LA DIALETTICA AMICO-NEMICO E LA POLITICA ITALIANA

febbraio 15, 2018

PRATICHE ARCAICHE SOTTO LA PRETESA DI SEMPLIFICAZIONE E MODERNITÀ. RIVEDERE LE LEGGI PER FAVORIRE L’AGGREGAZIONE

riflessioni tratte da questo testo di Raniero La Valle

Il nazismo ha potuto affermarsi negli anni 1930 in Germania, grazie anche a un fattore spesso dimenticato: l’umiliazione inflitta al paese dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale, con penalità economiche pressoché impossibili a pagarsi e con accuse morali come l’attribuzione della intera colpa della guerra alla sola Germania. Era la logica della contrapposizione amico-nemico, che porta all’ideologia della vittoria. E’ questa l’ideologia del potere incontrollato, l’ideologia di Cesare: “veni, vidi, vici” (venni, vidi, vinsi); è l’ideologia di Brenno contro i Romani: “vae victis” (guai ai vinti). In altri termini, chi vince prende tutto; per chi perde, invece, nulla. Il grande filosofo politico Carl Schmitt, nazista convinto (è stato anche presidente dell’Unione dei giuristi nazionalsocialisti), individuava nella dialettica amico-nemico il criterio costitutivo della politica. La vittoria sul nemico è pertanto il suo naturale e necessario obiettivo.
La lezione della storia è stata recepita dagli americani, che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, si guardarono bene dall’umiliare gli sconfitti europei, aiutandone invece la ricostruzione e la ripresa economico-sociale, specie col piano Marshall. Grazie ad esso e grazie all’idea keynesiana, allora dominante, dell’intervento dello Stato in economia, per promuoverne lo sviluppo, l’Europa e il mondo poterono godere nel ventennio post-bellico, di una crescita economica e, soprattutto, di un progresso sociale, quale forse mai si è verificato nella storia. Tuttavia, nonostante la fine ingloriosa del nazismo e la condanna della storia, la vecchia logica amico-nemico ha ancora profonda diffusione. Un riflesso può essere colto ad es. nella pratica, del resto non sempre negativa, dello spoils system, secondo la quale chi vince le elezioni può assegnare i compiti più significativi del potere burocratico a persone di sua fiducia.
I politici italiani sembrano ancora molto tentati da questa idea barbarica della contrapposizione amico-nemico. Sono numerosi ad es. quelli che si accaniscono contro i migranti, descrivendoli come nemici da combattere. Altri hanno propugnato la revisione della Costituzione in senso autoritario e accentratore, con la pretesa di “semplificare” le procedure della democrazia, rendendola magari più disponibile alle esigenze di profitto dell’imperante potere economico multinazionale. Aumentando i poteri del primo ministro si stavano ricalcando i passi che nel secolo scorso portarono all’avvento del nazismo in Germania. Gli italiani hanno dato prova di maturità politica respingendo questa alterazione della nostra Carta costituzionale. Nella quale c’è tutto il contrario della dialettica amico-nemico.
La Costituzione Italiana coltiva il progetto di una società di liberi e di eguali, in cui non ci siano sconfitti e perciò nessuno sia considerato nemico. La riforma costituzionale respinta dagli italiani il 4-12-2016, insieme alla legge elettorale che l’accompagnava, assumeva precisamente la vittoria come criterio supremo della politica, e disegnava un progetto di società divisa in vincitori e vinti. Era questo infatti l’obiettivo più ambizioso dei riformatori, continuamente riproposto nel facile slogan secondo cui la sera delle elezioni si deve sapere chi ha vinto e chi, invece, è rimasto sconfitto, dovendolo necessariamente rimanere per cinque anni, fino alle successive elezioni. La proposta referendaria spostava l’accento da una società in cui non ci sono sconfitti (e in cui anzi è compito della Repubblica rimuovere le cause, anche di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, ne fanno degli sconfitti) a una società arcaica di vincitori e di vinti. Rimane al contrario l’esigenza di dare completa attuazione a questo e ad altri progetti contenuti nella nostra Carta, che ne fanno uno dei documenti più moderni e validi del mondo.
In definitiva. Non è chi non veda l’importanza dell’atteggiamento ostile o amichevole verso gli altri, in politica, come nella vita di ciascuno di noi. Questo atteggiamento dipende anzitutto dall’educazione ricevuta in famiglia, ma anche da quella imparata a scuola. Dipende pure dalle leggi, che possono essere improntate alla fiducia o al sospetto verso il prossimo. Si può ritenere che la civiltà comporti il passaggio dall’”homo homini lupus” all’uomo che si può fidare degli altri. Se ciò è vero la nostra Costituzione è davvero proiettata verso il futuro. Invece la proposta bocciata dagli italiani era – nel suo orientamento di fondo – un ritorno al passato. Non che mancasse di aspetti positivi: il monocameralismo, ad es., può essere accettabile. Forse sarebbe bene riaprire una nuova sessione costituzionale per recepire gli aspetti positivi e soprattutto per modificare la legislazione alla luce del superamento della dialettica amico-nemico. In concreto le leggi dovrebbero spingere verso l’accordo fra le persone e i gruppi. Una legge elettorale proporzionale, a questo fine, è molto preferibile ad una maggioritaria (evitando peraltro l’aberrazione che ha portato al potere Trump, nonostante avesse raccolto milioni di voti in meno dell’avversaria). Una revisione costituzionale dovrebbe anche costituzionalizzare la legge elettorale, almeno nei suoi tratti essenziali, perché è ridicolo di fronte al mondo che in Italia ogni maggioranza possa crearsi una nuova legge elettorale a proprio uso e consumo.

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UNO SPETTRO SI AGGIRA PER L’EUROPA: CARL SCHMITT

febbraio 7, 2018

FORTI PREOCCUPAZIONI PER LE TROPPE SOMIGLIANZE TRA L’ATTUALE SITUAZIONE E GLI EVENTI CHE PORTARONO AL NAZISMO

di Roberto Esposito la Repubblica 1-2-2018

Legalità e legittimità. La traduzione del saggio di Carl Schmitt su Legalità e legittimità, curata e introdotta magistralmente da Carlo Galli per il Mulino, presenta più di un motivo di interesse. Pubblicato nel 1932, subito dopo le ultime elezioni tedesche, prelude al collasso della Repubblica di Weimar e alla vittoria nazista. Se non si può dire che prepari la svolta totalitaria — pure accettata di buon grado dall’autore l’anno successivo — coglie tutti gli elementi della crisi che avrebbe portato al crollo della democrazia in Germania. Il tramonto dello Stato legislativo apre un varco nell’ordinamento che spezza l’equilibrio costituzionale tra legalità e legittimità, norma e decisione, diritto e politica.

Democrazia plebiscitaria. Schmitt, almeno in linea di principio, non contrappone i due termini. Anzi tenta di articolarli, collocando il potere costituente nella volontà del popolo tedesco. In questo modo resta all’interno del quadro democratico, ma lo spinge all’estremo limite arrivando a richiedere un Custode della Costituzione capace di incarnare la volontà popolare. Ciò che in sostanza Schmitt propone è una democrazia plebiscitaria che modifichi in senso autoritario il regime di Weimar. Il secondo motivo di interesse è l’attitudine camaleontica dell’autore a “ripulire” a ritroso la propria storia, ampiamente compromessa col nazismo. Nella postfazione, scritta nel 1958, Schmitt individua in Legalità e legittimità il «tentativo disperato di salvare» la Costituzione di Weimar dall’attacco concentrico delle forze antisistema di destra e sinistra.

Potere non bilanciato. Ora è vero che Schmitt non fuoriesce formalmente dalla cornice costituzionale. Ma schierandosi per un rafforzamento senza bilanciamento dei poteri del presidente, apre la strada allo strappo del 1933, quando si passa dalla possibile dittatura commissaria di Hindemburg alla reale dittatura sovrana di Hitler: la legge sul conferimento dei pieni poteri e l’abrogazione dei partiti sono l’esito controfattuale del tragico tentativo di stabilizzare la Repubblica, lacerandone il tessuto istituzionale. Eppure l’interesse del saggio di Schmitt non è circoscrivibile a una vicenda storica fortunatamente chiusa. Nonostante la distanza che ci separa, sono troppi gli echi che risuonano in queste pagine. A cos’altro richiamano la crisi di legalità e il deficit di legittimità, l’impotenza del Parlamento e il conflitto dei partiti, le forzature della costituzione e il rischio di ingovernabilità, se non alle ferite delle nostre democrazie?

 

DIBATTITO ELETTORALE E VALORI DELLA COSTITUZIONE

gennaio 30, 2018

APPELLO AD ELETTORI E CANDIDATI

NON PROMESSE DEMAGOGICHE MA CONCRETI PROGETTI PER AFFRONTARE I GRANDI PROBLEMI E COLMARE IL DEFICIT DI IMPRENDITORIALITÀ PUBBLICA: ALCUNI ESEMPI

Contributo del Comitato Difesa e attuazione della Costituzione Merate

Può dirci ancora qualcosa la Costituzione italiana in questo convulso momento elettorale, a 70 anni dalla sua promulgazione? È noto che negli ultimi decenni la Carta ha subito forti attacchi, sorretti da ragioni talvolta pretestuose, come il “mito” della governabilità, le “esigenze” della globalizzazione, dell’economia, ecc. Tuttavia i valori che hanno animato i Padri costituenti nei momenti costruttivi del primo dopoguerra, facendone una delle costituzioni più moderne e innovative del mondo, dovrebbero anche costituire un faro per guidarci nella difficile scelta elettorale. Possiamo prendere in considerazione alcuni punti su cui si svolge il dibattito pre-elettorale e confrontarli con quanto afferma la Costituzione.

