicurata). L’unica cosa ragionevole è: “se vuoi la pace prepara la pace”. Eppure il detto romano sembra penetrato profondamente nel senso comune e perfino nel “politicamente corretto”. Non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile più di una volta, nel corso dei 70 anni della Costituzione, violarne palesemente l’art. 11, il quale, come ben sappiamo, proclama che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Certo, le nostre missioni militari sono sempre state denominate “di pace”, le armi, si è sempre detto, venivano usate solo per difenderci e comunque, si aggiungeva, bisogna essere fedeli alle alleanze. Le prime due affermazioni apparivano però spesso e volentieri grossolanamente fallaci (basti pensare ai bombardamenti di obiettivi civili serbi durante la cosiddetta guerra del Kosovo o al miliardo e mezzo di euro ufficialmente speso per proteggere una missione umanitaria per la quale erano stati investiti tra il 2003 e il 2006, nell’Operazione “Antica Babilonia”, non più di 16 milioni). Quanto all’ultima giustificazione, dobbiamo rilevare che non è pertinente, in quanto la fedeltà alle alleanze non può certo legittimare la violazione della Costituzione. Aggiungiamo, in attesa di conoscerne con certezza scopi e modalità, che neppure l’invio recentemente autorizzato dalle camere già sciolte di 500 militari italiani in Niger sotto comando francese appare molto convincente: si tratta infatti di un paese le cui ricchissime risorse minerarie vengono sistematicamente sfruttate da compagnie straniere (cinesi e soprattutto, guarda caso, francesi) lasciando la popolazione locale (che “gode” di un prodotto interno lordo pro capite di 408 dollari annui) nella più completa miseria.

MIGRAZIONI. Costituiscono uno dei pezzi forti della propaganda populista. Siamo minacciati, rischiamo di perdere la nostra identità di bianchi, occidentali, cristiani, non siamo più padroni in casa nostra, ecc.: dobbiamo difenderci con ogni mezzo. La vacuità di questa propaganda può essere smascherata se solo si pone attenzione a queste semplici verità:

– la povertà dei paesi impoveriti, specie africani, è dovuta anzitutto allo sfruttamento delle risorse naturali – minerarie, energetiche, agro-forestali, umane…- ad opera dei paesi ex colonizzatori (compreso il nostro). Questo sfruttamento permane fortissimo attualmente, accentuato dalla presenza in Africa, oltre che petrolio, metano, uranio… del coltan e di altre materie prime rare, indispensabili nell’elettronica moderna (pc, telefonini, ecc.);

– la struttura politica dei paesi africani è in genere ben lungi dall’essere democratica; prevalgono sistemi autoritari in combutta con i poteri economici stranieri, che sfruttano le risorse locali, senza vantaggi per la popolazione;

– la natalità è elevata, proprio il contrario che da noi, nei paesi ricchi;

– la guerra è molto diffusa, spesso per soddisfare le brame di potere di paesi occidentali (come nel caso della sciagurata guerra in Libia).

La fuga in occidente pertanto è spesso l’unica alternativa per evitare fame e guerre: si spiega così perché non si esiti ad affrontare rischi pesantissimi pur di arrivare in Europa. Quello che non si vuole capire è che, lungi dall’invasione, i migranti potrebbero essere una vera risorsa per i paesi europei: possono compensare con la forte natalità il nostro declino demografico, ma, soprattutto, potrebbero costituire l’occasione per rimediare alla fuga dai campi o per eseguire importanti opere pubbliche, ad es. mettere il territorio in sicurezza antisismica e idrogeologica. Bisogna che la politica lo voglia, il mercato non lo farà mai. Si deve diffidare da partiti e candidati che, troppo fiduciosi nel mercato, intendano rinunciare a porre quei vincoli e indicazioni per il mondo economico, che il titolo III della Costituzione affida alla legge e alla responsabilità del settore pubblico.

CAMBIAMENTO CLIMATICO. Puerile o criminale l’atteggiamento di coloro che, come Trump, si ostinano a negarlo per non cambiare i propri valori ed interessi? Il cambiamento del clima ad opera dell’uomo ai tempi della Costituzione non era forse neppure ipotizzabile, così come non era prevedibile la necessità di una modifica radicale nella tecnica e nell’economia per porre rimedio a quel cambiamento e alle altre aberrazioni che si sono verificate negli ultimi decenni (accentuazione degli squilibri, abbandono delle attività produttive per la finanza speculativa, conseguente allargamento della disoccupazione…). Se la Costituzione non parla di queste cose, dà però indicazioni generali che guidano ad affrontarle (uguaglianza, lavoro, diritti umani, solidarietà, giustizia, internazionalismo…: nel nostro sito cdcm.wordpress.com è disponibile un’ampia documentazione in proposito).