GUERRA. Se vuoi la pace prepara la guerra”: questo ben noto detto degli antichi romani, pur essendo contestabile già a quei tempi (perché presuppone erroneamente un mondo di soli “homines hominibus lupi”), ai nostri giorni, con la minaccia nucleare, è diventata una vera e propria pazzia (mad = mutua distruzione assicurata). L’unica cosa ragionevole è: “se vuoi la pace prepara la pace”. Eppure il detto romano sembra penetrato profondamente nel senso comune e perfino nel “politicamente corretto”. Non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile più di una volta, nel corso dei 70 anni della Costituzione, violarne palesemente l’art. 11, il quale, come ben sappiamo, proclama che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Certo, le nostre missioni militari sono sempre state denominate “di pace”, le armi, si è sempre detto, venivano usate solo per difenderci e comunque, si aggiungeva, bisogna essere fedeli alle alleanze. Le prime due affermazioni apparivano però spesso e volentieri grossolanamente fallaci (basti pensare ai bombardamenti di obiettivi civili serbi durante la cosiddetta guerra del Kosovo o al miliardo e mezzo di euro ufficialmente speso per proteggere una missione umanitaria per la quale erano stati investiti tra il 2003 e il 2006, nell’Operazione “Antica Babilonia”, non più di 16 milioni). Quanto all’ultima giustificazione, dobbiamo rilevare che non è pertinente, in quanto la fedeltà alle alleanze non può certo legittimare la violazione della Costituzione. Aggiungiamo, in attesa di conoscerne con certezza scopi e modalità, che neppure l’invio recentemente autorizzato dalle camere già sciolte di 500 militari italiani in Niger sotto comando francese appare molto convincente: si tratta infatti di un paese le cui ricchissime risorse minerarie vengono sistematicamente sfruttate da compagnie straniere (cinesi e soprattutto, guarda caso, francesi) lasciando la popolazione locale (che “gode” di un prodotto interno lordo pro capite di 408 dollari annui) nella più completa miseria.

MIGRAZIONI. Costituiscono uno dei pezzi forti della propaganda populista. Siamo minacciati, rischiamo di perdere la nostra identità di bianchi, occidentali, cristiani, non siamo più padroni in casa nostra, ecc.: dobbiamo difenderci con ogni mezzo. La vacuità di questa propaganda può essere smascherata se solo si pone attenzione a queste semplici verità:

– la povertà dei paesi impoveriti, specie africani, è dovuta anzitutto allo sfruttamento delle risorse naturali – minerarie, energetiche, agro-forestali, umane…- ad opera dei paesi ex colonizzatori (compreso il nostro). Questo sfruttamento permane fortissimo attualmente, accentuato dalla presenza in Africa, oltre che petrolio, metano, uranio… del coltan e di altre materie prime rare, indispensabili nell’elettronica moderna (pc, telefonini, ecc.);

– la struttura politica dei paesi africani è in genere ben lungi dall’essere democratica; prevalgono sistemi autoritari in combutta con i poteri economici stranieri, che sfruttano le risorse locali, senza vantaggi per la popolazione;

– la natalità è elevata, proprio il contrario che da noi, nei paesi ricchi;

– la guerra è molto diffusa, spesso per soddisfare le brame di potere di paesi occidentali (come nel caso della sciagurata guerra in Libia).

La fuga in occidente pertanto è spesso l’unica alternativa per evitare fame e guerre: si spiega così perché non si esiti ad affrontare rischi pesantissimi pur di arrivare in Europa. Quello che non si vuole capire è che, lungi dall’invasione, i migranti potrebbero essere una vera risorsa per i paesi europei: possono compensare con la forte natalità il nostro declino demografico, ma, soprattutto, potrebbero costituire l’occasione per rimediare alla fuga dai campi o per eseguire importanti opere pubbliche, ad es. mettere il territorio in sicurezza antisismica e idrogeologica. Bisogna che la politica lo voglia, il mercato non lo farà mai. Si deve diffidare da partiti e candidati che, troppo fiduciosi nel mercato, intendano rinunciare a porre quei vincoli e indicazioni per il mondo economico, che il titolo III della Costituzione affida alla legge e alla responsabilità del settore pubblico.

CAMBIAMENTO CLIMATICO. Puerile o criminale l’atteggiamento di coloro che, come Trump, si ostinano a negarlo per non cambiare i propri valori ed interessi? Il cambiamento del clima ad opera dell’uomo ai tempi della Costituzione non era forse neppure ipotizzabile, così come non era prevedibile la necessità di una modifica radicale nella tecnica e nell’economia per porre rimedio a quel cambiamento e alle altre aberrazioni che si sono verificate negli ultimi decenni (accentuazione degli squilibri, abbandono delle attività produttive per la finanza speculativa, conseguente allargamento della disoccupazione…). Se la Costituzione non parla di queste cose, dà però indicazioni generali che guidano ad affrontarle (uguaglianza, lavoro, diritti umani, solidarietà, giustizia, internazionalismo…: nel nostro sito cdcm.wordpress.com è disponibile un’ampia documentazione in proposito).

La lotta all’effetto serra viene di solito ritenuto compito dei governanti; i cittadini possono collaborare, oltre che con maggiore sobrietà nei consumi energetici, con alcune iniziative. C’è ad es. una forma poco nota per contenere il carbonio nell’aria: utilizzare la legna col processo di pirolisi, come quello derivante da bruciatori a fiamma invertita, e utilizzare la carbonella risultante come miglioratore permanente della fertilità del terreno (ne aumenta la capacità di ritenzione dell’acqua), oltre che accumulatore, pure permanente, di carbonio nel terreno anziché nell’atmosfera. È ovvio che, per raggiungere dimensioni significative, simili iniziative devono essere supportate dal potere pubblico.

I rifiuti costituiscono un altro campo rilevante di iniziativa pubblica, che rischia spesso di scadere in soluzioni tecnocratiche. L’interesse generale sarebbe quello di riciclare al massimo il materiale scartato, minimizzando la parte da eliminare nelle discariche o negli inceneritori. Interessi particolari o tecnocratici spesso frenano questo sforzo di selezione dei rifiuti, al fine di poter sostenere gli impianti di incenerimento (non per nulla chiamati “termovalorizzatori”). Questi ultimi però, nonostante i progressi tecnici nella filtrazione dei fumi inquinanti, non riescono a eliminare le nanoparticelle, polveri ultra sottili che, una volta respirate, possono passare direttamente dagli alveoli polmonari nel sangue, costituendo quindi un grave fattore di inquinamento ambientale. L’aumento crescente nel nostro paese di bambini affetti già alla nascita da cancro o altre malattie degenerative, viene dagli studiosi non di parte attribuito alle nanoparticelle. Queste, a loro volta derivano dalle combustioni, specie se ad alta temperatura, come quelle dei motori a scoppio e, soprattutto, dei termovalorizzatori. Sono quindi da limitare il più possibile.

SALUTE.  Al di là del progressivo deterioramento che tutti conosciamo dell’assistenza sanitaria pubblica (con liste di attesa spesso incompatibili con una seria tutela della salute e ticket che di fatto obbligano ormai la parte economicamente più svantaggiata della popolazione a una scelta drammatica tra curarsi, nutrirsi o permettere ai figli di studiare), rileviamo che in questo campo si potrebbe aprire un ampio spazio di attività pubblica qualora si volesse affrontare un tema assai poco demagogico, per non dire impopolare. Si tratta dell’eccesso alimentare indotto dal consumismo, che gli epidemiologhi hanno accertato essere tra le cause principali in un’ampia gamma di malattie (quelle dette, appunto, del benessere: cancro, infarto, diabete e molte altre). Pochi sanno che le stesse difese naturali dell’organismo risiedono anche, in misura non secondaria, nella flora batterica intestinale, che è ovviamente influenzata da che cosa e quanto mangiamo. Si tratta di conoscenze che dovrebbero essere comuni a ciascun cittadino, e che non sono adeguatamente divulgate, forse anche per non ledere importanti interessi economici, tanto in campo sanitario quanto in campo alimentare. In effetti l’adozione di più corretti stili di vita comporterebbe consistenti risparmi economici, sia per i singoli che per la collettività, in entrambi questi settori. In ogni caso il principio di solidarietà, sancito dalla Costituzione, dovrebbe farci ribellare anche contro l’attuale spreco alimentare, cioè cibo gettato senza essere consumato, stimato per il nostro paese dall’Università di Bologna in circa 16 miliardi di euro l’anno: uno scandalo, di fronte al miliardo di persone che nel mondo soffrono la fame.

PER CONCLUDERE. I presenti sono solo piccoli cenni ad alcuni problemi importanti ed attuali: dovrebbero però consentire agli elettori di comprendere se partiti e candidati sono interessati soltanto ad accarezzare la loro “pancia” per carpirne il voto o se invece vogliono approfondire i problemi su base razionale e scientifica; se operano in vista dell’interesse generale, oppure sotto la spinta di potenti interessi particolari; se esprimono forme nuove di imprenditorialità pubblica, o se ripetono cliché obsoleti. Oltre ad essere fonte di enormi vantaggi, una gestione pubblica intelligente potrebbe costituire l’embrione di quel “nuovo modello di sviluppo” di cui si è spesso parlato a vuoto e che forse finirà per imporsi anche se non lo si vuole. Un modello, per intenderci, basato sulla sobrietà. La nostra Costituzione può fornirci indicazioni e valori di fondo assolutamente validi e fecondi ancor oggi. Accettando i valori sopra ricordati di uguaglianza, diritti umani, internazionalismo, giustizia, solidarietà, il dibattito pre-elettorale sarebbe meno aspro e distruttivo: sarebbe più facile comprendere certe divergenze, in genere basate, oltre che sulle classiche posizioni destra-sinistra, anche sulla fiducia nella scienza, o sulla validità della moneta unica e della scelta europea. Anche se l’Europa, con l’ordoliberalismo tedesco, ha imposto scelte fortemente penalizzanti per il nostro paese, l’uscita dal processo di integrazione sarebbe un salto nel buio, assolutamente privo di senso in un mondo globalizzato. Scelte intelligenti da parte dei politici e degli elettori sarebbero invece la via migliore per farsi rispettare e contare di più in Europa.

LA COSTITUZIONE E LA SPERANZA

gennaio 26, 2018

MENTRE LA POLITICA ORGANIZZA LA PAURA LA COSTITUZIONE ORGANIZZA LA SPERANZA INDICANDO I VALORI DI UNA SOCIETÀ PIÙ UMANA

di Domenico Gallo

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-costituzione-della-repubblica-e-sempre-giovane/

Patrimonio di beni pubblici. La Costituzione della Repubblica italiana venne promulgata il 27 dicembre del 1947 con la firma di Enrico De Nicola (Capo provvisorio dello Stato), Umberto Terracini, Presidente dell’Assemblea costituente e Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri ed entrò in vigore il 1 gennaio 1948. Sono passati settant’anni. E’ un tempo storico sufficientemente lungo per fare un primo bilancio della vitalità della nostra Carta Costituzionale, chiederci se i suoi principi ed i suoi valori sono ancora indispensabili per il nostro futuro, se la sua architettura delle istituzioni è ancora valida, oppure se genera inefficienza o altri mali, come ci annunciano quasi quotidianamente da trent’anni i suoi detrattori. E’ tempo di chiederci se il patrimonio di beni pubblici che i padri costituenti hanno lasciato in eredità al popolo italiano è stato ben speso o sperperato e se questo patrimonio debba essere conservato e tramandato alla generazioni future. L’incontro che abbiamo tenuto oggi nella sala del Senato che il Presidente Grasso ci ha messo a disposizione si è posto proprio l’obiettivo di rispondere a questa domande.

C’è dentro la storia. E’ necessario fare una premessa. La Costituzione non è mera espressione di tecnica del diritto, essa si sviluppa lungo quella frontiera aspra, rocciosa, battuta da venti impetuosi, dove il diritto si incontra con la storia, dove la tecnica giuridica si innesta con le istanze metagiuridiche della filosofia e dell’etica. Come ebbe a spiegarci in modo magistrale uno dei padri della Costituzione, Piero Calamandrei, nel famoso discorso agli studenti di Milano del 26 gennaio 1955: In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane…” Ci sono gli echi del risorgimento, dei valori della Costituzione della Repubblica romana del 1849, gli echi delle voci di Mazzini, di Cavour, di Cattaneo, di Garibaldi, di Beccaria.

E il sangue. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani… Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte in questa Carta.” La Costituzione, pertanto, è la traduzione nell’ordinamento giuridico dell’annuncio portato dalla Resistenza di una nuova società umana, cioè di un tempo e di una storia nuova in cui fossero risparmiate per sempre alle generazioni future le sofferenze inenarrabili che avevano patito quelle precedenti attraverso le due guerre mondiali, l’olocausto e l’asfissia di una società priva di libertà. Con la Costituzione ci è stato consegnato il dono della libertà e con esso un patrimonio di beni pubblici repubblicani a suggello di un patto di amicizia che le generazioni passate hanno stretto con le generazioni future.

Guarda al futuro. Abbiamo molto discusso in questa sede dell’attualità dei principi e valori che la Costituzione ha insediato nell’ordinamento giuridico ed abbiamo discusso della crescente disapplicazione di questi principi e valori nell’ordinamento politico, rivendicando la validità del progetto di società iscritto nella Costituzione, ancora da realizzarsi. Siamo tutti coscienti che la Costituzione ha una dimensione precettiva, immediatamente applicabile e vincolante per tutti, che i giudici fanno applicare quando, per esempio, la Corte costituzionale cancella quella norma del pacchetto di sicurezza Maroni che vietava il matrimonio fra un cittadino italiano ed una persona di altra nazionalità priva del permesso di soggiorno, ed una dimensione programmatica che indica alla politica ed alle istituzioni un dover essere e guarda al futuro. Non a caso la professoressa Carlassare ci ha parlato del progetto di una società più umana ed ha definito la Costituzione come la Carta del nostro futuro.

Laicità. Voglio solo indicare un aspetto della Costituzione che ha parlato direttamente al futuro: il tema della laicità. Per comprendere appieno la natura e il significato del principio di laicità bisogna ricercarne la radice, essa deriva da quella concezione dei diritti dell’uomo che nel nostro ordinamento costituzionale ha dato origine al principio personalista. L’articolazione forse più importante del principio personalista è proprio la laicità. Come si è detto, esistono nella Costituzione dei valori supremi, ma il metro per giudicarli è la persona umana; il che significa che non ci possono essere esigenze, anche fondate su valori, su interessi, su dogmi religiosi o su calcoli di utilità che consentano di attentare al valore fondante costituito dai diritti inviolabili della persona. Da questa concezione dell’uomo come fondamento del diritto nasce la laicità, basata sul principio personalista e non soltanto sugli articoli 7 e 8, 19 e 20 della Costituzione, che regolano i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica e assicurano la libertà di religione e la libertà di coscienza.

Valore fondante della persona. La laicità si fonda sul riconoscimento che il valore uomo non è bilanciabile con altri valori, perché è un valore fondante. A differenza di altri ordinamenti, la Costituzione non consente di fare un bilanciamento fra l’esigenza di sicurezza di una collettività organizzata in comunità politica e il diritto alla vita di ciascun cittadino (infatti, la pena di morte è bandita). Ciò perché il diritto alla vita e alla dignità essenziale della persona è assolutamente inviolabile e non può essere superato dall’azione dei pubblici poteri. La persona è il valore fondamentale, rispetto al quale tutto il resto deve girare intorno, come i pianeti girano intorno al sole. In ciò consiste l’essenza della laicità.

Convivenza tra diversi. Questa concezione della laicità, che è stata articolata nel 1947, ci dà un criterio per affrontare le difficoltà che incontriamo oggi, nel 2017, nella politica, nella cultura e nel costume. In particolare il problema della convivenza nel nostro paese fra religioni, culture e costumi profondamente differenti dovuto ad un evento successivo e certamente non previsto dai costituenti: il mutamento della popolazione prodotto dall’immigrazione. La Costituzione ci offre il criterio fondamentale di convivenza fra diversi in una società che è divenuta necessariamente multiculturale. Questo criterio ci dice che prima di tutto vengono i diritti della persona, che non si può fare nessun bilanciamento fra i diritti inviolabili della persona e le esigenze delle culture, delle religioni, dell’etica. La laicità spoglia dell’onnipotenza la politica e la religione. Pertanto il principio supremo di laicità non è un relitto di passate guerre di religioni. Come tutti i principi supremi della Costituzione nasce dal passato ma guarda al futuro. Parla di noi, del nostro futuro. Ci fornisce gli strumenti e il criterio basilare per fondare la convivenza pacifica fra le diverse culture, fra le differenti popolazioni e le differenti religioni presenti nel nostro Paese per effetto dell’immigrazione; ci consente di garantire i diritti delle minoranze, di difendere i diritti dell’uomo e della donna, anche di fronte alle società e alle culture di appartenenza.

Dimensione programmatica. Questo discorso sulla laicità ci permette di meglio comprendere la dimensione al contempo precettiva e programmatica della Costituzione. La dimensione programmatica assegna una missione alla politica, la orienta verso un orizzonte comune nel quale sono istituite l’eguaglianza, la giustizia sociale, la pace, il rispetto della dignità umana, un orizzonte che unifica il popolo italiano e lo costituisce in comunità politica aperta al futuro. Oggi, come allora, abbiamo ancora e sempre più bisogno di far crescere l’eguaglianza, invece che la disuguaglianza, come avviene quando, pur aumentando il reddito, cresce la povertà; abbiamo bisogno che il lavoro e la dignità di ogni persona, sia posta a fondamento dell’ordinamento, non la precarietà del lavoro e della vita; abbiamo bisogno che sia salvaguardata la salubrità dell’ambiente, non lo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali; abbiamo bisogno di una scuola pubblica che formi il cittadino, non di un’agenzia asservita al mercato; abbiamo bisogno di sanità pubblica ed universale, non di servizi scadenti e per censo; abbiamo bisogno di istituzioni rappresentative dove possano entrare le domande, i bisogni e le aspirazioni dei cittadini, non di parlamentari che rappresentino solo i loro capi. La missione della politica nel progetto costituzionale è l’organizzazione della speranza. Quando invece, come accade nel nostro tempo la politica organizza la paura, anziché la speranza, dobbiamo chiederci: è sbagliata la Costituzione o è sbagliata la politica?

LE ‘RIFORME’ INCOSTITUZIONALI

gennaio 26, 2018

di Alessandro Pace

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-costituzione-della-repubblica-e-sempre-giovane/
1.    Sul Corriere della Sera del 27 dicembre è stata sintetizzata in dieci istantanee la “storia” dell’attuale legislatura. La n. 9 rappresenta «l’immagine di Matteo Renzi che nella sala stampa di Palazzo Chigi annuncia le sue dimissioni dopo la disfatta del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016». L’autore dell’articolo si ferma qui, mentre sarebbe stato opportuno andare un po’ indietro e ricordare che la riforma Renzi-Boschi venne votata da un Parlamento illegittimo nella sua composizione nonostante la Corte costituzionale, con la sentenza n. 1 del 2014, avesse dichiarato incostituzionale il c.d. Porcellum in forza del quale era stato eletto. Il vero è che sia a causa dell’ignoranza dell’opinione pubblica circa i tecnicismi giuridici, sia a causa della mala fede dei detentori del potere, sulla sentenza n. 1 del 2014 fu steso un velo soprattutto comodo per i partiti, in particolare il PD, che avevano lucrato un illegittimo cospicuo premio di maggioranza.

Un Parlamento “delegittimato”, quindi, che nondimeno modificò ben 55 articoli della Costituzione, senza che gli allora Presidenti della Repubblica e della Corte costituzionale – entrambi c.d. “garanti” della Costituzione – battessero ciglio. Omettendo quindi di considerare che la Corte costituzionale aveva chiaramente avvertito, nelle ultime battute del n. 7 del “considerato in diritto” della sentenza n. 1 del 2014, che il principio della “continuità istituzionale” non avrebbe potuto, alla lunga, sostituirsi al doveroso voto popolare. Con l’abnorme conseguenza che, per tutta la XVII legislatura, abbiamo avuto un Parlamento costituzionalmente viziato nella sua composizione, che solo il M5S aveva reiteratamente denunciato.