La lotta all’effetto serra viene di solito ritenuto compito dei governanti; i cittadini possono collaborare, oltre che con maggiore sobrietà nei consumi energetici, con alcune iniziative. C’è ad es. una forma poco nota per contenere il carbonio nell’aria: utilizzare la legna col processo di pirolisi, come quello derivante da bruciatori a fiamma invertita, e utilizzare la carbonella risultante come miglioratore permanente della fertilità del terreno (ne aumenta la capacità di ritenzione dell’acqua), oltre che accumulatore, pure permanente, di carbonio nel terreno anziché nell’atmosfera. È ovvio che, per raggiungere dimensioni significative, simili iniziative devono essere supportate dal potere pubblico.

I rifiuti costituiscono un altro campo rilevante di iniziativa pubblica, che rischia spesso di scadere in soluzioni tecnocratiche. L’interesse generale sarebbe quello di riciclare al massimo il materiale scartato, minimizzando la parte da eliminare nelle discariche o negli inceneritori. Interessi particolari o tecnocratici spesso frenano questo sforzo di selezione dei rifiuti, al fine di poter sostenere gli impianti di incenerimento (non per nulla chiamati “termovalorizzatori”). Questi ultimi però, nonostante i progressi tecnici nella filtrazione dei fumi inquinanti, non riescono a eliminare le nanoparticelle, polveri ultra sottili che, una volta respirate, possono passare direttamente dagli alveoli polmonari nel sangue, costituendo quindi un grave fattore di inquinamento ambientale. L’aumento crescente nel nostro paese di bambini affetti già alla nascita da cancro o altre malattie degenerative, viene dagli studiosi non di parte attribuito alle nanoparticelle. Queste, a loro volta derivano dalle combustioni, specie se ad alta temperatura, come quelle dei motori a scoppio e, soprattutto, dei termovalorizzatori. Sono quindi da limitare il più possibile.

SALUTE.  Al di là del progressivo deterioramento che tutti conosciamo dell’assistenza sanitaria pubblica (con liste di attesa spesso incompatibili con una seria tutela della salute e ticket che di fatto obbligano ormai la parte economicamente più svantaggiata della popolazione a una scelta drammatica tra curarsi, nutrirsi o permettere ai figli di studiare), rileviamo che in questo campo si potrebbe aprire un ampio spazio di attività pubblica qualora si volesse affrontare un tema assai poco demagogico, per non dire impopolare. Si tratta dell’eccesso alimentare indotto dal consumismo, che gli epidemiologhi hanno accertato essere tra le cause principali in un’ampia gamma di malattie (quelle dette, appunto, del benessere: cancro, infarto, diabete e molte altre). Pochi sanno che le stesse difese naturali dell’organismo risiedono anche, in misura non secondaria, nella flora batterica intestinale, che è ovviamente influenzata da che cosa e quanto mangiamo. Si tratta di conoscenze che dovrebbero essere comuni a ciascun cittadino, e che non sono adeguatamente divulgate, forse anche per non ledere importanti interessi economici, tanto in campo sanitario quanto in campo alimentare. In effetti l’adozione di più corretti stili di vita comporterebbe consistenti risparmi economici, sia per i singoli che per la collettività, in entrambi questi settori. In ogni caso il principio di solidarietà, sancito dalla Costituzione, dovrebbe farci ribellare anche contro l’attuale spreco alimentare, cioè cibo gettato senza essere consumato, stimato per il nostro paese dall’Università di Bologna in circa 16 miliardi di euro l’anno: uno scandalo, di fronte al miliardo di persone che nel mondo soffrono la fame.

PER CONCLUDERE. I presenti sono solo piccoli cenni ad alcuni problemi importanti ed attuali: dovrebbero però consentire agli elettori di comprendere se partiti e candidati sono interessati soltanto ad accarezzare la loro “pancia” per carpirne il voto o se invece vogliono approfondire i problemi su base razionale e scientifica; se operano in vista dell’interesse generale, oppure sotto la spinta di potenti interessi particolari; se esprimono forme nuove di imprenditorialità pubblica, o se ripetono cliché obsoleti. Oltre ad essere fonte di enormi vantaggi, una gestione pubblica intelligente potrebbe costituire l’embrione di quel “nuovo modello di sviluppo” di cui si è spesso parlato a vuoto e che forse finirà per imporsi anche se non lo si vuole. Un modello, per intenderci, basato sulla sobrietà. La nostra Costituzione può fornirci indicazioni e valori di fondo assolutamente validi e fecondi ancor oggi. Accettando i valori sopra ricordati di uguaglianza, diritti umani, internazionalismo, giustizia, solidarietà, il dibattito pre-elettorale sarebbe meno aspro e distruttivo: sarebbe più facile comprendere certe divergenze, in genere basate, oltre che sulle classiche posizioni destra-sinistra, anche sulla fiducia nella scienza, o sulla validità della moneta unica e della scelta europea. Anche se l’Europa, con l’ordoliberalismo tedesco, ha imposto scelte fortemente penalizzanti per il nostro paese, l’uscita dal processo di integrazione sarebbe un salto nel buio, assolutamente privo di senso in un mondo globalizzato. Scelte intelligenti da parte dei politici e degli elettori sarebbero invece la via migliore per farsi rispettare e contare di più in Europa.