Né quel “peccato originale” venne attenuato, strada facendo, dalla c.d. riforma Renzi-Boschi. Che anzi violò la libertà di voto (art. 48 Cost.) in conseguenza della disomogeneità del contenuto prescrittivo della riforma. Che violò il “principio supremo” della sovranità popolare (art. 1 comma 2 Cost.) negando l’elettività diretta del Senato. Che conferì, in violazione dell’art. 3 Cost., funzioni senatoriali part-time a consiglieri regionali e a sindaci privi della diretta legittimazione democratica. Che, in violazione dell’art. 5 Cost., attribuì alle regioni, tranne qualche eccezione, soltanto competenze legislative di contenuto meramente organizzativo. Che modificò surrettiziamente la forma di governo, indebolendo i contro-poteri e conseguentemente rafforzando indirettamente i poteri del Governo, e soprattutto quelli del Premier. E così via.

Ed è anche per queste ragioni tecniche, la grande maggioranza degli elettori si espresse in favore del No, non solo per lo stravolgimento apportato al sistema costituzionale, ma per la complessità delle modifiche costituzionali. Dando così ragione, nei fatti, al procedimento di revisione costituzionale previsto dall’art. 138 Cost., che prevede soltanto revisioni puntuali o comunque omogenee. Non riforme megagalattiche come la Renzi-Boschi.

2.    Sta di fatto che fino al 1983 – e cioè per ben 35 anni – sia le leggi costituzionali, sia le leggi di revisione costituzionale hanno sempre avuto un contenuto puntuale o comunque omogeneo. In linea quindi con quanto il Presidente Terracini, in una delle ultimissime riunioni della Commissione per la Costituzione (15 gennaio 1947), aveva affermato, in risposta all’on. Mortati, che l’Assemblea costituente si doveva «limitare all’ipotesi di una revisione parziale». Nelle prime monografie sulla revisione costituzionale, il problema delle mega riforme non fu minimamente sollevato.

Del resto nella lingua italiana una cosa è la “riforma”, altra cosa è la “revisione”. Prescindendo dal significato giuridico del concetto di “revisione”, nel Grande dizionario della lingua italiana il concetto di revisione allude sempre ad attività puntuali: alle operazioni di esame e di verifica della verità e di conformità di un conto economico o di un bilancio; al riesame di una sentenza o di una causa decisa; all’esame stilistico di un’opera letteraria; all’esame preventivo di un testo destinato alla stampa o alla conformità alle disposizioni di legge; al riscontro periodico dell’operato della pubblica amministrazione e all’insieme delle operazioni di controllo e di manutenzione di macchine (ad es. le automobili).

Era quindi assolutamente pacifico, almeno fino agli anni ’90, che le modifiche costituzionali dovessero servire solo a modificare specifiche disposizioni; «ad ammodernare, adeguare, perfezionare, rabberciare un vecchio meccanismo» o, tutt’al più, a innovare qualche istituto politico lasciando intatti gli altri.

E quindi, quando fu approvata la legge sui referendum n. 352 del 1970, le “riforme” erano ancora di là da venire, per cui l’applicazione della legge n. 352 ad esse – da parte dei loro sostenitori – costituì un’evidente forzatura, tant’è vero che si giunse addirittura a sostenere che alle mega riforme non sarebbero  applicabili i principi della sovranità popolare (art. 1 Cost.) e della libertà di voto (art. 48 Cost.), perché il procedimento di revisione costituzionale sarebbe derogatorio di quei due principi fondamentali!

3.    Sta di fatto, che delle possibili “riforme” costituzionali si cominciò a parlare, a livello politico, soltanto alla fine degli anni ’70, col famoso articolo di Bettino Craxi, apparso sull’Avanti nel dicembre del 1979, nel quale veniva teorizzata “la Grande Riforma” consistente nella modifica della forma di governo da parlamentare in presidenziale. Che però non ebbe alcun seguito.

I successivi tentativi di “grandi riforme” sono tutti inesorabilmente falliti: così le riforme Bozzi (1985) e Letta (2013) che non furono nemmeno approvate; le leggi di riforma De Mita-Iotti (1993) e D’Alema (1997), che furono approvate ma, avendo un contenuto meramente organizzative, non ebbero un seguito normativo; le riforme Berlusconi (2006) e Renzi-Boschi (2016) che furono respinte in sede referendaria. Il che conferma l’estraneità delle mega riforme nei confronti del nostro sistema costituzionale che prevede soltanto “revisioni”.

Sorprende, perciò, che un politico intelligente come il ministro Carlo Calenda, nell’intervista di Lorenzo Salvia apparsa sul Corriere del 27 dicembre, abbia addirittura auspicato l’istituzione di un’Assemblea costituente nella prossima legislatura «per aumentare il coinvolgimento dei cittadini», evidentemente, senza rendersi conto:

1) che l’istituzione di un’Assemblea costituente costituisce, per definizione, la negazione dei valori della costituzione alla quale pretende di sostituirsi (nella specie: la Costituzione del 1947);

2) che l’elezione di un’Assemblea costituente non determinerebbe, di per sé, un “coinvolgimento” dei cittadini, ma solo un voto come gli altri (per cui il voto popolare confermativo ex art. 138 comma 2 Cost. implica un indubbio maggior coinvolgimento);

3) che solo nelle revisioni puntuali o omogenee la sovranità popolare viene effettivamente esercitata, poiché solo di fronte ad un singolo quesito relativo ad un singolo articolo e su una pluralità di articoli dal contenuto omogeneo, i cittadini sono effettivamente liberi di votare Sì o No. Che è poi la tesi sostenuta dalla maggioranza dei costituzionalisti, tra cui i più autorevoli, secondo i quali le riforme disomogenee coerciscono la libertà di voto, essendo svariati i quesiti ad esse sottese.

COSTITUZIONE, SIAMO SEMPRE A RISCHIO

gennaio 26, 2018

di Massimo su Villone Il Manifesto, 29 dicembre 2017 fonte:http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/2018/01/04/costituzione-siamo-sempre-a-rischio/

La Costituzione, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, compie 70 anni. È giovane? Assolutamente sì. Tale è perché la sua tavola di valori – eguaglianza, diritti, solidarietà – reca le risposte oggi giuste e necessarie in un paese come l’Italia, in cui le diseguaglianze aumentano.

Milioni di persone sono sotto la soglia di povertà, diritti essenziali come quello alla salute o all’istruzione sono resi evanescenti, la speranza di un lavoro sicuro e di una vita serena e dignitosa per sé e i propri cari è un lusso inaccessibile per tanti, e soprattutto per i giovani.

In ogni caso, la Costituzione è stata spesso “ammodernata”, con l’art. 138. Solo negli ultimi 20 anni abbiamo le leggi costituzionali 1/1999 e 2/2001 (elezione diretta dei governatori); 2/1999 (giusto processo); 1/2001 (circoscrizione estero); 3/2001 (riforma del titolo V); 1/2003 (pari opportunità); 1/2007 (abolizione della pena di morte); 1/2012 (pareggio di bilancio). Alcune riforme sono nel merito discutibili, come il nuovo Titolo V, o addirittura censurabili, come il pareggio di bilancio necessario. Ma qui rileva che l’innovazione è stata possibile.

Sono invece fallite le “grandi” riforme, quelle soi-disant epocali. Accade con le speciali commissioni bicamerali (Bozzi, 1983; De Mita-Iotti, 1993; D’Alema, 1997; le ultime due istituite con leggi costituzionali). Accade anche con le “grandi” riforme perseguite con l’ordinario procedimento di revisione ex art. 138: nel 2005, la Berlusconi-Bossi, e nel 2016, la Renzi-Boschi. Approvate in Parlamento con la sola maggioranza assoluta in seconda deliberazione, sono respinte dal voto popolare nel successivo referendum.

Proprio nelle riforme 2005 e 2016 troviamo l’attacco alla Costituzione. Sono accomunate soprattutto da due tratti: vedono una contrapposizione frontale tra maggioranza e opposizione, e nel merito concentrano il potere sull’esecutivo e sul suo leader, comprimendo il ruolo delle assemblee elettive (in specie quella 2016, con il pendant dell’Italicum). La governabilità schiaccia la rappresentatività, in una versione edulcorata, moderna e ossequiente – solo nella forma – ai canoni della democrazia del «credere, obbedire, combattere». Ma che ne è dell’antico principio per cui la Costituzione si modifica con un consenso ampio, al di là dei confini di una maggioranza di governo?

Accade che nel 1992 si avvia Tangentopoli, che disarticola i partiti storici. Nel 1993 si svolta verso il maggioritario, con l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di provincia (l. 81/1993), e, a seguito di un referendum, con il Mattarellum (l. 276 e 277/1993). Le elezioni 1994 aprono Palazzo Chigi a partiti non partecipi della nascita della Costituzione, o i cui antenati erano stati addirittura ad essa antagonisti (Forza Italia, Lega, An). Si dissolve il cosiddetto arco costituzionale, composto dalle forze politiche partecipi in assemblea costituente del patto costituzionale, e convenzionalmente unite nell’intesa che tutti gli originari contraenti dovessero concorrere alle modifiche della Costituzione.

Il nuovo contesto, unitamente alla distorsione di rappresentatività e al vantaggio in seggi dato dal maggioritario, di collegio o da premio, apre la via alle Costituzioni “di maggioranza”. Superando il quorum minimo della maggioranza assoluta in seconda deliberazione previsto dall’art. 138, maggioranza di governo e maggioranza per la revisione possono coincidere. Già con l’adozione del Mattarellum, da più parti era stata chiesta la messa in sicurezza della Costituzione, con l’innalzamento di quel quorum. Non è stato fatto. Da questo punto di vista, le Costituzioni “di maggioranza” sono figlie del maggioritario, e l’unico vero tutore della Costituzione rimane il popolo sovrano nel voto referendario. Come è accaduto.

Siamo ancora a rischio? Certamente sì. Anche il Rosatellum produce una distorsione maggioritaria. I partiti sono tuttora evanescenti. Le forze che spingono per la normalizzazione di paesi affetti da eccessi di democrazia sono sempre in campo, e il famigerato documento J.P.Morgan sulle Costituzioni socialisteggianti esiste davvero. Come è vivo il mantra della governabilità, che certo sentiremo prima e dopo un voto che non darà un vincitore nell’immediato. Nel merito, qualche scontro già si avvia, come per la proposta di una flat tax, che potrebbe solo allargare ancora l’enorme fossato tra chi ha e chi non ha. E chi può negare sia giovane la Costituzione che subito ci offre con l’art. 53 e il principio di progressività l’arma per contrastare gli epigoni di Trump?

Attuare, non stravolgere. Credere nella Costituzione è una fede laica, che non espone icone e santi, ma beni terreni, come libertà, diritti, eguaglianza, qualità di vita. Come ogni fede, chiede a tutti di schierarsi per ciò in cui si crede. E questo dobbiamo alla Costituzione per il suo settantesimo compleanno: l’impegno di donne e uomini che si battono ogni giorno perché vivano e si inverino le promesse dell’antico patto costituente.

LA CORTE COSTITUZIONALE

gennaio 26, 2018

A SETTANT’ANNI DALLA FIRMA DELLA COSTITUZIONE

di Felice Besostri

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-costituzione-della-repubblica-e-sempre-giovane/

Se la Costituzione a 70 anni dalla sua firma è “sempre giovane” la Corte Costituzionale è ancora più giovane, perché sebbene prevista dalla  legge costituzionale n. 1 del n. 9 febbraio 1948, tempestivamente adottata dalla Assemblea Costituente a pochissima distanza dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana e prima delle elezioni del 18 aprile 1948, non fu una priorità della prima legislatura-.  Soltanto  nel suo ultimo anno fu approvata la legge costituzionale n. 1 del 11 marzo 1953 e la legge 11 marzo 1953 n. 87. Era un’Italia divisa quella uscita dalle elezioni del 1948 in un mondo diviso tra blocchi contrapposti e reciprocamente ostili, che si era rapidamente sostituito all’unità contro il nazi-fascismo e all’imperialismo giapponese. Nel sistema costituzionale italiano la Corte Costituzionale era un organo di garanzia e il più neutro rispetto alla Presidenza della Repubblica e alle Presidenze delle due Camere, la cui investitura era totalmente politica. A mio avviso non è un caso che l’attuazione della Costituzione, nella previsione di un giudice delle leggi, si sia svolta in parallelo con una riforma del sistema elettorale proporzionale con una legge forse ingiustamente definita “legge truffa”. Basta pensare ai più tardi tentativi di attribuire una maggioranza artificiale, a chi non l’avesse conquistata nelle urne, perseguita con le leggi n. 270/2005  e n. 52/2015, dichiarate incostituzionali nelle parti qualificanti dalle sentenze n. 1/2014 e 35/2017. 

L’aspetto preoccupante di quella legge era l’entità del premio di maggioranza, non che fosse attribuito ad una maggioranza assoluta consacrata dal voto popolare. Con il 65% dei seggi la coalizione maggioritaria aveva a portata di mano la possibilità di modificare la Costituzione con i due terzi dei voti delle Camere e quindi di sottrarla al referendum costituzionale previsto dall’art. 138 Cost.. Questo strumento che si è rivelato efficace usbergo, nel 2006 e il 4 dicembre 2016, ai tentativi di modificare la forma di governo parlamentare e il bicameralismo, sottraendo il Senato all’investitura di un’elezione universale e diretta (art.58) con voto eguale, libero e personale, oltre che segreto, come prescrive l’art. 48 Cost.. Una riforma, che era piuttosto una deforma costituzionale, che con la modificazione della composizione del parlamento in seduta comune nel caso dell’art. 90 Cost. e una legge elettorale maggioritaria, con un’impropria designazione di un candidato alla presidenza del Consiglio dei Ministri, avrebbe alterato l’equilibrio tra i poteri costituzionali posti al vertice della Repubblica, con la messa sotto tutela del suo Presidente.

La legge elettorale 31 marzo 1953 fu eccezionalmente promulgata, pubblicata e entrata in vigore lo stesso giorno, una fretta giustificata dalle elezioni del successivo 3 giugno 1953: una legge sulla quale la Corte Costituzionale non avrebbe potuto pronunciarsi poiché si è insediata il 15 dicembre 1955 e dopo aver eletto il suo primo Presidente, Enrico de Nicola, tenne la sua prima seduta il 23 aprile 1956, giorno a me particolarmente caro riportandomi all’adolescenza, annullando significativamente e simbolicamente un articolo il 113 di una legge fascista il T.U. delle leggi di p.s. approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773.

La sentenza n. 1 del 5 giugno 1956 ha avuto come relatore Gaetano Azzariti ed stata decisa dopo aver sentito gli avvocati di cui basta leggere alcuni  nomi per comprendere l’importanza  di quella sentenza: Costantino Mortati,  Massimo Severo Giannini, Vezio Crisafulli, Giuliano Vassalli,  e Piero Calamandrei, il cui discorso sulla Costituzione del 26 gennaio 1955 a Milano è stato decisivo per la mia formazione. L’importanza di quella sentenza sta anche per l’affermazione in dispositivo “Afferma la propria competenza a giudicare sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge anche se anteriori alla entrata in vigore della Costituzione”. La nascita della Corte Costituzionale e la sua prima decisione è stata  segnata dalla volontà di non lasciare zone franche, sottratte al controllo di costituzionalità. Per le leggi elettorali si è dovuto aspettare un’ordinanza del 17 maggio 2013 la n. 12060 della Prima Sezione Civile della Cassazione. Quest’ ordinanza, in un certo senso, ha avuto la stessa funzione dell’ordinanza del pretore di Prato, che per primo aveva sollevato la questione di costituzionalità dell’art. 113 del T.U. di P.S. con l’ ordinanza 27 dicembre 1955 e che era Antonino Caponnetto, al suo primo incarico di magistrato. 

La Corte Costituzionale è un organo indipendente dalla politica, ma non dal clima politico e culturale, in cui si trova ad operare e che per funzionare ha bisogno che una pluralità di attori sia sensibile ai valori costituzionali a cominciare dai gruppi parlamentari, dai partiti politici, dai docenti universitari, che formano giudici ed avvocati, da quest’ultimi nella loro professione per finire con l’opinione pubblica e il corpo elettorale. 

Come per la legge n. 148/1953  fu il popolo ad esprimersi nelle successive elezioni del 7 giugno, spetterà al corpo elettorale pronunciarsi politicamente sulla legge n. 165/2017, che ha sì abbandonato la strada dei premi espliciti di maggioranza, ma non la tentazione di prefigurare i risultati. Si impedisce una volta di più agli elettori di scegliersi i loro rappresentanti con liste bloccate( come se l’unica alternativa ai voti di preferenza fossero le liste bloccate ignorando il sistema elettorale svizzero o quello svedese), con il voto congiunto tra candidati uninominali e liste plurinominali, l’assenza di scorporo e i privilegi per i gruppi parlamentari uscenti rispetto a nuovi soggetti che possano competere per essere rappresentati in Parlamento. Vi è la violazione dei principi di una sentenza fondamentale come quella del 23 aprile 1986 della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, per i quali i gruppi di un parlamento uscente non si possono accordare privilegi a danno di soggetti politici non ancora rappresentati.

La zona franca delle leggi elettorali dipende anche dalla cattiva abitudine di adottare leggi elettorali nuove o con modificazioni importanti alla vigilia delle elezioni. Così è stato con la legge n. 148/1953 pubblicata il 31 marzo e con elezioni indette il 7 giugno successivo.  La legge n. 270 del 21 dicembre 2005 ha presieduto le elezioni del 9 e 10 aprile 2006  .  La stessa indifferenza ha prodotto l’approvazione  della legge di modifica della  legge 24 gennaio 1979, n. 18 con la legge 20 febbraio 2009, n. 10, frutto di un accordo PD-FI alla vigilia delle elezioni del 6 e 7 giugno di quell’anno. Le prossime elezioni per la XVIIIma Legislatura saranno rette da una legge entrata in vigore il 12 novembre 2017 e si svolgeranno, come da anticipazioni di stampa, nel mese di marzo e sicuramente prima del 18  per dar loro una parvenza di elezioni anticipate, per riammettere in termini sindaci che si erano dimenticati di dimettersi in tempo. 

L’Italia fa parte dalla sua fondazione del Consiglio d’Europa e ha contribuito all’adozione di un Codice di Buona Condotta in Materia Elettorale, che ha ormai quasi 15 anni di vita essendo stato adottato a Strasburgo il 23 maggio 2003, che raccomanda di non adottare cambiamenti importanti della legge elettorale nell’anno che precede le elezioni. Un Parlamento, che è stato eletto con una legge dichiarata incostituzionale dopo la sua elezione, manca evidentemente della sensibilità per i valori della democrazia, ma avrebbe dovuto evitare addirittura di abrogare di fatto una legge del 1990, la n. 53, che avrebbe consentito di raccogliere le firme fin dal 180° giorno precedente le elezioni per portarlo al 45° giorno antecedente al voto. Non c’è il tempo per portare al vaglio della Consulta la nuova legge elettorale e mi sia consentito di dire, che neppure sarebbe stato opportuno che una decisione intervenisse dopo lo scioglimento delle Camere. 

La Corte di Cassazione aveva fissato la discussione finale del ricorso per la riforma della decisione negativa della Corte d’Appello di Milano sul diritto di votare in conformità della Costituzione per il gennaio 2013 per rinviarla al 17 maggio 2013. Con le elezioni indette si deve pronunciare il corpo elettorale anche se il pronunciamento non sarà libero e il voto non eguale e personale. Finché il voto sarà segreto chi si confeziona leggi elettorali nel suo interesse è sempre stato smentito in sede di prima applicazione, così e avvenuto per il Mattarellum e il Porcellum. L’Italikum è stato, addirittura, espunto dall’ordinamento prima di essere applicato. 

Per la legge 165/2017 bisogna augurarsi un  destino analogo a quello della legge 148/1953.  La via politica e quella giudiziaria non sono alternative e men che meno si contrappongono, ma si integrano e si influenzano. La decisione di ricorrere alla giustizia ordinaria e costituzionale è di per se stessa una scelta politica, di fiducia nello stato di diritto, nella democrazia e nella Costituzione. Semmai c’è da denunciare una carenza di iniziativa legislativa anche della sinistra, quando era maggioranza almeno come proposta di riforma della procedura di controllo di costituzionalità. Non mi ricordo nessuna iniziativa per circoscrivere l’art. 66 Cost. alla fattispecie prevista dallo stesso articolo, ma estesa, grazie ad una magistratura compiacente alle operazioni elettorali preparatorie, che altrimenti non sarebbe stato legittimo approvare una norma di delegazione legislativa come l’art.44 c. 2 lett. d) della legge n. 69 del 2009, che assoggettava al controllo giurisdizionale le operazioni elettorali preparatorie per la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica. 

Per quella via sarebbero potute arrivare al controllo di costituzionalità, in tempi più rapidi, almeno le norme che incidono sulla stessa libertà di voto e di candidarsi in condizione di eguaglianza come prescritto dall’art. 51 Cost.. Tuttavia in un ottica di manutenzione e difesa attiva della Costituzione, la soluzione maestra  è quella di adottare soluzioni del tipo della Grundgesetz  della Germania Federale, dove è previsto un ricorso al Tribunale Costituzionale Federale contro le decisioni del Bundestag sulla convalida dei deputati e sui ricorsi contro la loro proclamazione. Le leggi elettorali sono inoltre collegate nella loro attuazione al sistema dei partiti, che da noi, nonostante l’art. 49 Cost., non sono mai stati oggetto di un’organica legislazione, che comprenda il controllo giurisdizionale delle decisioni in ordine alla candidature: una procedure trasparente e giustiziabile, assunta con largo anticipo rispetto al deposito delle liste, porrebbe fine alle discussioni su liste bloccate e preferenze.

In assenza d’istituti d’accesso diretto alla Corte Costituzionale in caso di lesione di diritti costituzionali fondamentali come il Verfassungbeschwerde nella RFT o il recurso de amparo constitucional spagnolo, almeno in materia di diritto di voto, il controllo in via incidentale non è uno strumento adatto per i suoi tempi. Bisognerebbe che la raccomandazione del Codice di Buon Comportamento in Materia Elettorale, per la quale “Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione” sia incorporata almeno nei Regolamenti parlamentari. Gli stessi Regolamenti dovrebbero essere espliciti, in conformità con l’art. 72c.4 Cost. nel divieto di approvarne articoli con il ricorso al voto di fiducia, sulla cui erronea applicazione nella Camera dei Deputati in occasione dell’approvazione finale della legge n. 52/2015 ha scritto con argomentazioni decisive il nostro presidente prof. Massimo Villone nel Manifesto del 16.4.2015 (http://ilmanifesto.it/lossimoro-della-fiducia-segreta/ ). Parlo del voto di fiducia su norme elettorali perché si è creato un precedente, del quale il Presidente del Senato, benché contrario, ha dovuto, per la sensibilità istituzionale che gli va riconosciuta, tener conto per non smentire l’altra Camera e non dare un’immagine schizofrenica del bicameralismo paritario consacrato dal corpo elettorale referendario con una partecipazione superiore a quella delle precedenti elezioni del 2014. 

La questione è stata sollevata nei 23 ricorsi presentati in altrettanti Tribunali delle città capoluogo di distretto di Corte d’Appello, di cui solo 5 hanno dato luogo ad ordinanze di rimessione alla Corte Costituzionale e nessuna di esse con un quesito ritenuto ammissibile sul punto, tanto che la Corte ha auspicato che le fosse rimesso, finora invano per insensibilità dei Tribunali aditi. Se le leggi elettorali sono costituzionalmente necessarie, esse devono essere necessariamente costituzionali, quindi l’accertamento del diritto di votare secondo Costituzione deve precedere le elezioni pena l’inefficacia della decisione, com’è avvenuto con la sentenza n. 1/2014 rispetto al Parlamento eletto nel 2013. 

In Germania il Plenum del Bundesverfassungsgericht ha fin dal 20 luglio 1954 (BVerfGE 4,27) statuito che i partiti politici possono far valere le loro ragioni in materia elettorale soltanto per la via dell’Organstreit, che corrisponde al nostro conflitto di attribuzioni, ma una tale decisione  può arrivare solo con modifica della legge n. 87/1953, anche se il collegamento tra partiti e legge elettorale è consacrato dall’art. 14 del dpr n. 361/1957 e tra liste presentate alle elezioni e gruppi parlamentari dai Regolamenti parlamentari, compreso quello assai recentemente approvato dal Senato della Repubblica, che senza incidere sul divieto di mandato imperativo, che va mantenuto, è di ostacolo alle transumanze.

Il conflitto di attribuzione è lo strumento più adatto, anche alla luce dell’ordinanza n. 225/2017 che ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzione n. 2/2017 e ammesso per la prima volta la possibilità di misure cautelari estendendo ai conflitti di attribuzione quanto previsto dagli artt 22, 35( come modificato dall’art. 9 c. 4 l. n. 131 del 2003) e 40 della legge n. 87/1953 per i giudizi di costituzionalità in via incidentale. A legislazione vigente la Corte Costituzionale potrebbe tenere conto che la nostra Costituzione è l’unica, tra quelle europee, nella quale la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle  forme e nei limiti della Costituzione (art. 1 c. 2 Cost.) e che come corpo elettorale elegge un Parlamento, i cui membri non rappresentano in primo luogo i loro elettori e/o i territori d’elezione, bensì la Nazione(art. 67 Cost.).

Al prossimo Parlamento spettano compiti importanti come il completamento della Corte Costituzionale, l’elezione dei membri laici del CSM e, se compie il quinquennio, l’elezione o la riconferma del Capo dello Stato nel 2022, oltre che contribuire alla riforma dei Trattati dell’Unione europea in vista delle elezioni per il Parlamento europeo del 2019. Una legge elettorale è stata approvata, che solleva dubbi e favorisce una diminuzione della partecipazione elettorale. Per evitare contraccolpi, che rendano ancora più fragili le nostre istituzioni, sarebbe opportuno che tutte le forze politiche amanti della Costituzione, siglino al loro interno e tra di loro un Patto per la Costituzione, per la sua difesa e attuazione che abbia come guida il secondo comma dell’articolo 3 Cost., per il quale “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” e come fonte di ispirazione le aspettative e le speranze, che hanno animato i cittadini e le cittadine, che hanno partecipato al referendum del 4 dicembre dello scorso anno.

70 ANNI DI COSTITUZIONE

gennaio 15, 2018

I PREGI SUPERANO NETTAMENTE I DIFETTI: PRIMA DI MODIFICARLA OCCORRE RISPETTARLA E ATTUARLA

di Michele Bossi – Comitato Meratese di Difesa e Attuazione della Costituzione

Un silenzio significativo.  La disattenzione per il compleanno di una persona che si presume ci sia cara viene giustamente interpretata da tutti noi come segno infallibile di disaffezione. Che dire allora del desolante silenzio nel quale è caduto il settantesimo compleanno della Costituzione? Che dire, inoltre, del fatto che gran parte dell’opinione pubblica mostra ormai di considerare veniale, se non perfino democraticamente dovuta, la concessione di spazi pubblici a movimenti che non nascondono la loro nostalgia per uno sciagurato passato dittatoriale che ci ha precipitato nella catastrofe più rovinosa impressa nella nostra memoria collettiva? Più volte, d’altra parte, abbiamo polemicamente affermato, ricorrendo a un efficace gioco di parole, di godere di una sana e robusta costituzione, e Roberto Benigni era arrivato a presentare la nostra carta fondamentale, quando ancora la difendeva, come “la costituzione più bella del mondo”. La cifra tonda del settantesimo anniversario della sua entrata in vigore ci offre oggi una buona occasione per chiederci quanto ci sia di vero in queste nostre esaltazioni della costituzione repubblicana del 1948.

La migliore del mondo? L’iperbole del geniale giullare toscano non andava ovviamente presa alla lettera. Nessuno di noi è tanto esperto in diritto istituzionale comparato da poter stabilire con cognizione di causa se la nostra sia o non sia effettivamente la migliore in senso assoluto tra le 196 costituzioni attualmente vigenti sul nostro pianeta (si tratta, è chiaro, di una cifra puramente indicativa: la repubblica di Abcasia o quella di Cipro del Nord, riconosciuta solo dalla Turchia, possono infatti rientrare nel conteggio degli stati? O ancora: possiamo attribuire all’Arabia Saudita o alla Città del Vaticano delle costituzioni vere e proprie?). E poi, soprattutto, valutazioni di questo genere sono sempre relative e vanno ogni volta contestualizzate. Quella introdotta in Atene con la riforma di Clistene e successivamente ritoccata in senso più radicalmente democratico su impulso prima di Efialte e poi di Pericle poteva verosimilmente definirsi nel V e nel IV secolo avanti Cristo la più bella costituzione del mondo (o, quantomeno, del mondo mediterraneo), ma che penseremmo oggi di un sistema istituzionale che equiparava giuridicamente le donne ai minorenni e il cui impatto sull’istituto della schiavitù non era andato al di là della protezione contro tale inquietante eventualità garantita (già all’inizio del VI secolo, con la riforma di Solone) ai cittadini ateniesi? È vero che al giorno d’oggi taluni politici di successo riescono a incantare l’opinione pubblica spacciando utopistiche ricette per reintrodurre nell’era digitale l’antico modello ellenico di democrazia diretta (come se un’assemblea virtuale di milioni di cittadini fosse realisticamente in grado di mettere a punto un qualsiasi provvedimento esaminando uno per uno qualche centinaio di migliaia di prevedibili emendamenti), ed è anche vero che altri politici di altrettanto successo (quando non siano eventualmente gli stessi) potrebbero essere tentati di allettare i loro sprovveduti elettori con la prospettiva di una schiavitù riservata agli stranieri (o, quantomeno, con quella di uno ius sanguinis estremamente restrittivo sul modello di quello che venne introdotto con improvvida miopia proprio dagli Ateniesi nel 451 a.C.), sed de hoc satis: sarà bene passare a temi più seri.

Compromesso creativo. Se non è necessariamente la migliore del mondo, la nostra costituzione deve essere certamente riconosciuta come una delle più apprezzabili e lungimiranti. Frutto di un compromesso quasi sempre alto tra le concezioni liberaldemocratica, cattolica e marxista, configura fin dal suo primo articolo una democrazia “fondata sul lavoro” e delinea, particolarmente nel titolo III della prima parte, un modello di società molto distante da quello immaginato dalla rozza ideologia liberista del primo ‘800 anacronisticamente tornata di moda a livello mondiale negli ultimi decenni. Nessuno, crediamo, vorrà guardare alle indicazioni economiche sancite dagli articoli compresi tra il 35 e il 47 della Carta come a uno schema ideale fissato una volta per tutte, tuttavia esse raggiungono il risultato tutt’altro che banale di riuscire mirabilmente compatibili con sistemi di valori tra di loro anche molto differenti: difficilmente un liberale progressista erede di Giovanni Amendola e di Carlo Rosselli (o anche, se vogliamo, di Franklin Delano Roosevelt) avrebbe su di esse molto da obiettare, mentre un cattolico vi riconoscerà del tutto legittimamente tratti fondamentali della dottrina sociale della Chiesa e la nostra tradizione di sinistra vi individuerà altrettanto legittimamente, per usare un’espressione che fu cara a Enrico Berlinguer, potenziali “elementi di socialismo”. Potremmo elencare altri esempi di nobile compromesso creativo (come nel caso dell’articolo 33, che disegna un sistema scolastico realmente libero e laico), ma ci basta in questa sede ricordare che la nostra costituzione, se vogliamo tornare ancora per un momento nell’antica Atene per a servirci delle parole che Tucidide mette in bocca a Pericle (riferendosi ovviamente alla sua città: cfr. La guerra del Peloponneso II, 4), “non guarda con invidia le costituzioni dei vicini” perché “siamo noi stessi di esempio a qualcuno”. Non per caso, infatti, la carta costituzionale italiana fu presa sotto vari aspetti esplicitamente a modello, ancora 30 anni dopo, dalla Comisión de Asuntos Constitucionales y Libertades Publicas delle Cortes che elaborò tra il 1977 e il 1978 la nuova costituzione della Spagna appena uscita dalla dittatura (i verbali di tale commissione, per chi avesse la sana curiosità di consultarli, sono tuttora reperibili in rete nel sito www.congreso.es).

Aspetti discutibili. Certo, non proprio in tutti i punti il compromesso del 1947 può essere giudicato positivamente: nell’articolo 29, per esempio, la parità morale e giuridica tra i coniugi viene subordinata ai “limiti stabiliti dalla legge (e, per fortuna, scomparsi nel nuovo diritto di famiglia) a garanzia dell’unità familiare”, mentre il successivo articolo 30 stabilisce che la legge debba assicurare ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale “compatibile (sic!) con i diritti dei membri della famiglia legittima”. Anche sotto qualche altro aspetto, del resto, la Carta comincia dopo 70 anni a mostrare l’età: basti pensare che la tutela dell’ambiente naturale appare circoscritta, nell’articolo 9, a quella del “paesaggio”. Ma, si era detto, non ci interessa qui prendere alla lettera la prima edizione di Roberto Benigni: il nostro sistema istituzionale risulta nel complesso eccellente, e tanto, per ora, ci basta.

Sana e robusta? Rimane da stabilire se si tratta di una costituzione “sana e robusta”. Certamente in origine il sistema immunitario regolato dall’articolo 138 e quello rappresentato dalla Corte Costituzionale (che pure tardò a entrare in funzione fino al 1956) le conferivano in misura più che soddisfacente tali caratteristiche. Sana e robusta non sono ovviamente sinonimi di eterna e immutabile: solo le strutture inorganiche, oppure gli organismi mummificati, possono conservarsi uguali a sé stessi per tempi indefiniti, mentre gli esseri viventi non cessano di evolversi. Infatti la costituzione del 1948, che apparve vitale e in buona salute fin dalla nascita, venne più volte opportunamente ritoccata e aggiornata: nel 1963, per limitarci ad alcuni esempi, la durata in carica del Senato della Repubblica (che era stata originariamente stabilita in 6 anni) veniva equiparata (prendendo atto di una prassi di sistematici scioglimenti anticipati) a quella della Camera dei Deputati, nel 1967 venivano modificati alcuni criteri di nomina e di durata in carica dei componenti della Corte Costituzionale, nel 1989 venivano limitati i privilegi giudiziari originariamente previsti per i membri del Governo, nel 1992 veniva stabilita una maggioranza qualificata per l’approvazione delle leggi di amnistia o indulto e, nel 1993, veniva ridimensionato l’istituto dell’immunità parlamentare. Poi, sempre nel 1993, un’improvvisa alterazione del sistema elettorale non compensata da opportune terapie di salvaguardia produsse una forma di immunodeficienza che espose l’intero sistema istituzionale a una serie di attacchi che vennero solo in parte rintuzzati (nel 2006 e nel 2016) dai residui anticorpi referendari.

Rappresentanza proporzionale. Ci riferiamo, parlando fuori metafora, all’approvazione di leggi elettorali in varia forma e in varia misura maggioritarie. Nelle democrazie parlamentari come la nostra il sistema elettorale proporzionale è intrinsecamente legato alla struttura stessa del meccanismo costituzionale: se tanto il potere legislativo quanto l’investitura dell’esecutivo, nonchè l’elezione stessa del Presidente della Repubblica e la nomina, in concorso con il capo dello stato e con l’autorità giudiziaria, degli altri organi di garanzia, sono tutte funzioni affidate, in rappresentanza del popolo sovrano, principalmente alle assemblee parlamentari, è evidente che il nostro tasso di democrazia dipende strettamente dal grado di rappresentatività di queste ultime. In effetti, benchè la Costituzione non imponga esplicitamente la rappresentanza proporzionale, che al momento della sua elaborazione veniva data per scontata, certo la presuppone implicitamente ogniqualvolta prevede maggioranze parlamentari qualificate a garanzia di un consenso popolare che possa essere presunto (nell’ambito di tale modalità di elezione) con una certa affidabilità, come ad esempio nel caso del delicatissimo procedimento di revisione costituzionale regolato dal già citato articolo 138.

Degenerazione istituzionale. Per di più, il testo del secondo comma dell’articolo 72 del progetto di costituzione (rinumerato in seguito come articolo 75) approvato dall’Assemblea Costituente nella seduta pomeridiana del 16 Ottobre 1947 (e tuttora accessibile consultando il relativo verbale) recitava testualmente: “Non è ammesso referendum per le leggi tributarie, di approvazione di bilanci, di concessione di amnistia e indulto, elettorali, e di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali”. Una distrazione materiale, intervenuta nell’intervallo tra il 16 Ottobre e il 20 Dicembre al momento di stendere il testo finale della Costituzione, fece poi saltare la parola “elettorali” nella versione definitiva, cancellando così la saggia precauzione deliberata dai costituenti: l’esplosione di tale mina vagante doveva avvenire, come è ben noto, solo 45 anni più tardi, quando proprio un referendum tenuto tra il 18 e il 19 Aprile del 1993 stravolse a furor di popolo (con l’82.7% dei voti a favore) il principio della rappresentanza proporzionale, segnando il punto di partenza di quella degenerazione istituzionale che porta abusivamente il nome di “seconda repubblica”.

Manomissioni deleterie. A prescindere dai tentativi abortiti nel 2006 e nel 2016 e dalla rielaborazione sostanzialmente positiva dell’articolo 111 avvenuta nel 1999, abbiamo così assistito a una serie di manomissioni più o meno deleterie del testo costituzionale. Già la legge n. 43 del 23 Febbraio 1995, per esempio, approvata con i voti del centrosinistra e con quelli della Lega e con l’astensione di Forza Italia e di Alleanza Nazionale, aveva trasformato di fatto da parlamentare in presidenziale il regime delle regioni a statuto ordinario: formalmente l’elezione dei presidenti delle giunte (che oggi vengono correntemente quanto impropriamente denominati “governatori”) rimaneva affidata, in conformità con l’articolo 122 della Costituzione, ai consigli regionali, ma si imponeva l’indicazione sulla scheda elettorale del nome del “capolista” (cioè, in pratica, del candidato alla presidenza) sostenuto da ciascun partito o da ciascuna coalizione, assicurando poi a colui che otteneva la maggioranza relativa dei voti (ovvero, in assenza di qualsiasi soglia o ballottaggio, anche il 30% o meno), una solida maggioranza assoluta dei consiglieri. L’articolo 8 della medesima legge riduceva inoltre da cinque a due anni la durata in carica di un consiglio regionale che avesse ardito votare la sfiducia alla giunta guidata dal presidente che era stato scelto, di fatto, direttamente dagli elettori. Era, dopo il referendum del 1993, il secondo strappo sostanziale alla Costituzione, che sarebbe stato poi sanato, se così si può dire, dalle modifiche al titolo V introdotte dalla legge costituzionale n. 3 del 2001 varata dal centrosinistra durante il secondo governo Amato.

Il presidenzialismo rimane comunque nel nostro ordinamento un trapianto eterologo, e solo un energico lavaggio del cervello con l’impiego di massicce dosi di demagogia ha potuto evitarne il rigetto facendo passare l’idea che la sovranità popolare sancita dall’articolo 1 sia meglio traducibile nella delega a una singola personalità più o meno carismatica che nell’elezione di un’assemblea rappresentativa, per quanto possibile, di tutta la cittadinanza. La medesima riformulazione del titolo V introduceva altresì un eccesso di decentramento, affidando alle regioni, per esempio, la gestione del sistema sanitario, con i risultati che sono ora (anche in Lombardia) sotto gli occhi di tutti, e quella della tutela della sicurezza sul lavoro (con prevedibili fenomeni di non dichiarata concorrenza al ribasso per trattenere sul proprio territorio investimenti privati che potrebbero essere vitali per le economie locali). Vale ancora la pena di precisare, a questo proposito, che la successiva correzione in senso centralista prevista nel progetto di revisione costituzionale che abbiamo respinto con successo nel referendum del 4 Dicembre 2016 pretendeva bensì di limitare drasticamente la reale autonomia delle regioni a statuto ordinario su temi di prioritario interesse per i cittadini (quale per esempio la difesa del territorio), ma non toccava affatto gli aspetti negativi appena citati.

Pareggio di bilancio. Un altro caso è quello dell’obbligo formale di pareggio del bilancio, introdotto nella Costituzione con un voto bipartisan nel 2012: è ben vero che, “al verificarsi di eventi eccezionali” (come recita testualmente la nuova formulazione dell’articolo 81), le camere possono, “a maggioranza assoluta dei propri componenti”, autorizzare ulteriori ricorsi all’indebitamento … come hanno da allora sistematicamente fatto tutti gli anni disattendendo di fatto una prescrizione tanto solenne quanto inapplicabile. Imporre una maggioranza qualificata per il ricorso all’indebitamento può essere una precauzione buona e giusta, ma lo si sarebbe potuto fare aggiungendo semplicemente meno di 20 parole alla versione originale dell’articolo 81 (“Le Camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consultivo presentati dal Governo. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti.”) ed evitando la presa in giro di inserirla come deroga eccezionale a un obbligo formale che nessuno aveva ovviamente la minima intenzione di rispettare. Le norme inapplicabili sono infatti le peggiori in assoluto, in quanto avvezzano i cittadini al disprezzo delle regole (sempre che, nei confronti della Costituzione, tale risultato non costituisca proprio uno degli obiettivi dei suoi manipolatori).

Possibili aggiornamenti. L’elenco potrebbe proseguire, ma non vorremmo dare l’impressione di considerare la Costituzione come un testo sacro e intoccabile. Abbiamo del resto già citato tre punti che meriterebbero qualche correzione e qualche aggiornamento, e si noti che gli articoli 9, 29 e 30 appartengono tutti alla prima parte della Carta, ossia a quella che viene generalmente considerata dai commentatori (compresa la riedizione renziana di Roberto Benigni) come perfetta e intangibile. Nulla vieta comunque di prendere in considerazione anche qualche correzione alla parte seconda, intervenendo per esempio di nuovo sul titolo V per ridimensionare i privilegi economici ormai anacronistici delle regioni a statuto speciale, senza toccare ovviamente la tutela delle loro peculiarità linguistiche e culturali, e per intervenire questa volta sull’autonomia di quelle a statuto ordinario solo là dove l’esperienza ha dimostrato che l’eccesso di decentramento introdotto nel 2001 ha realmente prodotto dei guasti. Neppure il bicameralismo perfetto può essere considerato in questo contesto come un tabù. La presenza dell’attuale Senato della Repubblica “eletto a base regionale”, come recita il primo comma dell’articolo 57, e per il quale risulta pertanto improponibile un “premio di maggioranza” nazionale, ha funzionato finora come argine parziale allo svuotamento delle garanzie costituzionali prodotto dai nuovi sistemi elettorali, ed è anche per questo motivo che ne abbiamo giustamente difeso l’esistenza. Dobbiamo ricordare, a questo proposito, che il compianto presidente Ciampi, pur avendo ritenuto di dover promulgare la legge meritatamente nota come Porcellum (in realtà si dovrebbe dire Porculus, ma non possiamo pretendere troppo dalla cultura della nostra classe dirigente), era in quella occasione perlomeno riuscito a impedire la palese violazione dell’articolo 57 prevista dalla sua stesura originaria (lo stesso Roberto Calderoli raccontò a suo tempo a Milena Garbanelli “di aver ricevuto una telefonata dal Quirinale, Presidente della Repubblica era Carlo Azeglio Ciampi, che gli disse che il premio di maggioranza su base nazionale al Senato sarebbe stato incostituzionale, e quindi Ciampi non avrebbe firmato”). Una soddisfacente riformulazione delle garanzie compromesse dal sistema maggioritario o, forse meglio, un ritorno a un sistema puramente proporzionale tutelato questa volta in sede costituzionale, aprirebbero tuttavia la strada a una più razionale suddivisione dei compiti tra le due camere o, volendo, anche al passaggio a un monocameralismo di modello scandinavo. È bene precisare però che non si tratta di priorità. Quanta gente sa, a questo proposito, che la prassi costituzionale della monarchia sabauda prevedeva che la fiducia al Governo non rientrasse tra le competenze del Senato del Regno, ma fosse votata dalla sola Camera dei Deputati? La Camera, per di più, veniva eletta con un sistema maggioritario (quello uninominale a doppio turno che doveva essere poi riesumato da De Gaulle, per la precisione): la ripartizione proporzionale dei seggi fu infatti introdotta soltanto nel 1918, e applicata per la prima volta in occasione delle elezioni politiche del 16 Novembre 1919. È questo il “futuro” a cui guardano certi sedicenti riformatori?

Governabilità. Quanto alla cosiddetta governabilità, il sistema produsse, tra il 1861 e il 1925, la successione di ben 61 governi in 64 anni. È vero però che il premio di maggioranza, istituito nel 1924 dalla legge Acerbo, inaugurò poi quell’ammirevole stagione di stabilità che doveva durare fino al 1943, ma sulla positività di tale risultato ci permettiamo di dissentire. Il bicameralismo perfetto, per contro, garantì al nostro paese tra il 1948 e il 1993, ossia negli anni della cosiddetta “prima repubblica”, un grado di stabilità delle maggioranze di governo innegabilmente molto alto: dopo il periodo centrista (1948-1962) si passò al centrosinistra “prima maniera”, basato sull’alleanza tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, che guidò il paese, salvo la breve parentesi neocentrista del secondo Governo Andreotti (tra il 26 Giugno 1972 e il 7 Luglio 1973), fino al 1976, seguirono poi la stagione della solidarietà nazionale (1976-1979) e, infine, quella del cosiddetto “pentapartito” (DC, PSI, PSDI, PRI e PLI). È vero che i governi in genere duravano poco, ma ciò era dovuto al malvezzo (che tuttora imperversa) di aprire crisi extraparlamentari (dei 47 esecutivi succedutisi in tale periodo, solo 4 caddero in seguito a voti di sfiducia) che, oltre a lasciare quasi sempre immutati gli schieramenti politici, comportavano comunque ricambi molto limitati di persone: basti ricordare che nell’avvicendarsi delle 47 compagini governative appena citate si alternarono a dirigere i tre dicasteri economici (bilancio, finanze e tesoro) soltanto 46 ministri in tutto. La continuità dell’azione di governo era dunque, di fatto, assicurata: il record della stabilità in tale apparente instabilità fu toccato nell’Agosto del 1982, al momento del passaggio dal primo al secondo gabinetto Spadolini, la cui composizione risultò l’esatta fotocopia del precedente, con l’unica eccezione della sostituzione del sottosegretario Francesco Compagna, che era nel frattempo deceduto. Se davvero del resto il sistema non fosse stato in grado di garantire la necessaria governabilità, non si sarebbero certo potute introdurre innovazioni (che in seguito dovevano essere purtroppo in larga misura smantellate) quali la nazionalizzazione dell’energia elettrica, lo Statuto del Lavoratori, la radicale riformulazione del diritto di famiglia o una riforma sanitaria tra le più avanzate al mondo.

Rispettarla, finalmente. Benchè, dunque, sia sempre possibile rendere i meccanismi istituzionali più efficienti, le vere priorità a nostro parere sono altre: prima ancora di riformare ulteriormente la Costituzione, ci sembra infatti urgente assicurarne il rispetto. La legge elettorale attualmente in vigore per esempio, oltre a diversi aspetti di dubbia costituzionalità che già sono stati più volte rilevati, risulta palesemente incostituzionale in almeno due punti. L’articolo 16bis della legge stabilisce infatti, in contrasto con il già citato articolo 57 della Costituzione (secondo il quale l’elezione dei senatori spettanti a ciascuna regione non può dipendere dalle scelte effettuate dagli elettori delle altre regioni) delle soglie di sbarramento nazionali per le liste e le coalizioni che si presentano per l’elezione del Senato della Repubblica. Il terzo comma dell’articolo 14bis prescrive inoltre che “contestualmente al deposito del contrassegno di cui all’articolo 14, i partiti o i gruppi politici organizzati depositano il programma elettorale, nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica”. Ai partiti che non intendano riconoscersi in un “capo” viene così proibito, in violazione degli articoli 92, 93 e 94 della carta costituzionale, di presentarsi alle elezioni, a meno, naturalmente, che anche qui non si prestino alla finzione ipocrita di una dichiarazione manifestamente fasulla. In entrambi i casi, non è la prima volta che accade, e constatare che il prossimo 4 Marzo torneremo a votare per la quarta volta consecutiva con una legge elettorale incostituzionale è francamente sconfortante. Molto ancora ci sarebbe da lamentare su tale argomento: dalle norme sul suffragio degli italiani residenti all’estero (legge 459/2001), che non si preoccupano minimamente di tutelare la segretezza del voto imposta dalla Costituzione (articolo 48, comma 2), al finanziamento pubblico delle scuole paritarie (esplicitamente vietato dall’articolo 33, comma 3, della carta costituzionale), lo sprezzo, spesso bipartisan, per le regole fondamentali della nostra convivenza democratica è infatti sotto gli occhi di tutti (con l’ovvia eccezione di chi decide che gli conviene tenerli ben chiusi). Pensiamo, inoltre, al costo dei libri di testo e ai contributi “volontari” che le scuole sono costrette a richiedere agli utenti, anche nella fascia dell’obbligo, in violazione della gratuità sancita dall’articolo 34 (comma 2), o ancora al diritto ormai legalmente violentato del lavoratore a una retribuzione “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (articolo 36, comma 1): si tratta, ancora una volta, di un elenco che potrebbe continuare quasi all’infinito. Non sarebbe dunque il caso, prima di pensare a cambiare la Costituzione, di provare finalmente a osservarla? Potremmo approfittare del settantesimo compleanno della nostra carta costituzionale per promuovere il 2018, che è tra l’altro un anno elettorale, come “anno del rispetto della Costituzione“. Per quanto ci riguarda, noi del Comitato faremo di tutto, anche in occasione delle prossime scadenze elettorali, perché questa ricorrenza non torni a ridursi a una vuota celebrazione.

SPECIALE 70 ANNI DELLA COSTITUZIONE

gennaio 15, 2018

“non serve una retorica rievocazione, ma la ripresa dei suoi valori e del suo progetto”

INDICE

I miei 70 anni con la Costituzione  La Valle

70  anni di Costituzione  Bossi

La Corte costituzionale  Besostri

Costituzione, siamo sempre a rischio  Villone

Le ‘riforme’ incostituzionali  Pace

La Costituzione e la speranza  Gallo